GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Tragica fine di Raffaello Barsotti tradito dalla sua passione per la lettura

 

Giovedì 28 luglio 1944


Nel luglio del 1944 la guerra passò anche da Fucecchio.

Il 21 luglio i tedeschi ordinarono alla popolazione fucecchiese di abbandonare il paese se non voleva essere uccisa dalle cannonate angloamericane come già era successo nei giorni precedenti alla Mannini, a Duilio Caverni, a Maltinti, alla mamma, alla moglie e alla figlia di Sandrino Monti.

Da un anno il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra alla ex alleata Germania. I tedeschi per reazione a questo nostro tradimento, datato 8 settembre 1943, avevano occupato tutta l’Italia ad eccezione di quella meridionale che nel frattempo era stata liberata dall’esercito anglo-americano.

Le truppe anglo americane che dovevano liberarci avanzavano però a rilento, molto a rilento. Finalmente erano giunte sulle colline sanminiatesi. Ma quanto tempo avrebbero impiegato per attraversare l’Arno?

Quasi tutte le famiglie di via della Concia preferirono rimanere nelle proprie abitazioni, e cioè sulla linea del fronte anziché sfollare. Alcune, come quella del Brogi si erano costruite un rifugio per proteggersi dai cannoneggiamenti; altre due o tre, scelsero come dimora e rifugio la fornace dei laterizi a confine diretto con via della Concia.

La famiglia di Barsotto fu una delle tre famiglie che si rifugiò in un interrato della Fornace. La loro abitazione era ad un tiro di schioppo dalla stanza terrena che avevano occupato. Vi avevano portato le reti, dei materassi e soltanto dei lenzuoli dato che si era in piena estate.

Poco dopo le ore sei del mattino del 28 luglio 1944 una serie di esplosioni, fortunatamente lontane, svegliarono tutti i Barsotti.

Raffaello, lo spilungone della famiglia Barsotti, appena trentaduenne e padre felice di Romana, fanciulla in età scolare, quasi sbadigliando, pronunciò:

- Ci risiamo!

- Ma quanto durerà ancora questa storia? – chiese sua moglie Francesca Campigli, dileggiata in passato da tutti gli abitanti di via della Concia perché troppo bassa rispetto a Raffaello. Ma ci pensava la madre di Raffaello a difenderla sfoderando l’antico detto” Se vuoi veder una bella coppina: marito grande e moglie piccina”

- Durerà ancora a lungo, moglie mia. Gli angloamericani ci pensano due volte prima di mettere a repentaglio la vita di un solo loro soldato. E fanno bene!

- Ma come puoi pensare in codesta maniera? – intervenne Natalina la più giovane dei tre figli di Barsotto.

- Io la penso bene. Ti dirò di più: anche i tedeschi hanno mille ragioni a trattarci male o malissimo.

- O come ti sei svegliato stamattina? – intervenne la madre dello spilungone.

- Mi sono svegliato molto bene, credimi, mamma. Fino all’8 settembre dell’anno scorso noi italiani eravamo stati nemici degli angloamerica ed alleati dei tedeschi. Dopo l’8 settembre si sono invertite le parti. Siamo diventati alleati dei nostri nemici e siamo diventati nemici dei nostri ex alleati tedeschi. Hanno mille ragioni a non fidarsi di noi e fanno molto bene a cercare di risparmiare vivi tutti i loro soldati.

- Mamma, ho fame – protestò Romana, la figlia di Raffaello e di Francesca, che si era alzata dal suo giaciglio formato da una rete stesa a terra , da un materassino di vegetale e da due lenzuolini.

- Hai ragione. Vado subito fuori a cuocerti un ciaccino sulla gratella.

- Per carità, Francesca, non devi andar più fuori a cucinare – intervenne la cognata Natalina che proseguì - Anche voi, mamma, statemi a sentire. Ieri pomeriggio, quando andai al mulino del Detti a far macinare quel sacchetto di grano che avevamo schiccolato dalle spighe, ho saputo che ieri l’altro, il 26, una cannonata ha ucciso in via Stieta, nell’aia dei Pucci, 6 livornesi.

- E cosa ci rientra codesto fatto, con la tua raccomandazione di non andar fuori a cuocere il ciaccino e le altre cosa? – chiese la Barsotta.

- Ci rientra, eccome!!Quei livornesi erano sfollati proprio nella casa dei Pucci. Avevano comprato dai Pucci due conigli ed un pollo. La massaia dei Pucci “gli” aveva prestato il girarrosto. Loro vollero usare il girarrosto nell’aia anziché sotto la cascina. L’ aeroplanino degli americani vide quel fumo, quel fuoco e tutta quella gente nell’aia, lo segnalò agli americani di S. Miniato e questi ci diressero diverse cannonate. Una cannonata colpì uno spigolo della casa dei Pucci e ci morirono 7 livornesi: due coppie di giovani sposi, un bambino di 2 anni, un giovanotto di 24 anni ed un’altra donna sposata di 58 anni. Una bambina di quattro anni rimase ferita e la portarono all’ospedale. Sembra che verrà rimandata a casa fra due o tre giorni.

- Meno male ! –soggiunse la moglie dello spilungone pensando alla sua Romana.

- Sentite, donne – disse Valente che si era già alzato e messo in ordine – potete andare a far da mangiare nella stanza accanto. E’ bene cha anche i tedeschi che sono lì, in casa di Boldrino, ci vedano il meno possibile. Potrebbero venire a fare un rastrellamento e catturare il nostro Raffaello. Lui verrebbe considerato un disertore e lo potrebbero fucilare.

- O Valente, ma voi mi date i numeri – protestò la nuora mentre stava modellando la pasta di pane a forma di cerchio per confezionare una mezza dozzina di ciaccini. Continuò:

- E perché dovrebbe essere considerato un disertore?

- Perché Raffaello, dopo l’8 settembre dell’anno scorso, abbandonò l’esercito e ritornò a casa.

- E cosa doveva fare se l’Italia aveva firmato l’armistizio?

- Doveva ripresentarsi al Distretto Militare di Pistoia per ordine di Mussolini.

- O Valente, ma voi mi date i numeri!

- No, no, cara Francesca, mio padre ha ragione. Noi di Fucecchio non facciamo più parte del Regio d’Italia, ma della Repubblica Sociale Italiana. Il capo di questa Repubblica è Mussolini. E Mussolini ci ha ordinato di entrar a far parte del suo esercito. Se mi trovano i carabinieri di Fucecchio o i tedeschi mi possono fucilare perché io non mi sono presentato al distretto militare. Io ho disobbedito all’ordine di Mussolini. Io con voi ci sto soltanto la notte perché i carabinieri e i tedeschi di notte non si muovono perché hanno paura degli attentati. Io ho scelto la fornace perché trovarmi nei forni sarebbe molto difficile. Ci vorrebbero almeno cinquanta carabinieri o soldati per trovarmi.

La Barsotta con l’aiuto di Barsotto trasferì i mattoni e i due fornelli a carbone nella stanza attigua alla loro camera. Barsotto, poi, aiutandosi con un soffietto accese il carbone e collocò una gratella su ogni fornello.



La grande passione di Raffaello



Il primo ciaccino cotto alla meglio venne assegnato allo spilungone. Erano quasi le ore 7 e a quell’ora potevano presentarsi dei tedeschi. Meglio sparire.

- Vado di sopra – annunciò Raffaello rivolto soprattutto alla moglie e alla figlia. E poi:

- Romana, vieni qua. Se vengono i carabinieri o i tedeschi e ti chiedono di babbo, tu cosa devi rispondergli?

- Babbo qui non c’è mai stato. Io non l’ho mai visto.

- Brava! Ci vediamo a pranzo.

Raffaello di lì a qualche secondo scomparve. Salì al secondo piano della fornace e si portò in un corridoio che dava all’interno di diversi forni. Da uno di questi tirò fuori una sgabello sul quale aveva lasciato il terzo volumetto de I MISERABILI di Victor Hugo.

La professoressa di lettere della Scuola di Avviamento di Fucecchio dove Alessandro aveva conseguito la licenza era riuscita a suscitare in molti scolari la passione per la lettura.

Nello stabilimento della FIAT di Firenze dove aveva lavorato fino ai primi di giugno del 1940, il lungo Raffaello aveva incontrato un altro grande appassionato di lettura. Molto frequentemente si scambiavano i libri, soprattutto romanzi d’autore. Marco, prima che Raffaello partisse per la guerra, gli aveva portato i sei volumetti de I MISERABILI.

- Ti fidi, Marco? – gli chiese Raffaello.

- Tu tornerai sano e salvo dalla guerra. Quando sarà ritornata la pace e noi riprenderemo il nostro lavoro qui, alla FIAT, tu me li riporterai.

Purtroppo I MISERABILI erano rimasti in via della Concia. Quando il 10 settembre 1943, due giorni dopo la firma dell’armistizio, lo spilungone rientrò fra lo stupore generale in via della Concia, dopo aver riabbracciato la sua bambina, la moglie, i genitori e le due sorelle, volle subito ritrovare i sei volumetti tanto decantati dal collega Marco. In un anno di tempo era riuscito a leggere soltanto i primi due volumetti che lo avevano affascinato ed angustiato. Ogni giorno doveva provvedere a nascondersi per non cadere nella mani dei tedeschi e dei cosiddetti polizei, la polizia al servizio di Benito Mussolini che nel settembre del 1943 aveva dato vita alla Repubblica Sociale Italiana che si era subito alleata con la Germania nazista di Adolfo Hitler. Anche nella zona della Concia potevano annidarsi delle spie a favore di Benito Mussolini. Perciò Raffaello doveva assentarsi continuamente dalla casa di Barsotto dove aveva messo su famiglia.

Dopo l’ordine di sfollamento, appena tutta la sua famiglia aveva deciso di rimanere in via della Concia rifugiandosi, però, dentro la grande fornace, Raffaello aveva potuto finalmente riprendere a leggere con continuità. I personaggi ritratti da Victor Hugo e soprattutto gli spaccati di vita e la trama della vicenda avevano coinvolto Raffaello in maniera quasi spasmodica. Leggeva con avidità. Molte volte si fermava e faceva dei raffronti possibili con la realtà di via della Concia al tempo della sua fanciullezza.

Qualche volta si alzava e si dirigeva alla finestra che dava sull’Arno. Il ponte in muratura non c’era più; non c’erano più nemmeno le casette poste quasi all’imbocco del ponte ed assegnate al capo-cantoniere Bertelli che era sfollato di giugno dalle parte di Cigoli qualche giorno prima che il ponte venisse centrato dagli aerei inglesi. Lo spilungone ricordava perfettamente i bombardamenti aerei sul ponte. Soltanto la mattina del 2 luglio, all’inizio del presente mese di luglio, per la festa del Sacro Cuore, il ponte venne finalmente centrato e da quel giorno cessarono i bombardamenti aerei. Dalla finestra del secondo piano riusciva appena a vedere una delle quattro “pigne” che erano rimaste in piedi. Che desolazione! Dalla finestra del lato opposto poteva veder bene il retro della chiesa di S. Maria delle Vedute che lui, prima di partire per la guerra frequentava soltanto in occasione delle grandi festività.

Quella mattina lo spilungone riprese a leggere. Poco dopo mezzogiorno si accapò alla stanzetta dei familiari. La Barsotta gli aveva già preparato il pranzo: un piatto di riso lesso condito con un po’ d’olio, un ciaccino e due uova lesse già sgusciate: il tutto in una pezzuola da spesa. A parte, una bottiglietta di vino. Il fiasco dell’acqua lo aveva preso al mattino. Raffaello sarebbe rientrato nella stanza dove tutti dormivano al calar della notte.


Ore 12 di venerdì 29 luglio 1944


La Barsotta stese sul pavimento ammattonato la solita pezzuola da spesa e vi sistemò una specie di gavetta cilindrica smaltata nella quale aveva versato tre o quattro ramaiolate di riso in brodo. Il riso era l’unico alimento di cui l’Italia anche in guerra aveva sempre abbondato. E tutte le famiglie se ne erano fatte una bella scorta. Nel ciaccino diviso in due aveva messo un pezzo di frittata – di uova i Barsotti ne avevano messe da parte moltissime -. Poi la solita bottiglietta di vino.

Raffaello, senza farsi vedere alla figlia e alla moglie con rapidità aveva preso la pezzuola annodata e la bottiglietta di vino ed era salito al secondo piano della fornace. Mangiò tutto in un amen. Gli erano rimaste da leggere soltanto due paginette. Appena ebbe finito di consumare il pranzo, sistemò il recipiente ed il cucchiaio dentro la pezzuola, la legò e riprese a leggere con voracità. Pochi minuti prima delle ore 14 ridiscese nella stanzetta suscitando stupore non solo nella moglie, ma anche nelle sorelle.

- Perché sei sceso? I tedeschi potrebbero entrare e prenderti.

- A quest’ora i tedeschi si concedono un riposino. Ho finito di leggere il terzo volume e voglio andare lì, a casa nostra, a prendere il quarto volumetto. Magari, tu, Dina, piazzati qui sulla porta e se vedi un tedesco che esce dalla casa di Boldrino comincia a cantare “Giovinezza, giovinezza” . Io ritornerò indietro senza farmi vedere.

- Va bene. Starò qui sulla porta. Ma fai alla svelta. Di tedeschi non ne vedo. Vai ora!

Raffaello non se lo fece ripetere. Frinivano le cicale. Con quelle sue pertiche in un baleno si trovò quasi sulla via della Concia, nei paraggi del gelso che dava ombra alla sua casa. All’improvviso il sibilo di una cannonata, poi lo schianto verso la chiesa delle Vedute. Un altro sibilo. Dina che seguiva la corsa del fratello vide esplodergli ai piedi la seconda cannonata.

Subito dopo un gran polverone si alzò dal luogo dov’era esplosa.

- Mamma, Francesca, correte! Raffaello è stato colpito. Aiuto! Aiutoo!!

Un’altra voce si unì a quella di Dina. Era la mamma di Beppe Taviani, il ragazzo di nove anni colpito quasi mortalmente da una scheggia della cannonata che era esplosa ai piedi di Raffaello. La Barsotta, Francesca ed anche Natalina corsero dietro a Dina mentre i proiettili continuavano ad esplodere violentemente in aree abbastanza vicine. Quando le quattro donne raggiunsero Raffaello e lo videro con gli occhi sbarrati, le gambe staccate dal corpo cominciarono a gridare con la forza della disperazione e a strapparsi i capelli. Romana era rimasta nella stanza. Zia Natalina , prima di uscire, le aveva detto:

- Tu non muoverti di qui per nessuna ragione.

Romana non poté sul momento rendersi conto dell’accaduto. Di lì a qualche minuto il cannoneggiamento ebbe termine. Riapparve il cielo intensamente azzurro e si riudì il frinire delle cicale. Romana gridò:

- Cos’è successo? Posso venire?

Nessuna risposta.

La bambina, allora, lasciò la stanzetta e raggiunse la mamma, la nonna e le zie.

La Barsotta, appena si accorse della presenza della nipotina, le si fece incontro e le si parò dinanzi per non farle vedere il babbo letteralmente sfracellato.

Ma intanto Francesca gridava:

- Io me lo prendo anche senza le gambe, purché viva. Portiamolo subito all’ospedale.

Proprio in quel momento passò il carretto sul quale era stato disteso il novenne Beppe Taviani. Una scheggia gli aveva attraversato, in basso, il polmone destro.

Il Taviani chiese scusa e disse:

- Non possiamo fermarci. Dobbiamo portare subito il nostro Beppe all’ospedale.

La Barsotta accennò un sì con il movimento del suo volto ormai rugoso, come se avesse voluto dire:

- Ho capito. Fate bene a portare vostro figlio all’ospedale.

Anche Valente era accorso. Senza esitazione corse a casa, prese un carretto e si portò sul luogo della sciagura. Appena la Barsotta lo vide arrivare con il carretto, rientrò nella stanza con la nipotina, prese due lenzuoli e li distese sul carretto. A romana le fu ordinato di rimanere nella stanzetta della fornace.

Non fu semplice caricare il corpo martoriato e le due gambe di Raffaello. Nemmeno il trasporto all’ospedale fu agevole.


La cassa da morto molto speciale per il povero Raffaello


Non fu necessario portarlo nell’ambulatorio del Pronto Soccorso. Il prof. Baccarini che vi si stava dirigendo, scoprì il corpo di Raffaello ed affermò:

- Mi dispiace, ma il vostro congiunto è… morto. Portatelo quanto prima al cimitero.

Passava dal cortile in quel momento una suora del cottolengo che dal 1921 prestava servizio nel nostro ospedale. Si avvicinò alle donne, espresse loro il suo cordoglio e promise che avrebbe pregato per lui.

E Valente:

- Ma una cassa da morto dove possiamo trovarla. Per lui, poi, ce ne vuole una speciale perché alto un metro e 92 centimetri.

La suora vide Brunero Orsi, il servitore di tutti, già operaio di Gagliano Guidotti in via S. Giovanni.

- Brunero, Brunero – gridò la suora - Vieni un momentino qua.

- Mi dica – chiese Brunero appena giunse dinanzi al carretto.

- Queste persone avrebbero bisogno di una cassa da morto lunga almeno due metri. Il tuo padrone Gagliano, ne ha di così lunghe?

- No, no.

- E allora come facciamo?- chiese la moglie di Raffaello.

- Non si sgomenti, signora. Venite dietro a me. Vedrete che vi farò riportare a casa il vostro congiunto dentro una cassa – assicurò suor Pasqualina.

Scesero con il carretto per un breve tratto di fianco all’ospedale. La suora aprì una porta a vetro opacizzato e senza esitazione ordinò:

- Bagnoli, queste signore hanno bisogno di una cassa per il loro congiunto. La cassa deve essere lunga almeno due metri.

- Ma io ne una che è lunga soltanto un metro e ottanta.

- Bagnoli – incalzò suor Pasqualina –lei è o non è un falegname? Se è un falegname, io gli ordino di allungare la cassa che c’è già pronta. E deve farlo subito. Queste pie donne devono riportare il loro defunto a casa dentro la cassa.

Il Bagnoli non replicò. Si limitò a dire:

- Va bene. La faccio subito.

E la suora di rimando:

- Io fra mezz’ora ritornerò qui e voglio vedere la salma già distesa nella cassa.


Il ritorno a casa


Il Bagnoli si mise immediatamente al lavoro. Schiodò la parete terminale, quella in fondo ai piedi. Con le tavolette che aveva a disposizione nella falegnameria dell’ospedale allungò la base di abbondanti 20 centimetri; allungò poi le pareti laterali servendosi di chiodi non troppo lunghi. Allungò pure il coperchio senza fermarsi un attimo. Poi con la sega a mano segò tutto ciò che avanzava. Le pie donne distesero dentro la cassa il lenzuolo che aveva coperto la salma, sollevarono con l’altro la salma e lo deposero dentro la cassa sistemando alla meglio le gambe e coprirono alla meglio la salma di Raffaello con le cocche del lenzuolo rimasto fuori della cassa . A questo punto il Bagnoli adagiò sopra la cassa il coperchio e dette a Valente una fogliata di chiodi dicendogli:

- Ci penserete da voi, vero, ad inchiodare il coperchio prima di portarlo al cimitero.

- Diamine – rispose Valente che subito dopo chiese:

- Quanto devo pagare?

- Niente. Niente – rispose suor Pasqualina che era sopraggiunta proprio in quel momento – queste casse le “passa” il Comune. Ci penserò io ad informarlo. Prima di andarvene devo trascrivere su questi moduli i dati anagrafici del vostro congiunto: Nome e cognome, data di nascita, l’ora in cui è stato colpito mortalmente dalla cannonata, il luogo dove è stato colpito e la via dove lui risiedeva. Questo modulo riempito lo darete al becchino del cimitero che lo trascriverà nel registro dei morti.


Le domande della piccola Romana


Il mesto corteo ripartì dall’ospedale verso le 16,30. Di fianco al portone d’ingresso, ai piedi delle breve scalinata, c’era un altro carretto. Lo riconobbero. Era quello del suocero del Taviani.

In piazza Garibaldi incrociarono un piccolo gruppo di soldati tedeschi che vollero vedere cosa c’era dentro la cassa temendo forse un attentato o un trasporto clandestino di armi e munizioni. Sollevarono con delicatezza il coperchio ed uno di loro, in perfetto italiano, disse:

- Scusate!

Valente, senza tanti preamboli, chiese alle donne:

- Lo mettiamo in casa o lo portiamo nella stanza della fornace?

Francesca, la moglie, azzardò:

- Portiamolo in casa.

E mamma Barsotta:

- Francesca, se la casa venisse colpita da una cannonata si farebbe tutti la fine del gatto.

- Io sarei contenta di morire insieme al mio Raffaello – replicò Francesca.

- Ma ricordati – soggiunse la suocera – che tu hai una creatura. La bambina non deve assolutamente morire. Faresti morire per la seconda volta il nostro Raffaello.

- Avete ragione. Lo veglieremo nella stanza della fornace.

I Brogi, terminato il cannoneggiamento, si erano diretti verso la fornace richiamati dalle strazianti grida di aiuto. Nella stanza ci trovarono soltanto la bambina seduta sul materassino del suo giaciglio. Alle domande che le vennero poste seppe solo rispondere:

- Sono andate via col carretto. E nonna mi ha ordinato di non muovermi dalla stanza. Una Brogi rimase con la bambina. Le altre raggiunsero la casa del Taviani, ma non ci trovarono nessuno. Scossero la testa come se avessero voluto dire:

- Se fossero stati nel rifugio insieme a noi….

Verso le 16,45, la Brogia vide ritornare il carretto con la cassa da morto. Dei Barsotti del gruppo mancava soltanto Raffaello. Era lui la vittima per la quale le donne disperate avevano chiesto aiuto. Francesca era livida in volto. Le due sorelle e i genitori di Raffaello erano stralunati, come se fossero assenti. Com’era stato possibile che nel volgere di un attimo il loro grande Raffaello le avesse lasciate per sempre. Era impossibile.

- Aspettate, prima di togliere Raffaello dal carretto – ordinò Valente.

L’ormai cinquantenne Barsotto dispose sei mattoni sul pavimento perché la cassa rimanesse sollevata da terra. Intanto la Brogia era uscita dalla stanza ed aveva abbracciato le quattro donne. Quando le donne e Valente ebbero deposto la cassa sopra i sei mattoni, Romana, turbata nel vedere la mamma tanto sconvolta, le chiese:

- Mamma, cos’è successo?

- Babbo non c’è più – rispose tutta d’un fiato con la voce che le si strozzò in gola.

- Non ti capisco, mamma.

- Ora, figlia mia, vedrai e capirai.

Valente, nel frattempo aveva tolto il coperchio dalla cassa.

Dina, la sorella maggiore, scoprì soltanto, sollevando le cocche dei due lenzuoli, il petto ed il volto di Raffaello ancora intriso di polvere e di fumo.

Romana si avvicinò alla cassa e chiamò:

- Babbo! Babbo! Perché non mi rispondi? Babbino, rispondimi! Sono la tua bambina. Sono Romana. Rispondimi!

Poi, come era solita fare, gli accarezzò il volto.

- Com’è ghiaccio!

Quando la manina di Romana cominciò a sfiorare la tempia destra, si fermò: aveva urtato qualcosa di tagliente. Senza rendersene conto aveva toccato il contundente che aveva ucciso suo padre. Si scostò dalla cassa, si avvicinò alla mamma e le chiese:

- Perché mi hai detto che babbo non c’è più?

Questa volta Francesca non rispose.

La Brogia rientrò a casa e naturalmente diffuse immediatamente la ferale notizia. Furono poche, anzi pochissime le persone che andarono a rendere omaggio alla salma di Raffaello. Quasi tutte le famiglie il 21 luglio si erano allontanate dal paese come era stato loro ordinato dai tedeschi.

- Mamma. Babbo rimarrà sempre con noi dentro quella cassa?

- No. Domattina lo porteremo al cimitero.

- Perché?

-Perché il cimitero – intervenne il nonno – è la casa di tutti i morti. Quando moriamo andiamo tutti lì a riposare per sempre. Anche babbo Raffaello potrà riposare in pace per sempre.

Romana finse di capire manifestando la sua approvazione con un movimento del suo bel visetto.

- Ma noi potremo andarlo a visitare nella sua nuova casa? – chiese la piccola.

- Diamine. Ci andremo tutte le domeniche appena sarà finita questa guerra.

La Barsotta che aveva ascoltato tutte le domande della nipotina, si sedette sulla sua sedia e disse a Romana:

-Vieni qui da nonna. Devo dirti delle cose importanti.

Romana obbedì e si portò accanto alla nonna.

- Babbo non è morto tutto quanto. La sua anima si è staccata dal corpo che ora è tutto ghiaccio ed è volata in Cielo. Questo capiterà anche a noi quando moriremo. La nostra anima si staccherà dal nostro corpo e volerà in Cielo. In Cielo ci ritroveremo di nuovo insieme e potremo riprendere a parlare e a stare sempre insieme.

- Io, nonna. Vorrei morire subito per ritrovare babbo e stare sempre insieme a lui.

- Ma babbo non vuole questo. Egli desidera che tu continui a vivere, perché la vita è molto bella e lui vuole che tu te la goda. Poi quando sarai diventata anziana e la vita diventerà brutta, allora sarà bello morire per cancellare tutti i dolori e per ritrovare finalmente babbo, mamma, i nonni. Te lo immagini, Romana, come sarà bello quando ci ritroveremo tutti in Cielo?

- Sì, nonna, sarà bello, ma io ho una grande paura.

- Di che cosa? – domandò la nonna.

- Ho paura di cascare dal Cielo. Se caschiamo, moriamo un’altra volta.

- No, non cascheremo perché le anime volano: non hanno peso.

- Ora, sì, ho capito e non avrò più paura.


La veglia della salma


A vegliare la salma di Raffaello venne soltanto la Brogia a far compagnia alle quattro donne e a Valente.

Ad un tratto la Brogia chiese:

- Ma perché Raffaello proprio in quel momento, verso le due del pomeriggio, era uscito dalla Fornace? Dove voleva andare?

- È morto per colpa di un libro – intervenne con tono di rimprovero la moglie.

La Brogia non comprese. Intervenne allora Natalina, la sorella più giovane.

- Raffaello aveva una grande passione per la lettura. In fornace stava leggendo il romanzo dei MISERABILI. Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, ha finito di leggere il terzo volume di quel romanzo. Lui è ridisceso giù nella nostra stanza e ha detto a Dina che voleva andare lì in casa a prendere il quarto volumetto. Ha pregato Dina di sorvegliare dalla porta se dalla casa di Boldrino uscivano dei tedeschi e quasi di corsa si è diretto verso casa nostra. Non aveva ancora percorso dieci metri, quando il proiettile della seconda cannonata gli è esploso ai piedi. Dina ha visto tutto e fortunatamente non è stata sfiorata neppure da una scheggia. Poteva essere uccisa o rimanere ferita anche lei. Una scheggia della medesima cannonata ha colpito il figliolo del calzolaio.

- Chi? Beppe?

- Sì,sì. Proprio Beppe. Lui era con la mamma. Proprio lei mi ha raccontato un’ora fa, quando è venuta a vistare la salma di mio fratello, che lei e Beppe stavano venendo nel vostro rifugio.

- Non posso crederci! – esclamò concitata la moglie della vittima – Il mio Raffaello è morto per colpa di un libro. Accidenti alla passione per la lettura. Prometto che per tutta la vita io non prenderò più in mano un libro. Ma se avesse avuto un po’ di pazienza. Se almeno ce lo avesse chiesto a noi di andare a prendergli quel maledetto libro. Ma no! Lui era più geloso dei libri che della moglie.

Tutte rimasero in silenzio. Capirono che Francesca aveva bisogno in qualche modo di sfogarsi.

La Brogia chiese ancora:

- Con che cosa glielo avete pulito il viso a Raffaello? Quando l’avete riportato qui, era pieno di polvere e di fumo.

- Gliel’ho pulito io con uno straccio imbevuto di acqua insaponata e poi con un altro straccio imbevuto soltanto d’acqua – rispose Natalina.

Poco dopo la mezzanotte una civetta si posò sul davanzale di una finestra sovrastante la stanza dei Barsotti ed emise il suo lugubre lamento.

All’alba la Brogia, dopo aver recitato insieme alla quattro donne una quarantina di Requien aeternam si congedò e rientrò nella propria abitazione che non aveva neppure lei abbandonato il 21 luglio, il giorno dello sfollamento di tutta la popolazione di Fucecchio.


L’interramento di Raffaello


A Valente toccò l’ingrato compito di inchiodare il coperchio della cassa da morto dove era stato adagiato il figlio. La bambina era stata allontanata prima che fosse compiuta questa operazione. Le avevano fatto salutare il babbo al quale aveva mandato tanti bacini. Francesca, la moglie, era talmente distrutta dal dolore che non ebbe nemmeno la forza di piangere.

- Addio, Raffaello mio – disse quando il corteo, prima delle ore otto del mattino, lasciò la fornace diretto al cimitero distante oltre un chilometro. La bara fu lasciata scoperta per non aver noie con le eventuali pattuglie di soldati tedeschi. Insieme a Valente, che spingeva il carretto, c’erano le due figlie Dina e Natalina. Per evitare le macerie del capoluogo tagliarono da viale Mazzini, via Tea, piazza La Vergine, via Sotto valle, Madonnina dello Zucchi e via Pistoiese. Valente si era ricordato della paginetta che gli aveva consegnato suor Pasqualina. Giunti davanti al cancello del cimitero, lo spinsero ed entrarono dentro. Sulla loro sinistra videro tracciato il disegno di una lunga fossa comune. Il cimitero era deserto. Valente lo attraversò tutto e andò a chiamare il becchino che abitava dietro il grande porticato.

I due si conoscevano da tanto tempo. Valente era un barrocciaio molto noto a Fucecchio soprattutto per i suoi lunghi viaggi a Livorno ed in altre cittadine distanti da Fucecchio.

Guido, il custode del cimitero, dopo essersi aggiornato sulla identità della salma e dopo aver scritto sul Registro dei Morti i dati segnalati da suor Pasqualina, chiese a Valente:

- Puoi portarmi questo barattolo di tinta ed il pennello?

- Diamine.

Le due figlie di Valente si rianimarono quando videro sbucare dal grande porticato il loro padre con quel secchiello di tinta ed il becchino che recava a spalla una vanga, una pala ed un paio di robuste corde.

Prima di scaricare la cassa, Guido, scrisse sul coperchio il numero 18 con il pennello intriso di vernice rossa.

Poi con l’aiuto delle corde la cassa venne calata dentro la fossa comune e ricoperta con la terra che era già ammucchiata ai bordi della fossa. Valente ringraziò Guido che rimase lì a scavare per prolungare ancora la lunga fossa comune dove sarebbero state interrate tante altre salme.

Quando i tre familiari uscirono dal cimitero reso splendente dal sole e da un cielo incredibilmente azzurro, le cicale avevano già cominciato a frinire.

- Peccato che il nostro fratello non sia stato né benedetto né accompagnato al cimitero da un prete.

In simili circostanze si era reso disponibile soltanto il frate padre Carlo Catarsi del nostro convento in piazza La Vergine. Nessuno dei familiari di Raffaello Barsotti, però, lo aveva mai saputo.

I tre Barsotti rientrarono muti alla fornace allo stesso modo con cui si erano portati al cimitero. La piccola Romana e la madre Francesca abbassarono la testa quando Valente, Dina e Natalina entrarono nella stanzetta.

La Barsotta, previdente, disse loro:

- Ora mangiate il ciaccino che vi ho preparato.

Proprio in quel momento i cannoni angloamericani ripresero a tuonare.


29 luglio 1947: la lettera dell’amico Marco


La mattina del 29 luglio 1947, a tre anni esatti dalla morte di Raffaello, il postino si fermò davanti alla casa di Barsotto che si trovava sotto il gelso ad accudire il suo cavallo da traino.

- O Valente, ho qui una lettera indirizzata al tuo povero figlio Raffaello.

- O da dove viene?

Il postino lesse il nome del mittente ed anche la città da cui era stata spedita la lettera: Firenze.

Valente scosse negativamente la testa. Per lui quel nome e cognome erano sconosciuti. Poi chiamò.

- Francesca! Francesca!

La nuora ancora vestita di nero si affacciò alla finestra e chiese:

- Cosa volete?

- Scendi un po’. Il postino ci ha una lettera indirizzata a Raffaello.

Francesca volò per le scale.

Quando il portalettere le lesse il nome del mittente, Francesca sobbalzò.

- Marco lavorava con il nostro Raffaello alla Fiat di Firenze. E’ quello che aveva prestato i sei volumetti dei MISERABILI a Raffaello.

Francesca strappò dalle mani del postino la busta, salì in camera , lesse d’un fiato la lettera, scese giù in cucina e, dopo aver convocato tutti i familiari, lesse ad alta voce:



Firenze 27 luglio 1947

Carissimo Raffaello,

come avrai certamente saputo, lo stabilimento FIAT di Firenze ha riaperto i battenti da un paio di mesi. Ti ho cercato, ma inutilmente, in tutti i reparti.

Sicuramente tu avrai trovato il lavoro in qualche altra ditta ed a condizioni migliori. Se così fosse ne sarei particolarmente contento.

Tu forse, appena hai aperto la mia busta, avrai pensato che io ti abbia scritto per chiederti i volumetti dei MISERABILI a cui ero particolarmente attaccato. Anzi, voglio rassicurarti: te li regalo e con tutto il cuore. Io li ricomprai per due soldi in una bancarella dell’usato nell’autunno del 1945. Tienili. Un giorno si riveleranno preziosi per la tua bambina quando avrà raggiunto la maturità.

Aspetto con impazienza tue notizie. Io e mia moglie saremmo felicissimi di ospitarti insieme a tua moglie e a tua figlia in una delle prossime domeniche.

Vi aspettiamo.

Tanti cordiali saluti a te e alla tua Francesca ed un abbraccio forte forte alla tua Romana.

Tuo amico Marco




Per qualche giorno, a tavola, i tutti i Barsotti parlarono di questa lettera.

Il terzo giorno, Valente, in in momento di pausa, mentre aveva finito di consumare il domenicale piatto di maccheroni con il sugo del coniglio, avvertì:

- Domani bisogna rispondergli all’amico del nostro Raffaello. Ci pensi tu, Francesca?

- No. Io non me la sento. La lettera ha riaperto la mia ferita.

- Ci penso io – disse con un certo compiacimento Romana - Voi dovrete scrivermi soltanto gli indirizzi sulla busta perché non mi è stato insegnato.

Detto fatto.

Appena ebbero terminato il pranzo e rassettato la cucina, Romana tirò fuori dalla cartella il suo quaderno a righe, ne staccò un doppione, mise sul tavolo il calamaio con l’inchiostro nero, tirò fuori dal suo astuccio la penna con il pennino a campanile, il suo preferito, e stilò la risposta all’amico del babbo.



Carissimo Marco,

sono la figlia del tuo amico Raffaello.

Babbo non c’è più. E’ morto. Venne ucciso da una cannonata il 29 luglio del 1944 quando la guerra passò da Fucecchio. Lui, verso le ore 2 del pomeriggio, era uscito dal nostro nascondiglio per andare in casa nostra a prendere il quarto volumetto dei Miserabili. Il proiettile gli esplose ai piedi.

Mamma ritrovò i primi tre fascicoli sopra uno sgabello in un corridoio della Fornace di mattoni dove babbo stava nascosto dai tedeschi per tutta la giornata.

Noi conserviamo i sei volumi come se fossero una reliquia.

Grazie per averceli regalati. Con le lacrime agli occhi saluto lei e sua moglie anche da parte della mamma, dei nonni e delle due zie.

La mia mamma sarebbe felice se voi veniste a trovarci a Fucecchio.

Romana Barsotti




Due settimane dopo, di domenica, Marco e sua moglie vennero in treno a Fucecchio e nel primo pomeriggio, insieme a Romana e a Francesca, andarono a deporre un mazzo di fiori sulla tomba di Raffaello Barsotti.

 

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