GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

La terribile notte del 19 luglio 1944 in via Castruccio

 

A confine con la torre di Castruccio, sul lato sinistro di essa, e proprio di fronte alla casa di Biagino, c’era – e c’è anche oggi – il Palazzo del dott. Pellegrini.
Anche la famiglia di Danilo Pellegrini, fresco dell’esperienza bellica che lo aveva visto impegnato soprattutto nelle stazioni ferroviarie iugoslave fino all’ 8 settembre 1943, abitava in quel palazzo dal 1929 ed utilizzava, come affittuaria, le tre stanze della torre di Castruccio.
La sera del 18 luglio si ritrovarono, tutti i coinquilini, nel cucinone del sessantatreenne Ottorino Bianucci, l’uomo tuttofare del dott. Pellegrini, che occupava un appartamento al piano terra, posto sul retro della via di fronte al monte Pisano.
Il babbo di Danilo, memore della grande esperienza della Prima Guerra Mondiale, esordì:
- Sentite, io ritengo opportuno che a partire da questa sera, sia conveniente trascorrere almeno la prima parte della notte nella cantina del palazzo posta al di sotto della strada. Quando i cannoneggiamenti notturni degli americano saranno finiti potremo rientrare nei nostri appartamenti.
Ottorino scosse la testa, ma non in segno di disapprovazione.
- Ma guardate – disse – a cosa ci siamo ritrovati ! Mi sembra che sia passato un secolo da quando ci ritrovavamo proprio qui, di domenica, a giocare a tombola tutti insieme. Vi ricordate? Ci venivano anche i tuoi cugini Anselmo e Marta, eh, Danilo!
Danilo, sempre previdente, consigliò:
- Portiamo in cantina candele , fiammiferi e, chi ce l’ha, porti una pila (torcia elettrica). Credo, caro dottore, che ci convenga scendere subito perché questa è l’ora in cui cominciano a partire i colpi di cannone da S. Miniato.
Il medico annuì.
Danilo salì di corsa nel proprio appartamento, imitato dagli altri, a far rifornimento di candele e fiammiferi. Poco dopo si ritrovarono tutti nella grande cantina: la famiglia del medico Pellegrini; quella di Danilo; quella di Licia; quella di Ottorino, ortolano, giardiniere e contadino del dott. Pellegrini.
Fortunatamente la cantina del Pellegrini non aveva finestrini che davano in via Castruccio e perciò si poteva tenera accesa la lampada elettrica di cui la cantina era dotata e si poteva parlare a voce alta senza il timore di essere uditi dai tedeschi che di notte pattugliavano via Castruccio.
Verso le ore dieci cominciò il cannoneggiamento notturno. Licia, ad ogni esplosione, reagiva con un “Gesù mio! Ora che cosa ci succederà?” Danilo proprio non ce la faceva a sopportare quelle giaculatorie intrise di piagnisteismo. In un angolo vide una poltrona di vimini e, senza dir niente a nessuno, si alzò e andò a sedervisi. Nell’appoggiarsi provò uno strano senso di sollievo. Appoggiò la testa sulla parte alta dello schienale e come per incanto gli ritornarono a mente alcuni versi dell’ode che Alessandro Manzoni dedicò a Napoleone Bonaparte
…………………….
e ripensò le mobili
tende e i percorsi valli,
e il lampo dei manipoli
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celere obbedir.

Compiaciuto, Danilo socchiuse gli occhi e si abbandonò alla “torma” dei suoi ricordi. Le esplosioni ora più vicine ora più lontane non interruppero il suo pellegrinaggio interiore. Nel 1938 si era arruolato come volontario nel Reggimento Ferrovieri di stanza a Torino. Fin da ragazzo aveva sempre sognato di diventare un capostazione ferroviario. Torino gli piaceva moltissimo. Non sentiva affatto la nostalgia della propria casa. Tutte le settimane scriveva a casa ed il padre regolarmente gli rispondeva e lo aggiornava su quanto avveniva a Fucecchio. Dopo tre settimane gli giunse una lettera del padre inspiegabilmente molto più lunga.
……….Sai, Danilo, da S. Gimignano è venuto un folto gruppo di muratori. Mentre innalzavano le impalcature ho chiesto ad uno di loro:
- Ma quali lavori ci farete sulla torre?
- La ripristiniamo allo stato medioevale. Apporteremo alcune modifiche soltanto sulla cima: al posto dei cinque merli per lato, ce ne mureremo soltanto quattro. Gli ingegneri dicono che con quattro merli in meno la torre sarà più sicura.
- Soprattutto – gli ho confidato – mi sentirò più sicuro io.
- E perché?
- Perché mio figlio Danilo, quando era un ragazzetto, faceva il funambolo: saltava dall’uno all’altro merlo incurante dell’altezza della torre.
Il muratore ha scosso, incredulo, la testa. Una mattina, dal finestrino della mia stanza da lavoro, ho visto in S. Andrea uno di Comune. Mi sono tolto il grembiule, sono uscito e gli sono andato incontro. Siccome lo conosco molto bene, gli ho chiesto:
- Ma cosa ci faranno sulla torre?
E lui, pari pari:
- Le toglieranno tutto l’intonaco, ridurranno il numero dei merli e poi faranno una bella pulizia.
- Sarebbe a dire?
- I mattoni rimarranno a bella vista e allora andranno lavati e dovrà esser ridato loro un colore mattone antico.
- Li imbiancheranno?
- Ma no..! A suo tempo vedrai.
Al termine della lettura di quella missiva, Danilo non era riuscito a frenare una certa commozione. In quella torre, la torre di Castruccio, aveva trascorso la sua fanciullezza, e la prima parte della sua giovinezza. Dalla cucina, salendo tre gradini, poteva accedere alla prima delle tre stanze, una sopra l’altra, che si trovavano nel corpo della torre. Nella prima stanza, la più in basso, c’era il laboratorio del padre, un provetto calzolaio. una scala a chiocciola in ghisa saliva alla seconda stanza che qualche volta era stata usata come colombaia; una seconda scala a chiocciola ma in legno conduceva alla terza stanza; da qui, tramite una scala di legno a tavolette si saliva sulla cima della torre. Danilo era un patito di quel solaio così in alto. In molti gli avevano detto che da lassù, con un buon cannocchiale, si poteva vedere anche il mare. Lui lo disse a Giorgio, il figlio del dottor Andreini che abitava ad una ventina di metri di distanza. Giorgio si fece dare dal padre un potente cannocchiale da marina, uno Zais: nemmeno nelle mattinate più terse riuscirono mai a vederlo il mare.
Dopo qualche mese, mentre stava per concludersi il primo corso che lo avrebbe abilitato a diventare un capotreno, Danilo ricevette un’altra lettera del padre.
……. Ieri l’altro un muratore del gruppo di S. Gimignano mi ha detto:
- Domani ridaremo il colore a tutti i mattoni della torre.
- E la tinta dove la tenete? – gli ho chiesto.
Lui ha sorriso. Stamattina ho visto arrivare in S. Andrea tre carri, trainati da bovi, tutti pieni di vinaccia.
- O quelli dove vanno? – mi sono chiesto.
Tutti e tre si sono fermati ai piedi della torre. Un operaio ha gridato dall’impalcatura:
- Potete scaricarla in codesto spiazzo pulito.
I contadini hanno scaricato la vinaccia e se ne sono andati.
- Chissà che moscaio ci sarà tra poco ! – mi sono detto.
Dopo un attimo ho visto scendere dalla carrucola una paiola. Un manovale, armato di forcone, l’ha riempita di vinaccia. Non ho retto alla curiosità. sono sceso in strada e che cosa ho visto? Un paio di muratori stavano strofinando la vinaccia sui mattoni dei merli ricostruiti. Nel pomeriggio i quattro muratori adibiti a quel lavoro avevano già ritinto quasi tutta la facciata della torre. La vinaccia funziona davvero come tinta ! Ti farei vedere com’è bella ora la torre coi mattoni ritinti in bella vista!
Anche questa volta, Danilo provò una certa strizza. Non vedeva l’ora di ritornare per qualche giorno a Fucecchio per rivedere la sua torre. Danilo si risovvenne dei primi viaggi sulla linea Chivasso-Aosta nella sua veste di capotreno. I viaggiatori si stupivano per la giovane età del capotreno e per l’eleganza della divisa che era in dotazione all’esercito.
Ma il sogno di Danilo era il titolo di Capostazione. Dopo un tirocinio di qualche mese come capotreno venne iscritto al corso per capostazione che si svolse a Torino.
Superate brillantemente le prove del corso, gli venne assegnata la stazione di Hone-Barde, sempre in Valle d’Aosta. Dovette svolgere in quella stazioncina anche la mansione di direttore di mensa. Benché chiuso in una valle, rimase colpito dalle vestigia storiche di quel luogo immortalato dai romanzi di Salvator Gotta quali “La damigella di Bar” e “Il piccolo alpino”.
Mentre con l’immaginazione si rivedeva nella piccola chiesa di Bard dove il parroco spiegava il Vangelo domenicale in lingua “patoi”, sobbalzò per l’esplosione di una cannonata, la prima di quella lunga notte.
Nella piazzetta antistante la stazioncina, grazie ad un altoparlante collocatovi dal segretario del PNF di quel paese, poté ascoltare nel pomeriggio del 10 giugno 1940 il discorso con cui Mussolini annunciò agli Italiani la nostra dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. Rabbrividì, Danilo, quando udì le fatidiche parole di Mussolini. La grande e meravigliosa vacanza valdostana stava ormai per finire.
Danilo venne rimandato a Torino e da qui, il 15 marzo 1941, con la dotazione di un elmo, di una maschera antigas e di una pistola Beretta e due soli caricatori venne trasferito in Iugoslavia, a Lubiana. Se agevole fu il viaggio ferroviario di trasferimento Torino -Trieste, non altrettanto lo fu quello Trieste-Lubiana. La linea ferroviaria, in un punto nevralgico, era stata fatta saltare dai sabotatori iugoslavi.
Il 18 aprile prese servizio come vicecapo nella stazione di Visnja-Gora, a trenta chilometri da Lubiana.
Le cannonate continuarono a tormentare la veglia delle quattro famiglie radunate nella grande cantina sotterranea del dott. Pellegrini.
Danilo, per niente turbato dagli scoppi delle cannonate, continuava a ripercorrere le tappe del suo pellegrinaggio bellico. Lui attendeva con ansia la promozione a sergente per poter svolgere il ruolo di capostazione. A Visnja-Gora si era guadagnato la simpatia dei commilitoni ed anche degli slavi. Ma nel settembre venne destinato nella stazione di Knin in Croazia. Il primo impatto fu abbastanza duro, ma poi, grazie alla sua carica di simpatia e di disponibilità, riuscì ad ingraziarsi tutti quanti e a risolvere problemi gravissimi quali quello dell’approvvigionamento alimentare.
Licia, imperturbabile continuava a recitare le sue giaculatorie. Il padre di Danilo lanciava di quando in quando delle occhiatacce al figlio che, noncurante delle cannonate, sembrava essersi addormentato in quella poltrona di vimini.
Finalmente, nell’aprile del 1942 a Danilo venne recapita la nomina a sergente e l’immediato trasferimento nell’indimenticata stazione di Visnja-Gora. La notizia lo fece strabiliare. Ritornare a Visnja-Gora non sarebbe stato un problema se la linea ferroviaria fosse stata agibile. La neve aprilana, la temperatura polare e la bora che soffiava anche a 100 chilometri orari trasformarono quel viaggio di trasferimento tanto ambito in una vera odissea. Dopo un primo brevissimo tratto percorso in treno, lui e i suoi commilitoni dovettero procedere a piedi a piccolissime tappe. Il nemico più terribile era la neve. Ogni giorno cercavano di raggiungere una stazioncina dove venivano rifocillati e dove pernottavano. Qualche volta dovettero camminare anche di notte e sarebbero morti congelati se un membro della pattuglia non fosse andato in avanscoperta per scoprire un segnale di presenza di una stazione. Danilo, una volta precipitò anche in una profonda buca coperta dalla neve. Corde a disposizione i suoi uomini non ne avevano. Allacciarono le loro cinghie e riuscirono a tirarlo fuori. Dopo numerose peripezie arrivò, provvidenziale la pioggia. La neve venne sciolta e i binari furono così sgombri. Finalmente il viaggio a piedi sulla neve era finito. Danilo ed i suoi uomini poterono raggiungere in treno la stazione iugoslava di Visnja-Gora.
- Danilo, svegliati, il cannoneggiamento è finito – gli disse il padre.
- Va bene. Ora vengo anch’io.
Danilo sbirciò con la coda dell’occhio il corteo che dalla cantina risaliva su negli appartamenti. In testa c’erano il dott. Pellegrini con i suoi; poi il babbo di Danilo con la moglie e la figlia Franca; nelle ultime posizioni la moglie di Ottorino, il babbo e la mamma di Licia, Licia e Ottorino.
Danilo si beò ancora un attimo riassaporando la gioia del suo arrivo a Visnja-Gora e la soddisfazione di sedere alla mensa ufficiali e sottufficiali.
Si alzò e quasi di corsa cercò di raggiungere la coda del corteo che forse era già risalito nelle proprie camere.
Mentre stava per salire gli ultimi gradini fu inginocchiato da uno spaventoso boato e dal conseguente spostamento d’aria. E subito dopo percepì i tonfi di pavimenti che crollavano e di porte divelte che franavano a terra. Un polverone indicibile impediva a Danilo di respirare e di intravedere qualcosa anche se era notte fonda e la luce della cantina si era spenta.
- Aiuto ! Aiuto ! Correte. O Gesù mio, muoio.
Danilo riconobbe a volo la voce di Licia. Salì alla cieca gli ultimi gradini della cantina e raggiunse l’andito del palazzo da cui provenivano le invocazioni di aiuto. La porta del palazzo era stata divelta dalla cannonata che era esplosa nel pianterreno della casa di Biagino e le schegge avevano colpito gli ultimi del corteo che stava risalendo nelle proprie camere. Anche Vangelina e Ottorino giacevano a terra feriti. L’unico che non si lamentava era Ottorino.
Danilo raggiunse Licia e con l’aiuto del dottor Pellegrini se la caricò sulle spalle e la portò all’ospedale che distava dal luogo del ferimento una cinquantina di metri.
Appena uscito fuori, in via Castruccio, udì dall’alto la voce di Quartina che gridava:
- Dove sono le mie bambine? Aiuto! Venite a salvarci.
Danilo non si fermò neppure un secondo. Raggiunse trafelato l’ospedale: qui lo aiutarono a sistemare Licia in un ambulatorio di fortuna. Danilo uscì ed attese il responso. Intanto era arrivato con le proprie gambe , quasi strisciando per terra, Sandrino Monti.
- Entra – gli disse Danilo aprendogli la porta dell’ambulatorio.
Caleo uscì un attimo fuori e disse:
- La ferita alla coscia di Licia è brutta, ma non è grave. Ce la farà a guarire.
Nel frattempo sopraggiunse con l’aiuto del dottor Pellegrini anche Vangelina.
Danilo chiese al Pellegrini:
- E Ottorino?
- Anche lui è ferito e mi sembra seriamente, però ha voluto in tutte le maniere che prima ci portassi Vangelina qui in ospedale. Senti, Danilo, te l’affido a te, Vangelina. Io vado a vedere un po' di Ottorino e poi dovrò dare una mano anche a Biagino. Ho l’impressione che lì dentro sia successo qualcosa di molto grave e che ci siano molti morti.
Aveva ragione il medico Pellegrini.
Licia e Vangelina si salvarono. L’amato e generoso Ottorino, invece, ci rimise la vita come Sonia, Denia e Beppina moglie, figlia e madre di Sandrino Monti, le quali si trovavano appunto nella casa di Biagino.
Verso le dieci del mattino del 19 luglio per poco non si verificò un altro fatto tragico.
Mia cugina aveva seguito dalla finestra del suo salotto. all’ultimo piano del palazzo compreso fra quello dell’avvocato Lotti e quello dell’avvocato Lampredi, tutte le operazioni di recupero di cui era stato protagonista suo marito Dino Billi, meglio conosciuto come Peppole.
Poco prima delle dieci vide uscire dalla porta della casa della mia nonna posta in via Castruccio al n. 56, mio fratello che si era caricato sulle spalle una materassina di lana da letto ad una piazza. Lo aveva riconosciuto e gli aveva chiesto:
- O che fai, Berto, con codesta materassina?
Mio fratello, quindicenne, si fermò, sollevò lo sguardo in alto e rispose:
- La porto in casa di zio Pietro. Zio Privato dopo la cannonata che è esplosa sulla facciata della casa di Ottorino Toni non ci vuole più dormire nella cantina di Igia. Va dormire da suo fratello Pietro. Ha ragione. Nemmeno io voglio andarci più.
Mio fratello si diresse verso la piazza dell’ospedale per poi scendere in Guglielmo S. Giorgio. La casa di mio zio Pietro si trovava di fronte al Palazzo del Gattino.
Mentre mio fratello stava avvicinandosi alla piazza dell’ospedale, mio cugino Peppole uscì da via Valdarnese e a passi svelti imboccò via Castruccio:
- O dove vai tutto di corsa – gli chiese sua moglie Liliana dalla finestra.
- Vado a farmi disinfettare un po' all’ospedale. Stamani mi sono sgraffiato tutte le braccia.
- Stai attento.
Mio cugino ebbe il tempo di raggiungere mio fratello e di superarlo. Mentre stava varcando il portone d’ingresso dell’attuale portineria e mio fratello si trovava davanti all’attuale negozio di abbigliamento e merceria di fronte al fabbricato dell’ospedale, una cannonata colpì il basamento del monumento ad Umberto Primo re d’Italia. Mio fratello fu scaraventato a terra ed un numero incredibile di schegge si conficcò nel portone dietro al quale si trovava mio cugino Dino Billi. Appena il polverone della cannonata si fu dissolto la “Cea della Doddola” che si trovava in via Castruccio e che era andata a vedere cos’era successo, ritornò verso via Valdarnese gridando:
- O mamma mia che disastro è successo in piazza dell’ospedale! O mamma mia!
Mia cugina che si era riportata alla finestra dopo quella terribile deflagrazione cominciò a gridare:
- Sono morti anche il mio marito e il mio cugino Berto. Sia maledetta la guerra.
Lasciò sola in casa la sua bambina, Romana, e trafelata raggiunse la piazza dell’ospedale. Non c’era nessun cadavere per terra.
Mio fratello si era rialzato, e constato che non aveva riportato nessuna ferita stava per svoltare in via Clorinda Soldaini ( si chiamava cosi l’attuale via S. Giorgio).
- Berto, Berto! – gridò Liliana con il poco fiato che le era rimasto.
Mio fratello si fermò, si girò.
- Allora sei vivo! – urlò Liliana – O il mio Dino?
Intanto aveva raggiunto mio fratello.
- Prima che scoppiasse la bomba l’ho visto entrare da quel portone – le rispose indicando il portone dell’attuale portineria – Vedrai che non gli è successo niente.
Liliana si diresse al portone pieno di schegge e chiamò:
- Dino, Dino!
- Non gli è successo niente. Lo ha salvato il portone. Ora è in ambulatorio a farsi disinfettare tutte le abrasioni che si è procurato per recuperare i vivi e i morti della casa di Biagino – la rincuorò un’infermiera.
Liliana si fece il segno della croce e ritornò a casa dalla sua bambina.
- Grazie, Sacro Cuore di Gesù – ripeteva mentalmente Liliana mentre rientrava in casa.

 

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