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Una
mattina, dopo aver incettato i soliti due o tre covoni
di grano nei campi del Rio, adiacenti alla via del
Camposanto, ritornai in via Castruccio, li sistemai
nella cucina del mio appartamento e raggiunsi mio padre
Antenore, sfollato in una delle stanzette del ricovero
per anziani contiguo all’Ospedale.
Dalla finestra di questa stanzetta che dava sui Vallini
vidi sbucare, da dietro la cappellina mortuaria, un
carretto spinto da quattro donne e coperto con un
lenzuolo. “Ci sarà un ferito o un morto sotto quel
lenzuolo” pensai.
Con sforzi inauditi il carretto fu spinto fin sullo
spiazzo dove attualmente sorge la lavanderia
dell’Ospedale. Qui giunte, le quattro donne si
fermarono. Le numerose persone che erano alloggiate
sotto il porticato, che dall’Ospedale scende alla
cappella mortuaria, sbucando da ogni dove si assieparono
intorno al carretto.
Dalla finestra della mia stanzetta potevo osservare
indisturbato questo assembramento. Una delle quattro
donne che avevano spinto il carretto sollevò il lenzuolo
e potei scorgere una bestia macellata.
Un uomo armato di coltello si fece largo fra le persone
assiepate, si accostò al carretto, posò la mano sinistra
sul corpo della bestia e cominciò a tagliare pezzi di
carne.
Un’altra delle quattro donne tirò fuori dal carretto le
stadere e cominciò a pesare i “tocchi” di carne; la
terza riscuoteva; la quarta vigilava attentamente.
Chiamai mio padre che si era sdraiato sul lettino:
- Guarda, babbo! Vendono la carne. Compriamone un po’
anche noi, così la porterò a mamma e a Romano.
Mia madre e mio fratello erano alloggiati negli
scantinati della casa dei nonni materni all’inizio di
via Castruccio. Mio padre non se lo fece ripetere due
volte. Scendemmo e ci portammo al carretto. In attesa
del nostro turno mi informai sulla provenienza di quella
bestia.
- E’ di quel contadino che sta accanto a Salacca, lì
alle Botteghe, sai quello che ci ha già l’uva lugliola e
i poponi dolci come lo zucchero.
Lo stomaco mi si illanguidì e immediatamente architettai
un furto. Mi feci spiegare a puntino dal mio
interlocutore dove si trovava il podere con l’uva
lugliola e i poponi zuccherini e, non appena mio padre
cominciò a russare — verso le ore 13 si coricava
immancabilmente — uscii dall’Ospedale, andai in casa mia
in via Castruccio, presi il paniere per l’uva e via giù
per lo sdrucciolo di S. Antonio in fondo a Porta al
Noce.
Attraversai il ponte sul Rio. Il sole bruciava. La
strada disseminata di rami, di tegole e di ogni ben di
Dio era deserta. Di tedeschi nemmeno l’ombra.
I cannoni a quell’ora tacevano.
Trotterellando oltrepassai il cimitero, raggiunsi il
curvone delle Botteghe e, qui giunto, tagliai sulla
destra e cominciai a salire lungo la via sterrata che
portava sul poggio dove si trovavano i poderi di Salacca
e quello dell’altro contadino proprietario della bestia
macellata.
Le cicale frinivano instancabilmente. Qualche passerotto
cinguettava. La mia fronte grondava di sudore. Una
lucertola che attraversò la via sterrata mi fece
sobbalzare: temetti che fosse una serpe.
Giunto a metà salita scorsi sulla mia sinistra il campo
dei poponi e, accanto, come mi avevano spiegato, la
vigna con l’uva lugliola.
Tirai fuori dalla tasca dei pantaloni corti il mio
inseparabile “temperino” (coltellino), entrai nel campo,
staccai due poponi e li sistemai nel paniere. Poi mi
avvicinai alle viti dell’uva lugliola e ne tagliai una
dozzina di “ciocche” (grappoli). Quando il paniere fu
colmo, ripresi la via del ritorno.
Proprio lungo la strada c’era un pesco ancora carico,
ma, ahimè, i frutti non erano a portata della mia
statura. Deglutii l’acquolina che mi era venuta in bocca
e continuai a camminare.
Il sole mi.. .arrostiva. Giunto davanti al cimitero,
intravidi dentro qualcuno: riconobbi soltanto Brunero
Orsi che con la vanga scavava una fossa. Tirai a diritto
per il timore che mi vedessero e mi chiedessero un
grappolo d’uva.
Giunto in prossimità del ponte del Rio, vi scorsi due
tedeschi armati di mitra. Il cuore cominciò a battermi
forte forte.
- Alt! - mi intimarono.
Obbedii.
- Non potere andare per la strada, sennò kaput! — disse
il più anziano.
- Io avere fame – piagnucolai e mostrai il paniere..
Il più giovane me lo prese di mano e cominciò a
rovistarlo. C’erano soltanto grappoli d’uva e due
poponi.
Incredulo, il tedesco mi chiese:
- Potere.. prendere una?
- Buona, vero? - incalzò l’altro.
Io annuii con il movimento della testa. Sempre il più
giovane prese una. ciocca d’uva e cominciò a
piluccarla..
- Buona - sentenziò.
Io porsi il paniere anche all’altro tedesco.
- Potere? - mi chiese.
- Sì, sì! - risposi meravigliato.
Mi ringraziarono e mi lasciarono passare.
Quando rientrai nella stanzetta assegnataci trovai mio
padre in preda ad una evidente inquietudine. Stava già
per domandarmi spiegazioni, quando il suo volto diventò
raggiante per quanto aveva intravisto nel paniere.
Senza fiatare tirò fuori un popone e in un amen se lo
ingobbiò tutto.
Poi mi disse:
- Bravo! Quest’altro portalo a mamma e a Romano.
- E l’uva? - gli chiesi mentre aveva già cominciato a
mangiarne una pigna.
- Diamine, anche l’uva gli porterai - rispose a bocca
piena.
L’indomani ritornai alle Botteghe, nella vigna di
Salacca, col solito paniere. Oltre ai due poponi e
all’uva, ci sistemai anche sei o sette pesche che
staccai dalla pianta con l’aiuto di un bacchio.
Di nuovo sul ponte del Rio trovai i medesimi tedeschi.
Senza alcun timore mi avvicinai e offrii loro una ciocca
d’uva per ciascuno. Provai ad offrir loro anche una
pesca, ma la rifiutarono.
La scena si ripeté per quattro giorni consecutivi.
Intransigenti con gli altri, i due tedeschi mi
trattavano con simpatia e gratitudine. A dire il vero mi
ci ero affezionato un pochino.
Il quinto giorno però….
Nel campo dei poponi non ce n’era più nemmeno uno e la
vigna era stata vendemmiata: non ci trovai nemmeno un
racimolo d’uva per poterlo offrire ai miei amici
tedeschi. Pure il pesco era stato scaricato.
Quando ripassai dal ponte del Rio i due tedeschi
mostrarono di aver capito dall’espressione del mio volto
che mi era successo qualcosa di grave.
- Tutto kaput - dissi loro mostrando il paniere vuoto.
Essi allargarono le braccia come a dire “pazienza!” Fu
il nostro ultimo incontro. E mi dispiacque tanto non
poterli più rivedere.
Roberto Checchi
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