GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Altre due vittime a Poggio Pieracci: Guido Matteoni e Angiolo Guidi

 

A Carrara Guido Matteoni, detto il Tisti, aveva messo su un negozio e aveva fatto fortuna.
Era nativo della Querce e si era sposato con una ragazza delle Spianate.
Nel 1944 aveva 44 anni e aveva due figli: un maschio e una femmina.
Nel luglio di quell’anno, il 1944, la città Carrara veniva bombardata quasi quotidianamente mentre i tedeschi effettuavano con una frequenza impensabile rastrellamenti e rappresaglie.
Guido pensava a dove potersi rifugiare.
Poi si ricordò che a Massarella aveva un amico detto il Gobbo. Tutti gli anni andava a caccia da lui. Aveva una casa al Poggio Pieracci ben al sicuro. E il Gobbo era un uomo ospitale. Dopo averci pensato un po', ai primi di luglio, disse a sua moglie e ai suoi figli:
- Ci trasferiamo a Massarella dal mio amico Gobbo. Là saremo al sicuro! Potremmo andare anche dai miei parenti alla Querce; ma è meglio dal mio amico!
Alcuni giorni dopo partirono. Quando arrivarono dal Gobbo gli chiesero se potevano rimanere per un po’ di tempo.
Il Gobbo accettò subito e li accolse molto volentieri.
A casa del Gobbo dopo il 21 luglio, arrivarono altri sfollati. Non era facile dar da mangiare a tutti. Allora il Gobbo cominciò ad andare ogni mattina col barchino a Stabbia o in Cavallaia a fare rifornimento di cibarie: frutta, verdura, legumi, patate, grano da macinare.
Una mattina di agosto Guido disse ad Angiolo:
- 0 Gobbo, posso venire anch’io? Come mi piacerebbe rivedere i posti dove si andava a caccia!
Il Gobbo rispose:
- Io ti ci porto, ma la tua moglie non brontolerà mica? E se poi i tedeschi ti prendono?
Il Matteoni proseguì:
- No, non mi prendono. Con quest’ernia ombelicale di che cosa se ne fanno di me!
- Allora vieni, se ci tieni tanto - sospirò il Gobbo. Così dicendo partirono tranquillamente. A Guido piacevano molto quei luoghi e s’incantava a vedere il panorama. Giunti in Cavallaia acquistarono carne, pane, frutta e vino. Appena tornarono al Poggio, il Gobbo felice urlò:
- Gente, uscite! Abbiamo portato da mangiare.
Tutti uscirono dalle case e tutti comprarono qualcosa. Mentre stavano facendo tutto questo baccano il figlio maggiore del Tisti gridò:
- C’è una pattuglia tedesca qui vicino !C’è una pattuglia.
Le persone che poco prima si erano accalcate intorno alle ceste del cibo, in un secondo sparirono dietro le case.
Per fortuna, però, la pattuglia non si avvicinò alle abitazioni.
Il Gobbo e il Tisti in casa molte parlavano dei bei tempi passati. Ad un certo punto il Gobbo disse:
- O Guido, siccome il mi’ figliolo Piero ha paura, ci vieni domattina con me ? Si va a prendere cocomeri e mele e si governa la mia bestia in Cavallaia.
- Certo che ci vengo - rispose il Tisti.
Il Gobbo precisò:
- Dobbiamo partire, però, molto presto, altrimenti i tedeschi ci vedono.
Guido accettò volentieri e si coricò molto prima del solito per essere pronto al mattino verso le ore tre.
Era la notte del 22 agosto. A mezzanotte centinaia di tedeschi con le loro artiglierie leggere trainate da camionette e da mezzi corazzati si disposero lungo una linea perimetrale prestabilita. L’arrivo di questi contingenti fu avvertito anche a Poggio Pieracci e mise in allarme tutti i massigiani. Soltanto tutti coloro che erano rifugiati nella casa del Gobbo, non molto distante da Poggio Pieracci, non percepirono né il rumore della soldataglia in arrivo né la presenza di pattuglie armate disposte lungo la gronda del Padule.
Così verso le 3 del mattino del 23 agosto il Gobbo e Guido si prepararono per uscire.
Il mio nonno Ugo, dopo essersi sottratto fortunosamente alla cattura dei tedeschi che lo avevano braccato, era nascosto lì vicino alla casa di Angiolo Guidi e vide uscirne le sagome di due uomini ; sentì anche il lieve rumore dei loro passi. Il Gobbo ed il Tisti scesero furtivi in gronda, entrarono in un fosso e dopo aver. camminato un po’ raggiunsero il loro barchino.
Il Tisti che aveva in tasca la chiave della catena che legava il barchino la prese e la infilò nel lucchetto; poi girò e la catena scivolò nell’acqua emettendo un debole ciangottio.
Una delle numerose pattuglie in servizio lungo la gronda fu insospettita da quel tenue rumore. Un tedesco scorse le sagome dei due massigiano ed urlò parole incomprensibili.
Guido si girò impaurito: due raffiche di mitra partirono fulminee. Il Tisti, colpito al cuore, morì sul colpo. Il Gobbo, invece, fu ferito mortalmente. La raffica gli aveva squarciato la pancia. Per oltre un’ora gridò inascoltato:
- Maggina. . . .Piero ....Aiuto! Venite a salvarmi.
Tutti in casa del Gobbo, svegliati dalle due raffiche di mitra avevano udito le invocazioni di aiuto che Angiolo aveva lanciato per oltre un’ora.
Quel lamento straziava la notte, ma nessuno poteva soccorrere il Guidi.
All’alba un colpo di mortaio partì da uno dei tanti porti del Padule. Era il segnale dell‘inizio della strage. Una pioggia incessante di bombe e di pallottole cominciò a cadere in padule. Questa pioggia infernale si protrasse fino a mezzogiorno.
I cadaveri del Gobbo e del Tisti, cotti dal sole d’ agosto rifocillavano intanto sciami d’insetti.
I soldati tedeschi scorrazzarono in gronda fino alle ore 16 del pomeriggio. Un razzo bianco segnò la fine di questa strage disumana.
La moglie del Gobbo, allora, disse piangendo:
- Chi va a prendere mio marito e Guido? Sono morti!
Nessuno si fece avanti. Così lei stessa andò nel luogo di morte. Quando arrivò nei paraggi del barchino sentì una grande puzza e vide i corpi martoriati e ricoperti d’insetti del suo Angiolo e del Tisti.
Mortificata ed amareggiata per la propria impotenza, emettendo rantoli di rabbia e di pianto, ritornò di corsa a casa e urlò:
- Abbiate pietà di me. Non posso da sola portar via i due morti.
Benedetto Guelfi e Buffi Angiolino, incuranti del pericolo dei tedeschi, presero due scale a pioli e si diressero nel luogo d’attracco del barchino del Gobbo. Benché respinti dal nauseabondo fetore, Betto ed il Buffi sollevarono uno per uno i due cadaveri, li stesero sulle due scale trasformate in barelle e, compiendo due viaggi, li portarono a casa.
Mentre veniva scaricato il corpo del povero Angiolo, giunse da Cavallaia la figlia Maggina, letteralmente esterrefatta nel vedere il corpo esanime di suo padre.
Gli sfollati sembravano essersi dileguati.
Le salme vennero composte su di un materasso in cucina. Per tutta la notte le rustiche pareti risuonarono del pianto delle due vedove e dei loro figli.
Di buon mattino, all’alba si udì il cigolio di un carretto: i cognati del Gobbo portavano una cassa fatta con delle tavole grezze, mentre la moglie del Tisti era andata alle Spianate a trovare una cassa da morto per il marito.
I cognati del Gobbo sistemarono la salma nella cassa, la caricarono su di un carretto senza chiuderla e la portarono in cima alla salita di via Salanova. Poi ci pensarono le donne a portare il cadavere al cimitero. Qui trovarono il figlio del Gobbo e Gennaro, il marito di Maggina. Piero vedendo il corpo del padre nutrì dentro di sé fieri propositi di vendetta; poi con Gennaro scavò la buca, chiuse la cassa, la calò nella fossa, la ricoprì di terra e tornò a casa.
Entrato in cucina vide sopra un materasso, coperto, da un lenzuolo qualcuno che dormiva. Si accostò al materasso, si piegò e disse:
- Che dormi ancora?
Nel dire così alzò il lenzuolo e si trovò davanti il cadavere del Tisti. La salma del Tisti venne sistemata poco dopo nella cassa acquistata alle Spianate. Appena giunse il parroco della Querce, don Ivo Magozzi, la cassa venne caricata su di un carretto e portata nel cimitero del paese natio. Al mesto corteo funebre presero parte i familiari del Tisti, Piero Guidi e alcune donne.
Katia Lombardi,
scolara della classe quinta di Massarella, in collaborazione con i compagni Tiziano Flammia, Marco Rofi e Tania Campigli


 

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