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Le
quattro vittime di Poggio Pieracci
Presagio
E’ il pomeriggio dei 22 agosto 1944: una cappa di afa
soffocante avvolge il dolce paesaggio padulano.
Le stradine del piccolo agglomerato di case, i campi
rigogliosi sono deserti.
I numerosi sfollati che sì erano rifugiati a Poggio
Pieracci sembrano essere svaniti nel nulla.
Una parola sola sulla bocca e negli occhi di tutti:
rastrellamento.
Due giorni prima, infatti, i tedeschi hanno catturato un
centinaio di uomini e li hanno mandati all’Abetone,
destinazione Germania.
Il silenzio religioso della campagna è rotto solo dallo
starnazzare di qualche gallina e dal lento e malinconico
gracidare delle raganelle in Palude: i suoni dell’estate
sembrano rivelare un triste presagio.
Sull’ aia di Giuseppe Guidi, meglio conosciuto come il
Pescio, migliaia di spighe dorate attendono di essere
battute e lui, un uomo che ha dedicato la vita al suo
lavoro, senza curarsi dei pericoli che corre, esce di
casa per batterie con il correggiato.
Il comando dei tedeschi è a Villa Crocialoni e lo sa
bene Dantino, il figlio di Pescio:
- O babbo, torna in casa. I colpi potrebbero
insospettire i tedeschi!
Ma Giuseppe, fingendo di non sentire, continua con buona
iena il suo lavoro.
Dopo alcuni istanti anche Enos esce di casa con un
correggiato per dare una mano al Pescio.
Enos Cerrini ha 21 anni: un bei ragazzo biondo, con un
fisico massiccio messo in risalto dai corti pantaloncini
che indossa. Non è di Massarella; era stato catturato
alla Venturina. Con una lunga occhiata il Pescio sembra
valutarlo; dopo di che sentenzia profetico:
- Lascia perdere, Enos; non è lavoro per te.
Il giovane, guarda le rughe scavate sul volto del Pescio
da una vita dura e sofferta; poi i suoi occhi si perdono
nello spettacolo del Padule, dove l’afa sembra aver
fermato il tempo: tutto è come incantato; anche i
cannoni americani sulle colline saminiatesi tacciono.
Enos si scuote dai pensieri che lo stanno assalendo e
facendo roteare il correggiato, comincia a battere le
spighe. Sorride nel vedere lo sguardo divertito del
Pescio.
Dantino sta sulla soglia di casa; è sereno: sta cantando
una storiella in rima che va improvvisando.
Quasi a fargli eco, Enos lancia un gridolino di dolore
mentre si porta la mano al sopracciglio sinistro,
sanguinante per la botta ricevuta dal correggiato.
Il Guidi, sorridendo ironicamente, esclama:
- Vai a farti medicare da Ave; te l’avevo detto che non
era mestiere per te!
E con un’espressione beata, fiero della sua saggezza, si
rimette al lavoro.
Enos
- Ave, scendi giù. Enos s’è fatto male.
Così dicendo Dantino fa sedere l’amico al tavolo della
cucina.
La sorella di Dante scende le scale preoccupata e
osserva la ferita sulla fronte di Enos: una lieve
abrasione che non sanguina più.
Richiamata dalla confusione e dal trambusto, Ida, la
moglie del Pescio, scende anch’essa in cucina.
Dal suo volto arso dal sole, traspare una grande
malinconia. I suoi occhi sbiaditi dal pianto, fissano a
lungo Enos:
- Non è niente, Nini - sussurra dolcemente, accarezzando
il capo biondo. Dante si sente soffocare dentro; esce di
casa e va a dare una mano al padre,. che intanto, si è
coperto i capelli stopposi e grondanti di sudore, con un
cappellaccio.
In casa, Ave si siede con grazia davanti a Enos, e
chiede interessata:
- Ripetimi i nomi di tuo fratello e di tuo padre.
- Edos e Eros; una famiglia originale, vero?
- Eh, già, non riesco a ricordarli mai.
Ida sta guardando i due giovani; ma è come se non fosse
lì: il suo cuore annega in un mare dl. ricordi.
Ave continua a parlare, a parlare con Enos, provocandolo
con fare civettuolo:
- Vedremo se quando è passato il fronte, manterrai la
tua promessa. Tutto in conto, anche questa medicazione.
- Mio padre, a Venturina, fa il fabbro. Te ne porterà.
una secchiata di anellini. A costo di venirci in
bicicletta a portarteli; e li distribuisco a tutti qui
al Poggio Pieracci. Mi avete trattato come un figliolo.
La parola figlio, risuona a lungo negli orecchi e nel
cuore di Ida; le rughe sul viso si fanno più profonde.
Enos se ne accorge e, per consolarla:
- Vedrete, Ida, che torneranno a casa tutti e tre.
- Renato e Ferruccio forse sì, ma quello che è in
Russia...
Un pianto amaro si sparge sui lineamenti stanchi.
Dante
Al suono dei colpi del correggiato, tutti gli sfollati,
assetati di vita “normale”, cominciano a spuntare
magicamente da ogni direzione.
Si fermano sull’aia, lo sguardo perso in chissà quali
considerazioni. Il tempo di una chiacchierata e poi via:
il terrore che gli scorre nelle vene, li fa dileguare di
nuovo.
Il Pescio, figura slanciata e asciutta nella calura, non
può permettersi di perder tempo.
Fermandosi solo di quando in quando per asciugare il
sudore e per ravviare i suoi corti e spiritosi baffetti,
continua la sua opera.
Dante no, non è capace lui di restarsene con la testa
bassa; si distrae, il suo sguardo vaga continuamente,
alla ricerca di qualcosa o qualcuno.
- Quando si vaglia, babbo? - domanda indifferente.
- Appena si. alza il vento — e i piccoli occhi cerchiati
da mille rughe, si alzano verso il cielo, come in un
atto di preghiera.
Ed ecco arrivare, con passo spedito, Guido dello
Spinelli:
- 0 Beppe, mi presti una zappetta? La mia l’ho lasciata
stamane in Padule!
- Prendila pure, Melo: è in capanna.
Ma Melo oltre alla zappa vuole anche parlare un po'.
- In un periodo così triste, se non ci si aiuta fra noi!
- Così prende a guardare fisso Dantino, che sta
malamente cercando di usare il correggiato. Poi,
appoggiandosi stancamente alla zappetta, domanda
ironico:
- Te ne sei scordato del tuo mestiere, eh? Era più
facile fare il carabiniere, vero Dante?
- Mica tanto - risponde con un mezzo sorriso il giovane.
Non ancora soddisfatto il Melo chiede:
- Ma tu dov’eri l’8 settembre?
E Dante:
- Ero sotto il monte Pisano, a Colle di Compito.
Melo continua sempre più curioso:
- M’ha detto la mi’ moglie che appena è passato il
fronte ti sposi con Bianchina. E’ vero?
- Sì, sì. Ormai ho 28 anni; se ‘un c’era la guerra a
quest’ora…E’ già qualche anno che si mette da parte i
soldi per sposarci. A proposito, l’hai vista Bianchina?
La sto aspettando.
Ma Melo ha ormai soddisfatto la sua curiosità e così,
allontanandosi con la zappa in spalla, borbotta:
- Sarà nel rifugio coi suoi !
Ai nascondigli
E’ scesa la sera a Poggio Pieracci.
Nel silenzio quieto, carico di profumo d’erba e di
campagna, le stelle si lasciano cullare da una brezza
notturna ristoratrice. L’aia del Pescio è vuota adesso;
la piccola zappa che il Melo ha riportato nel tardo
pomeriggio è appoggiata a uno stipite.
Dantino e Enos, seduti sulla soglia della porta di casa,
si godono quella pace.
Sono circa le 22,00 e c’è un po' di nervosismo
nell’aria: Quinto, il cugino di Dante, sta ritardando:
- Ma che fa stasera il mi’ cugino. E il tuo amico, Enos,
quello di Collesalvetti, non viene neanche lui, stasera?
- No, Dante, stasera lui non viene. E’ stanco e ha detto
che vuole dormire su un materasso vero stanotte. La
paglia del nascondiglio gli stanca gli ossi, dice lui.
Dante quasi non sente l’amico; parlando a se stesso ad
alta voce dice:
- Scommetto che Quinto è andato a Massarella a trovare
la sua Enza. Scherza troppo lui con i pericoli.
Dalla cucina, Ida, quasi rimproverando il figlio fa eco:
- O Dante Quinto ha solo 19 anni. Se non si diverte ora.
Una sagoma smilza sta avanzando lungo la stradina. E’
Quinto. Dante protesta alzandosi in piedi:
- Era ora! Lo sai che i Tedeschi, i rastrellamenti li
fanno di notte. Non ci si può scherzare. Allora, ciao
babbo. Mi raccomando, se venissero, tu fingiti malato.
Beppe col suo solito fare blando esclama:
- Ma me tanto non mi prendono! Cosa vuoi che se ne
facciano di uno come me. Ho 58 anni, Dantino. Non servo
più a niente.
Quinto con l’entusiasmo dei suoi 19 anni canzona il
cugino:
- Tu, Dante, sei troppo pauroso. O come facevi a fare il
carabiniere?
Dante fingendo di non aver capito, chiede a Quinto:
- Tu fratello Marchino non viene con noi?
- No, lui va sotto la villa del Lapi - risponde Quinto,
incamminandosi.
Le tre figure furtive e veloci scendono in gronda
attraverso un piccolo viottolo. Con fare guardingo, il
cuore sospeso a metà fra terrore e fiducia in se stessi,
entrano in un fosso di Padule e raggiungono il
porticciolo dov’è il barchino.
Sciolgono con le mani tremanti la catena, salgono e
scivolano via: ombre nell’ombra della notte.
La vegetazione palustre come mai folta e rigogliosa in
quell’estate del ‘44, li protegge.
Ma nello stesso istante, sotto una luna pallida ,e
assente, altri barchini clandestini scivolano lungo i
canali, per condurre gli uomini ai loro nascondigli
notturni.
Comincia la tragedia
E’ quasi mezzanotte.
All’improvviso la pace della notte viene interrotta dal
rumore di cingoli, di moto, di camionette che stanno
avanzando. Sopraggiungono pattuglie tedesche che
scaricano mitraglie e tante munizioni: troppe.
Dalle capanne, dai rifugi, dalle case più vicine, si
spiano i movimenti.
I1 panico comincia a serpeggiare fra la gente. Gli
abitanti del. Poggio odono tutti i rumori ma non possono
fare niente: si comincia a. temere un nuovo
rastrellamento. Nella casa di Beppe Guidi c’è chi
gioisce e chi .invece si consuma nel dubbio.
Ida, la moglie del Pescio, sta pensando con sollievo a
Dantino salvo nel suo nascondiglio. Da questo momento in
poi è un susseguirsi di scene di terrore; i pochi uomini
rimasti scappano in fretta; abbandonano case, rifugi,
capanne, nella speranza di potersi salvare. Marchino,
fratello di Quinto, elude la sorveglianza delle SS a
villa Lapi, dove si trova Bruna la sua fidanzata;
raggiunge Cinelli e poi il Niccoletti. Gasparo Banti si
trova in un rifugio con Ugo Lombardi di 17 anni. Preso
dal panico, lascia il suo nascondiglio e in strada trova
il Melo e i suoi fratelli diretti in Padule. Li avverte
di tornare indietro; poi vede una pattuglia, la elude,
raggiunge i suoi 3 figli in Padule e li riporta fuori.
Ha modo di avvertire anche il babbo e il fratello di
Elfrida Del Bino e lo zio Ottavio.
Riescono a mettersi in salvo nei boschi dietro Poggio
Pieracci. Intanto Ugo Lombardi sta vivendo le ore più
drammatiche della sua vita.
Svegliato dalle zanzare si ritrova solo nel rifugio e
sente i Tedeschi a pochi metri di distanza. Seminudo e
in preda al terrore, si getta in un prunaio mentre i
Tedeschi, sentitolo, lo stanno cercando.
Scende verso lo Spinelli, ma viene individuato da una
pattuglia e, così, si rifugia in un campo di saggina:
sono momenti di pani con Ugo sente gli spari vicini,
deglutisce a fatica, mentre la fronte è bagnata di
sudore.
Fugge ancora e nella sua corsa disperata raggiunge
Poggio Pieracci, da dove prosegue per la casa del Gobbo.
Disperato si ferma a una capanna di sfollati: la paura
gli ha paralizzato la gola; scosso da violenti tremiti
non riesce neppure a svegliare qualcuno per chiedere
aiuto; ma un solo pensiero occupa la mente di Ugo: sarà
salvo?
Quinto
Anche Dante, Quinto ed Enos, da poco coricati sui loro
giacigli di paglia, hanno udito i rumori.
Il primo pensiero è per le persone care; Quinto pensa al
fratello Marchino, mentre Enos pensa all’amico che, per
aver preferito il materasso alla paglia, potrebbe non
riveder più.
E’ Quinto il primo a ritrovare la parola:
- Dormite, voi. Farò io la guardia; ho dormito tanto
oggi pomeriggio.
Gli altri due esausti, si addormentano mentre Quinto,
uscendo dalla capanna, abbraccia con gli occhi quello
splendido paesaggio di canne e stelle.
Si siede dove può e sorride, ripensando alle
stupidaggini con cui aveva fatto innervosire, quella
mattina, Enza..
Quinto ama molto la sua fidanzata, ma non può rinunciare
al ruolo che da sempre è suo a Massarella: essere il
centro di ogni festa, di ogni merenda, di ogni raduno
fra giovani.
Quinto è lo spirito che ama tutto; è l’entusiasmo,
l’allegria, la battuta sempre pronta.
Quinto, che non conosce la .permalosità, che sa imitare
tutti e tutto, è un elemento insostituibile.
Per Enza andrebbe nel fuoco, perché lei è tutto, ed è di
lei che prima o dopo, finisce sempre col parlare.
Tito, un amico di Quinto, una volta aveva insinuato:
- Io non credo che il tuo sia amore. Penso che sia.
gratitudine, riconoscenza. Eri un ragazzo di campagna e
i suoi parenti ti hanno portato a Roma, ti hanno
insegnato un mestiere. Queste parole avevano innervosito
molto Quinto e ancora adesso quell’insinuazione che gli
martella nella testa suona come una profanazione e una
smorfia contrae i suoi giovani lineamenti. In quello
stesso istante Tito sta scampando alla morte, gettandosi
in .acqua dal suo casotto in muratura sulla gronda.
L’immagine di Enza rievoca in Quinto quella di Roma.
Il suo futuro è là: il suo sarebbe stato un viaggio di
nozze senza ritorno; già, perché a Roma si sarebbe
svolta la sua vita con Enza.
Era là che Quinto aveva appreso l’arte del pasticcere ed
era là che era stato destinato per il servizio di leva
nei granatieri. Da là era fuggito dopo 1’8 settembre per
tornare a casa, esattamente una settimana prima di suo
fratello Marchino.
Intanto il rumore temuto si è momentaneamente fatto
silenzioso Le rane mandano il loro quieto gracidare come
sempre.
Ma nel silenzio ristabilito, crepita un mitra.
Una raffica lontana: per chi?
Quinto sussulta, Dante ed Enos si svegliano come in un
brutto incubo: il Gobbo e il Tisti sono morti, primi di
una lunga serie.
Continua la tragedia
Dante ed Enos hanno dato il cambio a Quinto, che vinto
dall’emozione si addormenta subito.
E.... .sogna se stesso dietro il banco della pasticceria
nuova; sogna sua moglie Enza e poi suo padre, che entra
dalla porta a vetri sorridendo e gli va incontro con le
braccia aperte:
-Bab…
La voce è soffocata da un uragano di esplosioni.
In un bagno di sudore, rizzatosi improvvisamente sul
letto di paglia, non sa se quell’inferno è vero o se sta
ancora sognando.
- Dante, Dante! - è un grido che esce angoscioso.
- Stai a terra Quinto, stai a terra!
Dunque si spara. Sembra il giorno dell’Apocalisse.
Il rumore è assordante, mentre terra, acqua, canne,
ricadono sui loro corpi accasciati fino a confondersi
con il terreno.
Quinto, strisciando, raggiunge gli altri; gli pare quasi
di non avere più paura con loro.
E Dante che parla:
- Non si può restare qui. Ci colpiranno con le
mitragliatrici. Bisogna calarci in acqua: il ciglione ci
riparerà dagli spari. Seguitemi !
Le mitragliatrici sistemate sui poggi e nei porticcioli.
sparano senza tregua, facendo del padule un mare in
tempesta.
I tre scivolano in acqua e subito si sentono più sicuri.
Si dirigono verso una botte di cemento, ma una cannonata
dai colli di Stabbia l’annienta.
Un brivido li immobilizza: l’inferno continua.
Tutt’intorno le grida straziate della gente di Stabbia e
le campane a morto di Massarella sembrano voler urlare a
tutto il mondo il loro canto luttuoso.
Che cosa significa tutto ciò? Quanto avrebbero resistito
ancora? Dante, Quinto ed Enos non staccano gli occhi gli
uni dagli altri: è il panico.
Tornano verso Stillo; hanno la sensazione di essere loro
il centro di tutto.
Dai poggi vicini giungono le grida delle donne che
dicono:
- Non uscite, non uscite!
Enos e Quinto si tolgono l’ingombro della camicia mentre
Dantino si piega su se stesso, le mani alle orecchie, in
preda all’orrore: è una guerra impari con la morte e c’è
chi l’ha già persa: sulla gronda stanno morendo Mea e il
Pescio nel tentativo di salvare il figlio; in tabaccaia
la morte abbraccia nella sua gelida morsa Sandra
Settepassi che ha solo 18 anni.
Il Padule intanto è ancora sconvolto da un uragano
crudele: NAZISMO.
La resa
Alle 9,00 del mattino Eros, Dantino e Quinto sono ancora
in acqua mentre intorno a loro infuria la sparatoria.
I tre sono storditi dalle esplosioni.
Attraverso le canne che sono sul ciglione che serve loro
da protezione, essi possono vedere il porto di Millo e
la gronda. Quinto fa un gesto agli amici e gli indica il
porto: Chiodo, certo Lavinio Magnani, il suocero di
Adriano Talini, si avvicina con le mani alzate alla
pattuglia tedesca.
Non gli sparano, ma lo interrogano e lo conducono via. I
tre giovani hanno un attimo di sollievo.
La campana intanto continua a unire il suo suono
malinconico a quello degli urli delle donne.
Nel frastuono di quell’inferno si possono distinguere
lamenti e pianti.
Dante, sempre più impaurito, chiede con uno sguardo di
seguire l’esempio di Chiodo.
Così si arrendono: emergono piano piano dall’acqua con
le mani alzate.
La pattuglia non apre il fuoco: forse gli sembrano
innocui quei tre poveracci, grondanti d’acqua.
Si dirigono verso la gronda e per Dante, Quinto ed Enos
è la fine di un incubo: gli spari si stanno
allontanando.
Meglio finire deportati che morire in quella Apocalisse.
I soldati li stanno conducendo allo Spinelli dove è
dislocato uno dei comandi.
Da Villa Lapi un ufficiale ha visto la scena: è furente;
scalpita e scende verso lo Spinelli.
Il triste suono delle campane continua a riempire l’aria
di tristi presagi.
Dante, Quinto ed Enos sono ormai prossimi al comando; ma
in giro non c’è anima viva.
Dove sono tutti gli sfollati della casa Spinelli? Dante
si guarda intorno: nessuno! E’ esterrefatto.
Le ultime immagini
Dante, Quinto ed Enos sono ora circondati dai soldati di
stanza nella casa dello Spinelli.
Frida, 20 anni, si trova nel rifugio antistante l’aia.
Ha riconosciuto la voce di Dantino, suo prossimo
cognato.
Tra l’indifferenza di tutti i tedeschi, la giovane si
avvicina ai tre e, con tono di rimprovero e di supplica
al contempo, chiede:
- O Dante, o come mai siete usciti fuori dal Padule? Che
vi faranno ora?
Ma Dante non si era neppure posto il problema: era
troppa la smania di allontanarsi da quell’inferno di
spari.
- Al massimo ci deporteranno, anche se non sarà
difficile convincerli che noi non siamo partigiani!
Gli altri due sono pienamente d’accordo. Perché
preoccuparsi di un problema che non esiste?
Frida, invece, non è per niente convinta: scuote il capo
tristemente.
Quinto le sorride e poi quasi a volerla tranquillizzare
le dice:
- Invece di star costì a fare il melodramma, perché non
vai a prenderci qualche vestito ché siamo tutti ignudi?
Mi raccomando, non impaurire mamma!
Frida dimentica i suoi pensieri; è felice di poter dare
una mano.
Si accinge a partire ma:
- Freule, dove andare?
La ragazza non ha un attimo di esitazione:
- Andare prendere vestiti - e si incammina lesta.
Dal rifugio comincia la lunga processione di donne, tra
le quali anche la mamma di Frida e Maria del Tranquillo.
Sono tutte lì per difendere i tre giovanotti: giurano su
ciò che hanno di più caro al mondo che quei ragazzi non
sono partigiani, che non possono esserlo; altrimenti non
si sarebbero arresi subito.
Quinto, Dante ed Enos cercano di leggere sul. volto del
comandante: si sta convincendo.
La morte
Ma all’improvviso una voce imperiosa ordina:
- RAUS!
E’ l’ufficiale delle SS che ha lasciato Villa Lapi solo
per venire ad impartire nuove e più crudeli direttive.
- Raus! - continua a gridare.
Le donne terrorizzate ritornano rapidamente nei loro
rifugi; nello stesso istante Frìda bussa alla porta
della casa di Dante per avvertire la povera Ida.
L’ufficiale infuriato ha già deciso della sorte dei tre
giovani:
- Essere partigiani! Kaput!
La ferocia, l’odio che si legge sul volto, non possono
ammettere replica.
Indica alla pattuglia una viottola lungo la gronda, in
direzione della grande vettrice, ai piedi del poggio di
Villa Lapi.
Lo sguardo gelido dell’ufficiale SS segue a lungo il
funereo drappello: poi si distoglie annoiato.
Dante si sente percorrere da un brivido sconosciuto; una
sensazione che si prova una sola volta nella vita.
Tutto cessa di avere importanza adesso; si aspetta
soltanto il segnale che scriverà la parola fine su
quella triste storia.
- Appena sentite il loro ordine, scappate senza voltarvi
— così parla Dante rivolgendosi a Quinto ed Enos.
La grande vettrice è ormai a pochi passi. Il silenzio di
morte risuona all’improvviso dal secco comando di uno
dei soldati a cui fa seguito la violenta raffica del
mitra: Dante ha visto per l’ultima volta il suo Padule.
Quinto, gli occhi sbarrati per l’orrore, ha guadagnato
solo una. cinquantina di metri; appena Dantino cade al
suolo, una seconda raffica stronca la sua giovane
esistenza.
Soltanto Enos è riuscito a raggiungere una macchione di
sarello. I colpi dei tedeschi non lo raggiungono, ma lui
sente quella musica agghiacciante rimbombare in ogni
parte del suo corpo. La pattuglia si scaglia allora
contro i corpi senza vita di Dante e Quinto: vengono
martoriati, profanati senza rispetto; non contenti i
tedeschi cavano gli occhi ai due cadaveri, come barbaro
trofeo.
Enos intanto è entrato in un canneto e poi in un canale.
Vuole allontanarsi il più possibile dalla gronda: anche
se questo significa ritornare nell’apocalittico cerchio
di fuoco.
In quel momento la sorella di Dante, il babbo e la
sorella di Quinto vengono fermati da una pattuglia nelle
piagge di Poggioni, mentre stanno portando i vestiti ai
loro cari.
Uno dei soldati intima al piccolo gruppo di tornare
indietro.
- Portare vestiti a mio fratello - spiega Ave.
- Raus! Non potere. Non servire più !
Il Dindo, scoraggiato, tornò indietro.
Ave e Ilia, invece, rimangono accanto alla postazione
della pattuglia nella speranza che le facciano passare.
Dalla mitragliatrice lì vicina si spara convulsamente; i
soldati additano qualcuno nel canale.
Ave e Ilia in un balzo sono in piedi; si avvicinano alla
postazione da cui si spara, per poter vedere cos’ è o
chi è che si sta muovendo nel canale.
Ave intravede fra le canne un giovane che sta nuotando:
è biondo, è Enos!
- Non sparate. Non sparate. Lui non è partigiano.
Le urla di Ave infastidiscono i tedeschi. Un mitragliere
le ordina di tacere, puntando su lei e su Ilia una
pistola.
Le due ragazze fuggono via; sentono la mitragliatrice
cercare avidamente quel corpo; poi un grido di esultanza
di vittoria.
Enos, mentre si stava aggrappando a un cespuglio per
tirarsi su, è stato colpito da un proiettile alla testa:
il suo corpo scivola nell’acqua, un tuffo nell’abisso
più profondo.
Ma mentre il giovane muore c’è chi vive ore di terrore,
temendo per la propria salvezza.
Olga, una parente di Quinto, con il figlioletto Fiorenzo
per mano, scende alla casa dello Spinelli e per poco non
viene uccisa. La rilasciano solo perché hanno pietà
delle grida di pianto di Rena, la bimba più piccina di
Olga.
Frida, invece, che ha subito la stessa sorte, deve
attendere lunghissime ore prima del rilascio.
Siamo vive!
Ma il fuoco non ha pietà di questa tragedia e continua a
imperversare in tutto il Padule. Sono le ore 11.
Il sole implacabile d’agosto infierisce sui cadaveri
mentre la terra si macchia del loro sangue.
L’odore della carne in putrefazione attiva nugoli di
insetti; il loro ronzio sembra voler rispondere al suono
incessante delle campane, alle urla strazianti delle
donne, al crepitio delle mitragliatrici.
I corpi delle povere vittime gonfiano sotto il sole e si
tingono
di nero.
A mezzogiorno la sparatoria cessa; una domanda sale
sulla bocca
di tutti:
“Sarà l’intervallo per il rancio dei soldati o è finito
tutto?”
Ma, con grande sollievo, le mitraglie vengono ricaricate
sulle camionette; dalla casa di Cleto viene tolto il
grande lenzuolo bianco: le donne dello Stillo e di
Cavallaia possono far rientrare gli uomini.
Soltanto a Poggio Pieracci, alla casa dello Spinelli,
nessuno osa uscire: ci sono ancora pattuglie in giro.
I tedeschi prima di ritirarsi, vogliono festeggiare la
strage che hanno compiuto; così danno fuoco alle biche
di grano in prossimità della gronda e anche alle
capanne; poi fanno razzia di polli e di uova e si
dirigono verso Villa Crocialoni. Verso le 16 i tedeschi
sono spariti dalle case dello Spinelli e anche da Villa
Lapi: le donne sono fuori adesso; si guardano con
stupore, si studiano.
Sembra la prima volta che si vedono. A che cosa pensano?
Siamo vive!!!!!
Il ritrovamento di Quinto e Dante
Bruna, la fidanzata di Marchino, insospettita da certi
cenni che avevano fatto i soldati delle SS prima di
abbandonare la Villa, scende giù, verso la grande
vettrice, insieme ad altri sfollati della casa di Guido,
vicino a Villa Lapi.
La vista dei due cadaveri la inorridisce; una sfollata,
gli occhi pieni di terrore, grida con voce stridula:
- Ma quello è il carabiniere e l’altro è il giovane che
pochi giorni fa ci ha venduto la carne. Quello che ci
faceva sempre ridere. Come si chiamava? Ah, Quinto!
Bruna è rimasta in disparte. Al sentire il nome di
Quinto impallidisce, si sente venir meno.
Osserva a lungo il corpo steso a terra, a una trentina
di metri da Dantino
- E’ proprio lui! Non ci sono dubbi – se lo ripete
mentre corre verso lo Spinelli.
Vorrebbe urlare a un gruppo di donne, ma dalla bocca non
escono che rantoli.
Il suo viso è contratto in una smorfia di dolore che ne
altera i lineamenti; un senso indefinito di nausea la
opprime.
A Poggio Pieracci, in prossimità della casa di Quinto,
sente grida disperate: Ave e Ida piangono il Pescio,
morto nel tentativo di salvare il suo Dantino.
Qualcuno ha in mano la zappetta che Beppe aveva portato
con sé, come copertura per i tedeschi.
Sull’aia insieme ad Ida e Ave, ci sono il babbo e la
mamma di Quinto: sono loro i primi ad accorgersi della
presenza di Bruna. Eva, la madre di Quinto, legge nel
volto della ragazza la verità.
E’ un urlo disumano, animalesco, quello che si leva al
cielo:
-Ma..è morto anche Quinto!
Bruna non regge al momento di disperazione estrema:
sviene.
Le prime parole che gli escono dalla bocca sono due
nomi:
- Quinto… Dantino!
Un lampo di terrore attraversa gli occhi di Ave e di
Ida: anche il loro Dante.
Le urla sono così forti che si possono sentire anche a
Cinelli. Qualcuno, insospettito, ha chiamato Marchino,
fratello di Quinto, che verso le 17 si incammina in
direzione del Poggio, senza essere però molto
preoccupato.
Frida
Verso le 16 dalla camera dove è stata chiusa esce
Elfrida. I Tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni
allo Spinelli. Dalla finestra della camera ha potuto
vedere il cadavere del Pescio; quando lascia la casa,
tutte le sfollate si avvicinano con orrore al corpo di
Beppe.
Qualcuno comincia a dire che alla grande vettrice ci
sono i corpi martoriati di Dantino e Quinto.
Elfrida non vuol crederci; si sono sbagliati senz’altro.
Ma la paura le attanaglia il cuore, così. si incammina
verso la gronda.
Prosegue lungo il viottolo, riparandosi dai violenti
raggi facendosi scudo con la mano, e poi all’improvviso
il cadavere di Dantino, abbandonato sull’erba.
E’ uno spettacolo raccapricciante; tutto il corpo è
gonfio e poi quegli insetti che si riversano senza posa
sul corpo esanime. Elfrida porta le mani sulla testa e
nello stesso istante scorge Quinto.
E’ troppo per la povera ragazza; si guarda intorno
timorosa: è sola, sola con i due cadaveri.
Si rintana nel rifugio:
- Non uscirò più!!
La rivedranno infatti soltanto l’indomani, in uno stato
confusionale tale da non poter neanche parlare.
Dolore in casa di Beppe Guidi
Marchino arriva al Poggio verso le 17,30.
L’aia è brulicante. In mezzo ad una piccola folla Ave,
Ida, la madre e la sorella di Marchino, danno sfogo a
tutto il loro dolore.
Il padre, Mea, se ne sta seduto sopra a una ceppa: si
regge la testa fra le mani; piange in silenzio.
In un lampo Marchino ha capito:
- Mamma, mamma !
Non è più una donna quella che gli risponde:
- Il nostro Quinto.. il nostro Quinto
- Anche il mi’ Dantino.. anche il mi’ Beppe....
Marchino è rabbrividito: una tragedia sta sconvolgendo
la sua vita; la guerra non sembra mai troppo tremenda
finché non ci tocca da vicino.
La madre gli rivolge uno sguardo supplichevole:
- Vai a riprendere Quinto. E’ sotto Villa Lapi
E’ una debole protesta quella della madre; sembra
parlare a se stessa.
Poi, Ida pare uscire dallo stato incosciente in cui era
precipitata al momento della notizia:
- Anche Dante, anche Dante… anche Dante....
Marchino non parla: non ci crede ancora. Qualcuno gli
prepara una carretta con un lenzuolo sopra. E la madre
continua quella sua triste nenia.
Marchino parte.
Nessuno lo segue: hanno ancora paura del rastrellamento.
Intravede la grande vettrice, poi, non distanti, i corpi
del fratello e del cugino.
L’odore che i due corpi emanano è insopportabile;
Marchino si lega al naso il fazzoletto, poi avvolge il
corpo del fratello nel lenzuolo; a fatica riesce a
caricarlo sul carretto. Ripete la stessa operazione
pietosa con il corpo di Dantino; poi, spingendo il
carico doloroso, si avvia verso lo Spinelli. Davanti
alla casa c’è Maria del Tranquillo, una sfollata del
Galleno, che vedendo lo sguardo abbattuto del giovane,
si offre:
- Aspetta un momento, che vengo ad aiutarti.
Riesce dalla casa tenendo una corda in mano: la lega al
carretto.
Sulla salita si passa la corda sopra la spalla destra e
comincia a tirare con tutte le sue forze.
Quando giungono in cima al Poggio, il sole sta
tramontando: quasi a voler chiudere gli occhi sui poveri
corpi.
Pia Guidi Banti alla vista dei due cadaveri martoriati
si segna rapidamente, poi fa rientrare in casa i suoi
piccoli Vittorio e Marisa.
Il funerale
Verso le 22, Marchino sta cominciando a riprendersi
dallo choc subito.
Stende sull’aia un paio di cannicci e sopra vi sistema
il fratello e il cugino; li copre con un lenzuolo.
Non c’è nessuno che viene a render visita alle salme: la
paura imbestialisce l’uomo.
Tutta la notte le donne vegliano i corpi di Dante, di
Quinto e del Pescio.
Una notte indimenticabile: ogni sua ora è impressa
nell’anima di ognuno con lettere di fuoco.
Alle 6 del mattino Pia Banti prende il coraggio a
quattro mani e si. reca a fàr visita nella vicina casa
di Beppe Guidi.
Non sa neppure quello che dice; domanda incerta:
-A che ora li portate al cimitero?
Marchino lascia un momento solo i suoi ricordi per
rispondere:
- Fra poco....
- Io e Maria dei Tranquillo ti diamo volentieri una
mano.
- Grazie, Pia
- O babbo dov’è?
- E’ andato a farsi prestare un carretto dai livornesi.
- Ah, eccolo.. .. .povero Dindo.
Calde lacrime salgono agli occhi di Pia.
Il Dindo non vede nessuno; sussurra con voce fioca:
- L’hai preparato il materassino?
- Sì, babbo
C’è ormai da superare solo l’ultimo grande dolore: la
separazione.
Il piccolo corteo parte: è l’ultimo viaggio per Quinto,
il mattacchione, per Dante, il timoroso, e per Beppe, il
saggio.
La sepoltura
Nel tratto di strada fra Cinelli e il Cimitero, Marchino
e l e donne incrociano alcune camionette tedesche che,
però, tirano dritto.
Al camposanto Marchino lascia il carretto per andare dal
parroco don Ferdinando, Cerri, a chiedergli di benedire
le salme e per conoscere con esattezza il luogo in cui
seppellire i suoi cari.
Il parroco si rifiuta di andare al cimitero per paura
dei Tedeschi; Manchino allora si rivolge al sagrestano
Giulio Bonfiglioli con cui è anche mezzo imparentato; è
lui che va al camposanto ad indicare a Marchino dove
deve scavare le buche.
Dal rio delle Stanghe sale fino al cimitero Beppino, uno
sfollato di Carrara.
Il pover’uomo aiuta Marchino a scavare. Nella buca più
grande vengono messi Dante e Quinto, mentre il Pescio
viene calato nell’altra.
A completare quella desolazione si aggiunge il fatto che
la buca dei povero Pescio è troppo corta: il capo non
poserà sul fondo della fossa ma sulla parete.
I cannoni americani, da S. Miniato, hanno ripreso a
sparare. Ci si affretta per lasciare al più presto il
cimitero. Soltanto Marchino rincasa più tardi. Si è
fermato a un casolare per lavare il carretto: era
l’immagine della morte.
Con questo triste rito si apre quel giovedì del 24
agosto 1944.
Il ritrovamento di Enos
Poggio Pieracci piange le sue vittime.
Gli sfollati poco dopo l’alba hanno deciso di
abbandonare questo luogo di morte: in quel pugno di
case, nel corso di tutta la notte, non si è parlato che
di Quinto, di Dante, di Beppe, di Angiolo e del Tristi.
… E di Enos Cerrini: il suo corpo non è ancora stato
ritrovato.
Ave e Ilia hanno sentito l’urlo di gioia che i tedeschi
hanno gettato quando hanno colpito Enos; hanno visto il
canneto preso di mira dalla postazione di Poggioni.
Melo, rientrato in casa, non sa darsi pace. Chiede a
Betto:
- Bisogna ritrovare quel poveretto, e io credo di sapere
dov’è. Ci vieni con me, Betto?
L’interpellato non ha esitazioni:
- Sì, vengo subito. Tanto i tedeschi non tornano più.
Scendono al porto di Salanova; salgono su un barchino e
scivolano verso il canale: hanno con loro una scala.
Betto scende anche a camminare sull’argine, per poter
vedere meglio: i fossi non sono stati ricavati e perciò
sono disseminati di canne, di sarello, di biodo e di
altre pianticelle palustri. E’ Melo a fare il macabro
ritrovamento:
- Betto, Betto! L’ho trovato!
Dall’acqua affiora soltanto la testa bionda; è difficile
recuperare il corpo poiché è gonfiato terribilmente.
La giovane nuca mostra ancora il foro del proiettile che
ha stroncato la vita di Enos.
Melo e Betto stendono alla meglio il cadavere del
Cerrini sulla scala che hanno portato e poi fanno
tristemente ritorno al porto di Salanova.
Molte donne sono lì ad attenderli: una di esse prende un
carretto mentre la mamma di Melo ha portato due
lenzuoli.
Enos viene caricato sulla carretta e poi coperto. Frida
e Pia Banti, da poco ritornate da accompagnare Dante,
Quinto e il Pesce, decidono di dare una sepoltura subito
anche a Enos. Dell’amico di Collesalvetti, partito
all’alba di giovedì, non si saprà più niente.
Epilogo doloroso
- Ma com’è peso ! - esclama Elfrida su per la salita,
anche se in questo momento le stanno aiutando alcuni
uomini.
Poco dopo, in prossimità di Via delle Cerbaie, essi
svaniscono nel nulla; Elfrida, Pia e le altre donne sono
sole ora. Incrociano una camionetta di tedeschi, che non
le guardano nemmeno.
Ma ad atterrirle è il rombo di un aereo.
Elfrida urla:
- Nel fosso! Ripariamoci nel fosso !
Il carretto è abbandonato in mezzo alla strada: l’aereo
vi si getta come un falco; intorno rimbomba il suono
metallico e lugubre della mitragliatrice.
Se n’è andato; le donne, dapprima timorose e guardinghe,
poi sempre più spedite, raggiungono in poco tempo il
cimitero.
Pia va a chiamare il padre, perché lo sotterri; Elfrida
va a chiedere a don Cerri la benedizione per la salma.
Ma il prete la rifiuta anche a lei; no, non uscirà dalla
canonica e la benedizione viene anche da lì.
Elfrida, fuori dalla casa del parroco, scoppia in un
pianto affranto: è la parola fine su quelle strazianti e
disumane vicende.
N.B. Qualche tempo dopo i genitori di Enos Cerrini,
avvisati da Brunetto Lupi, uno sfollato di Fucecchio,
esumeranno la salma che ora riposa in pace nel cimitero
di Venturina.
Laura Cartura
(Le informazioni scritte le sono state fornite dagli
scolari della classe quinta di Massarella)
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