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Quando
rientravo dalle mie escursioni campestri con un paio di
covoni di grano e con qualche manciata di fagioli
trovavo sempre mio padre intento a macinare il grano.
Seduto su una sedia di metallo smaltato di bianco in
fondo al letto, stringeva fra le sue magre ginocchia il
macinino da caffè e con le sue braccia, abituate a
manovrare forbici, ago e ferro da stiro, girava girava,
finché non si era esaurita la manciata di grano che
aveva versato nell’incavo degli ingranaggi.
Per ore e ore doveva compiere questa operazione a cui
era legata la nostra sopravvivenza. Con quella farina
impastavamo delle focaccine che fungevano da pane.
L’Ospedale, nel quale io e mio padre Antenore eravamo
sfollati e che disponeva di un forno, non ci dette mai
nemmeno mezz ‘etto di pane.
Dovevamo arrangiarci.
Gli altri due sfollati che occupavano con noi la
stanzetta che dava su via Castruccio e nei Vallini
preferivano tirare la cinghia piuttosto che strapazzarsi
col macinino.
Qualche volta davo il cambio a mio padre e lui
approfittava di questa pausa per trillarsi una sigaretta
con il tabacco ricavato dai mozziconi che fino a luglio
avevo raccolto per le strade e nei locali pubblici in
collaborazione con l’amico Mario Catastini.
Quella mattina, appena rientrato all’Ospedale, dopo aver
depositato in casa i due covoni di grano, vidi brillare
negli occhi di mio padre una luce nuova. Con un sorriso,
per lui inconsueto, mi disse:
- Ho saputo che dietro il Teatro Pacini hanno rimesso in
funzione il mulino e che molti vanno lì a farsi macinare
il grano. Se potessi ci andrei io; ma se mi chiappano i
tedeschi, mi deportano in Germania.
Avevo tredici anni e compresi a volo l’antifona.
- Quanto grano da macinare abbiamo? - chiesi.
- Ce ne saranno tre chili – rispose il babbo.
- Allora ci vado subito.
- Ti converrebbe andarci domattina presto. Chissà quanti
sfollati di campagna ci troveresti a quest’ora !
Tirò fuori dal taschino il suo cipollone ed osservò:
- Vedi, sono le undici.
- Dov’è il grano? - chiesi.
- E’ lì, in quel sacchetto sulla destra del mio lettino.
Presi il sacchetto, lo legai con una stringa e me lo
misi in spalla.
In fretta uscii dall’Ospedale. La piazza era deserta. Il
monumento a re Umberto di Savoia era ricoperto di
macerie, vetri, fili di rame.
Scesi in piazza dei Caduti. Stesso spettacolo: era piena
di calcinacci, tegole, mattoni e imbrattata d’ogni ben
di Dio. I cavi della corrente ciondolavano a terra da
ogni parte. Le porte dei negozi, sfondate, lasciavano
intravedere un disordine inimmaginabile.
Neppure in via Donateschi c’era anima viva.
Giunto all’altezza dell’attuale Cartoleria, già Cardini,
vidi in. vie Landini Marchiani una donna che spingeva un
carretto con qualche sacco pieno – sicuramente di farina
- in direzione della via dello Stadio. Dunque era vero
che il mulino funzionava!
Fatti pochi passi in piazza Montanelli, ingombra fino
all’inverosimile di macerie, udii chiaramente il rumore
di un motore a scoppio. Presi allora a trotterellare
verso il mulino con i miei sandali “a frate” leggeri e
ben aerati.
I cannoni tacevano. Di soldati tedeschi nemmeno l’ombra.
Il sole inondava la piazza incredibilmente spettrale.
Un operaio del mulino, appena mi vide, mi prese il
sacchetto di grano, lo pesò, lo travasò in un sacco più
grande e, senza indugiare un attimo, versò nel mio
sacchetto tre palate di farina bianca.
- Grazie ! - dissi, dimenticandomi perfino di legare il
sacchetto.
- Vai! Vai! E stai attento ai tedeschi.
Ero felice come una Pasqua. Il mio babbo non avrebbe
dovuto più sottoporsi alla interminabile sfaticata
quotidiana del macinino. E chissà che buon sapore
avrebbero avuto i nostri ciaccini fatti con quella
farina...vera!
Riattraversai piazza Montanelli deserta ed imboccai Via
Donatesohi. All’altezza del negozio di Bistino c’erano
due soldati tedeschi. Continuai a camminare con studiata
noncuranza. I due invece mi guardarono con fare
circospetto.
Appena fui loro vicino, mi sbarrarono la strada e quello
che stava alla mia sinistra estrasse dalla fondina una
grossa rivoltella, me la puntò al cuore e urlò:
- Cosa avere? - ed indicò il sacchetto.
Mi sentii raggelare. Non capivo il perché di quella
minaccia.
- Farina - balbettai.
Deposi il sacchetto per terra e lo aprii per mostrar
loro il contenuto. L’altro rovistò la farina e con i
gesti mi fece capire di chiudere il sacchetto.
- Raus! Raus! - mi gridò ancora con occhi iniettati di
sangue, vedendo che non mi muovevo, il tedesco armato di
pistola.
Ero terrorizzato.
Ripresi a salire per via Donateschi con il volto girato
verso il tedesco armato che sollevava il braccio con la
rivoltella per prender bene la mira su di me.
Sentivo la morte penetrarmi nel midollo delle ossa.
Spiavo tremante l’indice del tedesco che di lì a poco
avrebbe premuto il grilletto.
Continuavo a salire lungo via Donateschi, mentre il
soldato smanacciava con la rivoltella.
Giunto all’altezza dell’attuale negozio del tappezziere
Chiari, giocai la carta della mia salvezza: attaccai una
rincorsa forsennata zigzagando lungo la salita, fino a
che curvai in Borgo Valori.
Nessun colpo partì dalla rivoltella tedesca.
Ero salvo. Il cuore mi usciva dal petto. I piedi erano
straziati da numerose ferite. I sandali si erano
spezzati durante la corsa ed erano rimasti in via
Donateschi. Non mi fermai. Marciavo lestamente. In
piazza dei Caduti vidi sgattaiolare un gattaccio nero,
magro come un chiodo. Mi infilai in via Cammullia, salii
lungo la Greppa, guadagnai il portone dell’Ospedale e in
un baleno raggiunsi la stanzetta che ci era stata
assegnata.
Appena entrato, mio padre e gli altri due sfollati
allibirono. Soltanto allora potei piangere. Fu un pianto
disperato, inarrestabile.
Al mulino non ci tornai più.
Roberto Checchi
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