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luglio 1944: fra i trenta sfollati ospitati dalla
famiglia Sollazzi c’erano anche Beppino Menegatti, il
futuro marito della Fracci, ed una famiglia di ebrei
greci
Le cannonate americane avevano già mietuto una diecina
di vittime in paese e molto feriti nella notte fra il 18
ed il 19 luglio 1944. Fucecchio, caposaldo della
resistenza tedesca, era stato dichiarato zona di guerra.
I rastrellamenti – di uomini – venivano effettuati con
frequenza quotidiana dai tedeschi che avevano occupato
tutti gli edifici pubblici e che avevano dislocato nelle
zone più strategiche carri armati e pezzi di artiglieria
leggera e pesante.
I Sollazzi, quasi incuranti dei pericoli incombenti, nel
primo pomeriggio erano andati al lavoro nei campi.
Angiolino, ad un tratto smise di zappare e chiese agli
altri:
- Ma voi non lo sentite questo vocio?
Tutti si misero in ascolto. Angiolino aveva ragione.
Osservarono verso la via di Padule e anche verso la loro
via , via delle Colmate e videro una fiumana di persone
sovraccariche di borse; molte disponevano anche di
carretti carichi di masserizie. Sembrava un esodo
biblico.
- Dev’essere successo qualcosa di molto grave.
Ritorniamo subito a casa – ordinò il capoccio.
Sull’aia della casa Sollazzi erano già arrivati i membri
della famiglia di Egisto Donati. l’insegnante che aveva
fatto conseguire la licenza di Avviamento Professionale
a Pietro. Insieme a Egisto c’erano la moglie Lori, la
madre Beppa, e la cognata Adriana, la moglie del
fratello “Beppino” internato in un campo di lavoro in
Germania come prigioniero di guerra. Egisto, rivolto a
Beppe, disse:
- I tedeschi hanno decretato lo sfollamento obbligatorio
di tutta la popolazione del capoluogo. Lo hanno fatto
per ridurre al minimo il numero delle vittime civili dal
momento che la nostra è ormai a tutti gli effetti una
zona di guerra. Non si sa quanto durerà questa
situazione di emergenza. Vi chiedo di poterci ospitare
fino a quando Fucecchio sarà liberato dagli Americani.
I Sollazzi furono felicissimi di ospitare la famiglia di
Egisto che aveva consentito a Pietro di diventare un
marconista dell’aviazione.
Mentre i Donati si sistemavano alla meglio in una stanza
messagli loro a disposizione, giunsero anche i congiunti
di Angiolina Sollazzi: il marito, un Gargani, la
suocera, il cognato e la cognata con le loro due figlie.
Verso le 16,30 venne accolta la famiglia del Testi, il
genero del maresciallo Tommassoni. Anche loro erano
cinque: la moglie, la cognata, la figlia ed il suocero.
Prima che scendesse la notte vennero accolte anche le
famiglie di Edo Caponi (genitori e sorella) e la
famiglia di orafi napoletani che il Caponi aveva
ospitato a Fucecchio (padre, madre e tre bellissime
figlie).
Se si aggiungono le tredici persone della famiglia
Sollazzi, il fabbricato colonico ospitava ben 43
persone.
Il problema cruciale era quello del vitto. Tute le
famiglie ospitate avevano portato molti chili di riso,
l’unico cereale che durante tutto il periodo bellico non
era mai mancato ai fucecchiesi; qualche sfollato
disponeva anche di molto sale e di molto zucchero; di
pasta da minestra o da pastasciutta non ne avevano
nemmeno un filo. Il capoccio, il giorno dopo, sabato 22
luglio radunò nell’aia tutti gli sfollati e disse loro:
- Io mi auguro, soprattutto per voi, che la vostra
permanenza sia molto breve. Io e i mie familiari faremo
di tutto per non farvi morire di fame. Tutte le sere
impasteremo un sacco di farina. Ne abbiamo soltanto 25 e
spero che ci bastino, altrimenti batteremo il grano
sull’aia con il correggiato. Per la macinazione
inventeremo qualche cosa. Il pane non vi mancherà.
Ognuno di voi potrà cogliere i frutti che vorrà: quelli
del nostro podere sono tutti a vostra disposizione.
Cominciò così la grande avventura che sarebbe durata ben
quaranta giorni. Ogni mattina i Sollazzi infornavano il
pane ottenuto con un sacco di farina e poi lo
distribuivano a tutti gli sfollati senza pretendere
nemmeno un soldo. Non fu una villeggiatura magra. Ogni
giorno si dovevano fare i conti con i cannoneggiamenti
degli americani, con i rastrellamenti dei tedeschi, con
le razzie di bestiame operate sempre dai soldati
tedeschi, con la caccia ai renitenti alla lava
organizzata dai repubblichini, la polizia della
Repubblica Sociale del redivivo Mussolini, con i morti,
con i feriti, con le malattie con i soprusi di un
esercito, quello tedesco, condannato alla sconfitta, con
i disagi causati non solo dalla mancanza di certi generi
di prima necessità ma anche con quelli legati alla
mancanza di servizi, soprattutto quelli igienici. Le
case di campagna disponeva di una latrina posta sul
retro della casa. La casa del Sollazzi non disponeva di
un congruo numero di stanze per poter ospitare 30
persone: chi si arrangiò nella stalla, chi, come gli
orafi napoletani, nella cantina, chi nel granaio. Come
al solito si confidò nello stellone. I Sollazzi avevano
costruito un rifugio contro i cannoneggiamenti in luogo
abbastanza distante dalla casa; ma poteva ospitare
soltanto una quindicina di persone.
Le giornate erano lunghe soprattutto per gli uomini
costretti a star sempre pronti per poter fuggire in caso
di rastrellamenti. Le donne fungevano da sentinelle
durante tutto il corso della giornata. Erano pochissime
le persone che si ricordavano di pregare: soltanto
Adriana, la nuora di Bicciolo, e Beppina, la futura
consorte di Pietro Sollazzi, specialmente la domenica si
ritrovavano per recitare un Rosario. Adriana non sapeva
che il suo Beppino era in un campo di lavoro in
Germania. Da circa un anno e mezzo non aveva più notizie
su di lui. Non voleva arrendersi all’idea della sua
morte e perciò pregava in continuazione per chiedere al
Signore la grazia di conservarglielo vivo.
Dopo 25 giorni la farina finì. I Sollazzi però non
drammatizzarono più di tanto. Con l’aiuto degli sfollati
portarono sull’aia venti, trenta quaranta covoni grano e
lo trebbiarono con il correggiato. Ma come macinarlo?
Alla fattoria c’era una macina meccanica per fave.
L’avrebbero fatta funzionare, quella macina, con il
motore del trattore. Mettendo in pericolo la loro vita e
la loro libertà i Sollazzi andarono a Ponte a Cappiano,
chiesero in prestito quella macina, ma la loro richiesta
venne respinta. E allora anche gli sfollati di casa
Sollazzi dovettero imitare gli sfollati che si trovavano
nelle altre case: si ricorse al macinino da caffè. Le
donne raggiunsero le loro case in paese per prendere il
macinino e non esitarono ad entrare nei negozi alla
mercé di tutti per trovarne altri. Tutte le donne e i
ragazzi macinavano dalla mattina alla sera; anche le tre
bellissime figlie dell’orafo; anche sua moglie; anche
lui sempre elegantissimo – abito scuro con gilè e
cravatta – dovette adattarsi al macinino. Chi mostrava
di divertirsi moltissimo con questo strumento era
Beppino Menegatti, otto anni, dotato di una
straordinaria inventiva e desideroso di giocare con il
clan dei Sollazzi. Una volta mentre macinava di buona
lena il grano stando seduto per terra improvvisamente
dette in escandescenze: era terrorizzato. Tutti si
volsero verso di lui. Da una tromba dei suoi
pantaloncini videro cadere un topolino ino ino. E
capirono cosa gli era accaduto, Quell’intruso di topino
gli era entrato fra le gambe e voleva inerpicarsi su per
il pancino di Beppino. Nessuno rise. Tutti lo
rincuorarono; ma da quella volta non macinò più il grano
stando accovacciato per terra.
Il pane , ora che erano finiti i sacchi di farina
macinata, si faceva impastando la farina mescolata con
la crusca, un pane integrale ante litteram. Di carne se
ne mangiava pochissima: gli animali da cortile si erano
esauriti. Qualche rara volta si sapeva di qualche bestia
macellata di nascosto ed allora qualcuno, passando
attraverso ai campi ne andava ad acquistare una ventina
di chili che poi venivano ripartiti fra le varie
famiglie.
Amaddio, ventenne, nonostante la sua passione per la
galena che gli consentiva di ascoltare radio Londra, -
Pietro non poteva andar tutte la sere dallo zio della
sua fidanzata perché temeva di essere catturato dai
polizei o dai tedeschi – non rimase insensibile al
fascino delle tre bellissime napoletane; anzi finì per
innamorarsi della minore di esse. Era il suo un amore
fatto di sguardi, di sorrisi, di attenzioni. Il lavoro
ai macinini, la paura delle cannonate, dei
rastrellamenti e quella onnipresente della morte
raggelavano anche i sentimenti meravigliosi come quello
dell’amore.
La notte del 31 agosto Pietro, nascostosi nei paraggi
del rinserrato dei maiali, udì distintamente il rumore
di carriaggi che si portavano verso Stabbia. Quel rumore
durò fino alle quattro del mattino. A quel rumore seguì
un silenzio quasi spettrale: Pietro ne ebbe paura e
ritornò a casa. Svegliò lo zio e gli disse:
- Zio, stanotte, deve essere successo qualcosa di molto
grave.
Pietro narrò quanto aveva udito. Tonino si lasciò
scappare:
- Speriamo che se ne siano andati per davvero!
Al mattino non si udì nemmeno una cannonata; non si vide
in giro nemmeno un soldato tedesco. Dalla vicina casa di
Morellino dove erano sfollati l’ex console Campani e
Michele Lubrano giunse l’assicurazione che i tedeschi
nella notte avevano abbandonato la nostra zona di
guerra. Verso le ore 12 anche casa Sollazzi fu raggiunta
dalla bellissima notizia che nel corso della tarda
mattinata gli Angloamericani avevano attraversato l’Arno
nel tratto compreso fra S: Croce e Castelfranco. Era l’1
settembre 1944.
Nel primo pomeriggio alcune famiglie lasciarono la casa
del Sollazzi. Pietro, verso le ore 18 andò a Santa
Croce. In via Mistieta incrociò un carretto spinto da
Rino Ferradini, aiutato dalla sorella quattordicenne,
Rina, scalza e con un abitino rosso, e dalla mamma. Sul
carretto, coperto da un lenzuolo, c’era la salma di
Ferrante ucciso dall’esplosione di una mina nel tratto
dell’Arno attraversato dai nostri liberatori. Pietro
chiese lumi su quella morte sopraggiunta proprio in un
giorno di grande letizia. Poi ognuno riprese il proprio
cammino.
Il 2 settembre nella casa del Sollazzi rimase soltanto
la famiglia degli orafi napoletani. I Sollazzi e l’orafo
si portarono sulla via della nave per veder passare i
carri armati americani, giganteschi, mostruosi.
Nonostante i tre ponti fossero stati distrutti con le
mine per questa macchine gigantesche fu uno scherzo
oltrepassare le falle delle esplosioni.
Di notte nella zona di Bearello, l’agglomerato che si
trova sul lato sinistro della strada in prossimità del
ponte sul Rio per chi da Fucecchio va alla Torre, una
sfollata fucecchiese fu colta dalle doglie. Qualcuno
andò a chiamare la balia della Torre, la figlia del
Sartino. Era notte. L’ostetrica aiutandosi con una
bicicletta ed utilizzando le passerelle collocate sui
ponti distrutti del canale giunse sul ponte del Rio. Non
sapeva che era stato buttato giù. Lei proseguì la sua
corsa e precipitò nel greto. Emise un grido che fu
percepito dai Sollazzi che accorsero immediatamente nei
paraggi del ponte: chiamarono, ma non riuscirono né a
vedere né a sentire qualcuno. Al mattino si seppe che la
figlia del sartino, dopo la paura del tonfo che l’aveva
fatta gridare, poté risalire la china opposta del Rio e
raggiungere Bearello, lì a due passi. E la partoriente
dette alla luce un bel maschietto.
Il giorno 3 settembre, di domenica, si presentò nell’aia
della casa Sollazzi una camionetta di soldati inglesi.
La famiglia dell’orafo napoletano e anche quasi tutti i
Sollazzi si avvicinarono al veicolo mostrandosi
sorridenti e riconoscenti. Gli inglesi, invece, per
niente entusiasti dell’accoglienza calorosa loro
riservata, si mostrarono quasi impermaliti. Il più
anziano mostrando una lettera chiese se sapevano dove si
trovava la famiglia di cui pronunciò il cognome.
L’orafo, nel suo abito impeccabile, si avvicinò alla
camionetta e rispose in inglese:
- Sono io il signore che cercate.
- Noi dobbiamo consegnarle questa lettera che ci venne
affidata da alcuni suoi parenti napoletani quando
passammo per quella città.
Pietro li invitò a salire in casa. La moglie dell’orafo
tradusse. Sia pure a malincuore i quattro inglesi
accettarono di salire nella cucina dei Sollazzi. Venne
loro offerto del vino che non gradirono moltissimo.
L’orafo e i suoi congiunti che sapevano parlare
benissimo l’inglese si intrattennero in piacevole
conversazione con gli inglesi per oltre mezz’ora. Al
momento del congedo l’orafo li ringraziò per la lettera
che gli avevano recapitata.
I Sollazzi vollero che quella sera la famiglia
napoletana rimanesse a cena con loro. Al termine della
cena l’orafo comunicò che l’indomani sarebbero andati
via. Non solo ringraziò i Sollazzi, ma rivelò loro che
erano degli ebrei di origine greca. Si scusò per non
aver mai rivelato la sua identità religiosa: sarebbe
stato troppo pericoloso per loro e per tutti.
L’indomani per la famiglia Sollazzi si chiuse un’altra
pagina importantissima della loro storia.
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