|
Poggio
Tempesti aveva vissuto il suo momento di notorietà nel
1921 quando vi venne ucciso il giovane fascista Pacini.
La frazione di Cerreto Guidi, diventata gloriosa per
quell’efferato delitto che scatenò una serie incredibile
di violenze nere, cambiò anche nome e divenne Poggio
Pacini. Poi anche su Poggio Pacini calò per oltre due
decenni il sipario del silenzio.
Questo sipario venne ritirato su nell’estate del 1944
quando vi sfollarono personalità veramente illustri che
scoprirono la magnificenza dei panorami incantevoli
offerti dal Poggio, primo fra tutti quello del Padule in
tutta la sua estensione, accarezzato dalle colline delle
Cerbaie e dell’Albano, protetto dalla modulante muraglia
dell’Appennino e delle Alpi Apuane.
La primavera del 1944 non era iniziata per gli abitanti
di questa piccola frazione del Comune di Cerreto Guidi
sotto buoni auspici. In un pomeriggio del giugno 1944 la
serenità degli abitanti di Poggio Tempesti venne
letteralmente scossa da due violente esplosioni che
fecero tremare le pareti delle case e i vetri delle
finestre. Remo Ciurli, un renitente alla leva della
giovane Repubblica Sociale Italiana, meglio conosciuta
come repubblica di Salò, stava rimontando per l’ennesima
volta la prima delle tre macchine da cucire della mamma,
la sarta per antonomasia di tutto il circondario che
comprendeva anche una buona fetta del Comune di
Fucecchio. Il giovane, impressionato da quelle
esplosioni, si affacciò alla finestra e vide levarsi
dalla località Poggioni, poco distante da Stabbia, due
grandi colonne di fumo. Di corsa, il giovane Ciurli,
pantaloncini corti e maglietta grigia di lana, scese in
cortile, inforcò la sua bici e si diresse, anzi volò a
Poggioni seguendo un itinerario impossibile, quello che
non teneva conto delle vie maestre. Remo, a differenza
di Giuseppe del Terra di Fucecchio che veniva
considerato il più grande ciclista acrobata del mondo -
percorreva in bici le spallette del ponte sull’Arno,
scalava le vie del capoluogo con una bici senza manubrio
o con le spalle rivolte al manubrio medesimo – era il re
della bicicletta: lui le faceva fare quello che voleva.
In poco meno di un quarto d’ora Remo si trovò sul luogo
del .. delitto. Una fortezza volante, forse in avaria,
per alleggerirsi, si era liberata di due grandissime
bombe che , anziché nei prati del Padule, erano esplose
in Poggioni provocando danni irreparabili alle cose e
alle persone. C’era ancora il fumo acre sull’aia della
casa colonica raggiunta da Remo. Un gruppo di donne
sorreggevano una ragazzina che lo spostamento d’aria
della esplosione aveva scaraventato addirittura sul
pagliaio. Il volto della ragazzina recava ancora i segni
dello spavento; lo choc emotivo le impediva di aprire
gli occhi e di camminare con le proprie gambe. Poi
l’attenzione del Ciurli venne richiamata dalle grida che
provenivano dalla casa vicina. Appoggiò la bici ad una
pianta ed entrò nella casa. Sopra un tavolo c’era l
corpo martoriato di un ragazzino ucciso dalle bombe
della fortezza volante americana: era il fratello di
quella ragazza sconvolta che non si era ancora ripresa
dallo choc e che non sapeva della sorte del fratellino.
Il Ciurli si adoperò in mille modi per risolvere i
problemi pratici del momento e promise che l’indomani
mattina sarebbe ritornato. E ritornò. La mamma del
bambino ucciso, commossa, abbracciò Remo e lo ringraziò
con la voce rotta dal pianto. Una zia del bimbo ricordò
ai presenti che si doveva andare dalla sarta a Stabbia a
riprendere il vestitino per il bambino.
- Ditemi chi è la sarta. Ci andrò io in bicicletta –
intervenne prontamente Remo.
Remo volò giù per la discesa, trovò a colpo sicuro la
sarta, prese il vestitino e, senza gualcirlo, lo riportò
a casa della signora che di lì a pochi anni sarebbe
divenuta sua suocera.
Quando Remo rientrò al suo Poggio Tempesti si sentì
profondamente cambiato. Le bombe esplose, il ragazzino
morto, la giovane in deliquio apparsagli come una
novella Maria ai piedi della croce di Gesù morente,
l’abbraccio commosso di quella madre, la prontezza
avevano inciso rapidamente sulla sua maturazione
interiore. Mentre scalava in bici le ultime salitelle
che lo separavano dalla sua casa, scese di bicicletta e,
quasi senza guardare, continuò il suo viaggio di
ritorno. Era stato folgorato da un ricordo, anzi da una
riflessione che forse non lo aveva mai interiormente
visitato: “E mia madre come avrà reagito quando le morì
il marito? Era poco più che trentenne la mamma di Remo
quando rimase vedova e con sei figli a carico. Remo non
aveva ancora due anni quando gli morì il padre e non ne
ricordava neppure l’immagine. Il babbo di Remo, al
ritorno della Prima Guerra Mondiale, per assicurare alla
sua famiglia un’entrata mensile sicura aveva chiesto ed
ottenuto di essere arruolato nella Polizia. La moglie
non si oppose al progetto del marito e lo seguì nelle
sedi di servizio portandosi sempre dietro la fedele
macchina da cucire dato che era una sarta molto brava.
Nelle ore - poche per la verità – che i figli le
avrebbero lasciate libere, ma soprattutto dopo cena,
avrebbe potuto arrotondare lo stipendio del marito. Dopo
la morte del marito, per polmonite, era ritornata nella
casa paterna a Poggio Tempesti.
Appena Remo giunse al Poggio, salì dalla madre e le
raccontò dettagliatamente tutta la cerimonia delle
esequie funebri. La madre lo ascoltava incantata . Era
la prima volta che si accorgeva della facondia del suo
Remo, il penultimo della sua bella nidiata.
- Parli bene come il prete quando spiega il Vangelo, la
domenica, alla Messa.
Remo se ne compiacque, ma obiettò:
- A me piacerebbe parlare come quel frate che da Firenze
è sfollato nella casa di don Grilli. Quello è un
fenomeno. Io mi ci incanto ad ascoltarlo quando spiega
il Vangelo in chiesa e quando conversa con le persone
che vengono a trovarlo in canonica.
- A proposito di padre Tommasini – lo interruppe la
mamma – faresti meglio ad andare a riportargli la sua
camicia. Gliel’ho già sistemata. Mi alzo e te la do. Se
ti chiede quanto mi deve, digli che non voglio
assolutamente niente e che mi sento molto onorata della
sua presenza in questa nostra parrocchia abbandonata
dagli uomini e da Dio.
Bussarono alla porta. Entrò il casano della villa del
Turricchio. Aveva in mano una busta e la porse a Irma.
- Te li manda l’ingegner Fanno a saldo del suo debito.
Forse non li rivedremo più lui e sua moglie – disse
tutto d’un fiato il casano come se avesse imparato a
memoria quella battuta.
- E perché? – chiese la madre di Remo.
L’uomo si avvicinò alla sarta e sottovoce le spiegò:
- L’ingegnere è un ebreo. I repubblichini lo hanno
saputo e son venuti a prenderlo per poi farlo deportare
in Germania dai tedeschi. Io ero stato avvisato da una
persona fidatissima e ne avevo parlato all’ingegnere.
Lui era convinto che questa operazione l’avrebbero
compiuta fra una diecina di giorni. Io gli rivelai
allora un passaggio segreto. Per precauzione aveva
subito collocato la sua automobile davanti all’uscita
invisibile del passaggio segreto. Nessuno avrebbe mai
immaginato che avrebbe potuto trovarsi in pochi minuti
il Valbugiana. Lui e la signora, stamani si sono alzati
alle cinque, per raccogliere tutti i gioielli, i
libretti bancari, i documenti falsificati. Appena mi
hanno visto, mi hanno consegnato la busta destinata a
voi. Mentre mi infilavo la busta nella tasca, da una
finestra ho visto salire verso il Torricchio tre
macchine nere. “Signor padrone – gli ho detto -
arrivano.” Lui ha capito a volo. “Digli che sono partito
con la signora da due giorni” Hanno preso le due valige
nelle quali avevano sistemato tutti i loro averi e,
attraverso il passaggio segreto, sono partiti in
automobile senza che nessuno se ne accorgesse. Chissà
dove saranno andati. Speriamo che non cadano nelle mani
dei tedeschi!
La mamma di Remo, incuriosita, dopo aver preso la busta
e controllato la somma che vi era stata sistemata,
chiese al casano:
- E poi cos’è successo?
- Hanno bussato. Io ho aperto. Erano una dozzina. Mi
hanno chiesto dell’ingegner Fanno ed io ho detto loro
che era partito l’altro ieri con la moglie. Loro ci
hanno creduto e non si sono mostrati né delusi né
arrabbiati. Uno di loro, rivolto ad un signore di mezza
età, un tipo signorile, vestito molto bene, tutto
imbrillantinato, ha detto: “Signor Commissario, questa
potrebbe essere la sua dimora ideale”. E il Commissario
gli ha risposto: “Detto fatto. Da oggi pranzerò, cenerò
e pernotterò qui. Potrete venirci anche voi con le
vostre mogli. Desidero soltanto che mi siano assicurati
pasti caldi, abbondanti ed una camera spaziosa con letto
matrimoniale. Ora ritorniamo in paese. Io alle 8,30 devo
prendere servizio nel Palazzo Comunale. Ho un’agenda
nutrita di incontri.” Verso le dieci sono ritornati due
di quei repubblichini con le loro mogli. A me e a mia
moglie hanno detto che potevamo rimanere e che ci
mettessimo a loro disposizione.
La mamma di Remo non ritenne prudente chiedere altre
informazioni. Ringraziò il casano della Villa del
Turricchio, lo salutò e riprese a “macchinare”.
Remo le ricordò:
- Mamma, devi darmi la camicia di padre Tommasini.
La donna si alzò e consegnò la camicia al figlio che in
un batter d’occhio arrivò in canonica. Padre Tommasini
era in cucina con Bruna, sorella e perpetua di don
Grilli, parroco del Poggio.
- Padre, mia madre le manda la camicia accomodata. Mi ha
detto che non vuole assolutamente niente, Poi ha
aggiunto altre parole in suo onore che io, però, ho
perduto mentre venivo qui.
Il francescano sorrise per la battuta di Remo e di
rimando:
- E se io ti chiedessi che cosa vuoi da me, tu cosa mi
chiederesti?
Remo sorrise compiaciuto, scosse la testa come a voler
dire “io lo saprei bene che cosa chiederle”
- Forza, Remo. Aspetto la tua risposta.
- Vorrei saper parlare come lei e poi..
- E poi ? – insistette il frate che nel 1930 aveva
mandato in visibilio i fucecchiesi che avevano assistito
alla esecuzione delle sue Messe in musica dirette da lui
medesimo in occasione dei festeggiamenti in onore di
padre Teofilo da Corte proclamato Santo proprio in
quell’anno, il 29 giugno.
- Vorrei saperle dire le cose come le dice lei. Lei
avrebbe potuto fare l’attore di teatro Da qualche giorno
sto provando dalla famiglia Taddei una recita. Lei è
mille volte più bravo del nostro istruttore. Lo so che
lei è un grande compositore di musica sacra, ma io non
ci ho passione per la musica. Insomma vorrei saper tutto
quello che lei sa e soprattutto vorrei saperlo esprimere
alla sua maniera.
- Figliolo caro, te l’ha mai detto nessuno che tu hai
qualcosa in più rispetto a tutti gli altri. Ti faccio i
miei complimenti e ti auguro di arrivare molto più
lontano di quanto non sia arrivato io.
- Ma io, padre, ho fatto soltanto la quinta elementare –
replicò Remo, desideroso di conoscersi più a fondo.
- Ricordati, Remo, che i talenti ce li dà Dio e non la
scuola. La scuola tutt’al più può aiutarci a tirarli
fuori, ma non ce li dà. Iddio ti ha compensato della
perdita del padre donandoti dei talenti. Fin dal nostro
primo incontro ebbi precisa la sensazione di trovarmi di
fronte ad un giovane talentuoso. I tuoi talenti
sbocceranno anche senza l’aiuto della scuola. Forse
questo è il progetto che la Divina Provvidenza ha fatto
su di te. La scuola, molte volte, può soffocarli i
talenti. Ma ho parlato troppo. Scusami., Remo.
Bruna stava ad ascoltare con una scoperta espressione di
incredulità. Per Bruna, Remo, nonostante i suoi vent’anni,
era sempre un ragazzino, vivace e svelto, ma ragazzino.
- Ringrazia tanto tua madre – disse padre Tommasini a
Remo quando questi lasciò la canonica.
- O Remo – rincalzò Bruna – ricordati che stasera, dopo
cena, c’è la funzione del Giugno. E’ una delle ultime.
La officerà padre Tommasini.
Remo non vedeva l’ora di potersi appartare almeno una
diecina di minuti per rimuginare su quanto il frate
aveva detto su di lui. Uscì e, anziché rientrare in
casa, si portò sul pratino della chiesa e si sedette ai
piedi di una delle piante che d’estate assicuravano una
buona frescura. Il giovane renitente scuoteva
continuamente la testa. Lui un giovane talentuoso? Ma
come era possibile? Aveva provato mille mestieri e non
ce ne era stato uno che gli fosse andato a genio. Aveva
lavorato a Rifredi, a Firenze, a Empoli in una vetreria,
a Pontedera in una officina meccanica, a Fucecchio dal
Barontini di via Roma, quello che riparava le
biciclette. L’ultima sua esperienza lavorativa l’aveva
fatta a Fucecchio nel negozio di Mannini Giulio dove si
vendevano le biciclette. Da Giulio ci stava molto bene e
ci andava volentieri: doveva montare di sana pianta
biciclette da uomo, da donna e da corsa. Era assicurato
e percepiva un salario discreto. Quel lavoro era finito
da una settimana perché a causa dei frequentissimi
bombardamenti aerei sulle città e sulle stazioni
ferroviarie, non arrivavano più i pezzi da “montare”.
Tanto per dar una mano alla mamma che doveva sopperire
alla nutrita figliolanza di sei persone, aveva messo su
una bottega con una morsa e qualche attrezzo per
effettuare qualsiasi tipo di riparazione. L’unica
cliente fissa era la donna che aveva insegnato a Remo ad
affrontare con la bici qualsiasi tipo di ostacolo. Quasi
tutti i giorni lei veniva a farsi fare qualche lavoretto
alla sua o alla bici dei suoi genitori. Appena la sua
istruttrice se ne andava, Remo si sbizzarriva a smontare
e a rimontare la più vecchia delle tre macchine da
cucire di cui disponeva sua madre. Per lui quella
macchina non aveva più segreti. Prima di alzarsi per
ritornare a casa, rifletté ancora sulla sua presunta
talentuosità. “Ma io non ci credo” concluse dentro di
sé.
Dopo cena, Remo, la mamma, le tre sorelle ed il fratello
minore si prepararono per andare alla funzione del
giugno. I Ciurli furono i primi ad arrivare e si misero
nella prima panca. Piano piano la chiesa si riempì.
Vennero anche i Taddei, scopertamente repubblichini.
Come ogni sera, dopo aver recitato alcune preghiere ed
alcuni salmi, furono cantati numerosi inni al Sacro
Cuore di Gesù. Poi, prima dell’inizio del Tantum Ergo
che precedeva la benedizione conclusiva con
l’ostensorio, padre Tommasini propose come ogni sera una
riflessione.
- Questa sera – disse - vi intratterrò per soli cinque
minuti sul significato della Fede. Aver fede in Dio
significa credere nella sua Parola. Purtroppo la maggior
parte dei cristiani ha più fede negli uomini che in Dio.
Tutti noi abbiamo creduto nelle parole di Mussolini e lo
abbiamo obbedito. Avevamo creduto nelle sue promesse. Ci
aveva promesso la vittoria. E invece abbiamo perduto le
colonie in Africa, siamo stati sconfitti in Russia ed in
Grecia e stiamo perdendo tutta l’Italia. Abbiamo
preferito credere in un uomo piuttosto che in Dio ed ora
ne stiamo pagando e ne pagheremo le conseguenze. Ognuno
di voi ritornando a casa rifletta su questo
interrogativo: Il cristiano deve avere più fede negli
uomini o in Dio?
Padre Tommasini intonò il Tantum ergo; poi benedisse i
fedeli; infine venne cantato il salmodiante Dio sia
Benedetto. Appena usciti di chiesa, molti fedeli fecero
capannello. I repubblichini erano irritatissimi e
giurarono che si sarebbero vendicati.
Naturalmente furono in molti coloro che riferirono a
padre Tommasini i propositi vendicativi dei
repubblichini presenti alla funzione.
La sera dopo, Remo, mentre con alcuni amici stava
aspettando il suono della campanella che annunciava
l’inizio della funzione religiosa, vide arrivare diversi
energumeni armati e vestiti di nero. Il Ciurli, in
quanto renitente, preferì allontanarsi piuttosto che
esporsi al rischio di ulteriori vendette da parte dei
repubblichini.
Dopo pochi minuti la campanella annunciò l’inizio
dell’azione liturgica, I repubblichini, tronfi in volto
e forti delle armi che impugnavano, entrarono dentro la
chiesa ed attesero i famosi cinque minuti di riflessione
ad opera del padre francescano.
- Sono felice di vedere in mezzo a noi persone che
credono più in se stesse che in Dio. Il mio compito è
quello di annunciare la parola di Dio e di predicare la
Fede in Dio e non negli uomini. Io mi sono fatto frate
per servire non me stesso, non gli uomini, ma Dio. E Dio
non ci comanda l’odio; Dio non ci comanda la violenza;
Dio non ci comanda la sopraffazione di altri popoli.
Quando l’Italia dichiarò guerra all’Abissinia io
rabbrividii. Gesù ci ha insegnato che siamo tutti
uguali, tutti importanti, tutti fratelli. Io mi son
fatto francescano perché S. Francesco come nessun altro
si è fatto portavoce di questo messaggio cristiano di
fratellanza. Se fossi vissuto al tempo delle crociate,
io mi sarei sfratato perché non avrei condiviso le
spedizioni militari per difendere il sepolcro. Noi
cristiani dobbiamo difendere soltanto il nostro
messaggio di amore, costi quel che costi. Ieri sera ho
affermato che il cristiano deve aver fede prima di tutto
in Dio: gli uomini non meritano nessun atto di fede,
nemmeno se si chiamano Mussolini o Leonardo da Vinci o
Adolfo Hitler. Stasera vi dico che cristiano è colui che
porta la pace e non colui che porta le armi per seminare
la violenza, la morte. Nessuno potrà costringermi a
tacere. Io sono e devo essere un servo di Dio e non un
servitore di uomini malvagi come Hitler, Mussolini e
Stalin.
Poi si volse per intonare il Tantum Ergo. I
repubblichini dimisero quella loro espressione tronfia e
uno dopo l’altro uscirono dalla chiesa e non si fecero
più vedere.
Al termine della funzione religiosa molti avrebbero
voluto complimentarsi con questo frate così coraggioso e
suasivo. Il frate, dopo essersi tolto i parati non
manifestò nessun segno di trionfalismo. Era
perfettamente consapevole di avere interpretato solo e
soltanto il suo ruolo di cristiano e di francescano,
prima ancora che di prete.
I Repubblichini riferirono quanto era stato affermato
dal frate al Commissario Prefettizio Ceciliano Riccioni
che aveva preso stabile dimora nella Villa del
Torricchio che lui aveva trasformato in una splendida
alcova.
- Lasciate perdere – disse il latin lover – Una noce nel
sacco non fa rumore. Se fosse stata una monaca, purché
discreta, mi sarei divertito a sedurla. Ma un frate
isolato che male può farci? Se noi gli usassimo violenza
ci alieneremmo la simpatia di tutti.
Ceciliano sapeva conciliare alla perfezione l’esercizio
della attività politico-amministrativa con la sua
spiccata propensione alla dolce vita.
Il 21 giugno il seduttore, l’irresistibile Riccioni
dovette, però, far valigia e ritirarsi a Nord, nei
paraggi di Salò. Anche gli altri repubblichini di stanza
al Turricchio seguirono l’esempio del oro Capo.
“Finalmente!” si disse al Poggio. Rimanevano i Taddei,
ma non impensierivano più di troppo. Il loro era un
neofascismo da parata e basta, privo quindi di qualsiasi
velleità. Remo, finalmente poteva muoversi liberamente
nel suo paesino senza correre il rischio di essere
catturato e fucilato. Ma questa dolce atmosfera di
libertà non durò nemmeno una settimana.
Alla fine di giugno arrivarono i tedeschi – una dozzina
– e vi si stabilirono. Remo si sentì mancare il terreno
sotto i piedi. I tedeschi avrebbero potuto catturarlo e,
se si fossero accorti che era un renitente alla leva,
avrebbero potuto fucilarlo od impiccarlo.
I tedeschi alloggiarono nella villa del Taddei dotata
anche di una torretta che si sarebbe rivelata un ottimo
osservatorio. Per non mostrarsi troppo ingombranti
installarono la loro cucina nella casa, anzi nel
cucinone della nonna materna di Remo Ciurli. Il cuoco di
quel nucleo di soldati tedeschi era un austriaco che se
la cavava molto bene con la lingua italiana. Il cuoco
diventò un prezioso interlocutore dell’anziana nonna di
Remo. Un paio di giorni dopo il cuoco diventò
addirittura un confidente di Torella: le confessò
candidamente che lui era arcistufo della guerra e che
non vedeva l’ora che finisse. Il bravo austriaco confidò
anche che non sopportava più la vista delle prepotenze e
delle violenze dei germanici – li chiamava così i
tedeschi.
Incoraggiata da quelle confessioni, anche nonna Torella
rivelò al cuoco che aveva due nipoti che erano costretti
a dormire nelle capanne e a rifugiarsi nei boschi
durante il giorno per sfuggire ai rastrellamenti dei
“germanici”.
- Fai venire qui i nipoti. Noi nascondere di sopra. Io
dare da mangiare. Niente paura. Io volere bene a
Italiani.
Il giorno dopo Remo e il cugino – il Nicchio - si
sistemarono nella soffitta della nonna. La porta di
accesso alla scala che portava in soffitta venne
tamponata con un armadio. Remo che aveva fatto anche
l’apprendista falegname riusciva a spostare in avanti ed
indietro quell’armadio come se fosse una tavoletta:
aveva accessoriato il retro dell’arredo con altre due
maniglie fisse.
Quando il rancio era pronto il cuoco spostava l’armadio
e consegnava le scodelle piene di farinata e di
pietanza. Inoltre non faceva mancar mai il pane nero di
segale.
Molte volte, di mattina o di pomeriggio, quando i
tedeschi della villa Taddei uscivano in missione, il
bravo austriaco spostava l’armadio e chiamava:
- Remo, scendere. Ora potere uscire fuori. I germanici
ritornare questa sera a notte.
La domenica successiva, Remo e l’amico vollero andare ad
ascoltar la S. Messa. Remo, in pantaloncini corti e con
la canottiera passava inosservato: dava l’impressione di
essere un adolescente sulla soglia della giovinezza.
Mentre aspettava il suono di inizio della Messa, Remo
vide un tedesco della villa Taddei dirigersi verso di
lui. Il Ciurli temette il peggio.
- Io volere donna – gli disse il soldato – tu indicare
dove trovare donna.
Remo sorrise sornione e rispose:
- Qui niente donne. Donne trovare a Fucecchio.
Il soldato non riuscì a frenare un gesto di stizza e
ritornò in villa.
Il giorno dopo il cuoco venne accompagnato a Fucecchio.
Anche i tedeschi della villa parvero allontanarsi da
Poggio Tempesti. Remo e Anselmo uscirono dal loro
nascondiglio. Si sentirono rinascere. Finalmente
potevano respirare un po' di libertà.
Mentre i due giovani si stavano beando della ritrovata
libertà, sopraggiunse trafelata la madre di Remo.
- Scappate! Scappate subito! I tedeschi stanno facendo
un rastrellamento. Hanno già chiappato il povero Bao.
- Bao!?- esclamò meravigliato Remo – O di che cosa se ne
fanno?.
E giù una risata che non finiva più.
- Mi raccomando: scappate!
Usciti fuor di casa, trovarono Inigo, fratello di Remo,
ed altri due giovani essi pure in fuga. Remo suggerì di
raggiungere il bosco della Villa Mattei; prevalse però
la proposta di Inigo che suggerì il bosco vicino di
Santino. Raggiuntolo, anziché inoltrarvisi, se ne
rimasero quasi ai margini e si misero a fumare. Un
tedesco che vigilava nel frattempo dalla torretta della
Villa Taddei li aveva adocchiati e ne aveva informato
una pattuglia.
Remo raccomandò:
- Spostiamoci all’interno.
Si alzarono, ma si trovarono circondati dalla pattuglia
tedesca che, armi spianate, li aveva raggiunti.
- Voi essere partigiani. Voi Kaput!
Faceva parte della pattuglia anche il soldato che aveva
chiesto a Remo se in loco erano reperibili delle
“donnine”. Remo si sforzò di convincerlo, ma non ci fu
niente da fare. I quattro giovani vennero portati sul
sagrato della chiesa con l’intenzione, forse, di
fucilarveli. La voce della cattura si era sparsa
immediatamente. Tutte le donne del vicinato si portarono
sul sagrato, cominciarono a spergiurare che i loro
giovani non erano affatto dei partigiani. Si creò un
clima di confusione incredibile. Una donna passò un
vestito femminile ed un foulard ad Inigo che li indossò
e riuscì, mescolandosi con le altre donne, a sfuggire al
plotone. I tedeschi che si erano lasciati convincere
dalle grida delle donne, promisero:
- Niente kaput. Noi portare giovani e altri uomini a
lavorare.
Remo giocò a questo punto una carta pericolosa: chiese
il permesso di andare in casa, lì a due passi, a
prendere una maglietta.
- Ja,ja – rispose il militare a cui si era rivolto.
Remo volò in casa, ma anziché portarsi in camera per
prendere la maglietta, si calò da una finestra sul retro
e si nascose dentro un grandissimo cespuglio di ortica:
lì non sarebbero di sicuro andati a cercarlo. Le foglie
di questa pianta si divertirono a disegnare di ghirigori
rossi e frizzantissimi sulle gambe, le braccia, il petto
ed il dorso del povero Remo. Un tedesco, accortosi della
fuga, entrò in casa di Remo e non gli fu difficile
capire che il giovane se l’era svignata dalla finestra
aperta del pianterreno. Il soldato uscì, raggiunse il
cespuglio di ortica e, con il mitra spianato, vi si
addentrò di un solo passo. Remo si vide davanti al volto
la canna del mitra, ma non si mosse. Il tedesco non lo
aveva visto. Nello spostare con la canna del mitra gli
steli dell’ortica, la mano sinistra del tedesco venne…
urticata.
-Uh! – gridò il tedesco. Subito abbandonò la ricerca di
Remo e si riportò sul sagrato. Remo era salvo. Appena i
tedeschi se ne andarono con Bao, Remo uscì, sciacquò
ripetutamente la pelle urticata e fuggì nel bosco della
Villa Mattei. Remo non tornò più in casa della nonna:
avrebbe potuto mettere a repentaglio anche la vita del
cuoco austriaco.
La sera del 18 luglio partirono dalle colline di S.
Miniato le prime cannonate dirette su Fucecchio. Gli
abitanti di Poggio Tempesti furono svegliati dai tonfi
delle esplosioni e dai bagliori delle cannonate che
colpirono il paese di Fucecchio. La guerra era arrivata
anche a Poggio Tempesti. Per altri 43 giorni le
deflagrazioni delle granate esplose avrebbero
contrappuntato la vita delle persone del Poggio. Anche
la notte del 19 i cannoneggiamenti furono più intensi e
devastanti. Il giorno 20 luglio la grancassa delle
artiglierie americane ruppe i silenzi estivi durante
tutto il corso della giornata. Giunsero al Poggio le
notizie delle prime case distrutte e delle prime vittime
civili.
Padre Tommasini, il parroco don Grilli, i numerosi
superstiti della prima guerra mondiale ed i medesimi
tedeschi di stanza al Poggio suggerirono ripetutamente
alle famiglie di dotarsi di un rifugio dove ripararsi
dalle cannonate. Prima o poi anche il Poggio sarebbe
diventato un bersaglio delle artiglierie americane
dislocate a S. Miniato e nelle colline circostanti.
Quasi tutti accolsero il suggerimento.
Il 21 luglio venne decretato lo sfollamento obbligatorio
degli abitanti di Fucecchio capoluogo e della frazione
di Ponte a Cappiano. La fiumana umana dell’esodo escluse
quasi aprioristicamente Poggio Tempesti. Al Poggio
arrivarono soltanto alcune famiglie santacrocesi e le
famiglie fucecchiesi di Marisa Borgioli e quella del
professor Luigi Soldaini, un socialista degli anni
Venti, meglio conosciuto come Alzalaboghe, ed autore di
un libro di bozzetti intitolato A ZONZO. Il professore,
la moglie e le due figlie furono ospitati nella villa
del Taddei, lui pure abitante in via Dante come
Alzalaboghe. Quale metamorfosi misteriosa aveva reso
possibile la convivenza fra il diavolo e l’acquasanta? I
Taddei erano stai scopertamente fascisti e in quel
luglio 1944 non nascondevano la loro adesione alla
Repubblica Sociale Italiana.
E proprio la sera del 21 luglio le granate americane
cominciarono a sibilare anche sopra Poggio Tempesti.
Quelle cannonate erano dirette su Torre, su Massarella,
sul padule, su Querce e Galleno. Padre Tommasini
osservava l’esplosione delle cannonate e pregava:
pregava per coloro che sarebbero stati irrimediabilmente
uccisi o feriti da quelle bombe. Il grande compositore
di musica sacra, di fronte a quello spettacolo di morte
scuoteva continuamente la testa.
- L’uomo era stato creato per realizzare il Regno di Dio
sulla Terra e non per distruggere ed uccidere altri
esseri umani. Questa guerra luttuosa per tutti noi,
fratelli, - era la prima volta che usava la parola
fratelli tipicamente francescana nella chiesa del Poggio
- è il risultato della nostra fiducia cieca nella parola
di un uomo, di un capo anziché nella parola Dio – disse
al termine della sua omelia della Messa domenicale.
Alzalaboghe, in abito scuro, la barbetta ormai
brizzolata, presente alla Messa, approvò con un
movimento del volto quanto aveva affermato il frate.
Torre, Padulino, Vedute, Ponte a Cappiano, Massarella
venivano ogni giorno bersagliate dai cannoni alleati. Il
becchino del cimitero di Fucecchio aveva dovuto
approntare una grande fossa comune, non più profonda di
sessanta centimetri, per potervi seppellire alla meglio
le numerose salme che ogni giorno vi venivano
trasportate con un carretto comune da Brunero Orsi.
Verso il cinque di agosto giunse al Poggio la notizia
che Elda, la figlia di Giulio Mannini, il datore di
lavoro di Remo, era stata uccisa da una cannonata. Remo
senza indugiare un attimo e senza nessun timore partì a
piedi e quasi a corsa si diresse verso la Torre – il
campanile della chiesa suo punto di riferimento, non era
stato ancora distrutto – Non appena ebbe attraversato il
prato che lo separava dal secondo canale, venne fatto
oggetto di bersaglio dalle artiglierie americane. Senza
nessuna esitazione il Ciurli si lasciò rotolare nel
canale. I cannoni tacquero. Remo, allora, con l’agilità
di un gatto scalò l’altro argine del canale e guadagnò
la strada che conduce alla Torre. Di nuovo i cannoni lo
braccarono nel tentativo di ucciderlo. Non era facile
farla in barba al futuro mago delle macchine da cucire:
appena percepiva il tonfo che segnava la partenze dei
proiettili, lui si gettava nella fossa più vicina.
- Non mi chiapperete – diceva dentro di sé, in atto di
sfida, il Ciurli. Non ritornò più sulla strada: continuò
a spostarsi lungo i fossi che delimitavano i campi. I
cannoni allora tacquero. Ogni volta che passava nei
paraggi di una casa chiedeva dove si trovava il Mannini.
- E’ nella casa di…. che si trova dopo…
Remo trovò la casa ed anche Elda Mannini, viva. Felice,
Remo salutò tutti e fece immediatamente ritorno al
Poggio. Non incontrò nemmeno un tedesco; non fu
bersagliato dalle cannonate; ebbe l’opportunità di
vedere centinaia e centinaia di sfollati fucecchiesi
accampati letteralmente preso tutte le case coloniche di
Torre e di Padulino. Nelle aie vide bambini, ragazze,
adulti che stringevano fra le gambe i macinini da caffè
utilizzati per macinare il grano. Passando udì le voci
di persone che si bisticciavano; vide vetri infranti e
tetti scoperchiati dalle cannonate; incrociò adolescenti
che spingevano carretti sui quali avevano caricato dei
covoni di grano e grandi matasse di fagioli; incrociò
pure uomini sulla cinquantina che con carrette agricole
dovevano trasportare grossi pezzi di carne bovina per
rivenderla a pezzetti nei vari casolari; salutò due
uomini, sulla trentina, forse due fratelli che tenevano
in mano un fiasco di latte per ciascuno. Volava Remo,
nonostante le sue gambe non fossero lunghe. Ripensava
alle cannonate che aveva dovuto dribblare nel momento in
cui stava per superare il secondo canale per salire alla
Torre. L’immagine di tutte quelle persone intente a
macinare il grano con quei microscopici macinini gli
fece scuotere la testa. Aveva già attraversato la via
Pistoiese e stava risalendo, attraverso i campi, verso
il suo Poggio Tempesti, quando i cannoni cominciarono di
nuovo a vomitare le loro granate micidiali. Questa volta
non cercarono lui: si abbatterono in Padulino, in
prossimità della villa del Costagli per ghermire quei
due trentenni, i fratelli Cambi, che il giovane Remo
aveva incrociati. Era il 5 agosto 1944.
Furtivo Remo rientrò nella sua casa per liberare la
madre da ogni preoccupazione e per informarla che la
figlia di Giulio Mannini era viva e vegeta
- Puoi rimanere in casa. I tedeschi se ne sono andati
per alcuni giorni. Ce lo ha detto il cuoco che si trova
in casa di nonna. Semmai di notte vai a dormire con gli
altri nella solita capanna in bosco. Anzi, se non ti
dispiace, mi daresti una mano a fare il pane?
La mamma non attese nemmeno la risposta e subito chiese
al suo Remo:
- Vai a prendermi la farina. Dovrebbe essere l’ultima.
Dopo questa volta sarà un problema fare il pane. Te
l’avevo detto che il Mulino di Stabbia non macina più?
Remo era rimasto sempre silenzioso. Era andato a
prendere l’ultimo sacco, non troppo grande di farina e
poi, senza farselo chiedere era andato a tirare su due
secchi d’acqua dal pozzo. Poi, rivolto alla mamma:
- Ma le mie sorelle che cosa stanno facendo?
- Mi stanno aiutando a riparare camicie, pantaloni ed
anche una giacca. Perché mi hai rivolto codesta domanda?
- Se quella di coppia ti potesse aiutare a fare il pane,
io vorrei vedere se quel grosso macinacaffè, uguale a
quello della bottega di generi alimentari, è capace di
macinare il grano. Alla Torre e in Padule la gente usava
il macinino domestico. Nell’invaso di quei macinini ci
entreranno uno o due cucchiai di grano. Sicuramente
dovranno macinare per giornate intere per ottenere un
paio di chili di farina.
Mamma Maria non lo trattenne. Quando a Remo saltava in
testa un’idea, bisognava lasciarlo libero di eseguire il
progetto che aveva in mente.
Le artiglierie avevano ripreso a far fuoco. Remo andò
nello stanzino dove effettuava le riparazioni. Andò a
prendere il grosso macinacaffè che la mamma teneva sopra
una mensola in cucina, lo fissò alla morsa, ci versò
dentro un paio di chili di grano e cominciò a girare la
grossa manovella laterale. Nel giro di un quarto d’ora i
due chili di grano si erano trasformati in farina. Remo
non esultò. Ora che il mulino di Stabbia aveva chiuso i
battenti, tutti avrebbero avuto bisogno di macinare il
grano. Il macinone della famiglia Ciurli si sarebbe
potuto guastare.
La mamma, con le mani ancora impastate, attratta dal
rumore che il macinone aveva emesso, entrò nel
laboratorio del suo Remo.
- Hai visto, mamma? – disse Remo indicandole il grosso
macinacaffè – con questo potremo macinare molti chili di
grano in una mezza giornata. Però anche gli altri ne
avranno bisogno ed io voglio inventare una macina a
mano.
Remo voleva realizzare un mulino con due macine, piccole
ma simili a quelle dei frantoi da far girare a mano con
una manovella. Ne parlò con uno sfollato, Indro Banti,
un reduce fresco fresco della guerra.
- Nelle isbe dei russi – raccontò Indro – ho visto dei
mulini familiari, realizzati con due semplici macine, di
dimensioni piccole, e con una manovella. Se riusciamo a
trovare due ruote di pietra, riusciremo anche io e te,
Remo, a realizzare un mulino domestico.
E Remo riuscì a trovare due piccole macine. Indro le
trasformò in un piccolissimo ma efficiente mulino .
Molti, al Poggio, preferirono utilizzare, il macinone,
Lo stanzino-laboratorio di Remo si trasformò così in un
piccolo mulino.
L’assenza dei tedeschi consentì a Remo di condurre una
vita normale, visto che il Poggio era stato dimenticato
anche dalle artiglierie degli americani. Non trascurò di
frequentare padre Tommasini.
Il 10 agosto, mentre le cannonate seminavano la morte
nel mulino di Ponte a Cappiano e nelle case ad esso
contigue, Remo andò a trovare padre Tommasini. E siccome
il Ciurli, nonostante abitasse nel comune di Cerreto
Guidi, si sentiva un fucecchiese al cento per cento,
chiese al frate se conosceva Fucecchio e se c’era mai
stato.
- Chi non conosce Fucecchio, ragazzo mio! A Fucecchio è
morto uno dei più grandi santi francescani: padre
Teofilo da Corte. E nel Convento La Vergine di Fucecchio
sta operando padre Vincenzo Checchi, uno storico di
primo ordine. Lui ha scritto la storia del Ritiro
Francescano di Fucecchio; lui ha accelerato i tempi per
la santificazione di padre Teofilo da Corte. Sì, ci sono
stato a Fucecchio e per una settimana, dal 28 settembre
al 5 ottobre 1930 in occasione dei festeggiamenti in
onore del novello Santo Teofilo. Ebbi l’incarico di
dirigere la Schola cantorum della nostra Provincia. Mi
sentii molto apprezzato dai fucecchiesi. Per me
personalmente fu una settimana trionfale. E, dato che
sono in vena di confidenze, ti rendo noto che a
Fucecchio ho fatto il noviziato. Il 26 settembre del
1903, all’età di 16 anni ( era nato a Capanne di
Montopoli il 12.09.1887) vi vestii il saio francescano e
un anno dopo, sempre il 26 settembre vi professai i
voti.
Remo sorrideva compiaciuto e in cuor suo amò ancora di
più Fucecchio che aveva tributato tanti onori a padre
Tommasini eche addirittura lo aveva ospitato per due
anni nel convento francescano..
- Perché non rimane sempre con noi, padre?
- Mi trovo qui per colpa della guerra – poi abbassando
il volume della voce confessò – e per colpa della fame.
Quando gli americani avranno attraversato l’Arno io
dovrò rientrare a Firenze, in Borgo Ognissanti. Ho
ancora tanto lavoro da sbrigare se Dio me ne darà il
tempo. Ora, Remo, io devo andare in chiesa a finir di
leggere l’Ufficio Divino. Grazie della tua visita.
Salutami la mamma.
Quella sera Remo andò a dormire col Nicchio nella
consueta capanna. Prima che scoccasse la mezzanotte
l’aria fu scossa da un boato lontano. Remo ed il Nicchio
furono svegliati, ma non dettero nessuna importanza a
quella esplosione: ormai c’erano abituati da tempo.
L’indomani giunse anche al Poggio la notizia che i
tedeschi, a Fucecchio, avevano fatto saltare la torre di
Castruccio.
Mentre a Fucecchio, a Torre, in Samo, a Cappiano, in
Padulino le cannonate ogni giorno mietevano delle
vittime a Poggio Tempesti la vita scorreva tranquilla.
Non arrivava mai una cannonata; i vetri delle finestre
era tutti integri. Soltanto i giovani renitenti alla
leva e gli sfollati al di sotto dei cinquanta anni
temevano continuamente di essere …rastrellati. La mamma
di Remo aveva dovuto mettere al lavoro tutte e tre le
figlie. I numerosi sfollati santacrocesi avevano sempre
qualche pezzo d’abbigliamento da riparare; qualcuno,
resosi conto della bravura di Maria, le commissionava
addirittura dei completi. L’unico che non si era fatto
più vivo era padre Tommasini. La signora Maria gli volle
fare una sorpresa: gli confezionò una bella camicia
bianca. Gliela portò la gemella di Remo.
- Non ho parole per ringraziarvi – le disse il frate –
Iddio vi ripagherà sicuramente. Remo sarà per voi tutti
un grande dono.
Verso le sei del mattino, la domenica del 20 agosto,
giunse dalle Botteghe un conoscente dei Ciurli.
- Dite a tutti gli uomini di fuggire. I tedeschi stanno
effettuando un grande rastrellamento. Alla Torre ne
hanno già catturati un centinaio di uomini.
- Ma tu ritorni alle Botteghe? – gli chiese Maria.
- Fossi matto! Io vado nei boschi vicini alla Casa al
Vento.
L’uomo inforcò di nuovo la bici e si dileguò. In un
baleno la notizia del rastrellamento si diffuse
dappertutto. Gli uomini, da soli, o in gruppetti di due
o tre raggiunsero i boschi lontani dalla via Pistoiese.
I soldati tedeschi incaricati del vastissimo
rastrellamento non misero piede al Poggio. Ancora una
volta Poggio Tempesti aveva scansato un gravissimo
pericolo. Tutti gli uomini rientrarono all’imbrunire. Da
Stabbia giunsero notizie a dir poco tristi. Le centinaia
di uomini, giovani e non più giovani vennero dirottate
in Emilia Romagna. Si cominciò a temere per il loro
ritorno, in una parola per la loro vita. Ancora una
volta lo stellone aveva dato una mano alla popolazione
di questo Poggio, fortunatamente sconosciuto anche se è
forse uno dei colli più incantevoli dell’Albano.
In casa di Maria Ciurli tutti lavoravano a tempo pieno.
Soltanto Remo ed il fratello Inigo, rientrato dal
servizio militare, erano costretti a fare i pendolari
per timore di essere catturati. Remo non dimenticava mai
di portarsi dietro lo spartito della commedia teatrale
che doveva essere rappresentata presso la Villa Taddei.
Da tempo aveva memorizzato tutte le frasi che doveva
pronunciare. Il regista, però, aveva fatto osservare ai
dilettanti, che non bastava saper ripetere le parole:
era necessario mettersi nei panni del personaggio per
dare alle frasi la giusta intonazione e per
accompagnarle con una adeguata mimica del volto e con
movimenti e posizioni del corpo corrispondenti ai
significati di quanto veniva detto. In casa Remo
utilizzava moltissimo lo specchio ed era riuscito a
trovare la mimica giusta ed i movimenti idonei per
mostrarsi effettivamente vecchio. Nel bosco o nella
capanna cercava invece di trovare le intonazioni e le
cadenze adeguate. Il Nicchio, compagno fedele ed
inseparabile, quando lo ascoltava, ci rideva. Per Remo
era un buon segnale: significava che appariva al Nicchio
come un autentico vecchio.
La sera del 22 agosto, un martedì molto strano, troppo
silenzioso, Remo ed il Nicchio decisero di andare a
dormire nella soffitta della casa della nonna. Verso le
quattro del mattino una lontana raffica di mitra svegliò
il Nicchio. Poi si rifece silenzio. E il Nicchio riprese
a dormire. Alle sei del mattino di quel fatidico
mercoledì 23 agosto, Remo e il Nicchio furono svegliati
da una gragnola incessante di colpi simile ai mortaretti
dei fuochi d’artificio. Si alzarono di scatto e si
portarono al finestrino che guardava sul Padule.
- O Dio, o cosa succede in Padule ?! – si chiese il
Nicchio nel vedere tutte quelle colonne di fumo che si
alzavano da ogni parte del Padule.
Remo e il Nicchio si dettero un’occhiata d’intesa. E
partirono di gran carriera, in pantaloni corti e
canottiera. Volevano andare a vedere che cosa succedeva.
Che fosse in corso una battaglia fra tedeschi ed
americani? Volarono sui ciglioni che scendevano sulla
via Pistoiese; ma fatti appena settanta metri di discesa
furono fermati, ed in maniera irruenta da Maso, il
proprietario del podere a confine con la chiesa del
Poggio.
- Ma dove andate di corsa? – urlò il contadino che li
bloccò sul viottolo.
- Vogliamo andare a vedere che cosa succede in Padule,
al di laà della casa di Ghiaopino!
- Ma siete matti? Sicuramente i tedeschi stanno
compiendo una strage. Ritornate a casa se non volete
costringermi a mandarvici con la forza.
Se Remo e il Nicchio non avessero incontrato quel
contadino apparentemente rude, forse avrebbero fatto la
fine delle altre 175 vittime dell’Eccidio del Padule di
Fucecchio.
Quando rientrarono al Poggio incrociarono il cuoco
austriaco che espresse con un movimento della testa
tutto il suo sdegno contro quell’Eccidio di cui lui era
forse a conoscenza.
A mezzogiorno esatto la tempesta di fuoco ebbe termine.
Nel primo pomeriggio, dal Poggio si videro levarsi dei
falò dalla gronda del Padule. Si seppe a tarda sera che
erano state bruciate capanne e biche di grano. Verso le
tredici arrivò da Stabbia una vecchietta terrorizzata.
- Non ci torno più a Stabbia. Sono sola. Non voglio
finire ammazzata come tanti miei conoscenti. Quanti
morti ! Li hanno riportati a Stabbia sui carretti.
Com’erano “stragiati”!
Un pianto dirotto le tolse l’uso della parola.
- E ora dove andate? Volete rimanere con noi- le chiese
la mamma di Remo.
- Ho una nipote alla Capra. Andrò da lei.
La vecchietta riprese il suo viaggio. Le persone
presenti si guardarono in faccia e si stupirono per la
fortuna che ancora una volta li aveva salvaguardati
dalla cattura e dalla morte.
La sera del 31 agosto il cuoco era sparito dalla casa
della nonna di Remo. Era quella una sera di prove della
recita in cui anche Remo era impegnato nella veste di
una persona anziana. I tedeschi di stanza alla villa del
Taddei si affacciavano sempre per assistere alle
esibizioni degli attori locali e si divertivano. Quella
sera non se ne affacciò nemmeno uno.
Rica disse:
- In villa non ne ho visto uno. Forse sono in missione.
Meglio così.
Alle prove presenziarono anche padre Tommasini e don
Grilli. Erano molto interessanti e si mostravano
divertiti. I cannoni, quella sera tacquero. Che strano !
Verso le 23 tutti fecero ritorno nelle loro case.
Anche l’indomani mattina non si udì nemmeno né un sibilo
né una deflagrazione lontana. Al Poggio non si osava
nemmeno formulare delle ipotesi possibili. Quel silenzio
inspiegabile incuteva paura, terrore.
Remo non abbandonò per un attimo la soffitta : da lì gli
sarebbe stato possibile individuare movimenti di truppe
o di automezzi. Fino alle ore 10,30 non vide niente.
Improvvisamente sul cielo del Padule, ai piedi della
Torre, sopra il pratone che finisce al ponte di
Cappiano, vide un aeroplanino che compiva dei giri
abbassandosi sempre di più.
- Vieni a vedere Nicchio.
Il Nicchio si portò alla finestra e vide anche lui
atterrare il piccolo velivolo.
I due giovani, rapidi come fulmini, senza dirsi niente,
volarono sui pendii, attraversarono campi e in meno di
venti minuti raggiunsero l’aeroplanino davanti al quale
c’erano due piloti attorniati da quattro civili.
- Americani? – chiese Remo.
- Sì – risposero.
Remo e il Nicchio abbracciarono i due piloti e gridarono
“Evviva”
Poi, senza riprendere nemmeno fiato, i due giovani
trottarono verso Poggio Tempesti.
- E’ finita la guerra – urlavano alle persone che
incrociavano. Oppure:
- Sono arrivati gli americani.
Al Poggio, quando fu appresa dai due giovani la bella
notizia, si fece festa. Furono suonate le campane. Tutti
quanti uscirono dalle case e dai nascondigli e fecero
ressa davanti alla chiesa. Qualcuno portò dei fiaschi di
vino. Si brindò, si cantò fino a quando un brusco
temporale rimandò tutti nelle loro dimore. Dopo tante
settimane il povero Remo poté finalmente dormire nella
sua cameretta.
Da Poggio Tempesti la guerra non era passata.
Il sabato mattina, 2 settembre 1944, gli sfollati di
Poggio Tempesti, tutti incolumi e senza nemmeno una
ferita, ritornarono nei loro paesi. Soltanto i Taddei si
trattennero ancora per un mese in villa, giusto il
tempo, per effettuare la rappresentazione teatrale che
aveva giocato un ruolo molto distensivo nei quaranta
giorni di sfollamento. La rappresentazione ebbe uno
strascico molto sgradevole. Chissà come lo avrebbe
commentato padre Tommasini che nel frattempo era
rientrato a Firenze.
Una squadraccia di “rossi” si presentò a Remo due giorni
prima della rappresentazione.
- Digli ai Taddei, fascisti e repubblichini, che la
recita non la devono fare. E se si proveranno a farla li
faremo saltare e tu con loro.
- Sentite, non è codesta la maniera giusta per far loro
riconoscere che hanno sbagliato. Voi con le vostre
maniere violente li costringerete a rimanere vostri
nemici.
- Noi non vogliamo sentir da te tante prediche. Uomo
avvisato..
- Ed io vi dico che la recita, che ci è costata tanti
sacrifici, si farà.
Remo inforcò la bicicletta e andò immediatamente a
Cerreto a conferire col segretario del PCI. Gli riferì
sulle minacce ricevute dai membri della squadraccia
rossa di cui Remo fornì i nomi.
- Ti ringrazio, Ciurli. Voi, domenica pomeriggio, fate
pure la recita e vi garantisco che non succederà niente.
Anzi farò di tutto per essere presente.
L’iniziativa di Remo fu vincente. Fra gli spettatori
sistemati davanti al palco, montato sul retro della
villa e reso maestoso dalle scene dipinte dallo
scenografo ospite dei Taddei, c’era anche il sindaco di
Cerreto oltre che una nutrita rappresentanza di
fucecchiesi.
Il sipario che si chiuse e i complimenti del segretario
comunista ai Taddei suggellò in bellezza la fine della
guerra nel Valdarno Inferiore.
|