GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Viaggio avventuroso a Fucecchio per rivedere i genitori
racconto di Tommaso Corsi

 

Fucecchio venne liberato dagli Alleati il 1° settembre 1944. Io mi trovavo a Roma con la mia famiglia e con un posto di lavoro sicuro. Non sapevo se i miei genitori e gli altri familiari erano sopravvissuti durante i 40 giorni in cui le artiglierie nemiche si scontrarono anche sul territorio del comune di Fucecchio. A Roma seguivo le fasi belliche dello scontro fra Alleati e tedeschi tramite la radio. Ma non potevo assolutamente saper quale sorte era toccata ai miei familiari che abitavano a Fucecchio nell'attuale via Foscolo.
Inutilmente chiesi ripetutamente al capo dei vigili urbani di Roma, dopo quel 1° settembre 1944, il permesso di potermi recare a Fucecchio per vedere e sapere se i miei erano ancora tutti vivi.
Il Comandante dei vigili si informò sulla situazione militare e poi mi spiegò che il comune di Fucecchio e quelli retrostanti rispetto alla linea dell'Arno erano classificati come zona di guerra e perciò interdetti alla circolazione di persone senza regolare permesso. Inoltre per giustificare un'assenza prolungata occorreva una certificazione medica che prescrivesse delle terapie da effettuarsi in ospedali fuori di Roma ma che non si trovassero in zona di guerra.
Con l'aiuto del Comandante riuscii ad ottenere un permesso speciale motivato da un ricovero ospedaliero a Saline di Volterra. Con questo permesso potevo viaggiare indisturbato fino a Saline. Se avessi proseguito in direzione nord sarei entrato in zona di guerra ed avrei rischiato l'arresto da parte della polizia militare americana.
Dopo aver superato tutte le pastoie burocratiche decisi di partire in bicicletta per Fucecchio il 15 novembre 1944. Nel frattempo avevo trovato un compagno di viaggio, lui pure in bicicletta: il Matteoni di Massarella, titolare in Roma di una pasticceria, ansioso di sapere se alcuni suoi parenti erano sopravvissuti all'Eccidio del Padule di Fucecchio.
Il lunedì mattina del 15 novembre alle ore 5,30 ci ritrovammo in piazza dell'Esedra. Avevo indossato l'uniforme ed avevo calzato gli stivali. Sopra i pantaloni da vigile "mi ero messo" un paio di pantaloni di pelle di diavolo da guardiacaccia per proteggermi da tutte le intemperie. Portai con me anche due mantelline da vigile per ripararmi, in caso di necessità, dalla pioggia. Per il sostentamento portai un panone fatto con farina che odorava di piattole. La mia bicicletta da uomo era accessoriata con due portabagagli: uno anteriore ed uno posteriore.
All'ora fissata vidi giungere il Matteoni a bordo di una bicicletta da donna, un po' antidiluviana, con il portabagagli anteriore.
- Ce la farai a raggiungere Fucecchio con codesta bicicletta? - gli chiesi.
- Non ho alcun dubbio - mi rispose.
Stavamo ormai per uscire dalla città, quando la ruota posteriore della bicicletta del Matteoni si afflosciò. Il massigiano cominciò a smoccolare come un ossesso. Non aveva né toppe né mastice né carta a vetro. Disponeva soltanto di un paio di chiavi per l'estrazione dei "fascioni". Senza perdere la calma tirai fuori dal borsetto posto dietro la sella della mia bici tutto l'occorrente per la riparazione ed in meno di un'ora riprendemmo il nostro viaggio che, secondo le nostre previsioni, salvo imprevisti, doveva durare tre giorni.
Giunti nei pressi di S. Marinella, trovammo il ponte franato. Le condizioni meteorologiche erano quelle tipiche del mese di novembre: cielo coperto e temperatura bassa. Il terreno era bagnato e allentato. Chiedemmo consiglio ad un contadino del luogo.
- Vi conviene salire quasi in cima alla collina costeggiando sempre questo torrente e troverete un guado. Poi riscenderete e riprenderete la strada.
Seguimmo il suo consiglio.
Sul far della notte raggiungemmo Orbetello. Avevamo percorso 120 chilometri. Un giovanotto, provvidenziale, ci indicò dove avremmo trovato un "boccone" ed una camera per riposare. Il Matteoni dovette togliermi gli stivali ed anche in questa occasione si esibì in un'altra smoccolata.
Al mattino, molto presto, ripartimmo sotto la pioggia. Detti allora una delle mie due mantelline al Matteoni. A sera raggiungemmo Venturina. Trovammo una camera, ma non da mangiare. Consumammo un po' del mio pane che aveva conservato il "profumo" di scarafaggio, ci asciugammo alla meglio e, debilitati dalla stanchezza e dalla fame, ci addormentammo.
Quando al mattino ci svegliammo, un forte vento mugliava come un animale che viene portato al macello. Io, però, sentivo già l'odore di casa e non mi lasciai spaventare. Volevo rintracciare i mei genitori e gli altri familiari, vivi o morti che fossero.
- Sarà prudente, Tommaso, partire con questo vento ? - azzardò il Matteoni.
- Anche se venisse giù il mondo, io voglio arrivare a Fucecchio per vedere come stanno i miei.
Partimmo. Il vento era veramente impetuoso. Qualche volta, quando ci colpiva di fronte, viaggiavamo a passo d'uomo.
Dopo qualche chilometro, il Matteoni forò di nuovo. Raggiungemmo una vicina casa colonica e, al riparo di un pagliaio, riuscimmo a riparare la camera d'aria e a ripartire. Il Matteoni si mostrava molto dispiaciuto.
- Se riforo, non fermarti. Prosegui da solo. In qualche modo mi arrangerò. Io a Massarella non ci ho genitori: ho soltanto dei parenti e perciò poco m'importa se arrivo con un giorno o due di ritardo.
- O Matteoni, tu mi conosci male. Per me gli impegni sono sacri come i miei genitori - e troncai.
Ripartimmo. La bicicletta del Matteoni si riafflosciò. Riuscii a ripararla di nuovo anche se la camera d'aria sembrava ormai agonizzante. Il vento non dava segni di tregua. Giunti a 10 chilometri da S. Vincenzo, la bici del massigiano era di nuovo "a terra". Quando tolsi il fascione, trovai la camera d'aria spezzata in due parti. Non era più riparabile. Bisognava trovarne una nuova.
- Non ti sgomentare, Matteoni. Si va a piedi fino a S. Vincenzo e lì, in una maniera o nell'altra, riusciremo a trovare una camera d'aria.
- O senti, Tommaso: io te lo chiedo per piacere o, se lo desideri, per carità: continua per conto tuo. So bene quanto ti stanno a cuore i tuoi familiari. Sei stato fin troppo buono. Se non riparti subito, mi metto a piangere.
Lo abbracciai commosso e proseguii da solo mentre il vento continuava ad infuriare.
Per strada raggiunsi un altro ciclista: era un carabiniere in borghese che andava a portare qualche alimento ai suoi genitori a Vicarello. Facemmo un tratto di strada appaiati. Poi mi portai in testa per "tirare" visto che il carabiniere era un po' in difficoltà. Dopo alcune pedalate mi rigiro e il carabiniere era sparito: il vento lo aveva scaraventato in un campo.
Nello stradone che portava a Pontedera riuscii con tanta fortuna a scansare i posti di blocco ed ad evitare di essere stritolato dalle colonne di camion e carri armati che occupavano quasi tutta la sede stradale. Qualche volta ebbi pure l'impressione che i conduttori si divertissero ad impaurirmi passandomi così vicini da sfiorarmi.
Prima di giungere a Pontedera, ancora sotto l'infuriare del vento, dovetti attraversare dei torrenti, passando a piedi sopra delle passerelle realizzate con dei tavolati abbastanza sconnessi.
Di ponti a Pontedera non ce n'era più nemmeno uno. Il traghetto non faceva servizio perché quello esistente era stato arrovesciato dal vento. Le cinque persone che vi erano sopra erano annegate.
Proseguii per La Rotta.
- Di ponti, lungo tutto il tratto Firenze -Pisa non ce n’è nemmeno uno. Sono stati tutti distrutti. E per oggi è stato proibito l'uso dei traghetti perché il vento potrebbe rompere i cavi come è successo a Pontedera- mi spiegarono.
Non mi arresi. Sentivo ormai l'odore di casa sempre più distinto. " In una maniera o nell'altra, con in il vento o senza il vento, attraverserò l'Arno " mi dicevo.
Anche a S. Romano trovai il medesimo divieto. Non potevo demordere. Verso le 15 raggiunsi S. Pierino. Qui avevo dei parenti. Avrebbero potuto darmi notizie sui miei e avrebbero sicuramente trovato il modo di farmi attraversare l'Arno nonostante il forte vento che però cominciava a dare qualche segno di indebolimento.
L'incontro con i parenti di S. Pierino fu davvero commovente. Quando mi dissero che tutti i miei erano vivi e che stavano bene, nonostante l'epidemia di tifo, piansi a lungo per la gioia che provai. Anche il traghetto di Fucecchio era stato bloccato dal provvedimento delle autorità.
Mentre stavo rifocillandomi, Gastone sussultò. Si alzò, andò alla finestra e raggiante mi disse:
- Devono avere rimesso in funzione il traghetto perché sono ritornati i pollaioli che erano andati al mercato.
Era vero. Il traghetto aveva ripreso regolare servizio. Smisi di mangiare e ripartii. Non impiegai molto tempo ad attraversare l'Arno, ma rimasi turbato quando, volgendo lo sguardo verso sinistra non vidi più il nostro maestoso ponte. Il vento era cessato. Percorsi la strada di Ponzano e raggiunsi la via del Ponte priva ormai dei suoi quasi secolari platani.
Per evitare ai genitori un trauma psicologico, anziché recarmi subito a casa, mi fermai alla Ferruzza e pregai un conoscente di andare dai miei e di informarli che forse sarei giunto prima di notte dato che mi avevano visto a S. Pierino. Questo conoscente fu molto bravo. Il primo a venirmi incontro fu zio Mariano che faceva la spola tra il cortile di casa e la strada. Tutti gli altri mi aspettarono davanti casa in via Foscolo.
Ripartii per Roma, da solo, in bicicletta, il 15 dicembre di quello stesso lontano 1944.


Tommaso Corsi

 

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