GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

21 luglio 1944
Trenta sfollati ospitati dalla famiglia Sollazzi

 

21 luglio 1944: fra i trenta sfollati ospitati dalla famiglia Sollazzi c’erano anche Beppino Menegatti, il futuro marito della Fracci, ed una famiglia di ebrei greci

Le cannonate americane avevano già mietuto una diecina di vittime in paese e molto feriti nella notte fra il 18 ed il 19 luglio 1944. Fucecchio, caposaldo della resistenza tedesca, era stato dichiarato zona di guerra. I rastrellamenti – di uomini – venivano effettuati con frequenza quotidiana dai tedeschi che avevano occupato tutti gli edifici pubblici e che avevano dislocato nelle zone più strategiche carri armati e pezzi di artiglieria leggera e pesante.
I Sollazzi, quasi incuranti dei pericoli incombenti, nel primo pomeriggio erano andati al lavoro nei campi. Angiolino, ad un tratto smise di zappare e chiese agli altri:
- Ma voi non lo sentite questo vocio?
Tutti si misero in ascolto. Angiolino aveva ragione. Osservarono verso la via di Padule e anche verso la loro via , via delle Colmate e videro una fiumana di persone sovraccariche di borse; molte disponevano anche di carretti carichi di masserizie. Sembrava un esodo biblico.
- Dev’essere successo qualcosa di molto grave. Ritorniamo subito a casa – ordinò il capoccio.
Sull’aia della casa Sollazzi erano già arrivati i membri della famiglia di Egisto Donati. l’insegnante che aveva fatto conseguire la licenza di Avviamento Professionale a Pietro. Insieme a Egisto c’erano la moglie Lori, la madre Beppa, e la cognata Adriana, la moglie del fratello “Beppino” internato in un campo di lavoro in Germania come prigioniero di guerra. Egisto, rivolto a Beppe, disse:
- I tedeschi hanno decretato lo sfollamento obbligatorio di tutta la popolazione del capoluogo. Lo hanno fatto per ridurre al minimo il numero delle vittime civili dal momento che la nostra è ormai a tutti gli effetti una zona di guerra. Non si sa quanto durerà questa situazione di emergenza. Vi chiedo di poterci ospitare fino a quando Fucecchio sarà liberato dagli Americani.
I Sollazzi furono felicissimi di ospitare la famiglia di Egisto che aveva consentito a Pietro di diventare un marconista dell’aviazione.
Mentre i Donati si sistemavano alla meglio in una stanza messagli loro a disposizione, giunsero anche i congiunti di Angiolina Sollazzi: il marito, un Gargani, la suocera, il cognato e la cognata con le loro due figlie.
Verso le 16,30 venne accolta la famiglia del Testi, il genero del maresciallo Tommassoni. Anche loro erano cinque: la moglie, la cognata, la figlia ed il suocero.
Prima che scendesse la notte vennero accolte anche le famiglie di Edo Caponi (genitori e sorella) e la famiglia di orafi napoletani che il Caponi aveva ospitato a Fucecchio (padre, madre e tre bellissime figlie).
Se si aggiungono le tredici persone della famiglia Sollazzi, il fabbricato colonico ospitava ben 43 persone.
Il problema cruciale era quello del vitto. Tute le famiglie ospitate avevano portato molti chili di riso, l’unico cereale che durante tutto il periodo bellico non era mai mancato ai fucecchiesi; qualche sfollato disponeva anche di molto sale e di molto zucchero; di pasta da minestra o da pastasciutta non ne avevano nemmeno un filo. Il capoccio, il giorno dopo, sabato 22 luglio radunò nell’aia tutti gli sfollati e disse loro:
- Io mi auguro, soprattutto per voi, che la vostra permanenza sia molto breve. Io e i mie familiari faremo di tutto per non farvi morire di fame. Tutte le sere impasteremo un sacco di farina. Ne abbiamo soltanto 25 e spero che ci bastino, altrimenti batteremo il grano sull’aia con il correggiato. Per la macinazione inventeremo qualche cosa. Il pane non vi mancherà. Ognuno di voi potrà cogliere i frutti che vorrà: quelli del nostro podere sono tutti a vostra disposizione.
Cominciò così la grande avventura che sarebbe durata ben quaranta giorni. Ogni mattina i Sollazzi infornavano il pane ottenuto con un sacco di farina e poi lo distribuivano a tutti gli sfollati senza pretendere nemmeno un soldo. Non fu una villeggiatura magra. Ogni giorno si dovevano fare i conti con i cannoneggiamenti degli americani, con i rastrellamenti dei tedeschi, con le razzie di bestiame operate sempre dai soldati tedeschi, con la caccia ai renitenti alla lava organizzata dai repubblichini, la polizia della Repubblica Sociale del redivivo Mussolini, con i morti, con i feriti, con le malattie con i soprusi di un esercito, quello tedesco, condannato alla sconfitta, con i disagi causati non solo dalla mancanza di certi generi di prima necessità ma anche con quelli legati alla mancanza di servizi, soprattutto quelli igienici. Le case di campagna disponeva di una latrina posta sul retro della casa. La casa del Sollazzi non disponeva di un congruo numero di stanze per poter ospitare 30 persone: chi si arrangiò nella stalla, chi, come gli orafi napoletani, nella cantina, chi nel granaio. Come al solito si confidò nello stellone. I Sollazzi avevano costruito un rifugio contro i cannoneggiamenti in luogo abbastanza distante dalla casa; ma poteva ospitare soltanto una quindicina di persone.
Le giornate erano lunghe soprattutto per gli uomini costretti a star sempre pronti per poter fuggire in caso di rastrellamenti. Le donne fungevano da sentinelle durante tutto il corso della giornata. Erano pochissime le persone che si ricordavano di pregare: soltanto Adriana, la nuora di Bicciolo, e Beppina, la futura consorte di Pietro Sollazzi, specialmente la domenica si ritrovavano per recitare un Rosario. Adriana non sapeva che il suo Beppino era in un campo di lavoro in Germania. Da circa un anno e mezzo non aveva più notizie su di lui. Non voleva arrendersi all’idea della sua morte e perciò pregava in continuazione per chiedere al Signore la grazia di conservarglielo vivo.
Dopo 25 giorni la farina finì. I Sollazzi però non drammatizzarono più di tanto. Con l’aiuto degli sfollati portarono sull’aia venti, trenta quaranta covoni grano e lo trebbiarono con il correggiato. Ma come macinarlo? Alla fattoria c’era una macina meccanica per fave. L’avrebbero fatta funzionare, quella macina, con il motore del trattore. Mettendo in pericolo la loro vita e la loro libertà i Sollazzi andarono a Ponte a Cappiano, chiesero in prestito quella macina, ma la loro richiesta venne respinta. E allora anche gli sfollati di casa Sollazzi dovettero imitare gli sfollati che si trovavano nelle altre case: si ricorse al macinino da caffè. Le donne raggiunsero le loro case in paese per prendere il macinino e non esitarono ad entrare nei negozi alla mercé di tutti per trovarne altri. Tutte le donne e i ragazzi macinavano dalla mattina alla sera; anche le tre bellissime figlie dell’orafo; anche sua moglie; anche lui sempre elegantissimo – abito scuro con gilè e cravatta – dovette adattarsi al macinino. Chi mostrava di divertirsi moltissimo con questo strumento era Beppino Menegatti, otto anni, dotato di una straordinaria inventiva e desideroso di giocare con il clan dei Sollazzi. Una volta mentre macinava di buona lena il grano stando seduto per terra improvvisamente dette in escandescenze: era terrorizzato. Tutti si volsero verso di lui. Da una tromba dei suoi pantaloncini videro cadere un topolino ino ino. E capirono cosa gli era accaduto, Quell’intruso di topino gli era entrato fra le gambe e voleva inerpicarsi su per il pancino di Beppino. Nessuno rise. Tutti lo rincuorarono; ma da quella volta non macinò più il grano stando accovacciato per terra.
Il pane , ora che erano finiti i sacchi di farina macinata, si faceva impastando la farina mescolata con la crusca, un pane integrale ante litteram. Di carne se ne mangiava pochissima: gli animali da cortile si erano esauriti. Qualche rara volta si sapeva di qualche bestia macellata di nascosto ed allora qualcuno, passando attraverso ai campi ne andava ad acquistare una ventina di chili che poi venivano ripartiti fra le varie famiglie.
Amaddio, ventenne, nonostante la sua passione per la galena che gli consentiva di ascoltare radio Londra, - Pietro non poteva andar tutte la sere dallo zio della sua fidanzata perché temeva di essere catturato dai polizei o dai tedeschi – non rimase insensibile al fascino delle tre bellissime napoletane; anzi finì per innamorarsi della minore di esse. Era il suo un amore fatto di sguardi, di sorrisi, di attenzioni. Il lavoro ai macinini, la paura delle cannonate, dei rastrellamenti e quella onnipresente della morte raggelavano anche i sentimenti meravigliosi come quello dell’amore.
La notte del 31 agosto Pietro, nascostosi nei paraggi del rinserrato dei maiali, udì distintamente il rumore di carriaggi che si portavano verso Stabbia. Quel rumore durò fino alle quattro del mattino. A quel rumore seguì un silenzio quasi spettrale: Pietro ne ebbe paura e ritornò a casa. Svegliò lo zio e gli disse:
- Zio, stanotte, deve essere successo qualcosa di molto grave.
Pietro narrò quanto aveva udito. Tonino si lasciò scappare:
- Speriamo che se ne siano andati per davvero!
Al mattino non si udì nemmeno una cannonata; non si vide in giro nemmeno un soldato tedesco. Dalla vicina casa di Morellino dove erano sfollati l’ex console Campani e Michele Lubrano giunse l’assicurazione che i tedeschi nella notte avevano abbandonato la nostra zona di guerra. Verso le ore 12 anche casa Sollazzi fu raggiunta dalla bellissima notizia che nel corso della tarda mattinata gli Angloamericani avevano attraversato l’Arno nel tratto compreso fra S: Croce e Castelfranco. Era l’1 settembre 1944.
Nel primo pomeriggio alcune famiglie lasciarono la casa del Sollazzi. Pietro, verso le ore 18 andò a Santa Croce. In via Mistieta incrociò un carretto spinto da Rino Ferradini, aiutato dalla sorella quattordicenne, Rina, scalza e con un abitino rosso, e dalla mamma. Sul carretto, coperto da un lenzuolo, c’era la salma di Ferrante ucciso dall’esplosione di una mina nel tratto dell’Arno attraversato dai nostri liberatori. Pietro chiese lumi su quella morte sopraggiunta proprio in un giorno di grande letizia. Poi ognuno riprese il proprio cammino.
Il 2 settembre nella casa del Sollazzi rimase soltanto la famiglia degli orafi napoletani. I Sollazzi e l’orafo si portarono sulla via della nave per veder passare i carri armati americani, giganteschi, mostruosi. Nonostante i tre ponti fossero stati distrutti con le mine per questa macchine gigantesche fu uno scherzo oltrepassare le falle delle esplosioni.
Di notte nella zona di Bearello, l’agglomerato che si trova sul lato sinistro della strada in prossimità del ponte sul Rio per chi da Fucecchio va alla Torre, una sfollata fucecchiese fu colta dalle doglie. Qualcuno andò a chiamare la balia della Torre, la figlia del Sartino. Era notte. L’ostetrica aiutandosi con una bicicletta ed utilizzando le passerelle collocate sui ponti distrutti del canale giunse sul ponte del Rio. Non sapeva che era stato buttato giù. Lei proseguì la sua corsa e precipitò nel greto. Emise un grido che fu percepito dai Sollazzi che accorsero immediatamente nei paraggi del ponte: chiamarono, ma non riuscirono né a vedere né a sentire qualcuno. Al mattino si seppe che la figlia del sartino, dopo la paura del tonfo che l’aveva fatta gridare, poté risalire la china opposta del Rio e raggiungere Bearello, lì a due passi. E la partoriente dette alla luce un bel maschietto.
Il giorno 3 settembre, di domenica, si presentò nell’aia della casa Sollazzi una camionetta di soldati inglesi. La famiglia dell’orafo napoletano e anche quasi tutti i Sollazzi si avvicinarono al veicolo mostrandosi sorridenti e riconoscenti. Gli inglesi, invece, per niente entusiasti dell’accoglienza calorosa loro riservata, si mostrarono quasi impermaliti. Il più anziano mostrando una lettera chiese se sapevano dove si trovava la famiglia di cui pronunciò il cognome. L’orafo, nel suo abito impeccabile, si avvicinò alla camionetta e rispose in inglese:
- Sono io il signore che cercate.
- Noi dobbiamo consegnarle questa lettera che ci venne affidata da alcuni suoi parenti napoletani quando passammo per quella città.
Pietro li invitò a salire in casa. La moglie dell’orafo tradusse. Sia pure a malincuore i quattro inglesi accettarono di salire nella cucina dei Sollazzi. Venne loro offerto del vino che non gradirono moltissimo. L’orafo e i suoi congiunti che sapevano parlare benissimo l’inglese si intrattennero in piacevole conversazione con gli inglesi per oltre mezz’ora. Al momento del congedo l’orafo li ringraziò per la lettera che gli avevano recapitata.
I Sollazzi vollero che quella sera la famiglia napoletana rimanesse a cena con loro. Al termine della cena l’orafo comunicò che l’indomani sarebbero andati via. Non solo ringraziò i Sollazzi, ma rivelò loro che erano degli ebrei di origine greca. Si scusò per non aver mai rivelato la sua identità religiosa: sarebbe stato troppo pericoloso per loro e per tutti.
L’indomani per la famiglia Sollazzi si chiuse un’altra pagina importantissima della loro storia.



 

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