GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Voleva spararmi alle spalle in Via Donateschi
racconto di Roberto Checchi

 

Quando rientravo dalle mie escursioni campestri con un paio di covoni di grano e con qualche manciata di fagioli trovavo sempre mio padre intento a macinare il grano.
Seduto su una sedia di metallo smaltato di bianco in fondo al letto, stringeva fra le sue magre ginocchia il macinino da caffè e con le sue braccia, abituate a manovrare forbici, ago e ferro da stiro, girava girava, finché non si era esaurita la manciata di grano che aveva versato nell’incavo degli ingranaggi.
Per ore e ore doveva compiere questa operazione a cui era legata la nostra sopravvivenza. Con quella farina impastavamo delle focaccine che fungevano da pane.
L’Ospedale, nel quale io e mio padre Antenore eravamo sfollati e che disponeva di un forno, non ci dette mai nemmeno mezz ‘etto di pane.
Dovevamo arrangiarci.
Gli altri due sfollati che occupavano con noi la stanzetta che dava su via Castruccio e nei Vallini preferivano tirare la cinghia piuttosto che strapazzarsi col macinino.
Qualche volta davo il cambio a mio padre e lui approfittava di questa pausa per trillarsi una sigaretta con il tabacco ricavato dai mozziconi che fino a luglio avevo raccolto per le strade e nei locali pubblici in collaborazione con l’amico Mario Catastini.
Quella mattina, appena rientrato all’Ospedale, dopo aver depositato in casa i due covoni di grano, vidi brillare negli occhi di mio padre una luce nuova. Con un sorriso, per lui inconsueto, mi disse:
- Ho saputo che dietro il Teatro Pacini hanno rimesso in funzione il mulino e che molti vanno lì a farsi macinare il grano. Se potessi ci andrei io; ma se mi chiappano i tedeschi, mi deportano in Germania.
Avevo tredici anni e compresi a volo l’antifona.
- Quanto grano da macinare abbiamo? - chiesi.
- Ce ne saranno tre chili – rispose il babbo.
- Allora ci vado subito.
- Ti converrebbe andarci domattina presto. Chissà quanti sfollati di campagna ci troveresti a quest’ora !
Tirò fuori dal taschino il suo cipollone ed osservò:
- Vedi, sono le undici.
- Dov’è il grano? - chiesi.
- E’ lì, in quel sacchetto sulla destra del mio lettino.
Presi il sacchetto, lo legai con una stringa e me lo misi in spalla.
In fretta uscii dall’Ospedale. La piazza era deserta. Il monumento a re Umberto di Savoia era ricoperto di macerie, vetri, fili di rame.
Scesi in piazza dei Caduti. Stesso spettacolo: era piena di calcinacci, tegole, mattoni e imbrattata d’ogni ben di Dio. I cavi della corrente ciondolavano a terra da ogni parte. Le porte dei negozi, sfondate, lasciavano intravedere un disordine inimmaginabile.
Neppure in via Donateschi c’era anima viva.
Giunto all’altezza dell’attuale Cartoleria, già Cardini, vidi in. vie Landini Marchiani una donna che spingeva un carretto con qualche sacco pieno – sicuramente di farina - in direzione della via dello Stadio. Dunque era vero che il mulino funzionava!
Fatti pochi passi in piazza Montanelli, ingombra fino all’inverosimile di macerie, udii chiaramente il rumore di un motore a scoppio. Presi allora a trotterellare verso il mulino con i miei sandali “a frate” leggeri e ben aerati.
I cannoni tacevano. Di soldati tedeschi nemmeno l’ombra. Il sole inondava la piazza incredibilmente spettrale.
Un operaio del mulino, appena mi vide, mi prese il sacchetto di grano, lo pesò, lo travasò in un sacco più grande e, senza indugiare un attimo, versò nel mio sacchetto tre palate di farina bianca.
- Grazie ! - dissi, dimenticandomi perfino di legare il sacchetto.
- Vai! Vai! E stai attento ai tedeschi.
Ero felice come una Pasqua. Il mio babbo non avrebbe dovuto più sottoporsi alla interminabile sfaticata quotidiana del macinino. E chissà che buon sapore avrebbero avuto i nostri ciaccini fatti con quella farina...vera!
Riattraversai piazza Montanelli deserta ed imboccai Via Donatesohi. All’altezza del negozio di Bistino c’erano due soldati tedeschi. Continuai a camminare con studiata noncuranza. I due invece mi guardarono con fare circospetto.
Appena fui loro vicino, mi sbarrarono la strada e quello che stava alla mia sinistra estrasse dalla fondina una grossa rivoltella, me la puntò al cuore e urlò:
- Cosa avere? - ed indicò il sacchetto.
Mi sentii raggelare. Non capivo il perché di quella minaccia.
- Farina - balbettai.
Deposi il sacchetto per terra e lo aprii per mostrar loro il contenuto. L’altro rovistò la farina e con i gesti mi fece capire di chiudere il sacchetto.
- Raus! Raus! - mi gridò ancora con occhi iniettati di sangue, vedendo che non mi muovevo, il tedesco armato di pistola.
Ero terrorizzato.
Ripresi a salire per via Donateschi con il volto girato verso il tedesco armato che sollevava il braccio con la rivoltella per prender bene la mira su di me.
Sentivo la morte penetrarmi nel midollo delle ossa. Spiavo tremante l’indice del tedesco che di lì a poco avrebbe premuto il grilletto.
Continuavo a salire lungo via Donateschi, mentre il soldato smanacciava con la rivoltella.
Giunto all’altezza dell’attuale negozio del tappezziere Chiari, giocai la carta della mia salvezza: attaccai una rincorsa forsennata zigzagando lungo la salita, fino a che curvai in Borgo Valori.
Nessun colpo partì dalla rivoltella tedesca.
Ero salvo. Il cuore mi usciva dal petto. I piedi erano straziati da numerose ferite. I sandali si erano spezzati durante la corsa ed erano rimasti in via Donateschi. Non mi fermai. Marciavo lestamente. In piazza dei Caduti vidi sgattaiolare un gattaccio nero, magro come un chiodo. Mi infilai in via Cammullia, salii lungo la Greppa, guadagnai il portone dell’Ospedale e in un baleno raggiunsi la stanzetta che ci era stata assegnata.
Appena entrato, mio padre e gli altri due sfollati allibirono. Soltanto allora potei piangere. Fu un pianto disperato, inarrestabile.
Al mulino non ci tornai più.


Roberto Checchi


 

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