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Ormai,
da quando il giovane Vinicio era diventato apprendista
nella macelleria di Aristotele in Borgo Valori, in casa
di Gagliano Lupi si pranzava alle ore 13 per consumare
il frugale pasto di guerra insieme al figlio.
Vinicio, sin dall’inizio del mese di giugno 1943, non
riusciva a dissimulare la preoccupazione per la ormai
imminente chiamata al servizio militare. Il mese di
agosto era alle porte. La sua partenza era prevista
appunto per quel mese. Ed in pieno svolgimento era la
seconda guerra mondiale. Le sorti non erano favorevoli
all’esercito italiano che veniva giorno dopo giorno
sconfitto su tutti i fronti. Erano cominciati i
bombardamenti sulle nostre città toscane ad opera delle
fortezze volanti. A Fucecchio erano arrivati un migliaio
di profughi livornesi dopo il terribile bombardamento
del 28 maggio ‘43. Chi partiva per la guerra si
candidava automaticamente alla morte o alla prigionia.
Il 25 luglio 1943 Vinicio era tornato a sorridere. Il re
aveva fatto arrestare Mussolini ed aveva affidato la
carica di capo del Governo al Maresciallo Badoglio. Era
convinzione generale che la guerra di lì a pochissimi
giorni sarebbe finita.
Il 26 luglio, a pranzo, Gagliano, smise per un attimo di
mangiare, puntò i suoi occhietti cerulei sul figlio
Vinicio e chiese:
- Che cosa dicono le clienti di Aristotele a proposito
della fine della guerra?
- Tutti sono convinti che fra qualche giorno la guerra
dovrebbe aver termine.
- Dio lo volesse ! – esclamò Livia, la madre di Vinicio
– Ma te lo immagini? Scanseresti la guerra e forse anche
il servizio militare.
Vinicio sorrideva sotto i baffi. Anche il fratello Nedo
era contento che Vinicio rimanesse a casa. Nedo non era
soltanto un fratello, ma addirittura un suo fans.
Vinicio era un fenomeno e non smentiva così la fama dei
Bobanti: disegnava magnificamente; apprendeva tutto con
estrema rapidità e facilità; giocava bene al pallone;
piaceva moltissimo alle ragazzine; ballava discretamente
e, se ne avesse avuto il tempo, avrebbe imparato a
suonare uno strumento.
Gagliano riprese a mangiare. C’era una certa euforia,
anche se molto contenuta, intorno alla tavola dove i
Lupi stavano pranzando.
Nei giorni successivi, visto che la guerra continuava,
Vinicio si rifece serio e scuro in volto.
Era già iniziato l’agosto 1943.
- Gagliano! Gaglianoo! Posta. Vieni giù che devi farmi
una firma. – era la inconfondibile voce di Cesarino, il
portalettere invalido di guerra.
Gagliano capì a volo che era arrivata “la cartolina” per
la partenza del suo Vinicio.
- Hai visto, Gagliano – disse con accento addolorato il
bravo Cesarino – purtroppo è arrivata. E la guerra non è
finita. Ritorna pure in casa. Glielo dico io al tuo
Vinicio. Devo fermarmici da Aristotele.
Quando Vinicio rientrò a casa i volti dei suoi congiunti
erano tutti rabbuiati. Vinicio se ne accorse e con
insospettabile disinvoltura sdrammatizzò la situazione.
- Sentite – disse – il servizio militare è un dente che
prima o poi dovevo togliermi. Sono giovane e non ho
nessuna voglia di morire. Pazienza.
La cartolina prescriveva che Vinicio si presentasse al
Distretto Militare di Pistoia il 24 agosto 1943.
Faceva caldo quella mattina. Gagliano volle
accompagnarlo per forza fino al Distretto. Andarono fino
a Empoli in treno; poi raggiunsero Pistoia con
l’autobus.
Il cortile del Distretto ero affollato da qualche
centinaio di reclute.
- Ora, babbo, puoi andare – gli disse Vinicio.
- No, no. Dato che sono qui, voglio sapere dove ti
mandano. Appena ti hanno passato la visita, te lo
diranno. Tu vieni a dirmelo ed io riparto per Fucecchio.
Una mezz’ora dopo il loro arrivo un altoparlante
annunciò:
- Siccome siete troppi, io vi leggerò i nomi di coloro
che possono ritornare a casa e che dovranno presentarsi
qui al Distretto domani mattina.
Venne letto anche il nome di Lupi Vinicio. Gagliano
sorrise.
Quando la mamma, le sorelle Loredana e Vilma ed il
fratello videro rientrare a casa il babbo con Vinicio
pensarono ad un miracolo.
- Non ci posso credere!- esclamò la mamma.
- Fatti coraggio, mamma. La partenza è soltanto
rimandata di 24 ore. Domani dovrò ritornare a Pistoia e
chissà quando potrete rivedermi – spiegò con calma
Vinicio.
Il 25 agosto 1943 Vinicio ritornò a Pistoia e venne
subito assegnato al 5° Reggimento del Genio
Radiotelegrafisti ed inviato al Centro di Addestramento
di BANNE, poco a nord di Trieste.
Il viaggio in treno Pistoia Trieste rappresentò una
specie di gita premio per l’apprendista di Aristotele.
Il giovane non aveva mai visto il mare e non aveva mai
frequentato neppure una città. Il mare Adriatico, il
porto di Trieste, la città di Trieste lo sbalordirono.
Quelle immagini gli fecero dimenticare la guerra, la
fine del Fascismo e l’imminenza della pace.
Dalle alture di Banne poteva ammirare il mare, la città
ed il porto di Trieste: li aveva proprio sotto gli
occhi.
Aveva sentito parlare molte volte del disagio che si
prova, specialmente nella fase iniziale del servizio
militare di leva. Sapeva perfettamente che c’erano i
nonni voraci e coetanei con le mani lunghe. Anziché
smarrirsi nei ricordi della sua vita fucecchiese,
Vinicio drizzò le antenne per non diventare vittima dei
suoi commilitoni. Tutti si resero conto che il
“fiorentino” – così veniva chiamato – era un ragazzo
sveglio e molto svelto e che quindi era da considerarsi
un intoccabile. Quando poi, nelle ore di riposo forzato,
lo videro alle prese con le matite a carboncino, in
molti cercarono di diventare suoi amici. Si stupivano
tutti per la rapidità con la quale tracciava le linee
dei suoi magnifici disegni. Anche qualche ufficiale,
forse desideroso di un ritratto a carboncino, lo teneva
d’occhio.
Vinicio era convinto che la guerra degli Italiani doveva
essere agli sgoccioli e per questo stava molto attento a
tutti i discorsi che facevano gli ufficiali. Anch’essi
si domandavano:
- Ma quando mai verrà proclamato l’armistizio? Forse
quando sarà troppo tardi ! Così facendo si agevolano i
tedeschi che in un attimo potranno invadere tutta
l’Italia.
Erano appena trascorsi quindici giorni dalla sua
partenza da Fucecchio, quando la sera dell’ 8 settembre
1943, in caserma, al giornale radio delle ore 19, venne
diffusa la notizia dell’armistizio chiesto ed ottenuto
dallo Stato Italiano.
Gli ufficiali, colti essi pure di sorpresa,
raccomandarono ai militari di conservare la calma, di
rimanere nelle camerate e di sistemarsi addirittura
sotto le brande per proteggersi da eventuali
bombardamenti tedeschi.
- Non allarmatevi. Vedrete che tutto verrà sistemato con
la massima sollecitudine.
E non aveva torto.
Poco prima della mezzanotte un carrarmato tedesco si
piazzò davanti al cancello della caserma e puntò il suo
cannone contro la facciata della medesima. Dietro al
panzer c’erano una cinquantina di soldati tedeschi
armati fino ai denti.
Un gruppo di guastatori, reduci da diverse campagne
belliche ed intenzionati a vender cara la loro pelle,
manifestarono il proposito di indirizzare contro il
cancello il carro di dinamite che stazionava nei
paraggi.
Gli alti ufficiali si opposero tenacemente perché
temevano le inevitabili rappresaglie germaniche. Venne
ordinata l’apertura del cancello. Entrarono il panzer e
i cinquanta armati tedeschi. I soldati italiani furono
fatti tutti prigionieri, ufficiali compresi.
Piantonati dalla soldataglia tedesca, pochissimi
militari italiani della caserma di Banne riuscirono a
dormire.
Verso le ore dieci del mattino giunse in caserma una
compagnia di carabinieri italiani.
Il comandante tedesco fece radunare nel piazzale della
caserma tutti i militari e disse:
- Questi carabinieri che vedete vi scorteranno fino a
Postumia che dovrete raggiungere a piedi. A Postumia
verrete caricati sui treni e rispediti nelle varie parti
d’Italia..
Subito dopo cominciò la interminabile marcia verso
Postumia. I carabinieri non fecero mai pesare sui
militari italiani la loro presenza. Qualcuno poté
fuggire impunemente. Postumia venne raggiunta poco prima
della mezzanotte. La stazione era letteralmente invasa
da soldati di ogni arma. Nel centro di smistamento non
era disponibile nemmeno un metro quadrato di camerata
per far riposare i prigionieri di Banne. Il povero
Vinicio, stanco morto, si sdraiò per terra e si
addormentò subito come un ghiro. Moltissimi lo
imitarono. Neppure la pioggia che cominciò a cadere
verso le tre del mattino riuscì a svegliarli. Soltanto
quando nell’aria risuonarono i secchi comandi delle
sentinelle tedesche il fucecchiese e gli altri
prigionieri si svegliarono. Erano fradici mezzi, ma
riposati.
Vinicio e tutti gli altri militari presi prigionieri a
Banne furono caricati sui carri da bestiame di un treno.
- Voi, ora ritornare ai vostri paesi. Non avevamo altri
vagoni. Scusateci se vi abbiamo fatto sistemare nei
carri da bestiame.
Per rendere meno amaro il viaggio, i portelli dei carri
vennero lasciati aperti. Ma non ci volle molto tempo per
capire che il treno viaggiava in direzione opposta
rispetto all’Italia..
Il treno sostò per un’ora a Lubiana.
- Scappate, scappate. Venite con noi ! – dicevano
ripetutamente gli iugoslavi che si erano accorti della
presenza di tutti quei prigionieri italiani – Fuggite!
Fuggite! – ripeterono ancora. Ma nessuno accolse
l’invito.
Il treno riprese la sua corsa verso l’Austria. I
portelli erano sempre aperti. Le reclute di Banne
potevano così respirare e soddisfare i loro bisogni
fisiologici senza ammorbare il carro. In ognuno dei
carri erano stivati una quarantina di prigionieri. Non
c’era posto nemmeno per sdraiarsi. Potevano stare
soltanto seduti sul pavimento ligneo del carro, ma
tenendo le gambe piegate ad organetto.
In Austria, quando il treno rallentava o sostava per
qualche minuto, ricevettero un po' di pane nero da mani
pietose. Il problema principale era la sete. Per tutta
la durata del viaggio non venne mai loro distribuita
nemmeno una goccia d’acqua.
Dopo due giorni di viaggio, quando il treno ebbe
attraversato l’Austria, i carri vennero chiusi
dall’esterno, piombati. La vivibilità all’interno del
carro diventò drammatica. Le uniche prese d’aria erano i
finestrini alti e molto piccoli. Molti defecavano nei
fazzoletti che poi venivano eliminati attraverso quei
finestrini. La puzza all’interno del carro diventava
ogni ora più insopportabile. Nonostante la giovane età
delle reclute prigioniere, cominciarono ad affiorare
malumori ed esplose qualche litigio. Nessuno sapeva dove
erano diretti e quanti giorni ancora sarebbe durato il
viaggio.
Il quarto giorno, nel corso di una sosta, venne loro
distribuita una gavetta di brodaglia nella quale
galleggiavano piccolissimi chicchi di riso e qualche
pezzetto di patata.
Dopo 5 giorni di viaggio, giunsero finalmente a
destinazione. Sui cartelli della stazione ferroviaria
Vinicio lesse STARGARD. Si trovavano in Polonia, sul Mar
Baltico, a confine con la Germania nord-orientale, in
prossimità di Stettino. Vinicio, abituato a vivere negli
stretti spazi del centro storico di Fucecchio ed
assuefatto ai paesaggi fazzoletto della pianura Pisana e
a quelli del Padule e delle Cerbaie, si trovò davanti
delle pianure sconfinate suddivise in campi enormi,
grandi quasi quanto un podere della campagna
fucecchiese. Il Lupi, quasi inconscio del suo stato di
soldatino prigioniero (aveva alle spalle soltanto 15
giorni di naia), divorava con i suoi occhi quel
paesaggio per lui inconsueto e spropositatamente
immenso. Anche mentre incolonnato e scortato veniva
avviato al campo di prigionia, lui continuava a
guardare, ad osservare. Pure il cielo gli apparve più
grande, sebbene meno, molto meno brillante di quello
fucecchiese.
La vista del campo di prigionia lo turbò alquanto: era
grandissimo e tutto recintato di reti altissime o di
filo spinato; lungo la recinzione, ogni quindici o venti
metri, si innalzavano delle torrette di legno sulle
quali prestavano servizio sentinelle armate di tutto
punto per impedire un'improbabile fuga di prigionieri.
Dentro quel recinto erano disposte simmetricamente delle
baracche di legno che contenevano, ognuna,
quarantacinque prigionieri. All’interno della baracca vi
erano 15 letti di legno a castello: in ogni castello
erano montati tre posti letto dotati di pagliericcio e
di due coperte. La baracca disponeva anche di un WC e di
una grande stufa a legna o a carbone. All’esterno di
ogni baracca vi era un lunghissimo lavello sul quale era
stati montati un trentina di rubinetti per la erogazione
dell’acqua.
Tutti i prigionieri provenienti da Banne vennero
sottoposti a disinfestazione con una doccia preliminare;
poi venne loro comunicato il numero della baracca in cui
avrebbero alloggiato. Dopo la doccia vennero rifocillati
con una gavetta di sboba calda, una farinata lunghissima
nella quale i prigionieri potevano pescare pezzetti di
carote e di patate e qualche pezzetto di foglia di
cavolo o di barbabietola. Poi vennero accompagnati in
baracca. Un responsabile lesse loro in un italiano
pulito il regolamento che avrebbero dovuto rispettare se
non volevano finire in un campo di disciplina. Il
responsabile, appena letto il regolamento, uscì e con
movimenti bruschi e sprezzanti chiuse dall’esterno la
porta e tutte le finestre. La baracca rimase illuminata
da un paio di lampade elettriche. Solo allora Vinicio si
accorse di essere un prigioniero dei tedeschi. Il
digiuno e la fatica del viaggio avevano assottilito il
suo corpo. Ma lui era troppo stanco per rendersi conto
del suo stato fisico; si addormentò subito e si svegliò
soltanto quando il Kapò della baracca venne a dare la
sveglia spalancando porta e finestre ed urlando
imprecazioni incomprensibili. Faceva ancora notte.
Vinicio saltò giù dalla branda, raggiunse il WC e poi
subito fuori a darsi una lavata al viso e al collo; poi
si diresse nel cortile dove veniva effettuato l’appello.
I riflettori accesi del campo annullavano il buiore
della notte. Soltanto alla fine dell’interminabile
appello si ebbe sentore di aurora. Ma tutti dovettero
rimanere nel piazzale per sapere quello che avrebbero
dovuto fare durante la giornata. L’altoparlante annunciò
che si sarebbero formate alcune squadre che sarebbero
andate a lavorare per circa un mese di tempo nelle
fattorie disseminate a qualche chilometro dal campo di
Stargard. Anche Vinicio, il sampierinese Peruzzi ed il
montecatinese Pagnini vennero assegnati ad una squadra
che avrebbe operato in una fattoria agricola per la
raccolta delle patate e delle barbabietole.
Verso le ore sette la squadra di Vinicio venne
accompagnata da un paio di militari ad una fattoria
distante un paio d’ore di marcia. Nel granaio della
fattoria, posto al piano superiore del fabbricato era
stato realizzato il dormitorio per i prigionieri. In una
stanza al piano terra c’era una piccola cucina da campo
che avrebbe provveduto alla preparazione di due ranci:
uno al mezzogiorno e uno alla sera subito dopo la fine
della giornata lavorativa.
Il lavoro non aveva mai preoccupato Vinicio. Fucecchio
veniva considerato il paese delle api industriose per
eccellenza. I fucecchiesi amavano il vino, ma amavano
molto di più il lavoro.
Quel mese di lavoro in fattoria rasserenò alquanto non
solo Vinicio, ma anche gli altri prigionieri. La vita
aveva riacquistato improvvisamente dimensioni umane. I
sorveglianti erano molto accomodanti; il rancio era
discreto ed abbondante; durante lo sbancamento delle
patate e delle barbabietole si poteva cantare,
conversare, scherzare, ridere. Soltanto quando venivano
rinchiusi nel granaio per il riposo notturno si
ricordavano del loro stato di prigionia. Ma quella manna
durò soltanto un mese.
La squadra fece ritorno al campo di smistamento e di
lavoro di Stargard.
Il giorno dopo il loro ritorno, subito dopo l’appello
mattutino, i prigionieri vennero informati di stare
all’erta perché nel corso della mattinata sarebbero
arrivati dei funzionari italiani latori di proposte
allettanti.
I funzionari italiani giunsero verso le ore 11. Erano
tre, tutti vestiti di nero. I prigionieri vennero fatti
allineare nel piazzale. Naturalmente c’erano anche
Vinicio, il Peruzzi ed il Pagnini.
- Italiani, - esordi quello più alto ed asciutto,
capelli neri e lisci abbondantemente imbrillantinati –
il Duce Benito Mussolini, liberato dai camerati
tedeschi, ha dato vita alla Repubblica Sociale Italiana
che ha immediatamente stretto un patto di alleanza
militare con la Germania. I soldati della Repubblica
Sociale Italiana stanno combattendo a fianco delle
truppe tedesche nel tentativo di arginare o addirittura
di respingere l’avanzata anglo-americana sul territorio
italiano. La Repubblica Sociale Italiana ha sotto il suo
controllo tutta l’Italia centrale e quella
settentrionale. Ognuno di voi potrà lasciare
immediatamente il campo di prigionia e rientrare in
Italia se aderirà volontariamente all’esercito della
Repubblica sotto la guida prestigiosa del Maresciallo
Graziani. Naturalmente ritornerete in Italia per
combattere a fianco dei tedeschi e non in villeggiatura.
Coloro che desiderano operare questa scelta si portino
sotto la tribuna.
Vinicio non prese nemmeno in considerazione questa
proposta. I suoi familiari erano stati da sempre degli
antifascisti e anche Vinicio aveva sfilato nel corteo
che dopo il 25 luglio 1943 era stato fatto per le vie
del paese in segno di giubilo per la caduta di Benito
Mussolini. Inoltre il Lupi fece un ragionamento assai
convincente: “Se resto prigioniero ho molte possibilità
di sopravvivere; se vado in Italia a fare la guerra ho
invece moltissime probabilità di lasciarci la pelle”.
Soltanto uno dei quindicimila prigionieri presenti nel
campo si portò sotto la tribuna.
Il kapò della baracca, a notte, dopo la distribuzione e
consumazione dell’unico rancio che veniva distribuito in
ogni campo di lavoro, avvisò i quarantacinque
prigionieri che l’indomani sarebbero stati smistati in
altri campi o mandati nei boschi al taglio delle piante.
Poi chiuse di nuovo con rabbia porta e finestre.
Il giorno dopo anche Vinicio, come tutti i membri della
sua baracca, si portò nel piazzale per conoscere la sua
nuova destinazione. Mentre era in attesa, il fucecchiese
vide entrare nel campo tanti altri prigionieri italiani.
Desideroso di vedere se in mezzo a quei prigionieri ci
fosse stato un suo paesano, abbandonò il suo posto ed
andò ad osservare da vicino la fiumana di prigionieri
che venivano accompagnati alle baracche della
disinfestazione. Ne informò il Peruzzi ed il Pagnini.
Quando, dopo venti minuti, rientrò nel piazzale dove
erano radunati i partenti, con grande sorpresa si rese
conto che i due amici non c’erano più. Altri compagni di
baracca gli dissero che anche lui, Vinicio Lupi, era
stato chiamato e poi sostituito con un altro.
Non dovette attendere molto il fucecchiese per conoscere
la sua nuova destinazione: quel giorno medesimo dovette
abbandonare Stargard per raggiungere in treno la
stazione di Meppen, sul confine nord-occidentale della
Germania con l’Olanda.
Di nuovo il Lupi venne fatto salire su di un carro
bestiame dove, prima della partenza, venne piombato. Ma
questa volta, forte dell’esperienza del primo viaggio,
portò con sé una parte dei viveri in dotazione e
qualcosa da bere. Il viaggio di trasferimento, a causa
dell’incessante pericolo dei bombardamenti aerei, si
protrasse per due giorni. Il treno fece tappa anche a
Berlino, ma Vinicio non poté vedere niente. Il Natale
del 1943 era ormai alle porte. Vinicio lo trascorse nel
nuovo campo di Meppen dove rimase, però soltanto cinque
o sei giorni.
A gennaio il prigioniero Vinicio Lupi venne
definitivamente trasferito nei paraggi di Brema, alla
foce del Weser. Questa volta il viaggio nei carri
bestiame durò soltanto un giorno. Dal mar Baltico,
Vinicio si era spostato sul Mar del Nord. Alla foce del
Weser era stato aperto un grandissimo tunnel per la
realizzazione di un cantiere in cui sarebbero stati
realizzati i famosi sommergibili tascabili: gli u-boot.
Il nostro Vinicio, apprendista macellaio a Fucecchio,
venne inserito in una squadra che doveva impiantare i
binari su cui far muovere le gigantesche gru di quell’arsenale.
Il fucecchiese non era un colosso. La marcia quotidiana
dal campo di prigionia al luogo di lavoro, anche se
della durata di una sola mezz’ora, lo debilitava. Il
rancio quotidiano che gli veniva distribuito soltanto al
ritorno al campo di prigionia quando cominciavano a
calare le ombre della sera non era sostanzioso. E poca
energia gli dava la dotazione alimentare settimanale: un
chilogrammo e mezzo di pane nero, un formaggino, una
tavoletta di margarina ed una di marmellata. L’unico
conforto per Vinicio erano le 14 sigarette settimanali.
Con i suoi quaranta chilogrammi di peso non poteva
essere di grande aiuto alla squadra quando dovevano
essere sollevati i binari per poterli collocare sulla
pavimentazione predisposta. Una mattina il povero
Vinicio lanciò un grido di dolore: l’ernia inguinale,
domata alcuni anni prima grazie all’uso del famoso
cintolo, era di nuovo uscita dal suo alveo. In preda al
dolore e alla rabbia abbandonò di corsa il luogo di
lavoro. Se ne accorse il sorvegliante e non esitò un
istante ad inseguirlo. Quando Vinicio si accorse di
essere inseguito si cacciò dentro un WC. Il sorvegliante
entrò dentro, aspettò che finisse e, usando maniere
violente, lo portò dal Comandante del campo di lavoro.
Il povero Vinicio temette di essere destinato al vicino
campo di disciplina popolato di prigionieri tutti
speciali: coloro che indossavano abiti rigati come i
carcerati ( per la maggior parte ebrei e politici
antinazisti) e quelli che indossavano pigiama nero e
berretto nero ( i renitenti alla leva, i partigiani
soprattutto francesi ) La vita nei campi di disciplina
era semplicemente terribile. Agli zebrati e ai neri
spettavano in quell’immenso laboratorio in prossimità
della foce i lavori più rischiosi. Il loro rientro dal
campo di lavoro in quello di disciplina era regolato
astutamente dall’impiego dei feroci cani dobermann.
Questi cani venivano liberati e aizzati contro quei
prigionieri che rallentavano la marcia d’ingresso nel
campo di disciplina. Quasi sempre uno o due prigionieri
venivano sbranati dai dobermann prima che mettessero
piede nel campo protetto da un cancello.
Il Capo del cantiere e il sorvegliante altercarono
alquanto. Alla fine Vinicio venne riaccompagnato
malamente nella sua baracca. Il giorno successivo,
tenuto conto della sua magrezza, venne assegnato ad una
squadra di carpentieri. Vinicio, grazie anche alla sua
agilità. doveva legare con sottili fili di ferro le
gabbie realizzate con tondini di acciaio. Il fucecchiese
si sentì rinascere. Quel lavoro gli era, come si suol
dire, più confacente. Nonostante la presenza di migliaia
di lavoratori e di imponenti macchinari di cui Vinicio
ignorava l’esistenza i lavori per la realizzazione del
cantiere per la costruzione dei sommergibili tascabili
si preannunciava molto lungo.
Le giornate di Vinicio e degli altri prigionieri erano
cadenzate da un rigido orario.
La sveglia veniva data alle ore 4 del mattino.
Dopo le pulizie personali, sempre molto rapide, c’era
l’adunata nel piazzale per l’effettuazione dell’appello
che si protraeva fino alle ore 7 del mattino. Qualcuno,
in attesa di essere chiamato, ricordandosi della
canonica colazione italiana, consumava una fettina di
pane nero che si era messo in tasca. L'altra l'avrebbe
mangiata dalle 12 alle 13, quando a tutti i prigionieri
veniva concessa un'ora di sosta per consentire ai
sorveglianti tedeschi di rifocillarsi nelle baracche
adibite a mensa.
Alle ore sette i prigionieri lasciavano il campo e
venivano condotti sulla foce del Weser per la
costruzione del cantiere navale.
Dalle 7,30 alle 12 si lavora alacremente. Durante l’ora
di sosta molti si rifugiavano, specie quando faceva
freddo, nelle baracche adibite a mensa dei soldati
tedeschi. Molti prigionieri consumavano una fettina di
quel chilo e mezzo di pane nero che costituiva la
dotazione alimentare settimanale.
Vinicio si rifugiava sempre nelle baracche della mensa.
Una volta si rese conto che un soldato aveva rinunciato
alla sua gavetta piena di zuppa. L’aveva appoggiata sul
pavimento. Vinicio con un cenno fece capire al soldato
che in cambio di quella gavetta di zuppa, lui gli
avrebbe dato una sigaretta. Il soldato, incollerito,
prese la gavetta, si alzò e ne scaraventò il contenuto
in un secchio riservato all’immondizia. Poi fulminò con
uno sguardo pieno di ferocia il povero Vinicio. Nel
cuore del fucecchiese ribollì un disprezzo che a stento
riuscì a contenere
- Preferisco morire di fame piuttosto che elemosinare
un’altra volta un po' di cibo.
E tenne sempre fede a questo giuramento che aveva fatto
con se stesso.
Dopo l’ora della sosta i prigionieri riprendevano il
lavoro fino all’imbrunire. Venivano di nuovo incolonnati
e accompagnati al campo di prigionia. Poco aver varcato
l’ingresso del campo i prigionieri trovavano le marmitte
con la sboba calda. Gli addetti riempivano di quella
sbobba la gavetta che ogni prigioniero portava sempre
con sé. Era quello l’unico pasto di tutta la giornata.
Qualcuno spezzettava in quella brodaglia un’altra esile
fettina di pane nero visto che di patate non ce n’erano
quasi punte. Dopo quel pasto molto frugale si provvedeva
alla pulizia della gavetta che sarebbe servita soltanto
dopo 24 ore. La stanchezza induceva poi la maggior parte
a fare il loro ingresso nella baracca. Qualche volta
Vinicio prima che le baracche venissero chiuse
raggiungeva il retro della baracca dei cucinieri.
Riusciva quasi sempre a racimolare un chilo o poco più
di bucce di patate. Altri lo imitavano. Al centro della
baracca c’era la stufa a carbone. Le bucce venivano
messe a bollire in un barattolo. Dopo una lunga cottura
venivano pestate con la forchetta e trasformate in purè.
Peccato che questo pasto supplementare capitasse solo
raramente.
Dopo che la baracca era stata sbarrata quasi tutti
andavano a riposare nei letti a castello. Vinicio, che
era riuscito a procurarsi una copia del Quo Vadis ed un
altro libro leggeva fino a quando i compagni non
spegnevano le lampadine.
La domenica era l’unico giorno in cui non lavoravano. Ne
approfittavano per godersi la libera uscita che era
stata loro assicurata da un intervento della Repubblica
Sociale Italiana. A tutti i soldati prigionieri venne
corrisposta la famosa decade. Nel paese ai piedi del
colle su cui era stato realizzato il campo di prigionia
non si trovava quasi niente da comprare, fatta eccezione
per la birra. Generalmente la domenica mattina quasi
tutti i militari mettevano ad asciugare i capi di
biancheria e di abbigliamento che avevano lavato nella
vaschetta circostante alla stufa. Il sabato sera era
giorno di bucato.
Anche la domenica i prigionieri dovevano digiunare fino
all’unico rancio che veniva distribuito prima del calar
della notte. I più previdenti, a mezzogiorno, finivano
di mangiare la riserva di pane nero con la margarina o
il dado di marmellata che durante la settimana non
avevano mangiato. Qualche altra volta con le bucce
rubate e conservate si faceva il purè domenicale.
Durante la giornata festiva si parlava moltissimo. Si
facevano previsioni; si diffondevano notizie; ad autunno
inoltrato del 1944 qualcuno diffuse la notizia che tutta
la Toscana, ad eccezione della parte appenninica era
stata liberata dagli americani; qualcuno addirittura
aveva saputo dello sbarco anglo americano in Normandia
nel mese di giugno 1944 e della liberazione della
Francia e che gli angloamericani avanzavano verso il
Belgio ed i Paesi Bassi. I tedeschi non lasciavano
trapelare nessun segno di preoccupazione. Soltanto il 21
luglio 1944 i tedeschi fecero insospettire tutti i
prigionieri del campo. La mattina del 21 luglio 1944 i
prigionieri non vennero svegliati alle quattro del
mattino. Alle ore 8 la baracca era ancora chiusa e fuori
non si vedeva, attraverso le fessure, nemmeno un soldato
tedesco. Alle ore 8,30 la vita al campo riprese
l’andamento normale. Soltanto dopo circa un mese si
seppe clandestinamente che il 20 luglio il dittatore
tedesco Hitler aveva subito un attentato senza
conseguenze per la sua incolumità.
La domenica, quando rinunciava alla libera uscita o
rientrava prima della distribuzione del rancio, Vinicio
si divertiva a riempire le pagine bianche di quei due
libri con disegni che riproducevano il volto delle
persone a lui care . Una volta riprodusse in una di
queste pagine la cucina del suo appartamento
fucecchiese.
A Natale del 1944 il cantiere navale per la costruzione
dei sottomarini tascabili era quasi pronto. Una volta
Vinicio si trovò a lavorare con un detenuto del campo di
disciplina, uno di quelli vestiti di nero. Vinicio stava
parlando con un compagno di squadra. Il nero gli chiese:
- Tu sei toscano, vero?
- Sì – rispose Vinicio.
- I miei genitori sono di Empoli. Da molti anni sono
emigrati in Francia per ragioni politiche: erano rossi.
- E tu –chiese Vinicio – perché ti trovi nel campo di
disciplina?
- Anch’io allo scoppio della seconda guerra mondiale mi
trovavo in Francia. Un anno dopo la disfatta, il governo
francese collaborazionista mi prescrisse il servizio
militare a fianco dei tedeschi. Io mi diedi alla
macchia. Un barbiere, il mio barbiere, fece la spiata e
finii nelle mani della Polizia Tedesca che mi dirottò
immediatamente nel campo di disciplina di Brema.
L’oriundo empolese si allontanò. Vinicio non lo vide
più.
A marzo del 1945 il Cantiere era ormai ultimato. Era
quindi in grado di fabbricare gli u-boot. Mancava
soltanto l’imprimatur di un alto funzionario. Il secondo
giorno della Pasqua 1945 arrivò Von Ribbentrop Joachin,
ministro degli esteri, che inaugurò con una cerimonia
sbrigativa il grande cantiere. Il suono augurale delle
sirene diede l’avvio alla fase di assemblaggio dei primi
sommergibili. Il ministro Von Ribbentrop si congratulò
con le maestranze e ripartì in direzione di Berlino.
Il mattino successivo, verso le ore dieci suonò
l’allarme aereo. Tutti andarono a ripararsi nei grandi
bunker che fungevano da rifugi. Anche il povero Vinicio
si portò di corsa al bunker più vicino, ma era pieno
zeppo: lui poté infilarci soltanto la testa. Poco dopo,
squadriglie di fortezze volanti scaricarono sul cantiere
nuovo di zecca una tale quantità di bombe che il neonato
cantiere venne completamente distrutto. Vinicio fu salvo
per miracolo. Al termine del bombardamento coloro che
uscirono dai bunker vollero andare a curiosare per
rendersi conto dei danni provocati dalle fortezze
volanti. Ci andò anche Vinicio. Quando si portarono sul
perimetro del cantiere distrutto notarono la presenza in
certi crateri di grandissime bombe inesplose.
Erano bombe a scoppio ritardato. Appena cominciarono ad
esplodere seminarono il panico nei prigionieri. Meno
male che le bombe si trovavano ad una discreta
profondità rispetto al perimetro del cantiere. Vinicio,
terrorizzato, cominciò a correre all’impazzata per
allontanarsi sempre di più dal cantiere. Corse per una
buona mezz’ora. Poi si fermò e dopo qualche ora ritornò
nella zona del cantiere per rientrare con gli altri al
campo di prigionia.
I tedeschi , anche questa volta, non lasciarono
trasparire segni di preoccupazione. Allo scopo di tenere
occupati gli oltre quindicimila prigionieri del campo,
nel volgere della nottata predisposero un piano per la
realizzazione di opere di difesa lungo il fiume Weser.
Il terzo giorno di Pasqua, iniziando dalla zona dove era
stato realizzato il cantiere, vennero iniziati i lavori
di scavo per l’approntamento di postazioni di
artiglieria leggera e pesante. Durante la esecuzione di
questi lavori anche Vinicio scoprì nelle adiacenze delle
postazioni bunker pieni di ogni ben di Dio. Uno di
questi era pieno di bidoni di grappa. Nessuno, però,
osava berla perché lo stomaco vuoto avrebbe prodotto
degli effetti devastanti nel corpo dei prigionieri.
Nell’aprile del 1945 i prigionieri cominciarono ad udire
il brontolio dei cannoni americani. Tutti sapevano che
da un giorno all’altro si sarebbero viste comparire le
truppe anglofrancoamericane davanti al Weser.
Una mattina - si era sempre in aprile - la baracca, alle
otto, era sempre chiusa. Dalle fessure i prigionieri si
resero conto che di tedeschi non c’era neppure l’ombra.
Verso le dieci udirono lo sferragliare di carri armati.
Uno di essi buttò giù il cancello d’ingresso al campo di
prigionia. Dopo il carrarmato entrarono nel campo alcune
centinaia di soldati americani, aprirono le baracche e
si lasciarono abbracciare dai prigionieri che non
credevano ai loro occhi. Vinicio traboccava di gioia.
Dopo tutte le effusioni di gioia e di gratitudine alcuni
ufficiali americani chiesero ed ottennero un po' di
silenzio. Un capitano di chiara origine siciliana
arringò così i nostri prigionieri:
- Siete tutti liberi. Permettetemi di darvi un paio di
consigli come se fossi vostro padre. Vi conviene
alloggiare in questo campo per un’altra diecina di
giorni, giusto il tempo per rimettervi un po' in salute.
Di cibo ne avrete quanto ne vorrete, ma per due o tre
giorni i nostri cuochi vi serviranno soltanto due ranci
abbastanza leggeri. Dopo il terzo giorno potrete
mangiare tutto e nella misura che desidererete. Potrete
uscire dal campo quando vorrete. La sera, però, dovrete
rientrare prima del calar della notte per evitare
attentati e vendette. Appena vi sarete ristabiliti
organizzeremo per voi treni che vi riporteranno fino al
Brennero.
Vinicio, dopo aver consumato il primo rancio ed aver
assaporato le sigarette americane, scese verso il paese
, con la precisa intenzione di andare al trovare nel
campo di disciplina l’empolese in tenuta nera.
Il cancello del campo era aperto. Il campo era
completamente vuoto. Vinicio pensò che tutti gli zebrati
e i neri fossero stati trasferiti in un altro campo
prima dell’arrivo degli americani. Mentre stava uscendo
dal campo, Vinicio incontrò un cappellano militare, lui
pure prigioniero, ma molto bene informato.
- Cercavi qualcuno? – chiese il cappellano a Vinicio.
- Cercavo un empolese emigrato in Francia. Era un nero.
- Poveretto, riposa in fondo al mare, davanti alla foce
del Weser.
Vinicio si mostrò perplesso ed incredulo. Il cappellano
spiegò:
- Il Comando tedesco, tre giorni fa, si rese conto che
l’arrivo degli americani era imminente. E allora hanno
fatto salire tutti i prigionieri del campo di disciplina
su zatteroni preventivamente zeppati di dinamite. Poi
hanno diretto quegli zatteroni verso il mare. Dopo
alcune decine di metri, uno dopo l’altro, tutti gli
zatteroni sono saltati in aria. Non si è salvato
nessuno.
Vinicio abbassò la testa e pianse. Mestamente ritornò al
campo e si distese nel suo letto per smaltire l’euforia
della liberazione e l’amarezza dell’eccidio perpetrato
dai tedeschi ai danni degli zebrati e dei neri.
Dopo i tre giorni di ranci leggeri tutti i prigionieri
si dettero ai bagordi. Nel paese vicino dove si
portavano con più frequenza si comportavano da padroni.
Anche dai contadini esigevano la consegna di animali da
cortile. Per rendere più rapida l’operazione dello
spennamento dei polli, dopo averli uccisi li
cospargevano di grappa e davano loro fuoco. In
pochissimi minuti le penne sparivano.
Dopo gli inevitabili bagordi subentrò in tutti la voglia
di ritornare in Patria.
Gli americani organizzarono treni diretti verso il
Brennero. Le linee ferroviarie erano dissestate. Vinicio
non si lasciò scoraggiare. Salì sul primo treno
organizzato per il ritorno. Il fucecchiese fece tappa a
Lipsia e a Monaco. Poi in treno raggiunse il Brennero.
Si era nel mese di maggio 1945. Dal Brennero. a bordo di
camion alleati , il Lupi raggiunse Verona. Dopo avere
sostato per alcune ore in un posto di ristoro
organizzato dalla Chiesa locale, Vinicio fu condotto in
camion, sempre alleato, a Pistoia. Anziché presentarsi
al Distretto che gli avrebbe prescritto tre giorni di
quarantena riuscì a salire su di un altro camion alleato
che lo portò a Firenze. A piedi raggiunse il ponte alla
Vittoria. Vide passare un camion carico di persone. Lo
fermò. Chiese dove era diretto.
- A Ponte a Egola – gli fu risposto.
- Potete darmi un passaggio fino a S. Miniato Basso? –
chiese Vinicio.
Lo fecero salire. Fra le persone che si trovavano sul
camion riconobbe la sorella del Carbonaino, titolare di
una osteria a Fucecchio. La donna lo informò su tutto
quanto era accaduto a Fucecchio durante il periodo in
cui Fucecchio era stato zona di guerra.
Da S. Miniato Basso, Vinicio si portò a piedi fino a S.
Pierino. Qui trovò Gastone Cicalini. Da lui seppe che
tutti i membri della famiglia Lupi erano vivi . Gastone
lo erudì anche sulla l’attracco del traghetto che per
diversi anni avrebbe surrogato il ponte.
Sul traghetto Vinicio trovò il babbo di Gamugno che
disponeva di una bicicletta. Attraversato l’Arno,
Gamugno inforcò la bicicletta ed andò nel Poggetto a
trovare il babbo di Vinicio.
- Se mi dai un bel bicchiere di vino io ti darò una
bellissima notizia.
Gagliano non gli lesinò il vino. Tuo figlio Vinicio era
sul traghetto insieme a me e sta venendo a casa.
Gagliano gridò di gioia. In un baleno furono informati
parenti ed amici. L’incontro gioioso avvenne per la via
del ponte all’altezza dell’argine dell’attuale piazza
Aldo Moro.
Si chiudeva così, felicemente, la lunga odissea
dell’apprendista macellaio fucecchiese.
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