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A
Carrara Guido Matteoni, detto il Tisti, aveva messo su
un negozio e aveva fatto fortuna.
Era nativo della Querce e si era sposato con una ragazza
delle Spianate.
Nel 1944 aveva 44 anni e aveva due figli: un maschio e
una femmina.
Nel luglio di quell’anno, il 1944, la città Carrara
veniva bombardata quasi quotidianamente mentre i
tedeschi effettuavano con una frequenza impensabile
rastrellamenti e rappresaglie.
Guido pensava a dove potersi rifugiare.
Poi si ricordò che a Massarella aveva un amico detto il
Gobbo. Tutti gli anni andava a caccia da lui. Aveva una
casa al Poggio Pieracci ben al sicuro. E il Gobbo era un
uomo ospitale. Dopo averci pensato un po', ai primi di
luglio, disse a sua moglie e ai suoi figli:
- Ci trasferiamo a Massarella dal mio amico Gobbo. Là
saremo al sicuro! Potremmo andare anche dai miei parenti
alla Querce; ma è meglio dal mio amico!
Alcuni giorni dopo partirono. Quando arrivarono dal
Gobbo gli chiesero se potevano rimanere per un po’ di
tempo.
Il Gobbo accettò subito e li accolse molto volentieri.
A casa del Gobbo dopo il 21 luglio, arrivarono altri
sfollati. Non era facile dar da mangiare a tutti. Allora
il Gobbo cominciò ad andare ogni mattina col barchino a
Stabbia o in Cavallaia a fare rifornimento di cibarie:
frutta, verdura, legumi, patate, grano da macinare.
Una mattina di agosto Guido disse ad Angiolo:
- 0 Gobbo, posso venire anch’io? Come mi piacerebbe
rivedere i posti dove si andava a caccia!
Il Gobbo rispose:
- Io ti ci porto, ma la tua moglie non brontolerà mica?
E se poi i tedeschi ti prendono?
Il Matteoni proseguì:
- No, non mi prendono. Con quest’ernia ombelicale di che
cosa se ne fanno di me!
- Allora vieni, se ci tieni tanto - sospirò il Gobbo.
Così dicendo partirono tranquillamente. A Guido
piacevano molto quei luoghi e s’incantava a vedere il
panorama. Giunti in Cavallaia acquistarono carne, pane,
frutta e vino. Appena tornarono al Poggio, il Gobbo
felice urlò:
- Gente, uscite! Abbiamo portato da mangiare.
Tutti uscirono dalle case e tutti comprarono qualcosa.
Mentre stavano facendo tutto questo baccano il figlio
maggiore del Tisti gridò:
- C’è una pattuglia tedesca qui vicino !C’è una
pattuglia.
Le persone che poco prima si erano accalcate intorno
alle ceste del cibo, in un secondo sparirono dietro le
case.
Per fortuna, però, la pattuglia non si avvicinò alle
abitazioni.
Il Gobbo e il Tisti in casa molte parlavano dei bei
tempi passati. Ad un certo punto il Gobbo disse:
- O Guido, siccome il mi’ figliolo Piero ha paura, ci
vieni domattina con me ? Si va a prendere cocomeri e
mele e si governa la mia bestia in Cavallaia.
- Certo che ci vengo - rispose il Tisti.
Il Gobbo precisò:
- Dobbiamo partire, però, molto presto, altrimenti i
tedeschi ci vedono.
Guido accettò volentieri e si coricò molto prima del
solito per essere pronto al mattino verso le ore tre.
Era la notte del 22 agosto. A mezzanotte centinaia di
tedeschi con le loro artiglierie leggere trainate da
camionette e da mezzi corazzati si disposero lungo una
linea perimetrale prestabilita. L’arrivo di questi
contingenti fu avvertito anche a Poggio Pieracci e mise
in allarme tutti i massigiani. Soltanto tutti coloro che
erano rifugiati nella casa del Gobbo, non molto distante
da Poggio Pieracci, non percepirono né il rumore della
soldataglia in arrivo né la presenza di pattuglie armate
disposte lungo la gronda del Padule.
Così verso le 3 del mattino del 23 agosto il Gobbo e
Guido si prepararono per uscire.
Il mio nonno Ugo, dopo essersi sottratto fortunosamente
alla cattura dei tedeschi che lo avevano braccato, era
nascosto lì vicino alla casa di Angiolo Guidi e vide
uscirne le sagome di due uomini ; sentì anche il lieve
rumore dei loro passi. Il Gobbo ed il Tisti scesero
furtivi in gronda, entrarono in un fosso e dopo aver.
camminato un po’ raggiunsero il loro barchino.
Il Tisti che aveva in tasca la chiave della catena che
legava il barchino la prese e la infilò nel lucchetto;
poi girò e la catena scivolò nell’acqua emettendo un
debole ciangottio.
Una delle numerose pattuglie in servizio lungo la gronda
fu insospettita da quel tenue rumore. Un tedesco scorse
le sagome dei due massigiano ed urlò parole
incomprensibili.
Guido si girò impaurito: due raffiche di mitra partirono
fulminee. Il Tisti, colpito al cuore, morì sul colpo. Il
Gobbo, invece, fu ferito mortalmente. La raffica gli
aveva squarciato la pancia. Per oltre un’ora gridò
inascoltato:
- Maggina. . . .Piero ....Aiuto! Venite a salvarmi.
Tutti in casa del Gobbo, svegliati dalle due raffiche di
mitra avevano udito le invocazioni di aiuto che Angiolo
aveva lanciato per oltre un’ora.
Quel lamento straziava la notte, ma nessuno poteva
soccorrere il Guidi.
All’alba un colpo di mortaio partì da uno dei tanti
porti del Padule. Era il segnale dell‘inizio della
strage. Una pioggia incessante di bombe e di pallottole
cominciò a cadere in padule. Questa pioggia infernale si
protrasse fino a mezzogiorno.
I cadaveri del Gobbo e del Tisti, cotti dal sole d’
agosto rifocillavano intanto sciami d’insetti.
I soldati tedeschi scorrazzarono in gronda fino alle ore
16 del pomeriggio. Un razzo bianco segnò la fine di
questa strage disumana.
La moglie del Gobbo, allora, disse piangendo:
- Chi va a prendere mio marito e Guido? Sono morti!
Nessuno si fece avanti. Così lei stessa andò nel luogo
di morte. Quando arrivò nei paraggi del barchino sentì
una grande puzza e vide i corpi martoriati e ricoperti
d’insetti del suo Angiolo e del Tisti.
Mortificata ed amareggiata per la propria impotenza,
emettendo rantoli di rabbia e di pianto, ritornò di
corsa a casa e urlò:
- Abbiate pietà di me. Non posso da sola portar via i
due morti.
Benedetto Guelfi e Buffi Angiolino, incuranti del
pericolo dei tedeschi, presero due scale a pioli e si
diressero nel luogo d’attracco del barchino del Gobbo.
Benché respinti dal nauseabondo fetore, Betto ed il
Buffi sollevarono uno per uno i due cadaveri, li stesero
sulle due scale trasformate in barelle e, compiendo due
viaggi, li portarono a casa.
Mentre veniva scaricato il corpo del povero Angiolo,
giunse da Cavallaia la figlia Maggina, letteralmente
esterrefatta nel vedere il corpo esanime di suo padre.
Gli sfollati sembravano essersi dileguati.
Le salme vennero composte su di un materasso in cucina.
Per tutta la notte le rustiche pareti risuonarono del
pianto delle due vedove e dei loro figli.
Di buon mattino, all’alba si udì il cigolio di un
carretto: i cognati del Gobbo portavano una cassa fatta
con delle tavole grezze, mentre la moglie del Tisti era
andata alle Spianate a trovare una cassa da morto per il
marito.
I cognati del Gobbo sistemarono la salma nella cassa, la
caricarono su di un carretto senza chiuderla e la
portarono in cima alla salita di via Salanova. Poi ci
pensarono le donne a portare il cadavere al cimitero.
Qui trovarono il figlio del Gobbo e Gennaro, il marito
di Maggina. Piero vedendo il corpo del padre nutrì
dentro di sé fieri propositi di vendetta; poi con
Gennaro scavò la buca, chiuse la cassa, la calò nella
fossa, la ricoprì di terra e tornò a casa.
Entrato in cucina vide sopra un materasso, coperto, da
un lenzuolo qualcuno che dormiva. Si accostò al
materasso, si piegò e disse:
- Che dormi ancora?
Nel dire così alzò il lenzuolo e si trovò davanti il
cadavere del Tisti. La salma del Tisti venne sistemata
poco dopo nella cassa acquistata alle Spianate. Appena
giunse il parroco della Querce, don Ivo Magozzi, la
cassa venne caricata su di un carretto e portata nel
cimitero del paese natio. Al mesto corteo funebre
presero parte i familiari del Tisti, Piero Guidi e
alcune donne.
Katia Lombardi,
scolara della classe quinta di Massarella, in
collaborazione con i compagni Tiziano Flammia, Marco
Rofi e Tania Campigli
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