|
Era un
uomo alto, dinoccolato, capelli ondulati, sempre in
divisa e con una cappello alle chepì francese. Gli
operai della Selt Valdarno – oggi Enel – indossavano
appunto abiti da lavoro turchini, irrimediabilmente
spiegazzati, forse perché la stoffa di vergatino non
reggeva le pieghe del ferro da stiro. Erano perciò
operai in divisa e a Fucecchio avevano in Salandra il
loro dirigente. E che dirigente! Era lui che eseguiva
sempre i lavori più pericolosi. Nell’esercizio delle sue
funzioni, non l’ho mai visto a terra. Quante volte,
invece, l’ho visto lassù, in alto, ad armeggiare attorno
ai mensoloni di ferro dotati di isolatori di porcellana
o di vetro. E per salire lassù, in alto, magari nel
sottogronda della Collegiata, quante scale doveva
innestare l’una sull’altra allontanando di una trentina
di centimetri la penultima scala con la spinta di una
gamba appoggiata al muro.
Le cabine elettriche erano il suo Regno. Di giorno e di
notte, quando la corrente “andava via” era lui che
sapientemente interveniva nella cabina giusta e nel
pannello giusto. Sembrava burbero ed invece non perdeva
mai la calma come non perdeva mai nessuna processione
anche se lui, in abito grigio e ben stirato, si
collocava sempre dietro al baldacchino. Noi ragazzi
nutrivamo per Salandra una certa venerazione e soltanto
quando il 14.3.1964 leggemmo il manifesto funerario che
ne annunciava la morte scoprimmo che il suo vero nome
era Giovanni Morelli.
La famiglia di Giovanni Morelli nell’estate del 1944
abitava in via Dante al numero 14 e si componeva di
quattro persone: la moglie, la figlia Carla ed il figlio
Alberto di nove anni. A giugno il nostro Giovanni
cominciò a paventare guai seri per la rete elettrica che
alimentava gli impianti del nostro capoluogo. Tutti i
giorni, nelle ore notturne, il nostro paese veniva
ripetutamente sorvolato da un piccolo aereo che veniva
chiamato “la cicogna” ed anche “la vedova nera”. In una
di quelle sue visite notturne, il pilota della “cicogna”
sganciò una bomba che colpì la casa di Tamburo,
l’ortolano di via Dante. La casa di Tamburo si trovava
in fondo a quel vicolo di via Dante posto fra la
proprietà dei Ceccanti marmisti e l’abitazione di Savino
Lotti, nei paraggi dell’attuale negozio L’enologica.
L’esplosione della bomba svegliò anche la famiglia di
Giovanni Morelli. Un minuto dopo l’esplosione si udirono
grida di aiuto. Era Tamburro che invocava:
- Correte, correte! La mia moglie è ferita. Aiuto.
Giovanni si infilò i pantaloni da lavoro, prese la
fedele torcia elettrica e, senza stare ad ascoltare le
consuete raccomandazioni della consorte, corse subito
nel luogo del sinistro. Macerie e polvere rallentarono
la corsa del Morelli. Tamburo era accovacciato accanto
alla moglie ferita ad una gamba. Il sangue colava
copioso per terra. Sopraggiunsero altre persone.
- Portiamola subito nell’andito di casa mi – disse il
Morelli. E ad una ragazza ordinò perentorio:
- Corri da mia moglie e digli che prepari spirito e
bende molto larghe.
In pochi minuti la donna venne trasportata nel corridoio
del fabbricato del Morelli.
- Non c’è tempo da perdere. Bisogna arrestare
l’emorragia altrimenti muore dissanguata.
Strappò dalle mani di sua moglie le larghe bende e
praticò una fasciatura stretta della gamba ferita con
tutta la forza delle sue braccia.
- Trovatemi subito un carretto, ché bisogna portarla
subito all’ospedale.
Qualcuno osservò:
- Ma è troppo pericoloso farsi vedere in paese con un
carretto: c’è il coprifuoco.
- A me non fanno niente. Ho un permesso che mi consente
di spostarmi anche di notte.
Arrivò il carretto. Vi venne distesa la donna. Il
Morelli e Tamburo, a passo svelto, portarono la donna
all’ospedale.
Il dottor Rosati Ilson, medico di turno, esaminò
attentamente, grazie alla luce elettrica, la ferita ed
emise questa prognosi:
- Questa donna si salverà soprattutto per merito di chi
le ha praticato la fasciatura della gamba. Poteva morire
dissanguata prima di giungere in ospedale.
Tamburo rimase in ospedale ad assistere la moglie. Il
Morelli ridiscese da Sottopoggio per raggiungere senza
esser visto la sua abitazione.
Mentre scendeva le scarelle rifletté a lungo sulle
conseguenze che ne sarebbero derivate se quella bomba
notturna avesse colpito una delle tante cabine
elettriche disseminate nel nostro capoluogo. E se avesse
colpito la cabina del Poggetto ( Piazza Alberighi ) ? E
si immaginò l’ospedale al buio e senza acqua corrente.
Si portò le mani fra i capelli. La guerra, se fosse
passata anche da Fucecchio, avrebbe potuto distruggere
completamente tutta la rete per la erogazione della
corrente elettrica. Che disastro !
Poche notti dopo un infermiere fu mandato a casa di
Giovanni Morelli. I motori elettrici che mettevano in
movimento l’impianto idrico dell’ospedale si erano
fermati. Non arrivava corrente. Il Morelli, insieme
all’infermiere, munito di manicotto rosso, si portò
subito all’ospedale. Giunti all’altezza di piazza
Garibaldi i due vennero fermati da una pattuglia
tedesca. Il Morelli esibì l’autorizzazione rilasciatagli
dal Comando Tedesco e poté raggiungere l’ospedale.
Il Comando Tedesco, l’indomani, convocò il Morelli e gli
revocò seduta stante l’autorizzazione a raggiungere
l’ospedale di notte. Non solo. Qualche giorno dopo gli
prescrissero di non occuparsi più della rete elettrica
di Fucecchio. Il suo stato di servizio venne perciò
bruscamente interrotto. Salandra accusò il colpo. Lui
non poteva e non voleva sentirsi inutile.
Un medico gli fece sapere che i tedeschi, ormai
numerosissimi nel nostro capoluogo, avevano progettato
di minare tutte le cabine elettriche per farle saltare
quando si fossero ritirati. Il fronte si avvicinava ogni
giorno di più. Il Morelli aveva particolarmente a cuore
la cabina del Poggetto, quella che erogava la corrente
all’ospedale ed al paese alto. Voleva fare qualcosa per
salvare dalla distruzione almeno quella cabina.
Il Morelli seppe che proprio nella casa vicina alla
cabina abitava un giovane che svolgeva la mansione di
interprete presso il Comando Tedesco. Questo giovane era
un italiano. Salandra, forte del suo amore per il paese,
ma soprattutto per l’ospedale, andò a trovarlo.
- Lei solo – concluse Salandra - potrà compiere il
miracolo di salvare questa cabina che vediamo dalla
finestra. Gliene saranno riconoscenti i paesani di oggi
e le generazioni future quando leggeranno della sua
impresa. Sì, lei potrebbe tentare prima di tutto di
convincere il Comando Tedesco a risparmiare almeno
questa cabina che eroga la corrente all’ospedale; se poi
il Comando non recedesse dal proposito della
distruzione, .al momento opportuno, essendo
insospettabile, potrà recidere i fili della dinamite o
togliere le saponette della medesima. Se fossi ricco le
darei tutto il mio patrimonio. Posso solo donarle
oggetti difficilmente reperibili : sigarette, camicie di
lusso e scarpe eleganti o calzature resistenti. Se le
accetta volentieri domani posso portargliene alcuni
anticipi.
Il giovane non dissentì. L’indomani il Morelli ritornò a
casa dell’interprete e lo gratificò di numerosi doni.
Mio padre, ricco dell’esperienza della Prima Guerra
Mondiale, temendo che la cicogna ritornasse a regalare
al centro abitato i suoi confetti mortali, disse ai
propri congiunti che sarebbe stato molto più conveniente
trasferirsi in periferia.
- Potremmo trasferirci in casa di mia madre – suggerì
Iolanda, la moglie di Giovanni.
La proposta piacque molto allo sposo che, senza perdere
un minuto di tempo, subito dopo aver pranzato, andò in
bici dalla suocera che abitava nell’attuale via Padre
Vincenzo Checchi, nella zona Samo, in mezzo alla
campagna. La suocera, Annunziata Testi, sessantatreenne,
si dichiarò dispostissima e felicissima di ospitare
tutta la famiglia di sua figlia.
Il giorno dopo, di buon mattino, la famiglia di Salandra
effettuò il primo sfollamento, non coatto, nella casa
della nonna materna. Quando nella zona Samo si seppe che
il Morelli si era trasferito con tutta la famiglia nella
casa della suocera Annunziata Testi, molte persone del
luogo furono felici di andare a trovarlo per scambiare
con lui notizie e pareri. Naturalmente gli venivano
chieste anche previsioni sul possibile stato in cui si
sarebbero trovati gli impianti elettrici se l’Arno fosse
diventato linea di fronte. In Samo si trovavano dal
maggio dell’anno precedente alcune famiglie di sfollati
livornesi che vollero conoscere il dipendente della Selt
Valdarno famoso ovunque per il suo attaccamento al
lavoro, per la scrupolosità con cui cercava di obbedire
alla voce del dovere.
Molti, attribuendogli doti di grande stratega, gli
chiedevano delle anticipazioni sulla sorte della
popolazione del nostro centro abitato.
- Se Fucecchio diventerà zona di guerra il numero delle
vittime civili sarà proporzionale alla durata delle
operazioni belliche. Io ho una grande paura che gli
Americani ci penseranno cento volte prima di ingaggiare
un conflitto con i tedeschi per accelerare
l’attraversamento dell’Arno. La liberazione dell’Italia
non gli sta punto a cuore. Gli americani sanno che la
guerra si vincerà nel nord dell’Europa.
- E allora che cosa si dovrebbe fare?
- Personalmente, appena scatterà l’allarme “pericolo di
guerra” andrò dall’altra parte dell’Arno, verso S.
Miniato. I tedeschi cercheranno di resistere al di qua
dell’Arno, cioè a Fucecchio, S. Croce, Castelfranco,
Pontedera..
Gli interlocutori prestavano credito a quanto sosteneva
il Morelli, però non trovavano saggia la decisione di
andarsi a rifugiare in quel di S. Miniato.
Il pericolo non tardò a farsi sentire. Poco prima che
finisse giugno, il mese tanto caro a don Giuseppe
Marradi, cappellano delle monache clarisse del Poggio
Salamartano, di notte, la solita “vedova nera” lasciò
cadere un altro confetto che esplose in un campo vicino
alla casa della Testi. Alberto che aveva appena nove
anni ne rimase un po' scioccato. Il padre cercò di
rassicurarlo, se lo teneva sempre vicino; ma la paura di
altre esplosioni a distanza così ravvicinata aveva
incrinato la serenità del ragazzo.
Intanto, quasi tutte le mattine, venivano dei
cacciabombardieri a bombardare il nostro ponte ancora
giovane – era stato inaugurato nel 1867: aveva soltanto
77 anni, una inezia di tempo per un ponte in muratura
come il nostro. La mattina del 2 luglio, era di
domenica, verso le ore 7, i cacciabombardieri lo
centrarono e lo distrussero.
- Finalmente ! – esclamarono in molti. La maggior parte
dei fucecchiesi erano ora convinti che l’abbattimento
del ponte avrebbe segnato la fine dei bombardamenti e,
in sottordine, della guerra. Di diverso avviso era
invece il buon Salandra.
La sera, a cena, presente il fratello di sua moglie, il
Morelli propose di lasciare quanto prima Fucecchio e di
sfollare nel comune di S. Miniato. Il cognato Bruno, che
aveva potuto ascoltare anche i pareri del proprietario
della ferriera fucecchiese, “l’Ademollo”, approvò
incondizionatamente la proposta del cognato Giovanni.
Iolanda, pur fiduciosa in suo marito, insinuò:
- E dove e da chi andiamo?
- Si va a Marzana – le rispose il fratello – Dario
Parrini, il parente della moglie del mio padrone Ugo
Ademollo, sarà felice di ospitarci. Io lo conosco molto
bene.
- Io, - affermò la suocera del Morelli – desidero venire
insieme a voi. Avrei paura a rimanere qui da sola.
Iolanda, Bruno, Giovanni. e i nipoti si mostrarono
felici di avere la nonna in loro compagnia.
La sera dopo, Bruno Testi informò i commensali che i
tedeschi stavano realizzando, con mano d’opra italiana e
con il materiale della vicina fabbrica di laterizi, una
passerella sull’Arno in corrispondenza del guado di
Suero.
- Si potrebbe passare di lì, appena ci decidiamo di
trasferirci a Marzana di S. Miniato.
Salandra, contrariamente al solito, parve non prendere
nemmeno in considerazione la proposta del cognato.
La sera successiva, Bruno raccontò che molti fucecchiesi
avevano utilizzato quella passerella ormai pronta per
andare a rubare fagioli e patate nella campagna di S.
Pierino. Salandra si alzò ed annunciò con una certa
solennità:
- Domani mattina presto sfolleremo a Marzana, Non
useremo la passerella per attraversare l’Arno. Ho
parlato col Billi Emilio, il renaiolo di Samo. Ci
aspetterà a Saettino e attraverseremo l’Arno sopra il
suo barcone. Mi ha detto che potremo portare con noi le
nostre biciclette e tutta la roba che desideriamo.
Alle cinque tutta la famiglia Morelli, la suocera e
Bruno Testi con la moglie Norina si portarono in
bicicletta a Saettino. Sui portabagagli delle bici , uno
davanti al manubrio, e uno dietro la sella, vennero
caricate moltissime cose. Emilio Billi trasportò
sull’altra riva dell’Arno, prima le sette persone e poi
le biciclette degli adulti e quelle piccole dei due
figli di Giovanni. La traversata durò pochissimi minuti.
Di tedeschi non fu vista neppure l’ombra. Poi la
comitiva in fila indiana e con alla testa Bruno,
l’autotrasportatore delle ferriera, inoltrandosi in
viottole prima pianeggianti e poi quasi sempre in
salita, verso le un dici del mattino riuscirono a
raggiungere la casa del Parrini a Marzana, leggermente a
sud dei Cappuccini di S. Miniato. In località Marzana
trovarono altri fucecchiesi ed alcune famiglie di S.
Pierino.
Salandra, come sempre ligio al dovere e desideroso di
rendersi utile alla sua Selt Valdarno, tutte le mattine
lasciava Marzana ed andava nel capoluogo, San Miniato,
dove , insieme ad altri due operai locali della medesima
Selt, cercava di recuperare tutto il materiale elettrico
reperibile in mezzo alle macerie: cavi elettrici,
trasformatori, contatori, mensole, isolatori.
Il 15 luglio, in località Paesante, nei pressi di
Marzana, un colonna di carrarmati tedeschi venne colpita
dalle artiglierie americane. Il Testi, dai rottami di un
carrarmato recuperò una scatola metallica piena di
arnesi che si rivelarono preziosissimi.
Il 21 luglio, mentre a Fucecchio veniva decretato lo
sfollamento obbligatorio, a S. Miniato venne imposto il
coprifuoco e vennero organizzati dai tedeschi i primi
rastrellamenti. Il Morelli capì che sarebbe stato troppo
pericoloso continuare l’operazione di recupero del
materiale elettrico per conto della sua Valdarno.
Aiutato da alcuni esperti del luogo riuscì a rientrare a
Marzana senza cadere nelle spire dei tedeschi. Quel
giorno stesso decise che a S. Miniato non sarebbe più
ritornato fino all’arrivo degli americani. Cominciarono
per Giovanni e Bruno i giorni più pericolosi della loro
permanenza nel comune di S. Miniato.
Il giorno 22, alle ore 18, la popolazione di Marzana
venne a conoscenza dell’eccidio avvenuto al mattino nel
duomo di S. Miniato. Chi avvalorò la tesi della
rappresaglia tedesca; altri , invece, davano per certo
che si fosse trattato di una granata americana penetrata
all’interno della chiesa da una finestra.
Di queste cose se ne parlava dentro il rifugio che Dario
Parrini e Bruno Testi avevano preparato in previsione
del peggio. Il 22 e il 23 luglio le artiglierie
americane vomitarono anche nella zona di Marzana
centinaia di proiettili. I Morelli se ne stavano
rintanati dalla mattina alla sera ed anche di notte nel
rifugio. Erano poche le pause concesse dalle artiglierie
alleate.
La mattina del 24 i cannoni tacquero. Nessuno, però,
aveva il coraggio di uscire fuori. Si temeva che gli
spari delle artiglierie potessero riprendere da un
momento all’altro con maggiore veemenza.
Verso le dieci del mattino, dalla bocca del loro rifugio
i Morelli intravidero due ombre: erano due soldati
armati e silenziosi. I Morelli si impaurirono. Temettero
che fosse giunta la loro fine. Col terrore nel cuore
aspettarono che venisse emessa la fatidica parola “Kaput!”.
E invece:
- Niente paura. Noi americani. Uscire! Uscire!
L’incubo della guerra per i famigliari di Salandra era
finito. Memori della propaganda fascista, si temettero
le violenze dei marocchini. Purtroppo quelle violenze
erano reali. Fortunatamente i marocchini non passarono
da S. Miniato. Arrivarono quasi subito le colonne della
Quinta Armata americana e dileguò così anche il timore
degli stupri da parte delle truppe di colore, marocchini
in particolare.
Alberto e Carla, i figli Giovanni, vissero, dopo quel 24
luglio, momenti indimenticabili, quasi magici.
Cioccolate, tubetti di caramelle con il buco, pollo in
scatola, marmellata di noccioline, tè, pane superbianco,
gomme da masticare: sembrava loro di essere nel paese di
Bengodi.
Giovanni, invece, per niente distratto dalle sigarette e
dalla sovrabbondanza del cibo americano, pensava
continuamente alla sorte di Fucecchio e dei fucecchiesi.
Da alcuni sampierinesi aveva saputo che anche la
popolazione di quella frazione era stata costretta a
sfollare, per ordine dei tedeschi, il 16 luglio.
Passata la tempesta, durata peraltro pochissimi giorni,
i coniugi Morelli ripresero a lavorare a pieno regime.
Giovanni, convocato a S. Miniato, riprese a
ripristinare, per quanto possibile, le linee elettriche.
Iolanda, invece, da brava sarta, cuciva ed aggiustava
vestiti per le famiglie locali.
Alberto e Carla si godettero pienamente il mese di
agosto quasi ebbri di tutto ciò che la campagna e gli
americani offrivano loro a mani piene. Un soldato
americano, ammirato dalla bravura di Alberto che nel
volgere di pochi giorni aveva imparato alcuni vocaboli
inglesi, volle donargli il dizionario speciale –
inglese-italiano – di cui ogni militare era dotato. Quel
dizionario consentiva alle truppe alleate di farsi
capire dagli italiani. Alberto e Carla si erano perfino
dimenticati della loro Fucecchio. Iolanda, Giovanni e
Bruno si mostravano molto preoccupati e soprattutto
contrariati per non avere la possibilità di sapere
qualcosa di preciso sul loro paese.
Soltanto verso la fine di agosto i Morelli seppero
qualcosa di preciso da padre Nazzareno Poletti, un
francescano del convento La Vergine che aveva
attraversato nottetempo l’Arno ed era venuto fino a
Marzana col proposito di parlare con il Comando
Americano. In attesa di essere ricevuto, sostò nel
negozio di generi alimentari di Marzana e raccontò dello
sfollamento, dei numerosi morti nelle zone di Samo, di
Padule, di Torre. Raccontò, poi, che pochi giorni prima
i tedeschi avevano effettuato un rappresaglia in Padule.
Alla fine spiegò:
- Io son venuto fin qui per dire agli americani che a
Fucecchio li stiamo aspettando e che di tedeschi in
paese non ce ne sono nemmeno venti. Che si decidano una
buona volta a venirci a liberare! E se non daranno
ascolto alle mie raccomandazioni, ritornerò a
tormentarli fino a che non si decideranno ad
attraversare l’Arno.
Alberto, il figlio del Morelli, ascoltò con vivo
interesse quanto riferì quel frate, alto, occhialuto e
incredibilmente disinibito. Se avesse potuto, lo avrebbe
abbracciato. Ed in cuor suo, Alberto gli disse:
“Bravo! Bisognerebbe che tutti fossero come te.”
Non fu necessario che padre Nazzareno Poletti ritornasse
a S. Miniato.
La mattina del primo settembre, i cucinieri che
distribuivano tutte le mattine caffè caldo ai marzanesi
che lo desideravano dissero con il loro italiano un po'
strascicato:
- Questa mattina, da ore cinque, nostri soldati
attraversare Arno Castelfranco.
Salandra, rompendo la scaletta delle sue attività
quotidiane, ritornò alla casa di Dario Parrini.
- E’ successo qualcosa ? – chiese la moglie visibilmente
turbata nel vedere il marito rientrare a casa.
- Ci siamo ! – annunciò trionfante il Morelli – Gli
americani stanno attraversando l’Arno fra Santa Croce e
Castelfranco. Perciò cominciate a preparare le nostre
poche carabattole. Domani mattina si potrebbe ritornare
a Fucecchio. Stasera, quando rientrerò da S. Miniato,
decideremo. A Fucecchio ci sarà tanto bisogno di me.
Quella sera il Morelli ritornò a casa in anticipo. La
moglie capì subito che l’indomani avrebbe dovuto
abbandonare la casa di Dario Parrini alla quale si era
particolarmente affezionata. Iolanda chiamò i figli, la
madre, il fratello Bruno e la cognata Norina. Il Morelli
annunciò senza alcuna enfasi:
- Domattina dobbiamo rientrare a Fucecchio. Me lo hanno
ordinato i dirigenti della Valdarno. I tedeschi stanno
ritirandosi nel pistoiese. La guerra per noi è finita;
ma domani, vedrete, cominceranno altre battaglie. I
dirigenti mi hanno raccomandato di stare molto attenti
alle mine. I tedeschi le hanno seminate dappertutto.
Perciò, quando in bicicletta percorreremo vie e
viottole, dobbiamo stare sempre al centro della
carreggiata. Le mine non vengono mai messe in mezzo alla
strada ma ai lati dove passano le ruote dei veicoli.
Dario Parrini, quando seppe del ritorno dei Morelli a
Fucecchio, pianse: ne era troppo dispiaciuto.
Quella notte che precedette il rientro dei Morelli a
Fucecchio si scatenò un forte temporale. Salandra pensò
all’Arno e alla passerella sulla quale questa volta lo
avrebbero attraversato. Quel temporale avrebbe potuto
sollevare di non pochi centimetri il livello dell’Arno
che era stato in secca per tutto il mese di Agosto.
Con le biciclette attrezzate di portabagagli, così come
erano arrivati, i Morelli verso le otto del mattino
ripartirono da Marzana alla volta di Fucecchio. Mentre
dall’erta scendevano verso Ventignano si impattarono con
il profilo del panorama di Fucecchio: la torre di
Castruccio non c’era più. Prima di mettere piede in
Ventignano che fa parte del territorio comunale di
Fucecchio si parò loro davanti una immagine
raccapricciante: un carro agricolo, di quelli rossi,
carico di masserizie, era stato sicuramente schiantato
dall’esplosione di una mina di cui anche i Morelli, una
mezz’ora prima avevano udito la deflagrazione. Nella
casa vicina si urlava per la disperazione. Salandra si
fermò ed entrò nella casa da cui giungevano quelle grida
di disperazione. Ci entrò anche Bruno. Quando, dopo
pochissimi minuti ne riuscirono, entrambi scuotevano la
testa.
- Le mine – disse sconsolatamente Giovanni – hanno già
mietuto una vittima. Mi raccomando: state molto attenti.
Verso le undici raggiunsero l’Arno e si portarono nel
luogo dove c’era la passerella, in corrispondenza della
casa, anzi del podere di Suero, posto fra il ponte e
Saettino. C’erano molte persone. Qualcuno spiegò:
- E’ in brutte condizioni perché un aereo americano,
qualche giorno fa la mitragliò ripetutamente.
Un altro soggiunse:
- I tedeschi l’avevano minata. Alcuni artificieri
americani sono riusciti a sminarla. Eccole là da una
parte le quattordici mine anticarro.
Il livello dell’Arno , per effetto dei piovaschi che si
erano abbattuti di notte in tutta la Toscana, era salito
di alcune decine di centimetri.
Sulla riva opposta c’erano anche Ermete Zucconi e suo
padre Vittorio di Saettino, amici dei Morelli. Furono
proprio loro che suggerirono a Giovanni come e cosa
doveva fare per guadare senza eccessive difficoltà il
fiume. Alberto e Carla furono trasportati sull'altra
sponda dell'Arno a spalla da alcuni adulti. I coniugi
Morelli, la suocera, Bruno Testi e sua moglie Norina
dovettero invece inzupparsi e reggersi ad una scala a
pioli preventivamente distesa a velo d’acqua come se
fosse la spalliera di un ponte. I medesimi che si erano
caricati Alberto e Carla sulle spalle provvidero a
guadare e i pacchi legati ai portabagagli e le
biciclette.
A mezzogiorno quando fecero il loro ingresso in paese, a
piedi, per l’ingombro delle macerie, rimasero
esterrefatti nel vedere tutte le rovine causate dalla
guerra. Anche la via Dante era irriconoscibile: le mine
fatte brillare dai tedeschi prima della loro ritirata
avevano sfigurato quella magnifica strada che, senza
nemmeno una curva, porta dritta dritta a S. Croce. Il
palazzo del Taddei, la casa della maestra Biagetti, il
fabbricato dove abitava il Priorino, don Palmiro
Ghimenti, e quella del maestro di musica Savino Lotti
non esistevano più. L’ingegner Chelini ed il dottor
Bertoncini erano riusciti con una operazione temeraria
di antisminamento a salvare i loro fabbricati.
Ma il cuore di Salandra lanciava dei segnali ben
precisi.
- Mentre voi preparate qualcosa da mangiare io devo
andare nel Poggetto.
Il richiamo di quella cabina era stato più forte della
desolazione che aveva interiormente devastato i suoi
familiari. La cabina del Poggetto era rimasta integra.
Quell’interprete era riuscito a salvarla.
Il sorriso riaffiorò sul volto di Salandra. Lui, così
flemmatico e misurato, accelerò la sua andatura, si
strusciò con le mani i suoi capelli lievemente ondulati
e, quasi saltellando, raggiunse i suoi nella casa
rimasta miracolosamente illesa.
|