GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

I quaranta giorni di sfollamento di Norberto Catastini e della sua famiglia

 

Un’ora prima del pranzo era venuto a farci visita lo zio materno Pietro Falorni. Mamma aveva già messo sul fornello a carbone il grosso tegame di terracotta . Dentro vi era mezzo coniglio.
- Lo fermo per stasera – spiegò la mamma allo zio – Con questi caldi il coniglio fa alla svelta ad andare a male. Stasera ci butto la salsa e poi lo mangeremo. Te lo immagini come ci sarebbe venuta buona la pastasciutta! E invece non possiamo più farla perché di pasta non se ne trova più nemmeno un filo. Quella roba che t’avevo promesso te la do subito. Mi è venuto un po' azzimo. Me lo ha cotto Rosindo e me lo ha messo dentro un sacchetto per non farlo vedere a nessuno.
- Io, per non farmelo vedere, ho portato questa pezzuola da contadino – ribatté lo zio mentre la estraeva dalla tasca destra dei suoi pantaloni grigi.
La mamma prese dal banchetto del babbo un trincetto e staccò un quarto del panone che aveva confezionato la sera prima.
- Io, sorella, non so come ringraziarti.
- Ma che in queste situazioni si guarda a queste cose? Salutami la Barsotta. Ovidio è sempre in ospedale?
- Sì. Il professore l’ha preso a benvolere e gli ha detto: ”Finché non sono passati gli americani, tu resti qui . Mi farai da segretario.
- Ma quando arriveranno questi benedetti americani? Che ne dici Pietro?
- Senti, sorella: non te lo dico per impaurirti, ma qualcuno mi ha detto che forse stasera dovremo andar tutti via da Fucecchio. Dopo il fattaccio dell’altra notte in casa di Biagino, i tedeschi hanno paura che gli americani non si faranno punti scrupoli a tirar le cannonate anche sulle altre case del paese.
- O come si rimedierebbe se dovessimo lasciar tutto?
- O sorella, fossi in te comincerei a fare i preparativi. Appena arrivo a casa lo dico anche alla mi’ Barsotta. Salutami il Catasta. O dov’è andato?
- L’ho mandato dal Billi a prendere il pane della tessera e mezzo litro di vino.
Appena lo zio se ne fu andato, la mamma che si fidava ciecamente di mio fratello Mario, lo portò con sé in camera. Io li seguii senza farmi vedere.
- Vedi – gli disse la mamma mostrandogli tanti rotoli di banconote – questi sono tutti i nostri risparmi. Ce li siamo levati dalla bocca questi soldi. Ora io li metterò all’interno della fodera della giacchetta di babbo, poi la cucirò ben bene.
Mio fratello guardò la mamma con un’espressione interrogativa. La mamma capì a volo e gli spiegò:
- Tu dovrai portare questa giacca giorno e notte. Non te la devi levare mai. Quando ti vorrai lavare, te la reggerò io e poi te la rimetterai di nuovo. Anche se farà caldissimo dovrai tenerla. Con babbo mi sono sposata nel ’21. Anche tu l’hai visto quanti sacrifici abbiamo dovuto fare per mettere da parte questi soldi. Io pensavo sempre alle malattie e ai ricoveri in ospedale.
Mio fratello la guardava quasi compunto e rivelava una capacità di comprendere analoga a quella di un adulto.
La mamma sistemò tutte le banconote all’interno della giacca , ricucì la sdrucitura attraverso la quale aveva infilato il nostro tesoro e fece indossare subito a mio fratello la giacca paterna.
- Mi raccomando, Mario, non uscire mai di casa da solo con codesta giacca. Stai sempre vicino a me o a babbo.
Mio fratello annuì con un movimento del volto e con una serietà che quasi mi spaventò. Possibile che fosse già così maturo ad appena dodici anni?
Ritornai in cucina. Intanto il babbo era ritornato con il magro pezzo di pane nero impastato con patate lesse.
Ritornò in casa anche mia sorella che era andata a trovare la figlia di zio Pietro.
Mentre si disponeva ad apparecchiare la tavola, mia sorella ribadì quanto ci aveva detto zio Pietro: forse dovevamo sfollare. Mentre mia sorella apparecchiava ed il babbo era come al solito assorto in chissà quali pensieri – il suo sguardo si fissava in lontananze vuote – io ripensavo all’inverno del 1939. La mamma ci aveva fatto mangiare tutti i giorni a pranzo e a cena i fagioli. Era un alimento che costava pochissimo. Noi, in effetti, ne compravamo pochi perché quasi tutti i contadini a cui mio padre riparava le calzature gliene regalavano ripetutamente un “cotto”. La mamma che aveva programmato di risparmiare diverse banconote da cento lire aveva deciso di non comprare mai carne e di affidare il nostro sostentamento unicamente ai fagioli. Quell’anno aveva voluto risparmiare anche sulla spesa del vino. Tutte le domeniche di settembre diceva al babbo:
- Fatti dare un po' di vendemmia ai tuoi contadini. Loro non ti regalano mica niente se consideri che tu gliele vai a riportare le scarpe accomodate e che ti pagano quando hanno i soldi.
Quell’anno andai anch’io nei giorni di vendemmia a chiedere nelle campagne vicine alcune ciocche di uva. Soltanto quando ne avemmo tanta di uva capii cosa voleva farne la mamma. Si fece prestare una conca alla Mencherina, nostra coinquilina. L’uva fu pigiata in due conche – quelle che servivano per fare il bucato – e trasformata, grazie all’aggiunta di tante “mezzine” d’acqua attinta alla fontana pubblica in una venticinquina di fiaschi di vinello. Quel vinello ci durò fino al primo dell’anno.
La mamma aveva già preparato il riso cotto nel brodo di carne. Lei lo faceva cuocere sempre una ventina di minuti prima per dare al riso il tempo di crescere. Non avevamo problemi di cottura al dente. L’importante era la piattata di sbobba poco brodosa.
Quando Mario tornò in cucina con la mamma già indossava la giacca con il tesoro. La mamma dette un’occhiata d’intesa al babbo. Mia sorella non seppe reprimere un’espressione di meraviglia.
- O che ci hai da fare un’altra recita col figliolo di Bicciolo?
Mario non la degnò nemmeno di uno sguardo. La mamma tagliò corto:
- “Te”, Catastini, cava la minestra. Io levo le patate lesse dalla pentola. Poi ve le condite da voi. L’hai messo il sale, Mara?
La sorella rispose di sì. Il babbo prese dalla graticciaia il vecchio ramaiolo di alluminio e servì il riso al brodo nel piatto di tutti e cinque. Incuranti del sapore attaccammo a mangiare come se fossimo dei lupacchiotti affamati.
Anche la mamma si mise a tavola ed annunciò:
- Oggi il pane della tessera non si pesa. Di soppiatto ho fatto un panone con la farina che ci regalò il Baronti. Prima però consumiamo il pane della tessera. E’ fresco e si mangia meglio. Affettaglielo “te”, Beppino.
A tavola non usavamo la coltella: il trincetto da calzolaio del babbo la surrogava benissimo.
Le patate ci vennero servite dalla mamma. Ne aveva lessate dieci e perciò ce ne dette due per ciascuno. Il babbo ci volle mettere sopra anche un po' d’aceto. Io e mio fratello Mario , usando la forchetta, schiacciammo le due patate e le riducemmo in una poltiglia quasi simile al purè. La mamma ci versò sopra due gocce d’olio e poi, rivolta al babbo, gli osservò:
- Annacqualo codesto vino, ché ci devi fare anche la cena.
- Ma quest’acqua è calda come il piscio – e non aggiunse altro.
D’estate era mio fratello l’incaricato dell’approvvigionamento dell’acqua fresca. Mia madre non voleva assolutamente spendere nemmeno un diecino per comprare un pezzetto di ghiaccio quando alle ore 11,30 passavano a turno i ghiacciaioli : Maso di Golpino e Berinci. Per questa ragione, a partire del primo di luglio, tutti i giorni, alle 12 meno un quarto Mario andava alla Fontina a riempire due fiaschi di acqua che effettivamente era molto fresca essendovi, in quella zona, una sorgente a gettata perenne. Naturalmente doveva far la coda perché quasi tutti gli insuesi si approvvigionavano di quell’acqua fresca come facevamo noi. Da quando erano cominciati i cannoneggiamenti mio fratello non si era mosso più di casa. L’idea poi di vedere una casa distrutta lo terrorizzava. Per me certe fobie erano inspiegabili. Lui non volle assolutamente vedere la casa di Biagino sventrata all’interno due notti prima, il 19 luglio 1944, dalla cannonata da cui fu colpita. Quando sentiva il rumore degli aerei scendeva al piano terra del nostro edificio dove avevamo uno sgabuzzino per la legna ricavato nel sottoscala della prima rampa di gradini, vi entrava dentro e vi rimaneva finché quel rumore non era definitivamente cessato. Lui non aveva sicuramente paura di morire: aveva paura di vedere. Una volta dal davanzale del Poggio Salamartano aveva veduto ragazzi che si sodomizzavano nelle sottostanti piagge. Dopo aver visto quelle immagini, per lui deturpanti, non voleva più andare sul Poggio Salamartano. Noi sapevamo di queste sue fobie e perciò neppure gli chiedemmo di andare a far rifornimento di acqua fresca alla Fontina: la vista delle macerie in via Castruccio lo avrebbe traumatizzato.
Mentre stavamo finendo di mangiare udimmo la voce di Ceccaccio che gridava:
- Catastaaa, Catastaa ! Affacciati.
Mio padre si portò all’unica finestra di cucina che dava nella corte dell’Orsino e nel vicolo di S. Giovanni dove abitava Ceccaccio, al secolo Fernando Ghimenti. Appena Ceccaccio vide affacciarsi mio padre, lo congelò dicendogli:
- Ma hai sentito? Forse bisogna sfollare prima di sera. Sembra che sia un ordine dei tedeschi. Ti volevo chiedere se possiamo andar via insieme.
Mio padre trasecolò. Guardò mia madre che gli fece un cenno di assenso e rispose:
- Va bene, Nando. Speriamo che non sia vero. Ci risentiamo.
Io non detti troppa importanza a questa telefonata a viva voce. Dopo aver aiutato la mamma a fare le faccende, lasciai mio padre al suo banchetto di lavoro posto quasi sotto la finestra di cucina e dissi a tutti che andavo sul Poggio Salamartano a vedere i cannoneggiamenti. Giunto sul Poggio non mi fu facile trovare un posto di osservazione. Tutta la balconata, lunga una sessantina di metri, era occupata.
- Fra poco dovrebbero cominciare le cannonate degli americani che sono a S. Miniato. Cominciarono verso le 15,30. Noi non venivamo nemmeno sfiorati dal dubbio che avrebbero potuto prendere di mira anche il Poggio Salamartano. Sarebbe stata una carneficina. Gli americani avevano preso di mira una villa nei pressi di S. Croce nei paraggi dell’Arno. Lo spettacolo durò circa mezz’ora. I più esperti rientrarono nelle loro abitazioni. La martinella dell’orologio posto sulla Collegiata mi avvisò che erano le ore 4 pomeridiane. Mentre io ed altre persone scendevamo da piazza Garibaldi in via S. Giovanni fummo fermati da don Livio Tognetti, poco più che ventenne, e da un capitano dell’esercito tedesco. Don Livio ci fece cenno di fermarci.
- Dite a tutti che dobbiamo lasciare immediatamente il paese. Il Comando tedesco ha ordinato lo sfollamento generale.
- Stanotte grande battaglia nel paese – continuò il capitano – Domani tutto finito. Domani voi ritornare a casa.
E don Livio:
- Mi raccomando: diffondete la voce. Se qualcuno verrà trovato nella propria casa verrà fucilato.
Una persona lì presente, sempre in vena di battute sarcastiche, commentò:
- Li avete voluti i liberatori? O pigliateveli!
Non l’avesse mai detto! Una diecina di fucecchiesi, esacerbati da quella battuta, lo assalirono e lo linciarono.
Dopo avere assistito al rapido ed incruento linciaggio salii di corsa in casa per annunciare la terribile notizia dello sfollamento coatto.
- Berto – mi disse la mamma – vai subito a chiamare zia Gaetana e zio Gigi. Chiedigli se vogliono venire con noi. E se ti dicono di sì digli che facciano alla svelta. Alle cinque noi si parte. Tu, Catastini, chiama Ceccaccio e digli che si prepari.
Scesi di corsa le scale. Quando misi piede in via Cammullia vidi un impiegato del Comune che diceva:
- Gente, bisogna lasciare il paese. Non fatevi trovare in casa. Chi viene trovato in casa verrà fucilato. I tedeschi ci fanno sfollare perché se si restasse in paese le cannonate degli americani farebbero tante carneficine.
Non aggiunse altro. Non ci suggerì dove dovevamo andare. Non ci indicò una zona di sicurezza. Ci disse solamente che dovevamo abbandonare il paese.
Zia Gaetana (Falorni nei Cenci) mi rispose subito:
- Sì, sì. Vengo con voi. Col mio genero non ci voglio andare. E’ troppo stucco. Digli a mamma che io e Gigi veniamo subito a casa vostra.
Quando giunsi a casa trovai tutti affaccendati. Mamma ripeteva:
- Il coniglio ammezzato lo portiamo con noi dentro al tegame. Per cena lo mangeremo così com’è.
Sul tavolo di cucina erano già allineate due borse di pelle piene di alimenti, una sporta di corda con bicchieri, piatti, posate ed una bottiglia d’acqua, delle pezzuole da contadino nelle quali il babbo sistemava, la domenica, le scarpe riparate. Il babbo nel frattempo era andato a disfare il suo letto per prendere il telo militare, incerato che, dal 1921, proteggeva le materasse dai morsi delle reti metalliche. Tornò in cucina mentre lo stava avvolgendo e disse:
- Questo ci farà comodo stanotte. Se piove ci ripara dalla pioggia altrimenti non fa entrare l’aria umida del mattino.
Mamma non stava ad ascoltarlo. Lei teneva sempre d’occhio mio fratello Mario con la giacca del babbo piena di banconote. Lui gironzolava attorno al tavolo della cucina per adocchiare le due pezzuole che avrebbe portato.
Poco prima delle 17 eravamo già pronti. Mia sorella si mostrava un po' irrequieta. Anche lei aveva preso due pezzuole piene di cibarie, ma non si decideva a varcare la porta.
- Che si fa, Catastini? Si lascia aperta la porta o si chiude a chiave.
- Chiudi, chiudi. Chiudi a chiave. Se i ladri vogliono venire a rubarci la roba devono durar fatica ad aprire.
Mia sorella, Mara, non si decideva a varcare la porta.
- O Agatina, - le disse mia madre fissandola negli occhi – ti vuoi decidere ad uscire? Ma che ti senti male? Hai gli occhi lustri e le lappole appiccicate. Mario, vai a prendere il termometro nel primo cassetto del mio cassettone!
Mario non se lo fece ripetere due volte. Ritornò dopo pochi secondi e consegnò la custode col termometro alla mamma.
- Ora usciamo tutti. La febbre gliela misurerò appena saremo arrivati in un luogo sicuro.
- Posso venire con voi ? – ci chiese Emilia delle Mancherina mentre apriva la porta posta nel medesimo corridoio dove si trovava anche la nostra. Noi ed Emilia della Mencherina occupavamo tre quarti dell’immensa soffitta del Palazzo di Bertoldino. Il palazzo aveva l’entrata in via S. Giovanni. Per i due appartamenti ricavati nella soffitta la porta d’ingresso si trovava in Via Cammullia al numero 1.
- Diamine che potete – le rispose mia madre.
Per le scale incontrammo zia Gaetana e zio Gigi che stavano salendo su da noi. Invertirono la marcia e ridiscesero.
La mamma chiese a zia:
- Ma siete passati dalla Greppa o dal Gattino?
- Siamo passati dalla via del Gattino con la speranza di vedere Pietro e Privato; ma non li abbiamo visti. Vero Gigi?
Gigi confermò con un movimento della testa.
- Davanti alla Piria – proseguì zia Gaetana mentre aveva cominciato a scendere le scale - c’è Ceccaccio con tutta la famiglia. Nando m’ha detto: “Se vai dal Catasta digli che noi siamo già pronti”. Sono un battaglione: lui e la sua moglie Angiola, le tre figliole e il figliolo, Indro.
Uscimmo di Cammullia. Nando di Ceccaccio e la sua famiglia si aggregarono a noi. Scendemmo in via della Valle letteralmente invasa da una processione di persone con borse e fagotti che come noi abbandonavano il paese: un vero esodo. Giunti in fondo alla via e cioè alla ruota del Funaio (Gianni Menichetti) io pensai che babbo ci avrebbe fatto svoltare sulla destra per raggiungere i “poggi” di Vallebuia o di Vallepinzana a lui notissimi – erano disseminati su quei poggi tutti i contadini ai quali riparava scarpe e zoccoli – Il Babbo esitò un attimo. Fu Nando che operò la scelta.
- O Catasta – disse – è meglio andare in Padulino. Sui poggi ci saranno le batterie dei tedeschi. Chissà come verranno presi di mira dagli americani !
Mio padre, senza nessuna esitazione, ci fece svoltare a sinistra in direzione della Madonnina dello Zucchi. Qui giunti preferimmo attraversare il Rio sopra la passerella di legno, costeggiammo la villa del Moro (Giuseppe Nieri) e ci inoltrammo nel Padulino. Dopo pochi minuti raggiungemmo la casa colonica di Gaetano Costagli.
- Siamo troppo vicini alla via del camposanto. Da lì passeranno tutti i tedeschi in ritirata. Meglio stargli lontani – disse il babbo.
Ci inoltrammo allora in direzione dei prati del padule. Verso le ore 18 attraversammo l’aia delle case di Talino e di Modestino. Ad una finestra scorsi il volto sarcigno di Leonta Talini coi gomiti appoggiati sulla soglia. Gi seguì con lo sguardo senza profferire parola, ostentando indifferenza velata di disappunto. Capii che avrebbe preferito che fossimo andati altrove. Giunti di fianco alla cascina posta dietro la casa fummo intrattenuti per un minuto dai fratelli Cambi, Arturo e Nello. Fu Arturo, il fratello scapolo di appena 33 anni, che ci disse:
- O perché non vi fermate qui con noi. Nella capanna c’è posto anche per voi.
Nello annuiva con la testa; sua moglie Costanza, lo sguardo velato di tristezza, conservò il suo abituale silenzio. Noi li conoscevamo bene. Anch’essi abitavano in via Cammullia.
Mio padre che doveva avere un programma ben preciso nella propria testa rispose:
- Non mi sembra un posto sicuro. Ti ringrazio Arturo.
Leonta non era più alla finestra. Era scesa ma non ci disse niente.
Mentre riprendevamo il nostro Cammino, Arturo ci informò:
- Se non andate lontani ed avrete bisogno di acqua, qui c’è un bel pozzo.
Il babbo cercava una grande fossa per trascorrervi la notte. Attraversammo il campo sul retro della casa di Talino e proprio in fondo ad esso il babbo trovò la fossa profonda che cercava.
- Soltanto se il proiettile esplodesse dentro la fossa si potrebbe morire, altrimenti saremo sicurissimi.
Il nostro esodo era finito. Il cannone aveva taciuto per tutta la durata del viaggio.
- Possiamo cenare qui, sul ciglio della fossa - ci disse il babbo. Anche la famiglia di Ceccaccio si sistemò nei nostri paraggi. Il babbo, con il solito trincetto che si era portato dietro, divise due dei pezzi di coniglio che la mamma aveva “fermato” nel tegame per poter rifocillare anche zia Gaetana e zio Giggi, detto comunemente il Ceo perché cieco da un occhio.
- Hai fame Agatina? – chiese affettuosamente la mamma a mia sorella Mara, soprannominata Agatina perché di lingua lunga.
- Sì – rispose stancamente.
- Allora la febbre te la misuro dopo che hai mangiato.
Il babbo affettò anche il pane vero, anche se azzimo, che la mamma aveva fatto di soppiatto il giorno prima.
Nando di Ceccaccio, conoscendo fin troppo bene la propensione dei calzolai verso il vino, si alzò da terra con un fiasco di vino in mano, si avvicinò a mio padre e gli disse:
- Tieni, Catasta, bevi un bicchiere alla mia salute, visto che voi non ne avete. Io il “paglioso” non l’ho dimenticato. Bevi anche te, Gigi.
Lo zio gradì moltissimo quel bicchiere di vino. Appena Nando si fu scostato dal nostro desco terrestre, lo zio Gigi versò mezzo bicchiere di vino nel bicchiere di zia Gaetana la quale, almeno a tavola, preferiva il vino all’acqua.
La temperatura di mia sorella salì a 37°,5.
Vegliammo fin verso le ore 22 e parlammo di quello che avremmo dovuto fare l’indomani.
- Se stanotte non ci sarà la battaglia e se gli americani non arrivano, domattina presto bisogna andare a casa per prendere almeno un fornello, un balletta di carbone, una teglia ed una pentola più grande. A casa ci andremo io, te, Gaetana, e te, Berto – disse la mamma che proseguì – Voi appena vi sarete alzati andrete ad occupare un posto nella capanna dietro la casa di Talino, lì dove sono i Boccheri.
Anche Nando condivise la proposta di mia madre. Alle dieci scendemmo nella fossa, pulita, e sul fondo della medesima ci coricammo e dormimmo in barba alle cannonate che dopo pochi minuti cominciarono a piovere ad un chilometro di distanza.
Al mattino, verso le ore 5, mia madre svegliò me e zia Gaetana.
- Andiamo – ci disse.
Ripassammo di fianco alla villa Nieri, attraversammo il Rio sulla passerella, raggiungemmo la Madonnina dello Zucchi. Qui c’era una pattuglia di soldati tedeschi che non ci dissero niente.
Salimmo via della Valle e poi svoltammo in via della Greppa per raggiungere più rapidamente la nostra via Cammullia. Molte porte dei fabbricati di via Cammullia erano state divelte. Solo dopo essere arrivato in casa mi resi conto della regione per cui i tedeschi avevano divelto numerose usci. Con le porte avevano coperto il carrarmato che stazionava in Via S. Giovanni, proprio sotto il palazzo di Bertoldino dove noi avevamo le camere.
Appena entrati in casa controllammo che lo stanzino buio che Vittorio Bartolini aveva chiuso con un “tramezzolo” fosse ancora indenne. Lì dentro era custodito il tesoro della nostra biancheria da camera e da cucina. Prendemmo un fornello, un soffietto, una balletta di carbone, la poca farina che avevamo lasciato, uno dei tanti sacchetti di riso che la mamma aveva accortamente accantonato, un vaso di conserva dura fatta in casa, un fiasco vuoto ed anche la mezzina per rifornirci di acqua al pozzo della Leonta.
Alle otto eravamo di nuovo in Padulino. I nostri familiari ed anche quelli di Nando si erano già trasferiti nella cascina retrostante la casa della Leonta divisa in due parti eguali da un muretto alto quasi due metri.
I fratelli Arturo e Nello Cambi apprezzarono moltissimo il nostro trasferimento nella cascina dove loro si erano già sistemati. Anche la famiglia di Ceccaccio si sistemò nella medesima parte della cascina.
Ci trovai anche mio fratello Mario che con il suo giacchettone pieno di banconote seguiva come un segucio mio padre che era stato messo al corrente di quel sotterfugio da mia madre. Davanti all’ingresso della cascina , allineato agli altri, collocammo su due piccole pile di mattoni il fornello sul quale la madre avrebbe preparato i nostri pranzi e le nostre cene.
Io volli rendermi esattamente conto delle persone, anzi delle famiglie che si erano rifugiate nella casa colonica di Leontina e poi in quella di Modestino, staccata, sul fianco destro di quella dei Talini.
Al piano terra della casa, forse nella ex stalla e nella stanza trinciaforaggi vi si trovavano la famiglia di Ampelio, il marmista, composta dalla moglie e dalla figlia; la famiglia di sfollati livornesi che vivevano nella nostra via Cammullia ed era composta oltre che dalla moglie e dalla suocera anche da due figli che si accasarono a Fucecchio. Mi parlarono della presenza di un certo Paris Banti e di un certo Corsagni che disponeva anche di una galena. Nella casa di Leonta erano sistemati anche la famiglia di Mergo e quella del Matteucci, il sarto che abitava per la via d’Empoli.
Nel mezzo cascinale nel quale ci accampammo vivevano anche la famiglia di Ceccaccio formata da sei persone, quella del Bertini, formata da quattro persone. Mio fratello, che fin da piccolo rivelò una spiccata abitudine a fare il maestro e l’educatore si abbottonò ad Enrico Bertini, giovanissimo. Stavano sempre insieme nei paraggi del cascinale; giocavano sempre fra loro due. Mio fratello gli affibbiò il soprannome di Cuccolìo. Con noi c’erano anche la famiglia del Bersagliere, il marito della “Frolida” , con la moglie, la figlia Neda, e la figlia Ausonia con il marito Giannotti : C’era anche la famiglia del Becherini, il fratello di Tosca di Tarpina, con la moglie e due figlie.
Io fraternizzai con Indro Ghimenti, mio coetaneo. Avevamo fatto, a scuola, le medesime classi e per molti anni ci eravamo frequentati nelle rispettive case. Soltanto a partire dal 43 i nostri rapporti si erano diradati. Entrambi eravamo diventati apprendisti calzolai ma in botteghe diverse e lontane. A giugno del ’44 anche la bottega dove avevo lavorato per il primo semestre dovette chiudere i battenti perché ormai il nostro territorio era o stava per diventare linea di fronte. La fame e la mia istintiva curiosità mi avevano fatto allacciare nuove amicizie e molte volte mi intruppavo con le squadre di tre o quattro adolescenti che andavano in campagna per racimolare fagioli, patate, spighe di grano, insomma tutto ciò che era commestibile. Il 3 e il quattro luglio, subito dopo la distruzione del ponte avvenuta il 2 luglio 1944, ero andato con Ottorino Tocchini ed altri sfollati livornesi nella campagna di S. Pierino. Non fu un problema guadare l’Arno: bastava toglierci i sandali. Ognuno di noi riempì una bella sacchetta con fagioli, patate e spighe di grano. Anche il 5 luglio cercammo di raggiungere S. Pierino, ma i tedeschi non ci fecero passare perché stavano minando i platani lungo la via del ponte per impedire il passaggio alle truppe angloamericane. Sia pure a malincuore dovemmo ritornare a casa con le sacchette vuote.
Nei giorni successivi i tedeschi vollero realizzare, sulla destra del ponte, dalla parte di S. Croce sull’Armo una passerella con mattoni a secco prelevati dalla fornace dei laterizi che si trovava appunto per la via del ponte. Per il trasporto e la collocazione dei mattoni sul letto del fiume avevano bisogno di molte decine di operai. Per due giorni ci andò anche mio padre. Avrebbe dovuto andarci anche per un altro giorno, ma, visto che la passerella era quasi ultimata, mio padre non si presentò perché temeva di essere deportato.
La passerella era stata realizzata in corrispondenza dell’ultimo tratto del viottolo che dalla casa di Suero portava sul greto del nostro fiume. Mio padre mi aveva detto che in quella zona c’erano molti covoni di grano abbandonati. Armato di corde e cordicelle andai insieme ai soliti compagni nel viottolo di Suero, C’erano i tedeschi, ma non ci dissero niente nemmeno quando cominciammo a legare due covoni di grano alla volta per portali in spalla a casa.
Mentre ci davamo da fare con corde e covoni arrivarono due caccia inglesi. I tedeschi ci gridarono e con gesti abbastanza comprensibili ci pregarono di gettarci per terra; ma noi eravamo troppo interessati a quel grano. Uno dei caccia ci elargì una sventaglia di mitraglia. Solo allora obbedimmo ai tedeschi: ci gettammo per terra e cercammo di guadagnare la fossa più vicina di quel campo dove avevamo preso il grano. Appena i due caccia se ne furono andati, ci caricammo quattro covoni di grano sulle spalle e ritornammo felicemente incolumi a casa.
Con Indro, dopo che ero rientrato in Padulino con la mamma e la zia Gaetana da Fucecchio, concertammo subito delle spedizioni pomeridiane per andare in cerca di grano che poi i nostri congiunti avrebbero macinato col macinino da caffè. Indro mi chiese:
- O Mario, il tuo fratello, non viene con noi?
- Ma nemmeno se rinascesse! Ha una paura incredibile delle cannonate, anzi, di tutto.
- Peccato ! – esclamò Indro – E pensare che mi hanno detto che a scuola è tanto bravo.
- Era molto bravo finché frequentò le elementari. Quest’anno, alle Medie, si è sgonfiato come i palloncini gonfiati. E’ stato addirittura bocciato. Se sei d’accordo, domani nelle prime ore del pomeriggio si va a fare un po' di grano.
Indro non si tirò indietro.
Il giorno dopo, verso le ore 14, senza portare nemmeno una corda, io e Indro lasciammo la capanna. Proprio in quel momento sopraggiunse di corsa, una donna trafelata, sulla trentina che gridava:
- Arturo, Nello! I tedeschi hanno portato via Stefania (una nipote dei due Cambi).
Nello ed Arturo cominciarono a dare in escandescenze: urlavano, piangevano, protestavano, inveivano contro tedeschi e fascisti, battevano i piedi per terra, erano disperati. Si rendevano conto della loro impotenza e si sfogavano con quei loro comportamenti isterici.
Si affacciò Leonta, la padrona della casa, ed urlò:
- E’ l’ora di finirla. Sono stufa di tutto il baccano che fate.
I due fratelli, colpiti nel vivo, si inviperirono ancora di più. Anche Leonta perdette la pazienza:
- O ve ne andate via subito con le buone, o altrimenti prendo il forcone e vi mando via con le cattive.
I due fratelli protestarono:
- Preferiamo andarcene subito prima di restare con una bestia come te.
Nello ordinò a sua moglie Costanza di prendere tutta la roba e di sistemarla nelle borse. Appena furono pronti se ne andarono con le lacrime agli occhi dopo aver salutato il mio babbo e la mia mamma. Il giorno successivo sapemmo che si erano fermati dal contadino del Costagli dove già alloggiavano tante altre famiglie di sfollati del capoluogo.
Dopo aver assistito a questo rusticano battibecco, io ed Indro ci indirizzammo verso la casa del Sollazzi e poi verso la fornace della via di Padule. In un campo vedemmo delle biche di grano, ci entrammo ed ognuno di noi prendemmo due covoni grano che mettemmo sotto le braccia.
Quasi tutte le mattine, insieme alla mamma e a zia Gaetana, andavamo in paese per vedere se la casa era stata colpita e se vi erano penetrati i ladri. In casa ci trattenevamo pochissimi minuti.
Una mattina , verso il dieci agosto, seguii il mio babbo, Nando ed il Bertini che si diressero alle Botteghe per comprare un paio di sacchi di grano. Terminata l’operazione di acquisto , chiedemmo al contadino se poteva prestarci per un’oretta un carretto per trasportare quei due sacchi di grano. Il contadino ci indicò, a poca distanza, un carretto verde abbandonato.
- Prendete quello e tenetevelo, visto che da qualche giorno è lì.
Detto fatto. Ci caricammo i due sacchi di grano e ci apprestammo al viaggio di ritorno, una ventina di minuti di camminata. Quando giungemmo a metà strada, nei presi di un gruppo di case fummo avvisati che i tedeschi stavano effettuando un rastrellamento.
- Tienilo tu il carretto e vai a casa – mi dissero – Hai 15 anni e non ti prenderanno di sicuro. Noi andiamo a nasconderci nei campi il più lontano possibile.
Nei paraggi c’era un campo di saggina: Ci entrarono e sparirono quasi subito. Io , da solo, continuai a spingere il carretto in direzione della casa di Talino e Modestino. Incrociai una pattuglia tedesca. Mi portai col carro sul lato destro della strada. I tedeschi neppure mi guardarono. Ne fui felice. Compiaciuto per averla scampata bella – potevano prendermi il grano – allungai il passo e dopo dieci minuti raggiunsi la nostra cascina.
Zio Gigi, intento a macinare il grano col macinino, appena mi vide, da solo, mi chiese:
- E loro dove sono? Li hanno presi i tedeschi?
Lo rassicurai subito e gli chiesi se mi dava una mano a scaricare quella grazia di Dio che andava subito nascosta.
- Te la do volentieri, ma tu sai bene che la mia forza vale solo quattro soldi. Riuscimmo a scaricare il grano e nasconderlo dietro la paglia che ogni sera ci serviva da giaciglio. Mio fratello Mario che aveva seguito con attenzione tutta l’operazione volle compensare lo zio con una manciatina di tabacco ottenuto dalle cicche che tutti i giorni, prima dello sfollamento, andava a raccattare per le vie, nelle piazze e nei bar.
- Peccato che non ci ho la cartina – disse lo zio a bassissima voce.
- Non sgomentarti, zio. Ho tanti fogli di carta di riso che fanno al tuo caso.
Mario andò nella cascina e ritornò con una pagina di carta di riso e con un paio di forbici.
- A questa carta manca la colla, ma se la bagni bene con la lingua vedrai che reggerà.
Lo zio sorrise. Mario sapeva sempre tutto di tutti e non si risparmiava per aiutare il prossimo. Tutti si chiedevano il perché di quel giacchettone e noi spiegavamo che c’era un po' fissato con quella giacca: gli sembrava di essere diventato già un adulto. e tutti bevevano questa giustificazione.
Mio padre, il Bertini e Nando rientrarono quando cominciò a far notte e, rassicurati che il pericolo tedesco era tramontato, mangiarono quello che le loro mogli gli avevano messo da parte e poi ripresero a parlare del solito argomento: la realizzazione di un rifugio che non venne mai approntato. Per quaranta giorni ci affidammo allo stellone. Quando percepivamo che la cannonata sarebbe esplosa a poca distanza, ci sdraiavamo semplicemente per terra visto che l’unica fossa disponibile distava da noi un quarantina di metri.
Mentre i tre scampati e gli altri capifamiglia parlavano del rifugio, mi si avvicinò Adele di Ceccaccio, ventenne, già sposata e mi disse:
- Senti, domattina presto io, Liliana e Mara si va al mulino dietro il teatro Pacini a macinare un paio di sacchetti di grano. Vuoi venire con noi?
- Ma a che ora si ritorna?
- Ci hanno detto che si fa alla svelta. Si dovrebbe ritornare verso le undici.
- Va bene, vengo; ma non ditelo a mia madre perché altrimenti lei non mi manda. Domattina non si va nemmeno a vedere la casa.: perciò sono libero.
- Possiamo prendere quel carretto che avete trovato alle Botteghe?
- Diamine!
Al mattino le tre sorelle, molto simili alle faine di Pinocchio, mi svegliarono e, senza insospettire nessuno, ci indirizzammo verso Fucecchio. La giornata era splendida. La torre di Castruccio parve salutarci quando giungemmo in prossimità della Ferruzza. Tutti e quattro fummo turbati dalla vista dei danni che le cannonate aveva prodotto anche in questa zona periferica del capoluogo: pavimentazione stradale disseminata di macerie, di vetri, di pezzi di porte e di finestre e di fili della corrente elettrica; quasi tutti i cavi aerei si erano spezzati e ciondolavano fin quasi a terra; le facciate delle poche case erano tutte butterate dalle schegge o addirittura dalle cannonate; moltissime finestre erano completamente dissestate. Per la strada non circolava nessuno. Sembravamo i monatti di manzoniana memoria. Non incontrammo nemmeno un tedesco. Quando giungemmo di fianco alla piazza Montanelli provammo una grande strizza al cuore: allo spettacolo delle macerie, dei cavi ciondoloni e delle facciate rovinate si aggiunse l’immagine di tutti i negozi aperti nei quali si infilavano furtivi gli sciacalli paesani..
Appena entrati nel cortile del mulino in via Landini Marchiani, di fronte al vespasiano, realizzato sul retro del Teatro Pacini, trovammo un gran numero di persone che come noi avevano portato il grano a macinare.
Liliana, la più sbrigativa, chiese al titolare:
- Presso a poco, quando ci toccherà a noi?
- Verso le due o le tre del pomeriggio se tutto va bene.
Io mi sentii rabbrividire. Ma poi la curiosità prese il sopravvento specialmente quando la bella Adele mi disse:
- Andiamo, Berto, si va a vedere qualche negozio.
Visitammo subito quello del Magnanino che era a tre passi dal mulino e che faceva angolo con via Dante. Non era facile muovercisi dentro. Gli sciacalli avevano buttato per terra tutto quello che loro non interessava: chiodi, semenze, barattoli, vetri rotti, cartocci, cordicelle. Sugli scaffali non c’era più nemmeno un oggetto. Entrammo anche nel magazzino, sul retro del banco, quello che avevo tante volte intravisto quando andavo ad acquistare semenze e bullette speciali per mio padre. Sul pavimento vedemmo anche escrementi umani oltre che un numero considerevole di cose scartate dai ladri. Anche qui tutti i palchetti degli scaffali, anche quelli più alti, erano stati ripuliti completamente.
- Andiamo a vedere dal Gozzi in piazza Montanelli – propose Adele.
L’emporio del babbo di Spartaco Gozzi occupava tutta l’attuale sede della filiale della Cassa di Risparmio di Firenze. Lì dentro, in tempo di pace, ci potevamo trovare tutto.
Le saracinesche erano state divelte; le porte erano spalancate; i grandi vetri delle vetrine non esistevano più. Entrammo.
Dentro c’erano tante persone che rovistavano sotto i banchi e negli scaffali che ancora non erano stati svuotati.
- O che cosa ci fai qui, Berto ?
Mi girai. Lì per lì non riconobbi il giovane in camice bianco come i dottori e con un bracciale con la croce rossa: era mio cugino Ovidio. Lui non aveva seguito suo padre perché il professor Baccarini, primario dell’ospedale, lo aveva voluto tenere con sé come segretario personale.
- Sono venuto con Adele e le sue sorelle al mulino per macinare un po' di grano. Siccome dovremo aspettare fino alle due e anche alle tre, allora abbiamo deciso di fare una capatina nei negozi per renderci conto di cosa vi succede. Ovidio, che era in compagnia di una altra persona in camice bianco, si rivolse ai presenti e disse loro:
- Per piacere dateceli a noi tutti i flaconi di spirito che avete trovato. Noi in ospedale non ne abbiamo quasi più. Siamo venuti qui nella speranza di farne un buon rifornimento. I pochi profittatori non replicarono; anzi aiutarono mio cugino Ovidio e l’altro a trovare tutti i contenitori con alcool etilico, flaconi con acqua ossigenata e tutto quanto poteva essere utile ai medici dell’ospedale. Anch’io aiutai i due a caricare sul carrettino a rotelle di gomma tutto il materiale sanitario che era stato reperito.
Adele chiese:
- O com’esse’ le avete visitate le farmacie?
- Che dici!? – rispose mio cugino mentre l’altro aveva cominciato a spingere il carrettino verso il paese alto.
Dopo la parentesi nell’emporio del Gozzi rientrammo nel cortile del mulino che funzionava tramite un motore a scoppio. Ormai mancavano pochi minuti a mezzogiorno e noi non avevamo portato niente da mangiare. Alle dodici il molinaro staccò.
- Riprenderò il lavoro alle tredici. Anche i miei familiari hanno diritto ad una mia pur breve presenza.
Tutte le altre persone che stavano aspettando il loro turno tirarono fuori dalle loro tasche qualcosa da mangiare. Noi non avevamo niente. Nessuno ci offrì qualcosa. Ma ormai, dopo tanti mesi di carestia, ci eravamo abituati a queste scortesie. Noi pure non avremmo offerto niente agli altri se avessimo avuto qualcosa da mettere sotto i denti. Una donna che si trovava nelle nostre condizioni ci disse:
- Vedete, stamani mentre venivo qui ho visto un cavolfiore e l’ho colto. Se volete se ne mangia un po’ per ciascuno.
A me toccò una capocchia di cavolfiore e una foglia di quelle quasi bianche. Ne avrei mangiate anche altre dieci; ma la donna prima di arrivare al mulino lo aveva ben pulito quel cavolfiore per renderlo meno ingombrante.
Alle tredici rientrò il titolare. Prima di noi c’erano ancora tante altre persone.
- Vi toccherà alle cinque – ci disse il mugnaio.
Io e Adele uscimmo di nuovo.
- Mi struggo di vedere come sono le case della via di S. Croce – disse Adele e continuò – Dicono tutti che sono tanto belle!
Ci portammo in via Dante. Fatti pochi metri, vedemmo un portone aperto, entrammo, salimmo le scale e raggiungemmo due appartamenti che si trovavano al primo piano. Gli usci erano spalancati. Entrammo. Le cucine erano molto più piccole delle nostre; ma lì c’erano le mattonelle in terra e al muro giro giro alle pareti. Sull’acquaio c’era anche una cannella dell’acqua. Io girai il rubinetto, ma l’acqua non poteva uscire perché l’acquedotto da settimane era andato in tilt.
- Sono belle davvero queste case – disse Adele mentre scendevamo le scale. Proseguimmo e prima di raggiungere la casa di Bertoldino, il dottore, notammo che i tedeschi avevano collocato sui davanzali di certe finestre dei panetti di dinamite dai quali partivano dei fili.
- Sarà meglio ritornare al mulino. Se li facessero saltare ora questi palazzi, ci potremmo rimettere la vita.
Fuori non passava anima viva. Di tedeschi neppure l’ombra. I cannoni, cosa insolita, avevano taciuto fino a tutto quel momento. Rientrammo nuovamente al mulino. Mara e Liliana se ne stavano buone ad aspettare. Parlottavano fra loro. Io chiedevo ai presenti da dove venivano e se erano degli sfollati o dei contadini. Molti non gradivano questa mia indagine.
Alle 16, 45 toccò finalmente a noi. La macinatura durò non più di tre o quattro minuti. La resa del grano portato dalle tre sorelle non fu eccezionale. Per qualche giorno, però, i macinini sarebbero stati messi a riposo.
Caricammo le due sacchette di farina sul nostro carretto e ci avviammo lungo la via dello stadio. Dopo aver superato l’ultimo arco dello stadio cominciarono i cannoneggiamenti. Sembrava che fossimo noi il bersaglio dell’artiglieria americana. Senza esitare un istante lasciammo il carretto in mezzo alla strada e ci sdraiammo a terra dietro i platani. Il cannoneggiamento durò una quindicina di minuti. subito dopo riprendemmo di buona lena il nostro viaggio e in non meno di venti minuti rientrammo a destinazione. Appena mia madre mi vide, senza por tempo in mezzo, mi si avvicinò e mi “briscolò” bene bene.
E mentre mi piovevano addosso schiaffoni e manate, la mamma mi ripeteva:
- Ci hai fatto stare tutto questo tempo in pensiero. Nessuno ti aveva visto. Noi credevamo che ti avessero ammazzato i tedeschi. Ne abbiamo pensate di tutte. Se ti azzardi a rifarlo un'altra volta, ti mando via com’è vero che mi chiamo Elena!
Mio padre non infierì contro di me anche se si mostrava ancora amareggiato. La notte portò consiglio. Il giorno dopo parve che non fosse successo niente. Con Indro andai a fare incetta di fagioli da sgranare e tutto andò liscio come l’olio. Zio Gigi era contento come una pasqua quando vide i fagioli che avevo trovato. Zio ne era un patito.
- Se c’era la pasta, Gigi, ti ci facevo una bella minestra. Pazienza. Al posto della pasta ci metteremo il riso: quello almeno ce lo abbiamo – disse la mamma.
Il pranzo del 5 agosto fu davvero prelibatissimo per zio Gigi. Minestra di fagioli con riso ed un bel piattino di fagioli anche se senza olio. Il pomeriggio trascorse tranquillo. Alle cinque pomeridiane cominciarono a sibilare le cannonate. Le esplosioni non erano lontane dal nostro caseggiato. Ci sdraiammo a terra e ci rimanemmo fino alle 17,30. Non erano trascorsi ancora dieci minuti da quando era finito il cannoneggiamento che giunse di corsa, tutto ansante, Norberto di Bussino. Si fermò davanti alla nostra capanna e si mise a gridare:
- Che tragedia è successa là nella viottola che porta alla casa del contadino del Costagli.
Ma se mi avessero dato retta! A quest’ora sarebbero vivi tutti e due come lo sono io. Gli ho detto “Buttatevi subito a terra. Fate come me. Queste cannonate..” ho sentito una fortissima esplosione. Le schegge del proiettile mi sono passate vicinissime ma non mi hanno colpito. Si è levata al cielo una grande nuvola di fumo. Quando la nuvola si è dissolta ho visto i cadaveri di Nello ed Arturo Cambi. Poco distanti da loro i fiaschi del latte che erano andati a cercare per potersi alimentare dato che avevano la bocca troppo infiammata. e non potevano masticare. La moglie Costanza e il figlio Mauro sono costernati. Ma se mi avessero dato retta! Li ho visti : son voluti rimanere in piedi e ci hanno rimesso la vita. Vi farei vedere come sono stati straziati i loro corpi. Anche il rossino, il ragazzo livornese che era sfollato in Cammullia è morto. Lui era nell’aia della casa del Costagli. L’ho visto seduto, sotto il davanzale di una finestra del pianterreno. L’ho chiamato, ma non mi ha risposto. era morto anche lui, poveretto.
Pure noi rimanemmo esterrefatti. Io ripensai a Leonta: se non li avesse cacciati via, forse i due cammulliesi Nello ed Arturo sarebbero ancora vivi.
La guerra in atto, purtroppo, cancella nell’arco di poche ore anche i ricordi più tragici e abbatte le transenne della pietà.
Ci coricammo quasi tutti verso le ore 22, ognuno rimuginando forse in cuor suo i ricordi legati ai due calzolai periti così tragicamente mentre erano a due passi dal loro rifugio. Nello era un lavoratore instancabile. Aveva una grande dimestichezza con gli spaghi impeciati, come mio zio Gigi. Lo rivedevo con il manale di pelle annerito alla mano sinistra; con la destra impugnava la lesina che affondava ora nello spessore delle suola con sottosuola ora nel soletto e nella tramezzola. E tutte le volte, prima di infilare la lesina nel cuoio, ne lubrificava la punta strofinandola in un pezzetto di cera d’api. Per stringere ulteriormente il punto cucito con lo spago impeciato, preparato dalla sua Costanza, tirava con forza lo spago aiutandosi col manale e avvolgendo un po' di spago al manico della lesina: a questo punto lo spago emetteva uno strano stridio: era questo il segnale del massimo sforzo sostenuto dallo spago. Nello lavorava sempre in casa, al di sotto del piano stradale, in una specie di pertugio che prendeva luce da un corte di almeno tre metri al di sotto del lastricato di via Cammullia. Arturo, capelli lisci e castano chiari – quasi biondicci – lavorava invece nelle botteghe insieme ad altri calzolai. Era un abile “montatore”. Gli scarponi di vacchetta erano il suo boccone preferito. Con le tenaglie a presa, faceva aderire il tomaio alla forma di legno aiutandosi con degli spilli – chiodi di metallo lunghi due centimetro e mezzo – Lui se ne metteva sempre una mezza dozzina in bocca: prima tirava la pelle del tomaio con le tenaglie e poi ci infilava uno di quegli spilli picchiandoli con una delle due teste quadrate delle tenaglie. Quando faceva uscire dalla bocca, fra le labbra, uno spillo, sembrava che sorridesse. Era molto loquace ed anche disponibile. Con la sua voce quasi nasale, poco prima che venisse cacciato dalla cascina che proprio lui ci aveva indicato, aveva risposto seccamente a Nando di Ceccaccio che gli aveva chiesto la ragione per cui a trentatre anni non si era ancora sposato:
- Non ho voglia di raddoppiare la mia miseria sposando una persona povera come me.
Con l’immagine di Arturo nel pensiero mi addormentai.
A mezzanotte fui svegliato dall’abbaiare di un cane seguito dall’esplosione di un colpo d’arma da fuoco. Anche gli altri che dormivano a terra insieme a noi si stavano stropicciando gli occhi. Entrarono dentro quattro soldati tedeschi in pantaloncini corti. In testa c’era il più cicciottello che con una grossa torcia elettrica ci guardò in faccia uno per uno.
- Noi cercare spione con vestito rosso. Se non trovare , tutti fuori e tutti kaput.
Lo spione di cui parlavano era una castelfranchese, cugina della Leonta, così spocchiosa da indossare in quei frangenti una gonna rossa. Mentre la castelfranchese veniva da noi a trovare la cugina a bordo di una carretto trainato da un somarello era stata fermata da un gruppo di militari tedeschi e derubata del somarello. La nipote della Leonta, per niente intimorita, era andata al Comando Tedesco a protestare e a pretendere che le fosse riconsegnato il somarello. La donna – lo spione col vestito rosso – aveva offerto al Comando un identikit abbastanza preciso dei quattro ladroni che avevano dovuto restituire il somaro e che erano stati rampognati abbastanza severamente dal Comando. Ora i quattro tedeschi volevano vendicarsi. Quando si resero conto che lo spione non era in mezzo a noi, ci fecero alzare e ci ordinarono di portarci davanti all’aia con la barbara intenzione forse di trucidarci.
Mo padre fu colto da timor panico. Non riusciva a spostarsi di un passo. Mio fratello Mario, nel vedere nostro padre in quello stato gli si abbarbicò alle gambe. Forse anche lui sentiva l’imminenza della morte. Io raggiunsi l’aia. Ampelio stava spiegando a coloro che vi si erano portati che Leonta aveva convinto i tedeschi a salire nella sua cucina. Poco dopo la Leonta si affacciò alla finestra e ci disse:
- Potete ritornare a dormire. I tedeschi stanno mangiando a bevendo a tutto spiano. Allontanatevi.
- Babbo – dissi ritornando in cascina – è tutto finito. Possiamo dormire in santa pace. Mio padre non profferì parola. Si ridistese sulla paglia. Mario gli si collocò accanto per smaltire insieme a lui la grande paura. Questo evento cancellò drasticamente dalla memoria le immagini di Arturo e di Nello Cambi.
Dopo questo fattaccio, a giorni alterni, ogni mattina, verso le ore sei, andavo con la mamma e la zia Gaetana a Fucecchio a visitare la casa per vedere se era stata colpita dalle cannonate e dai ladri. La mattina del 10 agosto, mentre stavamo per passare davanti alla villa Nieri, osservando verso la parte alta del paese ci rendemmo conto che la torre di Castruccio non c’era più.
- Mi raccomando, Berto: non chiedermi di andare a vedere le macerie della torre. E’ troppo pericoloso. E poi alle otto dobbiamo essere di nuovo in Padulino. Promisi e, questa volta, memore delle botte ricevute il giorno in cui andai al mulino con le tre sorelle di Indro, mantenni la promessa.
Io e Indro, tutti i pomeriggi ormai, andavamo a far grano e quant’altro trovavamo per far fronte alla mancanza di cibarie. Cercavamo di tornare presto perché ci interessava moltissimo assistere alle conversazioni dei vari capi famiglia della nostra cascina. Essi stavano organizzandoci in comunità: avevano addirittura istituito una specie di cassaforte dove mettevano tutti i soldi che riuscivano a guadagnare. Il Becherini vi metteva i soldi che incassava facendo barbe e capelli; mio padre a Nando i guadagni che realizzavano vendendo pezzi di carne che compravano a Stabbia e che smerciavano in Padulino; il Bertini, invece, trafficava in vino: lo comprava e lo rivendeva; mio fratello vendeva i fogli di carta di riso per arrotolarvi il tabacco. Mario era riuscito anche ad entrare in possesso di una ventina di foglie di tabacco conciato e insieme allo zio Gigi, un fumatore incallito, le avevano arrolate ben bene e aiutandosi con trincetto e forbici le avevano tagliate riducendole in filini sottili che avevano fatto essiccare. Mario permise a zio Gigi di farne una buona incetta. L’altro tabacco venne venduto ed il ricavo finì nella cassaforte della comunità.
Zio Gigi, incurante di quanto diceva e faceva sua moglie Gaetana, nonostante la sua magrezza, macinava il grano dalla mattina alla sera. Ogni tanto si concedeva una pausa per trillarsi una sigaretta e fumarsela. A tavola non brontolava mai ed “il convento non passava” quasi niente. Tutti i giorni minestra con il riso in cui proliferavano i vermiciattoli bianchi. Noi toglievamo col cucchiaio questi antipatici galleggianti e mangiavamo il riso. Poi qualche patata lessa e raramente qualche pezzetto di lesso. Mario regalava la sua porzione a zio Gigi, sempre zitto, sempre conseziente, sempre indifferente di fronte alle battutacce di zia Gaetana incessantemente piena di verve ed in vena di raccontare fatti di corna e di letto. Non ci facevamo mancare il vino ed era proprio zia Gaetana che molte volte alzava, e di parecchio, il gomito. Anche zio Gigi beveva, ma senza mostrare troppo entusiasmo, anche se questa fu per lui, abituato alla miseria quotidiana, un periodo di vacche grasse. Dopo aver mangiato, zio Gigi, incurante dei discorsi, riprendeva a macinare il grano quasi a voler ripagare quel poco che consumava. I suoi occhi, neri come l’inchiostro ed incredibilmente luminosi, pur orientati a terra, sembravano sprofondarsi in mondi lontani per noi sconosciuti.
Le cannonate non ci impensierivano più di troppo. Ormai conoscevamo a memoria le ore in cui gli americani ci tenevano svegli. Un pomeriggio, contrariamente al solito, i cannoneggiamenti vennero anticipati. Mio fratello Mario aveva accompagnato al pozzo mia madre. Sibilarono i proiettili. Mamma e Mario si buttarono per terra. I colpi stavano esplodendo a non più di centro metri di distanza. Le schegge potevano colpirli a morte. Non poterono raggiungere la fossa che era pochi metri dal pozzo. Ad un tratto Mario, mia madre e Cristina Moriani, una bambina, sentirono un sibilo lancinante. Ebbero chiara la percezione della morte: quel proiettile sarebbe caduto a pochi metri di distanza dal pozzo. Invano attesero la deflagrazione che non ci fu. Appena cessò l’azione di artiglieria, la mamma, Mario e Cristina si rialzarono: erano illesi.
- La bomba non è esplosa. Se fosse scoppiata saremmo morti tutti e tre – disse mia madre.
Qualche ora dopo ci accorgemmo che il proiettile si era conficcato nella fossa, a tre metri di distanza dal pozzo, proprio in quella fossa dove avrebbero voluto rifugiarsi mia madre e mio fratello. Io ero con Indro a cercare covoni di grano e per tutta la durata del bombardamento ci eravamo distesi in una fossa.
Il giorno dopo, di pomeriggio, subito dopo il consueto bombardamento, giunsero sull’aia quattro tedeschi che trascinavano con una corda un bel maiale e d una decina di anatre legate due per due alle zampe.
- Noi volere ammazzare tutti questi – e indicarono maiale e anatre.
Leonta, donna dai riflessi prontissimi e sempre all’altezza di ogni situazione, con la sua faccia arcigna fece segno di avere capito. Andò in casa e dopo pochissimi minuti ricomparve sull’aia con un forcino, un pennato, un troppolo di legno ed un paio di mastelli dove i tedeschi avrebbero sistemato gli apparati digestivi dei malcapitati animali.
- Ia! Ia! – approvarono.
I soldati cominciarono ad uccidere le anitre. Un tedesco teneva il collo allungato di ogni pennuto disteso sopra il troppolo ed un altro, con un colpo secco di pennato, lo decapitava alla base del collo medesimo. I corpi decollati continuavano ad agitarsi per alcuni minuti. Alle donne che avevano assistito venne affidato il compito di spennare queste povere bestie.
Poi fu la volta del povero maiale. Lo infilzarono col forcino ma non morì. Allora il capo della pattuglia gli sparò un colpo di pistola alla testa. L’animale barcollò a terra e spirò.
Gli vennero legati gli zampetti posteriori e venne appeso con la testa rivolta verso il basso alle sbarre di ferro della rosta rettangolare posta sopra la porta della stalla di Modestino, l’altro colono a confine della casa di Leonta.
Un dei quattro soldati sfoderò il suo pugnale e tagliò la gola al porco. Le donne corsero ai loro ripostigli a prendere un recipiente per raccogliere tutto quel sangue con il quale avrebbero fatto i sanguinacci, un alimento per poveri, ma un alimento. Poi, sempre col pugnale aprirono il ventre e ne estrassero il fegato e tutte “le interiora” che vennero sistemate nei due mastelli che la Leonta, per merito della sua sagacia, aveva approntato per quella operazione. Ella sapeva che i tedeschi erano particolarmente ghiotti del fegato.
- Venire in casa. Io cucinare fegato – disse la Leonta indicando l’organo nel mastello.
I tedeschi si lasciarono convincere e salirono in casa di Leonta.
Mentre le donne era impegnate nel retro delle due case a spennare i palmipedi, passarono con un carretto pieno di covoni di grano Alvaro di Membrino e Giovanni del Lazzeri. Appena videro il maiale appeso alla rosta ma incustodito si avvicinarono alla porta della stalla con il carretto, diradarono i covoni in modo che il muso del maiale vi si collocasse in mezzo. Membrino tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il suo coltello a serramanico, tagliò la corda degli zampetti ed il maiale scivolò sul carro senza emettere nessun rumore. I due ricoprirono la bestia con i covoni di grano e se ne ritornarono alle loro abitazione di sfollati.
Le donne che avevano spennato le anitre le avevano anche svuotate delle “interiora”. Quando i tedeschi ritornarono sull’aia e si accorsero che il maiale era sparito e che le anatre erano state svuotate andarono su tutte le furie e manifestarono il proposito di volerci uccidere tutti. E questa volta gliene avevamo fornito il destro.
Ancora una volta fu la teutonica Leonta che col suo cipiglio ora severo ora scherzoso riuscì non solo a placare gli spiriti bollenti dei tedeschi, ma addirittura ad ottenere il permesso di distribuire quel poco di porco che era avanzato nei mastelli agli sfollati. Leonta era troppo furba: voleva ottenere una concimazione gratuita del campo dove gli sfollati soddisfacevano i loro bisogni naturali. Interiora di maiale e caldo produssero una fiumana di diarrea indescrivibile. Meno male che durò soltanto un giorno !
La mattina del 23 agosto io mia madre e mia zia andammo in paese a dare un’occhiata alla casa. Mentre salivamo le scale percepimmo un odore strano.
- O cosa sarà successo ? – si chiese mia madre.
Giunti all’altezza del corridoio fummo colpiti da una luce insolita, inconsueta.
- Qualcuno deve avere aperto la porta e la finestra del salotto - osservò la mamma.
Avanzammo di qualche passo e ci rendemmo conto che non solo l’uscio e la finestra era stati aperti, ma anche una buona porzione di tetto. Il cannone aveva centrato il tetto soprastante il nostro salotto che dava in via Cammullia. Meno male che la credenza era stata murata nello stanzino contiguo alla camera dei miei genitori. Lo spostamento d’aria della cannonata aveva aperto anche la porta di cucina che fronteggiava quella del salotto.
- Mamma, fai passare prima me che sono più leggero. Il cannone potrebbe avere colpito anche la cucina. Scostai lentamente la porta di cucina: il pavimento ed il tetto della cucina erano integri.
- Potete passare – dissi – Però aspettatemi costì in cucina. Io vado a controllare la stanza di mezzo e le due camere. Anche lo stanzone illuminato dall’alto lucernario che già da tempo era andato in frantumi non presentava lesioni. Varcai la porta della camera di noi figli: sul pavimento c’erano molte macerie; il cassettone era tutto impolverato anche se la specchiera non presentava incrinature. Quando mi affacciai alla porta della camera dei genitori, allibii.
- Mamma, zia, correte – dissi a bassa voce per non farmi udire dai tedeschi che tenevano il loro carrarmato proprio sotto le finestre delle nostre camere.
Il proiettile aveva colpito in pieno la trave del tetto della camera e più di mezzo pavimento era crollato. Fortunatamente la parete a confine con lo stanzino buio nel quale avevamo murato arredi e biancheria aveva retto. Nemmeno il letto dei genitori era sprofondato nell’appartamento di Bicciolo, al secolo Donati Gianni.
La mamma non pianse. Avevamo imparato ad apprezzare il valore della vita: ci bastava salvare quella.
Quando rientrammo in Padulino trovammo il babbo che conversava con Nando. Nando si rese subito conto, dal colore del volto di mia madre, che le doveva essere successo qualcosa. di grave.
- Mi sbaglio o t’è successo qualcosa ? – chiese Nando rivolto a mia madre.
- Altro che! Caro Catastini, la nostra casa è stata colpita da due cannonate: una in salotto e l’altra nella nostra camera.
Non disse altro. Anche mio padre rimase muto. Intervenne mio fratello:
- Meglio la casa della vita. Lo sapete che babbo e Nando, stamattina, potevano essere uccisi?
- Già – aggiunse zia Gaetana – o non dovevate andare a Stabbia a comprare la carne?
- Meno male che siamo partiti in leggero ritardo – spiegò mio padre – e prima di arrivare a Stabbia alcuni civili ci hanno fermato e ci hanno supplicato di non andare a Stabbia e di non entrare in Padule. Ci hanno detto che i tedeschi stavano facendo una carneficina: avevano cominciato a sparare dentro il Padule dalle ore sei.
- Lo sapete, cosa? – soggiunse la zia – Non dovete andarci più da quelle parti. Prima di tutto bisogna pensare alla vita e poi alla bocca e ai soldi. Di viveri ne abbiamo per altre due settimane. O che di qui a quindici giorni ‘un saranno arrivati gli ameri’ani?
La mamma col volto mesto dette un’occhiata a Mario sempre affogato nel giacchettone del babbo e chiamò mia sorella per farsi aiutare a sgusciare i fagioli che io ed Indro avevamo procurato nel pomeriggio precedente.
Il mattino seguente mio padre ci avvisò che non ce la faceva a reggersi sulla vita.
- Mi ci vorrebbe una fascia da neonati – disse la mamma. Zia Gaetana diffuse la notizia e nell’arco di pochi minuti arrivò la fascia. La mamma riuscì a fasciare la vita del babbo in maniera molto stretta. Nemmeno fasciato il babbo riusciva a reggersi in piedi. Leonta ci prestò una sedia e lo mettemmo davanti alla cascina. Verso le nove qualcuno gridò:
- Stanno arrivando i tedeschi. Fanno un rastrellamento in grande stile.
Tutti gli uomini scapparono. Mio padre rimase sulla sedia. E mia madre:
- Bisogna nasconderti.
- Ma non possono prendermi in queste condizioni.
- Non ti crederanno.
Mario mi chiamò e mi disse:
- Porta dentro il carretto. Mamma, tu trascina la sedia col ibabbo nell’angolo della cascina.
La mamma obbedì. Lei aveva fiducia in mio fratello.
- Io e te – ordinò Mario – sdraiamo il carretto davanti al babbo.
Obbedii.
- Ora ammucchiamo tutti i tuoi covoni di grano e tutta la paglia davanti al carretto.
Con l’aiuto della mamma e della zia Gaetana prendemmo la ventina di covoni di grano che io e Indro avevamo racimolato nei giorni precedenti. Mario li sistemò davanti al carretto quasi a forma di bica. Poi la mamma col forcone radunò tutta la paglia dei nostri giacigli e la innalzò davanti a quella bica. Mio padre era dietro al carro ad una distanza di circa un metro. Anche io e Mario aiutammo la mamma ad ammucchiare tutta la paglia che ci serviva da giaciglio davanti al babbo.
- Anche se sforconeranno la paglia, babbo non potrà essere bucato – assicurò Mario.
Mario si procurò dal pagliaio tanta al tra paglia. Il cumulo arrivava fino al basso soffitto della cascina. Poi arrivarono i tedeschi con i camion e i sidecars. Accerchiarono le due case. Vennero perlustrate tutte le stanze delle due case. Entrarono anche nella nostra cascina. Non ci chiesero niente. Un soldato vide il forcone e con rabbia sforconò per due o tre volte quel grande cumulo di paglia. Poi, inferocito, se ne andò. Mio padre era salvo. I malcapitati livornesi che non erano fuggiti furono catturati e caricati sui camion. Qualcuno venne portato addirittura in Germania..
A mezzogiorno la calma era ritornata. Anche zio Gigi, il Bertini, i Toscani, Ampelio, Nando fecero ritorno.
Il primo settembre 1944 fin dal mattino si vociferava che i tedeschi di notte si erano ritirati. Tutti assicuravano di non aver visto nessun tedesco. Mia madre stava sulle spine. Subito dopo aver mangiato la solita scodella di minestra con il riso pieno di bachi, disse rivolta al babbo:
- O Catastini, io bisogna che vada a casa. Se è vero che i tedeschi sono andati via, i ladri faranno man bassa. Ci venite con me, Gaetana e Berto?
Io ne ero felicissimo. Dopo aver attraversato il rio, visto che di tedeschi non ne avevamo incontrati nemmeno uno, la mamma suggerì di passare dalla straducola della Fontina e così avremmo potuto dare un'occhiata anche alla casa di zia Gaetana che si trovava in via Castruccio.
Quando giungemmo alla cannella della fontina io volevo bere una sorsata di quell’acqua perennemente fresca. La mamma me lo proibì insinuando:
- E se prima di andarsene avessero avvelenato la polla?
Proseguimmo. La scalata delle macerie della torre di Castruccio fatta saltare la notte del 10 agosto fu abbastanza disagevole. Via Castruccio era irriconoscibile. Il lastricato non si vedeva più: macerie ovunque, infissi di finestre, travicelli, tegole, cavi penzoloni, porte spalancate, finestre pericolosamente penzoloni sulle facciate dei palazzi. La porta della casa di zia Gaetana era regolarmente chiusa. Proseguimmo. Anche la piazza dell’ospedale sembrava ridotta ad un ammasso di rottami. Ritenemmo molto pericoloso scendere dalla Greppa per raggiungere via Cammullia. Sembrava che le finestre di quelle case cadessero da un momento all’altro. Preferimmo scendere da via Clorinda Soldaini, quella dove si trovava il Palazzo del Gattino.
- Mamma, se è vero che i tedeschi sono andati via, il Poggio Salamartano dovrebbe essere libero.
Al davanzale del Poggio ci trovai alcuni spettatori che stavano osservando un’immensa nuvola bianca che si sollevava nei paraggi di Castelfranco.
- Forse quelli sono gli ultimi tedeschi che se ne vanno – azzardò uno spettatore.- Spari non se ne sentono. Qui da noi devono essersi ritirati stanotte. Da stamani non se ne vede neanche uno.
Io raggiunsi la mamma che mi chiese notizie.
- Si vede una grande nuvola di polvere vicino a Castelfranco, ma non si sa se sono gli americani o i tedeschi che si ritirano. Di sicuro sappiamo che fin da stamani a Fucecchio non c’è più nemmeno un tedesco. Facemmo l’ultima ricognizione in casa e poi rientrammo in Padulino.
Appena rientrati, udii la Nadia che gridava a squarciagola:
- Guardate, guardate ! Quell’aeroplanino vuole atterrare in Padule !
Era vero. Indro mi disse:
- Si va a vedere?
Non me lo feci ripetere. Subito attaccai la rincorsa per attraversare i campi e raggiungere il luogo dove stava atterrando l’aeroplanino.
- Aspettatemi. Vengo anch’io con voi – urlò di nuovo la Nadia.
L’aspettammo. In breve ci accorgemmo che altre centinaia di persone si stavano dirigendo verso l’areoplanino che ormai era atterrato. Anche dalla Torre scendevano vere e proprie processioni di persone sollevando fazzoletti, asciugamani, lenzuoli bianchi.
- Sono americani – ci disse Pietro Sollazzi – Hanno finito la benzina e vogliono sapere come possono andare a prelevarla a Castelfranco dove l’esercito sta attraversando l’Arno.
La Nadia nel pieno del suo entusiasmo si avvicinò ai due piloti e li baciò ripetutamente gridando “ Grazie|”. Gli spettatori si affollarono intorno all’aereo a centinaia. Finalmente si poteva dire che la guerra almeno da noi era finita.
Io volli curiosare nella carlinga dell’aereo piena di orologi tutti particolari. Dietro la carlinga c’era un altro posto. E in prossimità della coda dell’aereo vidi una macchina fotografica. Non mi trattenni ulteriormente. Desideravo ardentemente andare ad informare i miei che la guerra era finita per davvero. Di nuovo a corsa attraversai tanti campi e a tutti coloro che incontravo annunciavo che gli americani erano arrivati e che la guerra era finita. Finalmente giunsi alla nostra cascina.
- Mamma, gli americani sono arrivati. La guerra è finita per davvero.
Mario esplose dalla gioia ed abbracciò il babbo che si era rimesso dal forte mal di schiena, e poi la mamma, zio Gigi e zia Gaetana.
La notizia era giunta anche alle orecchie della Leonta: Si affacciò di nuovo alla finestra, chiamò Ceccaccio e gli disse:
- Avvisa tutti che stasera si spannocchia e si fa festa. Ci sarà vino per tutti.
Mia madre, timorosa dei ladri locali, disse senza mezzi termini:
- Io vado a dormire a casa.
Mario la guardò come a volerle dire che anche lui ci sarebbe andato volentieri, ma la paura delle immagini della devastazione repressero il suo slancio interiore.
Zia Gaetana, benché innamoratissima delle feste e una vera patita per il vino, volle aggregarsi alla mamma.
- Se zia Gaetana rimarrà a casa nostra – ci disse la mamma – ritornerò io domattina in Padulino a darvi una mano per riportare a casa tutta la nostra roba. Mario, mi raccomando a te.
Mario non prese parte alla spannocchiatura e nemmeno babbo e nemmeno zio Gigi. Mio padre sapeva che doveva star vicino a mio fratello per proteggere tutto il nostro tesoro di banconote. Zio Gigi, invece, cominciò, prima di coricarsi a sistemare la roba nelle borse e nelle sacchette dentro le quali mettevamo il grano. Ripose prima di ogni altra cosa il macinacaffè che aveva tumefatto le sue magre gambe e che aveva ritmato tutte le sue giornate di sfollato.
Io andai alla festa della spannocchiatura. Era la prima volta che partecipavo a questa specie di cerimoniale. In poco più di un ora liberammo tutte le pannocchie dal loro involucro fogliaceo. Eravamo circa centocinquanta persone. Si cantò. Qualcuno accennò anche a qualche passo di ballo. Leonta portò cinque fiaschi di vino. Ne approfittarono i bevitori incuranti di bere al medesimo bicchiere. Nessuno sapeva che l’epidemia di tifo era in agguato. Nando, dopo ripetute libagioni si esibì nel canto di pezzi d’opera, prima fra tutte il Rigoletto di Giuseppe Verdi. Applausi e risate conclusero l’ultima serata di permanenza in Padulino. E, dulcis in fundo, fummo tenuti svegli dai botti dei tuoni e dalla pioggia che filtrando dalla sconnessa tettoia ci bagnò come pulcini. La guerra a Fucecchio era finita, ma cominciavano altre battaglie, incruente, ma sempre battaglie.


racconto di Norberto Catastini


 

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