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Io e
mio padre eravamo sfollati nell’ospedale di S. Pietro
Igneo.Ci avevano assegnato una stanzina che dava in via
Castruccio, quasi di fronte alla nostra casa recante il
n. 29.
- Bisogna andare a casa a schiccolare un po' di grano
per mamma e Romano. Mamma dovrebbe venire a casa verso
le 18 - mi disse mio padre, il gomito appoggiato sul
lettino datoci dall’ospedale.
- Allora andiamoci subito- risposi - In istrada ,a
quest’ora, non c’è nemmeno un tedesco.
Il ”cipollone,, (vecchio orologio) di mio padre segnava
appunto le sedici. Avevo 12 anni e non mi rendevo conto
degli eventi che stavo vivendo. Mia madre e mio fratello
Romano, si erano rifugiati nella casa dei nonni materni,
posta davanti all’ospedale, sulla sinistra dell’attuale
negozio di mercerie. Purtroppo nella casa dei nonni non
c’era posto per me e per mio padre Antenore, il sarto di
S. Andrea.
Passando dalla bottega del Cheli, ci fu agevole
attraversare via Castruccio ed infilarci nell’andito
della nostra abitazione. Salimmo le sei rampe di scale
ed entrammo nel nostro cucinone semibuio e disseminato
dei covoni di grano che io andavo a prelevare, quasi
ogni giorno, nei campi abbandonati, appena appena, fuori
del paese.
Mio padre impugnò un paio di forbici gigantesche e
cominciò a recidere le spighe che lasciava cadere sul
piano di marmo del tavolo di cucina.
Menico, il coniglio che tenevamo come riserva di carne,
sbucava ora da questo ora da quell’altro covone.
- Domattina vai a fargli un po’ d’erba - disse mio
padre— E, siccome ai conigli piace anche il vilucchio,
non importa che tu vada lontano, perché il vilucchio lo
trovi anche nei Vallini dell’ospedale. Hai capito?
Così si raccomandò babbo mentre continuava ad armeggiare
con le sue forbicione.
Mentre lui recideva le spighe, io le schiccolavo sopra
uno staccio, stropicciandole fra le palme delle mani.
Quando mio padre ebbe finito di scapocchiare due covoni,
mi porse una pentola, prese lo staccio, si avvicinò alla
finestra di cucina e cominciò a soffiare con la bocca
sul miscuglio di chicchi di grano e di loppe.
L’osservavo incuriosito: le sue labbra nell’atto di
espirare, si allungavano a tal punto da formare una
specie di becco di papero.
Mi veniva da ridere.
Qualche cicala friniva debolmente, quasi come sentisse
la strana atmosfera che vivevamo. Gli uccelli tacevano.
Anche i cannoni degli alleati, piazzati sulle colline di
S.Miniato, sembravano concedersi, quel pomeriggio, una
lunga siesta.
- Ma che oggi, non sparano mai ? - mi chiesi
mentalmente, mentre continuavo a schiccolare le spighe
nella pentola che mi aveva passato mio padre.
- Mi piaceva immensamente lo spettacolo dei
cannoneggiamenti. Quando udivo il tum, turn del
proiettile in partenza, mi precipitavo al finestrino del
bagno che dava Sottopoggio, giusto in tempo per udire il
sibilo e lo schianto della granata o per vedere la
nuvola di fumo e di polvere che sollevava.
Quelle nuvole di fumo mi ricordavano i rari fuochi di
artificio che avevo potuto vedere negli anni della mia
fanciullezza. Ignaro delle schegge, le cannonate avevano
per me la magia dei mortaretti diurni.
- Ma oggi - mi chiedevo – se ne sono dimenticati di
cannoneggiare?
I chicchi di grano ,ripuliti dalle loppe, avevano
riempito una grossa casseruola. Mio padre li travasò in
una federa bianca da guanciale. Udimmo uno scalpiccio
per le scale.
— Rina, sei tu?— chiese mio padre portandosi sulla
soglia della porta di cucina.
— Sì, sono io,—rispose mia madre — A che punto siete col
grano?
Intanto mia madre aveva raggiunto il pianerottolo del
nostro appartamento. Proprio in quel momento udii il tum—tum
delle cannonate in partenza da S.Miniato. Nel
precipitarmi al gabinetto, uno sgabuzzino sistemato sul
pianerottolo, incrociai mia madre che, con tono
supplichevole mi pregò:
- Non andarci, Roberto. E’ pericoloso!
Non la udii neppure. Entrai nel WC e mi affacciai subito
al finestrino. Lo spettacolo era entusiasmante. Mia
madre entrò nel bagno in preda ad una visibilissima
agitazione.
— Ti prego, esci !Andiamo giù in basso. Sparano troppo
vicino,— mi disse in tono ancor più supplichevole e
piangendo — E’ pericoloso, non farmi star male, non ho
più lacrime!
La mamma uscì subito dallo stanzino e cominciò a
scendere le scale. Non potevo far piangere mia madre.
Obbedii. Sgattaiolai subito dal gabinetto e, di corsa,
la raggiunsi. Quando giungemmo al pianterreno,
nell’andito, credevo di trovarci anche mio padre. Non
c’era.
- O bab...— ebbi appena il tempo di dire.
Una violenta deflagrazione cancellò l’altra sillaba
dalle mie labbra. Polvere e fumo invasero le scale e ci
avvolsero, per poi sbuffare in strada attraverso la
porta scardinata.
— Antenoreel Antenoreee! — gridò mia madre
— Babbo! Babbo, dove sei? — urlai impaurito.
— Sono salvo. Ora guardo se posso scendere.
Tremai dalla gioia. Volevo corrergli incontro, ma mia
madre me lo vietò trattenendomi per un braccio. Dopo
qualche minuto, vedemmo comparire mio padre, stravolto
dalla paura, imbrattato di polvere, di calcinacci e di
fumo, ma, fortunatamente, senza segni di ferite.
Quando il cannoneggiamento ebbe fine, risalimmo le sei
rampe di scale per renderci conto dell’accaduto e per
consegnare il grano a mia madre. La cannonata aveva
centrato in pieno il gabinetto......, da cui ero uscito
pochi minuti prima grazie alle preghiere di mia madre.
— Hai visto?— disse piagnucolando la mamma — Se non mi
avevi dato retta, a quest’ora…
Non finì la frase. Era troppo emozionata e priva di
forze, tanto l’evento era stato eccezionale. Mio padre,
nell’atto di consegnare il grano a mia madre, aggiunse
soltanto:
— Appena sarà passata la guerra, dobbiamo accendere una
candela alla Madonna di Piazza.
Roberto Checchi
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