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Un’ora
prima del pranzo era venuto a farci visita lo zio
materno Pietro Falorni. Mamma aveva già messo sul
fornello a carbone il grosso tegame di terracotta .
Dentro vi era mezzo coniglio.
- Lo fermo per stasera – spiegò la mamma allo zio – Con
questi caldi il coniglio fa alla svelta ad andare a
male. Stasera ci butto la salsa e poi lo mangeremo. Te
lo immagini come ci sarebbe venuta buona la
pastasciutta! E invece non possiamo più farla perché di
pasta non se ne trova più nemmeno un filo. Quella roba
che t’avevo promesso te la do subito. Mi è venuto un po'
azzimo. Me lo ha cotto Rosindo e me lo ha messo dentro
un sacchetto per non farlo vedere a nessuno.
- Io, per non farmelo vedere, ho portato questa pezzuola
da contadino – ribatté lo zio mentre la estraeva dalla
tasca destra dei suoi pantaloni grigi.
La mamma prese dal banchetto del babbo un trincetto e
staccò un quarto del panone che aveva confezionato la
sera prima.
- Io, sorella, non so come ringraziarti.
- Ma che in queste situazioni si guarda a queste cose?
Salutami la Barsotta. Ovidio è sempre in ospedale?
- Sì. Il professore l’ha preso a benvolere e gli ha
detto: ”Finché non sono passati gli americani, tu resti
qui . Mi farai da segretario.
- Ma quando arriveranno questi benedetti americani? Che
ne dici Pietro?
- Senti, sorella: non te lo dico per impaurirti, ma
qualcuno mi ha detto che forse stasera dovremo andar
tutti via da Fucecchio. Dopo il fattaccio dell’altra
notte in casa di Biagino, i tedeschi hanno paura che gli
americani non si faranno punti scrupoli a tirar le
cannonate anche sulle altre case del paese.
- O come si rimedierebbe se dovessimo lasciar tutto?
- O sorella, fossi in te comincerei a fare i
preparativi. Appena arrivo a casa lo dico anche alla mi’
Barsotta. Salutami il Catasta. O dov’è andato?
- L’ho mandato dal Billi a prendere il pane della
tessera e mezzo litro di vino.
Appena lo zio se ne fu andato, la mamma che si fidava
ciecamente di mio fratello Mario, lo portò con sé in
camera. Io li seguii senza farmi vedere.
- Vedi – gli disse la mamma mostrandogli tanti rotoli di
banconote – questi sono tutti i nostri risparmi. Ce li
siamo levati dalla bocca questi soldi. Ora io li metterò
all’interno della fodera della giacchetta di babbo, poi
la cucirò ben bene.
Mio fratello guardò la mamma con un’espressione
interrogativa. La mamma capì a volo e gli spiegò:
- Tu dovrai portare questa giacca giorno e notte. Non te
la devi levare mai. Quando ti vorrai lavare, te la
reggerò io e poi te la rimetterai di nuovo. Anche se
farà caldissimo dovrai tenerla. Con babbo mi sono
sposata nel ’21. Anche tu l’hai visto quanti sacrifici
abbiamo dovuto fare per mettere da parte questi soldi.
Io pensavo sempre alle malattie e ai ricoveri in
ospedale.
Mio fratello la guardava quasi compunto e rivelava una
capacità di comprendere analoga a quella di un adulto.
La mamma sistemò tutte le banconote all’interno della
giacca , ricucì la sdrucitura attraverso la quale aveva
infilato il nostro tesoro e fece indossare subito a mio
fratello la giacca paterna.
- Mi raccomando, Mario, non uscire mai di casa da solo
con codesta giacca. Stai sempre vicino a me o a babbo.
Mio fratello annuì con un movimento del volto e con una
serietà che quasi mi spaventò. Possibile che fosse già
così maturo ad appena dodici anni?
Ritornai in cucina. Intanto il babbo era ritornato con
il magro pezzo di pane nero impastato con patate lesse.
Ritornò in casa anche mia sorella che era andata a
trovare la figlia di zio Pietro.
Mentre si disponeva ad apparecchiare la tavola, mia
sorella ribadì quanto ci aveva detto zio Pietro: forse
dovevamo sfollare. Mentre mia sorella apparecchiava ed
il babbo era come al solito assorto in chissà quali
pensieri – il suo sguardo si fissava in lontananze vuote
– io ripensavo all’inverno del 1939. La mamma ci aveva
fatto mangiare tutti i giorni a pranzo e a cena i
fagioli. Era un alimento che costava pochissimo. Noi, in
effetti, ne compravamo pochi perché quasi tutti i
contadini a cui mio padre riparava le calzature gliene
regalavano ripetutamente un “cotto”. La mamma che aveva
programmato di risparmiare diverse banconote da cento
lire aveva deciso di non comprare mai carne e di
affidare il nostro sostentamento unicamente ai fagioli.
Quell’anno aveva voluto risparmiare anche sulla spesa
del vino. Tutte le domeniche di settembre diceva al
babbo:
- Fatti dare un po' di vendemmia ai tuoi contadini. Loro
non ti regalano mica niente se consideri che tu gliele
vai a riportare le scarpe accomodate e che ti pagano
quando hanno i soldi.
Quell’anno andai anch’io nei giorni di vendemmia a
chiedere nelle campagne vicine alcune ciocche di uva.
Soltanto quando ne avemmo tanta di uva capii cosa voleva
farne la mamma. Si fece prestare una conca alla
Mencherina, nostra coinquilina. L’uva fu pigiata in due
conche – quelle che servivano per fare il bucato – e
trasformata, grazie all’aggiunta di tante “mezzine”
d’acqua attinta alla fontana pubblica in una
venticinquina di fiaschi di vinello. Quel vinello ci
durò fino al primo dell’anno.
La mamma aveva già preparato il riso cotto nel brodo di
carne. Lei lo faceva cuocere sempre una ventina di
minuti prima per dare al riso il tempo di crescere. Non
avevamo problemi di cottura al dente. L’importante era
la piattata di sbobba poco brodosa.
Quando Mario tornò in cucina con la mamma già indossava
la giacca con il tesoro. La mamma dette un’occhiata
d’intesa al babbo. Mia sorella non seppe reprimere
un’espressione di meraviglia.
- O che ci hai da fare un’altra recita col figliolo di
Bicciolo?
Mario non la degnò nemmeno di uno sguardo. La mamma
tagliò corto:
- “Te”, Catastini, cava la minestra. Io levo le patate
lesse dalla pentola. Poi ve le condite da voi. L’hai
messo il sale, Mara?
La sorella rispose di sì. Il babbo prese dalla
graticciaia il vecchio ramaiolo di alluminio e servì il
riso al brodo nel piatto di tutti e cinque. Incuranti
del sapore attaccammo a mangiare come se fossimo dei
lupacchiotti affamati.
Anche la mamma si mise a tavola ed annunciò:
- Oggi il pane della tessera non si pesa. Di soppiatto
ho fatto un panone con la farina che ci regalò il
Baronti. Prima però consumiamo il pane della tessera. E’
fresco e si mangia meglio. Affettaglielo “te”, Beppino.
A tavola non usavamo la coltella: il trincetto da
calzolaio del babbo la surrogava benissimo.
Le patate ci vennero servite dalla mamma. Ne aveva
lessate dieci e perciò ce ne dette due per ciascuno. Il
babbo ci volle mettere sopra anche un po' d’aceto. Io e
mio fratello Mario , usando la forchetta, schiacciammo
le due patate e le riducemmo in una poltiglia quasi
simile al purè. La mamma ci versò sopra due gocce d’olio
e poi, rivolta al babbo, gli osservò:
- Annacqualo codesto vino, ché ci devi fare anche la
cena.
- Ma quest’acqua è calda come il piscio – e non aggiunse
altro.
D’estate era mio fratello l’incaricato
dell’approvvigionamento dell’acqua fresca. Mia madre non
voleva assolutamente spendere nemmeno un diecino per
comprare un pezzetto di ghiaccio quando alle ore 11,30
passavano a turno i ghiacciaioli : Maso di Golpino e
Berinci. Per questa ragione, a partire del primo di
luglio, tutti i giorni, alle 12 meno un quarto Mario
andava alla Fontina a riempire due fiaschi di acqua che
effettivamente era molto fresca essendovi, in quella
zona, una sorgente a gettata perenne. Naturalmente
doveva far la coda perché quasi tutti gli insuesi si
approvvigionavano di quell’acqua fresca come facevamo
noi. Da quando erano cominciati i cannoneggiamenti mio
fratello non si era mosso più di casa. L’idea poi di
vedere una casa distrutta lo terrorizzava. Per me certe
fobie erano inspiegabili. Lui non volle assolutamente
vedere la casa di Biagino sventrata all’interno due
notti prima, il 19 luglio 1944, dalla cannonata da cui
fu colpita. Quando sentiva il rumore degli aerei
scendeva al piano terra del nostro edificio dove avevamo
uno sgabuzzino per la legna ricavato nel sottoscala
della prima rampa di gradini, vi entrava dentro e vi
rimaneva finché quel rumore non era definitivamente
cessato. Lui non aveva sicuramente paura di morire:
aveva paura di vedere. Una volta dal davanzale del
Poggio Salamartano aveva veduto ragazzi che si
sodomizzavano nelle sottostanti piagge. Dopo aver visto
quelle immagini, per lui deturpanti, non voleva più
andare sul Poggio Salamartano. Noi sapevamo di queste
sue fobie e perciò neppure gli chiedemmo di andare a far
rifornimento di acqua fresca alla Fontina: la vista
delle macerie in via Castruccio lo avrebbe
traumatizzato.
Mentre stavamo finendo di mangiare udimmo la voce di
Ceccaccio che gridava:
- Catastaaa, Catastaa ! Affacciati.
Mio padre si portò all’unica finestra di cucina che dava
nella corte dell’Orsino e nel vicolo di S. Giovanni dove
abitava Ceccaccio, al secolo Fernando Ghimenti. Appena
Ceccaccio vide affacciarsi mio padre, lo congelò
dicendogli:
- Ma hai sentito? Forse bisogna sfollare prima di sera.
Sembra che sia un ordine dei tedeschi. Ti volevo
chiedere se possiamo andar via insieme.
Mio padre trasecolò. Guardò mia madre che gli fece un
cenno di assenso e rispose:
- Va bene, Nando. Speriamo che non sia vero. Ci
risentiamo.
Io non detti troppa importanza a questa telefonata a
viva voce. Dopo aver aiutato la mamma a fare le
faccende, lasciai mio padre al suo banchetto di lavoro
posto quasi sotto la finestra di cucina e dissi a tutti
che andavo sul Poggio Salamartano a vedere i
cannoneggiamenti. Giunto sul Poggio non mi fu facile
trovare un posto di osservazione. Tutta la balconata,
lunga una sessantina di metri, era occupata.
- Fra poco dovrebbero cominciare le cannonate degli
americani che sono a S. Miniato. Cominciarono verso le
15,30. Noi non venivamo nemmeno sfiorati dal dubbio che
avrebbero potuto prendere di mira anche il Poggio
Salamartano. Sarebbe stata una carneficina. Gli
americani avevano preso di mira una villa nei pressi di
S. Croce nei paraggi dell’Arno. Lo spettacolo durò circa
mezz’ora. I più esperti rientrarono nelle loro
abitazioni. La martinella dell’orologio posto sulla
Collegiata mi avvisò che erano le ore 4 pomeridiane.
Mentre io ed altre persone scendevamo da piazza
Garibaldi in via S. Giovanni fummo fermati da don Livio
Tognetti, poco più che ventenne, e da un capitano
dell’esercito tedesco. Don Livio ci fece cenno di
fermarci.
- Dite a tutti che dobbiamo lasciare immediatamente il
paese. Il Comando tedesco ha ordinato lo sfollamento
generale.
- Stanotte grande battaglia nel paese – continuò il
capitano – Domani tutto finito. Domani voi ritornare a
casa.
E don Livio:
- Mi raccomando: diffondete la voce. Se qualcuno verrà
trovato nella propria casa verrà fucilato.
Una persona lì presente, sempre in vena di battute
sarcastiche, commentò:
- Li avete voluti i liberatori? O pigliateveli!
Non l’avesse mai detto! Una diecina di fucecchiesi,
esacerbati da quella battuta, lo assalirono e lo
linciarono.
Dopo avere assistito al rapido ed incruento linciaggio
salii di corsa in casa per annunciare la terribile
notizia dello sfollamento coatto.
- Berto – mi disse la mamma – vai subito a chiamare zia
Gaetana e zio Gigi. Chiedigli se vogliono venire con
noi. E se ti dicono di sì digli che facciano alla
svelta. Alle cinque noi si parte. Tu, Catastini, chiama
Ceccaccio e digli che si prepari.
Scesi di corsa le scale. Quando misi piede in via
Cammullia vidi un impiegato del Comune che diceva:
- Gente, bisogna lasciare il paese. Non fatevi trovare
in casa. Chi viene trovato in casa verrà fucilato. I
tedeschi ci fanno sfollare perché se si restasse in
paese le cannonate degli americani farebbero tante
carneficine.
Non aggiunse altro. Non ci suggerì dove dovevamo andare.
Non ci indicò una zona di sicurezza. Ci disse solamente
che dovevamo abbandonare il paese.
Zia Gaetana (Falorni nei Cenci) mi rispose subito:
- Sì, sì. Vengo con voi. Col mio genero non ci voglio
andare. E’ troppo stucco. Digli a mamma che io e Gigi
veniamo subito a casa vostra.
Quando giunsi a casa trovai tutti affaccendati. Mamma
ripeteva:
- Il coniglio ammezzato lo portiamo con noi dentro al
tegame. Per cena lo mangeremo così com’è.
Sul tavolo di cucina erano già allineate due borse di
pelle piene di alimenti, una sporta di corda con
bicchieri, piatti, posate ed una bottiglia d’acqua,
delle pezzuole da contadino nelle quali il babbo
sistemava, la domenica, le scarpe riparate. Il babbo nel
frattempo era andato a disfare il suo letto per prendere
il telo militare, incerato che, dal 1921, proteggeva le
materasse dai morsi delle reti metalliche. Tornò in
cucina mentre lo stava avvolgendo e disse:
- Questo ci farà comodo stanotte. Se piove ci ripara
dalla pioggia altrimenti non fa entrare l’aria umida del
mattino.
Mamma non stava ad ascoltarlo. Lei teneva sempre
d’occhio mio fratello Mario con la giacca del babbo
piena di banconote. Lui gironzolava attorno al tavolo
della cucina per adocchiare le due pezzuole che avrebbe
portato.
Poco prima delle 17 eravamo già pronti. Mia sorella si
mostrava un po' irrequieta. Anche lei aveva preso due
pezzuole piene di cibarie, ma non si decideva a varcare
la porta.
- Che si fa, Catastini? Si lascia aperta la porta o si
chiude a chiave.
- Chiudi, chiudi. Chiudi a chiave. Se i ladri vogliono
venire a rubarci la roba devono durar fatica ad aprire.
Mia sorella, Mara, non si decideva a varcare la porta.
- O Agatina, - le disse mia madre fissandola negli occhi
– ti vuoi decidere ad uscire? Ma che ti senti male? Hai
gli occhi lustri e le lappole appiccicate. Mario, vai a
prendere il termometro nel primo cassetto del mio
cassettone!
Mario non se lo fece ripetere due volte. Ritornò dopo
pochi secondi e consegnò la custode col termometro alla
mamma.
- Ora usciamo tutti. La febbre gliela misurerò appena
saremo arrivati in un luogo sicuro.
- Posso venire con voi ? – ci chiese Emilia delle
Mancherina mentre apriva la porta posta nel medesimo
corridoio dove si trovava anche la nostra. Noi ed Emilia
della Mencherina occupavamo tre quarti dell’immensa
soffitta del Palazzo di Bertoldino. Il palazzo aveva
l’entrata in via S. Giovanni. Per i due appartamenti
ricavati nella soffitta la porta d’ingresso si trovava
in Via Cammullia al numero 1.
- Diamine che potete – le rispose mia madre.
Per le scale incontrammo zia Gaetana e zio Gigi che
stavano salendo su da noi. Invertirono la marcia e
ridiscesero.
La mamma chiese a zia:
- Ma siete passati dalla Greppa o dal Gattino?
- Siamo passati dalla via del Gattino con la speranza di
vedere Pietro e Privato; ma non li abbiamo visti. Vero
Gigi?
Gigi confermò con un movimento della testa.
- Davanti alla Piria – proseguì zia Gaetana mentre aveva
cominciato a scendere le scale - c’è Ceccaccio con tutta
la famiglia. Nando m’ha detto: “Se vai dal Catasta digli
che noi siamo già pronti”. Sono un battaglione: lui e la
sua moglie Angiola, le tre figliole e il figliolo,
Indro.
Uscimmo di Cammullia. Nando di Ceccaccio e la sua
famiglia si aggregarono a noi. Scendemmo in via della
Valle letteralmente invasa da una processione di persone
con borse e fagotti che come noi abbandonavano il paese:
un vero esodo. Giunti in fondo alla via e cioè alla
ruota del Funaio (Gianni Menichetti) io pensai che babbo
ci avrebbe fatto svoltare sulla destra per raggiungere i
“poggi” di Vallebuia o di Vallepinzana a lui notissimi –
erano disseminati su quei poggi tutti i contadini ai
quali riparava scarpe e zoccoli – Il Babbo esitò un
attimo. Fu Nando che operò la scelta.
- O Catasta – disse – è meglio andare in Padulino. Sui
poggi ci saranno le batterie dei tedeschi. Chissà come
verranno presi di mira dagli americani !
Mio padre, senza nessuna esitazione, ci fece svoltare a
sinistra in direzione della Madonnina dello Zucchi. Qui
giunti preferimmo attraversare il Rio sopra la
passerella di legno, costeggiammo la villa del Moro
(Giuseppe Nieri) e ci inoltrammo nel Padulino. Dopo
pochi minuti raggiungemmo la casa colonica di Gaetano
Costagli.
- Siamo troppo vicini alla via del camposanto. Da lì
passeranno tutti i tedeschi in ritirata. Meglio stargli
lontani – disse il babbo.
Ci inoltrammo allora in direzione dei prati del padule.
Verso le ore 18 attraversammo l’aia delle case di Talino
e di Modestino. Ad una finestra scorsi il volto sarcigno
di Leonta Talini coi gomiti appoggiati sulla soglia. Gi
seguì con lo sguardo senza profferire parola, ostentando
indifferenza velata di disappunto. Capii che avrebbe
preferito che fossimo andati altrove. Giunti di fianco
alla cascina posta dietro la casa fummo intrattenuti per
un minuto dai fratelli Cambi, Arturo e Nello. Fu Arturo,
il fratello scapolo di appena 33 anni, che ci disse:
- O perché non vi fermate qui con noi. Nella capanna c’è
posto anche per voi.
Nello annuiva con la testa; sua moglie Costanza, lo
sguardo velato di tristezza, conservò il suo abituale
silenzio. Noi li conoscevamo bene. Anch’essi abitavano
in via Cammullia.
Mio padre che doveva avere un programma ben preciso
nella propria testa rispose:
- Non mi sembra un posto sicuro. Ti ringrazio Arturo.
Leonta non era più alla finestra. Era scesa ma non ci
disse niente.
Mentre riprendevamo il nostro Cammino, Arturo ci
informò:
- Se non andate lontani ed avrete bisogno di acqua, qui
c’è un bel pozzo.
Il babbo cercava una grande fossa per trascorrervi la
notte. Attraversammo il campo sul retro della casa di
Talino e proprio in fondo ad esso il babbo trovò la
fossa profonda che cercava.
- Soltanto se il proiettile esplodesse dentro la fossa
si potrebbe morire, altrimenti saremo sicurissimi.
Il nostro esodo era finito. Il cannone aveva taciuto per
tutta la durata del viaggio.
- Possiamo cenare qui, sul ciglio della fossa - ci disse
il babbo. Anche la famiglia di Ceccaccio si sistemò nei
nostri paraggi. Il babbo, con il solito trincetto che si
era portato dietro, divise due dei pezzi di coniglio che
la mamma aveva “fermato” nel tegame per poter
rifocillare anche zia Gaetana e zio Giggi, detto
comunemente il Ceo perché cieco da un occhio.
- Hai fame Agatina? – chiese affettuosamente la mamma a
mia sorella Mara, soprannominata Agatina perché di
lingua lunga.
- Sì – rispose stancamente.
- Allora la febbre te la misuro dopo che hai mangiato.
Il babbo affettò anche il pane vero, anche se azzimo,
che la mamma aveva fatto di soppiatto il giorno prima.
Nando di Ceccaccio, conoscendo fin troppo bene la
propensione dei calzolai verso il vino, si alzò da terra
con un fiasco di vino in mano, si avvicinò a mio padre e
gli disse:
- Tieni, Catasta, bevi un bicchiere alla mia salute,
visto che voi non ne avete. Io il “paglioso” non l’ho
dimenticato. Bevi anche te, Gigi.
Lo zio gradì moltissimo quel bicchiere di vino. Appena
Nando si fu scostato dal nostro desco terrestre, lo zio
Gigi versò mezzo bicchiere di vino nel bicchiere di zia
Gaetana la quale, almeno a tavola, preferiva il vino
all’acqua.
La temperatura di mia sorella salì a 37°,5.
Vegliammo fin verso le ore 22 e parlammo di quello che
avremmo dovuto fare l’indomani.
- Se stanotte non ci sarà la battaglia e se gli
americani non arrivano, domattina presto bisogna andare
a casa per prendere almeno un fornello, un balletta di
carbone, una teglia ed una pentola più grande. A casa ci
andremo io, te, Gaetana, e te, Berto – disse la mamma
che proseguì – Voi appena vi sarete alzati andrete ad
occupare un posto nella capanna dietro la casa di Talino,
lì dove sono i Boccheri.
Anche Nando condivise la proposta di mia madre. Alle
dieci scendemmo nella fossa, pulita, e sul fondo della
medesima ci coricammo e dormimmo in barba alle cannonate
che dopo pochi minuti cominciarono a piovere ad un
chilometro di distanza.
Al mattino, verso le ore 5, mia madre svegliò me e zia
Gaetana.
- Andiamo – ci disse.
Ripassammo di fianco alla villa Nieri, attraversammo il
Rio sulla passerella, raggiungemmo la Madonnina dello
Zucchi. Qui c’era una pattuglia di soldati tedeschi che
non ci dissero niente.
Salimmo via della Valle e poi svoltammo in via della
Greppa per raggiungere più rapidamente la nostra via
Cammullia. Molte porte dei fabbricati di via Cammullia
erano state divelte. Solo dopo essere arrivato in casa
mi resi conto della regione per cui i tedeschi avevano
divelto numerose usci. Con le porte avevano coperto il
carrarmato che stazionava in Via S. Giovanni, proprio
sotto il palazzo di Bertoldino dove noi avevamo le
camere.
Appena entrati in casa controllammo che lo stanzino buio
che Vittorio Bartolini aveva chiuso con un “tramezzolo”
fosse ancora indenne. Lì dentro era custodito il tesoro
della nostra biancheria da camera e da cucina. Prendemmo
un fornello, un soffietto, una balletta di carbone, la
poca farina che avevamo lasciato, uno dei tanti
sacchetti di riso che la mamma aveva accortamente
accantonato, un vaso di conserva dura fatta in casa, un
fiasco vuoto ed anche la mezzina per rifornirci di acqua
al pozzo della Leonta.
Alle otto eravamo di nuovo in Padulino. I nostri
familiari ed anche quelli di Nando si erano già
trasferiti nella cascina retrostante la casa della
Leonta divisa in due parti eguali da un muretto alto
quasi due metri.
I fratelli Arturo e Nello Cambi apprezzarono moltissimo
il nostro trasferimento nella cascina dove loro si erano
già sistemati. Anche la famiglia di Ceccaccio si sistemò
nella medesima parte della cascina.
Ci trovai anche mio fratello Mario che con il suo
giacchettone pieno di banconote seguiva come un segucio
mio padre che era stato messo al corrente di quel
sotterfugio da mia madre. Davanti all’ingresso della
cascina , allineato agli altri, collocammo su due
piccole pile di mattoni il fornello sul quale la madre
avrebbe preparato i nostri pranzi e le nostre cene.
Io volli rendermi esattamente conto delle persone, anzi
delle famiglie che si erano rifugiate nella casa
colonica di Leontina e poi in quella di Modestino,
staccata, sul fianco destro di quella dei Talini.
Al piano terra della casa, forse nella ex stalla e nella
stanza trinciaforaggi vi si trovavano la famiglia di
Ampelio, il marmista, composta dalla moglie e dalla
figlia; la famiglia di sfollati livornesi che vivevano
nella nostra via Cammullia ed era composta oltre che
dalla moglie e dalla suocera anche da due figli che si
accasarono a Fucecchio. Mi parlarono della presenza di
un certo Paris Banti e di un certo Corsagni che
disponeva anche di una galena. Nella casa di Leonta
erano sistemati anche la famiglia di Mergo e quella del
Matteucci, il sarto che abitava per la via d’Empoli.
Nel mezzo cascinale nel quale ci accampammo vivevano
anche la famiglia di Ceccaccio formata da sei persone,
quella del Bertini, formata da quattro persone. Mio
fratello, che fin da piccolo rivelò una spiccata
abitudine a fare il maestro e l’educatore si abbottonò
ad Enrico Bertini, giovanissimo. Stavano sempre insieme
nei paraggi del cascinale; giocavano sempre fra loro
due. Mio fratello gli affibbiò il soprannome di Cuccolìo.
Con noi c’erano anche la famiglia del Bersagliere, il
marito della “Frolida” , con la moglie, la figlia Neda,
e la figlia Ausonia con il marito Giannotti : C’era
anche la famiglia del Becherini, il fratello di Tosca di
Tarpina, con la moglie e due figlie.
Io fraternizzai con Indro Ghimenti, mio coetaneo.
Avevamo fatto, a scuola, le medesime classi e per molti
anni ci eravamo frequentati nelle rispettive case.
Soltanto a partire dal 43 i nostri rapporti si erano
diradati. Entrambi eravamo diventati apprendisti
calzolai ma in botteghe diverse e lontane. A giugno del
’44 anche la bottega dove avevo lavorato per il primo
semestre dovette chiudere i battenti perché ormai il
nostro territorio era o stava per diventare linea di
fronte. La fame e la mia istintiva curiosità mi avevano
fatto allacciare nuove amicizie e molte volte mi
intruppavo con le squadre di tre o quattro adolescenti
che andavano in campagna per racimolare fagioli, patate,
spighe di grano, insomma tutto ciò che era commestibile.
Il 3 e il quattro luglio, subito dopo la distruzione del
ponte avvenuta il 2 luglio 1944, ero andato con Ottorino
Tocchini ed altri sfollati livornesi nella campagna di
S. Pierino. Non fu un problema guadare l’Arno: bastava
toglierci i sandali. Ognuno di noi riempì una bella
sacchetta con fagioli, patate e spighe di grano. Anche
il 5 luglio cercammo di raggiungere S. Pierino, ma i
tedeschi non ci fecero passare perché stavano minando i
platani lungo la via del ponte per impedire il passaggio
alle truppe angloamericane. Sia pure a malincuore
dovemmo ritornare a casa con le sacchette vuote.
Nei giorni successivi i tedeschi vollero realizzare,
sulla destra del ponte, dalla parte di S. Croce
sull’Armo una passerella con mattoni a secco prelevati
dalla fornace dei laterizi che si trovava appunto per la
via del ponte. Per il trasporto e la collocazione dei
mattoni sul letto del fiume avevano bisogno di molte
decine di operai. Per due giorni ci andò anche mio
padre. Avrebbe dovuto andarci anche per un altro giorno,
ma, visto che la passerella era quasi ultimata, mio
padre non si presentò perché temeva di essere deportato.
La passerella era stata realizzata in corrispondenza
dell’ultimo tratto del viottolo che dalla casa di Suero
portava sul greto del nostro fiume. Mio padre mi aveva
detto che in quella zona c’erano molti covoni di grano
abbandonati. Armato di corde e cordicelle andai insieme
ai soliti compagni nel viottolo di Suero, C’erano i
tedeschi, ma non ci dissero niente nemmeno quando
cominciammo a legare due covoni di grano alla volta per
portali in spalla a casa.
Mentre ci davamo da fare con corde e covoni arrivarono
due caccia inglesi. I tedeschi ci gridarono e con gesti
abbastanza comprensibili ci pregarono di gettarci per
terra; ma noi eravamo troppo interessati a quel grano.
Uno dei caccia ci elargì una sventaglia di mitraglia.
Solo allora obbedimmo ai tedeschi: ci gettammo per terra
e cercammo di guadagnare la fossa più vicina di quel
campo dove avevamo preso il grano. Appena i due caccia
se ne furono andati, ci caricammo quattro covoni di
grano sulle spalle e ritornammo felicemente incolumi a
casa.
Con Indro, dopo che ero rientrato in Padulino con la
mamma e la zia Gaetana da Fucecchio, concertammo subito
delle spedizioni pomeridiane per andare in cerca di
grano che poi i nostri congiunti avrebbero macinato col
macinino da caffè. Indro mi chiese:
- O Mario, il tuo fratello, non viene con noi?
- Ma nemmeno se rinascesse! Ha una paura incredibile
delle cannonate, anzi, di tutto.
- Peccato ! – esclamò Indro – E pensare che mi hanno
detto che a scuola è tanto bravo.
- Era molto bravo finché frequentò le elementari. Quest’anno,
alle Medie, si è sgonfiato come i palloncini gonfiati.
E’ stato addirittura bocciato. Se sei d’accordo, domani
nelle prime ore del pomeriggio si va a fare un po' di
grano.
Indro non si tirò indietro.
Il giorno dopo, verso le ore 14, senza portare nemmeno
una corda, io e Indro lasciammo la capanna. Proprio in
quel momento sopraggiunse di corsa, una donna trafelata,
sulla trentina che gridava:
- Arturo, Nello! I tedeschi hanno portato via Stefania
(una nipote dei due Cambi).
Nello ed Arturo cominciarono a dare in escandescenze:
urlavano, piangevano, protestavano, inveivano contro
tedeschi e fascisti, battevano i piedi per terra, erano
disperati. Si rendevano conto della loro impotenza e si
sfogavano con quei loro comportamenti isterici.
Si affacciò Leonta, la padrona della casa, ed urlò:
- E’ l’ora di finirla. Sono stufa di tutto il baccano
che fate.
I due fratelli, colpiti nel vivo, si inviperirono ancora
di più. Anche Leonta perdette la pazienza:
- O ve ne andate via subito con le buone, o altrimenti
prendo il forcone e vi mando via con le cattive.
I due fratelli protestarono:
- Preferiamo andarcene subito prima di restare con una
bestia come te.
Nello ordinò a sua moglie Costanza di prendere tutta la
roba e di sistemarla nelle borse. Appena furono pronti
se ne andarono con le lacrime agli occhi dopo aver
salutato il mio babbo e la mia mamma. Il giorno
successivo sapemmo che si erano fermati dal contadino
del Costagli dove già alloggiavano tante altre famiglie
di sfollati del capoluogo.
Dopo aver assistito a questo rusticano battibecco, io ed
Indro ci indirizzammo verso la casa del Sollazzi e poi
verso la fornace della via di Padule. In un campo
vedemmo delle biche di grano, ci entrammo ed ognuno di
noi prendemmo due covoni grano che mettemmo sotto le
braccia.
Quasi tutte le mattine, insieme alla mamma e a zia
Gaetana, andavamo in paese per vedere se la casa era
stata colpita e se vi erano penetrati i ladri. In casa
ci trattenevamo pochissimi minuti.
Una mattina , verso il dieci agosto, seguii il mio
babbo, Nando ed il Bertini che si diressero alle
Botteghe per comprare un paio di sacchi di grano.
Terminata l’operazione di acquisto , chiedemmo al
contadino se poteva prestarci per un’oretta un carretto
per trasportare quei due sacchi di grano. Il contadino
ci indicò, a poca distanza, un carretto verde
abbandonato.
- Prendete quello e tenetevelo, visto che da qualche
giorno è lì.
Detto fatto. Ci caricammo i due sacchi di grano e ci
apprestammo al viaggio di ritorno, una ventina di minuti
di camminata. Quando giungemmo a metà strada, nei presi
di un gruppo di case fummo avvisati che i tedeschi
stavano effettuando un rastrellamento.
- Tienilo tu il carretto e vai a casa – mi dissero – Hai
15 anni e non ti prenderanno di sicuro. Noi andiamo a
nasconderci nei campi il più lontano possibile.
Nei paraggi c’era un campo di saggina: Ci entrarono e
sparirono quasi subito. Io , da solo, continuai a
spingere il carretto in direzione della casa di Talino e
Modestino. Incrociai una pattuglia tedesca. Mi portai
col carro sul lato destro della strada. I tedeschi
neppure mi guardarono. Ne fui felice. Compiaciuto per
averla scampata bella – potevano prendermi il grano –
allungai il passo e dopo dieci minuti raggiunsi la
nostra cascina.
Zio Gigi, intento a macinare il grano col macinino,
appena mi vide, da solo, mi chiese:
- E loro dove sono? Li hanno presi i tedeschi?
Lo rassicurai subito e gli chiesi se mi dava una mano a
scaricare quella grazia di Dio che andava subito
nascosta.
- Te la do volentieri, ma tu sai bene che la mia forza
vale solo quattro soldi. Riuscimmo a scaricare il grano
e nasconderlo dietro la paglia che ogni sera ci serviva
da giaciglio. Mio fratello Mario che aveva seguito con
attenzione tutta l’operazione volle compensare lo zio
con una manciatina di tabacco ottenuto dalle cicche che
tutti i giorni, prima dello sfollamento, andava a
raccattare per le vie, nelle piazze e nei bar.
- Peccato che non ci ho la cartina – disse lo zio a
bassissima voce.
- Non sgomentarti, zio. Ho tanti fogli di carta di riso
che fanno al tuo caso.
Mario andò nella cascina e ritornò con una pagina di
carta di riso e con un paio di forbici.
- A questa carta manca la colla, ma se la bagni bene con
la lingua vedrai che reggerà.
Lo zio sorrise. Mario sapeva sempre tutto di tutti e non
si risparmiava per aiutare il prossimo. Tutti si
chiedevano il perché di quel giacchettone e noi
spiegavamo che c’era un po' fissato con quella giacca:
gli sembrava di essere diventato già un adulto. e tutti
bevevano questa giustificazione.
Mio padre, il Bertini e Nando rientrarono quando
cominciò a far notte e, rassicurati che il pericolo
tedesco era tramontato, mangiarono quello che le loro
mogli gli avevano messo da parte e poi ripresero a
parlare del solito argomento: la realizzazione di un
rifugio che non venne mai approntato. Per quaranta
giorni ci affidammo allo stellone. Quando percepivamo
che la cannonata sarebbe esplosa a poca distanza, ci
sdraiavamo semplicemente per terra visto che l’unica
fossa disponibile distava da noi un quarantina di metri.
Mentre i tre scampati e gli altri capifamiglia parlavano
del rifugio, mi si avvicinò Adele di Ceccaccio,
ventenne, già sposata e mi disse:
- Senti, domattina presto io, Liliana e Mara si va al
mulino dietro il teatro Pacini a macinare un paio di
sacchetti di grano. Vuoi venire con noi?
- Ma a che ora si ritorna?
- Ci hanno detto che si fa alla svelta. Si dovrebbe
ritornare verso le undici.
- Va bene, vengo; ma non ditelo a mia madre perché
altrimenti lei non mi manda. Domattina non si va nemmeno
a vedere la casa.: perciò sono libero.
- Possiamo prendere quel carretto che avete trovato alle
Botteghe?
- Diamine!
Al mattino le tre sorelle, molto simili alle faine di
Pinocchio, mi svegliarono e, senza insospettire nessuno,
ci indirizzammo verso Fucecchio. La giornata era
splendida. La torre di Castruccio parve salutarci quando
giungemmo in prossimità della Ferruzza. Tutti e quattro
fummo turbati dalla vista dei danni che le cannonate
aveva prodotto anche in questa zona periferica del
capoluogo: pavimentazione stradale disseminata di
macerie, di vetri, di pezzi di porte e di finestre e di
fili della corrente elettrica; quasi tutti i cavi aerei
si erano spezzati e ciondolavano fin quasi a terra; le
facciate delle poche case erano tutte butterate dalle
schegge o addirittura dalle cannonate; moltissime
finestre erano completamente dissestate. Per la strada
non circolava nessuno. Sembravamo i monatti di
manzoniana memoria. Non incontrammo nemmeno un tedesco.
Quando giungemmo di fianco alla piazza Montanelli
provammo una grande strizza al cuore: allo spettacolo
delle macerie, dei cavi ciondoloni e delle facciate
rovinate si aggiunse l’immagine di tutti i negozi aperti
nei quali si infilavano furtivi gli sciacalli paesani..
Appena entrati nel cortile del mulino in via Landini
Marchiani, di fronte al vespasiano, realizzato sul retro
del Teatro Pacini, trovammo un gran numero di persone
che come noi avevano portato il grano a macinare.
Liliana, la più sbrigativa, chiese al titolare:
- Presso a poco, quando ci toccherà a noi?
- Verso le due o le tre del pomeriggio se tutto va bene.
Io mi sentii rabbrividire. Ma poi la curiosità prese il
sopravvento specialmente quando la bella Adele mi disse:
- Andiamo, Berto, si va a vedere qualche negozio.
Visitammo subito quello del Magnanino che era a tre
passi dal mulino e che faceva angolo con via Dante. Non
era facile muovercisi dentro. Gli sciacalli avevano
buttato per terra tutto quello che loro non interessava:
chiodi, semenze, barattoli, vetri rotti, cartocci,
cordicelle. Sugli scaffali non c’era più nemmeno un
oggetto. Entrammo anche nel magazzino, sul retro del
banco, quello che avevo tante volte intravisto quando
andavo ad acquistare semenze e bullette speciali per mio
padre. Sul pavimento vedemmo anche escrementi umani
oltre che un numero considerevole di cose scartate dai
ladri. Anche qui tutti i palchetti degli scaffali, anche
quelli più alti, erano stati ripuliti completamente.
- Andiamo a vedere dal Gozzi in piazza Montanelli –
propose Adele.
L’emporio del babbo di Spartaco Gozzi occupava tutta
l’attuale sede della filiale della Cassa di Risparmio di
Firenze. Lì dentro, in tempo di pace, ci potevamo
trovare tutto.
Le saracinesche erano state divelte; le porte erano
spalancate; i grandi vetri delle vetrine non esistevano
più. Entrammo.
Dentro c’erano tante persone che rovistavano sotto i
banchi e negli scaffali che ancora non erano stati
svuotati.
- O che cosa ci fai qui, Berto ?
Mi girai. Lì per lì non riconobbi il giovane in camice
bianco come i dottori e con un bracciale con la croce
rossa: era mio cugino Ovidio. Lui non aveva seguito suo
padre perché il professor Baccarini, primario
dell’ospedale, lo aveva voluto tenere con sé come
segretario personale.
- Sono venuto con Adele e le sue sorelle al mulino per
macinare un po' di grano. Siccome dovremo aspettare fino
alle due e anche alle tre, allora abbiamo deciso di fare
una capatina nei negozi per renderci conto di cosa vi
succede. Ovidio, che era in compagnia di una altra
persona in camice bianco, si rivolse ai presenti e disse
loro:
- Per piacere dateceli a noi tutti i flaconi di spirito
che avete trovato. Noi in ospedale non ne abbiamo quasi
più. Siamo venuti qui nella speranza di farne un buon
rifornimento. I pochi profittatori non replicarono; anzi
aiutarono mio cugino Ovidio e l’altro a trovare tutti i
contenitori con alcool etilico, flaconi con acqua
ossigenata e tutto quanto poteva essere utile ai medici
dell’ospedale. Anch’io aiutai i due a caricare sul
carrettino a rotelle di gomma tutto il materiale
sanitario che era stato reperito.
Adele chiese:
- O com’esse’ le avete visitate le farmacie?
- Che dici!? – rispose mio cugino mentre l’altro aveva
cominciato a spingere il carrettino verso il paese alto.
Dopo la parentesi nell’emporio del Gozzi rientrammo nel
cortile del mulino che funzionava tramite un motore a
scoppio. Ormai mancavano pochi minuti a mezzogiorno e
noi non avevamo portato niente da mangiare. Alle dodici
il molinaro staccò.
- Riprenderò il lavoro alle tredici. Anche i miei
familiari hanno diritto ad una mia pur breve presenza.
Tutte le altre persone che stavano aspettando il loro
turno tirarono fuori dalle loro tasche qualcosa da
mangiare. Noi non avevamo niente. Nessuno ci offrì
qualcosa. Ma ormai, dopo tanti mesi di carestia, ci
eravamo abituati a queste scortesie. Noi pure non
avremmo offerto niente agli altri se avessimo avuto
qualcosa da mettere sotto i denti. Una donna che si
trovava nelle nostre condizioni ci disse:
- Vedete, stamani mentre venivo qui ho visto un
cavolfiore e l’ho colto. Se volete se ne mangia un po’
per ciascuno.
A me toccò una capocchia di cavolfiore e una foglia di
quelle quasi bianche. Ne avrei mangiate anche altre
dieci; ma la donna prima di arrivare al mulino lo aveva
ben pulito quel cavolfiore per renderlo meno
ingombrante.
Alle tredici rientrò il titolare. Prima di noi c’erano
ancora tante altre persone.
- Vi toccherà alle cinque – ci disse il mugnaio.
Io e Adele uscimmo di nuovo.
- Mi struggo di vedere come sono le case della via di S.
Croce – disse Adele e continuò – Dicono tutti che sono
tanto belle!
Ci portammo in via Dante. Fatti pochi metri, vedemmo un
portone aperto, entrammo, salimmo le scale e
raggiungemmo due appartamenti che si trovavano al primo
piano. Gli usci erano spalancati. Entrammo. Le cucine
erano molto più piccole delle nostre; ma lì c’erano le
mattonelle in terra e al muro giro giro alle pareti.
Sull’acquaio c’era anche una cannella dell’acqua. Io
girai il rubinetto, ma l’acqua non poteva uscire perché
l’acquedotto da settimane era andato in tilt.
- Sono belle davvero queste case – disse Adele mentre
scendevamo le scale. Proseguimmo e prima di raggiungere
la casa di Bertoldino, il dottore, notammo che i
tedeschi avevano collocato sui davanzali di certe
finestre dei panetti di dinamite dai quali partivano dei
fili.
- Sarà meglio ritornare al mulino. Se li facessero
saltare ora questi palazzi, ci potremmo rimettere la
vita.
Fuori non passava anima viva. Di tedeschi neppure
l’ombra. I cannoni, cosa insolita, avevano taciuto fino
a tutto quel momento. Rientrammo nuovamente al mulino.
Mara e Liliana se ne stavano buone ad aspettare.
Parlottavano fra loro. Io chiedevo ai presenti da dove
venivano e se erano degli sfollati o dei contadini.
Molti non gradivano questa mia indagine.
Alle 16, 45 toccò finalmente a noi. La macinatura durò
non più di tre o quattro minuti. La resa del grano
portato dalle tre sorelle non fu eccezionale. Per
qualche giorno, però, i macinini sarebbero stati messi a
riposo.
Caricammo le due sacchette di farina sul nostro carretto
e ci avviammo lungo la via dello stadio. Dopo aver
superato l’ultimo arco dello stadio cominciarono i
cannoneggiamenti. Sembrava che fossimo noi il bersaglio
dell’artiglieria americana. Senza esitare un istante
lasciammo il carretto in mezzo alla strada e ci
sdraiammo a terra dietro i platani. Il cannoneggiamento
durò una quindicina di minuti. subito dopo riprendemmo
di buona lena il nostro viaggio e in non meno di venti
minuti rientrammo a destinazione. Appena mia madre mi
vide, senza por tempo in mezzo, mi si avvicinò e mi
“briscolò” bene bene.
E mentre mi piovevano addosso schiaffoni e manate, la
mamma mi ripeteva:
- Ci hai fatto stare tutto questo tempo in pensiero.
Nessuno ti aveva visto. Noi credevamo che ti avessero
ammazzato i tedeschi. Ne abbiamo pensate di tutte. Se ti
azzardi a rifarlo un'altra volta, ti mando via com’è
vero che mi chiamo Elena!
Mio padre non infierì contro di me anche se si mostrava
ancora amareggiato. La notte portò consiglio. Il giorno
dopo parve che non fosse successo niente. Con Indro
andai a fare incetta di fagioli da sgranare e tutto andò
liscio come l’olio. Zio Gigi era contento come una
pasqua quando vide i fagioli che avevo trovato. Zio ne
era un patito.
- Se c’era la pasta, Gigi, ti ci facevo una bella
minestra. Pazienza. Al posto della pasta ci metteremo il
riso: quello almeno ce lo abbiamo – disse la mamma.
Il pranzo del 5 agosto fu davvero prelibatissimo per zio
Gigi. Minestra di fagioli con riso ed un bel piattino di
fagioli anche se senza olio. Il pomeriggio trascorse
tranquillo. Alle cinque pomeridiane cominciarono a
sibilare le cannonate. Le esplosioni non erano lontane
dal nostro caseggiato. Ci sdraiammo a terra e ci
rimanemmo fino alle 17,30. Non erano trascorsi ancora
dieci minuti da quando era finito il cannoneggiamento
che giunse di corsa, tutto ansante, Norberto di Bussino.
Si fermò davanti alla nostra capanna e si mise a
gridare:
- Che tragedia è successa là nella viottola che porta
alla casa del contadino del Costagli.
Ma se mi avessero dato retta! A quest’ora sarebbero vivi
tutti e due come lo sono io. Gli ho detto “Buttatevi
subito a terra. Fate come me. Queste cannonate..” ho
sentito una fortissima esplosione. Le schegge del
proiettile mi sono passate vicinissime ma non mi hanno
colpito. Si è levata al cielo una grande nuvola di fumo.
Quando la nuvola si è dissolta ho visto i cadaveri di
Nello ed Arturo Cambi. Poco distanti da loro i fiaschi
del latte che erano andati a cercare per potersi
alimentare dato che avevano la bocca troppo infiammata.
e non potevano masticare. La moglie Costanza e il figlio
Mauro sono costernati. Ma se mi avessero dato retta! Li
ho visti : son voluti rimanere in piedi e ci hanno
rimesso la vita. Vi farei vedere come sono stati
straziati i loro corpi. Anche il rossino, il ragazzo
livornese che era sfollato in Cammullia è morto. Lui era
nell’aia della casa del Costagli. L’ho visto seduto,
sotto il davanzale di una finestra del pianterreno. L’ho
chiamato, ma non mi ha risposto. era morto anche lui,
poveretto.
Pure noi rimanemmo esterrefatti. Io ripensai a Leonta:
se non li avesse cacciati via, forse i due cammulliesi
Nello ed Arturo sarebbero ancora vivi.
La guerra in atto, purtroppo, cancella nell’arco di
poche ore anche i ricordi più tragici e abbatte le
transenne della pietà.
Ci coricammo quasi tutti verso le ore 22, ognuno
rimuginando forse in cuor suo i ricordi legati ai due
calzolai periti così tragicamente mentre erano a due
passi dal loro rifugio. Nello era un lavoratore
instancabile. Aveva una grande dimestichezza con gli
spaghi impeciati, come mio zio Gigi. Lo rivedevo con il
manale di pelle annerito alla mano sinistra; con la
destra impugnava la lesina che affondava ora nello
spessore delle suola con sottosuola ora nel soletto e
nella tramezzola. E tutte le volte, prima di infilare la
lesina nel cuoio, ne lubrificava la punta strofinandola
in un pezzetto di cera d’api. Per stringere
ulteriormente il punto cucito con lo spago impeciato,
preparato dalla sua Costanza, tirava con forza lo spago
aiutandosi col manale e avvolgendo un po' di spago al
manico della lesina: a questo punto lo spago emetteva
uno strano stridio: era questo il segnale del massimo
sforzo sostenuto dallo spago. Nello lavorava sempre in
casa, al di sotto del piano stradale, in una specie di
pertugio che prendeva luce da un corte di almeno tre
metri al di sotto del lastricato di via Cammullia.
Arturo, capelli lisci e castano chiari – quasi biondicci
– lavorava invece nelle botteghe insieme ad altri
calzolai. Era un abile “montatore”. Gli scarponi di
vacchetta erano il suo boccone preferito. Con le
tenaglie a presa, faceva aderire il tomaio alla forma di
legno aiutandosi con degli spilli – chiodi di metallo
lunghi due centimetro e mezzo – Lui se ne metteva sempre
una mezza dozzina in bocca: prima tirava la pelle del
tomaio con le tenaglie e poi ci infilava uno di quegli
spilli picchiandoli con una delle due teste quadrate
delle tenaglie. Quando faceva uscire dalla bocca, fra le
labbra, uno spillo, sembrava che sorridesse. Era molto
loquace ed anche disponibile. Con la sua voce quasi
nasale, poco prima che venisse cacciato dalla cascina
che proprio lui ci aveva indicato, aveva risposto
seccamente a Nando di Ceccaccio che gli aveva chiesto la
ragione per cui a trentatre anni non si era ancora
sposato:
- Non ho voglia di raddoppiare la mia miseria sposando
una persona povera come me.
Con l’immagine di Arturo nel pensiero mi addormentai.
A mezzanotte fui svegliato dall’abbaiare di un cane
seguito dall’esplosione di un colpo d’arma da fuoco.
Anche gli altri che dormivano a terra insieme a noi si
stavano stropicciando gli occhi. Entrarono dentro
quattro soldati tedeschi in pantaloncini corti. In testa
c’era il più cicciottello che con una grossa torcia
elettrica ci guardò in faccia uno per uno.
- Noi cercare spione con vestito rosso. Se non trovare ,
tutti fuori e tutti kaput.
Lo spione di cui parlavano era una castelfranchese,
cugina della Leonta, così spocchiosa da indossare in
quei frangenti una gonna rossa. Mentre la
castelfranchese veniva da noi a trovare la cugina a
bordo di una carretto trainato da un somarello era stata
fermata da un gruppo di militari tedeschi e derubata del
somarello. La nipote della Leonta, per niente
intimorita, era andata al Comando Tedesco a protestare e
a pretendere che le fosse riconsegnato il somarello. La
donna – lo spione col vestito rosso – aveva offerto al
Comando un identikit abbastanza preciso dei quattro
ladroni che avevano dovuto restituire il somaro e che
erano stati rampognati abbastanza severamente dal
Comando. Ora i quattro tedeschi volevano vendicarsi.
Quando si resero conto che lo spione non era in mezzo a
noi, ci fecero alzare e ci ordinarono di portarci
davanti all’aia con la barbara intenzione forse di
trucidarci.
Mo padre fu colto da timor panico. Non riusciva a
spostarsi di un passo. Mio fratello Mario, nel vedere
nostro padre in quello stato gli si abbarbicò alle
gambe. Forse anche lui sentiva l’imminenza della morte.
Io raggiunsi l’aia. Ampelio stava spiegando a coloro che
vi si erano portati che Leonta aveva convinto i tedeschi
a salire nella sua cucina. Poco dopo la Leonta si
affacciò alla finestra e ci disse:
- Potete ritornare a dormire. I tedeschi stanno
mangiando a bevendo a tutto spiano. Allontanatevi.
- Babbo – dissi ritornando in cascina – è tutto finito.
Possiamo dormire in santa pace. Mio padre non profferì
parola. Si ridistese sulla paglia. Mario gli si collocò
accanto per smaltire insieme a lui la grande paura.
Questo evento cancellò drasticamente dalla memoria le
immagini di Arturo e di Nello Cambi.
Dopo questo fattaccio, a giorni alterni, ogni mattina,
verso le ore sei, andavo con la mamma e la zia Gaetana a
Fucecchio a visitare la casa per vedere se era stata
colpita dalle cannonate e dai ladri. La mattina del 10
agosto, mentre stavamo per passare davanti alla villa
Nieri, osservando verso la parte alta del paese ci
rendemmo conto che la torre di Castruccio non c’era più.
- Mi raccomando, Berto: non chiedermi di andare a vedere
le macerie della torre. E’ troppo pericoloso. E poi alle
otto dobbiamo essere di nuovo in Padulino. Promisi e,
questa volta, memore delle botte ricevute il giorno in
cui andai al mulino con le tre sorelle di Indro,
mantenni la promessa.
Io e Indro, tutti i pomeriggi ormai, andavamo a far
grano e quant’altro trovavamo per far fronte alla
mancanza di cibarie. Cercavamo di tornare presto perché
ci interessava moltissimo assistere alle conversazioni
dei vari capi famiglia della nostra cascina. Essi
stavano organizzandoci in comunità: avevano addirittura
istituito una specie di cassaforte dove mettevano tutti
i soldi che riuscivano a guadagnare. Il Becherini vi
metteva i soldi che incassava facendo barbe e capelli;
mio padre a Nando i guadagni che realizzavano vendendo
pezzi di carne che compravano a Stabbia e che
smerciavano in Padulino; il Bertini, invece, trafficava
in vino: lo comprava e lo rivendeva; mio fratello
vendeva i fogli di carta di riso per arrotolarvi il
tabacco. Mario era riuscito anche ad entrare in possesso
di una ventina di foglie di tabacco conciato e insieme
allo zio Gigi, un fumatore incallito, le avevano
arrolate ben bene e aiutandosi con trincetto e forbici
le avevano tagliate riducendole in filini sottili che
avevano fatto essiccare. Mario permise a zio Gigi di
farne una buona incetta. L’altro tabacco venne venduto
ed il ricavo finì nella cassaforte della comunità.
Zio Gigi, incurante di quanto diceva e faceva sua moglie
Gaetana, nonostante la sua magrezza, macinava il grano
dalla mattina alla sera. Ogni tanto si concedeva una
pausa per trillarsi una sigaretta e fumarsela. A tavola
non brontolava mai ed “il convento non passava” quasi
niente. Tutti i giorni minestra con il riso in cui
proliferavano i vermiciattoli bianchi. Noi toglievamo
col cucchiaio questi antipatici galleggianti e
mangiavamo il riso. Poi qualche patata lessa e raramente
qualche pezzetto di lesso. Mario regalava la sua
porzione a zio Gigi, sempre zitto, sempre conseziente,
sempre indifferente di fronte alle battutacce di zia
Gaetana incessantemente piena di verve ed in vena di
raccontare fatti di corna e di letto. Non ci facevamo
mancare il vino ed era proprio zia Gaetana che molte
volte alzava, e di parecchio, il gomito. Anche zio Gigi
beveva, ma senza mostrare troppo entusiasmo, anche se
questa fu per lui, abituato alla miseria quotidiana, un
periodo di vacche grasse. Dopo aver mangiato, zio Gigi,
incurante dei discorsi, riprendeva a macinare il grano
quasi a voler ripagare quel poco che consumava. I suoi
occhi, neri come l’inchiostro ed incredibilmente
luminosi, pur orientati a terra, sembravano sprofondarsi
in mondi lontani per noi sconosciuti.
Le cannonate non ci impensierivano più di troppo. Ormai
conoscevamo a memoria le ore in cui gli americani ci
tenevano svegli. Un pomeriggio, contrariamente al
solito, i cannoneggiamenti vennero anticipati. Mio
fratello Mario aveva accompagnato al pozzo mia madre.
Sibilarono i proiettili. Mamma e Mario si buttarono per
terra. I colpi stavano esplodendo a non più di centro
metri di distanza. Le schegge potevano colpirli a morte.
Non poterono raggiungere la fossa che era pochi metri
dal pozzo. Ad un tratto Mario, mia madre e Cristina
Moriani, una bambina, sentirono un sibilo lancinante.
Ebbero chiara la percezione della morte: quel proiettile
sarebbe caduto a pochi metri di distanza dal pozzo.
Invano attesero la deflagrazione che non ci fu. Appena
cessò l’azione di artiglieria, la mamma, Mario e
Cristina si rialzarono: erano illesi.
- La bomba non è esplosa. Se fosse scoppiata saremmo
morti tutti e tre – disse mia madre.
Qualche ora dopo ci accorgemmo che il proiettile si era
conficcato nella fossa, a tre metri di distanza dal
pozzo, proprio in quella fossa dove avrebbero voluto
rifugiarsi mia madre e mio fratello. Io ero con Indro a
cercare covoni di grano e per tutta la durata del
bombardamento ci eravamo distesi in una fossa.
Il giorno dopo, di pomeriggio, subito dopo il consueto
bombardamento, giunsero sull’aia quattro tedeschi che
trascinavano con una corda un bel maiale e d una decina
di anatre legate due per due alle zampe.
- Noi volere ammazzare tutti questi – e indicarono
maiale e anatre.
Leonta, donna dai riflessi prontissimi e sempre
all’altezza di ogni situazione, con la sua faccia
arcigna fece segno di avere capito. Andò in casa e dopo
pochissimi minuti ricomparve sull’aia con un forcino, un
pennato, un troppolo di legno ed un paio di mastelli
dove i tedeschi avrebbero sistemato gli apparati
digestivi dei malcapitati animali.
- Ia! Ia! – approvarono.
I soldati cominciarono ad uccidere le anitre. Un tedesco
teneva il collo allungato di ogni pennuto disteso sopra
il troppolo ed un altro, con un colpo secco di pennato,
lo decapitava alla base del collo medesimo. I corpi
decollati continuavano ad agitarsi per alcuni minuti.
Alle donne che avevano assistito venne affidato il
compito di spennare queste povere bestie.
Poi fu la volta del povero maiale. Lo infilzarono col
forcino ma non morì. Allora il capo della pattuglia gli
sparò un colpo di pistola alla testa. L’animale barcollò
a terra e spirò.
Gli vennero legati gli zampetti posteriori e venne
appeso con la testa rivolta verso il basso alle sbarre
di ferro della rosta rettangolare posta sopra la porta
della stalla di Modestino, l’altro colono a confine
della casa di Leonta.
Un dei quattro soldati sfoderò il suo pugnale e tagliò
la gola al porco. Le donne corsero ai loro ripostigli a
prendere un recipiente per raccogliere tutto quel sangue
con il quale avrebbero fatto i sanguinacci, un alimento
per poveri, ma un alimento. Poi, sempre col pugnale
aprirono il ventre e ne estrassero il fegato e tutte “le
interiora” che vennero sistemate nei due mastelli che la
Leonta, per merito della sua sagacia, aveva approntato
per quella operazione. Ella sapeva che i tedeschi erano
particolarmente ghiotti del fegato.
- Venire in casa. Io cucinare fegato – disse la Leonta
indicando l’organo nel mastello.
I tedeschi si lasciarono convincere e salirono in casa
di Leonta.
Mentre le donne era impegnate nel retro delle due case a
spennare i palmipedi, passarono con un carretto pieno di
covoni di grano Alvaro di Membrino e Giovanni del
Lazzeri. Appena videro il maiale appeso alla rosta ma
incustodito si avvicinarono alla porta della stalla con
il carretto, diradarono i covoni in modo che il muso del
maiale vi si collocasse in mezzo. Membrino tirò fuori
dalla tasca dei pantaloni il suo coltello a serramanico,
tagliò la corda degli zampetti ed il maiale scivolò sul
carro senza emettere nessun rumore. I due ricoprirono la
bestia con i covoni di grano e se ne ritornarono alle
loro abitazione di sfollati.
Le donne che avevano spennato le anitre le avevano anche
svuotate delle “interiora”. Quando i tedeschi
ritornarono sull’aia e si accorsero che il maiale era
sparito e che le anatre erano state svuotate andarono su
tutte le furie e manifestarono il proposito di volerci
uccidere tutti. E questa volta gliene avevamo fornito il
destro.
Ancora una volta fu la teutonica Leonta che col suo
cipiglio ora severo ora scherzoso riuscì non solo a
placare gli spiriti bollenti dei tedeschi, ma
addirittura ad ottenere il permesso di distribuire quel
poco di porco che era avanzato nei mastelli agli
sfollati. Leonta era troppo furba: voleva ottenere una
concimazione gratuita del campo dove gli sfollati
soddisfacevano i loro bisogni naturali. Interiora di
maiale e caldo produssero una fiumana di diarrea
indescrivibile. Meno male che durò soltanto un giorno !
La mattina del 23 agosto io mia madre e mia zia andammo
in paese a dare un’occhiata alla casa. Mentre salivamo
le scale percepimmo un odore strano.
- O cosa sarà successo ? – si chiese mia madre.
Giunti all’altezza del corridoio fummo colpiti da una
luce insolita, inconsueta.
- Qualcuno deve avere aperto la porta e la finestra del
salotto - osservò la mamma.
Avanzammo di qualche passo e ci rendemmo conto che non
solo l’uscio e la finestra era stati aperti, ma anche
una buona porzione di tetto. Il cannone aveva centrato
il tetto soprastante il nostro salotto che dava in via
Cammullia. Meno male che la credenza era stata murata
nello stanzino contiguo alla camera dei miei genitori.
Lo spostamento d’aria della cannonata aveva aperto anche
la porta di cucina che fronteggiava quella del salotto.
- Mamma, fai passare prima me che sono più leggero. Il
cannone potrebbe avere colpito anche la cucina. Scostai
lentamente la porta di cucina: il pavimento ed il tetto
della cucina erano integri.
- Potete passare – dissi – Però aspettatemi costì in
cucina. Io vado a controllare la stanza di mezzo e le
due camere. Anche lo stanzone illuminato dall’alto
lucernario che già da tempo era andato in frantumi non
presentava lesioni. Varcai la porta della camera di noi
figli: sul pavimento c’erano molte macerie; il
cassettone era tutto impolverato anche se la specchiera
non presentava incrinature. Quando mi affacciai alla
porta della camera dei genitori, allibii.
- Mamma, zia, correte – dissi a bassa voce per non farmi
udire dai tedeschi che tenevano il loro carrarmato
proprio sotto le finestre delle nostre camere.
Il proiettile aveva colpito in pieno la trave del tetto
della camera e più di mezzo pavimento era crollato.
Fortunatamente la parete a confine con lo stanzino buio
nel quale avevamo murato arredi e biancheria aveva
retto. Nemmeno il letto dei genitori era sprofondato
nell’appartamento di Bicciolo, al secolo Donati Gianni.
La mamma non pianse. Avevamo imparato ad apprezzare il
valore della vita: ci bastava salvare quella.
Quando rientrammo in Padulino trovammo il babbo che
conversava con Nando. Nando si rese subito conto, dal
colore del volto di mia madre, che le doveva essere
successo qualcosa. di grave.
- Mi sbaglio o t’è successo qualcosa ? – chiese Nando
rivolto a mia madre.
- Altro che! Caro Catastini, la nostra casa è stata
colpita da due cannonate: una in salotto e l’altra nella
nostra camera.
Non disse altro. Anche mio padre rimase muto. Intervenne
mio fratello:
- Meglio la casa della vita. Lo sapete che babbo e
Nando, stamattina, potevano essere uccisi?
- Già – aggiunse zia Gaetana – o non dovevate andare a
Stabbia a comprare la carne?
- Meno male che siamo partiti in leggero ritardo –
spiegò mio padre – e prima di arrivare a Stabbia alcuni
civili ci hanno fermato e ci hanno supplicato di non
andare a Stabbia e di non entrare in Padule. Ci hanno
detto che i tedeschi stavano facendo una carneficina:
avevano cominciato a sparare dentro il Padule dalle ore
sei.
- Lo sapete, cosa? – soggiunse la zia – Non dovete
andarci più da quelle parti. Prima di tutto bisogna
pensare alla vita e poi alla bocca e ai soldi. Di viveri
ne abbiamo per altre due settimane. O che di qui a
quindici giorni ‘un saranno arrivati gli ameri’ani?
La mamma col volto mesto dette un’occhiata a Mario
sempre affogato nel giacchettone del babbo e chiamò mia
sorella per farsi aiutare a sgusciare i fagioli che io
ed Indro avevamo procurato nel pomeriggio precedente.
Il mattino seguente mio padre ci avvisò che non ce la
faceva a reggersi sulla vita.
- Mi ci vorrebbe una fascia da neonati – disse la mamma.
Zia Gaetana diffuse la notizia e nell’arco di pochi
minuti arrivò la fascia. La mamma riuscì a fasciare la
vita del babbo in maniera molto stretta. Nemmeno
fasciato il babbo riusciva a reggersi in piedi. Leonta
ci prestò una sedia e lo mettemmo davanti alla cascina.
Verso le nove qualcuno gridò:
- Stanno arrivando i tedeschi. Fanno un rastrellamento
in grande stile.
Tutti gli uomini scapparono. Mio padre rimase sulla
sedia. E mia madre:
- Bisogna nasconderti.
- Ma non possono prendermi in queste condizioni.
- Non ti crederanno.
Mario mi chiamò e mi disse:
- Porta dentro il carretto. Mamma, tu trascina la sedia
col ibabbo nell’angolo della cascina.
La mamma obbedì. Lei aveva fiducia in mio fratello.
- Io e te – ordinò Mario – sdraiamo il carretto davanti
al babbo.
Obbedii.
- Ora ammucchiamo tutti i tuoi covoni di grano e tutta
la paglia davanti al carretto.
Con l’aiuto della mamma e della zia Gaetana prendemmo la
ventina di covoni di grano che io e Indro avevamo
racimolato nei giorni precedenti. Mario li sistemò
davanti al carretto quasi a forma di bica. Poi la mamma
col forcone radunò tutta la paglia dei nostri giacigli e
la innalzò davanti a quella bica. Mio padre era dietro
al carro ad una distanza di circa un metro. Anche io e
Mario aiutammo la mamma ad ammucchiare tutta la paglia
che ci serviva da giaciglio davanti al babbo.
- Anche se sforconeranno la paglia, babbo non potrà
essere bucato – assicurò Mario.
Mario si procurò dal pagliaio tanta al tra paglia. Il
cumulo arrivava fino al basso soffitto della cascina.
Poi arrivarono i tedeschi con i camion e i sidecars.
Accerchiarono le due case. Vennero perlustrate tutte le
stanze delle due case. Entrarono anche nella nostra
cascina. Non ci chiesero niente. Un soldato vide il
forcone e con rabbia sforconò per due o tre volte quel
grande cumulo di paglia. Poi, inferocito, se ne andò.
Mio padre era salvo. I malcapitati livornesi che non
erano fuggiti furono catturati e caricati sui camion.
Qualcuno venne portato addirittura in Germania..
A mezzogiorno la calma era ritornata. Anche zio Gigi, il
Bertini, i Toscani, Ampelio, Nando fecero ritorno.
Il primo settembre 1944 fin dal mattino si vociferava
che i tedeschi di notte si erano ritirati. Tutti
assicuravano di non aver visto nessun tedesco. Mia madre
stava sulle spine. Subito dopo aver mangiato la solita
scodella di minestra con il riso pieno di bachi, disse
rivolta al babbo:
- O Catastini, io bisogna che vada a casa. Se è vero che
i tedeschi sono andati via, i ladri faranno man bassa.
Ci venite con me, Gaetana e Berto?
Io ne ero felicissimo. Dopo aver attraversato il rio,
visto che di tedeschi non ne avevamo incontrati nemmeno
uno, la mamma suggerì di passare dalla straducola della
Fontina e così avremmo potuto dare un'occhiata anche
alla casa di zia Gaetana che si trovava in via
Castruccio.
Quando giungemmo alla cannella della fontina io volevo
bere una sorsata di quell’acqua perennemente fresca. La
mamma me lo proibì insinuando:
- E se prima di andarsene avessero avvelenato la polla?
Proseguimmo. La scalata delle macerie della torre di
Castruccio fatta saltare la notte del 10 agosto fu
abbastanza disagevole. Via Castruccio era
irriconoscibile. Il lastricato non si vedeva più:
macerie ovunque, infissi di finestre, travicelli,
tegole, cavi penzoloni, porte spalancate, finestre
pericolosamente penzoloni sulle facciate dei palazzi. La
porta della casa di zia Gaetana era regolarmente chiusa.
Proseguimmo. Anche la piazza dell’ospedale sembrava
ridotta ad un ammasso di rottami. Ritenemmo molto
pericoloso scendere dalla Greppa per raggiungere via
Cammullia. Sembrava che le finestre di quelle case
cadessero da un momento all’altro. Preferimmo scendere
da via Clorinda Soldaini, quella dove si trovava il
Palazzo del Gattino.
- Mamma, se è vero che i tedeschi sono andati via, il
Poggio Salamartano dovrebbe essere libero.
Al davanzale del Poggio ci trovai alcuni spettatori che
stavano osservando un’immensa nuvola bianca che si
sollevava nei paraggi di Castelfranco.
- Forse quelli sono gli ultimi tedeschi che se ne vanno
– azzardò uno spettatore.- Spari non se ne sentono. Qui
da noi devono essersi ritirati stanotte. Da stamani non
se ne vede neanche uno.
Io raggiunsi la mamma che mi chiese notizie.
- Si vede una grande nuvola di polvere vicino a
Castelfranco, ma non si sa se sono gli americani o i
tedeschi che si ritirano. Di sicuro sappiamo che fin da
stamani a Fucecchio non c’è più nemmeno un tedesco.
Facemmo l’ultima ricognizione in casa e poi rientrammo
in Padulino.
Appena rientrati, udii la Nadia che gridava a
squarciagola:
- Guardate, guardate ! Quell’aeroplanino vuole atterrare
in Padule !
Era vero. Indro mi disse:
- Si va a vedere?
Non me lo feci ripetere. Subito attaccai la rincorsa per
attraversare i campi e raggiungere il luogo dove stava
atterrando l’aeroplanino.
- Aspettatemi. Vengo anch’io con voi – urlò di nuovo la
Nadia.
L’aspettammo. In breve ci accorgemmo che altre centinaia
di persone si stavano dirigendo verso l’areoplanino che
ormai era atterrato. Anche dalla Torre scendevano vere e
proprie processioni di persone sollevando fazzoletti,
asciugamani, lenzuoli bianchi.
- Sono americani – ci disse Pietro Sollazzi – Hanno
finito la benzina e vogliono sapere come possono andare
a prelevarla a Castelfranco dove l’esercito sta
attraversando l’Arno.
La Nadia nel pieno del suo entusiasmo si avvicinò ai due
piloti e li baciò ripetutamente gridando “ Grazie|”. Gli
spettatori si affollarono intorno all’aereo a centinaia.
Finalmente si poteva dire che la guerra almeno da noi
era finita.
Io volli curiosare nella carlinga dell’aereo piena di
orologi tutti particolari. Dietro la carlinga c’era un
altro posto. E in prossimità della coda dell’aereo vidi
una macchina fotografica. Non mi trattenni
ulteriormente. Desideravo ardentemente andare ad
informare i miei che la guerra era finita per davvero.
Di nuovo a corsa attraversai tanti campi e a tutti
coloro che incontravo annunciavo che gli americani erano
arrivati e che la guerra era finita. Finalmente giunsi
alla nostra cascina.
- Mamma, gli americani sono arrivati. La guerra è finita
per davvero.
Mario esplose dalla gioia ed abbracciò il babbo che si
era rimesso dal forte mal di schiena, e poi la mamma,
zio Gigi e zia Gaetana.
La notizia era giunta anche alle orecchie della Leonta:
Si affacciò di nuovo alla finestra, chiamò Ceccaccio e
gli disse:
- Avvisa tutti che stasera si spannocchia e si fa festa.
Ci sarà vino per tutti.
Mia madre, timorosa dei ladri locali, disse senza mezzi
termini:
- Io vado a dormire a casa.
Mario la guardò come a volerle dire che anche lui ci
sarebbe andato volentieri, ma la paura delle immagini
della devastazione repressero il suo slancio interiore.
Zia Gaetana, benché innamoratissima delle feste e una
vera patita per il vino, volle aggregarsi alla mamma.
- Se zia Gaetana rimarrà a casa nostra – ci disse la
mamma – ritornerò io domattina in Padulino a darvi una
mano per riportare a casa tutta la nostra roba. Mario,
mi raccomando a te.
Mario non prese parte alla spannocchiatura e nemmeno
babbo e nemmeno zio Gigi. Mio padre sapeva che doveva
star vicino a mio fratello per proteggere tutto il
nostro tesoro di banconote. Zio Gigi, invece, cominciò,
prima di coricarsi a sistemare la roba nelle borse e
nelle sacchette dentro le quali mettevamo il grano.
Ripose prima di ogni altra cosa il macinacaffè che aveva
tumefatto le sue magre gambe e che aveva ritmato tutte
le sue giornate di sfollato.
Io andai alla festa della spannocchiatura. Era la prima
volta che partecipavo a questa specie di cerimoniale. In
poco più di un ora liberammo tutte le pannocchie dal
loro involucro fogliaceo. Eravamo circa centocinquanta
persone. Si cantò. Qualcuno accennò anche a qualche
passo di ballo. Leonta portò cinque fiaschi di vino. Ne
approfittarono i bevitori incuranti di bere al medesimo
bicchiere. Nessuno sapeva che l’epidemia di tifo era in
agguato. Nando, dopo ripetute libagioni si esibì nel
canto di pezzi d’opera, prima fra tutte il Rigoletto di
Giuseppe Verdi. Applausi e risate conclusero l’ultima
serata di permanenza in Padulino. E, dulcis in fundo,
fummo tenuti svegli dai botti dei tuoni e dalla pioggia
che filtrando dalla sconnessa tettoia ci bagnò come
pulcini. La guerra a Fucecchio era finita, ma
cominciavano altre battaglie, incruente, ma sempre
battaglie.
racconto di Norberto Catastini
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