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LA GUERRA A
FUCECCHIO NEL 1944
di Mario Catastini
INDICE
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Rino Lugli,
doveva essere impiccato a Pescia il 5 settembre 1944 |
Il 21 luglio 1944 anche la
famiglia di Rino dovette abbandonare la propria casa
posta in via Valdarnese per effetto dell’ordine di
sfollamento del paese da parte del comando tedesco che
presidiava il nostro comune diventato zona di guerra a
partire dalla prima decade di luglio.
Il babbo e la mamma di Rino, quindicenne, non avevano
una meta precisa. Dopo aver attraversato il ponte di
Masino, salirono alla Torre e si allontanarono in
direzione di Massarella. Rino voleva portarsi in un
luogo fuori della portata dei cannoni degli americani.
Mentre stavano per entrare in Massarella – erano passate
da un bel po' le ore 19 – furono fermati da una massaia
che era affacciata alla finestra della sua casa
colonica.
- O cosa vi è successo? Dove andate a quest’ora?
- I tedeschi ci hanno fatto sfollare dal paese – rispose
Galileo, il padre di Rino - e ci hanno consigliato di
andare verso Bologna.
- Date retta a me. Fermatevi. Per stanotte potete
dormire qui da noi. In qualche modo vi arrangerete.
- Non dice mica male – osservò Maria Manzi, la moglie di
Galileo – La mia mamma non ce la farebbe a proseguire.
Rino, benché quindicenne, rivolto alla signora della
finestra, senza nessuna esitazione, disse:
- Se non vi diamo noia, siamo contenti di pernottare
nella sua casa.
I famigliari del Lugli, che comprendevano anche la
figlia Rina ed il fratello della moglie di Galileo,
salirono i dalla strada sull’aia della casa dei
Buoncristiani e si incontrarono con la famiglia
massigiana che si rivelò costituita da autentici buoni
cristiani.
I Lugli infatti vi si accasarono e divisero con i
Buoncristiani le sorti ora drammatiche ed ora tragiche
dei quaranta giorni di sfollamento.
Verso la fine di agosto, qualche giorno dopo l’eccidio
del Padule perpetrato dai tedeschi il 23 agosto, i Lugli
seppero che a Pescia i mulini funzionavano tutti quanti
e che molti massigiani vi andavano a macinare il loro
grano. Il macinacaffè dei Lugli si era guastato proprio
la sera del 30 agosto 1944. Rino, rompendo ogni indugio
disse:
- Domattina, babbo, bisogna andarci anche noi a Pescia
visto che il nostro macinino non funziona più. Sarà una
buona occasione per rivedere i tuoi genitori che
sicuramente staranno in ansia per noi.
Parola di Rino, parola di Dio.
All’alba del 31 agosto i Lugli caricarono su una
carretta ad una ruota un sacco di grano e partirono alla
volta di Pescia. Verso le 8 raggiunsero Chiesina
Uzzanese. Per gli abitanti di Chiesina era diventata una
consuetudine quella di veder passare in ogni ora del
giorno persone che spingevano carrette e carretti con
sacchi di grano diretti a Pescia. A Rino non sfuggì che
a Chiesina non c’era nessun segno di guerra: i vetri
delle finestre erano tutti integri; i muri delle case
non recavano tracce di sbrezzamenti da schegge di
cannonate; i cavi dell’energia elettrica si distendevano
da un palo all’altro senza interruzione.
- Era meglio, babbo, se invece di fermarci a Massarella
fossimo venuti qui – osservò Rino.
- E allora? Ormai il peggio dovrebbe esser passato –
concluse in tono minore Galileo.
Verso le ore 11 raggiunsero Pescia. Ai Lugli parve di
approdare in Paradiso. A Pescia non c’era sentore di
guerra, I negozi e i bar erano aperti. Le Radio
trasmettevano canzoni e comunicati di guerra. La gente
rientrava a casa dal lavoro quotidiano.
- Se lo avessimo immaginato ! – esclamò Galileo che
conosceva questa cittadina come le sue tasche.
- Sentite – proseguì il Lugli soffermandosi un po' –
prima si va al Mulino e poi , se dovremo attendere
parecchio, andremo a trovare i miei genitori.
E così fecero. Il mugnaio disse ai Lugli:
- Come vedete, di sacchi di grano da macinare prima del
vostro ce ne sono tanti. Ritornate stasera alle sei.
I genitori di Galileo furono felicissimi di rivedere il
figlio con tutta la sua famiglia. In casa di Camillo –
questo era il nome del nonno paterno di Rino – si fece
festa. Dopo 39 giorni i Lugli poterono mangiare stando
seduti davanti ad una tavola apparecchiata.
Camillo e la moglie, dopo aver ascoltato tutte le
vicissitudini narrate dal bravissimo Rino, ingiunsero:
- Dovete rimanere con noi finché non sarà passato il
fronte. Non dovete ritornare a Massarella. E’ troppo
pericoloso. Una cannonata potrebbe ammazzarvi tutti.
Rino già pregustava la gioia di rimanere a Pescia, una
cittadina che gli era sempre piaciuta. Sarebbe potuto
andare a passeggio per le strade o a vagabondare nella
grande piazza.
La moglie di Galileo obiettò:
- A Massarella sono rimasti mio fratello e mia nipote.
Se non ci vedranno rientrare chissà come staranno in
pensiero.
Intervenne Rino:
- O facciamo così: io e babbo si riporta la farina a
Massarella. Tu, mamma, rimani qui con Rina. Se la tua
mamma vuole ritornare a Massarella viene via con noi.
Appena si è giunti a Massarella, se anche zio e la
cugina si vogliono aggregare ritornano con noi a Pescia.
Il nonno Camillo non solo condivise la proposta, ma
aggiunse:
-Vengo anch’io con voi a Massarella. Io conosco tante
strade interne che ci fanno scorciare la strada e che
non ci faranno incontrare con i tedeschi.
Non venne mossa nessuna obbiezione.
Alle 18 la comitiva dei Lugli andò al Mulino, ritirò la
farina e verso le 23, grazie soprattutto alle
indicazioni di Camillo raggiunsero Massarella senza
incrociare mai pattuglie tedesche.
La nonna, lo zio e la cugina di Rino preferirono
rimanere a Massarella. Galileo, Camillo e Rino, senza
riposarsi nemmeno un istante ripresero la via di Pescia
dove giunsero, stanchi morti, alle cinque del mattino
del 1° settembre 1944. I tre andarono a riposarsi. A
mezzogiorno erano già in piedi. Rino scese in strada.
Una radio stava trasmettendo notizie sul fronte interno.
Rino udì chiaramente:
- Le truppe anglo-americane, questa mattina, all’alba
hanno cominciato ad attraversare il fiume Arno e stanno
procedendo alla liberazione di tutto il Valdarno
inferiore. I tedeschi sono in ritirata. Fucecchio, Santa
Croce sull’Arno e Castelfranco di Sotto sono già stati
liberati.
Rino corse a casa ad annunciare la bella notizia.
- O vacci a capire qualcosa – disse amareggiato il buon
Galileo – Se eravamo rimasti a Massarella a quest’ora la
guerra per noi era già finita ed invece ora si
ricomincia daccapo.
A Pescia i tedeschi c’erano e non davano l’impressione
di volersi ritirare, anche se non c’era sentore di
guerra.
Il giorno dopo, alla solita ora, l’annunciatore della
radio informò:
- Le popolazioni del Valdarno Inferiore hanno fatto
ritorno nelle loro abitazioni dalle quali erano state
evacuate il 21 luglio.
Anche questa volta Rino informò della cosa tutti i suoi
famigliari.
Nel pomeriggio del 4 settembre 1944, un partigiano molto
noto a Pescia, proprio in pieno centro, nella zona
denominata Palagio, uccise incautamente per vendetta (si
era forse dimenticato della rappresaglia tedesca a S.
Quirico dove vennero impiccati 20 civili?) due soldati
tedeschi. Il Comando Tedesco, in procinto di abbandonare
la Valdinievole, per cautelarsi contro altri attentati
partigiani comunicò a tutta la popolazione che alle
ore13 del giorno dopo, e cioè il 5 settembre, sarebbe
stata incendiata la città di Pescia.
Immediatamente scattò l’operazione esodo della
popolazione dalla città. Ognuno cercava di salvare il
salvabile. Incredibile il raccapriccio dei pesciatini.
La liberazione era alle porte e in un lampo avrebbero
perduto tutto. anche tutti i Lugli dovettero abbandonare
la loro casa e andare a cercare riparo in campagna. Per
Galileo e i suo congiunti si ripeteva l’operazione
sfollamento. Guidati dall’esperto Camillo i luglio
raggiunsero la località Pianacci. Camillo si presentò
davanti alla casa di Santi e gli chiese ospitalità.
- O Camillo – spiegò Santi – Mi dispiace ma non posso
sistemarvi per una semplice ragione: il 31 luglio sono
sfollati da noi 5 fucecchiesi. Di posto non ne abbiamo
più per nessuno.
Rino appena udì la parola “fucecchiesi” aspettò che
Santi finisse di parlare e poi chiese:
- O chi sono?
- Sono i miei cognati Abramo Carrara e sua moglie
Terzilia. Con loro ci sono anche il figlio Adolfo di 13
anni, Iacopo, fratello di Abramo della classe 1921 e un
amico di Iacopo, un certo Amleto Fagni, lui pure del
Galleno come i miei cognati.
Intanto, uno dopo l’altro, cominciarono ad uscire dalla
casa tutti e cinque gli sfollati del Galleno. Santi
proseguì:
- O Camillo, ti conviene andare a sentire in quella casa
laggiù. Mi sembra che ancora non ci sia andato nessuno.
Meglio non pensarci a quello che succederà domani. Dove
andrà a vivere tutta la gente di Pescia? Che disastro! E
proprio ora che gli Americani sono a due passi.
Camillo azzardò:
- Ma non c’è proprio niente da fare per evitare questo
disastro?
Abramo, come se fosse stato stuzzicato sul vivo reagì:
- Se i tedeschi vengono qui, glielo faremo vedere noi di
che cosa siamo capaci!
Il prudente Camillo si allontanò con tutta la ciurma
verso la casa che gli aveva indicato Santi. In quella
casa Camillo e tutti i suoi congiunti furono ospitati
con molta cordialità.
Rino, incuriosito dalla presenza dei 5 cinque Gallenesi
nella casa di Santi, chiese al capoccio della famiglia
che li ospitò:
- Ma che tipi sono quei cinque sfollati?
- A me sembrano delle teste calde. Molte volte vanno a
giro con le armi scoperte. Abramo e suo fratello Iacopo
erano due contadini di Altopascio. Nel 1939 lasciarono
il podere di Altopascio e si trasferirono in un podere
del Galleno, in località Luigioni. Dopo il 23 settembre
del 1943 ospitarono nella loro casa il gallenese Amleto
Fagni. Amleto Fagni e Iacopo Carrara avrebbero dovuto
arruolarsi nell’esercito di Mussolini, ma preferirono
darsi alla macchia. Difficilmente i polizei sarebbero
andati a scovarli laggiù, al Luigioni. Il 31 luglio di
quest’anno sono venuti qui perché il comune di Fucecchio
era diventato zona di guerra: I cannoneggiamenti
americani e i rastrellamenti tedeschi mettevano
continuamente in pericolo la loro vita.
- Ora comincio a vederci chiaro – concluse il
quindicenne Rino. Ma intanto cominciarono ad arrivare
altri nuclei familiari di Pescia con carretti pieni di
ogni ben di Dio, soprattutto biancheria. Fuggivano tutti
da Pescia. Il vescovo Mons. Angelo Simonetti, 83 anni,
benché sollecitato dai canonici, non si decideva a
lasciare il vescovado. Poi fu folgorato da un’improvvisa
illuminazione.
- Andate a chiamare subito suor Simona, quella che parla
correntemente la lingua tedesca.
- Ma cosa vuole fare , Eccellenza?
- Voglio fare solo il mio dovere di pastore. Faccio
quello che avrebbe fatto Gesù.
I canonici non capirono.
- Se volete – disse loro il vescovo – potete lasciare la
nostra città.
Appena fu arrivata suor Simona, il vescovo le disse:
- Dobbiamo andare al Comando Tedesco. Lei, sarà così
caritatevole da farmi da interprete.
Giunti al Comando, il Vescovo si fece annunciare.
Il Comandante non poté negargli il colloquio.
- Signor Comandante, come pastore di Dio comprendo
benissimo il dolore per la perdita dei due soldati. Quel
delitto ha rattristato anche me. Anche i suoi due sodati
sono creature di Dio. E se io lo avessi saputo, avrei
dato volentieri la mia vita per salvare quella dei suoi
militari. Mi creda. Io sono un pastore. Per me non
esistono pecorelle più o meno importanti. Ho saputo che
lei, per punire l’infame delitto vuole incendiare la
nostra città, l’ovile delle mie pecorelle. Io non so e
non posso immaginare tutti questi miei fratelli senza
una casa. Signor Comandante, in cambio dell’integrità
della città io le offro la mia vita. Uccida me, ma non
distrugga le case delle anime che Dio mi ha affidato.
Monsignor Simonetti, si avvicinò al Comandante e gli
disse:
- Mi prenda! Mi prenda pure. Mi consegni ai suoi e mi
faccia uccidere come vuole e dove vuole.
Il Comandante lo fissò in volto ed in tedesco gli disse:
- Ritorni pure nel suo palazzo ed assicuri le sue
pecorelle che Pescia non verrà né incendiata né
distrutta.
Il Vescovo chiese se poteva abbracciarlo.
Il Comandante non rispose. Il vescovo gli si avvicinò e
lo abbracciò piangendo per la commozione. Pescia era
salva. Il Comandante tedesco, però, non poteva lasciare
impunito un delitto.
- Per ogni soldato morto – ordinò in tedesco ai suoi
subalterni – devono essere uccisi sei italiani.
Domattina rastrellate 12 uomini partendo dalle località
rurali. Prima, però, prelevate gli uomini che sono in
carcere.
Alle sei del mattino vennero prelevati dal carcere del
Vitali di Pescia gli unici due imprigionati per ragioni
di gioco. Alle sette entrarono nella casa di Santi. Lui
non fu preso perché era anziano. Sul retro della casa
videro un rifugio: ci entrarono e vi trovarono i due
fratelli Carrara e Amleto Fagni che stavano pulendo
delle armi. I tre non accennarono nemmeno ad una minima
reazione. Furono portati a Villa Basilica dove c’era una
stazione tedesca. Poco dopo vennero raggiunti dal figlio
Adolfo. Abramo gli ordinò di ritornare subito a casa.
- Non state in pensiero. Fra poco ci rimanderanno a
Pianacci.
Verso le 9,30 giunsero a casa di Santi un gruppetto di
tedeschi che perquisirono tutta la casa, forse alla
ricerca di armi e munizioni. Mentre stavano ritornando
verso Villa Basilica incrociarono Rino Lugli che era
uscito di casa per ammirare da quell’altura la città di
Pescia. Rino venne catturato e portato a Villa Basilica
dove nel frattempo erano stati radunati una ventina di
uomini. Scortati da soldati armati di mitra, i
rastrellati vennero incolonnati ed avviati verso Pescia.
Rino venne messo in coda alla fila indiana.
- Sicché anche tu sei fucecchiese – esordì Amleto Fagni
– Ti ho visto ieri quando ti sei fermato con Camillo
davanti alla casa del Sani. Io sono del Galleno. Tu sei
troppo giovane e non meriti di morire. Noi verremo
ammazzati. Senti: quando si entra in paese, appena vedi
un vicoletto di fianco alla strada che percorreremo, tu
scappa. Hai capito?
Rino rimase muto. Il militare che chiudeva la scorta, un
austriaco , aveva udito e capito tutto. Non era più
giovane questo militare. Forse anche lui aveva dei
figli. Verso le 10,30, la colonna dei prigionieri entrò
in Pescia. Percorsi appena una quarantina di metri,
sulla sinistra si vide un vicolo. L’austriaco si
avvicinò a Rino, lo sfiorò col gomito e con un movimento
del viso gli fece capire di sparire in quel vicolo.
Rino, senza correre, entrò nel vicolo e si allontanò in
punta di piedi.
Nessuno si accorse di niente: nemmeno il Fagni. Soltanto
quando vennero fatti fermare dietro l’ospedale, il
gallenese si accorse che Rino non c’era più e ne fu
felice. Della ventina di uomini ne vennero scelti 12.
Furono graziati i più anziani. Da ognuno dei dodici
alberi prescelti pendeva una corda.
Pochi minuti prima delle undici, un soldato sistemò
intorno al collo di Abramo Carrara il cappio della corda
che penzolava dal primo albero. Poi l’irreparabile.
Medesima sorte per il povero Amleto. A questo punto,
Iacopo Carrara, non rassegnato a quella tremenda fine
cercò di fuggire verso il ponte di Mezzo, ma venne
freddato con una sventagliata di mitra e poi egualmente
appeso al terzo albero. La sventagliata di mitra venne
udita anche da Adolfo e Santi: ma soltanto verso le ore
19 seppero che il bersaglio di quei copli era stato il
povero Iacopo.
Rino intanto si era eclissato. Molti pesciatini, pur
essendo stati rassicurati che Pescia non sarebbe stata
incendiata, preferirono rincasare dopo che era scoccata
l’ora fatidica. Verso le ore 15 molte persone
cominciarono a rientrare in città. Anche Rino seppe che
il pericolo per la città era stato scongiurato dal
vescovo. Coloro che passavano sul retro dell’ospedale
rimasero terrificati dalla vista dei dodici impiccati.
Rino si portò in prossimità della via dove abitava il
nonno Camillo in attesa che anche i suoi rientrassero.
Il vescovo, inorridito dal racconto dell’impiccagione,
ordinò ai giardinieri e all’ortolano del suo palazzo di
scavare nell’area del giardino una fossa comune.
- Mi uccidano pure i tedeschi, ma io non posso
permettere che a quelle salme non sia data una
sepoltura.
Infilatasi una cotta ed una stola, ed armato di
aspersorio ed acqua santa, si diresse alla sede della
Misericordia.
- Cerco dei volontari per dare sepoltura ai dodici
impiccati. Occorrono dei coltelli per tagliare le corde,
una scala e dei carri per trasportare le salme dentro il
vescovado dove stanno approntando una fossa comune.
Qualcuno di voi vada a procurare dodici casse da morto:
le pagherò io.
I tedeschi avrebbero voluto che gli impiccati
rimanessero esposti almeno per 48 ore, ma quando videro
che il vescovo in persona era venuto a recuperare le
salme lasciarono fare.
E tutte le salme ebbero una degna sepoltura sia pure
temporanea. L’orrendo spettacolo era finito. Verso le 18
rientrarono a casa anche i genitori e il nonno di Rino.
Lo credevano morto e, invece, era in strada ad
aspettarli. Galileo non poté trattenere le lacrime.
Quando cominciarono a calare le ombre della notte, le
artiglierie americane cominciarono a colpire le colline
intorno a Pescia. Per i Lugli ricominciava la guerra.
Fortunatamente durò soltanto tre giorni. Il 7 settembre
quando i tedeschi lasciarono per sempre Pescia vennero
fatti saltare alcuni ponti ed diversi palazzi.
“La mattina dell’8 settembre 1944 si annunciò con il
sole. Gli Alleati si attestarono nei pressi della
stazione ferroviaria ( distrutta dai bombardamenti aerei
nella primavera del ’44 )e, alle ore 9, una jeep
attraversò la centrale via Garibaldi. Pochi minuti dopo
la città si riempì di folla; i festeggiamenti
proseguirono fino al coprifuoco delle ore 21.”
Il giorno 9 settembre vennero esumate le salme dei tre
fucecchiesi dal cimitero provvisorio del vescovado. I
fratelli Carrara vennero portati nel cimitero di
Altopascio, loro paese natio; la salma del Fagni venne
invece portata nel cimitero di Galleno. Nel frattempo
Rino, i suoi genitori e sua sorella Rina ripresero la
via del ritorno per Fucecchio. Finalmente anche per loro
la guerra era finita.
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