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Fucecchio venne liberato dagli Alleati il 1° settembre
1944. Io mi trovavo a Roma con la mia famiglia e con un
posto di lavoro sicuro. Non sapevo se i miei genitori e
gli altri familiari erano sopravvissuti durante i 40
giorni in cui le artiglierie nemiche si scontrarono
anche sul territorio del comune di Fucecchio. A Roma
seguivo le fasi belliche dello scontro fra Alleati e
tedeschi tramite la radio. Ma non potevo assolutamente
saper quale sorte era toccata ai miei familiari che
abitavano a Fucecchio nell'attuale via Foscolo.
Inutilmente chiesi ripetutamente al capo dei vigili
urbani di Roma, dopo quel 1° settembre 1944, il permesso
di potermi recare a Fucecchio per vedere e sapere se i
miei erano ancora tutti vivi.
Il Comandante dei vigili si informò sulla situazione
militare e poi mi spiegò che il comune di Fucecchio e
quelli retrostanti rispetto alla linea dell'Arno erano
classificati come zona di guerra e perciò interdetti
alla circolazione di persone senza regolare permesso.
Inoltre per giustificare un'assenza prolungata occorreva
una certificazione medica che prescrivesse delle terapie
da effettuarsi in ospedali fuori di Roma ma che non si
trovassero in zona di guerra.
Con l'aiuto del Comandante riuscii ad ottenere un
permesso speciale motivato da un ricovero ospedaliero a
Saline di Volterra. Con questo permesso potevo viaggiare
indisturbato fino a Saline. Se avessi proseguito in
direzione nord sarei entrato in zona di guerra ed avrei
rischiato l'arresto da parte della polizia militare
americana.
Dopo aver superato tutte le pastoie burocratiche decisi
di partire in bicicletta per Fucecchio il 15 novembre
1944. Nel frattempo avevo trovato un compagno di
viaggio, lui pure in bicicletta: il Matteoni di
Massarella, titolare in Roma di una pasticceria, ansioso
di sapere se alcuni suoi parenti erano sopravvissuti
all'Eccidio del Padule di Fucecchio.
Il lunedì mattina del 15 novembre alle ore 5,30 ci
ritrovammo in piazza dell'Esedra. Avevo indossato
l'uniforme ed avevo calzato gli stivali. Sopra i
pantaloni da vigile "mi ero messo" un paio di pantaloni
di pelle di diavolo da guardiacaccia per proteggermi da
tutte le intemperie. Portai con me anche due mantelline
da vigile per ripararmi, in caso di necessità, dalla
pioggia. Per il sostentamento portai un panone fatto con
farina che odorava di piattole. La mia bicicletta da
uomo era accessoriata con due portabagagli: uno
anteriore ed uno posteriore.
All'ora fissata vidi giungere il Matteoni a bordo di una
bicicletta da donna, un po' antidiluviana, con il
portabagagli anteriore.
- Ce la farai a raggiungere Fucecchio con codesta
bicicletta? - gli chiesi.
- Non ho alcun dubbio - mi rispose.
Stavamo ormai per uscire dalla città, quando la ruota
posteriore della bicicletta del Matteoni si afflosciò.
Il massigiano cominciò a smoccolare come un ossesso. Non
aveva né toppe né mastice né carta a vetro. Disponeva
soltanto di un paio di chiavi per l'estrazione dei "fascioni".
Senza perdere la calma tirai fuori dal borsetto posto
dietro la sella della mia bici tutto l'occorrente per la
riparazione ed in meno di un'ora riprendemmo il nostro
viaggio che, secondo le nostre previsioni, salvo
imprevisti, doveva durare tre giorni.
Giunti nei pressi di S. Marinella, trovammo il ponte
franato. Le condizioni meteorologiche erano quelle
tipiche del mese di novembre: cielo coperto e
temperatura bassa. Il terreno era bagnato e allentato.
Chiedemmo consiglio ad un contadino del luogo.
- Vi conviene salire quasi in cima alla collina
costeggiando sempre questo torrente e troverete un
guado. Poi riscenderete e riprenderete la strada.
Seguimmo il suo consiglio.
Sul far della notte raggiungemmo Orbetello. Avevamo
percorso 120 chilometri. Un giovanotto, provvidenziale,
ci indicò dove avremmo trovato un "boccone" ed una
camera per riposare. Il Matteoni dovette togliermi gli
stivali ed anche in questa occasione si esibì in
un'altra smoccolata.
Al mattino, molto presto, ripartimmo sotto la pioggia.
Detti allora una delle mie due mantelline al Matteoni. A
sera raggiungemmo Venturina. Trovammo una camera, ma non
da mangiare. Consumammo un po' del mio pane che aveva
conservato il "profumo" di scarafaggio, ci asciugammo
alla meglio e, debilitati dalla stanchezza e dalla fame,
ci addormentammo.
Quando al mattino ci svegliammo, un forte vento mugliava
come un animale che viene portato al macello. Io, però,
sentivo già l'odore di casa e non mi lasciai spaventare.
Volevo rintracciare i mei genitori e gli altri
familiari, vivi o morti che fossero.
- Sarà prudente, Tommaso, partire con questo vento ? -
azzardò il Matteoni.
- Anche se venisse giù il mondo, io voglio arrivare a
Fucecchio per vedere come stanno i miei.
Partimmo. Il vento era veramente impetuoso. Qualche
volta, quando ci colpiva di fronte, viaggiavamo a passo
d'uomo.
Dopo qualche chilometro, il Matteoni forò di nuovo.
Raggiungemmo una vicina casa colonica e, al riparo di un
pagliaio, riuscimmo a riparare la camera d'aria e a
ripartire. Il Matteoni si mostrava molto dispiaciuto.
- Se riforo, non fermarti. Prosegui da solo. In qualche
modo mi arrangerò. Io a Massarella non ci ho genitori:
ho soltanto dei parenti e perciò poco m'importa se
arrivo con un giorno o due di ritardo.
- O Matteoni, tu mi conosci male. Per me gli impegni
sono sacri come i miei genitori - e troncai.
Ripartimmo. La bicicletta del Matteoni si riafflosciò.
Riuscii a ripararla di nuovo anche se la camera d'aria
sembrava ormai agonizzante. Il vento non dava segni di
tregua. Giunti a 10 chilometri da S. Vincenzo, la bici
del massigiano era di nuovo "a terra". Quando tolsi il
fascione, trovai la camera d'aria spezzata in due parti.
Non era più riparabile. Bisognava trovarne una nuova.
- Non ti sgomentare, Matteoni. Si va a piedi fino a S.
Vincenzo e lì, in una maniera o nell'altra, riusciremo a
trovare una camera d'aria.
- O senti, Tommaso: io te lo chiedo per piacere o, se lo
desideri, per carità: continua per conto tuo. So bene
quanto ti stanno a cuore i tuoi familiari. Sei stato fin
troppo buono. Se non riparti subito, mi metto a
piangere.
Lo abbracciai commosso e proseguii da solo mentre il
vento continuava ad infuriare.
Per strada raggiunsi un altro ciclista: era un
carabiniere in borghese che andava a portare qualche
alimento ai suoi genitori a Vicarello. Facemmo un tratto
di strada appaiati. Poi mi portai in testa per "tirare"
visto che il carabiniere era un po' in difficoltà. Dopo
alcune pedalate mi rigiro e il carabiniere era sparito:
il vento lo aveva scaraventato in un campo.
Nello stradone che portava a Pontedera riuscii con tanta
fortuna a scansare i posti di blocco ed ad evitare di
essere stritolato dalle colonne di camion e carri armati
che occupavano quasi tutta la sede stradale. Qualche
volta ebbi pure l'impressione che i conduttori si
divertissero ad impaurirmi passandomi così vicini da
sfiorarmi.
Prima di giungere a Pontedera, ancora sotto l'infuriare
del vento, dovetti attraversare dei torrenti, passando a
piedi sopra delle passerelle realizzate con dei tavolati
abbastanza sconnessi.
Di ponti a Pontedera non ce n'era più nemmeno uno. Il
traghetto non faceva servizio perché quello esistente
era stato arrovesciato dal vento. Le cinque persone che
vi erano sopra erano annegate.
Proseguii per La Rotta.
- Di ponti, lungo tutto il tratto Firenze -Pisa non ce
n’è nemmeno uno. Sono stati tutti distrutti. E per oggi
è stato proibito l'uso dei traghetti perché il vento
potrebbe rompere i cavi come è successo a Pontedera- mi
spiegarono.
Non mi arresi. Sentivo ormai l'odore di casa sempre più
distinto. " In una maniera o nell'altra, con in il vento
o senza il vento, attraverserò l'Arno " mi dicevo.
Anche a S. Romano trovai il medesimo divieto. Non potevo
demordere. Verso le 15 raggiunsi S. Pierino. Qui avevo
dei parenti. Avrebbero potuto darmi notizie sui miei e
avrebbero sicuramente trovato il modo di farmi
attraversare l'Arno nonostante il forte vento che però
cominciava a dare qualche segno di indebolimento.
L'incontro con i parenti di S. Pierino fu davvero
commovente. Quando mi dissero che tutti i miei erano
vivi e che stavano bene, nonostante l'epidemia di tifo,
piansi a lungo per la gioia che provai. Anche il
traghetto di Fucecchio era stato bloccato dal
provvedimento delle autorità.
Mentre stavo rifocillandomi, Gastone sussultò. Si alzò,
andò alla finestra e raggiante mi disse:
- Devono avere rimesso in funzione il traghetto perché
sono ritornati i pollaioli che erano andati al mercato.
Era vero. Il traghetto aveva ripreso regolare servizio.
Smisi di mangiare e ripartii. Non impiegai molto tempo
ad attraversare l'Arno, ma rimasi turbato quando,
volgendo lo sguardo verso sinistra non vidi più il
nostro maestoso ponte. Il vento era cessato. Percorsi la
strada di Ponzano e raggiunsi la via del Ponte priva
ormai dei suoi quasi secolari platani.
Per evitare ai genitori un trauma psicologico, anziché
recarmi subito a casa, mi fermai alla Ferruzza e pregai
un conoscente di andare dai miei e di informarli che
forse sarei giunto prima di notte dato che mi avevano
visto a S. Pierino. Questo conoscente fu molto bravo. Il
primo a venirmi incontro fu zio Mariano che faceva la
spola tra il cortile di casa e la strada. Tutti gli
altri mi aspettarono davanti casa in via Foscolo.
Ripartii per Roma, da solo, in bicicletta, il 15
dicembre di quello stesso lontano 1944.
Tommaso Corsi
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