GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Siria Lotti, la ragazzina perseguitata dalle cannonate

 

Siria,
lieve carezza di Cielo
lambita soltanto
da qualche mortale …

d’un tratto
fu buio profondo
per te
in quel lontano
mese agostano.


Siria Lotti, la ragazzina perseguitata dalle cannonate

Siria aveva soltanto 14 anni quando la sera del 18 luglio le prime cannonate americane colpirono il nostro paese seminando morti, feriti e distruzioni. Abitava con la sua famiglia in fondo a via Donateschi, al numero 50. I suoi lineamenti delicati, il suo volto espressivo come quello di un’attrice, la sua indescrivibile sensibilità l’allontanavano di anni luce dalla figura del padre, Ovidio, noto ristoratore, bonaccione ma chiassoso, incontenibile di fronte al piatto colmo di cibarie e al fiasco di vino. Siria era misuratissima in tutto. Mamma Carola l’adorava. Il fratello Renzo, uno dei tanti militari italiani sfuggiti miracolosamente dalle grinfie dei tedeschi e ritornati a casa dopo l’8 settembre 1943, stravedeva per la “sorellina” – lui la chiamava così per contrapporla alla sorella sposata, Armandina.
La notte del 18 luglio, spaventati dalle esplosioni tutti i membri della famiglia Lotti, i genitori di Siria, la sorella Armandina e la nonna paterna Pasquina Banti ved. Lotti scesero in cantina e vi rimasero fino alla mezzanotte. Il fratello Renzo, per timore di essere catturato dai tedeschi e, peggio ancora, dai polizei della Repubblica Sociale Italiana fondata da Benito Mussolini il 23 settembre 1943, non dormiva mai nell’abitazione dei genitori e nemmeno in quella della fidanzata Lippi Bruna. Per Siria, quella del 18 luglio 1944 era stata una veglia angosciante. Nel trambusto della discesa in cantina non era riuscita a trovare la sua gattina bianca, Tina. In silenzio si era interiormente macerata per il timore che Tina, spaventata dalle esplosioni, fosse fuggita via o fosse addirittura morta. Quando risalirono nell’appartamento, la gattina bianca, accolse la sua Siria con un miagolio tutto particolare che stava a significare “Finalmente sei ritornata! Come sono felice!”
Di buon mattino, quando Ovidio, Carola ed Armandina uscirono per recarsi al ristorante in fondo a Via Lamarmora - dove cucinavano esclusivamente per i militari tedeschi - si resero conto che la saracinesca del pastificio di Paolo Lotti – “Canniccio” – , posta al piano terra della loro casa, era stata divelta dallo spostamento d’aria delle cannonate. Carola si spaventò.
- Stasera - disse Ovidio – non dormiremo nella nostra cantina. Si potrebbe fare la fine del topo.
-O babbo, non è mica detto che anche stasera gli americani ci cannoneggino un’altra volta! – osservò Armandina.
- Eh, cara mia, la musica delle cannonate ci accompagnerà ogni giorno fino a che i tedeschi non saranno messi in fuga.
- O dove ci porterai a dormire, Ovidio? – chiese Carola.
- Chiederò un consiglio a nostro cugino Oscar (Giusti) quando a mezzogiorno verrà a darci una mano al ristorante.
Siria non andava mai al ristorante. I suoi genitori non volevano. Gli avventori avvinazzati, prima che alla fine di giugno arrivassero i tedeschi, usavano un linguaggio da trivio e non si peritavano a toccare le parti basse delle donne. I militari tedeschi erano addirittura imprevedibili: avrebbero potuto stuprarla davanti ai genitori. Perciò la “sorellina” rimaneva in casa con la sua gattina bianca e con la nonna paterna, Pasquina, il braccio destro inutilizzabile per un intervento chirurgico errato. Siria e Pasquina rassettavano le camere, il salotto e la cucina. Verso le 10, nonna Pasquina, si metteva ai fornelli a carbone e preparava il pranzo per sé e per la nipotina. Siria, molte volte, a quell’ora, usciva per andare ad attingere qualche “mezzina” d’acqua alla fontana pubblica, poco distante. Difficilmente, mentre andava alla fontana, si metteva a curiosare. Il suo sguardo sembrava assorto nella contemplazione di un mondo di sogni. Siria, infatti, sognava ad occhi aperti. Se ne era accorta Verdiana, la fruttivendola che aveva il proprio negozietto quasi di fronte al portone del fabbricato dei Lotti. Quella mattina del 19 luglio, Verdiana, quando vide uscire Siria, si fece raccontare come aveva trascorso quella prima notte di guerra.
- Vedrai che anche questa passerà. Tu sei giovane e molto carina. Un giorno te ne dimenticherai di sicuro di queste paure. L’amore, bimba mia, cancella dal cuore tutte le tristezze e tutti i brutti ricordi. Fortunato il giovane che ti sposerà!
Siria arrossì e, senza profferire parola, andò ad attingere due mezzine di acqua. Il cielo era intensamente azzurro quella mattina. Il sole con le sue lame di luce impreziosiva l’immagine di piazza Montanelli. Quando Siria ritornò verso la sua abitazione, dopo aver percorso via Giovanni Nelli, fece un riposino davanti al negozietto di Verdiana. Dentro c’erano due clienti. Le ceste delle verdure e della frutta erano quasi tutte vuote. I profumi dei frutti esotici che costringevano tutti i passanti a voltarsi verso quella botteghina da fiaba, dal 1940 si erano letteralmente volatilizzati.
Siria , appena entrata in cucina, ricevette i complimenti della nonna.
- Brava. Come farei a cavarmela senza di te?
Tina salutò il ritorno di Siria saltando sul tavolo della cucina a cominciando a fusare e a strusciarsi alle braccia della sua padroncina che doveva sbucciare le patate, visto che nonna Pasquina si trovava in difficoltà a fare questo lavoro.
Verso le ore 15 Siria andò ad aprire la porta a Oscar Giusti, cugino dei suoi genitori.
Siria, stravedeva per Oscar. Lui era sempre sorridente e riusciva a sdrammatizzare qualsiasi situazione. Scherzava in continuazione. Questa volta, con espressione seria, disse a Siria:
- Stasera verrete a dormire tutti da me, nel Conventino. Mi raccomando, non lasciarti spaventare dal ricordo dell’incendio dove morirono quindici persone. Il fatto del Conventino accadde nel 1906. Perciò, Siria, niente paura, eh! Carola mi ha detto che sei un po' superstiziosa. In casa mia possiamo dormire tranquillamente nelle camere anziché in cantina. Con il monastero delle monache così vicino, gli americani sicuramente non ci colpiranno con le cannonate. Mamma mi ha pregato di dirti che tu prepari cinque guanciali e qualche sottoveste per te, nonna, mamma e Armandina. Ci verrà anche tuo fratello Renzo a dormire in casa mia.
- Ma la mia gattina, posso portarla con me? – chiese Siria.
Oscar rimase muto. Siria si ricordò allora che la moglie di Oscar aveva in forte antipatia i gatti e allora non insistette con il ripetere la domanda. Tina sarebbe rimasta nella casa dei Lotti in via Donateschi.
Subito dopo il rientro dal ristorante i Lotti, in fila indiana, si portarono nel Conventino che in pratica era dietro la loro casa, a non più di cinquanta metri di strada. Appena imboccarono via Machiavelli, nonna Pasquina prese a Braccetto la nipote Armandina per la quale nutriva “un debole”, mentre Siria prese a braccetto mamma Carola.
Oscar, come al solito, accolse tutti gli ospiti notturni in maniera molto festosa. A scuretti chiusi, i Lotti e i Giusti vegliarono fino alle 22 e poi andarono a dormire sistemandosi nelle due camere ed anche in salotto ed in cucina. Renzo, in casa di Oscar si sentiva al sicuro.
Oscar, al momento di dare la buona notte, disse:
- Anche se sentite piovere le cannonate rimanete nelle vostre camere. Noi non possiamo correre nessun pericolo. Il campanile, la chiesa ed il convento delle monache ci proteggeranno. Perciò, niente paura.
Erano appena entrati a letto che i cannoni cominciarono a … tuonare. Fedeli alle consegne dell’esperto Oscar, nessuno abbandonò la propria camera. Siria si struggeva per la sua gattina bianca. Intanto le esplosioni si facevano più fragorose. Sembrava che le cannonate cadessero ad un solo centinaio di metri di distanza. Verso le 22.20 due violente deflagrazioni mandarono in frantumi tutti vetri delle finestre dell’abitazione di Oscar e riempirono le stanze di polvere e di fumo. Tutti cominciarono a gridare e a tossire come forsennati. Siria tossiva in maniera spasmodica. Carola non riusciva a riprendere fiato. Tutti si sentivano soffocare. Soltanto il barlume delle stelle ed il chiarore della luna riuscivano a rendere visibili le sagome dei Lotti e dei Giusti. Oscar, riuscì a tirar fuori dal cassettone una diecina di fazzoletti, andò a tuffarli nell’acqua della mezzina e poi ne consegnò uno a tutti i presenti.
- Mettetevelo davanti alla bocca. Respirerete molto meglio- gridò Oscar.
Carola si senti rinascere. Alle 23 il cannoneggiamento ebbe termine. Ovidio voleva ritornare a casa sua, ma Oscar gli ricordò il coprifuoco. Durante le ore del coprifuoco non si poteva abbandonare la propria abitazione. Chi veniva trovato in strada poteva essere addirittura passato alle armi (fucilato) o deportato.
Verso la mezzanotte altre due terribili esplosioni rinnovellarono il terrore dei Lotti e dei Giusti. Le due cannonate avevano colpito due edifici in via Castruccio. E ci furono tre morti - una bambina, sua madre e la nonna materna – un ferito mortale e un’altra mezza dozzina di feriti molto gravi. Verso le ore sette, quando i Lotti rientrarono nella loro abitazione in via Donateschi, erano ancora ricoperti di polvere e di fumo. Sembravano spazzacamini.
- Stasera, ve lo garantisco io – disse Ovidio – non ci si resta a dormire in paese: si va in campagna. Per la via del Rio (oggi via Giordano) conosco molto bene un contadino. Verso le dieci vado a parlarci e sentirò se la sera possiamo andare a dormire a casa sua.
Quando Siria , verso le ore 10, andò in piazza Montanelli ad attingere l’acqua dovette fare un po' di coda. Le donne raccontavano quello che era successo nella casa di Biagino in fondo a via Castruccio. La figlia di Ovidio rimase esterrefatta nell’udire la tragedia che aveva colpito la famiglia di Sandrino Monti. E se ci si fosse trovata lei nei panni della piccola Denia Monti, o della madre Sonia Ciardini o della suocera di Sonia?
Nonna Pasquina notò il turbamento sul volto della nipote.
- Cosa ti è successo? – le chiese.
- Alla fontana hanno raccontato cos’è successo stanotte nella casa di Biagino, il fornaio di S. Andrea. Ci sono stati tre morti. Anche noi, nonna, stanotte potevamo essere morte.
Era la prima volta che Siria parlava di morte. Forse ne aveva percepito l’alito acre e fu scossa da un profondo turbamento. Siria si era resa conto che anche lei, nonostante la giovane età, poteva morire. Morire a 14 anni sarebbe stata davvero una incredibile tragedia. La morte avrebbe cancellato d’un colpo gli affetti più cari, le immagini meravigliose del cielo, dei panorami, delle persone care. La morte avrebbe fatto svanire i suoi sogni, gli amori appena cullati. D’un tratto Siria si era sentita una persona anziana, in procinto di lasciare il mondo, questo mondo.
La sera del 20 luglio i Lotti, di nuovo in processione, raggiunsero, per la via del Rio, la casa colonica che li avrebbe ospitati di notte. Questa volta vennero preparati per i Lotti dei giacigli di fortuna in una stanza al piano terra, accanto alla stalla.
E fu un’altra notte di terrore, di vetri infranti; ma questa volta polverone e fumo non invasero la casa del contadino. Al mattino si ritornò in via Donateschi. Poi, nel primo pomeriggio, mentre Siria, coccolando la sua dolce gattina bianca, rifaceva la pace con la vita, sopraggiunsero trafelati Ovidio, Carola, Armandina ed anche Renzo.
- Mamma, Siria, – gridò con la voce soffocata dall’emozione il povero Ovidio – dobbiamo subito sfollare. Non si può più stare in paese. E’ un ordine dei tedeschi. Prepariamo della roba, facciamo dei fagotti e si parte. Con Armandina abbiamo deciso i andare in Valpinzana, dai Selmi, i contadini dell’ingegner Lotti. Loro saranno contenti di ospitarci.
- Per forza – intervenne Armandina – durante l’anno scolastico, tutti i giorni ospitavamo a pranzo i loro figli. Alle 14 si rientrava a scuola. Loro, poveretti, se fossero andati a mangiare a casa, non ce l’avrebbero fatta a ritornare a scuola per quell’ora.
I Selmi furono infatti felicissimi di ospitare Ovidio, Carola, Pasquina, Armandina, Siria e Renzo. In casa, al primo piano, c’erano la famiglia del padrone del podere, l’ingegnere Lotti di via Mazzini, e quella del Puliti.. A disposizione della famiglia di Ovidio e Carola venne messo lo stanzone dei trinciaforaggi al piano terra. Inoltre, ogni sera, appena i padroni erano usciti di casa per andare al rifugio, dopo aver cenato e conversato nella cucina dei Selmi, Ovidio e Carola potevano salire al primo piani della casa colonica, prendere tre materassi e portarli giù nello stanzone per dormirci sopra.
Siria aveva portato con sé la gattina: se la teneva quasi sempre in braccio, specialmente la sera quando andava a dormire. La gattina si era abituata a dormirle, acciambellata, in fondo ai piedi.
La ragazzina, in quei poggi lussureggianti, si era dimenticata della morte. Le cannonate sembravano un ricordo lontano. Se ne udivano i tonfi ma a grande distanza. Renzo, rincuorato dalla solitudine di quel luogo, usciva spesso dal boschetto vicino dove si era rintanato e veniva a trovare i suoi familiari nella casa del Selmi.
La sera, prima di andare a coricarsi, Siria si sedeva su una delle due panchine di pietra poste ai lati della nuova camera di fortuna. Non era mai sola su quelle panchine. La nonna Pasquina preferiva portarsi sull’aia una sedia impagliata e sedervisi. Si conversava fittamente. Siria ascoltava attentamente tenendo sempre la sua gattina bianca stretta al seno che ormai cominciava a gonfiarsi.. Quelle veglie la rendevano felice. Per la prima volta poteva godere della visione del cielo stellato abbracciandone tutta la sua immensità. In paese, raramente, aveva potuto vederlo in tutta la sua estensione. Soltanto quando, nel mese di maggio andava ad assistere alla funzione notturna in onore della Madonna, qualche volta, dal Poggio Salamartano o dalla Piazza Vittorio Veneto, aveva potuto ammirare un ampio squarcio di cielo stellato. Ora quelle stelle vivide avevano riacceso i sui sogni, i suoi amori di adolescente.
Anche la sera del 1° agosto, in attesa che i padroni uscissero dalla casa, Armandina e Siria si erano sedute sulle panchine. Nella panchina di Siria c’erano, Masoni Gino e Livia Soldaini, “la fiorentina” ; in quella di Armandina aveva preso posto Masoni Luigi .
- Stasera stiamo proprio bene – esordì Armandina – Io, Siria e mia madre e mia nonna abbiamo fatto un bel bagno nella conca dietro la cascina. Mi sento come rinata. E tu, Siria, come ti senti?
Siria parve non udire questa domanda. Con il viso accostato a quello della gattina bianca contemplava il cielo stellato reso ancora più luminoso dal chiarore della luna. Armandina si rese conto che la “sorellina” era immersa nei suoi sogni. Cambiò argomento e riprese a dire:
- Fra nove giorni, Siria, potrai affidare ad una stella cadente la realizzazione di un tuo sogno.
Siria si scosse da quella specie di torpore in cui sembrava esser caduta e si dispose ad ascoltare con attenzione la sorella.
Proprio in quel momento uscirono di casa l’ingegnere con la sua signora e i due figli e il Puliti con la moglie. Senza salutare, ignorando le persone che vegliavano sull’aia andarono a trascorrere la notte nel loro rifugio. Nel frattempo Ovidio e Carola salirono dai Selmi a prendere le materassine.
- Il 10 agosto – proseguì Armandina rivolta alla sorella Siria - ricorre la festa di S. Lorenzo. La notte del 10 agosto il cielo sarà pieno zeppo di stelle. Ad una certa ora vedrai centinaia di stelle cadenti. Basterà che tu chiuda gli occhi e che tu esprima un desiderio d’amore ed esso si avvererà. Tu dovrai rivelare alle stelle cadenti il nome del giovane che ami e il tuo sogno diventerà realtà.
Siria strinse ancora più teneramente a sé la bianca gattina che cominciò a fusare. Nonna Pasquina che aveva mantenuto a lungo il silenzio ebbe appena il tempo di dire:
- Anch’io..
Un tonfo lontano, un sibilo sinistro seguito una vampata di fuoco e da uno schianto pauroso spensero di colpo il cielo che Siria stava contemplando. Un nuvolone di polvere e fumo acre avvolse l’aia. Dall’interno della casa risuonò la voce di Ovidio che stava portando in basso una materassina per la notte:
- Non è successo niente a me e mamma.
Giunto in fondo alla scala, Ovidio percepì la voce di Armandina che si lamentò:
- Babbo, babbo, sono ferita.
Ovidio intravide la figlia Armandina appoggiata al muretto , non più alto di un metro, all’interno della stanza dove dormivano. Istintivamente la tirò su con la forza delle sue braccia e la trascinò fuori, nell’aia. Appena mise il piede fuori della porta, nonostante il polverone si rese conto che era avvenuta una strage. Il suo pensiero corse subito a Siria.
- Siria ! – gridò.
Il suo corpo giaceva per terra. La gattina bianca le era stata strappata via dallo spostamento d’aria.
- Carola! Carola! La nostra Siria è morta. Correte! Aiuto! – urlò impazzito Ovidio
Anche i fratelli Masoni e Livia Soldaini erano riversi per terra mortalmente feriti. Nonna Pasquina era rimasta seduta nella sua sedia. La vista di quella strage aveva paralizzato le sue corde vocali.
Ovidio, con il pianto nel cuore, disse alla sua Carola:
- Almeno questa (Armandina) devo cercare di salvarla.
Questo padre, animato dalla forza della disperazione, riuscì a trasportare la figlia per un tratto del viottolo in discesa, quello che portava nella strada sterrata della Valpinzana. Dopo una trentina di metri gli si fecero incontro due soccorritori. Questi intrecciarono le loro braccia in modo da formare un seggiolino sul quale fecero sedere Armandina. Uno dei due uomini, uno sfollato genovese, disse a Ovidio:
- Siccome sua figlia perde troppo sangue, fermiamoci alla casa del Masoni dove c’è un’infermeria tedesca.
Ovidio acconsentì. Mentre i tre trasportavano Armandina all’infermeria tedesca, dai rifugi della casa del Selmi uscirono degli uomini. Non fu difficile, per essi, rendersi conto che per i Masoni e per Livia Soldaini, “la fiorentina”, non ci sarebbe stato niente da fare: le loro ferite erano mortali.
Fortunatamente , mentre i tre soccorritori di Armandina scendevano verso la via della Valpinzana, incrociarono delle persone con i carretti. Si erano rese conto, quelle persone, che era successo qualcosa di molto grave presso la casa del Selmi. Nel primo carretto venne distesa Armandina che venne portata alla infermeria tedesca posta all’inizio della via della Valpinzana, quasi all’imbocco della via del Rio ( oggi via Giordano).
Gli altri soccorritori salirono alla casa del Selmi. La scena che si parò loro davanti fu straziante. Carola urlava la sua disperazione per la morte della figlia Siria; sull’aia giacevano i corpi gravemente feriti di Gino Masoni, di Luigi Masoni e di Livia Soldaini. I tre feriti vennero caricati su tre carretti. Mentre i soccorritori stavano per andarsene verso Fucecchio, nonna Pasquina ritrovò la propria voce e disse:
- Anch’io sono ferita.
I soccorritori provarono a sollevarla dalla sedia dove era rimasta miracolosamente seduta, ma Pasquina non poteva reggersi in piedi: le schegge avevano frantumato le ossa delle sue gambe. Carola, accecata dalla pena e resa sorda dalla disperazione, neppure si rese conto che anche sua suocera versava in gravissime condizioni.
Armandina, giunta all’infermeria tedesca, venne disinfettata e bendata alla meglio dai tedeschi che ne prescrissero il ricovero immediato all’ospedale. Addirittura ingiunsero al marito di Rometta di condurla all'ospedale e di coprirla con la spolverina che lui indossava dato che la temperatura corporea di Armandina era salita a 40°. Non fu facile per il nuovo soccorritore percorrere le vie del paese cosparse di macerie. Quando il soccorritore e Ovidio giunsero con il carretto in piazza Garibaldi, davanti alla canonica della Collegiata, furono fermati da due militari tedeschi che stazionavano in prossimità del carrarmato che teneva in scacco le artiglierie americane. Resisi conto delle gravissime condizioni di Armandina, aprirono per un momento le vie del loro cuore. Uno si diresse di corsa all’ospedale per ordinare l’apertura del cancello e per allertare il medico del pronto soccorso; l’altro, invece, aiutò il Li Calzi e Ovidio a superare con il carretto i grossi cumuli di macerie che si trovavano davanti al palazzo del Gattino. Il babbo di Armandina, commosso da quei gesti di solidarietà, giunto davanti all’ospedale, ringraziò ripetutamente i due militari tedeschi.
Il medico De Pasquale, si compiacque di quanto avevano fatto nell’infermeria tedesca, effettuò una ulteriore medicazione ed assegnò ad Armandina un posto letto, anzi un materasso, nel corridoio dove attualmente si trovano il pronto soccorse, l’ UTIC e la sala operatoria. Le condizioni di Armandina furono giudicate non gravi dal dott. De Pasquale. Il povero Ovidio non sapeva cosa fare. Sarebbe voluto ritornare subito alla casa del Selmi per stare accanto alla salma della sua Siria. Ne venne dissuaso dai coniugi Simoncini, suoi parenti, impegnati come panettieri di emergenza nel nostro ospedale. Avvisati del ricovero di Armandina erano subito saliti nel corridoio dei feriti. Ovidio raccontò loro della morte della sua Siria. La moglie del Simoncini non poté trattenere le lacrime e disse ad Ovidio:
-Vedrai che la tua Carola, verrà all’ospedale per vedere come sta Armandina e per ritornare con te in Valpinzana dalla vostra Siria.
Ovidio si lasciò facilmente convincere. Poco dopo ai piedi del materasso di Armandina arrivò anche Adele Cecconi, un’altra parente che abitava in via Machiavelli.
Al mattino giunse anche la nonna Pasquina, la madre di Ovidio, amorevolmente steccata nell’infermeria tedesca. Ovidio le si portò accanto e cercò di alleviare le sue sofferenze.
Carola aveva vegliato la salma di Siria che era stata sistemata nella stanza dove ogni notte dormiva. Invano fu cercata la gattina bianca: Carola voleva metterla accanto alla sua Siria. Al mattino, Carola, da sola, andò a Fucecchio a prendere un vestito per la sua bambina. Compiuta questa commissione, Carola si portò in via S. Giovanni a cercare Faustina o suo marito Gagliano Guidotti per acquistare una cassa da morto. Fortunatamente vide in quei paraggi Brunero, il garzone di Gagliano. Fu lui che andò a cercare Faustina.
- O Carola, come puoi constatare, ce n’è una sola di casse da morto. Bisogna che tu ti accontenti di questa.
- E per portarla lassù dal Selmi, come si fa? – chiese Carola.
- Te la porterà Brunero. Lui ti verrà dietro col carretto. E se tu vuoi ci penserà lui a portarla anche al cimitero.
Carola rispose:
- Va bene. Tu, Brunero, aspettami qui. Io salgo all’ospedale a vedere la mia Armadina e la mia suocera. Poi insieme andremo dal Selmi.
Carola, impietrita dal dolore per la morte della sua Siria, si trattenne pochi minuti ai piedi di Armandina e della suocera Pasquina. Non si rese nemmeno conto della presenza di altri feriti, di donne anziane affette da dissenteria e di alcune partorienti. Ebbe un moto di sollievo soltanto quando vide Adele Cecconi.
- Meno male! ti deve avere mandato la Provvidenza. Bisogna che tu venga con noi a vestire la mia Siria.
Adele si dichiarò subito disponibile. Ovidio si aggregò alla sua Carola e ad Adele. I tre uscirono dall'ospedale e scesero in via S. Giovanni dove trovarono Brunero che li stava aspettando con il suo carretto sul quale era stata sistemata la cassa da morto in bella vista per non suscitare sospetti nei tedeschi. I quattro si diressero verso la Valpinzana. Quando giunsero davanti alla chiesa dei frati, Carola fece fermare Brunero e andò a suonare la campanella del Convento. Venne ad aprirle Padre Carlo Catarsi.
- Proprio lei, volevo – disse Carola. E raccontò al frate quanto era successo. Infine gli chiese se nel primo pomeriggio poteva benedire in chiesa la salma della sua Siria.
- Vi aspetto. E se vi fa piacere l’accompagnerò con Brunero al cimitero – rispose il frate della “spagnola”.
Adele Cecconi vestì Siria con una maestria incredibile, la pettinò e le ravvivò il colore delle guance con un po' di cipria.
- Sembra una principessina, vero Ovidio? – disse Carola. Ovidio non rispose.
Con cura ed amore, subito dopo mezzogiorno la salma della principessina venne sistemata dentro la cassa che Brunero chiuse con insolita delicatezza. Poi, col medesimo carretto, scesero verso la via del Rio, attraversarono il ponte e quando giunsero in prossimità della chiesa dei frati i cannoni cominciarono di nuovo a perseguitare l’incomparabile Siria. Il carretto con la cassa mortuaria venne lasciato davanti al portico della chiesa : chi seguiva il feretro si rifugiò in chiesa che il previdente padre Carlo aveva aperto in attesa dell’arrivo della salma.
Al termine del cannoneggiamento padre Carlo, in cotta e stola, dall’altar maggiore, rivolto ai presenti disse:
- Per il vostro bene, vi prego: non trattenetevi qui nemmeno un minuto. Ai tedeschi non interessa niente della vostra pietà per questa giovane vita spezzata. Se vi trovano, vi catturano. Passate dalla porticina che dà nel chiostro. Io vi apro il convento e voi attraverso il nostro orto potrete fuggire o dalla via Trento e dalla via delle Fornaci. E voi, Ovidio e Carola, aspettatemi fuori della chiesa.
Padre Carlo portò in salvo la ventina di uomini che incautamente avevano seguito il feretro. Ritornato davanti alla chiesa con l’aspersorio, benedisse la salma ed invitò le poche donne rimaste a ritornare nelle loro abitazioni.
- Brunero lo sa quante volte abbiamo dovuto gettarci nelle fosse mentre andavamo al cimitero. I cannoni non rispettano nessuno. Per questo, care donne, vi invito a non seguirci.
Il mesto corteo si mosse così verso il cimitero : davanti padre Carlo, sempre in cotta e stola; dietro Brunero che spingeva il carretto; ai lati del carretto Ovidio e Carola che toccavano con una mano la bara.
Guido, il becchino, si commosse quando seppe della giovane Siria. Ne registrò le generalità e poi, aiutato da Brunero, la depose nella fossa comune, e la ricoprì di terra.
I quattro ritornarono insieme verso il paese. Giunti davanti alla cappellina, Carola e Ovidio salirono l’erta che conduceva all’ospedale. Brunero svoltò poco dopo in via della Valle ( Mario Sbrilli) e padre Carlo proseguì verso il convento.
Accanto al materasso dove giaceva la loro Armandina, Nello e Carola trovarono il Lombetti, (Calugi Agostino) il suocero della loro figlia.
Armandina volle sapere come si era svolto il trasporto della “sorellina”. Assicurò i genitori che i medici erano fiduciosi nella sua guarigione e grazie ai Simoncini e al suocero poteva alimentarsi convenientemente.
Agostino Calugi, presente quando arrivarono Ovidio e Carola, prima di congedarsi disse ai consuoceri:
- Io verrò tutti i giorni a trovarla e le porterò sempre tre o quattro uova. Potrete fargli uno zabaione.
Appena il “Lombetti” si fu allontanato, Armandina chiese alla mamma di accostarsi al suo viso e sotto voce le disse:
- Mamma, qui c’è una grande confusione. Se tu ungi, ti prendono in considerazione, altrimenti si limitano allo stretto necessario.
- Ma noi cosa possiamo offrire, Armandina?
- Mamma, in camera mia, dentro l’armadio, io ho una valigia piena di pacchetti di sigarette. Appena potrai andare a casa prendine una diecina di pacchetti, nasconditeli addosso e dammene un pacchetto alla volta. So che il professore e i medici stanno fumando sigarette fatte con la paglia. Vedrai che per avere ogni giorno delle sigarette vere si faranno in quattro per guarirmi.
Ovidio, che non aveva potuto udire quanto si dicevano le due donne, in preda ad una certa agitazione, chiese:
- Ma la mia povera mamma come sta?
– Babbo, preparati al peggio. Me lo ha detto il dottor De Pasquale.
Ovidio e Carola si portarono da Pasquina. Era ancora steccata così come l’avevano sistemata alla meglio i tedeschi. Era bianca in volto. Soffriva, ma sapeva nascondere il suo dolore.
- O la bambina? – chiese appena vide il figlio e la nuora.
- Ritorniamo proprio ora dal cimitero, Pasquina – rispose Carola.
- Poverina! – sospirò e poi riprese:
- Sapete? L’ho sognata stamattina quando mi sono addormentata. Io gli ho domandato come stava. Lei mi ha risposto che stava bene. Poi mi ha chiesto: ” E la mia gattina bianca che fine ha fatto? Mi manca tanto” . “Siria, la cannonata te l’ha strappata dalle braccia e l’ha polverizzata. Ero davanti a te e l’ho vista sparire”. Poi mi ha detto che Armandina si salverà. E prima che mi svegliassi mi ha chiesto: “E tu, nonna, quando verrai farmi compagnia? Qui si sta bene, ma anche tu mi manchi come la mia gattina.” “Se potessi verrei subito”. Siria mi ha sorriso. E mi sono svegliata.
Ovidio e Carola l’avevano ascoltata in preda alla meraviglia e ad una intensa commozione.
- Come ti senti, mamma? – le chiese Ovidio
Pasquina scosse la testa. Carola le dette da bere. Pasquina la ringraziò. Ovidio vide il medico De Pasquale, lo raggiunse e gli chiese:
- Allora, dottore, per mia madre non c’è proprio niente da fare?
- Caro Ovidio, preparati al peggio. Se i tedeschi non l’avessero medicata e steccata a quest’ora sarebbe già stata seppellita. Non credo che le restino più di ventiquattro ore di vita. Ho saputo della vostra Siria. Armandina se la dovrebbe cavare. Ha una scheggettina nella mammella, ma non possiamo levargliela perché senza le lastre, come dite qui a Fucecchio, noi non possiamo vedere con esattezza dove si trova. Per la ferita alla gamba non ci sono problemi. Alla sua mamma non possiamo farle niente. Ha perduto moltissimo sangue, datele dell’acqua zuccherata e basta.
Il giorno dopo, alle ore 20, anche Pasquina si spense. Questa volta non fu possibile trovare una cassa da morto. E allora Ovidio si rivolse a Nello Bagnoli, il falegname dell’ospedale.
- Ovidio, io posso fartene una eguale a questa – disse Nello mostrando una cassa a forma di parallelepipedo realizzata con tavole grezze – Lo so che son casse da morto per miserabili, ma non si può fare di meglio.
- Va bene, Nello. O codesta cassa per chi è?
- E’ per un certo Masoni Luigi, di 29 anni. In quella che consegnai ieri ci fu messa una certa Soldaini Livia.
Ovidio allibì. Il Masoni e Livia erano seduti accanto alla sua Siria la sera del 1° agosto. Anche loro erano morti. Un mese dopo, il 9 settembre, morì anche l’altro Masoni, Gino, di 44 anni, lui pure seduto in una delle due panchine ai lati della porta dello stanzone dove ogni sera dormivano.
Grazie ai pacchetti di sigarette elargiti in misura di uno al giorno, Armandina poté usufruire di un’assistenza medica tutta particolare e fu l’unica che sopravvisse alla strage operata dalla cannonata nell’aia della casa colonica del Selmi dove la giovane Siria Lotti aveva trovato la morte.
 

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