|
A
confine con la torre di Castruccio, sul lato sinistro di
essa, e proprio di fronte alla casa di Biagino, c’era –
e c’è anche oggi – il Palazzo del dott. Pellegrini.
Anche la famiglia di Danilo Pellegrini, fresco
dell’esperienza bellica che lo aveva visto impegnato
soprattutto nelle stazioni ferroviarie iugoslave fino
all’ 8 settembre 1943, abitava in quel palazzo dal 1929
ed utilizzava, come affittuaria, le tre stanze della
torre di Castruccio.
La sera del 18 luglio si ritrovarono, tutti i
coinquilini, nel cucinone del sessantatreenne Ottorino
Bianucci, l’uomo tuttofare del dott. Pellegrini, che
occupava un appartamento al piano terra, posto sul retro
della via di fronte al monte Pisano.
Il babbo di Danilo, memore della grande esperienza della
Prima Guerra Mondiale, esordì:
- Sentite, io ritengo opportuno che a partire da questa
sera, sia conveniente trascorrere almeno la prima parte
della notte nella cantina del palazzo posta al di sotto
della strada. Quando i cannoneggiamenti notturni degli
americano saranno finiti potremo rientrare nei nostri
appartamenti.
Ottorino scosse la testa, ma non in segno di
disapprovazione.
- Ma guardate – disse – a cosa ci siamo ritrovati ! Mi
sembra che sia passato un secolo da quando ci
ritrovavamo proprio qui, di domenica, a giocare a
tombola tutti insieme. Vi ricordate? Ci venivano anche i
tuoi cugini Anselmo e Marta, eh, Danilo!
Danilo, sempre previdente, consigliò:
- Portiamo in cantina candele , fiammiferi e, chi ce
l’ha, porti una pila (torcia elettrica). Credo, caro
dottore, che ci convenga scendere subito perché questa è
l’ora in cui cominciano a partire i colpi di cannone da
S. Miniato.
Il medico annuì.
Danilo salì di corsa nel proprio appartamento, imitato
dagli altri, a far rifornimento di candele e fiammiferi.
Poco dopo si ritrovarono tutti nella grande cantina: la
famiglia del medico Pellegrini; quella di Danilo; quella
di Licia; quella di Ottorino, ortolano, giardiniere e
contadino del dott. Pellegrini.
Fortunatamente la cantina del Pellegrini non aveva
finestrini che davano in via Castruccio e perciò si
poteva tenera accesa la lampada elettrica di cui la
cantina era dotata e si poteva parlare a voce alta senza
il timore di essere uditi dai tedeschi che di notte
pattugliavano via Castruccio.
Verso le ore dieci cominciò il cannoneggiamento
notturno. Licia, ad ogni esplosione, reagiva con un
“Gesù mio! Ora che cosa ci succederà?” Danilo proprio
non ce la faceva a sopportare quelle giaculatorie
intrise di piagnisteismo. In un angolo vide una poltrona
di vimini e, senza dir niente a nessuno, si alzò e andò
a sedervisi. Nell’appoggiarsi provò uno strano senso di
sollievo. Appoggiò la testa sulla parte alta dello
schienale e come per incanto gli ritornarono a mente
alcuni versi dell’ode che Alessandro Manzoni dedicò a
Napoleone Bonaparte
…………………….
e ripensò le mobili
tende e i percorsi valli,
e il lampo dei manipoli
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celere obbedir.
Compiaciuto, Danilo socchiuse gli occhi e si abbandonò
alla “torma” dei suoi ricordi. Le esplosioni ora più
vicine ora più lontane non interruppero il suo
pellegrinaggio interiore. Nel 1938 si era arruolato come
volontario nel Reggimento Ferrovieri di stanza a Torino.
Fin da ragazzo aveva sempre sognato di diventare un
capostazione ferroviario. Torino gli piaceva moltissimo.
Non sentiva affatto la nostalgia della propria casa.
Tutte le settimane scriveva a casa ed il padre
regolarmente gli rispondeva e lo aggiornava su quanto
avveniva a Fucecchio. Dopo tre settimane gli giunse una
lettera del padre inspiegabilmente molto più lunga.
……….Sai, Danilo, da S. Gimignano è venuto un folto
gruppo di muratori. Mentre innalzavano le impalcature ho
chiesto ad uno di loro:
- Ma quali lavori ci farete sulla torre?
- La ripristiniamo allo stato medioevale. Apporteremo
alcune modifiche soltanto sulla cima: al posto dei
cinque merli per lato, ce ne mureremo soltanto quattro.
Gli ingegneri dicono che con quattro merli in meno la
torre sarà più sicura.
- Soprattutto – gli ho confidato – mi sentirò più sicuro
io.
- E perché?
- Perché mio figlio Danilo, quando era un ragazzetto,
faceva il funambolo: saltava dall’uno all’altro merlo
incurante dell’altezza della torre.
Il muratore ha scosso, incredulo, la testa. Una mattina,
dal finestrino della mia stanza da lavoro, ho visto in
S. Andrea uno di Comune. Mi sono tolto il grembiule,
sono uscito e gli sono andato incontro. Siccome lo
conosco molto bene, gli ho chiesto:
- Ma cosa ci faranno sulla torre?
E lui, pari pari:
- Le toglieranno tutto l’intonaco, ridurranno il numero
dei merli e poi faranno una bella pulizia.
- Sarebbe a dire?
- I mattoni rimarranno a bella vista e allora andranno
lavati e dovrà esser ridato loro un colore mattone
antico.
- Li imbiancheranno?
- Ma no..! A suo tempo vedrai.
Al termine della lettura di quella missiva, Danilo non
era riuscito a frenare una certa commozione. In quella
torre, la torre di Castruccio, aveva trascorso la sua
fanciullezza, e la prima parte della sua giovinezza.
Dalla cucina, salendo tre gradini, poteva accedere alla
prima delle tre stanze, una sopra l’altra, che si
trovavano nel corpo della torre. Nella prima stanza, la
più in basso, c’era il laboratorio del padre, un
provetto calzolaio. una scala a chiocciola in ghisa
saliva alla seconda stanza che qualche volta era stata
usata come colombaia; una seconda scala a chiocciola ma
in legno conduceva alla terza stanza; da qui, tramite
una scala di legno a tavolette si saliva sulla cima
della torre. Danilo era un patito di quel solaio così in
alto. In molti gli avevano detto che da lassù, con un
buon cannocchiale, si poteva vedere anche il mare. Lui
lo disse a Giorgio, il figlio del dottor Andreini che
abitava ad una ventina di metri di distanza. Giorgio si
fece dare dal padre un potente cannocchiale da marina,
uno Zais: nemmeno nelle mattinate più terse riuscirono
mai a vederlo il mare.
Dopo qualche mese, mentre stava per concludersi il primo
corso che lo avrebbe abilitato a diventare un capotreno,
Danilo ricevette un’altra lettera del padre.
……. Ieri l’altro un muratore del gruppo di S. Gimignano
mi ha detto:
- Domani ridaremo il colore a tutti i mattoni della
torre.
- E la tinta dove la tenete? – gli ho chiesto.
Lui ha sorriso. Stamattina ho visto arrivare in S.
Andrea tre carri, trainati da bovi, tutti pieni di
vinaccia.
- O quelli dove vanno? – mi sono chiesto.
Tutti e tre si sono fermati ai piedi della torre. Un
operaio ha gridato dall’impalcatura:
- Potete scaricarla in codesto spiazzo pulito.
I contadini hanno scaricato la vinaccia e se ne sono
andati.
- Chissà che moscaio ci sarà tra poco ! – mi sono detto.
Dopo un attimo ho visto scendere dalla carrucola una
paiola. Un manovale, armato di forcone, l’ha riempita di
vinaccia. Non ho retto alla curiosità. sono sceso in
strada e che cosa ho visto? Un paio di muratori stavano
strofinando la vinaccia sui mattoni dei merli
ricostruiti. Nel pomeriggio i quattro muratori adibiti a
quel lavoro avevano già ritinto quasi tutta la facciata
della torre. La vinaccia funziona davvero come tinta !
Ti farei vedere com’è bella ora la torre coi mattoni
ritinti in bella vista!
Anche questa volta, Danilo provò una certa strizza. Non
vedeva l’ora di ritornare per qualche giorno a Fucecchio
per rivedere la sua torre. Danilo si risovvenne dei
primi viaggi sulla linea Chivasso-Aosta nella sua veste
di capotreno. I viaggiatori si stupivano per la giovane
età del capotreno e per l’eleganza della divisa che era
in dotazione all’esercito.
Ma il sogno di Danilo era il titolo di Capostazione.
Dopo un tirocinio di qualche mese come capotreno venne
iscritto al corso per capostazione che si svolse a
Torino.
Superate brillantemente le prove del corso, gli venne
assegnata la stazione di Hone-Barde, sempre in Valle
d’Aosta. Dovette svolgere in quella stazioncina anche la
mansione di direttore di mensa. Benché chiuso in una
valle, rimase colpito dalle vestigia storiche di quel
luogo immortalato dai romanzi di Salvator Gotta quali
“La damigella di Bar” e “Il piccolo alpino”.
Mentre con l’immaginazione si rivedeva nella piccola
chiesa di Bard dove il parroco spiegava il Vangelo
domenicale in lingua “patoi”, sobbalzò per l’esplosione
di una cannonata, la prima di quella lunga notte.
Nella piazzetta antistante la stazioncina, grazie ad un
altoparlante collocatovi dal segretario del PNF di quel
paese, poté ascoltare nel pomeriggio del 10 giugno 1940
il discorso con cui Mussolini annunciò agli Italiani la
nostra dichiarazione di guerra alla Francia e
all’Inghilterra. Rabbrividì, Danilo, quando udì le
fatidiche parole di Mussolini. La grande e meravigliosa
vacanza valdostana stava ormai per finire.
Danilo venne rimandato a Torino e da qui, il 15 marzo
1941, con la dotazione di un elmo, di una maschera
antigas e di una pistola Beretta e due soli caricatori
venne trasferito in Iugoslavia, a Lubiana. Se agevole fu
il viaggio ferroviario di trasferimento Torino -Trieste,
non altrettanto lo fu quello Trieste-Lubiana. La linea
ferroviaria, in un punto nevralgico, era stata fatta
saltare dai sabotatori iugoslavi.
Il 18 aprile prese servizio come vicecapo nella stazione
di Visnja-Gora, a trenta chilometri da Lubiana.
Le cannonate continuarono a tormentare la veglia delle
quattro famiglie radunate nella grande cantina
sotterranea del dott. Pellegrini.
Danilo, per niente turbato dagli scoppi delle cannonate,
continuava a ripercorrere le tappe del suo
pellegrinaggio bellico. Lui attendeva con ansia la
promozione a sergente per poter svolgere il ruolo di
capostazione. A Visnja-Gora si era guadagnato la
simpatia dei commilitoni ed anche degli slavi. Ma nel
settembre venne destinato nella stazione di Knin in
Croazia. Il primo impatto fu abbastanza duro, ma poi,
grazie alla sua carica di simpatia e di disponibilità,
riuscì ad ingraziarsi tutti quanti e a risolvere
problemi gravissimi quali quello dell’approvvigionamento
alimentare.
Licia, imperturbabile continuava a recitare le sue
giaculatorie. Il padre di Danilo lanciava di quando in
quando delle occhiatacce al figlio che, noncurante delle
cannonate, sembrava essersi addormentato in quella
poltrona di vimini.
Finalmente, nell’aprile del 1942 a Danilo venne recapita
la nomina a sergente e l’immediato trasferimento nell’indimenticata
stazione di Visnja-Gora. La notizia lo fece strabiliare.
Ritornare a Visnja-Gora non sarebbe stato un problema se
la linea ferroviaria fosse stata agibile. La neve
aprilana, la temperatura polare e la bora che soffiava
anche a 100 chilometri orari trasformarono quel viaggio
di trasferimento tanto ambito in una vera odissea. Dopo
un primo brevissimo tratto percorso in treno, lui e i
suoi commilitoni dovettero procedere a piedi a
piccolissime tappe. Il nemico più terribile era la neve.
Ogni giorno cercavano di raggiungere una stazioncina
dove venivano rifocillati e dove pernottavano. Qualche
volta dovettero camminare anche di notte e sarebbero
morti congelati se un membro della pattuglia non fosse
andato in avanscoperta per scoprire un segnale di
presenza di una stazione. Danilo, una volta precipitò
anche in una profonda buca coperta dalla neve. Corde a
disposizione i suoi uomini non ne avevano. Allacciarono
le loro cinghie e riuscirono a tirarlo fuori. Dopo
numerose peripezie arrivò, provvidenziale la pioggia. La
neve venne sciolta e i binari furono così sgombri.
Finalmente il viaggio a piedi sulla neve era finito.
Danilo ed i suoi uomini poterono raggiungere in treno la
stazione iugoslava di Visnja-Gora.
- Danilo, svegliati, il cannoneggiamento è finito – gli
disse il padre.
- Va bene. Ora vengo anch’io.
Danilo sbirciò con la coda dell’occhio il corteo che
dalla cantina risaliva su negli appartamenti. In testa
c’erano il dott. Pellegrini con i suoi; poi il babbo di
Danilo con la moglie e la figlia Franca; nelle ultime
posizioni la moglie di Ottorino, il babbo e la mamma di
Licia, Licia e Ottorino.
Danilo si beò ancora un attimo riassaporando la gioia
del suo arrivo a Visnja-Gora e la soddisfazione di
sedere alla mensa ufficiali e sottufficiali.
Si alzò e quasi di corsa cercò di raggiungere la coda
del corteo che forse era già risalito nelle proprie
camere.
Mentre stava per salire gli ultimi gradini fu
inginocchiato da uno spaventoso boato e dal conseguente
spostamento d’aria. E subito dopo percepì i tonfi di
pavimenti che crollavano e di porte divelte che
franavano a terra. Un polverone indicibile impediva a
Danilo di respirare e di intravedere qualcosa anche se
era notte fonda e la luce della cantina si era spenta.
- Aiuto ! Aiuto ! Correte. O Gesù mio, muoio.
Danilo riconobbe a volo la voce di Licia. Salì alla
cieca gli ultimi gradini della cantina e raggiunse
l’andito del palazzo da cui provenivano le invocazioni
di aiuto. La porta del palazzo era stata divelta dalla
cannonata che era esplosa nel pianterreno della casa di
Biagino e le schegge avevano colpito gli ultimi del
corteo che stava risalendo nelle proprie camere. Anche
Vangelina e Ottorino giacevano a terra feriti. L’unico
che non si lamentava era Ottorino.
Danilo raggiunse Licia e con l’aiuto del dottor
Pellegrini se la caricò sulle spalle e la portò
all’ospedale che distava dal luogo del ferimento una
cinquantina di metri.
Appena uscito fuori, in via Castruccio, udì dall’alto la
voce di Quartina che gridava:
- Dove sono le mie bambine? Aiuto! Venite a salvarci.
Danilo non si fermò neppure un secondo. Raggiunse
trafelato l’ospedale: qui lo aiutarono a sistemare Licia
in un ambulatorio di fortuna. Danilo uscì ed attese il
responso. Intanto era arrivato con le proprie gambe ,
quasi strisciando per terra, Sandrino Monti.
- Entra – gli disse Danilo aprendogli la porta
dell’ambulatorio.
Caleo uscì un attimo fuori e disse:
- La ferita alla coscia di Licia è brutta, ma non è
grave. Ce la farà a guarire.
Nel frattempo sopraggiunse con l’aiuto del dottor
Pellegrini anche Vangelina.
Danilo chiese al Pellegrini:
- E Ottorino?
- Anche lui è ferito e mi sembra seriamente, però ha
voluto in tutte le maniere che prima ci portassi
Vangelina qui in ospedale. Senti, Danilo, te l’affido a
te, Vangelina. Io vado a vedere un po' di Ottorino e poi
dovrò dare una mano anche a Biagino. Ho l’impressione
che lì dentro sia successo qualcosa di molto grave e che
ci siano molti morti.
Aveva ragione il medico Pellegrini.
Licia e Vangelina si salvarono. L’amato e generoso
Ottorino, invece, ci rimise la vita come Sonia, Denia e
Beppina moglie, figlia e madre di Sandrino Monti, le
quali si trovavano appunto nella casa di Biagino.
Verso le dieci del mattino del 19 luglio per poco non si
verificò un altro fatto tragico.
Mia cugina aveva seguito dalla finestra del suo salotto.
all’ultimo piano del palazzo compreso fra quello
dell’avvocato Lotti e quello dell’avvocato Lampredi,
tutte le operazioni di recupero di cui era stato
protagonista suo marito Dino Billi, meglio conosciuto
come Peppole.
Poco prima delle dieci vide uscire dalla porta della
casa della mia nonna posta in via Castruccio al n. 56,
mio fratello che si era caricato sulle spalle una
materassina di lana da letto ad una piazza. Lo aveva
riconosciuto e gli aveva chiesto:
- O che fai, Berto, con codesta materassina?
Mio fratello, quindicenne, si fermò, sollevò lo sguardo
in alto e rispose:
- La porto in casa di zio Pietro. Zio Privato dopo la
cannonata che è esplosa sulla facciata della casa di
Ottorino Toni non ci vuole più dormire nella cantina di
Igia. Va dormire da suo fratello Pietro. Ha ragione.
Nemmeno io voglio andarci più.
Mio fratello si diresse verso la piazza dell’ospedale
per poi scendere in Guglielmo S. Giorgio. La casa di mio
zio Pietro si trovava di fronte al Palazzo del Gattino.
Mentre mio fratello stava avvicinandosi alla piazza
dell’ospedale, mio cugino Peppole uscì da via Valdarnese
e a passi svelti imboccò via Castruccio:
- O dove vai tutto di corsa – gli chiese sua moglie
Liliana dalla finestra.
- Vado a farmi disinfettare un po' all’ospedale. Stamani
mi sono sgraffiato tutte le braccia.
- Stai attento.
Mio cugino ebbe il tempo di raggiungere mio fratello e
di superarlo. Mentre stava varcando il portone
d’ingresso dell’attuale portineria e mio fratello si
trovava davanti all’attuale negozio di abbigliamento e
merceria di fronte al fabbricato dell’ospedale, una
cannonata colpì il basamento del monumento ad Umberto
Primo re d’Italia. Mio fratello fu scaraventato a terra
ed un numero incredibile di schegge si conficcò nel
portone dietro al quale si trovava mio cugino Dino Billi.
Appena il polverone della cannonata si fu dissolto la
“Cea della Doddola” che si trovava in via Castruccio e
che era andata a vedere cos’era successo, ritornò verso
via Valdarnese gridando:
- O mamma mia che disastro è successo in piazza
dell’ospedale! O mamma mia!
Mia cugina che si era riportata alla finestra dopo
quella terribile deflagrazione cominciò a gridare:
- Sono morti anche il mio marito e il mio cugino Berto.
Sia maledetta la guerra.
Lasciò sola in casa la sua bambina, Romana, e trafelata
raggiunse la piazza dell’ospedale. Non c’era nessun
cadavere per terra.
Mio fratello si era rialzato, e constato che non aveva
riportato nessuna ferita stava per svoltare in via
Clorinda Soldaini ( si chiamava cosi l’attuale via S.
Giorgio).
- Berto, Berto! – gridò Liliana con il poco fiato che le
era rimasto.
Mio fratello si fermò, si girò.
- Allora sei vivo! – urlò Liliana – O il mio Dino?
Intanto aveva raggiunto mio fratello.
- Prima che scoppiasse la bomba l’ho visto entrare da
quel portone – le rispose indicando il portone
dell’attuale portineria – Vedrai che non gli è successo
niente.
Liliana si diresse al portone pieno di schegge e chiamò:
- Dino, Dino!
- Non gli è successo niente. Lo ha salvato il portone.
Ora è in ambulatorio a farsi disinfettare tutte le
abrasioni che si è procurato per recuperare i vivi e i
morti della casa di Biagino – la rincuorò un’infermiera.
Liliana si fece il segno della croce e ritornò a casa
dalla sua bambina.
- Grazie, Sacro Cuore di Gesù – ripeteva mentalmente
Liliana mentre rientrava in casa.
|