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1°
Maggio 1944
In Italia imperversava la guerra di liberazione.
L’esercito anglo-americano avanzava verso l’Italia
Centrale con la lentezza della lumaca di collodiana
memoria. I soldati tedeschi erano diventati ormai
padroni indisturbati anche del nostro territorio
comunale. I due sfollati livornesi ed i parenti
fiorentini si erano ormai assuefatti allo stato di
occupazione che significava fame e soprattutto paura dei
bombardamenti e dei rastrellamenti.
Quella mattina lo sfollato livornese, un po' più
mattiniero del consueto, appena mi vide davanti casa mi
chiamò e a voce bassa mi confidò:
- Prima che i fascisti salissero al potere, il 1° Maggio
era un giorno di grande festa per i lavoratori. Quando
la guerra sarà finita, vedrai che quella festa verrà
ripristinata.
Non mi disse altro. Si staccò da me e rientrò in casa
non nascondendo un moto di diffidenza tipico di coloro
si pentono di avere svelato incautamente un segreto.
Poco dopo, saranno state le otto e mezza del mattina,
sbucò mio padre dal nostro campetto, mi chiamò e mi
disse:
- Vai subito in cantina a prendere un fiasco di vino
rosso, portalo alla mamma e ricordagli che oggi è il
Primo Maggio. Capirà lei quello che voglio dire.
Mio padre riscomparve.
Io scesi subito in cantina per prelevare il fiasco del
vino così come mio padre mi aveva ordinato. Quando stavo
per impugnare uno dei fiaschi di rosso allineati su di
una mensola, percepii chiaramente lo squittio di un
topolino. Il poveretto doveva essere finito nella
trappola che il babbo sistemava ogni giorno fra le due
botti della cantina. Lasciai il fiasco sulla tavola e mi
portai ai piedi della trappola. Non mi fu difficile
scorgervi il musetto dell’animaletto infilato fra le
sbarre di quella prigione. I suoi occhietti,
scintillanti come due lampadine accese, mi intenerirono
fino a commuovermi. Senza indugiare un istante presi la
trappola con il topolino, corsi nell’orto, la depositai
fra l’erba ed aprii senza esitazione lo sportello di
quella ferrea cella. Il furetto, probabilmente
incredulo, ma felicissimo, in un attimo sparì fra l’erba
alta dell’orto. Esultai.
In quel momento mi ricordai della civetta che lo zio Lio
ci aveva regalato: anche lei avrebbe gradito la libertà.
Mosso da un inconfondibile impulso di bontà, mi
avvicinai al nero rapace notturno che, attraverso le
stecchette di legno della gabbia, mi fissò intensamente
con i suoi occhi fosforescenti.
La liberai e la vidi posarsi sul canneto della vicina
famiglia Bandini.
“Evviva!” gridai dentro di me.
Mentre mi portavo di nuovo in cantina, dalla finestra di
una casa colonica vicina mi giunse la voce angosciata di
una donna che gridava a più riprese:
- I Tedeschi hanno portato via mio marito. Aiuto! Aiuto!
Era la moglie di Flavio, il Rosso, per la sua chioma
fulva. Avevo solo tredici anni. Cosa avrei potuto fare
per salvare l’amico di mio padre dalla sicura
deportazione in Germania? Osservai la viottola che dalla
casa di Flavio portava per la via di S: Croce e poco
dopo scorsi Flavio, esterrefatto, seguito da tre soldati
tedeschi con i mitra puntati all’altezza della sua
schiena. Percepii in quel momento il garrire delle
rondini che felici sfrecciavano nel cielo
incredibilmente azzurro di quel mattino.
Di corsa e trafelato mi portai davanti ai tre militari e
gridai con espressione disperata:
- Lasciatelo! E’ cieco – e per farmi meglio capire mi
portai i diti indici davanti agli occhi e con la testa
feci capire che il Rosso non ci vedeva.
Flavio capì a volo l’antifona e comincio a barcollare.
Giunto davanti ad un fosso fece finta di non vederlo e
vi cadde dentro emettendo un grido di spavento. I tre
tedeschi, divertiti, si misero a tracolla il mitra e
proseguirono verso Fucecchio incuranti di quanto poteva
essere successo al presunto cieco. Quando i tre furono
ben lontani, Flavio uscì dalla fossa, mi abbracciò
commosso e con un filo di voce rotto dalla commozione mi
disse:
- Alvaro, mi hai salvato la vita. Grazie.
Alvaro Zingoni
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