GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Scampato alla morte per spirito di obbedienza
racconto di Roberto Checchi

 

Io e mio padre eravamo sfollati nell’ospedale di S. Pietro Igneo.Ci avevano assegnato una stanzina che dava in via Castruccio, quasi di fronte alla nostra casa recante il n. 29.
- Bisogna andare a casa a schiccolare un po' di grano per mamma e Romano. Mamma dovrebbe venire a casa verso le 18 - mi disse mio padre, il gomito appoggiato sul lettino datoci dall’ospedale.
- Allora andiamoci subito- risposi - In istrada ,a quest’ora, non c’è nemmeno un tedesco.
Il ”cipollone,, (vecchio orologio) di mio padre segnava appunto le sedici. Avevo 12 anni e non mi rendevo conto degli eventi che stavo vivendo. Mia madre e mio fratello Romano, si erano rifugiati nella casa dei nonni materni, posta davanti all’ospedale, sulla sinistra dell’attuale negozio di mercerie. Purtroppo nella casa dei nonni non c’era posto per me e per mio padre Antenore, il sarto di S. Andrea.
Passando dalla bottega del Cheli, ci fu agevole attraversare via Castruccio ed infilarci nell’andito della nostra abitazione. Salimmo le sei rampe di scale ed entrammo nel nostro cucinone semibuio e disseminato dei covoni di grano che io andavo a prelevare, quasi ogni giorno, nei campi abbandonati, appena appena, fuori del paese.
Mio padre impugnò un paio di forbici gigantesche e cominciò a recidere le spighe che lasciava cadere sul piano di marmo del tavolo di cucina.
Menico, il coniglio che tenevamo come riserva di carne, sbucava ora da questo ora da quell’altro covone.
- Domattina vai a fargli un po’ d’erba - disse mio padre— E, siccome ai conigli piace anche il vilucchio, non importa che tu vada lontano, perché il vilucchio lo trovi anche nei Vallini dell’ospedale. Hai capito?
Così si raccomandò babbo mentre continuava ad armeggiare con le sue forbicione.
Mentre lui recideva le spighe, io le schiccolavo sopra uno staccio, stropicciandole fra le palme delle mani.
Quando mio padre ebbe finito di scapocchiare due covoni, mi porse una pentola, prese lo staccio, si avvicinò alla finestra di cucina e cominciò a soffiare con la bocca sul miscuglio di chicchi di grano e di loppe. L’osservavo incuriosito: le sue labbra nell’atto di espirare, si allungavano a tal punto da formare una specie di becco di papero.
Mi veniva da ridere.
Qualche cicala friniva debolmente, quasi come sentisse la strana atmosfera che vivevamo. Gli uccelli tacevano. Anche i cannoni degli alleati, piazzati sulle colline di S.Miniato, sembravano concedersi, quel pomeriggio, una lunga siesta.
- Ma che oggi, non sparano mai ? - mi chiesi mentalmente, mentre continuavo a schiccolare le spighe nella pentola che mi aveva passato mio padre.
- Mi piaceva immensamente lo spettacolo dei cannoneggiamenti. Quando udivo il tum, turn del proiettile in partenza, mi precipitavo al finestrino del bagno che dava Sottopoggio, giusto in tempo per udire il sibilo e lo schianto della granata o per vedere la nuvola di fumo e di polvere che sollevava.
Quelle nuvole di fumo mi ricordavano i rari fuochi di artificio che avevo potuto vedere negli anni della mia fanciullezza. Ignaro delle schegge, le cannonate avevano per me la magia dei mortaretti diurni.
- Ma oggi - mi chiedevo – se ne sono dimenticati di cannoneggiare?
I chicchi di grano ,ripuliti dalle loppe, avevano riempito una grossa casseruola. Mio padre li travasò in una federa bianca da guanciale. Udimmo uno scalpiccio per le scale.
— Rina, sei tu?— chiese mio padre portandosi sulla soglia della porta di cucina.
— Sì, sono io,—rispose mia madre — A che punto siete col grano?
Intanto mia madre aveva raggiunto il pianerottolo del nostro appartamento. Proprio in quel momento udii il tum—tum delle cannonate in partenza da S.Miniato. Nel precipitarmi al gabinetto, uno sgabuzzino sistemato sul pianerottolo, incrociai mia madre che, con tono supplichevole mi pregò:
- Non andarci, Roberto. E’ pericoloso!
Non la udii neppure. Entrai nel WC e mi affacciai subito al finestrino. Lo spettacolo era entusiasmante. Mia madre entrò nel bagno in preda ad una visibilissima agitazione.
— Ti prego, esci !Andiamo giù in basso. Sparano troppo vicino,— mi disse in tono ancor più supplichevole e piangendo — E’ pericoloso, non farmi star male, non ho più lacrime!
La mamma uscì subito dallo stanzino e cominciò a scendere le scale. Non potevo far piangere mia madre. Obbedii. Sgattaiolai subito dal gabinetto e, di corsa, la raggiunsi. Quando giungemmo al pianterreno, nell’andito, credevo di trovarci anche mio padre. Non c’era.
- O bab...— ebbi appena il tempo di dire.
Una violenta deflagrazione cancellò l’altra sillaba dalle mie labbra. Polvere e fumo invasero le scale e ci avvolsero, per poi sbuffare in strada attraverso la porta scardinata.
— Antenoreel Antenoreee! — gridò mia madre
— Babbo! Babbo, dove sei? — urlai impaurito.
— Sono salvo. Ora guardo se posso scendere.
Tremai dalla gioia. Volevo corrergli incontro, ma mia madre me lo vietò trattenendomi per un braccio. Dopo qualche minuto, vedemmo comparire mio padre, stravolto dalla paura, imbrattato di polvere, di calcinacci e di fumo, ma, fortunatamente, senza segni di ferite.
Quando il cannoneggiamento ebbe fine, risalimmo le sei rampe di scale per renderci conto dell’accaduto e per consegnare il grano a mia madre. La cannonata aveva centrato in pieno il gabinetto......, da cui ero uscito pochi minuti prima grazie alle preghiere di mia madre.
— Hai visto?— disse piagnucolando la mamma — Se non mi avevi dato retta, a quest’ora…
Non finì la frase. Era troppo emozionata e priva di forze, tanto l’evento era stato eccezionale. Mio padre, nell’atto di consegnare il grano a mia madre, aggiunse soltanto:
— Appena sarà passata la guerra, dobbiamo accendere una candela alla Madonna di Piazza.

Roberto Checchi

 

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