GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Salandra, protagonista silenzioso, quando Fucecchio diventò zona di guerra nell’estate del 1944

 

Era un uomo alto, dinoccolato, capelli ondulati, sempre in divisa e con una cappello alle chepì francese. Gli operai della Selt Valdarno – oggi Enel – indossavano appunto abiti da lavoro turchini, irrimediabilmente spiegazzati, forse perché la stoffa di vergatino non reggeva le pieghe del ferro da stiro. Erano perciò operai in divisa e a Fucecchio avevano in Salandra il loro dirigente. E che dirigente! Era lui che eseguiva sempre i lavori più pericolosi. Nell’esercizio delle sue funzioni, non l’ho mai visto a terra. Quante volte, invece, l’ho visto lassù, in alto, ad armeggiare attorno ai mensoloni di ferro dotati di isolatori di porcellana o di vetro. E per salire lassù, in alto, magari nel sottogronda della Collegiata, quante scale doveva innestare l’una sull’altra allontanando di una trentina di centimetri la penultima scala con la spinta di una gamba appoggiata al muro.
Le cabine elettriche erano il suo Regno. Di giorno e di notte, quando la corrente “andava via” era lui che sapientemente interveniva nella cabina giusta e nel pannello giusto. Sembrava burbero ed invece non perdeva mai la calma come non perdeva mai nessuna processione anche se lui, in abito grigio e ben stirato, si collocava sempre dietro al baldacchino. Noi ragazzi nutrivamo per Salandra una certa venerazione e soltanto quando il 14.3.1964 leggemmo il manifesto funerario che ne annunciava la morte scoprimmo che il suo vero nome era Giovanni Morelli.
La famiglia di Giovanni Morelli nell’estate del 1944 abitava in via Dante al numero 14 e si componeva di quattro persone: la moglie, la figlia Carla ed il figlio Alberto di nove anni. A giugno il nostro Giovanni cominciò a paventare guai seri per la rete elettrica che alimentava gli impianti del nostro capoluogo. Tutti i giorni, nelle ore notturne, il nostro paese veniva ripetutamente sorvolato da un piccolo aereo che veniva chiamato “la cicogna” ed anche “la vedova nera”. In una di quelle sue visite notturne, il pilota della “cicogna” sganciò una bomba che colpì la casa di Tamburo, l’ortolano di via Dante. La casa di Tamburo si trovava in fondo a quel vicolo di via Dante posto fra la proprietà dei Ceccanti marmisti e l’abitazione di Savino Lotti, nei paraggi dell’attuale negozio L’enologica. L’esplosione della bomba svegliò anche la famiglia di Giovanni Morelli. Un minuto dopo l’esplosione si udirono grida di aiuto. Era Tamburro che invocava:
- Correte, correte! La mia moglie è ferita. Aiuto.
Giovanni si infilò i pantaloni da lavoro, prese la fedele torcia elettrica e, senza stare ad ascoltare le consuete raccomandazioni della consorte, corse subito nel luogo del sinistro. Macerie e polvere rallentarono la corsa del Morelli. Tamburo era accovacciato accanto alla moglie ferita ad una gamba. Il sangue colava copioso per terra. Sopraggiunsero altre persone.
- Portiamola subito nell’andito di casa mi – disse il Morelli. E ad una ragazza ordinò perentorio:
- Corri da mia moglie e digli che prepari spirito e bende molto larghe.
In pochi minuti la donna venne trasportata nel corridoio del fabbricato del Morelli.
- Non c’è tempo da perdere. Bisogna arrestare l’emorragia altrimenti muore dissanguata.
Strappò dalle mani di sua moglie le larghe bende e praticò una fasciatura stretta della gamba ferita con tutta la forza delle sue braccia.
- Trovatemi subito un carretto, ché bisogna portarla subito all’ospedale.
Qualcuno osservò:
- Ma è troppo pericoloso farsi vedere in paese con un carretto: c’è il coprifuoco.
- A me non fanno niente. Ho un permesso che mi consente di spostarmi anche di notte.
Arrivò il carretto. Vi venne distesa la donna. Il Morelli e Tamburo, a passo svelto, portarono la donna all’ospedale.
Il dottor Rosati Ilson, medico di turno, esaminò attentamente, grazie alla luce elettrica, la ferita ed emise questa prognosi:
- Questa donna si salverà soprattutto per merito di chi le ha praticato la fasciatura della gamba. Poteva morire dissanguata prima di giungere in ospedale.
Tamburo rimase in ospedale ad assistere la moglie. Il Morelli ridiscese da Sottopoggio per raggiungere senza esser visto la sua abitazione.
Mentre scendeva le scarelle rifletté a lungo sulle conseguenze che ne sarebbero derivate se quella bomba notturna avesse colpito una delle tante cabine elettriche disseminate nel nostro capoluogo. E se avesse colpito la cabina del Poggetto ( Piazza Alberighi ) ? E si immaginò l’ospedale al buio e senza acqua corrente. Si portò le mani fra i capelli. La guerra, se fosse passata anche da Fucecchio, avrebbe potuto distruggere completamente tutta la rete per la erogazione della corrente elettrica. Che disastro !
Poche notti dopo un infermiere fu mandato a casa di Giovanni Morelli. I motori elettrici che mettevano in movimento l’impianto idrico dell’ospedale si erano fermati. Non arrivava corrente. Il Morelli, insieme all’infermiere, munito di manicotto rosso, si portò subito all’ospedale. Giunti all’altezza di piazza Garibaldi i due vennero fermati da una pattuglia tedesca. Il Morelli esibì l’autorizzazione rilasciatagli dal Comando Tedesco e poté raggiungere l’ospedale.
Il Comando Tedesco, l’indomani, convocò il Morelli e gli revocò seduta stante l’autorizzazione a raggiungere l’ospedale di notte. Non solo. Qualche giorno dopo gli prescrissero di non occuparsi più della rete elettrica di Fucecchio. Il suo stato di servizio venne perciò bruscamente interrotto. Salandra accusò il colpo. Lui non poteva e non voleva sentirsi inutile.
Un medico gli fece sapere che i tedeschi, ormai numerosissimi nel nostro capoluogo, avevano progettato di minare tutte le cabine elettriche per farle saltare quando si fossero ritirati. Il fronte si avvicinava ogni giorno di più. Il Morelli aveva particolarmente a cuore la cabina del Poggetto, quella che erogava la corrente all’ospedale ed al paese alto. Voleva fare qualcosa per salvare dalla distruzione almeno quella cabina.
Il Morelli seppe che proprio nella casa vicina alla cabina abitava un giovane che svolgeva la mansione di interprete presso il Comando Tedesco. Questo giovane era un italiano. Salandra, forte del suo amore per il paese, ma soprattutto per l’ospedale, andò a trovarlo.
- Lei solo – concluse Salandra - potrà compiere il miracolo di salvare questa cabina che vediamo dalla finestra. Gliene saranno riconoscenti i paesani di oggi e le generazioni future quando leggeranno della sua impresa. Sì, lei potrebbe tentare prima di tutto di convincere il Comando Tedesco a risparmiare almeno questa cabina che eroga la corrente all’ospedale; se poi il Comando non recedesse dal proposito della distruzione, .al momento opportuno, essendo insospettabile, potrà recidere i fili della dinamite o togliere le saponette della medesima. Se fossi ricco le darei tutto il mio patrimonio. Posso solo donarle oggetti difficilmente reperibili : sigarette, camicie di lusso e scarpe eleganti o calzature resistenti. Se le accetta volentieri domani posso portargliene alcuni anticipi.
Il giovane non dissentì. L’indomani il Morelli ritornò a casa dell’interprete e lo gratificò di numerosi doni.
Mio padre, ricco dell’esperienza della Prima Guerra Mondiale, temendo che la cicogna ritornasse a regalare al centro abitato i suoi confetti mortali, disse ai propri congiunti che sarebbe stato molto più conveniente trasferirsi in periferia.
- Potremmo trasferirci in casa di mia madre – suggerì Iolanda, la moglie di Giovanni.
La proposta piacque molto allo sposo che, senza perdere un minuto di tempo, subito dopo aver pranzato, andò in bici dalla suocera che abitava nell’attuale via Padre Vincenzo Checchi, nella zona Samo, in mezzo alla campagna. La suocera, Annunziata Testi, sessantatreenne, si dichiarò dispostissima e felicissima di ospitare tutta la famiglia di sua figlia.
Il giorno dopo, di buon mattino, la famiglia di Salandra effettuò il primo sfollamento, non coatto, nella casa della nonna materna. Quando nella zona Samo si seppe che il Morelli si era trasferito con tutta la famiglia nella casa della suocera Annunziata Testi, molte persone del luogo furono felici di andare a trovarlo per scambiare con lui notizie e pareri. Naturalmente gli venivano chieste anche previsioni sul possibile stato in cui si sarebbero trovati gli impianti elettrici se l’Arno fosse diventato linea di fronte. In Samo si trovavano dal maggio dell’anno precedente alcune famiglie di sfollati livornesi che vollero conoscere il dipendente della Selt Valdarno famoso ovunque per il suo attaccamento al lavoro, per la scrupolosità con cui cercava di obbedire alla voce del dovere.
Molti, attribuendogli doti di grande stratega, gli chiedevano delle anticipazioni sulla sorte della popolazione del nostro centro abitato.
- Se Fucecchio diventerà zona di guerra il numero delle vittime civili sarà proporzionale alla durata delle operazioni belliche. Io ho una grande paura che gli Americani ci penseranno cento volte prima di ingaggiare un conflitto con i tedeschi per accelerare l’attraversamento dell’Arno. La liberazione dell’Italia non gli sta punto a cuore. Gli americani sanno che la guerra si vincerà nel nord dell’Europa.
- E allora che cosa si dovrebbe fare?
- Personalmente, appena scatterà l’allarme “pericolo di guerra” andrò dall’altra parte dell’Arno, verso S. Miniato. I tedeschi cercheranno di resistere al di qua dell’Arno, cioè a Fucecchio, S. Croce, Castelfranco, Pontedera..
Gli interlocutori prestavano credito a quanto sosteneva il Morelli, però non trovavano saggia la decisione di andarsi a rifugiare in quel di S. Miniato.
Il pericolo non tardò a farsi sentire. Poco prima che finisse giugno, il mese tanto caro a don Giuseppe Marradi, cappellano delle monache clarisse del Poggio Salamartano, di notte, la solita “vedova nera” lasciò cadere un altro confetto che esplose in un campo vicino alla casa della Testi. Alberto che aveva appena nove anni ne rimase un po' scioccato. Il padre cercò di rassicurarlo, se lo teneva sempre vicino; ma la paura di altre esplosioni a distanza così ravvicinata aveva incrinato la serenità del ragazzo.
Intanto, quasi tutte le mattine, venivano dei cacciabombardieri a bombardare il nostro ponte ancora giovane – era stato inaugurato nel 1867: aveva soltanto 77 anni, una inezia di tempo per un ponte in muratura come il nostro. La mattina del 2 luglio, era di domenica, verso le ore 7, i cacciabombardieri lo centrarono e lo distrussero.
- Finalmente ! – esclamarono in molti. La maggior parte dei fucecchiesi erano ora convinti che l’abbattimento del ponte avrebbe segnato la fine dei bombardamenti e, in sottordine, della guerra. Di diverso avviso era invece il buon Salandra.
La sera, a cena, presente il fratello di sua moglie, il Morelli propose di lasciare quanto prima Fucecchio e di sfollare nel comune di S. Miniato. Il cognato Bruno, che aveva potuto ascoltare anche i pareri del proprietario della ferriera fucecchiese, “l’Ademollo”, approvò incondizionatamente la proposta del cognato Giovanni.
Iolanda, pur fiduciosa in suo marito, insinuò:
- E dove e da chi andiamo?
- Si va a Marzana – le rispose il fratello – Dario Parrini, il parente della moglie del mio padrone Ugo Ademollo, sarà felice di ospitarci. Io lo conosco molto bene.
- Io, - affermò la suocera del Morelli – desidero venire insieme a voi. Avrei paura a rimanere qui da sola.
Iolanda, Bruno, Giovanni. e i nipoti si mostrarono felici di avere la nonna in loro compagnia.
La sera dopo, Bruno Testi informò i commensali che i tedeschi stavano realizzando, con mano d’opra italiana e con il materiale della vicina fabbrica di laterizi, una passerella sull’Arno in corrispondenza del guado di Suero.
- Si potrebbe passare di lì, appena ci decidiamo di trasferirci a Marzana di S. Miniato.
Salandra, contrariamente al solito, parve non prendere nemmeno in considerazione la proposta del cognato.
La sera successiva, Bruno raccontò che molti fucecchiesi avevano utilizzato quella passerella ormai pronta per andare a rubare fagioli e patate nella campagna di S. Pierino. Salandra si alzò ed annunciò con una certa solennità:
- Domani mattina presto sfolleremo a Marzana, Non useremo la passerella per attraversare l’Arno. Ho parlato col Billi Emilio, il renaiolo di Samo. Ci aspetterà a Saettino e attraverseremo l’Arno sopra il suo barcone. Mi ha detto che potremo portare con noi le nostre biciclette e tutta la roba che desideriamo.
Alle cinque tutta la famiglia Morelli, la suocera e Bruno Testi con la moglie Norina si portarono in bicicletta a Saettino. Sui portabagagli delle bici , uno davanti al manubrio, e uno dietro la sella, vennero caricate moltissime cose. Emilio Billi trasportò sull’altra riva dell’Arno, prima le sette persone e poi le biciclette degli adulti e quelle piccole dei due figli di Giovanni. La traversata durò pochissimi minuti. Di tedeschi non fu vista neppure l’ombra. Poi la comitiva in fila indiana e con alla testa Bruno, l’autotrasportatore delle ferriera, inoltrandosi in viottole prima pianeggianti e poi quasi sempre in salita, verso le un dici del mattino riuscirono a raggiungere la casa del Parrini a Marzana, leggermente a sud dei Cappuccini di S. Miniato. In località Marzana trovarono altri fucecchiesi ed alcune famiglie di S. Pierino.
Salandra, come sempre ligio al dovere e desideroso di rendersi utile alla sua Selt Valdarno, tutte le mattine lasciava Marzana ed andava nel capoluogo, San Miniato, dove , insieme ad altri due operai locali della medesima Selt, cercava di recuperare tutto il materiale elettrico reperibile in mezzo alle macerie: cavi elettrici, trasformatori, contatori, mensole, isolatori.
Il 15 luglio, in località Paesante, nei pressi di Marzana, un colonna di carrarmati tedeschi venne colpita dalle artiglierie americane. Il Testi, dai rottami di un carrarmato recuperò una scatola metallica piena di arnesi che si rivelarono preziosissimi.
Il 21 luglio, mentre a Fucecchio veniva decretato lo sfollamento obbligatorio, a S. Miniato venne imposto il coprifuoco e vennero organizzati dai tedeschi i primi rastrellamenti. Il Morelli capì che sarebbe stato troppo pericoloso continuare l’operazione di recupero del materiale elettrico per conto della sua Valdarno. Aiutato da alcuni esperti del luogo riuscì a rientrare a Marzana senza cadere nelle spire dei tedeschi. Quel giorno stesso decise che a S. Miniato non sarebbe più ritornato fino all’arrivo degli americani. Cominciarono per Giovanni e Bruno i giorni più pericolosi della loro permanenza nel comune di S. Miniato.
Il giorno 22, alle ore 18, la popolazione di Marzana venne a conoscenza dell’eccidio avvenuto al mattino nel duomo di S. Miniato. Chi avvalorò la tesi della rappresaglia tedesca; altri , invece, davano per certo che si fosse trattato di una granata americana penetrata all’interno della chiesa da una finestra.
Di queste cose se ne parlava dentro il rifugio che Dario Parrini e Bruno Testi avevano preparato in previsione del peggio. Il 22 e il 23 luglio le artiglierie americane vomitarono anche nella zona di Marzana centinaia di proiettili. I Morelli se ne stavano rintanati dalla mattina alla sera ed anche di notte nel rifugio. Erano poche le pause concesse dalle artiglierie alleate.
La mattina del 24 i cannoni tacquero. Nessuno, però, aveva il coraggio di uscire fuori. Si temeva che gli spari delle artiglierie potessero riprendere da un momento all’altro con maggiore veemenza.
Verso le dieci del mattino, dalla bocca del loro rifugio i Morelli intravidero due ombre: erano due soldati armati e silenziosi. I Morelli si impaurirono. Temettero che fosse giunta la loro fine. Col terrore nel cuore aspettarono che venisse emessa la fatidica parola “Kaput!”. E invece:
- Niente paura. Noi americani. Uscire! Uscire!
L’incubo della guerra per i famigliari di Salandra era finito. Memori della propaganda fascista, si temettero le violenze dei marocchini. Purtroppo quelle violenze erano reali. Fortunatamente i marocchini non passarono da S. Miniato. Arrivarono quasi subito le colonne della Quinta Armata americana e dileguò così anche il timore degli stupri da parte delle truppe di colore, marocchini in particolare.
Alberto e Carla, i figli Giovanni, vissero, dopo quel 24 luglio, momenti indimenticabili, quasi magici. Cioccolate, tubetti di caramelle con il buco, pollo in scatola, marmellata di noccioline, tè, pane superbianco, gomme da masticare: sembrava loro di essere nel paese di Bengodi.
Giovanni, invece, per niente distratto dalle sigarette e dalla sovrabbondanza del cibo americano, pensava continuamente alla sorte di Fucecchio e dei fucecchiesi. Da alcuni sampierinesi aveva saputo che anche la popolazione di quella frazione era stata costretta a sfollare, per ordine dei tedeschi, il 16 luglio.
Passata la tempesta, durata peraltro pochissimi giorni, i coniugi Morelli ripresero a lavorare a pieno regime. Giovanni, convocato a S. Miniato, riprese a ripristinare, per quanto possibile, le linee elettriche. Iolanda, invece, da brava sarta, cuciva ed aggiustava vestiti per le famiglie locali.
Alberto e Carla si godettero pienamente il mese di agosto quasi ebbri di tutto ciò che la campagna e gli americani offrivano loro a mani piene. Un soldato americano, ammirato dalla bravura di Alberto che nel volgere di pochi giorni aveva imparato alcuni vocaboli inglesi, volle donargli il dizionario speciale – inglese-italiano – di cui ogni militare era dotato. Quel dizionario consentiva alle truppe alleate di farsi capire dagli italiani. Alberto e Carla si erano perfino dimenticati della loro Fucecchio. Iolanda, Giovanni e Bruno si mostravano molto preoccupati e soprattutto contrariati per non avere la possibilità di sapere qualcosa di preciso sul loro paese.
Soltanto verso la fine di agosto i Morelli seppero qualcosa di preciso da padre Nazzareno Poletti, un francescano del convento La Vergine che aveva attraversato nottetempo l’Arno ed era venuto fino a Marzana col proposito di parlare con il Comando Americano. In attesa di essere ricevuto, sostò nel negozio di generi alimentari di Marzana e raccontò dello sfollamento, dei numerosi morti nelle zone di Samo, di Padule, di Torre. Raccontò, poi, che pochi giorni prima i tedeschi avevano effettuato un rappresaglia in Padule. Alla fine spiegò:
- Io son venuto fin qui per dire agli americani che a Fucecchio li stiamo aspettando e che di tedeschi in paese non ce ne sono nemmeno venti. Che si decidano una buona volta a venirci a liberare! E se non daranno ascolto alle mie raccomandazioni, ritornerò a tormentarli fino a che non si decideranno ad attraversare l’Arno.
Alberto, il figlio del Morelli, ascoltò con vivo interesse quanto riferì quel frate, alto, occhialuto e incredibilmente disinibito. Se avesse potuto, lo avrebbe abbracciato. Ed in cuor suo, Alberto gli disse:
“Bravo! Bisognerebbe che tutti fossero come te.”
Non fu necessario che padre Nazzareno Poletti ritornasse a S. Miniato.
La mattina del primo settembre, i cucinieri che distribuivano tutte le mattine caffè caldo ai marzanesi che lo desideravano dissero con il loro italiano un po' strascicato:
- Questa mattina, da ore cinque, nostri soldati attraversare Arno Castelfranco.
Salandra, rompendo la scaletta delle sue attività quotidiane, ritornò alla casa di Dario Parrini.
- E’ successo qualcosa ? – chiese la moglie visibilmente turbata nel vedere il marito rientrare a casa.
- Ci siamo ! – annunciò trionfante il Morelli – Gli americani stanno attraversando l’Arno fra Santa Croce e Castelfranco. Perciò cominciate a preparare le nostre poche carabattole. Domani mattina si potrebbe ritornare a Fucecchio. Stasera, quando rientrerò da S. Miniato, decideremo. A Fucecchio ci sarà tanto bisogno di me.
Quella sera il Morelli ritornò a casa in anticipo. La moglie capì subito che l’indomani avrebbe dovuto abbandonare la casa di Dario Parrini alla quale si era particolarmente affezionata. Iolanda chiamò i figli, la madre, il fratello Bruno e la cognata Norina. Il Morelli annunciò senza alcuna enfasi:
- Domattina dobbiamo rientrare a Fucecchio. Me lo hanno ordinato i dirigenti della Valdarno. I tedeschi stanno ritirandosi nel pistoiese. La guerra per noi è finita; ma domani, vedrete, cominceranno altre battaglie. I dirigenti mi hanno raccomandato di stare molto attenti alle mine. I tedeschi le hanno seminate dappertutto. Perciò, quando in bicicletta percorreremo vie e viottole, dobbiamo stare sempre al centro della carreggiata. Le mine non vengono mai messe in mezzo alla strada ma ai lati dove passano le ruote dei veicoli.
Dario Parrini, quando seppe del ritorno dei Morelli a Fucecchio, pianse: ne era troppo dispiaciuto.
Quella notte che precedette il rientro dei Morelli a Fucecchio si scatenò un forte temporale. Salandra pensò all’Arno e alla passerella sulla quale questa volta lo avrebbero attraversato. Quel temporale avrebbe potuto sollevare di non pochi centimetri il livello dell’Arno che era stato in secca per tutto il mese di Agosto.
Con le biciclette attrezzate di portabagagli, così come erano arrivati, i Morelli verso le otto del mattino ripartirono da Marzana alla volta di Fucecchio. Mentre dall’erta scendevano verso Ventignano si impattarono con il profilo del panorama di Fucecchio: la torre di Castruccio non c’era più. Prima di mettere piede in Ventignano che fa parte del territorio comunale di Fucecchio si parò loro davanti una immagine raccapricciante: un carro agricolo, di quelli rossi, carico di masserizie, era stato sicuramente schiantato dall’esplosione di una mina di cui anche i Morelli, una mezz’ora prima avevano udito la deflagrazione. Nella casa vicina si urlava per la disperazione. Salandra si fermò ed entrò nella casa da cui giungevano quelle grida di disperazione. Ci entrò anche Bruno. Quando, dopo pochissimi minuti ne riuscirono, entrambi scuotevano la testa.
- Le mine – disse sconsolatamente Giovanni – hanno già mietuto una vittima. Mi raccomando: state molto attenti.
Verso le undici raggiunsero l’Arno e si portarono nel luogo dove c’era la passerella, in corrispondenza della casa, anzi del podere di Suero, posto fra il ponte e Saettino. C’erano molte persone. Qualcuno spiegò:
- E’ in brutte condizioni perché un aereo americano, qualche giorno fa la mitragliò ripetutamente.
Un altro soggiunse:
- I tedeschi l’avevano minata. Alcuni artificieri americani sono riusciti a sminarla. Eccole là da una parte le quattordici mine anticarro.
Il livello dell’Arno , per effetto dei piovaschi che si erano abbattuti di notte in tutta la Toscana, era salito di alcune decine di centimetri.
Sulla riva opposta c’erano anche Ermete Zucconi e suo padre Vittorio di Saettino, amici dei Morelli. Furono proprio loro che suggerirono a Giovanni come e cosa doveva fare per guadare senza eccessive difficoltà il fiume. Alberto e Carla furono trasportati sull'altra sponda dell'Arno a spalla da alcuni adulti. I coniugi Morelli, la suocera, Bruno Testi e sua moglie Norina dovettero invece inzupparsi e reggersi ad una scala a pioli preventivamente distesa a velo d’acqua come se fosse la spalliera di un ponte. I medesimi che si erano caricati Alberto e Carla sulle spalle provvidero a guadare e i pacchi legati ai portabagagli e le biciclette.
A mezzogiorno quando fecero il loro ingresso in paese, a piedi, per l’ingombro delle macerie, rimasero esterrefatti nel vedere tutte le rovine causate dalla guerra. Anche la via Dante era irriconoscibile: le mine fatte brillare dai tedeschi prima della loro ritirata avevano sfigurato quella magnifica strada che, senza nemmeno una curva, porta dritta dritta a S. Croce. Il palazzo del Taddei, la casa della maestra Biagetti, il fabbricato dove abitava il Priorino, don Palmiro Ghimenti, e quella del maestro di musica Savino Lotti non esistevano più. L’ingegner Chelini ed il dottor Bertoncini erano riusciti con una operazione temeraria di antisminamento a salvare i loro fabbricati.
Ma il cuore di Salandra lanciava dei segnali ben precisi.
- Mentre voi preparate qualcosa da mangiare io devo andare nel Poggetto.
Il richiamo di quella cabina era stato più forte della desolazione che aveva interiormente devastato i suoi familiari. La cabina del Poggetto era rimasta integra. Quell’interprete era riuscito a salvarla.
Il sorriso riaffiorò sul volto di Salandra. Lui, così flemmatico e misurato, accelerò la sua andatura, si strusciò con le mani i suoi capelli lievemente ondulati e, quasi saltellando, raggiunse i suoi nella casa rimasta miracolosamente illesa.
 

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