GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

L'incredibile odissea del diciannovenne Vinicio Lupi

 

Ormai, da quando il giovane Vinicio era diventato apprendista nella macelleria di Aristotele in Borgo Valori, in casa di Gagliano Lupi si pranzava alle ore 13 per consumare il frugale pasto di guerra insieme al figlio.
Vinicio, sin dall’inizio del mese di giugno 1943, non riusciva a dissimulare la preoccupazione per la ormai imminente chiamata al servizio militare. Il mese di agosto era alle porte. La sua partenza era prevista appunto per quel mese. Ed in pieno svolgimento era la seconda guerra mondiale. Le sorti non erano favorevoli all’esercito italiano che veniva giorno dopo giorno sconfitto su tutti i fronti. Erano cominciati i bombardamenti sulle nostre città toscane ad opera delle fortezze volanti. A Fucecchio erano arrivati un migliaio di profughi livornesi dopo il terribile bombardamento del 28 maggio ‘43. Chi partiva per la guerra si candidava automaticamente alla morte o alla prigionia.
Il 25 luglio 1943 Vinicio era tornato a sorridere. Il re aveva fatto arrestare Mussolini ed aveva affidato la carica di capo del Governo al Maresciallo Badoglio. Era convinzione generale che la guerra di lì a pochissimi giorni sarebbe finita.
Il 26 luglio, a pranzo, Gagliano, smise per un attimo di mangiare, puntò i suoi occhietti cerulei sul figlio Vinicio e chiese:
- Che cosa dicono le clienti di Aristotele a proposito della fine della guerra?
- Tutti sono convinti che fra qualche giorno la guerra dovrebbe aver termine.
- Dio lo volesse ! – esclamò Livia, la madre di Vinicio – Ma te lo immagini? Scanseresti la guerra e forse anche il servizio militare.
Vinicio sorrideva sotto i baffi. Anche il fratello Nedo era contento che Vinicio rimanesse a casa. Nedo non era soltanto un fratello, ma addirittura un suo fans. Vinicio era un fenomeno e non smentiva così la fama dei Bobanti: disegnava magnificamente; apprendeva tutto con estrema rapidità e facilità; giocava bene al pallone; piaceva moltissimo alle ragazzine; ballava discretamente e, se ne avesse avuto il tempo, avrebbe imparato a suonare uno strumento.
Gagliano riprese a mangiare. C’era una certa euforia, anche se molto contenuta, intorno alla tavola dove i Lupi stavano pranzando.
Nei giorni successivi, visto che la guerra continuava, Vinicio si rifece serio e scuro in volto.
Era già iniziato l’agosto 1943.
- Gagliano! Gaglianoo! Posta. Vieni giù che devi farmi una firma. – era la inconfondibile voce di Cesarino, il portalettere invalido di guerra.
Gagliano capì a volo che era arrivata “la cartolina” per la partenza del suo Vinicio.
- Hai visto, Gagliano – disse con accento addolorato il bravo Cesarino – purtroppo è arrivata. E la guerra non è finita. Ritorna pure in casa. Glielo dico io al tuo Vinicio. Devo fermarmici da Aristotele.
Quando Vinicio rientrò a casa i volti dei suoi congiunti erano tutti rabbuiati. Vinicio se ne accorse e con insospettabile disinvoltura sdrammatizzò la situazione.
- Sentite – disse – il servizio militare è un dente che prima o poi dovevo togliermi. Sono giovane e non ho nessuna voglia di morire. Pazienza.
La cartolina prescriveva che Vinicio si presentasse al Distretto Militare di Pistoia il 24 agosto 1943.
Faceva caldo quella mattina. Gagliano volle accompagnarlo per forza fino al Distretto. Andarono fino a Empoli in treno; poi raggiunsero Pistoia con l’autobus.
Il cortile del Distretto ero affollato da qualche centinaio di reclute.
- Ora, babbo, puoi andare – gli disse Vinicio.
- No, no. Dato che sono qui, voglio sapere dove ti mandano. Appena ti hanno passato la visita, te lo diranno. Tu vieni a dirmelo ed io riparto per Fucecchio.
Una mezz’ora dopo il loro arrivo un altoparlante annunciò:
- Siccome siete troppi, io vi leggerò i nomi di coloro che possono ritornare a casa e che dovranno presentarsi qui al Distretto domani mattina.
Venne letto anche il nome di Lupi Vinicio. Gagliano sorrise.
Quando la mamma, le sorelle Loredana e Vilma ed il fratello videro rientrare a casa il babbo con Vinicio pensarono ad un miracolo.
- Non ci posso credere!- esclamò la mamma.
- Fatti coraggio, mamma. La partenza è soltanto rimandata di 24 ore. Domani dovrò ritornare a Pistoia e chissà quando potrete rivedermi – spiegò con calma Vinicio.
Il 25 agosto 1943 Vinicio ritornò a Pistoia e venne subito assegnato al 5° Reggimento del Genio Radiotelegrafisti ed inviato al Centro di Addestramento di BANNE, poco a nord di Trieste.
Il viaggio in treno Pistoia Trieste rappresentò una specie di gita premio per l’apprendista di Aristotele. Il giovane non aveva mai visto il mare e non aveva mai frequentato neppure una città. Il mare Adriatico, il porto di Trieste, la città di Trieste lo sbalordirono. Quelle immagini gli fecero dimenticare la guerra, la fine del Fascismo e l’imminenza della pace.
Dalle alture di Banne poteva ammirare il mare, la città ed il porto di Trieste: li aveva proprio sotto gli occhi.
Aveva sentito parlare molte volte del disagio che si prova, specialmente nella fase iniziale del servizio militare di leva. Sapeva perfettamente che c’erano i nonni voraci e coetanei con le mani lunghe. Anziché smarrirsi nei ricordi della sua vita fucecchiese, Vinicio drizzò le antenne per non diventare vittima dei suoi commilitoni. Tutti si resero conto che il “fiorentino” – così veniva chiamato – era un ragazzo sveglio e molto svelto e che quindi era da considerarsi un intoccabile. Quando poi, nelle ore di riposo forzato, lo videro alle prese con le matite a carboncino, in molti cercarono di diventare suoi amici. Si stupivano tutti per la rapidità con la quale tracciava le linee dei suoi magnifici disegni. Anche qualche ufficiale, forse desideroso di un ritratto a carboncino, lo teneva d’occhio.
Vinicio era convinto che la guerra degli Italiani doveva essere agli sgoccioli e per questo stava molto attento a tutti i discorsi che facevano gli ufficiali. Anch’essi si domandavano:
- Ma quando mai verrà proclamato l’armistizio? Forse quando sarà troppo tardi ! Così facendo si agevolano i tedeschi che in un attimo potranno invadere tutta l’Italia.
Erano appena trascorsi quindici giorni dalla sua partenza da Fucecchio, quando la sera dell’ 8 settembre 1943, in caserma, al giornale radio delle ore 19, venne diffusa la notizia dell’armistizio chiesto ed ottenuto dallo Stato Italiano.
Gli ufficiali, colti essi pure di sorpresa, raccomandarono ai militari di conservare la calma, di rimanere nelle camerate e di sistemarsi addirittura sotto le brande per proteggersi da eventuali bombardamenti tedeschi.
- Non allarmatevi. Vedrete che tutto verrà sistemato con la massima sollecitudine.
E non aveva torto.
Poco prima della mezzanotte un carrarmato tedesco si piazzò davanti al cancello della caserma e puntò il suo cannone contro la facciata della medesima. Dietro al panzer c’erano una cinquantina di soldati tedeschi armati fino ai denti.
Un gruppo di guastatori, reduci da diverse campagne belliche ed intenzionati a vender cara la loro pelle, manifestarono il proposito di indirizzare contro il cancello il carro di dinamite che stazionava nei paraggi.
Gli alti ufficiali si opposero tenacemente perché temevano le inevitabili rappresaglie germaniche. Venne ordinata l’apertura del cancello. Entrarono il panzer e i cinquanta armati tedeschi. I soldati italiani furono fatti tutti prigionieri, ufficiali compresi.
Piantonati dalla soldataglia tedesca, pochissimi militari italiani della caserma di Banne riuscirono a dormire.
Verso le ore dieci del mattino giunse in caserma una compagnia di carabinieri italiani.
Il comandante tedesco fece radunare nel piazzale della caserma tutti i militari e disse:
- Questi carabinieri che vedete vi scorteranno fino a Postumia che dovrete raggiungere a piedi. A Postumia verrete caricati sui treni e rispediti nelle varie parti d’Italia..
Subito dopo cominciò la interminabile marcia verso Postumia. I carabinieri non fecero mai pesare sui militari italiani la loro presenza. Qualcuno poté fuggire impunemente. Postumia venne raggiunta poco prima della mezzanotte. La stazione era letteralmente invasa da soldati di ogni arma. Nel centro di smistamento non era disponibile nemmeno un metro quadrato di camerata per far riposare i prigionieri di Banne. Il povero Vinicio, stanco morto, si sdraiò per terra e si addormentò subito come un ghiro. Moltissimi lo imitarono. Neppure la pioggia che cominciò a cadere verso le tre del mattino riuscì a svegliarli. Soltanto quando nell’aria risuonarono i secchi comandi delle sentinelle tedesche il fucecchiese e gli altri prigionieri si svegliarono. Erano fradici mezzi, ma riposati.
Vinicio e tutti gli altri militari presi prigionieri a Banne furono caricati sui carri da bestiame di un treno.
- Voi, ora ritornare ai vostri paesi. Non avevamo altri vagoni. Scusateci se vi abbiamo fatto sistemare nei carri da bestiame.
Per rendere meno amaro il viaggio, i portelli dei carri vennero lasciati aperti. Ma non ci volle molto tempo per capire che il treno viaggiava in direzione opposta rispetto all’Italia..
Il treno sostò per un’ora a Lubiana.
- Scappate, scappate. Venite con noi ! – dicevano ripetutamente gli iugoslavi che si erano accorti della presenza di tutti quei prigionieri italiani – Fuggite! Fuggite! – ripeterono ancora. Ma nessuno accolse l’invito.
Il treno riprese la sua corsa verso l’Austria. I portelli erano sempre aperti. Le reclute di Banne potevano così respirare e soddisfare i loro bisogni fisiologici senza ammorbare il carro. In ognuno dei carri erano stivati una quarantina di prigionieri. Non c’era posto nemmeno per sdraiarsi. Potevano stare soltanto seduti sul pavimento ligneo del carro, ma tenendo le gambe piegate ad organetto.
In Austria, quando il treno rallentava o sostava per qualche minuto, ricevettero un po' di pane nero da mani pietose. Il problema principale era la sete. Per tutta la durata del viaggio non venne mai loro distribuita nemmeno una goccia d’acqua.
Dopo due giorni di viaggio, quando il treno ebbe attraversato l’Austria, i carri vennero chiusi dall’esterno, piombati. La vivibilità all’interno del carro diventò drammatica. Le uniche prese d’aria erano i finestrini alti e molto piccoli. Molti defecavano nei fazzoletti che poi venivano eliminati attraverso quei finestrini. La puzza all’interno del carro diventava ogni ora più insopportabile. Nonostante la giovane età delle reclute prigioniere, cominciarono ad affiorare malumori ed esplose qualche litigio. Nessuno sapeva dove erano diretti e quanti giorni ancora sarebbe durato il viaggio.
Il quarto giorno, nel corso di una sosta, venne loro distribuita una gavetta di brodaglia nella quale galleggiavano piccolissimi chicchi di riso e qualche pezzetto di patata.
Dopo 5 giorni di viaggio, giunsero finalmente a destinazione. Sui cartelli della stazione ferroviaria Vinicio lesse STARGARD. Si trovavano in Polonia, sul Mar Baltico, a confine con la Germania nord-orientale, in prossimità di Stettino. Vinicio, abituato a vivere negli stretti spazi del centro storico di Fucecchio ed assuefatto ai paesaggi fazzoletto della pianura Pisana e a quelli del Padule e delle Cerbaie, si trovò davanti delle pianure sconfinate suddivise in campi enormi, grandi quasi quanto un podere della campagna fucecchiese. Il Lupi, quasi inconscio del suo stato di soldatino prigioniero (aveva alle spalle soltanto 15 giorni di naia), divorava con i suoi occhi quel paesaggio per lui inconsueto e spropositatamente immenso. Anche mentre incolonnato e scortato veniva avviato al campo di prigionia, lui continuava a guardare, ad osservare. Pure il cielo gli apparve più grande, sebbene meno, molto meno brillante di quello fucecchiese.
La vista del campo di prigionia lo turbò alquanto: era grandissimo e tutto recintato di reti altissime o di filo spinato; lungo la recinzione, ogni quindici o venti metri, si innalzavano delle torrette di legno sulle quali prestavano servizio sentinelle armate di tutto punto per impedire un'improbabile fuga di prigionieri. Dentro quel recinto erano disposte simmetricamente delle baracche di legno che contenevano, ognuna, quarantacinque prigionieri. All’interno della baracca vi erano 15 letti di legno a castello: in ogni castello erano montati tre posti letto dotati di pagliericcio e di due coperte. La baracca disponeva anche di un WC e di una grande stufa a legna o a carbone. All’esterno di ogni baracca vi era un lunghissimo lavello sul quale era stati montati un trentina di rubinetti per la erogazione dell’acqua.
Tutti i prigionieri provenienti da Banne vennero sottoposti a disinfestazione con una doccia preliminare; poi venne loro comunicato il numero della baracca in cui avrebbero alloggiato. Dopo la doccia vennero rifocillati con una gavetta di sboba calda, una farinata lunghissima nella quale i prigionieri potevano pescare pezzetti di carote e di patate e qualche pezzetto di foglia di cavolo o di barbabietola. Poi vennero accompagnati in baracca. Un responsabile lesse loro in un italiano pulito il regolamento che avrebbero dovuto rispettare se non volevano finire in un campo di disciplina. Il responsabile, appena letto il regolamento, uscì e con movimenti bruschi e sprezzanti chiuse dall’esterno la porta e tutte le finestre. La baracca rimase illuminata da un paio di lampade elettriche. Solo allora Vinicio si accorse di essere un prigioniero dei tedeschi. Il digiuno e la fatica del viaggio avevano assottilito il suo corpo. Ma lui era troppo stanco per rendersi conto del suo stato fisico; si addormentò subito e si svegliò soltanto quando il Kapò della baracca venne a dare la sveglia spalancando porta e finestre ed urlando imprecazioni incomprensibili. Faceva ancora notte. Vinicio saltò giù dalla branda, raggiunse il WC e poi subito fuori a darsi una lavata al viso e al collo; poi si diresse nel cortile dove veniva effettuato l’appello. I riflettori accesi del campo annullavano il buiore della notte. Soltanto alla fine dell’interminabile appello si ebbe sentore di aurora. Ma tutti dovettero rimanere nel piazzale per sapere quello che avrebbero dovuto fare durante la giornata. L’altoparlante annunciò che si sarebbero formate alcune squadre che sarebbero andate a lavorare per circa un mese di tempo nelle fattorie disseminate a qualche chilometro dal campo di Stargard. Anche Vinicio, il sampierinese Peruzzi ed il montecatinese Pagnini vennero assegnati ad una squadra che avrebbe operato in una fattoria agricola per la raccolta delle patate e delle barbabietole.
Verso le ore sette la squadra di Vinicio venne accompagnata da un paio di militari ad una fattoria distante un paio d’ore di marcia. Nel granaio della fattoria, posto al piano superiore del fabbricato era stato realizzato il dormitorio per i prigionieri. In una stanza al piano terra c’era una piccola cucina da campo che avrebbe provveduto alla preparazione di due ranci: uno al mezzogiorno e uno alla sera subito dopo la fine della giornata lavorativa.
Il lavoro non aveva mai preoccupato Vinicio. Fucecchio veniva considerato il paese delle api industriose per eccellenza. I fucecchiesi amavano il vino, ma amavano molto di più il lavoro.
Quel mese di lavoro in fattoria rasserenò alquanto non solo Vinicio, ma anche gli altri prigionieri. La vita aveva riacquistato improvvisamente dimensioni umane. I sorveglianti erano molto accomodanti; il rancio era discreto ed abbondante; durante lo sbancamento delle patate e delle barbabietole si poteva cantare, conversare, scherzare, ridere. Soltanto quando venivano rinchiusi nel granaio per il riposo notturno si ricordavano del loro stato di prigionia. Ma quella manna durò soltanto un mese.
La squadra fece ritorno al campo di smistamento e di lavoro di Stargard.
Il giorno dopo il loro ritorno, subito dopo l’appello mattutino, i prigionieri vennero informati di stare all’erta perché nel corso della mattinata sarebbero arrivati dei funzionari italiani latori di proposte allettanti.
I funzionari italiani giunsero verso le ore 11. Erano tre, tutti vestiti di nero. I prigionieri vennero fatti allineare nel piazzale. Naturalmente c’erano anche Vinicio, il Peruzzi ed il Pagnini.
- Italiani, - esordi quello più alto ed asciutto, capelli neri e lisci abbondantemente imbrillantinati – il Duce Benito Mussolini, liberato dai camerati tedeschi, ha dato vita alla Repubblica Sociale Italiana che ha immediatamente stretto un patto di alleanza militare con la Germania. I soldati della Repubblica Sociale Italiana stanno combattendo a fianco delle truppe tedesche nel tentativo di arginare o addirittura di respingere l’avanzata anglo-americana sul territorio italiano. La Repubblica Sociale Italiana ha sotto il suo controllo tutta l’Italia centrale e quella settentrionale. Ognuno di voi potrà lasciare immediatamente il campo di prigionia e rientrare in Italia se aderirà volontariamente all’esercito della Repubblica sotto la guida prestigiosa del Maresciallo Graziani. Naturalmente ritornerete in Italia per combattere a fianco dei tedeschi e non in villeggiatura. Coloro che desiderano operare questa scelta si portino sotto la tribuna.
Vinicio non prese nemmeno in considerazione questa proposta. I suoi familiari erano stati da sempre degli antifascisti e anche Vinicio aveva sfilato nel corteo che dopo il 25 luglio 1943 era stato fatto per le vie del paese in segno di giubilo per la caduta di Benito Mussolini. Inoltre il Lupi fece un ragionamento assai convincente: “Se resto prigioniero ho molte possibilità di sopravvivere; se vado in Italia a fare la guerra ho invece moltissime probabilità di lasciarci la pelle”.
Soltanto uno dei quindicimila prigionieri presenti nel campo si portò sotto la tribuna.
Il kapò della baracca, a notte, dopo la distribuzione e consumazione dell’unico rancio che veniva distribuito in ogni campo di lavoro, avvisò i quarantacinque prigionieri che l’indomani sarebbero stati smistati in altri campi o mandati nei boschi al taglio delle piante. Poi chiuse di nuovo con rabbia porta e finestre.
Il giorno dopo anche Vinicio, come tutti i membri della sua baracca, si portò nel piazzale per conoscere la sua nuova destinazione. Mentre era in attesa, il fucecchiese vide entrare nel campo tanti altri prigionieri italiani. Desideroso di vedere se in mezzo a quei prigionieri ci fosse stato un suo paesano, abbandonò il suo posto ed andò ad osservare da vicino la fiumana di prigionieri che venivano accompagnati alle baracche della disinfestazione. Ne informò il Peruzzi ed il Pagnini. Quando, dopo venti minuti, rientrò nel piazzale dove erano radunati i partenti, con grande sorpresa si rese conto che i due amici non c’erano più. Altri compagni di baracca gli dissero che anche lui, Vinicio Lupi, era stato chiamato e poi sostituito con un altro.
Non dovette attendere molto il fucecchiese per conoscere la sua nuova destinazione: quel giorno medesimo dovette abbandonare Stargard per raggiungere in treno la stazione di Meppen, sul confine nord-occidentale della Germania con l’Olanda.
Di nuovo il Lupi venne fatto salire su di un carro bestiame dove, prima della partenza, venne piombato. Ma questa volta, forte dell’esperienza del primo viaggio, portò con sé una parte dei viveri in dotazione e qualcosa da bere. Il viaggio di trasferimento, a causa dell’incessante pericolo dei bombardamenti aerei, si protrasse per due giorni. Il treno fece tappa anche a Berlino, ma Vinicio non poté vedere niente. Il Natale del 1943 era ormai alle porte. Vinicio lo trascorse nel nuovo campo di Meppen dove rimase, però soltanto cinque o sei giorni.
A gennaio il prigioniero Vinicio Lupi venne definitivamente trasferito nei paraggi di Brema, alla foce del Weser. Questa volta il viaggio nei carri bestiame durò soltanto un giorno. Dal mar Baltico, Vinicio si era spostato sul Mar del Nord. Alla foce del Weser era stato aperto un grandissimo tunnel per la realizzazione di un cantiere in cui sarebbero stati realizzati i famosi sommergibili tascabili: gli u-boot.
Il nostro Vinicio, apprendista macellaio a Fucecchio, venne inserito in una squadra che doveva impiantare i binari su cui far muovere le gigantesche gru di quell’arsenale. Il fucecchiese non era un colosso. La marcia quotidiana dal campo di prigionia al luogo di lavoro, anche se della durata di una sola mezz’ora, lo debilitava. Il rancio quotidiano che gli veniva distribuito soltanto al ritorno al campo di prigionia quando cominciavano a calare le ombre della sera non era sostanzioso. E poca energia gli dava la dotazione alimentare settimanale: un chilogrammo e mezzo di pane nero, un formaggino, una tavoletta di margarina ed una di marmellata. L’unico conforto per Vinicio erano le 14 sigarette settimanali.
Con i suoi quaranta chilogrammi di peso non poteva essere di grande aiuto alla squadra quando dovevano essere sollevati i binari per poterli collocare sulla pavimentazione predisposta. Una mattina il povero Vinicio lanciò un grido di dolore: l’ernia inguinale, domata alcuni anni prima grazie all’uso del famoso cintolo, era di nuovo uscita dal suo alveo. In preda al dolore e alla rabbia abbandonò di corsa il luogo di lavoro. Se ne accorse il sorvegliante e non esitò un istante ad inseguirlo. Quando Vinicio si accorse di essere inseguito si cacciò dentro un WC. Il sorvegliante entrò dentro, aspettò che finisse e, usando maniere violente, lo portò dal Comandante del campo di lavoro. Il povero Vinicio temette di essere destinato al vicino campo di disciplina popolato di prigionieri tutti speciali: coloro che indossavano abiti rigati come i carcerati ( per la maggior parte ebrei e politici antinazisti) e quelli che indossavano pigiama nero e berretto nero ( i renitenti alla leva, i partigiani soprattutto francesi ) La vita nei campi di disciplina era semplicemente terribile. Agli zebrati e ai neri spettavano in quell’immenso laboratorio in prossimità della foce i lavori più rischiosi. Il loro rientro dal campo di lavoro in quello di disciplina era regolato astutamente dall’impiego dei feroci cani dobermann. Questi cani venivano liberati e aizzati contro quei prigionieri che rallentavano la marcia d’ingresso nel campo di disciplina. Quasi sempre uno o due prigionieri venivano sbranati dai dobermann prima che mettessero piede nel campo protetto da un cancello.
Il Capo del cantiere e il sorvegliante altercarono alquanto. Alla fine Vinicio venne riaccompagnato malamente nella sua baracca. Il giorno successivo, tenuto conto della sua magrezza, venne assegnato ad una squadra di carpentieri. Vinicio, grazie anche alla sua agilità. doveva legare con sottili fili di ferro le gabbie realizzate con tondini di acciaio. Il fucecchiese si sentì rinascere. Quel lavoro gli era, come si suol dire, più confacente. Nonostante la presenza di migliaia di lavoratori e di imponenti macchinari di cui Vinicio ignorava l’esistenza i lavori per la realizzazione del cantiere per la costruzione dei sommergibili tascabili si preannunciava molto lungo.
Le giornate di Vinicio e degli altri prigionieri erano cadenzate da un rigido orario.
La sveglia veniva data alle ore 4 del mattino.
Dopo le pulizie personali, sempre molto rapide, c’era l’adunata nel piazzale per l’effettuazione dell’appello che si protraeva fino alle ore 7 del mattino. Qualcuno, in attesa di essere chiamato, ricordandosi della canonica colazione italiana, consumava una fettina di pane nero che si era messo in tasca. L'altra l'avrebbe mangiata dalle 12 alle 13, quando a tutti i prigionieri veniva concessa un'ora di sosta per consentire ai sorveglianti tedeschi di rifocillarsi nelle baracche adibite a mensa.
Alle ore sette i prigionieri lasciavano il campo e venivano condotti sulla foce del Weser per la costruzione del cantiere navale.
Dalle 7,30 alle 12 si lavora alacremente. Durante l’ora di sosta molti si rifugiavano, specie quando faceva freddo, nelle baracche adibite a mensa dei soldati tedeschi. Molti prigionieri consumavano una fettina di quel chilo e mezzo di pane nero che costituiva la dotazione alimentare settimanale.
Vinicio si rifugiava sempre nelle baracche della mensa. Una volta si rese conto che un soldato aveva rinunciato alla sua gavetta piena di zuppa. L’aveva appoggiata sul pavimento. Vinicio con un cenno fece capire al soldato che in cambio di quella gavetta di zuppa, lui gli avrebbe dato una sigaretta. Il soldato, incollerito, prese la gavetta, si alzò e ne scaraventò il contenuto in un secchio riservato all’immondizia. Poi fulminò con uno sguardo pieno di ferocia il povero Vinicio. Nel cuore del fucecchiese ribollì un disprezzo che a stento riuscì a contenere
- Preferisco morire di fame piuttosto che elemosinare un’altra volta un po' di cibo.
E tenne sempre fede a questo giuramento che aveva fatto con se stesso.
Dopo l’ora della sosta i prigionieri riprendevano il lavoro fino all’imbrunire. Venivano di nuovo incolonnati e accompagnati al campo di prigionia. Poco aver varcato l’ingresso del campo i prigionieri trovavano le marmitte con la sboba calda. Gli addetti riempivano di quella sbobba la gavetta che ogni prigioniero portava sempre con sé. Era quello l’unico pasto di tutta la giornata. Qualcuno spezzettava in quella brodaglia un’altra esile fettina di pane nero visto che di patate non ce n’erano quasi punte. Dopo quel pasto molto frugale si provvedeva alla pulizia della gavetta che sarebbe servita soltanto dopo 24 ore. La stanchezza induceva poi la maggior parte a fare il loro ingresso nella baracca. Qualche volta Vinicio prima che le baracche venissero chiuse raggiungeva il retro della baracca dei cucinieri. Riusciva quasi sempre a racimolare un chilo o poco più di bucce di patate. Altri lo imitavano. Al centro della baracca c’era la stufa a carbone. Le bucce venivano messe a bollire in un barattolo. Dopo una lunga cottura venivano pestate con la forchetta e trasformate in purè. Peccato che questo pasto supplementare capitasse solo raramente.
Dopo che la baracca era stata sbarrata quasi tutti andavano a riposare nei letti a castello. Vinicio, che era riuscito a procurarsi una copia del Quo Vadis ed un altro libro leggeva fino a quando i compagni non spegnevano le lampadine.
La domenica era l’unico giorno in cui non lavoravano. Ne approfittavano per godersi la libera uscita che era stata loro assicurata da un intervento della Repubblica Sociale Italiana. A tutti i soldati prigionieri venne corrisposta la famosa decade. Nel paese ai piedi del colle su cui era stato realizzato il campo di prigionia non si trovava quasi niente da comprare, fatta eccezione per la birra. Generalmente la domenica mattina quasi tutti i militari mettevano ad asciugare i capi di biancheria e di abbigliamento che avevano lavato nella vaschetta circostante alla stufa. Il sabato sera era giorno di bucato.
Anche la domenica i prigionieri dovevano digiunare fino all’unico rancio che veniva distribuito prima del calar della notte. I più previdenti, a mezzogiorno, finivano di mangiare la riserva di pane nero con la margarina o il dado di marmellata che durante la settimana non avevano mangiato. Qualche altra volta con le bucce rubate e conservate si faceva il purè domenicale.
Durante la giornata festiva si parlava moltissimo. Si facevano previsioni; si diffondevano notizie; ad autunno inoltrato del 1944 qualcuno diffuse la notizia che tutta la Toscana, ad eccezione della parte appenninica era stata liberata dagli americani; qualcuno addirittura aveva saputo dello sbarco anglo americano in Normandia nel mese di giugno 1944 e della liberazione della Francia e che gli angloamericani avanzavano verso il Belgio ed i Paesi Bassi. I tedeschi non lasciavano trapelare nessun segno di preoccupazione. Soltanto il 21 luglio 1944 i tedeschi fecero insospettire tutti i prigionieri del campo. La mattina del 21 luglio 1944 i prigionieri non vennero svegliati alle quattro del mattino. Alle ore 8 la baracca era ancora chiusa e fuori non si vedeva, attraverso le fessure, nemmeno un soldato tedesco. Alle ore 8,30 la vita al campo riprese l’andamento normale. Soltanto dopo circa un mese si seppe clandestinamente che il 20 luglio il dittatore tedesco Hitler aveva subito un attentato senza conseguenze per la sua incolumità.
La domenica, quando rinunciava alla libera uscita o rientrava prima della distribuzione del rancio, Vinicio si divertiva a riempire le pagine bianche di quei due libri con disegni che riproducevano il volto delle persone a lui care . Una volta riprodusse in una di queste pagine la cucina del suo appartamento fucecchiese.
A Natale del 1944 il cantiere navale per la costruzione dei sottomarini tascabili era quasi pronto. Una volta Vinicio si trovò a lavorare con un detenuto del campo di disciplina, uno di quelli vestiti di nero. Vinicio stava parlando con un compagno di squadra. Il nero gli chiese:
- Tu sei toscano, vero?
- Sì – rispose Vinicio.
- I miei genitori sono di Empoli. Da molti anni sono emigrati in Francia per ragioni politiche: erano rossi.
- E tu –chiese Vinicio – perché ti trovi nel campo di disciplina?
- Anch’io allo scoppio della seconda guerra mondiale mi trovavo in Francia. Un anno dopo la disfatta, il governo francese collaborazionista mi prescrisse il servizio militare a fianco dei tedeschi. Io mi diedi alla macchia. Un barbiere, il mio barbiere, fece la spiata e finii nelle mani della Polizia Tedesca che mi dirottò immediatamente nel campo di disciplina di Brema.
L’oriundo empolese si allontanò. Vinicio non lo vide più.
A marzo del 1945 il Cantiere era ormai ultimato. Era quindi in grado di fabbricare gli u-boot. Mancava soltanto l’imprimatur di un alto funzionario. Il secondo giorno della Pasqua 1945 arrivò Von Ribbentrop Joachin, ministro degli esteri, che inaugurò con una cerimonia sbrigativa il grande cantiere. Il suono augurale delle sirene diede l’avvio alla fase di assemblaggio dei primi sommergibili. Il ministro Von Ribbentrop si congratulò con le maestranze e ripartì in direzione di Berlino.
Il mattino successivo, verso le ore dieci suonò l’allarme aereo. Tutti andarono a ripararsi nei grandi bunker che fungevano da rifugi. Anche il povero Vinicio si portò di corsa al bunker più vicino, ma era pieno zeppo: lui poté infilarci soltanto la testa. Poco dopo, squadriglie di fortezze volanti scaricarono sul cantiere nuovo di zecca una tale quantità di bombe che il neonato cantiere venne completamente distrutto. Vinicio fu salvo per miracolo. Al termine del bombardamento coloro che uscirono dai bunker vollero andare a curiosare per rendersi conto dei danni provocati dalle fortezze volanti. Ci andò anche Vinicio. Quando si portarono sul perimetro del cantiere distrutto notarono la presenza in certi crateri di grandissime bombe inesplose.
Erano bombe a scoppio ritardato. Appena cominciarono ad esplodere seminarono il panico nei prigionieri. Meno male che le bombe si trovavano ad una discreta profondità rispetto al perimetro del cantiere. Vinicio, terrorizzato, cominciò a correre all’impazzata per allontanarsi sempre di più dal cantiere. Corse per una buona mezz’ora. Poi si fermò e dopo qualche ora ritornò nella zona del cantiere per rientrare con gli altri al campo di prigionia.
I tedeschi , anche questa volta, non lasciarono trasparire segni di preoccupazione. Allo scopo di tenere occupati gli oltre quindicimila prigionieri del campo, nel volgere della nottata predisposero un piano per la realizzazione di opere di difesa lungo il fiume Weser.
Il terzo giorno di Pasqua, iniziando dalla zona dove era stato realizzato il cantiere, vennero iniziati i lavori di scavo per l’approntamento di postazioni di artiglieria leggera e pesante. Durante la esecuzione di questi lavori anche Vinicio scoprì nelle adiacenze delle postazioni bunker pieni di ogni ben di Dio. Uno di questi era pieno di bidoni di grappa. Nessuno, però, osava berla perché lo stomaco vuoto avrebbe prodotto degli effetti devastanti nel corpo dei prigionieri.
Nell’aprile del 1945 i prigionieri cominciarono ad udire il brontolio dei cannoni americani. Tutti sapevano che da un giorno all’altro si sarebbero viste comparire le truppe anglofrancoamericane davanti al Weser.
Una mattina - si era sempre in aprile - la baracca, alle otto, era sempre chiusa. Dalle fessure i prigionieri si resero conto che di tedeschi non c’era neppure l’ombra. Verso le dieci udirono lo sferragliare di carri armati. Uno di essi buttò giù il cancello d’ingresso al campo di prigionia. Dopo il carrarmato entrarono nel campo alcune centinaia di soldati americani, aprirono le baracche e si lasciarono abbracciare dai prigionieri che non credevano ai loro occhi. Vinicio traboccava di gioia. Dopo tutte le effusioni di gioia e di gratitudine alcuni ufficiali americani chiesero ed ottennero un po' di silenzio. Un capitano di chiara origine siciliana arringò così i nostri prigionieri:
- Siete tutti liberi. Permettetemi di darvi un paio di consigli come se fossi vostro padre. Vi conviene alloggiare in questo campo per un’altra diecina di giorni, giusto il tempo per rimettervi un po' in salute. Di cibo ne avrete quanto ne vorrete, ma per due o tre giorni i nostri cuochi vi serviranno soltanto due ranci abbastanza leggeri. Dopo il terzo giorno potrete mangiare tutto e nella misura che desidererete. Potrete uscire dal campo quando vorrete. La sera, però, dovrete rientrare prima del calar della notte per evitare attentati e vendette. Appena vi sarete ristabiliti organizzeremo per voi treni che vi riporteranno fino al Brennero.
Vinicio, dopo aver consumato il primo rancio ed aver assaporato le sigarette americane, scese verso il paese , con la precisa intenzione di andare al trovare nel campo di disciplina l’empolese in tenuta nera.
Il cancello del campo era aperto. Il campo era completamente vuoto. Vinicio pensò che tutti gli zebrati e i neri fossero stati trasferiti in un altro campo prima dell’arrivo degli americani. Mentre stava uscendo dal campo, Vinicio incontrò un cappellano militare, lui pure prigioniero, ma molto bene informato.
- Cercavi qualcuno? – chiese il cappellano a Vinicio.
- Cercavo un empolese emigrato in Francia. Era un nero.
- Poveretto, riposa in fondo al mare, davanti alla foce del Weser.
Vinicio si mostrò perplesso ed incredulo. Il cappellano spiegò:
- Il Comando tedesco, tre giorni fa, si rese conto che l’arrivo degli americani era imminente. E allora hanno fatto salire tutti i prigionieri del campo di disciplina su zatteroni preventivamente zeppati di dinamite. Poi hanno diretto quegli zatteroni verso il mare. Dopo alcune decine di metri, uno dopo l’altro, tutti gli zatteroni sono saltati in aria. Non si è salvato nessuno.
Vinicio abbassò la testa e pianse. Mestamente ritornò al campo e si distese nel suo letto per smaltire l’euforia della liberazione e l’amarezza dell’eccidio perpetrato dai tedeschi ai danni degli zebrati e dei neri.
Dopo i tre giorni di ranci leggeri tutti i prigionieri si dettero ai bagordi. Nel paese vicino dove si portavano con più frequenza si comportavano da padroni. Anche dai contadini esigevano la consegna di animali da cortile. Per rendere più rapida l’operazione dello spennamento dei polli, dopo averli uccisi li cospargevano di grappa e davano loro fuoco. In pochissimi minuti le penne sparivano.
Dopo gli inevitabili bagordi subentrò in tutti la voglia di ritornare in Patria.
Gli americani organizzarono treni diretti verso il Brennero. Le linee ferroviarie erano dissestate. Vinicio non si lasciò scoraggiare. Salì sul primo treno organizzato per il ritorno. Il fucecchiese fece tappa a Lipsia e a Monaco. Poi in treno raggiunse il Brennero. Si era nel mese di maggio 1945. Dal Brennero. a bordo di camion alleati , il Lupi raggiunse Verona. Dopo avere sostato per alcune ore in un posto di ristoro organizzato dalla Chiesa locale, Vinicio fu condotto in camion, sempre alleato, a Pistoia. Anziché presentarsi al Distretto che gli avrebbe prescritto tre giorni di quarantena riuscì a salire su di un altro camion alleato che lo portò a Firenze. A piedi raggiunse il ponte alla Vittoria. Vide passare un camion carico di persone. Lo fermò. Chiese dove era diretto.
- A Ponte a Egola – gli fu risposto.
- Potete darmi un passaggio fino a S. Miniato Basso? – chiese Vinicio.
Lo fecero salire. Fra le persone che si trovavano sul camion riconobbe la sorella del Carbonaino, titolare di una osteria a Fucecchio. La donna lo informò su tutto quanto era accaduto a Fucecchio durante il periodo in cui Fucecchio era stato zona di guerra.
Da S. Miniato Basso, Vinicio si portò a piedi fino a S. Pierino. Qui trovò Gastone Cicalini. Da lui seppe che tutti i membri della famiglia Lupi erano vivi . Gastone lo erudì anche sulla l’attracco del traghetto che per diversi anni avrebbe surrogato il ponte.
Sul traghetto Vinicio trovò il babbo di Gamugno che disponeva di una bicicletta. Attraversato l’Arno, Gamugno inforcò la bicicletta ed andò nel Poggetto a trovare il babbo di Vinicio.
- Se mi dai un bel bicchiere di vino io ti darò una bellissima notizia.
Gagliano non gli lesinò il vino. Tuo figlio Vinicio era sul traghetto insieme a me e sta venendo a casa.
Gagliano gridò di gioia. In un baleno furono informati parenti ed amici. L’incontro gioioso avvenne per la via del ponte all’altezza dell’argine dell’attuale piazza Aldo Moro.
Si chiudeva così, felicemente, la lunga odissea dell’apprendista macellaio fucecchiese.

 

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