GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Poggio Tempesti, un’isola felice per gli sfollati

 

Poggio Tempesti aveva vissuto il suo momento di notorietà nel 1921 quando vi venne ucciso il giovane fascista Pacini. La frazione di Cerreto Guidi, diventata gloriosa per quell’efferato delitto che scatenò una serie incredibile di violenze nere, cambiò anche nome e divenne Poggio Pacini. Poi anche su Poggio Pacini calò per oltre due decenni il sipario del silenzio.
Questo sipario venne ritirato su nell’estate del 1944 quando vi sfollarono personalità veramente illustri che scoprirono la magnificenza dei panorami incantevoli offerti dal Poggio, primo fra tutti quello del Padule in tutta la sua estensione, accarezzato dalle colline delle Cerbaie e dell’Albano, protetto dalla modulante muraglia dell’Appennino e delle Alpi Apuane.
La primavera del 1944 non era iniziata per gli abitanti di questa piccola frazione del Comune di Cerreto Guidi sotto buoni auspici. In un pomeriggio del giugno 1944 la serenità degli abitanti di Poggio Tempesti venne letteralmente scossa da due violente esplosioni che fecero tremare le pareti delle case e i vetri delle finestre. Remo Ciurli, un renitente alla leva della giovane Repubblica Sociale Italiana, meglio conosciuta come repubblica di Salò, stava rimontando per l’ennesima volta la prima delle tre macchine da cucire della mamma, la sarta per antonomasia di tutto il circondario che comprendeva anche una buona fetta del Comune di Fucecchio. Il giovane, impressionato da quelle esplosioni, si affacciò alla finestra e vide levarsi dalla località Poggioni, poco distante da Stabbia, due grandi colonne di fumo. Di corsa, il giovane Ciurli, pantaloncini corti e maglietta grigia di lana, scese in cortile, inforcò la sua bici e si diresse, anzi volò a Poggioni seguendo un itinerario impossibile, quello che non teneva conto delle vie maestre. Remo, a differenza di Giuseppe del Terra di Fucecchio che veniva considerato il più grande ciclista acrobata del mondo - percorreva in bici le spallette del ponte sull’Arno, scalava le vie del capoluogo con una bici senza manubrio o con le spalle rivolte al manubrio medesimo – era il re della bicicletta: lui le faceva fare quello che voleva. In poco meno di un quarto d’ora Remo si trovò sul luogo del .. delitto. Una fortezza volante, forse in avaria, per alleggerirsi, si era liberata di due grandissime bombe che , anziché nei prati del Padule, erano esplose in Poggioni provocando danni irreparabili alle cose e alle persone. C’era ancora il fumo acre sull’aia della casa colonica raggiunta da Remo. Un gruppo di donne sorreggevano una ragazzina che lo spostamento d’aria della esplosione aveva scaraventato addirittura sul pagliaio. Il volto della ragazzina recava ancora i segni dello spavento; lo choc emotivo le impediva di aprire gli occhi e di camminare con le proprie gambe. Poi l’attenzione del Ciurli venne richiamata dalle grida che provenivano dalla casa vicina. Appoggiò la bici ad una pianta ed entrò nella casa. Sopra un tavolo c’era l corpo martoriato di un ragazzino ucciso dalle bombe della fortezza volante americana: era il fratello di quella ragazza sconvolta che non si era ancora ripresa dallo choc e che non sapeva della sorte del fratellino. Il Ciurli si adoperò in mille modi per risolvere i problemi pratici del momento e promise che l’indomani mattina sarebbe ritornato. E ritornò. La mamma del bambino ucciso, commossa, abbracciò Remo e lo ringraziò con la voce rotta dal pianto. Una zia del bimbo ricordò ai presenti che si doveva andare dalla sarta a Stabbia a riprendere il vestitino per il bambino.
- Ditemi chi è la sarta. Ci andrò io in bicicletta – intervenne prontamente Remo.
Remo volò giù per la discesa, trovò a colpo sicuro la sarta, prese il vestitino e, senza gualcirlo, lo riportò a casa della signora che di lì a pochi anni sarebbe divenuta sua suocera.
Quando Remo rientrò al suo Poggio Tempesti si sentì profondamente cambiato. Le bombe esplose, il ragazzino morto, la giovane in deliquio apparsagli come una novella Maria ai piedi della croce di Gesù morente, l’abbraccio commosso di quella madre, la prontezza avevano inciso rapidamente sulla sua maturazione interiore. Mentre scalava in bici le ultime salitelle che lo separavano dalla sua casa, scese di bicicletta e, quasi senza guardare, continuò il suo viaggio di ritorno. Era stato folgorato da un ricordo, anzi da una riflessione che forse non lo aveva mai interiormente visitato: “E mia madre come avrà reagito quando le morì il marito? Era poco più che trentenne la mamma di Remo quando rimase vedova e con sei figli a carico. Remo non aveva ancora due anni quando gli morì il padre e non ne ricordava neppure l’immagine. Il babbo di Remo, al ritorno della Prima Guerra Mondiale, per assicurare alla sua famiglia un’entrata mensile sicura aveva chiesto ed ottenuto di essere arruolato nella Polizia. La moglie non si oppose al progetto del marito e lo seguì nelle sedi di servizio portandosi sempre dietro la fedele macchina da cucire dato che era una sarta molto brava. Nelle ore - poche per la verità – che i figli le avrebbero lasciate libere, ma soprattutto dopo cena, avrebbe potuto arrotondare lo stipendio del marito. Dopo la morte del marito, per polmonite, era ritornata nella casa paterna a Poggio Tempesti.
Appena Remo giunse al Poggio, salì dalla madre e le raccontò dettagliatamente tutta la cerimonia delle esequie funebri. La madre lo ascoltava incantata . Era la prima volta che si accorgeva della facondia del suo Remo, il penultimo della sua bella nidiata.
- Parli bene come il prete quando spiega il Vangelo, la domenica, alla Messa.
Remo se ne compiacque, ma obiettò:
- A me piacerebbe parlare come quel frate che da Firenze è sfollato nella casa di don Grilli. Quello è un fenomeno. Io mi ci incanto ad ascoltarlo quando spiega il Vangelo in chiesa e quando conversa con le persone che vengono a trovarlo in canonica.
- A proposito di padre Tommasini – lo interruppe la mamma – faresti meglio ad andare a riportargli la sua camicia. Gliel’ho già sistemata. Mi alzo e te la do. Se ti chiede quanto mi deve, digli che non voglio assolutamente niente e che mi sento molto onorata della sua presenza in questa nostra parrocchia abbandonata dagli uomini e da Dio.
Bussarono alla porta. Entrò il casano della villa del Turricchio. Aveva in mano una busta e la porse a Irma.
- Te li manda l’ingegner Fanno a saldo del suo debito. Forse non li rivedremo più lui e sua moglie – disse tutto d’un fiato il casano come se avesse imparato a memoria quella battuta.
- E perché? – chiese la madre di Remo.
L’uomo si avvicinò alla sarta e sottovoce le spiegò:
- L’ingegnere è un ebreo. I repubblichini lo hanno saputo e son venuti a prenderlo per poi farlo deportare in Germania dai tedeschi. Io ero stato avvisato da una persona fidatissima e ne avevo parlato all’ingegnere. Lui era convinto che questa operazione l’avrebbero compiuta fra una diecina di giorni. Io gli rivelai allora un passaggio segreto. Per precauzione aveva subito collocato la sua automobile davanti all’uscita invisibile del passaggio segreto. Nessuno avrebbe mai immaginato che avrebbe potuto trovarsi in pochi minuti il Valbugiana. Lui e la signora, stamani si sono alzati alle cinque, per raccogliere tutti i gioielli, i libretti bancari, i documenti falsificati. Appena mi hanno visto, mi hanno consegnato la busta destinata a voi. Mentre mi infilavo la busta nella tasca, da una finestra ho visto salire verso il Torricchio tre macchine nere. “Signor padrone – gli ho detto - arrivano.” Lui ha capito a volo. “Digli che sono partito con la signora da due giorni” Hanno preso le due valige nelle quali avevano sistemato tutti i loro averi e, attraverso il passaggio segreto, sono partiti in automobile senza che nessuno se ne accorgesse. Chissà dove saranno andati. Speriamo che non cadano nelle mani dei tedeschi!
La mamma di Remo, incuriosita, dopo aver preso la busta e controllato la somma che vi era stata sistemata, chiese al casano:
- E poi cos’è successo?
- Hanno bussato. Io ho aperto. Erano una dozzina. Mi hanno chiesto dell’ingegner Fanno ed io ho detto loro che era partito l’altro ieri con la moglie. Loro ci hanno creduto e non si sono mostrati né delusi né arrabbiati. Uno di loro, rivolto ad un signore di mezza età, un tipo signorile, vestito molto bene, tutto imbrillantinato, ha detto: “Signor Commissario, questa potrebbe essere la sua dimora ideale”. E il Commissario gli ha risposto: “Detto fatto. Da oggi pranzerò, cenerò e pernotterò qui. Potrete venirci anche voi con le vostre mogli. Desidero soltanto che mi siano assicurati pasti caldi, abbondanti ed una camera spaziosa con letto matrimoniale. Ora ritorniamo in paese. Io alle 8,30 devo prendere servizio nel Palazzo Comunale. Ho un’agenda nutrita di incontri.” Verso le dieci sono ritornati due di quei repubblichini con le loro mogli. A me e a mia moglie hanno detto che potevamo rimanere e che ci mettessimo a loro disposizione.
La mamma di Remo non ritenne prudente chiedere altre informazioni. Ringraziò il casano della Villa del Turricchio, lo salutò e riprese a “macchinare”.
Remo le ricordò:
- Mamma, devi darmi la camicia di padre Tommasini.
La donna si alzò e consegnò la camicia al figlio che in un batter d’occhio arrivò in canonica. Padre Tommasini era in cucina con Bruna, sorella e perpetua di don Grilli, parroco del Poggio.
- Padre, mia madre le manda la camicia accomodata. Mi ha detto che non vuole assolutamente niente, Poi ha aggiunto altre parole in suo onore che io, però, ho perduto mentre venivo qui.
Il francescano sorrise per la battuta di Remo e di rimando:
- E se io ti chiedessi che cosa vuoi da me, tu cosa mi chiederesti?
Remo sorrise compiaciuto, scosse la testa come a voler dire “io lo saprei bene che cosa chiederle”
- Forza, Remo. Aspetto la tua risposta.
- Vorrei saper parlare come lei e poi..
- E poi ? – insistette il frate che nel 1930 aveva mandato in visibilio i fucecchiesi che avevano assistito alla esecuzione delle sue Messe in musica dirette da lui medesimo in occasione dei festeggiamenti in onore di padre Teofilo da Corte proclamato Santo proprio in quell’anno, il 29 giugno.
- Vorrei saperle dire le cose come le dice lei. Lei avrebbe potuto fare l’attore di teatro Da qualche giorno sto provando dalla famiglia Taddei una recita. Lei è mille volte più bravo del nostro istruttore. Lo so che lei è un grande compositore di musica sacra, ma io non ci ho passione per la musica. Insomma vorrei saper tutto quello che lei sa e soprattutto vorrei saperlo esprimere alla sua maniera.
- Figliolo caro, te l’ha mai detto nessuno che tu hai qualcosa in più rispetto a tutti gli altri. Ti faccio i miei complimenti e ti auguro di arrivare molto più lontano di quanto non sia arrivato io.
- Ma io, padre, ho fatto soltanto la quinta elementare – replicò Remo, desideroso di conoscersi più a fondo.
- Ricordati, Remo, che i talenti ce li dà Dio e non la scuola. La scuola tutt’al più può aiutarci a tirarli fuori, ma non ce li dà. Iddio ti ha compensato della perdita del padre donandoti dei talenti. Fin dal nostro primo incontro ebbi precisa la sensazione di trovarmi di fronte ad un giovane talentuoso. I tuoi talenti sbocceranno anche senza l’aiuto della scuola. Forse questo è il progetto che la Divina Provvidenza ha fatto su di te. La scuola, molte volte, può soffocarli i talenti. Ma ho parlato troppo. Scusami., Remo.
Bruna stava ad ascoltare con una scoperta espressione di incredulità. Per Bruna, Remo, nonostante i suoi vent’anni, era sempre un ragazzino, vivace e svelto, ma ragazzino.
- Ringrazia tanto tua madre – disse padre Tommasini a Remo quando questi lasciò la canonica.
- O Remo – rincalzò Bruna – ricordati che stasera, dopo cena, c’è la funzione del Giugno. E’ una delle ultime. La officerà padre Tommasini.
Remo non vedeva l’ora di potersi appartare almeno una diecina di minuti per rimuginare su quanto il frate aveva detto su di lui. Uscì e, anziché rientrare in casa, si portò sul pratino della chiesa e si sedette ai piedi di una delle piante che d’estate assicuravano una buona frescura. Il giovane renitente scuoteva continuamente la testa. Lui un giovane talentuoso? Ma come era possibile? Aveva provato mille mestieri e non ce ne era stato uno che gli fosse andato a genio. Aveva lavorato a Rifredi, a Firenze, a Empoli in una vetreria, a Pontedera in una officina meccanica, a Fucecchio dal Barontini di via Roma, quello che riparava le biciclette. L’ultima sua esperienza lavorativa l’aveva fatta a Fucecchio nel negozio di Mannini Giulio dove si vendevano le biciclette. Da Giulio ci stava molto bene e ci andava volentieri: doveva montare di sana pianta biciclette da uomo, da donna e da corsa. Era assicurato e percepiva un salario discreto. Quel lavoro era finito da una settimana perché a causa dei frequentissimi bombardamenti aerei sulle città e sulle stazioni ferroviarie, non arrivavano più i pezzi da “montare”. Tanto per dar una mano alla mamma che doveva sopperire alla nutrita figliolanza di sei persone, aveva messo su una bottega con una morsa e qualche attrezzo per effettuare qualsiasi tipo di riparazione. L’unica cliente fissa era la donna che aveva insegnato a Remo ad affrontare con la bici qualsiasi tipo di ostacolo. Quasi tutti i giorni lei veniva a farsi fare qualche lavoretto alla sua o alla bici dei suoi genitori. Appena la sua istruttrice se ne andava, Remo si sbizzarriva a smontare e a rimontare la più vecchia delle tre macchine da cucire di cui disponeva sua madre. Per lui quella macchina non aveva più segreti. Prima di alzarsi per ritornare a casa, rifletté ancora sulla sua presunta talentuosità. “Ma io non ci credo” concluse dentro di sé.
Dopo cena, Remo, la mamma, le tre sorelle ed il fratello minore si prepararono per andare alla funzione del giugno. I Ciurli furono i primi ad arrivare e si misero nella prima panca. Piano piano la chiesa si riempì. Vennero anche i Taddei, scopertamente repubblichini. Come ogni sera, dopo aver recitato alcune preghiere ed alcuni salmi, furono cantati numerosi inni al Sacro Cuore di Gesù. Poi, prima dell’inizio del Tantum Ergo che precedeva la benedizione conclusiva con l’ostensorio, padre Tommasini propose come ogni sera una riflessione.
- Questa sera – disse - vi intratterrò per soli cinque minuti sul significato della Fede. Aver fede in Dio significa credere nella sua Parola. Purtroppo la maggior parte dei cristiani ha più fede negli uomini che in Dio. Tutti noi abbiamo creduto nelle parole di Mussolini e lo abbiamo obbedito. Avevamo creduto nelle sue promesse. Ci aveva promesso la vittoria. E invece abbiamo perduto le colonie in Africa, siamo stati sconfitti in Russia ed in Grecia e stiamo perdendo tutta l’Italia. Abbiamo preferito credere in un uomo piuttosto che in Dio ed ora ne stiamo pagando e ne pagheremo le conseguenze. Ognuno di voi ritornando a casa rifletta su questo interrogativo: Il cristiano deve avere più fede negli uomini o in Dio?

Padre Tommasini intonò il Tantum ergo; poi benedisse i fedeli; infine venne cantato il salmodiante Dio sia Benedetto. Appena usciti di chiesa, molti fedeli fecero capannello. I repubblichini erano irritatissimi e giurarono che si sarebbero vendicati.
Naturalmente furono in molti coloro che riferirono a padre Tommasini i propositi vendicativi dei repubblichini presenti alla funzione.
La sera dopo, Remo, mentre con alcuni amici stava aspettando il suono della campanella che annunciava l’inizio della funzione religiosa, vide arrivare diversi energumeni armati e vestiti di nero. Il Ciurli, in quanto renitente, preferì allontanarsi piuttosto che esporsi al rischio di ulteriori vendette da parte dei repubblichini.
Dopo pochi minuti la campanella annunciò l’inizio dell’azione liturgica, I repubblichini, tronfi in volto e forti delle armi che impugnavano, entrarono dentro la chiesa ed attesero i famosi cinque minuti di riflessione ad opera del padre francescano.
- Sono felice di vedere in mezzo a noi persone che credono più in se stesse che in Dio. Il mio compito è quello di annunciare la parola di Dio e di predicare la Fede in Dio e non negli uomini. Io mi sono fatto frate per servire non me stesso, non gli uomini, ma Dio. E Dio non ci comanda l’odio; Dio non ci comanda la violenza; Dio non ci comanda la sopraffazione di altri popoli. Quando l’Italia dichiarò guerra all’Abissinia io rabbrividii. Gesù ci ha insegnato che siamo tutti uguali, tutti importanti, tutti fratelli. Io mi son fatto francescano perché S. Francesco come nessun altro si è fatto portavoce di questo messaggio cristiano di fratellanza. Se fossi vissuto al tempo delle crociate, io mi sarei sfratato perché non avrei condiviso le spedizioni militari per difendere il sepolcro. Noi cristiani dobbiamo difendere soltanto il nostro messaggio di amore, costi quel che costi. Ieri sera ho affermato che il cristiano deve aver fede prima di tutto in Dio: gli uomini non meritano nessun atto di fede, nemmeno se si chiamano Mussolini o Leonardo da Vinci o Adolfo Hitler. Stasera vi dico che cristiano è colui che porta la pace e non colui che porta le armi per seminare la violenza, la morte. Nessuno potrà costringermi a tacere. Io sono e devo essere un servo di Dio e non un servitore di uomini malvagi come Hitler, Mussolini e Stalin.
Poi si volse per intonare il Tantum Ergo. I repubblichini dimisero quella loro espressione tronfia e uno dopo l’altro uscirono dalla chiesa e non si fecero più vedere.
Al termine della funzione religiosa molti avrebbero voluto complimentarsi con questo frate così coraggioso e suasivo. Il frate, dopo essersi tolto i parati non manifestò nessun segno di trionfalismo. Era perfettamente consapevole di avere interpretato solo e soltanto il suo ruolo di cristiano e di francescano, prima ancora che di prete.
I Repubblichini riferirono quanto era stato affermato dal frate al Commissario Prefettizio Ceciliano Riccioni che aveva preso stabile dimora nella Villa del Torricchio che lui aveva trasformato in una splendida alcova.
- Lasciate perdere – disse il latin lover – Una noce nel sacco non fa rumore. Se fosse stata una monaca, purché discreta, mi sarei divertito a sedurla. Ma un frate isolato che male può farci? Se noi gli usassimo violenza ci alieneremmo la simpatia di tutti.
Ceciliano sapeva conciliare alla perfezione l’esercizio della attività politico-amministrativa con la sua spiccata propensione alla dolce vita.
Il 21 giugno il seduttore, l’irresistibile Riccioni dovette, però, far valigia e ritirarsi a Nord, nei paraggi di Salò. Anche gli altri repubblichini di stanza al Turricchio seguirono l’esempio del oro Capo.
“Finalmente!” si disse al Poggio. Rimanevano i Taddei, ma non impensierivano più di troppo. Il loro era un neofascismo da parata e basta, privo quindi di qualsiasi velleità. Remo, finalmente poteva muoversi liberamente nel suo paesino senza correre il rischio di essere catturato e fucilato. Ma questa dolce atmosfera di libertà non durò nemmeno una settimana.
Alla fine di giugno arrivarono i tedeschi – una dozzina – e vi si stabilirono. Remo si sentì mancare il terreno sotto i piedi. I tedeschi avrebbero potuto catturarlo e, se si fossero accorti che era un renitente alla leva, avrebbero potuto fucilarlo od impiccarlo.
I tedeschi alloggiarono nella villa del Taddei dotata anche di una torretta che si sarebbe rivelata un ottimo osservatorio. Per non mostrarsi troppo ingombranti installarono la loro cucina nella casa, anzi nel cucinone della nonna materna di Remo Ciurli. Il cuoco di quel nucleo di soldati tedeschi era un austriaco che se la cavava molto bene con la lingua italiana. Il cuoco diventò un prezioso interlocutore dell’anziana nonna di Remo. Un paio di giorni dopo il cuoco diventò addirittura un confidente di Torella: le confessò candidamente che lui era arcistufo della guerra e che non vedeva l’ora che finisse. Il bravo austriaco confidò anche che non sopportava più la vista delle prepotenze e delle violenze dei germanici – li chiamava così i tedeschi.
Incoraggiata da quelle confessioni, anche nonna Torella rivelò al cuoco che aveva due nipoti che erano costretti a dormire nelle capanne e a rifugiarsi nei boschi durante il giorno per sfuggire ai rastrellamenti dei “germanici”.
- Fai venire qui i nipoti. Noi nascondere di sopra. Io dare da mangiare. Niente paura. Io volere bene a Italiani.
Il giorno dopo Remo e il cugino – il Nicchio - si sistemarono nella soffitta della nonna. La porta di accesso alla scala che portava in soffitta venne tamponata con un armadio. Remo che aveva fatto anche l’apprendista falegname riusciva a spostare in avanti ed indietro quell’armadio come se fosse una tavoletta: aveva accessoriato il retro dell’arredo con altre due maniglie fisse.
Quando il rancio era pronto il cuoco spostava l’armadio e consegnava le scodelle piene di farinata e di pietanza. Inoltre non faceva mancar mai il pane nero di segale.
Molte volte, di mattina o di pomeriggio, quando i tedeschi della villa Taddei uscivano in missione, il bravo austriaco spostava l’armadio e chiamava:
- Remo, scendere. Ora potere uscire fuori. I germanici ritornare questa sera a notte.
La domenica successiva, Remo e l’amico vollero andare ad ascoltar la S. Messa. Remo, in pantaloncini corti e con la canottiera passava inosservato: dava l’impressione di essere un adolescente sulla soglia della giovinezza. Mentre aspettava il suono di inizio della Messa, Remo vide un tedesco della villa Taddei dirigersi verso di lui. Il Ciurli temette il peggio.
- Io volere donna – gli disse il soldato – tu indicare dove trovare donna.
Remo sorrise sornione e rispose:
- Qui niente donne. Donne trovare a Fucecchio.
Il soldato non riuscì a frenare un gesto di stizza e ritornò in villa.
Il giorno dopo il cuoco venne accompagnato a Fucecchio. Anche i tedeschi della villa parvero allontanarsi da Poggio Tempesti. Remo e Anselmo uscirono dal loro nascondiglio. Si sentirono rinascere. Finalmente potevano respirare un po' di libertà.
Mentre i due giovani si stavano beando della ritrovata libertà, sopraggiunse trafelata la madre di Remo.
- Scappate! Scappate subito! I tedeschi stanno facendo un rastrellamento. Hanno già chiappato il povero Bao.
- Bao!?- esclamò meravigliato Remo – O di che cosa se ne fanno?.
E giù una risata che non finiva più.
- Mi raccomando: scappate!
Usciti fuor di casa, trovarono Inigo, fratello di Remo, ed altri due giovani essi pure in fuga. Remo suggerì di raggiungere il bosco della Villa Mattei; prevalse però la proposta di Inigo che suggerì il bosco vicino di Santino. Raggiuntolo, anziché inoltrarvisi, se ne rimasero quasi ai margini e si misero a fumare. Un tedesco che vigilava nel frattempo dalla torretta della Villa Taddei li aveva adocchiati e ne aveva informato una pattuglia.
Remo raccomandò:
- Spostiamoci all’interno.
Si alzarono, ma si trovarono circondati dalla pattuglia tedesca che, armi spianate, li aveva raggiunti.
- Voi essere partigiani. Voi Kaput!
Faceva parte della pattuglia anche il soldato che aveva chiesto a Remo se in loco erano reperibili delle “donnine”. Remo si sforzò di convincerlo, ma non ci fu niente da fare. I quattro giovani vennero portati sul sagrato della chiesa con l’intenzione, forse, di fucilarveli. La voce della cattura si era sparsa immediatamente. Tutte le donne del vicinato si portarono sul sagrato, cominciarono a spergiurare che i loro giovani non erano affatto dei partigiani. Si creò un clima di confusione incredibile. Una donna passò un vestito femminile ed un foulard ad Inigo che li indossò e riuscì, mescolandosi con le altre donne, a sfuggire al plotone. I tedeschi che si erano lasciati convincere dalle grida delle donne, promisero:
- Niente kaput. Noi portare giovani e altri uomini a lavorare.
Remo giocò a questo punto una carta pericolosa: chiese il permesso di andare in casa, lì a due passi, a prendere una maglietta.
- Ja,ja – rispose il militare a cui si era rivolto.
Remo volò in casa, ma anziché portarsi in camera per prendere la maglietta, si calò da una finestra sul retro e si nascose dentro un grandissimo cespuglio di ortica: lì non sarebbero di sicuro andati a cercarlo. Le foglie di questa pianta si divertirono a disegnare di ghirigori rossi e frizzantissimi sulle gambe, le braccia, il petto ed il dorso del povero Remo. Un tedesco, accortosi della fuga, entrò in casa di Remo e non gli fu difficile capire che il giovane se l’era svignata dalla finestra aperta del pianterreno. Il soldato uscì, raggiunse il cespuglio di ortica e, con il mitra spianato, vi si addentrò di un solo passo. Remo si vide davanti al volto la canna del mitra, ma non si mosse. Il tedesco non lo aveva visto. Nello spostare con la canna del mitra gli steli dell’ortica, la mano sinistra del tedesco venne… urticata.
-Uh! – gridò il tedesco. Subito abbandonò la ricerca di Remo e si riportò sul sagrato. Remo era salvo. Appena i tedeschi se ne andarono con Bao, Remo uscì, sciacquò ripetutamente la pelle urticata e fuggì nel bosco della Villa Mattei. Remo non tornò più in casa della nonna: avrebbe potuto mettere a repentaglio anche la vita del cuoco austriaco.
La sera del 18 luglio partirono dalle colline di S. Miniato le prime cannonate dirette su Fucecchio. Gli abitanti di Poggio Tempesti furono svegliati dai tonfi delle esplosioni e dai bagliori delle cannonate che colpirono il paese di Fucecchio. La guerra era arrivata anche a Poggio Tempesti. Per altri 43 giorni le deflagrazioni delle granate esplose avrebbero contrappuntato la vita delle persone del Poggio. Anche la notte del 19 i cannoneggiamenti furono più intensi e devastanti. Il giorno 20 luglio la grancassa delle artiglierie americane ruppe i silenzi estivi durante tutto il corso della giornata. Giunsero al Poggio le notizie delle prime case distrutte e delle prime vittime civili.
Padre Tommasini, il parroco don Grilli, i numerosi superstiti della prima guerra mondiale ed i medesimi tedeschi di stanza al Poggio suggerirono ripetutamente alle famiglie di dotarsi di un rifugio dove ripararsi dalle cannonate. Prima o poi anche il Poggio sarebbe diventato un bersaglio delle artiglierie americane dislocate a S. Miniato e nelle colline circostanti. Quasi tutti accolsero il suggerimento.
Il 21 luglio venne decretato lo sfollamento obbligatorio degli abitanti di Fucecchio capoluogo e della frazione di Ponte a Cappiano. La fiumana umana dell’esodo escluse quasi aprioristicamente Poggio Tempesti. Al Poggio arrivarono soltanto alcune famiglie santacrocesi e le famiglie fucecchiesi di Marisa Borgioli e quella del professor Luigi Soldaini, un socialista degli anni Venti, meglio conosciuto come Alzalaboghe, ed autore di un libro di bozzetti intitolato A ZONZO. Il professore, la moglie e le due figlie furono ospitati nella villa del Taddei, lui pure abitante in via Dante come Alzalaboghe. Quale metamorfosi misteriosa aveva reso possibile la convivenza fra il diavolo e l’acquasanta? I Taddei erano stai scopertamente fascisti e in quel luglio 1944 non nascondevano la loro adesione alla Repubblica Sociale Italiana.
E proprio la sera del 21 luglio le granate americane cominciarono a sibilare anche sopra Poggio Tempesti. Quelle cannonate erano dirette su Torre, su Massarella, sul padule, su Querce e Galleno. Padre Tommasini osservava l’esplosione delle cannonate e pregava: pregava per coloro che sarebbero stati irrimediabilmente uccisi o feriti da quelle bombe. Il grande compositore di musica sacra, di fronte a quello spettacolo di morte scuoteva continuamente la testa.
- L’uomo era stato creato per realizzare il Regno di Dio sulla Terra e non per distruggere ed uccidere altri esseri umani. Questa guerra luttuosa per tutti noi, fratelli, - era la prima volta che usava la parola fratelli tipicamente francescana nella chiesa del Poggio - è il risultato della nostra fiducia cieca nella parola di un uomo, di un capo anziché nella parola Dio – disse al termine della sua omelia della Messa domenicale. Alzalaboghe, in abito scuro, la barbetta ormai brizzolata, presente alla Messa, approvò con un movimento del volto quanto aveva affermato il frate.
Torre, Padulino, Vedute, Ponte a Cappiano, Massarella venivano ogni giorno bersagliate dai cannoni alleati. Il becchino del cimitero di Fucecchio aveva dovuto approntare una grande fossa comune, non più profonda di sessanta centimetri, per potervi seppellire alla meglio le numerose salme che ogni giorno vi venivano trasportate con un carretto comune da Brunero Orsi.
Verso il cinque di agosto giunse al Poggio la notizia che Elda, la figlia di Giulio Mannini, il datore di lavoro di Remo, era stata uccisa da una cannonata. Remo senza indugiare un attimo e senza nessun timore partì a piedi e quasi a corsa si diresse verso la Torre – il campanile della chiesa suo punto di riferimento, non era stato ancora distrutto – Non appena ebbe attraversato il prato che lo separava dal secondo canale, venne fatto oggetto di bersaglio dalle artiglierie americane. Senza nessuna esitazione il Ciurli si lasciò rotolare nel canale. I cannoni tacquero. Remo, allora, con l’agilità di un gatto scalò l’altro argine del canale e guadagnò la strada che conduce alla Torre. Di nuovo i cannoni lo braccarono nel tentativo di ucciderlo. Non era facile farla in barba al futuro mago delle macchine da cucire: appena percepiva il tonfo che segnava la partenze dei proiettili, lui si gettava nella fossa più vicina.
- Non mi chiapperete – diceva dentro di sé, in atto di sfida, il Ciurli. Non ritornò più sulla strada: continuò a spostarsi lungo i fossi che delimitavano i campi. I cannoni allora tacquero. Ogni volta che passava nei paraggi di una casa chiedeva dove si trovava il Mannini.
- E’ nella casa di…. che si trova dopo…
Remo trovò la casa ed anche Elda Mannini, viva. Felice, Remo salutò tutti e fece immediatamente ritorno al Poggio. Non incontrò nemmeno un tedesco; non fu bersagliato dalle cannonate; ebbe l’opportunità di vedere centinaia e centinaia di sfollati fucecchiesi accampati letteralmente preso tutte le case coloniche di Torre e di Padulino. Nelle aie vide bambini, ragazze, adulti che stringevano fra le gambe i macinini da caffè utilizzati per macinare il grano. Passando udì le voci di persone che si bisticciavano; vide vetri infranti e tetti scoperchiati dalle cannonate; incrociò adolescenti che spingevano carretti sui quali avevano caricato dei covoni di grano e grandi matasse di fagioli; incrociò pure uomini sulla cinquantina che con carrette agricole dovevano trasportare grossi pezzi di carne bovina per rivenderla a pezzetti nei vari casolari; salutò due uomini, sulla trentina, forse due fratelli che tenevano in mano un fiasco di latte per ciascuno. Volava Remo, nonostante le sue gambe non fossero lunghe. Ripensava alle cannonate che aveva dovuto dribblare nel momento in cui stava per superare il secondo canale per salire alla Torre. L’immagine di tutte quelle persone intente a macinare il grano con quei microscopici macinini gli fece scuotere la testa. Aveva già attraversato la via Pistoiese e stava risalendo, attraverso i campi, verso il suo Poggio Tempesti, quando i cannoni cominciarono di nuovo a vomitare le loro granate micidiali. Questa volta non cercarono lui: si abbatterono in Padulino, in prossimità della villa del Costagli per ghermire quei due trentenni, i fratelli Cambi, che il giovane Remo aveva incrociati. Era il 5 agosto 1944.
Furtivo Remo rientrò nella sua casa per liberare la madre da ogni preoccupazione e per informarla che la figlia di Giulio Mannini era viva e vegeta
- Puoi rimanere in casa. I tedeschi se ne sono andati per alcuni giorni. Ce lo ha detto il cuoco che si trova in casa di nonna. Semmai di notte vai a dormire con gli altri nella solita capanna in bosco. Anzi, se non ti dispiace, mi daresti una mano a fare il pane?
La mamma non attese nemmeno la risposta e subito chiese al suo Remo:
- Vai a prendermi la farina. Dovrebbe essere l’ultima. Dopo questa volta sarà un problema fare il pane. Te l’avevo detto che il Mulino di Stabbia non macina più?
Remo era rimasto sempre silenzioso. Era andato a prendere l’ultimo sacco, non troppo grande di farina e poi, senza farselo chiedere era andato a tirare su due secchi d’acqua dal pozzo. Poi, rivolto alla mamma:
- Ma le mie sorelle che cosa stanno facendo?
- Mi stanno aiutando a riparare camicie, pantaloni ed anche una giacca. Perché mi hai rivolto codesta domanda?
- Se quella di coppia ti potesse aiutare a fare il pane, io vorrei vedere se quel grosso macinacaffè, uguale a quello della bottega di generi alimentari, è capace di macinare il grano. Alla Torre e in Padule la gente usava il macinino domestico. Nell’invaso di quei macinini ci entreranno uno o due cucchiai di grano. Sicuramente dovranno macinare per giornate intere per ottenere un paio di chili di farina.
Mamma Maria non lo trattenne. Quando a Remo saltava in testa un’idea, bisognava lasciarlo libero di eseguire il progetto che aveva in mente.
Le artiglierie avevano ripreso a far fuoco. Remo andò nello stanzino dove effettuava le riparazioni. Andò a prendere il grosso macinacaffè che la mamma teneva sopra una mensola in cucina, lo fissò alla morsa, ci versò dentro un paio di chili di grano e cominciò a girare la grossa manovella laterale. Nel giro di un quarto d’ora i due chili di grano si erano trasformati in farina. Remo non esultò. Ora che il mulino di Stabbia aveva chiuso i battenti, tutti avrebbero avuto bisogno di macinare il grano. Il macinone della famiglia Ciurli si sarebbe potuto guastare.
La mamma, con le mani ancora impastate, attratta dal rumore che il macinone aveva emesso, entrò nel laboratorio del suo Remo.
- Hai visto, mamma? – disse Remo indicandole il grosso macinacaffè – con questo potremo macinare molti chili di grano in una mezza giornata. Però anche gli altri ne avranno bisogno ed io voglio inventare una macina a mano.
Remo voleva realizzare un mulino con due macine, piccole ma simili a quelle dei frantoi da far girare a mano con una manovella. Ne parlò con uno sfollato, Indro Banti, un reduce fresco fresco della guerra.
- Nelle isbe dei russi – raccontò Indro – ho visto dei mulini familiari, realizzati con due semplici macine, di dimensioni piccole, e con una manovella. Se riusciamo a trovare due ruote di pietra, riusciremo anche io e te, Remo, a realizzare un mulino domestico.
E Remo riuscì a trovare due piccole macine. Indro le trasformò in un piccolissimo ma efficiente mulino .
Molti, al Poggio, preferirono utilizzare, il macinone, Lo stanzino-laboratorio di Remo si trasformò così in un piccolo mulino.
L’assenza dei tedeschi consentì a Remo di condurre una vita normale, visto che il Poggio era stato dimenticato anche dalle artiglierie degli americani. Non trascurò di frequentare padre Tommasini.
Il 10 agosto, mentre le cannonate seminavano la morte nel mulino di Ponte a Cappiano e nelle case ad esso contigue, Remo andò a trovare padre Tommasini. E siccome il Ciurli, nonostante abitasse nel comune di Cerreto Guidi, si sentiva un fucecchiese al cento per cento, chiese al frate se conosceva Fucecchio e se c’era mai stato.
- Chi non conosce Fucecchio, ragazzo mio! A Fucecchio è morto uno dei più grandi santi francescani: padre Teofilo da Corte. E nel Convento La Vergine di Fucecchio sta operando padre Vincenzo Checchi, uno storico di primo ordine. Lui ha scritto la storia del Ritiro Francescano di Fucecchio; lui ha accelerato i tempi per la santificazione di padre Teofilo da Corte. Sì, ci sono stato a Fucecchio e per una settimana, dal 28 settembre al 5 ottobre 1930 in occasione dei festeggiamenti in onore del novello Santo Teofilo. Ebbi l’incarico di dirigere la Schola cantorum della nostra Provincia. Mi sentii molto apprezzato dai fucecchiesi. Per me personalmente fu una settimana trionfale. E, dato che sono in vena di confidenze, ti rendo noto che a Fucecchio ho fatto il noviziato. Il 26 settembre del 1903, all’età di 16 anni ( era nato a Capanne di Montopoli il 12.09.1887) vi vestii il saio francescano e un anno dopo, sempre il 26 settembre vi professai i voti.
Remo sorrideva compiaciuto e in cuor suo amò ancora di più Fucecchio che aveva tributato tanti onori a padre Tommasini eche addirittura lo aveva ospitato per due anni nel convento francescano..
- Perché non rimane sempre con noi, padre?
- Mi trovo qui per colpa della guerra – poi abbassando il volume della voce confessò – e per colpa della fame. Quando gli americani avranno attraversato l’Arno io dovrò rientrare a Firenze, in Borgo Ognissanti. Ho ancora tanto lavoro da sbrigare se Dio me ne darà il tempo. Ora, Remo, io devo andare in chiesa a finir di leggere l’Ufficio Divino. Grazie della tua visita. Salutami la mamma.
Quella sera Remo andò a dormire col Nicchio nella consueta capanna. Prima che scoccasse la mezzanotte l’aria fu scossa da un boato lontano. Remo ed il Nicchio furono svegliati, ma non dettero nessuna importanza a quella esplosione: ormai c’erano abituati da tempo.
L’indomani giunse anche al Poggio la notizia che i tedeschi, a Fucecchio, avevano fatto saltare la torre di Castruccio.
Mentre a Fucecchio, a Torre, in Samo, a Cappiano, in Padulino le cannonate ogni giorno mietevano delle vittime a Poggio Tempesti la vita scorreva tranquilla. Non arrivava mai una cannonata; i vetri delle finestre era tutti integri. Soltanto i giovani renitenti alla leva e gli sfollati al di sotto dei cinquanta anni temevano continuamente di essere …rastrellati. La mamma di Remo aveva dovuto mettere al lavoro tutte e tre le figlie. I numerosi sfollati santacrocesi avevano sempre qualche pezzo d’abbigliamento da riparare; qualcuno, resosi conto della bravura di Maria, le commissionava addirittura dei completi. L’unico che non si era fatto più vivo era padre Tommasini. La signora Maria gli volle fare una sorpresa: gli confezionò una bella camicia bianca. Gliela portò la gemella di Remo.
- Non ho parole per ringraziarvi – le disse il frate – Iddio vi ripagherà sicuramente. Remo sarà per voi tutti un grande dono.
Verso le sei del mattino, la domenica del 20 agosto, giunse dalle Botteghe un conoscente dei Ciurli.
- Dite a tutti gli uomini di fuggire. I tedeschi stanno effettuando un grande rastrellamento. Alla Torre ne hanno già catturati un centinaio di uomini.
- Ma tu ritorni alle Botteghe? – gli chiese Maria.
- Fossi matto! Io vado nei boschi vicini alla Casa al Vento.
L’uomo inforcò di nuovo la bici e si dileguò. In un baleno la notizia del rastrellamento si diffuse dappertutto. Gli uomini, da soli, o in gruppetti di due o tre raggiunsero i boschi lontani dalla via Pistoiese.
I soldati tedeschi incaricati del vastissimo rastrellamento non misero piede al Poggio. Ancora una volta Poggio Tempesti aveva scansato un gravissimo pericolo. Tutti gli uomini rientrarono all’imbrunire. Da Stabbia giunsero notizie a dir poco tristi. Le centinaia di uomini, giovani e non più giovani vennero dirottate in Emilia Romagna. Si cominciò a temere per il loro ritorno, in una parola per la loro vita. Ancora una volta lo stellone aveva dato una mano alla popolazione di questo Poggio, fortunatamente sconosciuto anche se è forse uno dei colli più incantevoli dell’Albano.
In casa di Maria Ciurli tutti lavoravano a tempo pieno. Soltanto Remo ed il fratello Inigo, rientrato dal servizio militare, erano costretti a fare i pendolari per timore di essere catturati. Remo non dimenticava mai di portarsi dietro lo spartito della commedia teatrale che doveva essere rappresentata presso la Villa Taddei. Da tempo aveva memorizzato tutte le frasi che doveva pronunciare. Il regista, però, aveva fatto osservare ai dilettanti, che non bastava saper ripetere le parole: era necessario mettersi nei panni del personaggio per dare alle frasi la giusta intonazione e per accompagnarle con una adeguata mimica del volto e con movimenti e posizioni del corpo corrispondenti ai significati di quanto veniva detto. In casa Remo utilizzava moltissimo lo specchio ed era riuscito a trovare la mimica giusta ed i movimenti idonei per mostrarsi effettivamente vecchio. Nel bosco o nella capanna cercava invece di trovare le intonazioni e le cadenze adeguate. Il Nicchio, compagno fedele ed inseparabile, quando lo ascoltava, ci rideva. Per Remo era un buon segnale: significava che appariva al Nicchio come un autentico vecchio.
La sera del 22 agosto, un martedì molto strano, troppo silenzioso, Remo ed il Nicchio decisero di andare a dormire nella soffitta della casa della nonna. Verso le quattro del mattino una lontana raffica di mitra svegliò il Nicchio. Poi si rifece silenzio. E il Nicchio riprese a dormire. Alle sei del mattino di quel fatidico mercoledì 23 agosto, Remo e il Nicchio furono svegliati da una gragnola incessante di colpi simile ai mortaretti dei fuochi d’artificio. Si alzarono di scatto e si portarono al finestrino che guardava sul Padule.
- O Dio, o cosa succede in Padule ?! – si chiese il Nicchio nel vedere tutte quelle colonne di fumo che si alzavano da ogni parte del Padule.
Remo e il Nicchio si dettero un’occhiata d’intesa. E partirono di gran carriera, in pantaloni corti e canottiera. Volevano andare a vedere che cosa succedeva. Che fosse in corso una battaglia fra tedeschi ed americani? Volarono sui ciglioni che scendevano sulla via Pistoiese; ma fatti appena settanta metri di discesa furono fermati, ed in maniera irruenta da Maso, il proprietario del podere a confine con la chiesa del Poggio.
- Ma dove andate di corsa? – urlò il contadino che li bloccò sul viottolo.
- Vogliamo andare a vedere che cosa succede in Padule, al di laà della casa di Ghiaopino!
- Ma siete matti? Sicuramente i tedeschi stanno compiendo una strage. Ritornate a casa se non volete costringermi a mandarvici con la forza.
Se Remo e il Nicchio non avessero incontrato quel contadino apparentemente rude, forse avrebbero fatto la fine delle altre 175 vittime dell’Eccidio del Padule di Fucecchio.
Quando rientrarono al Poggio incrociarono il cuoco austriaco che espresse con un movimento della testa tutto il suo sdegno contro quell’Eccidio di cui lui era forse a conoscenza.
A mezzogiorno esatto la tempesta di fuoco ebbe termine. Nel primo pomeriggio, dal Poggio si videro levarsi dei falò dalla gronda del Padule. Si seppe a tarda sera che erano state bruciate capanne e biche di grano. Verso le tredici arrivò da Stabbia una vecchietta terrorizzata.
- Non ci torno più a Stabbia. Sono sola. Non voglio finire ammazzata come tanti miei conoscenti. Quanti morti ! Li hanno riportati a Stabbia sui carretti. Com’erano “stragiati”!
Un pianto dirotto le tolse l’uso della parola.
- E ora dove andate? Volete rimanere con noi- le chiese la mamma di Remo.
- Ho una nipote alla Capra. Andrò da lei.
La vecchietta riprese il suo viaggio. Le persone presenti si guardarono in faccia e si stupirono per la fortuna che ancora una volta li aveva salvaguardati dalla cattura e dalla morte.
La sera del 31 agosto il cuoco era sparito dalla casa della nonna di Remo. Era quella una sera di prove della recita in cui anche Remo era impegnato nella veste di una persona anziana. I tedeschi di stanza alla villa del Taddei si affacciavano sempre per assistere alle esibizioni degli attori locali e si divertivano. Quella sera non se ne affacciò nemmeno uno.
Rica disse:
- In villa non ne ho visto uno. Forse sono in missione. Meglio così.
Alle prove presenziarono anche padre Tommasini e don Grilli. Erano molto interessanti e si mostravano divertiti. I cannoni, quella sera tacquero. Che strano !
Verso le 23 tutti fecero ritorno nelle loro case.
Anche l’indomani mattina non si udì nemmeno né un sibilo né una deflagrazione lontana. Al Poggio non si osava nemmeno formulare delle ipotesi possibili. Quel silenzio inspiegabile incuteva paura, terrore.
Remo non abbandonò per un attimo la soffitta : da lì gli sarebbe stato possibile individuare movimenti di truppe o di automezzi. Fino alle ore 10,30 non vide niente. Improvvisamente sul cielo del Padule, ai piedi della Torre, sopra il pratone che finisce al ponte di Cappiano, vide un aeroplanino che compiva dei giri abbassandosi sempre di più.
- Vieni a vedere Nicchio.
Il Nicchio si portò alla finestra e vide anche lui atterrare il piccolo velivolo.
I due giovani, rapidi come fulmini, senza dirsi niente, volarono sui pendii, attraversarono campi e in meno di venti minuti raggiunsero l’aeroplanino davanti al quale c’erano due piloti attorniati da quattro civili.
- Americani? – chiese Remo.
- Sì – risposero.
Remo e il Nicchio abbracciarono i due piloti e gridarono “Evviva”
Poi, senza riprendere nemmeno fiato, i due giovani trottarono verso Poggio Tempesti.
- E’ finita la guerra – urlavano alle persone che incrociavano. Oppure:
- Sono arrivati gli americani.
Al Poggio, quando fu appresa dai due giovani la bella notizia, si fece festa. Furono suonate le campane. Tutti quanti uscirono dalle case e dai nascondigli e fecero ressa davanti alla chiesa. Qualcuno portò dei fiaschi di vino. Si brindò, si cantò fino a quando un brusco temporale rimandò tutti nelle loro dimore. Dopo tante settimane il povero Remo poté finalmente dormire nella sua cameretta.
Da Poggio Tempesti la guerra non era passata.
Il sabato mattina, 2 settembre 1944, gli sfollati di Poggio Tempesti, tutti incolumi e senza nemmeno una ferita, ritornarono nei loro paesi. Soltanto i Taddei si trattennero ancora per un mese in villa, giusto il tempo, per effettuare la rappresentazione teatrale che aveva giocato un ruolo molto distensivo nei quaranta giorni di sfollamento. La rappresentazione ebbe uno strascico molto sgradevole. Chissà come lo avrebbe commentato padre Tommasini che nel frattempo era rientrato a Firenze.
Una squadraccia di “rossi” si presentò a Remo due giorni prima della rappresentazione.
- Digli ai Taddei, fascisti e repubblichini, che la recita non la devono fare. E se si proveranno a farla li faremo saltare e tu con loro.
- Sentite, non è codesta la maniera giusta per far loro riconoscere che hanno sbagliato. Voi con le vostre maniere violente li costringerete a rimanere vostri nemici.
- Noi non vogliamo sentir da te tante prediche. Uomo avvisato..
- Ed io vi dico che la recita, che ci è costata tanti sacrifici, si farà.
Remo inforcò la bicicletta e andò immediatamente a Cerreto a conferire col segretario del PCI. Gli riferì sulle minacce ricevute dai membri della squadraccia rossa di cui Remo fornì i nomi.
- Ti ringrazio, Ciurli. Voi, domenica pomeriggio, fate pure la recita e vi garantisco che non succederà niente. Anzi farò di tutto per essere presente.
L’iniziativa di Remo fu vincente. Fra gli spettatori sistemati davanti al palco, montato sul retro della villa e reso maestoso dalle scene dipinte dallo scenografo ospite dei Taddei, c’era anche il sindaco di Cerreto oltre che una nutrita rappresentanza di fucecchiesi.
Il sipario che si chiuse e i complimenti del segretario comunista ai Taddei suggellò in bellezza la fine della guerra nel Valdarno Inferiore.



 

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