GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

 

Le quattro vittime di Poggio Pieracci

Presagio

E’ il pomeriggio dei 22 agosto 1944: una cappa di afa soffocante avvolge il dolce paesaggio padulano.
Le stradine del piccolo agglomerato di case, i campi rigogliosi sono deserti.
I numerosi sfollati che sì erano rifugiati a Poggio Pieracci sembrano essere svaniti nel nulla.
Una parola sola sulla bocca e negli occhi di tutti: rastrellamento.
Due giorni prima, infatti, i tedeschi hanno catturato un centinaio di uomini e li hanno mandati all’Abetone, destinazione Germania.
Il silenzio religioso della campagna è rotto solo dallo starnazzare di qualche gallina e dal lento e malinconico gracidare delle raganelle in Palude: i suoni dell’estate sembrano rivelare un triste presagio.
Sull’ aia di Giuseppe Guidi, meglio conosciuto come il Pescio, migliaia di spighe dorate attendono di essere battute e lui, un uomo che ha dedicato la vita al suo lavoro, senza curarsi dei pericoli che corre, esce di casa per batterie con il correggiato.
Il comando dei tedeschi è a Villa Crocialoni e lo sa bene Dantino, il figlio di Pescio:
- O babbo, torna in casa. I colpi potrebbero insospettire i tedeschi!
Ma Giuseppe, fingendo di non sentire, continua con buona iena il suo lavoro.
Dopo alcuni istanti anche Enos esce di casa con un correggiato per dare una mano al Pescio.
Enos Cerrini ha 21 anni: un bei ragazzo biondo, con un fisico massiccio messo in risalto dai corti pantaloncini che indossa. Non è di Massarella; era stato catturato alla Venturina. Con una lunga occhiata il Pescio sembra valutarlo; dopo di che sentenzia profetico:
- Lascia perdere, Enos; non è lavoro per te.
Il giovane, guarda le rughe scavate sul volto del Pescio da una vita dura e sofferta; poi i suoi occhi si perdono nello spettacolo del Padule, dove l’afa sembra aver fermato il tempo: tutto è come incantato; anche i cannoni americani sulle colline saminiatesi tacciono.
Enos si scuote dai pensieri che lo stanno assalendo e facendo roteare il correggiato, comincia a battere le spighe. Sorride nel vedere lo sguardo divertito del Pescio.
Dantino sta sulla soglia di casa; è sereno: sta cantando una storiella in rima che va improvvisando.
Quasi a fargli eco, Enos lancia un gridolino di dolore mentre si porta la mano al sopracciglio sinistro, sanguinante per la botta ricevuta dal correggiato.
Il Guidi, sorridendo ironicamente, esclama:
- Vai a farti medicare da Ave; te l’avevo detto che non era mestiere per te!
E con un’espressione beata, fiero della sua saggezza, si rimette al lavoro.

Enos

- Ave, scendi giù. Enos s’è fatto male.
Così dicendo Dantino fa sedere l’amico al tavolo della cucina.
La sorella di Dante scende le scale preoccupata e osserva la ferita sulla fronte di Enos: una lieve abrasione che non sanguina più.
Richiamata dalla confusione e dal trambusto, Ida, la moglie del Pescio, scende anch’essa in cucina.
Dal suo volto arso dal sole, traspare una grande malinconia. I suoi occhi sbiaditi dal pianto, fissano a lungo Enos:
- Non è niente, Nini - sussurra dolcemente, accarezzando il capo biondo. Dante si sente soffocare dentro; esce di casa e va a dare una mano al padre,. che intanto, si è coperto i capelli stopposi e grondanti di sudore, con un cappellaccio.
In casa, Ave si siede con grazia davanti a Enos, e chiede interessata:
- Ripetimi i nomi di tuo fratello e di tuo padre.
- Edos e Eros; una famiglia originale, vero?
- Eh, già, non riesco a ricordarli mai.
Ida sta guardando i due giovani; ma è come se non fosse lì: il suo cuore annega in un mare dl. ricordi.
Ave continua a parlare, a parlare con Enos, provocandolo con fare civettuolo:
- Vedremo se quando è passato il fronte, manterrai la tua promessa. Tutto in conto, anche questa medicazione.
- Mio padre, a Venturina, fa il fabbro. Te ne porterà. una secchiata di anellini. A costo di venirci in bicicletta a portarteli; e li distribuisco a tutti qui al Poggio Pieracci. Mi avete trattato come un figliolo.
La parola figlio, risuona a lungo negli orecchi e nel cuore di Ida; le rughe sul viso si fanno più profonde.
Enos se ne accorge e, per consolarla:
- Vedrete, Ida, che torneranno a casa tutti e tre.
- Renato e Ferruccio forse sì, ma quello che è in Russia...
Un pianto amaro si sparge sui lineamenti stanchi.

Dante

Al suono dei colpi del correggiato, tutti gli sfollati, assetati di vita “normale”, cominciano a spuntare magicamente da ogni direzione.
Si fermano sull’aia, lo sguardo perso in chissà quali considerazioni. Il tempo di una chiacchierata e poi via: il terrore che gli scorre nelle vene, li fa dileguare di nuovo.
Il Pescio, figura slanciata e asciutta nella calura, non può permettersi di perder tempo.
Fermandosi solo di quando in quando per asciugare il sudore e per ravviare i suoi corti e spiritosi baffetti, continua la sua opera.
Dante no, non è capace lui di restarsene con la testa bassa; si distrae, il suo sguardo vaga continuamente, alla ricerca di qualcosa o qualcuno.
- Quando si vaglia, babbo? - domanda indifferente.
- Appena si. alza il vento — e i piccoli occhi cerchiati da mille rughe, si alzano verso il cielo, come in un atto di preghiera.
Ed ecco arrivare, con passo spedito, Guido dello Spinelli:
- 0 Beppe, mi presti una zappetta? La mia l’ho lasciata stamane in Padule!
- Prendila pure, Melo: è in capanna.
Ma Melo oltre alla zappa vuole anche parlare un po'.
- In un periodo così triste, se non ci si aiuta fra noi! - Così prende a guardare fisso Dantino, che sta malamente cercando di usare il correggiato. Poi, appoggiandosi stancamente alla zappetta, domanda ironico:
- Te ne sei scordato del tuo mestiere, eh? Era più facile fare il carabiniere, vero Dante?
- Mica tanto - risponde con un mezzo sorriso il giovane.
Non ancora soddisfatto il Melo chiede:
- Ma tu dov’eri l’8 settembre?
E Dante:
- Ero sotto il monte Pisano, a Colle di Compito.
Melo continua sempre più curioso:
- M’ha detto la mi’ moglie che appena è passato il fronte ti sposi con Bianchina. E’ vero?
- Sì, sì. Ormai ho 28 anni; se ‘un c’era la guerra a quest’ora…E’ già qualche anno che si mette da parte i soldi per sposarci. A proposito, l’hai vista Bianchina? La sto aspettando.
Ma Melo ha ormai soddisfatto la sua curiosità e così, allontanandosi con la zappa in spalla, borbotta:
- Sarà nel rifugio coi suoi !

Ai nascondigli

E’ scesa la sera a Poggio Pieracci.
Nel silenzio quieto, carico di profumo d’erba e di campagna, le stelle si lasciano cullare da una brezza notturna ristoratrice. L’aia del Pescio è vuota adesso; la piccola zappa che il Melo ha riportato nel tardo pomeriggio è appoggiata a uno stipite.
Dantino e Enos, seduti sulla soglia della porta di casa, si godono quella pace.
Sono circa le 22,00 e c’è un po' di nervosismo nell’aria: Quinto, il cugino di Dante, sta ritardando:
- Ma che fa stasera il mi’ cugino. E il tuo amico, Enos, quello di Collesalvetti, non viene neanche lui, stasera?
- No, Dante, stasera lui non viene. E’ stanco e ha detto che vuole dormire su un materasso vero stanotte. La paglia del nascondiglio gli stanca gli ossi, dice lui.
Dante quasi non sente l’amico; parlando a se stesso ad alta voce dice:
- Scommetto che Quinto è andato a Massarella a trovare la sua Enza. Scherza troppo lui con i pericoli.
Dalla cucina, Ida, quasi rimproverando il figlio fa eco:
- O Dante Quinto ha solo 19 anni. Se non si diverte ora.
Una sagoma smilza sta avanzando lungo la stradina. E’ Quinto. Dante protesta alzandosi in piedi:
- Era ora! Lo sai che i Tedeschi, i rastrellamenti li fanno di notte. Non ci si può scherzare. Allora, ciao babbo. Mi raccomando, se venissero, tu fingiti malato.
Beppe col suo solito fare blando esclama:
- Ma me tanto non mi prendono! Cosa vuoi che se ne facciano di uno come me. Ho 58 anni, Dantino. Non servo più a niente.
Quinto con l’entusiasmo dei suoi 19 anni canzona il cugino:
- Tu, Dante, sei troppo pauroso. O come facevi a fare il carabiniere?
Dante fingendo di non aver capito, chiede a Quinto:
- Tu fratello Marchino non viene con noi?
- No, lui va sotto la villa del Lapi - risponde Quinto, incamminandosi.
Le tre figure furtive e veloci scendono in gronda attraverso un piccolo viottolo. Con fare guardingo, il cuore sospeso a metà fra terrore e fiducia in se stessi, entrano in un fosso di Padule e raggiungono il porticciolo dov’è il barchino.
Sciolgono con le mani tremanti la catena, salgono e scivolano via: ombre nell’ombra della notte.
La vegetazione palustre come mai folta e rigogliosa in quell’estate del ‘44, li protegge.
Ma nello stesso istante, sotto una luna pallida ,e assente, altri barchini clandestini scivolano lungo i canali, per condurre gli uomini ai loro nascondigli notturni.



Comincia la tragedia

E’ quasi mezzanotte.
All’improvviso la pace della notte viene interrotta dal rumore di cingoli, di moto, di camionette che stanno avanzando. Sopraggiungono pattuglie tedesche che scaricano mitraglie e tante munizioni: troppe.
Dalle capanne, dai rifugi, dalle case più vicine, si spiano i movimenti.
I1 panico comincia a serpeggiare fra la gente. Gli abitanti del. Poggio odono tutti i rumori ma non possono fare niente: si comincia a. temere un nuovo rastrellamento. Nella casa di Beppe Guidi c’è chi gioisce e chi .invece si consuma nel dubbio.
Ida, la moglie del Pescio, sta pensando con sollievo a Dantino salvo nel suo nascondiglio. Da questo momento in poi è un susseguirsi di scene di terrore; i pochi uomini rimasti scappano in fretta; abbandonano case, rifugi, capanne, nella speranza di potersi salvare. Marchino, fratello di Quinto, elude la sorveglianza delle SS a villa Lapi, dove si trova Bruna la sua fidanzata; raggiunge Cinelli e poi il Niccoletti. Gasparo Banti si trova in un rifugio con Ugo Lombardi di 17 anni. Preso dal panico, lascia il suo nascondiglio e in strada trova il Melo e i suoi fratelli diretti in Padule. Li avverte di tornare indietro; poi vede una pattuglia, la elude, raggiunge i suoi 3 figli in Padule e li riporta fuori.
Ha modo di avvertire anche il babbo e il fratello di Elfrida Del Bino e lo zio Ottavio.
Riescono a mettersi in salvo nei boschi dietro Poggio Pieracci. Intanto Ugo Lombardi sta vivendo le ore più drammatiche della sua vita.
Svegliato dalle zanzare si ritrova solo nel rifugio e sente i Tedeschi a pochi metri di distanza. Seminudo e in preda al terrore, si getta in un prunaio mentre i Tedeschi, sentitolo, lo stanno cercando.
Scende verso lo Spinelli, ma viene individuato da una pattuglia e, così, si rifugia in un campo di saggina: sono momenti di pani con Ugo sente gli spari vicini, deglutisce a fatica, mentre la fronte è bagnata di sudore.
Fugge ancora e nella sua corsa disperata raggiunge Poggio Pieracci, da dove prosegue per la casa del Gobbo.
Disperato si ferma a una capanna di sfollati: la paura gli ha paralizzato la gola; scosso da violenti tremiti non riesce neppure a svegliare qualcuno per chiedere aiuto; ma un solo pensiero occupa la mente di Ugo: sarà salvo?

Quinto

Anche Dante, Quinto ed Enos, da poco coricati sui loro giacigli di paglia, hanno udito i rumori.
Il primo pensiero è per le persone care; Quinto pensa al fratello Marchino, mentre Enos pensa all’amico che, per aver preferito il materasso alla paglia, potrebbe non riveder più.
E’ Quinto il primo a ritrovare la parola:
- Dormite, voi. Farò io la guardia; ho dormito tanto oggi pomeriggio.
Gli altri due esausti, si addormentano mentre Quinto, uscendo dalla capanna, abbraccia con gli occhi quello splendido paesaggio di canne e stelle.
Si siede dove può e sorride, ripensando alle stupidaggini con cui aveva fatto innervosire, quella mattina, Enza..
Quinto ama molto la sua fidanzata, ma non può rinunciare al ruolo che da sempre è suo a Massarella: essere il centro di ogni festa, di ogni merenda, di ogni raduno fra giovani.
Quinto è lo spirito che ama tutto; è l’entusiasmo, l’allegria, la battuta sempre pronta.
Quinto, che non conosce la .permalosità, che sa imitare tutti e tutto, è un elemento insostituibile.
Per Enza andrebbe nel fuoco, perché lei è tutto, ed è di lei che prima o dopo, finisce sempre col parlare.
Tito, un amico di Quinto, una volta aveva insinuato:
- Io non credo che il tuo sia amore. Penso che sia. gratitudine, riconoscenza. Eri un ragazzo di campagna e i suoi parenti ti hanno portato a Roma, ti hanno insegnato un mestiere. Queste parole avevano innervosito molto Quinto e ancora adesso quell’insinuazione che gli martella nella testa suona come una profanazione e una smorfia contrae i suoi giovani lineamenti. In quello stesso istante Tito sta scampando alla morte, gettandosi in .acqua dal suo casotto in muratura sulla gronda. L’immagine di Enza rievoca in Quinto quella di Roma.
Il suo futuro è là: il suo sarebbe stato un viaggio di nozze senza ritorno; già, perché a Roma si sarebbe svolta la sua vita con Enza.
Era là che Quinto aveva appreso l’arte del pasticcere ed era là che era stato destinato per il servizio di leva nei granatieri. Da là era fuggito dopo 1’8 settembre per tornare a casa, esattamente una settimana prima di suo fratello Marchino.
Intanto il rumore temuto si è momentaneamente fatto silenzioso Le rane mandano il loro quieto gracidare come sempre.
Ma nel silenzio ristabilito, crepita un mitra.
Una raffica lontana: per chi?
Quinto sussulta, Dante ed Enos si svegliano come in un brutto incubo: il Gobbo e il Tisti sono morti, primi di una lunga serie.
Continua la tragedia

Dante ed Enos hanno dato il cambio a Quinto, che vinto dall’emozione si addormenta subito.
E.... .sogna se stesso dietro il banco della pasticceria nuova; sogna sua moglie Enza e poi suo padre, che entra dalla porta a vetri sorridendo e gli va incontro con le braccia aperte:
-Bab…
La voce è soffocata da un uragano di esplosioni.
In un bagno di sudore, rizzatosi improvvisamente sul letto di paglia, non sa se quell’inferno è vero o se sta ancora sognando.
- Dante, Dante! - è un grido che esce angoscioso.
- Stai a terra Quinto, stai a terra!
Dunque si spara. Sembra il giorno dell’Apocalisse.
Il rumore è assordante, mentre terra, acqua, canne, ricadono sui loro corpi accasciati fino a confondersi con il terreno.
Quinto, strisciando, raggiunge gli altri; gli pare quasi di non avere più paura con loro.
E Dante che parla:
- Non si può restare qui. Ci colpiranno con le mitragliatrici. Bisogna calarci in acqua: il ciglione ci riparerà dagli spari. Seguitemi !
Le mitragliatrici sistemate sui poggi e nei porticcioli. sparano senza tregua, facendo del padule un mare in tempesta.
I tre scivolano in acqua e subito si sentono più sicuri.
Si dirigono verso una botte di cemento, ma una cannonata dai colli di Stabbia l’annienta.
Un brivido li immobilizza: l’inferno continua.
Tutt’intorno le grida straziate della gente di Stabbia e le campane a morto di Massarella sembrano voler urlare a tutto il mondo il loro canto luttuoso.
Che cosa significa tutto ciò? Quanto avrebbero resistito ancora? Dante, Quinto ed Enos non staccano gli occhi gli uni dagli altri: è il panico.
Tornano verso Stillo; hanno la sensazione di essere loro il centro di tutto.
Dai poggi vicini giungono le grida delle donne che dicono:
- Non uscite, non uscite!
Enos e Quinto si tolgono l’ingombro della camicia mentre Dantino si piega su se stesso, le mani alle orecchie, in preda all’orrore: è una guerra impari con la morte e c’è chi l’ha già persa: sulla gronda stanno morendo Mea e il Pescio nel tentativo di salvare il figlio; in tabaccaia la morte abbraccia nella sua gelida morsa Sandra Settepassi che ha solo 18 anni.
Il Padule intanto è ancora sconvolto da un uragano crudele: NAZISMO.


La resa

Alle 9,00 del mattino Eros, Dantino e Quinto sono ancora in acqua mentre intorno a loro infuria la sparatoria.
I tre sono storditi dalle esplosioni.
Attraverso le canne che sono sul ciglione che serve loro da protezione, essi possono vedere il porto di Millo e la gronda. Quinto fa un gesto agli amici e gli indica il porto: Chiodo, certo Lavinio Magnani, il suocero di Adriano Talini, si avvicina con le mani alzate alla pattuglia tedesca.
Non gli sparano, ma lo interrogano e lo conducono via. I tre giovani hanno un attimo di sollievo.
La campana intanto continua a unire il suo suono malinconico a quello degli urli delle donne.
Nel frastuono di quell’inferno si possono distinguere lamenti e pianti.
Dante, sempre più impaurito, chiede con uno sguardo di seguire l’esempio di Chiodo.
Così si arrendono: emergono piano piano dall’acqua con le mani alzate.
La pattuglia non apre il fuoco: forse gli sembrano innocui quei tre poveracci, grondanti d’acqua.
Si dirigono verso la gronda e per Dante, Quinto ed Enos è la fine di un incubo: gli spari si stanno allontanando.
Meglio finire deportati che morire in quella Apocalisse. I soldati li stanno conducendo allo Spinelli dove è dislocato uno dei comandi.
Da Villa Lapi un ufficiale ha visto la scena: è furente; scalpita e scende verso lo Spinelli.
Il triste suono delle campane continua a riempire l’aria di tristi presagi.
Dante, Quinto ed Enos sono ormai prossimi al comando; ma in giro non c’è anima viva.
Dove sono tutti gli sfollati della casa Spinelli? Dante si guarda intorno: nessuno! E’ esterrefatto.

Le ultime immagini

Dante, Quinto ed Enos sono ora circondati dai soldati di stanza nella casa dello Spinelli.
Frida, 20 anni, si trova nel rifugio antistante l’aia. Ha riconosciuto la voce di Dantino, suo prossimo cognato.
Tra l’indifferenza di tutti i tedeschi, la giovane si avvicina ai tre e, con tono di rimprovero e di supplica al contempo, chiede:
- O Dante, o come mai siete usciti fuori dal Padule? Che vi faranno ora?
Ma Dante non si era neppure posto il problema: era troppa la smania di allontanarsi da quell’inferno di spari.
- Al massimo ci deporteranno, anche se non sarà difficile convincerli che noi non siamo partigiani!
Gli altri due sono pienamente d’accordo. Perché preoccuparsi di un problema che non esiste?
Frida, invece, non è per niente convinta: scuote il capo tristemente.
Quinto le sorride e poi quasi a volerla tranquillizzare le dice:
- Invece di star costì a fare il melodramma, perché non vai a prenderci qualche vestito ché siamo tutti ignudi? Mi raccomando, non impaurire mamma!
Frida dimentica i suoi pensieri; è felice di poter dare una mano.
Si accinge a partire ma:
- Freule, dove andare?
La ragazza non ha un attimo di esitazione:
- Andare prendere vestiti - e si incammina lesta.
Dal rifugio comincia la lunga processione di donne, tra le quali anche la mamma di Frida e Maria del Tranquillo.
Sono tutte lì per difendere i tre giovanotti: giurano su ciò che hanno di più caro al mondo che quei ragazzi non sono partigiani, che non possono esserlo; altrimenti non si sarebbero arresi subito.
Quinto, Dante ed Enos cercano di leggere sul. volto del comandante: si sta convincendo.

La morte

Ma all’improvviso una voce imperiosa ordina:
- RAUS!
E’ l’ufficiale delle SS che ha lasciato Villa Lapi solo per venire ad impartire nuove e più crudeli direttive.
- Raus! - continua a gridare.
Le donne terrorizzate ritornano rapidamente nei loro rifugi; nello stesso istante Frìda bussa alla porta della casa di Dante per avvertire la povera Ida.
L’ufficiale infuriato ha già deciso della sorte dei tre giovani:
- Essere partigiani! Kaput!
La ferocia, l’odio che si legge sul volto, non possono ammettere replica.
Indica alla pattuglia una viottola lungo la gronda, in direzione della grande vettrice, ai piedi del poggio di Villa Lapi.
Lo sguardo gelido dell’ufficiale SS segue a lungo il funereo drappello: poi si distoglie annoiato.
Dante si sente percorrere da un brivido sconosciuto; una sensazione che si prova una sola volta nella vita.
Tutto cessa di avere importanza adesso; si aspetta soltanto il segnale che scriverà la parola fine su quella triste storia.
- Appena sentite il loro ordine, scappate senza voltarvi — così parla Dante rivolgendosi a Quinto ed Enos.
La grande vettrice è ormai a pochi passi. Il silenzio di morte risuona all’improvviso dal secco comando di uno dei soldati a cui fa seguito la violenta raffica del mitra: Dante ha visto per l’ultima volta il suo Padule.
Quinto, gli occhi sbarrati per l’orrore, ha guadagnato solo una. cinquantina di metri; appena Dantino cade al suolo, una seconda raffica stronca la sua giovane esistenza.
Soltanto Enos è riuscito a raggiungere una macchione di sarello. I colpi dei tedeschi non lo raggiungono, ma lui sente quella musica agghiacciante rimbombare in ogni parte del suo corpo. La pattuglia si scaglia allora contro i corpi senza vita di Dante e Quinto: vengono martoriati, profanati senza rispetto; non contenti i tedeschi cavano gli occhi ai due cadaveri, come barbaro trofeo.
Enos intanto è entrato in un canneto e poi in un canale. Vuole allontanarsi il più possibile dalla gronda: anche se questo significa ritornare nell’apocalittico cerchio di fuoco.
In quel momento la sorella di Dante, il babbo e la sorella di Quinto vengono fermati da una pattuglia nelle piagge di Poggioni, mentre stanno portando i vestiti ai loro cari.
Uno dei soldati intima al piccolo gruppo di tornare indietro.
- Portare vestiti a mio fratello - spiega Ave.
- Raus! Non potere. Non servire più !
Il Dindo, scoraggiato, tornò indietro.
Ave e Ilia, invece, rimangono accanto alla postazione della pattuglia nella speranza che le facciano passare.
Dalla mitragliatrice lì vicina si spara convulsamente; i soldati additano qualcuno nel canale.
Ave e Ilia in un balzo sono in piedi; si avvicinano alla postazione da cui si spara, per poter vedere cos’ è o chi è che si sta muovendo nel canale.
Ave intravede fra le canne un giovane che sta nuotando: è biondo, è Enos!
- Non sparate. Non sparate. Lui non è partigiano.
Le urla di Ave infastidiscono i tedeschi. Un mitragliere le ordina di tacere, puntando su lei e su Ilia una pistola.
Le due ragazze fuggono via; sentono la mitragliatrice cercare avidamente quel corpo; poi un grido di esultanza di vittoria.
Enos, mentre si stava aggrappando a un cespuglio per tirarsi su, è stato colpito da un proiettile alla testa: il suo corpo scivola nell’acqua, un tuffo nell’abisso più profondo.
Ma mentre il giovane muore c’è chi vive ore di terrore, temendo per la propria salvezza.
Olga, una parente di Quinto, con il figlioletto Fiorenzo per mano, scende alla casa dello Spinelli e per poco non viene uccisa. La rilasciano solo perché hanno pietà delle grida di pianto di Rena, la bimba più piccina di Olga.
Frida, invece, che ha subito la stessa sorte, deve attendere lunghissime ore prima del rilascio.

Siamo vive!

Ma il fuoco non ha pietà di questa tragedia e continua a imperversare in tutto il Padule. Sono le ore 11.
Il sole implacabile d’agosto infierisce sui cadaveri mentre la terra si macchia del loro sangue.
L’odore della carne in putrefazione attiva nugoli di insetti; il loro ronzio sembra voler rispondere al suono incessante delle campane, alle urla strazianti delle donne, al crepitio delle mitragliatrici.
I corpi delle povere vittime gonfiano sotto il sole e si tingono
di nero.
A mezzogiorno la sparatoria cessa; una domanda sale sulla bocca
di tutti:
“Sarà l’intervallo per il rancio dei soldati o è finito tutto?”
Ma, con grande sollievo, le mitraglie vengono ricaricate sulle camionette; dalla casa di Cleto viene tolto il grande lenzuolo bianco: le donne dello Stillo e di Cavallaia possono far rientrare gli uomini.
Soltanto a Poggio Pieracci, alla casa dello Spinelli, nessuno osa uscire: ci sono ancora pattuglie in giro.
I tedeschi prima di ritirarsi, vogliono festeggiare la strage che hanno compiuto; così danno fuoco alle biche di grano in prossimità della gronda e anche alle capanne; poi fanno razzia di polli e di uova e si dirigono verso Villa Crocialoni. Verso le 16 i tedeschi sono spariti dalle case dello Spinelli e anche da Villa Lapi: le donne sono fuori adesso; si guardano con stupore, si studiano.
Sembra la prima volta che si vedono. A che cosa pensano? Siamo vive!!!!!

Il ritrovamento di Quinto e Dante

Bruna, la fidanzata di Marchino, insospettita da certi cenni che avevano fatto i soldati delle SS prima di abbandonare la Villa, scende giù, verso la grande vettrice, insieme ad altri sfollati della casa di Guido, vicino a Villa Lapi.
La vista dei due cadaveri la inorridisce; una sfollata, gli occhi pieni di terrore, grida con voce stridula:
- Ma quello è il carabiniere e l’altro è il giovane che pochi giorni fa ci ha venduto la carne. Quello che ci faceva sempre ridere. Come si chiamava? Ah, Quinto!
Bruna è rimasta in disparte. Al sentire il nome di Quinto impallidisce, si sente venir meno.
Osserva a lungo il corpo steso a terra, a una trentina di metri da Dantino
- E’ proprio lui! Non ci sono dubbi – se lo ripete mentre corre verso lo Spinelli.
Vorrebbe urlare a un gruppo di donne, ma dalla bocca non escono che rantoli.
Il suo viso è contratto in una smorfia di dolore che ne altera i lineamenti; un senso indefinito di nausea la opprime.
A Poggio Pieracci, in prossimità della casa di Quinto, sente grida disperate: Ave e Ida piangono il Pescio, morto nel tentativo di salvare il suo Dantino.
Qualcuno ha in mano la zappetta che Beppe aveva portato con sé, come copertura per i tedeschi.
Sull’aia insieme ad Ida e Ave, ci sono il babbo e la mamma di Quinto: sono loro i primi ad accorgersi della presenza di Bruna. Eva, la madre di Quinto, legge nel volto della ragazza la verità.
E’ un urlo disumano, animalesco, quello che si leva al cielo:
-Ma..è morto anche Quinto!
Bruna non regge al momento di disperazione estrema: sviene.
Le prime parole che gli escono dalla bocca sono due nomi:
- Quinto… Dantino!
Un lampo di terrore attraversa gli occhi di Ave e di Ida: anche il loro Dante.
Le urla sono così forti che si possono sentire anche a Cinelli. Qualcuno, insospettito, ha chiamato Marchino, fratello di Quinto, che verso le 17 si incammina in direzione del Poggio, senza essere però molto preoccupato.

Frida

Verso le 16 dalla camera dove è stata chiusa esce Elfrida. I Tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni allo Spinelli. Dalla finestra della camera ha potuto vedere il cadavere del Pescio; quando lascia la casa, tutte le sfollate si avvicinano con orrore al corpo di Beppe.
Qualcuno comincia a dire che alla grande vettrice ci sono i corpi martoriati di Dantino e Quinto.
Elfrida non vuol crederci; si sono sbagliati senz’altro.
Ma la paura le attanaglia il cuore, così. si incammina verso la gronda.
Prosegue lungo il viottolo, riparandosi dai violenti raggi facendosi scudo con la mano, e poi all’improvviso il cadavere di Dantino, abbandonato sull’erba.
E’ uno spettacolo raccapricciante; tutto il corpo è gonfio e poi quegli insetti che si riversano senza posa sul corpo esanime. Elfrida porta le mani sulla testa e nello stesso istante scorge Quinto.
E’ troppo per la povera ragazza; si guarda intorno timorosa: è sola, sola con i due cadaveri.
Si rintana nel rifugio:
- Non uscirò più!!
La rivedranno infatti soltanto l’indomani, in uno stato confusionale tale da non poter neanche parlare.

Dolore in casa di Beppe Guidi

Marchino arriva al Poggio verso le 17,30.
L’aia è brulicante. In mezzo ad una piccola folla Ave, Ida, la madre e la sorella di Marchino, danno sfogo a tutto il loro dolore.
Il padre, Mea, se ne sta seduto sopra a una ceppa: si regge la testa fra le mani; piange in silenzio.
In un lampo Marchino ha capito:
- Mamma, mamma !
Non è più una donna quella che gli risponde:
- Il nostro Quinto.. il nostro Quinto
- Anche il mi’ Dantino.. anche il mi’ Beppe....
Marchino è rabbrividito: una tragedia sta sconvolgendo la sua vita; la guerra non sembra mai troppo tremenda finché non ci tocca da vicino.
La madre gli rivolge uno sguardo supplichevole:
- Vai a riprendere Quinto. E’ sotto Villa Lapi
E’ una debole protesta quella della madre; sembra parlare a se stessa.
Poi, Ida pare uscire dallo stato incosciente in cui era precipitata al momento della notizia:
- Anche Dante, anche Dante… anche Dante....
Marchino non parla: non ci crede ancora. Qualcuno gli prepara una carretta con un lenzuolo sopra. E la madre continua quella sua triste nenia.
Marchino parte.
Nessuno lo segue: hanno ancora paura del rastrellamento. Intravede la grande vettrice, poi, non distanti, i corpi del fratello e del cugino.
L’odore che i due corpi emanano è insopportabile; Marchino si lega al naso il fazzoletto, poi avvolge il corpo del fratello nel lenzuolo; a fatica riesce a caricarlo sul carretto. Ripete la stessa operazione pietosa con il corpo di Dantino; poi, spingendo il carico doloroso, si avvia verso lo Spinelli. Davanti alla casa c’è Maria del Tranquillo, una sfollata del Galleno, che vedendo lo sguardo abbattuto del giovane, si offre:
- Aspetta un momento, che vengo ad aiutarti.
Riesce dalla casa tenendo una corda in mano: la lega al carretto.
Sulla salita si passa la corda sopra la spalla destra e comincia a tirare con tutte le sue forze.
Quando giungono in cima al Poggio, il sole sta tramontando: quasi a voler chiudere gli occhi sui poveri corpi.
Pia Guidi Banti alla vista dei due cadaveri martoriati si segna rapidamente, poi fa rientrare in casa i suoi piccoli Vittorio e Marisa.

Il funerale

Verso le 22, Marchino sta cominciando a riprendersi dallo choc subito.
Stende sull’aia un paio di cannicci e sopra vi sistema il fratello e il cugino; li copre con un lenzuolo.
Non c’è nessuno che viene a render visita alle salme: la paura imbestialisce l’uomo.
Tutta la notte le donne vegliano i corpi di Dante, di Quinto e del Pescio.
Una notte indimenticabile: ogni sua ora è impressa nell’anima di ognuno con lettere di fuoco.
Alle 6 del mattino Pia Banti prende il coraggio a quattro mani e si. reca a fàr visita nella vicina casa di Beppe Guidi.
Non sa neppure quello che dice; domanda incerta:
-A che ora li portate al cimitero?
Marchino lascia un momento solo i suoi ricordi per rispondere:
- Fra poco....
- Io e Maria dei Tranquillo ti diamo volentieri una mano.
- Grazie, Pia
- O babbo dov’è?
- E’ andato a farsi prestare un carretto dai livornesi.
- Ah, eccolo.. .. .povero Dindo.
Calde lacrime salgono agli occhi di Pia.
Il Dindo non vede nessuno; sussurra con voce fioca:
- L’hai preparato il materassino?
- Sì, babbo
C’è ormai da superare solo l’ultimo grande dolore: la separazione.
Il piccolo corteo parte: è l’ultimo viaggio per Quinto, il mattacchione, per Dante, il timoroso, e per Beppe, il saggio.



La sepoltura

Nel tratto di strada fra Cinelli e il Cimitero, Marchino e l e donne incrociano alcune camionette tedesche che, però, tirano dritto.
Al camposanto Marchino lascia il carretto per andare dal parroco don Ferdinando, Cerri, a chiedergli di benedire le salme e per conoscere con esattezza il luogo in cui seppellire i suoi cari.
Il parroco si rifiuta di andare al cimitero per paura dei Tedeschi; Manchino allora si rivolge al sagrestano Giulio Bonfiglioli con cui è anche mezzo imparentato; è lui che va al camposanto ad indicare a Marchino dove deve scavare le buche.
Dal rio delle Stanghe sale fino al cimitero Beppino, uno sfollato di Carrara.
Il pover’uomo aiuta Marchino a scavare. Nella buca più grande vengono messi Dante e Quinto, mentre il Pescio viene calato nell’altra.
A completare quella desolazione si aggiunge il fatto che la buca dei povero Pescio è troppo corta: il capo non poserà sul fondo della fossa ma sulla parete.
I cannoni americani, da S. Miniato, hanno ripreso a sparare. Ci si affretta per lasciare al più presto il cimitero. Soltanto Marchino rincasa più tardi. Si è fermato a un casolare per lavare il carretto: era l’immagine della morte.
Con questo triste rito si apre quel giovedì del 24 agosto 1944.

Il ritrovamento di Enos

Poggio Pieracci piange le sue vittime.
Gli sfollati poco dopo l’alba hanno deciso di abbandonare questo luogo di morte: in quel pugno di case, nel corso di tutta la notte, non si è parlato che di Quinto, di Dante, di Beppe, di Angiolo e del Tristi.
… E di Enos Cerrini: il suo corpo non è ancora stato ritrovato.
Ave e Ilia hanno sentito l’urlo di gioia che i tedeschi hanno gettato quando hanno colpito Enos; hanno visto il canneto preso di mira dalla postazione di Poggioni.
Melo, rientrato in casa, non sa darsi pace. Chiede a Betto:
- Bisogna ritrovare quel poveretto, e io credo di sapere dov’è. Ci vieni con me, Betto?
L’interpellato non ha esitazioni:
- Sì, vengo subito. Tanto i tedeschi non tornano più.
Scendono al porto di Salanova; salgono su un barchino e scivolano verso il canale: hanno con loro una scala.
Betto scende anche a camminare sull’argine, per poter vedere meglio: i fossi non sono stati ricavati e perciò sono disseminati di canne, di sarello, di biodo e di altre pianticelle palustri. E’ Melo a fare il macabro ritrovamento:
- Betto, Betto! L’ho trovato!
Dall’acqua affiora soltanto la testa bionda; è difficile recuperare il corpo poiché è gonfiato terribilmente.
La giovane nuca mostra ancora il foro del proiettile che ha stroncato la vita di Enos.
Melo e Betto stendono alla meglio il cadavere del Cerrini sulla scala che hanno portato e poi fanno tristemente ritorno al porto di Salanova.
Molte donne sono lì ad attenderli: una di esse prende un carretto mentre la mamma di Melo ha portato due lenzuoli.
Enos viene caricato sulla carretta e poi coperto. Frida e Pia Banti, da poco ritornate da accompagnare Dante, Quinto e il Pesce, decidono di dare una sepoltura subito anche a Enos. Dell’amico di Collesalvetti, partito all’alba di giovedì, non si saprà più niente.

Epilogo doloroso

- Ma com’è peso ! - esclama Elfrida su per la salita, anche se in questo momento le stanno aiutando alcuni uomini.
Poco dopo, in prossimità di Via delle Cerbaie, essi svaniscono nel nulla; Elfrida, Pia e le altre donne sono sole ora. Incrociano una camionetta di tedeschi, che non le guardano nemmeno.
Ma ad atterrirle è il rombo di un aereo.
Elfrida urla:
- Nel fosso! Ripariamoci nel fosso !
Il carretto è abbandonato in mezzo alla strada: l’aereo vi si getta come un falco; intorno rimbomba il suono metallico e lugubre della mitragliatrice.
Se n’è andato; le donne, dapprima timorose e guardinghe, poi sempre più spedite, raggiungono in poco tempo il cimitero.
Pia va a chiamare il padre, perché lo sotterri; Elfrida va a chiedere a don Cerri la benedizione per la salma.
Ma il prete la rifiuta anche a lei; no, non uscirà dalla canonica e la benedizione viene anche da lì.
Elfrida, fuori dalla casa del parroco, scoppia in un pianto affranto: è la parola fine su quelle strazianti e disumane vicende.

N.B. Qualche tempo dopo i genitori di Enos Cerrini, avvisati da Brunetto Lupi, uno sfollato di Fucecchio, esumeranno la salma che ora riposa in pace nel cimitero di Venturina.

Laura Cartura
(Le informazioni scritte le sono state fornite dagli scolari della classe quinta di Massarella)


 

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