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Nel
primo pomeriggio del 21 luglio l’ordine di sfollamento
obbligatorio venne diffuso anche in via S. Giovanni da
Don Livio Menichetti che accompagnava un ufficiale
tedesco.
Pietro Doddoli che si era recato per qualche minuto
nella suo bottega di fabbro-ferraio chiamò la sua
Virginia che si affacciò alla finestra del primo piano
del palazzotto dell’Orsino, al secolo Luigi
- Hai sentito, Virginia? Dobbiamo sfollare e subito.
- E dove si va ? – chiese Virginia.
- Si va dal Gori, il contadino del sor Gigino. A
proposito, avvisalo e digli che noi si desidera andare
dal suo colono.
- Glielo dico subito, Pietro. Piuttosto vieni subito su.
Dobbiamo stabilire cosa si porta via e con che cosa lo
trasportiamo.
- Non ti affannare troppo. Vedrai che lo sfollamento non
dovrebbe durare più di dieci giorni.
Mentre Virginia Doddoli chiamava il sor Gigino che
abitala al piano soprastante, Pietro chiuse lo sporto
della sua officina, attraversò la strada e si trovò
subito davanti alla porta di casa. Salì e trovò sua
moglie e suo figlio Silvio di sette anni intenti a
riempire borse di biancheria e di stoviglie. Poco dopo
udirono bussare al portone con due colpi di battaglio. I
due colpi stavano a significare che il signor Gigi,
l’Orsino, era la persona desiderata.
L’Orsino si affacciò. Il Mariotti, il sarto per
eccellenza di Fucecchio, che abitava quasi di fronte al
vicolo di S. Giovanni su cui si innalzava uno dei muri
perimetrali del palazzotto dell’Orsino, chiese:
- Possiamo sfollare nella sua casa di campagna?
- Ma diamine – rispose il sor Gigi.
Poco dopo vennero a bussare il Reino (Moriani Enrico dl
1873) e la moglie Corinna Lucaccini (del 1874) che
abitavano nel Vicolo di S. Giovanni.
- Possiamo venire nella sua casa di campagna?
- Sì che potete.
Il signor Gigi, armato solo di una cartella di pelle
nera, scese giù dai Doddoli e disse:
- Io sono già pronto. Si va insieme, no? Piuttosto
mandate il vostro Silvio a chiamare il sarto e il Reino,
almeno andremo tutti insieme.
Silvio non se lo fece nemmeno chiedere: partì come un
razzo, scese in strada ed incrociò subito Corinna e il
Reino, che, come al solito, non riusciva a nascondere i
segni della sua irrequietezza che si palesavano
soprattutto nei movimenti della bocca e del volto.
- Aspettate – disse loro Silvio – si va tutti insieme.
- Meno male- si lasciò scappare il Moriani.
- O che credevi che io non lo sapessi dove sta il Gori,
il contadino di Gigi. Mi ci fermo ogni quindici giorni
davanti alla casa del Gori e loro comprano sempre
qualcosa della mia chincaglieria.
Silvio, mentre i due Moriani confabulavano, aveva già
attraversato la strada percorsa da qualche famiglia che
in buon ordine scendeva verso la via della Valle e a
gran voce chiamò:
- Mariotti ! Mariotti!
Sembrava che in casa non ci fosse nessuno. Dall’ultimo
piano di quel fabbricato a confine con la canonica non
era facile udire la voce di un bambino. Virginia, la
madre di Silvio, se ne rese conto, si affacciò alla
finestra e con la sua voce squillante chiamò per nome il
Mariotti. Si affacciò una delle due gemelle del sarto. E
Virginia:
- Digli a babbo che si va tutti insieme dal Gori.
Sbrigatevi.
- Siamo già pronti. Si scende subito – rispose la
bambinetta.
Si formò così una piccola carovana. In testa il sor Gigi
e Pietro Doddoli con la sua inseparabile bicicletta che
gli rendeva più agevole il camminare a causa di un
leggero impedimento alla gamba destra conseguente alla
paurosa caduta da un tetto. Dietro Pietro la moglie
Virginia con il figlio Silvio e la suocera. Poi il Reino
con la sua Corinna che non si erano voluti aggregare ad
uno dei tre figli che vivevano in un raggio di neppure
cento metri; in coda, il Mariotti con i suoi classici
occhialini, il suo abito grigio in perfetta piega –
sembrava un figurino dell’alta moda - la moglie e le due
figlie allora tredicenni.
Oltrepassato il cimitero, prima di raggiungere le
Botteghe svoltarono a destra e percorsero un tratto di
strada in salita. Mentre salivano apparve sulla loro
destra la magnifica Villa Mattei davanti alla quale
intravidero due camionette tedesche. Seppero più tardi
che lì si era insediato uno dei tanti Comandi Tedeschi.
I Gori, quando videro arrivare questo corteo di persone,
chiesero preoccupati:
- O cos’è successo?
Il padrone si staccò dal gruppo e spiegò in breve quanto
era accaduto nel capoluogo.
- Non preoccupatevi. In qualche maniera ci arrangeremo.
Silvio verrà a dormire con me. Ormai c’è abituato. Anche
a Fucecchio, tutte le sere viene a farmi compagnia.
Nelle due stanze del casotto vicino all’uccelliera ci si
possono sistemare tutte e tre le famiglie che mi hanno
chiesto ospitalità. Per mangiare sistemeremo dei tavoli
o delle tavole dietro la siepe dell’uccelliera e così
staremo al fresco; in caso di pioggia verremo in casa.
I Gori non batterono ciglio. Non si sarebbero mai e poi
mai permessi il lusso di avanzare obiezioni su quanto
affermava il padrone.
Nel volgere di un’oretta le tre famiglie di sfollati si
sistemarono nelle due stanze a piano terra del casotto e
poi consumarono una cena offerta dai Gori che avevano
messo a lessare patate, zucchine e barbine rosse. Non
vennero lesinati né il pane né il vino dorato che fu di
particolare gradimento sia per il Reino che per Pietro.
Il Mariotti non era un bevitore di vino. Lui, anche a
casa, preferiva una tazzina di caffè vero e qualche
volta un bicchierino di vermut o di marsala.
Il Reino, a labbra strette, alzava in alto il volto, poi
lo ripiegava verso il basso, accennava con i movimenti
del viso ad un diniego ed esclamava:
- Che vino, “perdie”!
E Pietro di rimando:
- Hai perfettamente ragione. Nemmeno da Moschino si
beveva un vino di questo genere.
- E allora – ordinò l’Orsino al suo contadino –
mettigliene tutti i giorni a disposizione un fiasco al
di fuori dei pasti. Però – sopraggiunse rivolgendosi a
Pietro ed al Reino – non ubriacatevi.
Il giorno dopo, verso le 17, un tedesco in servizio
presso il Comando che si era installato alla Villa
Mattei , si fermò davanti alla casa del Gori. La sua
attenzione fu attratta dal capannello di quattro uomini
che stavano conversando animatamente: il Reino,
l’Orsino, Pietro di Icchio e il Mariotti. Il tedesco si
avvicinò loro, fissò nel viso il povero Icchio e gli
chiese:
- Tu perché non essere a combattere?
Pietro, senza profferire una parola, si alzò dalla
sedia, sollevò il gambale destro dei suoi pantaloni e
mostrò la profonda e lunga ferita che gli impediva
ancora, a distanza di anni, di camminare regolarmente.
Il tedesco, allora, disse:
- Capire. Capire.
Pietro Chiamò Virginia e le ordinò di portare due
bicchieri. Pietro li riempì e ne offrì uno al soldato.
- Molto buono – disse Pietro che prese un bicchiere di
vino e se lo trangugiò tutto d’un fiato. Anche il
tedesco seguì l’esempio di Icchio e mostrò di apprezzare
moltissimo quel vino dorato.
Da quella volta, tutti i giorni, dopo le ore 17,
immancabilmente quel soldato veniva a bersi un bicchiere
di vino dei Gori che si erano rivelati degli ottimi
vinificatori. Il tedesco aveva preso in simpatia anche
il piccolo Silvio che ascoltava con moltissimo interesse
tutto quanto si raccontava in quei capannelli.
Cinque giorni dopo l’arrivo, gli uomini presero in seria
considerazione l’iniziativa di costruire un rifugio per
mettersi al riparo dalle cannonate alleate che col
passare dei giorni si infittivano sempre più. A dire il
vero neppure il podere del Gori era stato colpito da una
sola cannonata. Quella zona non costituiva, si vede, un
obiettivo militare. In pratica i proiettili passavano
alti sulle teste di quanti avevano trovato alloggio
nella casa del contadino dell’Orsino.
Il rifugio venne realizzato e gli sfollati vi
trascorsero una notte. Dopo quella brutta esperienza
nessuno volle andarvi più a dormire e perciò il rifugio
rimase parzialmente inutilizzato.
Silvio faceva delle vere e proprie scorribande nel
podere del Gori. Era dispiaciuto soltanto per il fatto
che Virginia non lo portasse con sé ogni giovedì mattina
quando andava a Fucecchio a prendere alcuni capi di
abbigliamento o qualche stoviglia particolarmente
necessaria come il macinacaffè. Ogni volta che rientrava
dal Gori, Virginia, la coltronaia, si sentiva sempre
ripetere la medesima domanda dal marito:
- O la bottega? Li hanno portati via i macchinari?
E la coltronaia:
- Devi averci un santo “dalla tua”. A mia sorella hanno
portato via tutto. Nel negozio che era sotto la nostra
camera non c’è più nemmeno un capo di spilla. Hanno
rovistato ben bene anche la bottega di nostro cognato
Gagliano. Io non capisco come mai dalla tua bottega non
sia stato portato via nulla. Eppure i tedeschi, quando
vedono le macchine, le smontano e le portano in
Germania.
Pietro ridacchiava sotto i baffi, quasi conoscesse la
ragione per cui i tedeschi non toccassero i suoi
macchinari.
Il secondo giovedì di agosto, quando Virginia rientrò a
casa dei Gorì, mostrò evidenti i segni di un grave
turbamento.
Pietro temette per i macchinari della sua bottega.
- Quel maledetto carrarmato che staziona sempre sotto il
palazzo di Bettordino, accanto alla barberia di Tarpina,
- spiegò Virginia - anche se coperto con gli usci, ci ha
procurato dei seri guai. Il suo tetto, Gigi, è stato
scoperchiato da un paio di cannonate. Anche quello di
Bettordino è stato colpito. La camera di Elena d’Arcasio
non esiste più. Una cannonata ha colpito la trave del
tetto e fortunatamente il pavimento ha retto, sennò
tutti gli arredi sarebbero sprofondati nella casa di
Bicciolo. Son voluta andare anche in piazza
dell’ospedale per vedere l’effetto che mi faceva il
vedere la S. Andrea senza la torre di Castruccio. Come
ci sono rimasta male! La tua bottega, Pietro, è sempre
intatta: c’è tutto e non è stata sfregiata neppure da
una scheggia. Non so come farà a rimettersi mia sorella
Faustina quando vedrà il suo negozio letteralmente
svuotato.
- Ho paura – sentenziò l’Orsino, con l’immancabile
toscano in bocca – che gli sciacalli del negozio siano
quasi esclusivamente degli italiani. Non credo che ai
tedeschi interessino le stoviglie o i serviti da cucina
e da salotto. Per quanto riguarda le cannonate che hanno
colpito il mio palazzo, appena la guerra sarà finita,
provvederò alle riparazioni necessarie.
Verso le 16,30, prima che arrivasse il solito soldato e
tracannare il bicchiere di buon vino, Silvio ed un
compagno occasionale decisero di andare alla vicina
Villa Mattei.
Giunti sull’ampio cortile udirono lo schiamazzo di
persone ubriache: erano i membri del comando tedesco che
si erano sbronzati. Il soldato tedesco, amico di Pietro,
appena vide Silvio con il compagno, da una finestra, gli
fece il cenno di attendere. Dopo cinque o sei minuti ,
Silvio e il suo compagno videro uscire il tedesco da una
rimessa: spingeva una carrozzella da neonati . Appena fu
giunto davanti ai due ragazzi, disse a Silvio:
- Prendere. Questa è tua. Queste ( ed indicò la trentina
di bottiglie di liquori che erano dentro) per tuo padre
e amici.
Silvio ringraziò e contento come una Pasqua per quella
carrozzella con la quale avrebbe potuto realizzare
chissà quante cose, si diresse immediatamente verso la
casa del Gori dove era sfollato.
Arrivato quasi in fondo alla curva del viottolo che
partiva dalla villa, Silvio ed il suo compagno
incrociarono due sfollati fucecchiesi. Questi due
sfollati, appena si resero conto che nella carrozzella
c’erano delle bottiglie di liquore, senza nessuno
scrupolo si impadronirono della carrozzella ed
imboccarono la vicina discesa. Silvio cominciò a
piangere. Una pattuglia di tedeschi che seguiva i
ragazzi ad una distanza di circa venti metri aveva visto
tutto. I soldati raggiunsero i ragazzi e dalla cima
della discesa intimarono ai due sciacalli di fermarsi. I
due credettero di farla franca. Allora i soldati
esplosero in aria alcune raffiche di mitra. I due
malcapitati si fermarono.
- Riportare su – ordinarono i soldati.
La carrozzella venne riportata in cima alla discesa e
riconsegnata ai due ragazzi. A questo punto i due
sciacalli vennero esorcizzati dalla voglia di compiere
altri furti con una scarica inverosimile di legnate.
Benché così pesti trovarono la forza di non piangere e
rientrarono alla loro base a mani vuote.
Il fatto raccontato dai due ragazzi agli sfollati di
casa Gori suscitò scalpore ed indignazione.
Mario Gori affermò:
- Hanno fatto proprio bene i tedeschi a dargli quella
bella lezione.
Ci si avvicinava al 31 agosto. Si era fatta ormai
l’abitudine alla guerra e la speranza di una rapida
conclusione si era spenta definitivamente.
La mattina del 31 agosto, trovandosi da soli, Gigi
chiese a Pietro:
- Ma come ti spieghi il fatto che i tuoi macchinari non
abbiano fatto gola ai tedeschi?
Pietro spiegò:
- Io faccio i miei acquisti di metallo presso una ditta
di Firenze imparentata con Calicino di Fucecchio. Ci ho
comprato anche tutti i miei macchinari di fabbricazione
tedesca. Essi recano infatti una targhetta di ottone con
la scritta del produttore tedesco Enrico L. Hahn.
Sicuramente i soldati hanno visto quella targhetta e per
rispetto del produttore tedesco hanno lasciato stare
tutti i macchinari. Se i miei macchinari fossero stai
prodotti in Italia o in America, sicuramente sarebbero
stati smontati e portati in Germania. Può darsi che mi
sbagli, ma io credo in questa mia supposizione.
Due giorni dopo, quando tutti gli sfollati rientrarono a
casa perché i tedeschi si erano ritirati, Pietro poté
avvalorare la sua ipotesi con una prova quasi
inconfutabile: da una macchina con la targa d’ottone era
stato staccato un mandrino – di fabbricazione americana
– che qualche giorno dopo Pietro vide dentro la vasca di
acido muriatico che teneva nella corte sul retro della
bottega.
Per festeggiare l’evento Pietro portò nella sua officina
due bottiglie di Doppio Kummel che il buon tedesco aveva
messo insieme a tante altre nella carrozzella che aveva
consegnato al piccolo Silvio. Brindò qualche settimana
dopo con gli altri fabbri del paese alto: suo cognato
Gagliano col fedele garzone Brunero, Palmiro Pacini e
Pacino della Ferruzza.
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