GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Pipo, il becchino di Via Stieta nel luglio del 1944

 

Il suo vero nome era Virgilio Bertini, aveva allora 59 anni ed abitava nell’immensa casa colonica di proprietà della Fattoria Bombicci in via Stieta. Uomo di media statura, segaligno come tutti i Bertini, celibe, grande ed instancabile lavoratore, sempre in vena di scherzare , ma pronto in qualsiasi momento a prestare aiuto, qualsiasi aiuto, al prossimo.
La mattina del 19 luglio 1944, poco dopo l’alba, si era portato ai seccatoi per rendersi conto di quanto era successo in seguito al cannoneggiamento notturno che aveva seguito dalla finestrella della sua camera sul retro della casa. E lì, ai Seccatoi, aveva potuto osservare i cadaveri del Caverni e del Maltinti. Aveva chiesto ai loro familiari se avevano bisogno di aiuto. Pipo venne cortesemente ringraziato, ma sia i Caverni che i Maltinti dissero che avrebbero provveduto da soli alla bisogna.
L’indomani mattina si portò in via Castruccio dove una cannonata notturna, micidiale, aveva sventrato, all’interno, la casa di Biagino. Quando giunse in cima alla via della Ferruzza Vecchia poté assistere in diretta al recupero della salma della piccola Denia, la figlia di Sandrino Monti, il tipografo. C’erano tante persone ad assistere a quella pericolosa operazione di recupero delle salme. Le macerie disseminate un po' ovunque, i vetri infranti, i cavi della energia elettrica penzoloni rattristarono alquanto l’animo di Pipo sempre pronto a ironizzare su tutto e a mostrarsi ilare anche in situazioni di grave drammaticità.
Quando Peppole, dopo essere disceso dalla lunga scala a pioli, gli passò accanto con il cadavere della piccola Denia, Pipo non riuscì a trattenere le lacrime, si abbandonò ad un gesto di stizza – forse contro la guerra- e rientrò a testa bassa nella sua antichissima via di Stieta.
Mentre Pipo stava raccontando quanto aveva visto e udito nel luogo del disastro al fratello Giuseppe e ai nipoti Gino e Ferdinando Bertini, arrivarono sull’aia, spingendo un grasso carretto, Pietro, fratello di Pipo e cantiniere della Fattoria Bombicci, il maggiordomo della fattoria con la moglie e la cameriera personale della signora Bombicci in compagnia del proprio figlioletto.
Il maggiordomo spiegò che il fattore, temendo il peggio, aveva ordinato a tutte e cinque di trasferirsi nella casa colonica dei Bertini fino al termine della guerra che era ormai giunta anche a Fucecchio. Gino, il giovane capoccio - aveva appena 36 anni – diede loro il benvenuto ed affidò a Pipo l’incarico di assegnare a tutti quanti un alloggio conveniente.
Pipo, senza ricorrere a perifrasi, disse loro con molta schiettezza:
- Se volete accomodarvi nelle stanze poste di sopra, siete liberi di farlo; però il pernottamento al piano superiore, proprio sotto il tetto, può diventare molto pericoloso. Al piano terra potrete scegliere fra i locali che guardano sull’aia e quelli che danno sul di dietro della casa.
- Senti, Virgilio – lo interruppe il fratello Pietro, il cantiniere – io, di notte, voglio dormire sopra un letto: perciò io mi trasferisco di sopra.
La cameriera col figlioletto, il maggiordomo e la moglie scelsero invece di sistemarsi nella cantina che dava sul retro della casa.
Pipo mostrò loro anche il rifugio che lui e i nipoti ed il fratello Giuseppe avevano realizzato.
- Se volete – disse Pipo – potrete trascorrere la notte anche nel rifugio. Qui, però, almeno per ora non corriamo nessun pericolo. Fortuna per noi che da più di un mese se ne sono andati via quella dozzina di tedeschi che si erano accampati quasi all’imbocco della nostra stradina. I campi vicini all’aia si erano trasformati in una grande polveriera: i tedeschi vi avevano ammassato centinaia e centinaia di granate per cannoni ed altre centinaia di cassette piene di pallottole per mitragliatrici. Le avevano coperte con teli verdi, ma quella cicogna che da qualche giorno sorvola a bassa quota tutto il territorio di Fucecchio avrebbe visto i depositi di munizioni, le tende dei soldati e la cucina da campo nell’aia della ex casa del Corsi Vittorio (oggi abitazione del veterinario Biondi) dove avevano installato il Comando. E allora sarebbero stati dolori perché la cicogna avrebbe avvisato le artiglierie e i cannoni avrebbero cercato di centrare depositi, tende e cucina da campo. Io vi do una sola raccomandazione: quando udite il rombo della cicogna, rientrate in casa perché potreste essere scambiati per truppe tedesche. Non accendete mai i fuochi all’aperto: diventano un bersaglio delle artiglierie. Il forno lo accenderemo di notte per non far vedere il fumo.
A mezzogiorno mangiarono tutti insieme ed anche a cena. La notte del 21 luglio tutti i Bertini, Pipo compreso, dormirono nelle loro camere. Le altre quattro persone, invece, dormirono sul pavimento della cantina sul quale avevano disteso della paglia e un paio di coperte di lana. Il cannone aveva brontolato fino alla mezzanotte, ma nella zona dei Bertini non era piovuta nessuna granata.
La mattinata del 21 luglio 1944 trascorse molto tranquillamente presso la grande casa colonica dei Bertini. La cameriera e il maggiordomo della fattoria Bombicci apprestarono sul retro della casa due fornelli per la cottura delle vivande e per la prima volta mangiarono all’aperto con una certa allegria, quasi si trattasse di una piacevole scampagnata.
Nel primo pomeriggio i nuovi ospiti si permisero una pennichella all’ombra delle piante. Anche tutti i Bertini, ad eccezione di Mario, di dieci anni, figlio di Gino, erano andati a fare un pisolino prima di riprendere il lavoro nei campi sotto la calura del sole estivo.
Mentre il piccolo Mario trottorellava dietro a due galline, giunsero sull’aia Bianconi Libertario con la moglie, la suocera e la figlia Milvia. Mario non tradì nessun segno di stupore: il paesano Libertario, compagno d’armi dello zio Ferdinando, capitava spesso a casa dei Bertini, specialmente di domenica.
Libertario chiese al ragazzo:
- O che non c’è nessuno in casa?
- Ci sono tutti. Sono andati un po' sul letto.
- Mi fai un piacere? Mi vai a chiamare tuo zio Ferdinando.
Mario partì a razzo e dopo due minuti ritornò sull’aia seguito dallo zio Ferdinando.
Ferdinando, sorpreso per la presenza della moglie, della figlia e della suocera dell’amico Libertario, chiese:
- O cosa vi è successo?
- I tedeschi ci hanno mandato via tutti quanti dal paese che è stato dichiarato zona di guerra. Noi non sapevamo dove andare. Io ho pensato subito a te. Ci puoi ospitare?
- Diamine – rispose prontamente Ferdinando lisciandosi i capelli neri e crespi.
- Ma i tuoi – proseguì Libertario – saranno contenti?
- O Libertario, non ci pensare nemmeno a codeste cose. Piuttosto vieni a scegliere la stanza che più gradisci. Dagli una mano anche te, Clorinda. Dovrete accontentarvi delle stanze del pianterreno: quelle di sopra sono troppo pericolose. Ci sono le stanze sul davanti della casa e altre sul di dietro.
Intanto erano scesi nell’aia anche Gino, il fratello maggiore di Ferdinando e gli zii Pipo, Pietro e Giuseppe. Incuriositi si erano presentati sull’aia anche il maggiordomo e la cameriera della signora Bombicci.
Lo zio Pietro, il cantiniere, osservò:
- I Bombicci ci avevano visto giusto.
E Pipo di rimando:
- Chissà quanti paesani verranno a chiederci ospitalità !
- Noi non rimanderemo indietro nessuno – disse Gino, il giovane capoccio. Libertario e la sua famiglia si sistemarono in cantina con il maggiordomo e la cameriera che non staccava il suo sguardo da Libertario
Clorinda non tardò ad accorgersene. Chiamò in disparte il suo Libertario e senza mezzi termini minacciò:
- Hai visto come ti fa la ronda quella cameriera? Se ti azzardi ad andarci insieme, ci si divide. Hai capito. Abbi giudizio, eh!
Mentre i Bertini si accingevano ad andare al lavoro nei campi, giunsero altri sfollati:
Gigi della Mielina (Moriani) con la moglie, la figlia Graziella ed il figlio Alfredino;
Donatello Caciolli che aveva smarrito la moglie ed il figlio (lo raggiungeranno dopo una settimana grazie a Bruno Lotti , il muratore per antonomasia);
il Mancini Ferdinando con la moglie e due vacche;
il contadino Terreni Olinto, (dirimpettaio dei Pucci e distante una settantina di metri dalla casa dei Bertini) con la moglie ed i figli Lido e Bruna.
Tutte le stanze del piano terra vennero occupate. La casa colonica si era trasformata in un vociante condominio. Il via vai dei coinquilini nell’aia era frenetico. Pipo Bertini non si stancò di ripetere ad ognuno degli sfollati di abbandonare l’aia non appena avesse udito il rombo della “cicogna”.
Verso le ore 18 ci pensarono le cannonate a zittire tutti gli sfollati di casa Bertini. Siccome le cannonate erano dirette sulle Cerbaie, nessuno si spinse dentro il rifugio.
L’indomani, il giorno 22 luglio, vennero a chiedere ospitalità due sanromanesi che erano riusciti a sfuggire ai tedeschi dopo che erano stati fatti prigionieri. I due avevano invano tentato di attraversare l’Arno, di guadagnare cioè la sponda sinistra: era stato letteralmente impossibile. I Bertini se li accasarono. Naturalmente i due malcapitati si davano da fare per guadagnarsi il vitto e l’alloggio offerti loro molto gentilmente dai Bertini.
L’aia del Bertini era sempre animatissima. Il re incontrastato di questa folla così eterogenea era Gigi della Mielina. La sua figura asciutta, il suo portamento aristocratico, le sue dita ingiallite dal fumo delle sigarette, la sua mascagna liscia come un olio e aderente la cranio, il suo parlare secco e concitato che non ammetteva repliche lo imponevano all’attenzione di tutti. La cameriera, il maggiordomo e la sua signora lo avevano scambiato per un milanese. Quando parlava di affari era davvero trascinante tanto era convincente. Ma dietro la tenda che egli aveva steso, a mo’ di separé, nella stanza assegnatagli sull’ala destra del fabbricato dei Bertini, la musica era completamente diversa. Gigi era un collerico ed il bersaglio prediletto delle sue sfuriate era la moglie. Tutti udivano, ma nessuno gli mosse mai un appunto, tanto per tenerlo calmo. Quando tuonavano le cannonate, si rannicchiava e perdeva immediatamente lo smalto del cittadino milanese che lo contraddistingueva dagli altri paesani. Eppure, nonostante la paura manifesta, detestava il rifugio e non ci andava mai.
Il giorno 23 luglio, giornata domenicale, le campane della Collegiata e delle altre chiese del capoluogo restarono mute. Se ne rese conto soltanto Clorinda che non riusciva a dissimulare una grossa preoccupazione: il suo Libertario, la domenica, esigeva la pastasciutta ”nel conigliolo” e possibilmente pretendeva i cannelloni rigati. Se ne accorse Luisa, la moglie di Ferdinando Bertini.
- Cosa ti sta succedendo, Clorinda? – le chiese Luisa.
- Oggi è domenica e lui ( Libertario), la domenica, a pranzo, vuole la pastasciutta “nel conigliolo”. E io non ho né la pasta né il “conigliolo”.
- Non ti sgomentare. Se non te ne offendi, te lo do io a mezzogiorno un piatto di pastasciutta per il tuo Libertario. Anche da noi, di domenica, si mangia sempre la pastasciutta nel “conigliolo”.
Mentre Luisa si stava congedando da Clorinda si presentò sull’aia Annina della famiglia Pucci.
- C’è tuo cognato Gino? – chiese Annina.
- Diamine.
- Se lo ricorderà che deve venire a far la barba al nostro Cesare?
- Te lo vado a chiamare: è nella stalla.
Annina rivolta a Clorinda le chiese:
- Anche lei è una sfollata di paese?
- Sì – rispose seccamente la moglie di Libertario Bianconi.
- Siete in molti in questa casa dei Bertini?
- Saremo una ventina.
- A casa nostra ci sono una diecina di livornesi. Loro se ne approfittano un po' perché in casa nostra, ci siamo soltanto io, Maria e il nostro parente Pucci, che era un pezzo grosso delle Poste, ma ora, pover uomo, ha perduto un po' la testa ed è come se non ci fosse.
Intanto era sopraggiunto Gino che disse:
- O Annina, non me lo ero scordato. Vengo fra una mezz’oretta a far la barba a Cesare. Ti va bene?
- Sì, sì. L’importante è che tu venga. Ho saputo da questa donna (e indicò Clorinda) che anche in casa vostra ci sono tanti sfollati.
- E’ vero. Ho saputo che da voi, Annina, c’è una colonia di livornesi.
- Purtroppo per noi, si stanno comportando da padroni. Ne sanno qualcosa la nostra cantina e il nostro pollaio.
- Eh, cara Annina, ci vuole tanta pazienza. Ernesto del Corsi, ieri, mi rivelò che gli sfollati che sono in casa sua si nettano il sedere con le lettere che il fratello Pietro scriveva alla famiglia prima di morire nel 1917. Quello è un grande spregio. Ernesto non ha detto niente né a suo padre Vittorio né allo zio Mariano: loro sarebbero capaci di allontanare i loro livornesi con il forcone.
Dopo questo sfogo Annina rientrò, passando dai campi, a casa sua che non distava più di settanta metri in linea d’aria.
Anche Gino, mezz’ora dopo, raggiunse la casa delle Pucci per fare la barba all’anziano Cesare.
Nell’aia i livornesi bivaccavano in attesa dell’ora di pranzo. Salutarono Gino in maniera molto garbata. Gino, allora, li volle avvisare del pericolo che correvano, se fosse passata sopra di loro la cicogna.
- Ma noi non siamo mica dei soldati! – sbottò uno di loro.
Gino incassò senza reagire e salì nella camera di Cesare. Da quando, il 21 luglio, erano arrivati i livornesi, Cesare non era più uscito dalla sua camera. Faceva la spola da una finestra all’altra della stanza: una dava sulla strada; l’altra, di fianco, gli consentiva di vedere anche l’aia dei Bertini.
- Buongiorno, sor Cesare – salutò il Bertini. Cesare rimase muto. Poco dopo entrò Maria con una catinella d’acqua, il pennello da barba, e la scatolina con il sapone. Il Bertini si limitava a portare soltanto il rasoio. Gino prelevò dalla toilette un asciugamano di cotone bianco e lo avvolse intorno al collo di Cesare che intanto di era seduto sulla sua poltrona da camera.
Cesare stette buono buono per tutta la durata della rasatura. Al termine, Gino gli lavò il viso, lo asciugò e gli spruzzò sulle guance un po' di dopobarba.
Gino salutò Cesare che imperturbabile rimase seduto sulla poltrona. Poi si soffermò a parlare qualche minuto con Annina e Maria.
- I livornesi non mi sono stati mai simpatici – affermò Maria – però mi fanno pena quel bambino di due anni e la cuginetta di quattro anni. Loro sono delle anime innocenti. Per quelle due creature “mi farei in quattro”. Io cerco di aiutarle in tutte le maniere.
Appena Gino fu sceso nell’aia gli si fece incontro il più anziano dei livornesi, sessantenne.
- Buongiorno. Io mi chiamo Gambini Silvano. Come può vedere ho qui con me anche due piccoli. La bambina ha quattro anni ed è la creatura di mia figlia Dilva e di mio genero Perna Domenico. Il nipotino Giancarlo, di due anni, è il figliolo del mio Silvano e della mia nuora Vincenza. Gli ho detto queste cose perché vorrei sapere se lei ha una mucca e se tutti i giorni mi può vendere almeno un litro di latte.
- Sì, sì, ce l’ho la mucca. Lei può venire tutte le sere verso le sei a prendere il latte e non dovrà darmi nemmeno una lira. Mi metto nei vostri panni. Ai bambini non si può negare niente. Anche voi vi comportereste come me se le parti si invertissero. Per amore di codeste due vostre creature vi raccomando ancora una volta: “Quando passa la cicogna non fatevi vedere nell’aia e soprattutto non accendete mai sull’aia il fuoco. L’aspetto stasera.
Alle 18 in punto si presentarono sull’aia del Bertini il livornese Gambini Silvano e sua moglie Bonaldi Anita di 58 anni. Anita teneva in mano un fiasco. Gino, avvisato dal figlio Mario, uscì dalla stalla, salutò i due coniugi, prese il fiasco e lo riempì di latte. La signora Anita lo ringraziò ripetutamente.
Mentre i due livornesi ritornavano alla casa delle Pucci, si presentarono a Gino due giovani fucecchiesi: Giustino Gargani, figlio di Parigi, e suo cognato.
Giustino disse a Gino.
- Senti, Bertini: noi siamo ricercati dai tedeschi e dai repubblichini e avremmo bisogno di un nascondiglio per la notte. Durante il giorno noi ed altri ci raduniamo nei paraggi delle Calle.
Gino dette un occhiata al fienile e rispose:
- Potreste dormire in fienile. Lì non ci viene nessuno a cercarvi. Per salirci potete usare la scala a pioli che adoperiamo anche noi. Appena siete nel fienile, la tirate di sopra e perciò nessuno può salirvi.
- Grazie Bertini – disse Giustino – Noi ritorneremo stasera verso le 9, quando sta per calare la notte.
- Va bene. Io vi ci lascio la scala. Il resto lo fate da voi.
Fu quella del 23 luglio la prima domenica di guerra: niente Messe; niente campane; niente abiti da festa; niente partitina a carte alla Ferruzza dal Pipi.
All’alba del 24 luglio, prima che i cannoni cominciassero a vomitare fuoco e morte nel capoluogo e nelle campagne circostanti, tutti i Bertini, che avevano trascorso la notte nelle loro camere, si alzarono ed andarono ad accudire le bestie della stalla; poi andarono a prelevare alcuni covoni di grano per batterlo con il correggiato nella stanza del trinciaforaggi.
Pietro, il cantiniere dei Bombicci, annacquò con l’acqua del pozzo l’orto. Verso le 10,30, mentre Gigi della Mielina conversava di affari con il Caciolli, si cominciarono ad udire le prime esplosioni: sembravano provenire dalla Pieve, Per precauzione tutti quanti si ritirarono nelle loro stanze al pianoterra. Pipo approfittò di quella pausa per fare una fumatina con la sua pipetta che aveva realizzato con le proprie mani. Il trinciato per riempire il cavetto della pipa non gli mancava.
- A chi sarà toccato di morire? – pensò Pipo.
Verso Mezzogiorno anche i cannoni interruppero il loro concerto per concedersi forse un po' di rifocillamento. Mentre i Bertini, a tavola, si accingevano a mangiare, videro entrare di corsa, tutto trafelato, Ernesto del Corsi
- Ho saputo che alle undici un paio di cannonate sono esplose nell’aia del Mariotti, il marito della vostra sorella Cesarina. Se la voce è vera, sembra che una scheggia abbia ucciso Bruno, il figlio di Cesarina.
- Ci andrò io a vedere quello che è successo – disse Pipo alzandosi da tavola –Voi rimanete a casa. Non possiamo farci ammazzare tutti quanti. Il pericolo di essere uccisi dalle cannonate mentre ci portiamo in cima alla via delle Fornaci esiste. Se non mi succede niente, stasera verso le otto rientro a casa.
Pipo impiegò più di un’ora per raggiungere la casa della sorella Cesira posta in cima alla via delle Fornaci.
La salma di Bruno Mariotti, di soli 19 anni, era stata già composta e sistemata su di un tavolo in una stanza del pianterreno. Cesira , quando vide il fratello gli si avventò al collo e si sciolse in un pianto irrefrenabile.
- Hai visto Virgilio? La morte mi ha portato via anche questo figlio. E di Rino che è in guerra non abbiamo più notizie da qualche mese. Esisterà al mondo una famiglia più sfortunata della mia?
Appena la sorella si fu ripresa dalla crisi di pianto, il Pipo, rivolto ad Olinto gli chiese:
- Ma come è andata?
Olinto, in preda alla commozione non riusciva a parlare. Intervenne allora suo fratello Giovanni che spiegò:
- Verso le ore 10, stamattina, sono arrivati dei tedeschi che noi conoscevamo e ci hanno detto di sfollare. Tua sorella Cesarina ha detto che non se ne voleva andare di casa. Il soldato che noi consideravamo il più buono è stato irremovibile. “Qui morire tutti. Io non volere voi morire” Cesarina allora si è rassegnata e ci ha detto: “Tirate fuori il carro dalla cascina. Ci si mette qualcosa e si va in Val Bugiana dai Sani”. Io, Olinto e il povero Bruno ci siamo diretti alla cascina. Nel frattempo abbiamo udito l’arrivo di una cannonata. “Tutti a terra!” ho gridato. La cannonata è esplosa ad una trentina di metri da noi, ma le schegge non ci hanno colpito. Mentre ci rialzavamo per andare a prendere il carro è arrivata un’altra cannonata che è esplosa accanto al pozzo. Bruno non ce la fatta a buttarsi a terra in tempo utile. Una scheggia gli ha forato un polmone e deve essere morto sul colpo. Quando mi sono rialzato lui era sdraiato carponi per terra. “Alzati, Bruno. Ormai il pericolo di altre cannonate non ci dovrebbe essere più.” Bruno, però, è rimasto immobile. Mi sono avvicinato al suo corpo ed ho visto fuoriuscire dal suo polmone sinistro un rigagnolo di sangue. Ti lascio poi immaginare le scene di dolore di tua sorella e di tuo cognato. Tua sorella se l’è presa anche con Dio. Diceva: “Mi avevi già preso un figliolo ed ora me ne hai preso un altro. E di Rino che è sotto le armi non so niente. Dato che ci sei, prendimi anche Rino. Ti sembra di avermene presi pochi di figli?
Mentre lo zio Giovanni Mariotti raccontava come era avvenuta la morte del nipote Bruno, i cannoni americani ripresero a sparare. La sveglia che era stata portata nella camera ardente segnava le ore 14.
-Stanno sparando dalla parte di S. Croce – osservò Pipo.
-Proprio in quel momento si concluse la vicenda terrena del genero di Ceccottino . Si chiamava Giani Ferdinando ed aveva 52 anni. La sua casa era ad un tiro di schioppo da quella dei Bertini. La casa di Ferdinando segnava la fine di via Mistieta.
Dopo aver consumato il frugale pranzo di guerra, lui la moglie e la figlia Lida erano andati a distendersi un po' sul letto. L’aria afosa della camera era per Ferdinando irrespirabile. E allora, in silenzio, si era alzato, ed era andato, scalzo, alla finestra di cucina che dava sull’aia. Lui l’aveva aperta e si era affacciato con la speranza di poter respirare aria un po' più fresca. L’ombra della pianta vicina aveva indotto Ferdinando a rimare affacciato alla finestra. Ad un tratto il suo sguardo si posò sui cavoli un po’ rinsecchiti del suo orto e cominciò a sorridere. Si risovvenne dello scherzetto che i tedeschi avevano fatto a Ceccotto, il figlio di Ceccottino. Fino ad aprile, preso la ex casa di Vittorio Corsi, i tedeschi avevano installato una cucina da campo. E Ceccotto li riforniva quotidianamente di cavoli che egli trasportava con un carretto. I tedeschi avevano sempre corrisposto al Novelli la cifra pattuita ed avevano stabilito con il fucecchiese un rapporto di vera e propria familiarità. Fidando in questa familiarità i militari tedeschi presso la ex casa del Corsi, il giorno prima della loro partenza da Fucecchio, verso le ore 9 piantarono in mezzo alla via una mitragliatrice con a fianco una cassetta di munizioni. Di lì a poco comparve Ceccotto, sorridente, con il suo carretto di cavoli e patate. Quando fu a venti metri di distanza, i soldati gli intimarono l’alt. L’ufficiale alzò il braccio destro nell’atto di impartire l’ordine di fuoco. Ceccotto diventò bianco come un lenzuolo e con voce supplichevole gridò:
- Non lo fate, camerati!! Non fatelo!
L’ufficiale ordinò il fuoco:
- Fuer!
A questo punto i soldati che erano appostati alla mitraglia si alzarono ed esplosero in una fragorosa risata.
Mentre Ferdinando Giani, affacciato alla finestra, ricostruiva con l’immaginazione questa scenetta , il silenzio pomeridiano fu rotto da un sibilo lancinante seguito da uno scoppio assordante. Una granata era esplosa nell’aia. La cucina e le camere della casa del Giani si riempirono di polvere e di fumo.
La moglie del Giani balzò giù dal letto e a tentoni raggiunse la camera della figlioletta.
- Lida, figlia mia, sei viva? – chiese la donna.
- Sì, mamma.
- O babbo dove sarà andato mentre noi riposavamo?
La polvere ed il fumo si erano intanto dissolti. La moglie di Ferdinando, seguita da Lida, entrò in cucina e rimase esterrefatta nel vederla tanto disastrata. Poi il suo sguardo fu attratto dalla vista di un corpo coricato ai piedi della finestra che dava sull’aia.
- Ma è babbo –urlò la donna rivolta alla figlia – Ferdinando ! Ferdinando!
Ma il bravo marito rimase muto. Diverse schegge lo avevano trafitto ed ucciso all’istante.
La moglie e Lida cominciarono a gridare “Aiuto”. Anche i Bertini udirono questi gridi ed accorsero quasi tutti alla casa del Giani.
Lo spettacolo di morte e di distruzione sconvolse il giovane capoccio Gino Bertini.
Pietro e Giuseppe, gli zii di Gino, non solo aiutarono la vedova a pulire, vestire e comporre la salma in una conveniente camera ardente, ma anche a consolarla.
-La guerra è cieca. Pensa un po' – le rivelarono – stamattina alle 11 la nostra sorella Cesarina, quella che sposò il Mariotti Olinto, ha perduto un altro figlio, Bruno, di 19 anni, anche lui colpito dalle schegge di una cannonata. C’è andato Pipo in cima a via delle Fornaci. A noi ha ordinato di rimanere a casa per non allungare la catena dei morti. Stasera, quando ritornerà a casa verrà sicuramente a trovare Ferdinando. Quando si trovavano insieme scherzavano sempre. La guerra è una gran brutta bestia.
La moglie di Ferdinando continuò a piangere. Nessuno in quel momento avrebbe potuto e saputo consolarla.
Il cima alla via delle Fornaci, in casa di Cesarina Bertini nei Mariotti, superato lo choc iniziale, si cominciò già a pensare al funerale. Zia Maria che era stata sempre zitta per non appesantire il dolore della cognata e di Olinto disse:
- Di questi tempi non sarà possibile fare i funerali: le chiese sono chiuse, i soldati tedeschi rastrellerebbero gli uomini presenti e le artiglierie che sparano senza preavviso potrebbero colpire il corteo funebre e fare una strage. Ci conviene mandare a chiamare padre Carlo perché venga a benedire la salma del nostro Bruno.
- Penso che Maria abbia ragione – disse Giovanni Mariotti - Semmai ci potrei andare subito io in convento a chiamare padre Carlo. Ci conosciamo bene da tanti anni. Piuttosto bisognerà trovare una cassa da morto. Non sarà facile procurarcela. Purtroppo dobbiamo andare in paese o in Su’ Fossi vicino alla fattoria Bombicci o in Sù (parte alta di Fucecchio) da Gagliano Guidotti. Andare in paese è rischioso.
- Ci andrò io a trovare la cassa in paese – intervenne Pipo. E quando Pipo prendeva una decisione non c’era per gli altri possibilità di replica.
Pochi minuti dopo che Giovanni aveva lasciato la camera ardente per recarsi al convento francescano a chiamare padre Carlo, l’indomito Pipo, ricevute alcune banconote dalla sorella uscì di casa per recarsi in paese; ma appena ebbe messo i piedi nell’aia incrociò Egisto Mariotti. Egisto fermò Pipo e gli chiese:
- In quali condizioni si trova tua sorella? Lo sai che io non volevo venire a visitare la salma perché non avevo coraggio ad affrontare tua sorella.
- Si è calmata. Adesso è tutta presa dai problemi del funerale e del trasporto del povero Bruno al cimitero.
- Tu stai ritornando a casa, Virgilio? – gli chiese Egisto.
- No, vado in paese a cercare una cassa da morto per Bruno.
- Ma che sei matto? I tedeschi ti potrebbero catturare o addirittura ammazzare.
- Hai ragione, Egisto; ma non possiamo mica sotterrare Bruno senza la cassa.
- Rientra in casa, Virgilio. La cassa a Bruno gliela farò io e la porterò quassù domani mattina presto alle sei.
Pipo si mostrò abbastanza soddisfatto ed entrò di nuovo in casa in compagnia di Egisto. Prima che Egisto facesse le condoglianze ai cugini Olinto e Cesarina, Pipo, riconsegnando i soldi a Cesarina, disse:
- Ci penserà Gino a fare la cassa e la porterà qui domani mattina alle sei.
- Bravo Egisto! – esclamò Cesarina che si era alzata. Commossa per il bel gesto volle abbracciare Egisto.
- Mi hai liberato da una bella preoccupazione. Avevo una grande paura che al mio Pipo potesse succedere qualcosa di grave e sarei stata in pena fino al suo ritorno.
Olinto raccontò al cugino come era avvenuta la morte del suo Bruno. Cesarina gli offrì una sedia.
- Io mi tratterrò pochino perché per fare la cassa mi occorrerà del tempo dato che la corrente elettrica non c’è più.
- Anch’io devo andar via, - disse Pipo - per non far stare in pensiero i miei fratelli. Ma prima voglio aspettare padre Carlo e mettermi d’accordo per domani.
Verso le 15,30 entrarono nella camera ardente padre Carlo e Giovanni. Il frate andò ad abbracciare Cesira e poi Olinto.
- Ci vuole tanta fede per non lasciarci scuotere da eventi come quello che vi ha colpito. Il Buon Dio avrà già accolto fra le sue braccia il vostro bravissimo Bruno. Io pregherò il nostro S. Francesco perché stia sempre vicino al vostro Rino.
Dopo aver profferito quelle parole, padre Carlo indossò la cotta bianca e una stola color viola che teneva al braccio destro. Giovanni gli porse l’aspersorio. Il Frate dopo aver recitato il De profundis e la formula dell’assoluzione, intinse l’aspersorio nella bacinella di acqua santa e benedisse Bruno.
Pipo si portò allora accanto al frate e a bassa voce gli chiese:
- E per il trasporto come dobbiamo regolarci?
- Sentite, il trasporto non possiamo farlo. Giustamente è stata proibito per evitare delle carneficine. Comunque al cimitero ce lo porterò io. Voi dovrete procurarmi un carretto ed un paio di braccia. Voi, Olinto e Cesarina, non dovrete assolutamente venirci. E’ troppo rischioso. Su di un foglio scriverò le generalità di cui avrà bisogno Guido, il becchino.
- Se non le dispiace, padre, verrò io a darle una mano – disse Pipo – Piuttosto mettiamoci d’accordo sull’ora della partenza da casa.
- Io – chiarì padre Carlo – partirei di qui alle sette. A quell’ora è difficile incontrare dei tedeschi.
- Per me va benissimo, padre. Egisto mi ha detto che porterà la cassa alle sei. Io, allora, posso andare. Alle cinque sarò di nuovo qui.
- Vado via anch’io – soggiunse Egisto Mariotti, il padre di Graziello.
Nella camera ardente rimasero soltanto in cinque: i genitori di Bruno, i due zii e padre Carlo. Poco dopo giunsero alcune donne che insieme a padre Carlo recitarono il Rosario dei morti.
Quando Pipo giunse a casa, seppe subito della morte del povero Nando. Senza perdere un minuto di tempo andò in fondo a via Mistieta e manifestò alla moglie, alla figlia e al suocero Ceccottino tutto il suo cordoglio. Si fece raccontare quanto era accaduto e a sua volta riferì su quello che era successo al figlio di sua sorella Cesarina. Prima di ritirarsi chiese se doveva provvedere lui a trasportare la salma al cimitero. Pipo, senza attendere la risposta, spiegò:
- Ci potremmo andare (al cimitero) verso le dieci. Alle sette ci porteremo mio nipote Bruno.
Ceccottino lo ringraziò e gli disse che ormai avevano già predisposto tutto.
Pipo ritornò a vegliare la salma fino alle ore 22.
Quando rientrò a casa si accorse che davanti al fienile c’era ancora la scala a pioli. Ciò significava che Giustino e suo cognato non erano ancora rientrati.
Anche alle quattro del mattino, quando Pipo ripartì per andare alla casa di sua sorella Cesarina, la scala era ancora lì fuori.
- Si vede che stanotte i due fucecchiesi hanno dormito in un altro posto - disse fra sé Pipo.
Alle cinque in punto il bravo Virgilio, per tutti Pipo, era già a casa della sorella. I lineamenti del volto del giovane Bruno si erano distesi e pareva che anche la salma avesse ritrovato quella tranquillità che quasi tutti i mortali cercano nel corso della loro esistenza.
Alle sei giunse Egisto con una cassa che aveva tinto con il mordente al noce. Aiutato da Pipo, tolse la cassa dal carretto e la portò nella camera ardente. La cassa venne adagiata sul pavimento. Egisto e Pipo vi trasferirono la salma. Poi con l’aiuto di Olinto e Giovanni rimisero la cassa sopra il piano su cui era stata adagiata la salma di Bruno.
Alle 6,30 giunse anche padre Carlo. Benedisse di nuovo la salma e poi invitò Egisto a chiudere la cassa. Per effettuare questa operazione vennero usati dei chiodi.
Olinto aveva preparato sull’aia un carretto. Padre Carlo verificò se aveva con sé il foglietto su cui aveva trascritto le generalità di Bruno; poi, in cotta e stola e con un piccolo crocifisso che teneva con entrambe le mani, precedette il carretto spinto da Pipo. I genitori e gli zii seguirono il feretro fino all’imbocco della discesa che porta in piazza La Vergine.
Mentre Pipo e padre Carlo procedevano verso il cimitero giunse sull’aia della casa del Bertini un camion tedesco. I Bertini più giovani, avvisati in tempo, riuscirono a sparire nel campo di saggina passando attraverso un passaggio operato nella concimaia. I tedeschi rovistarono tutte le stanze, ma vi trovarono solo donne, bambini e qualche anziano. L’autista del camion, dopo aver visto la scala appoggiata alla parete del fienile, scese dal camion, salì sul fienile e costrinse i maldestri Giustino ed il cognato a scendere dal fienile e a salire sul camion. Soddisfatti, i tedeschi ritornarono con il camion su via Stieta: almeno due uomini per la esecuzione dei loro lavori li avevano catturati.
Quando padre Carlo e Pipo giunsero al cimitero, trovarono il cancello aperto. Padre Carlo andò a chiamare il custode che comparve dopo poco con un registro sotto il braccio.
- Dobbiamo interrarlo nella fossa comune, sulla destra del Cancello: questo è stato l’ordine del Comune – precisò Guido.
Pipo fu di valido aiuto per il custode: lo aiutò a deporre la bara nella fossa comune non più profonda di 60 centimetri e a ricoprirla con la terra. Quando il frate ed il Bertini stavano per uscire dal cancello, fece il suo ingresso nel cimitero il carretto sul quale era stata caricata la cassa grezza con la salma del genero di Ceccottino. E fu proprio Ceccottino che chiese a padre Carlo:
- Può dare una benedizione anche a mio genero?
- Ma diamine – rispose padre Carlo.
Pipo , dopo che il frate ebbe impartito la benedizione alla salma di Ferdinando, gli confidò:
- E’ questo l’amico ucciso di cui gli ho parlato mentre venivamo al cimitero.
Padre Carlo trasse da una parte il Bertini e gli disse sotto voce:
- Senta, Pipo, lei può rimanere qui per assistere all’interramento del suo amico. E poi sarà bene che ritorni a casa con loro passando dalle vie di campagna anziché dalla Via Pistoiese. Il carretto a sua sorella glielo riporto io.
- Ma sulla salita della via delle Fornaci come farà da solo?
- Ma scherza? Ora il carretto è vuoto e non avrò nessuna difficoltà a spingerlo fino lassù. Arrivederci. In caso di bisogno venga pure a chiamarmi al convento. Il Signore la benedica.
Il frate, sempre in cotta e stola, spingendo il carretto attraversò il cancello e si diresse verso la Madonnina dello Zucchi.
Un quarto d’ora dopo, attraverso un percorso tutto particolare, ripresero la via del ritorno anche Pipo, Ceccottino ed un contadino che abitava vicino alla casa del Giani. Pipo rimise piede nell’aia della sua casa verso le undici. Durante il pranzo, dopo aver raccontato come si era svolto il trasporto e come le salme vengono provvisoriamente interrate nel cimitero, Pipo apprese della cattura di Giustino Gargani e di suo cognato da parte dei tedeschi.
La pennichella di Virgilio, quel pomeriggio, si protrasse per oltre tre ore e tutti i Bertini lo lasciarono dormire in pace.
Verso le 20, appena venne udito il rumore della cicogna, tutti gli sfollati si ritirarono nelle loro stanze. Quando la cicogna passò sopra la casa dei Bertini non trovò niente da segnalare alle artiglierie alleate. Volando verso il padule, là dove oggi finisce Via della Parte, la cicogna vide del fumo ed un assembramento di persone nell’aia del Faraoni a confine con la casa di Bacìa. La cicogna sorvolò per due volte quella zona dove incautamente era stata organizzata una cena all’aperto. Verso le 20,30 una gragnola di cannonate venne diretta contro la casa del Faraoni. Ci rimise la vita Ada Pozzolini, la giovane moglie di Gigi Faraoni. I Bertini ne ebbero notizia il giorno dopo e cioè il 26 luglio.
Tutti gli sfollati convennero che le raccomandazioni di Pipo erano veramente salvifiche.
Verso le ore 18, come di consueto, il livornese Francesco Gambini venne a farsi riempire di latte il solito fiasco. Quella sera il livornese era particolarmente contento.
-O Gino – gli disse dopo aver ritirato il fiasco del latte – vorrei invitarti a cena da noi, all’aperto. Le Pucci ci hanno dato un girarrosto e ci hanno venduto due polli e due conigli. Faremo un bel fuoco sull’aia. Noi saremmo tanto contenti di averti nostro ospite.
- Ma non l’avete saputo che ieri sera all’otto e mezza, per colpa di una cena all’aperto, ci ha rimesso la vita una giovane sposa? Prima passò la cicogna e poi passò la morte. Io vi consiglio di non fare fuochi all’aperto e di mangiare dentro la stalla. Per parte mia, io alla cena non ci vengo. Per una coscia di pollo potrei rimetterci la vita.
Un po' deluso il Gambini rientrò a casa delle Pucci, ma non disse niente di quanto gli aveva raccomandato il Bertini.
Alle ore diciotto e trenta i livornesi accesero un bel fuoco nell’aia sotto il girarrosto nel quale avevano infilato i due polli e i due conigli che avevano comprato dalle Pucci. Avevano invitato anche Annina e Maria, ma le due donne avevano rifiutato l’invito. Cesare Pucci, di fronte al via vai dei livornesi sull’aia, faceva la spola fra una finestra e l’altra, scuotendo continuamente la testa in segno ora di diniego ora di incertezza.
Vero le ore venti passò di nuovo la cicogna. I livornesi non le dettero nessuna importanza. Si erano disposti in cerchio. Vincenza, seduta per terra accanto al marito Silvano, teneva in grembo il figlioletto Giancarlo di due anni che non aveva disdegnato certe polpine di pollo e di coniglio. Accanto a loro c’erano Gambini Dilva, sorella di Silvano, con il marito Perna Domenico e la loro bambina di quattro anni. Francesco, il sessantenne che andava a prendere il latte dai Bertini, stava insieme alla moglie Anita e ad un giovanotto di Livorno, certo Nigiotti Corrado di 24 anni.
- Speriamo che gli Americani non sbaglino la mira perché sicuramente cercheranno di centrare l’aia delle Pucci – disse Pipo.
Alle 20, 30, mentre i livornesi stavano terminando di mangiare e di bere, la zona antistante la casa delle Pucci fu colpita da una diecina di cannonate. Una cannonata centrò uno spigolo della casa delle Pucci e le schegge di quella granata compirono una carneficina.
Morirono Vincenza ed il suo piccolo Giancarlo; perirono all’istante Gambini Dilva e suo marito. La figlia di quattro anni rimase lievemente ferita ad un braccio, ma se la cavò con quattro giorni di ricovero nel nostro ospedale di Fucecchio; passarono a miglior vita anche Anita, la moglie di Francesco Gambini e il giovanotto livornese Nigiotti Corrado.
Appena le artiglierie si placarono, le sorelle Pucci si affacciarono alle finestre del retro casa e cominciarono a chiedere aiuto urlando a squarciagola. Tutti quelli della casa Bertini udivano, ma nessuno aveva il coraggio di andare a offrire il proprio aiuto. Soltanto Pipo, sordo agli ammonimenti e agli spergiuri dei propri congiunti, si portò alla casa delle Pucci dove erano giunti anche Vittorio e Mariano Corsi seguiti da Cesarina, la moglie di Vittorio. Pipo, di fronte a quella carneficina per niente ottenebrata dalle prime ombre della sera, rimase sbigottito e sgomento: non sapeva cosa fare e da dove cominciare. Cesarina del Corsi e Annina Pucci assunsero la direzione dei soccorsi da prestare.
- Tu, Vittorio, - disse Cesarina - prendi il carretto delle Pucci e porta subito la bambina ferita all’ospedale. Lei, Francesco, vada con mio marito. Ci penseremo noi a sistemare la salma di sua moglie.
Silvano si era sdraiato accanto alla moglie Vincenza ed al piccolo Silvano che non davano più segni di vita.
- Annina – ordinò ancora Cesarina – fatti portare dalla tua Maria quei lunghi teli da voi tessuti per farci le lenzuola e porta anche una catinella e degli asciugamani. Tu, Pipo, attingi qualche secchio d’acqua dal pozzo. Dobbiamo lavare questi cadaveri e poi coprirli con il telo che ci porterà Maria.
Cesarina, aiutata da Annina, da Maria ed anche da Silvano cercò di lavare alla meglio i corpi martoriati delle vittime. Mariano, il cognato di Cesarina, era andato alla casa dei Corsi a procurarsi delle lunghe bende per fasciare le ferite delle salme. Grazie alle bende procurate da Mariano tutte le ferite dei cadaveri vennero tamponate. Dopo averle pulite e bendate, le salme vennero allineate sull’aia e ricoperte con i lunghi teli realizzati tanti anni prima dalle Pucci.
- Ora è necessario vegliarle queste salme per impedire che vengano sciupate da animali notturni.
- Ci rimarrò - disse Silvano che annoverava ben cinque congiunti fra le sei vittime.
- Non possiamo lasciarlo solo – osservò Cesarina.
Nel frattempo, vero le ore 23, era ritornato con il carretto vuoto Vittorio Corsi.
- Il medico ha detto che la ferita della bambina è molto leggera e che fra tre o quattro giorni la rimanderanno a casa. Siccome la bambina aveva paura a rimanerci da sola, il nonno è rimasto a tenerle compagnia. Rincaserà domani mattina verso le sei.
- Ci rimango anch’io a vegliare queste salme – disse Mariano.
Vi farò compagnia anch’io – soggiunse Vittorio Corsi.
- Io – disse Pipo – ritornerò domani mattina alle sei e provvederò a portare tutte le salme al cimitero.
Dopo che Pipo se ne fu andato, ritornò a casa propria anche Cesarina. Poco dopo, mentre le due Pucci si attardavano a vegliare le salme coperte con il loro telo, si profilarono all’imbocco del viottolo che immetteva nell’aia due ombre. Vittorio chiese deciso:
-Chi siete?
- Sono la moglie di Silvio, il Piccini. E con me c’è mia nuora Esterina.
- Scusate – disse ancora Vittorio.
- Abbiamo saputo della strage – spigò Carola e siamo venute a vedere e a dare una mano se ne avete bisogno.
Mariano, avendo intuito il desiderio delle due donne aveva tolto il grande telo che copriva i cadaveri. Il cielo stellato e la luna permisero a Carola e ad esterina di poter vedere tutte e sei le vittime. Esterina, poi si portò ai piedi del piccolo Giancarlo. Annina, la Pucci, le spiegò:
- Questo signore giovane, Silvano, è il padre del piccolo Giancarlo.
Esterina, senza profferire parola, abbracciò a lungo l’uomo e pianse convulsamente. Poi, quasi si fosse ammutolita, lasciò l’aia delle Pucci e, con la suocera, ritornò alla propria casa.
Le Pucci si ritirarono a mezzanotte. Cesare, l’anziano Pucci, nel frattempo, si era stancato a far la spola fra una finestra e l’altra e si era addormentato sulla poltrona.
La veglia dei tre uomini fu molto penosa. Silvano, non ancora trentenne, non sapeva darsi pace: in un attimo aveva perduto la moglie, il figlio, la sorella, la mamma e il cognato. Se lui e suo padre avessero dato retta ai Bertini quella tragedia non sarebbe successa. Vittorio ed il fratello Mariano ascoltavano commossi gli sfoghi del povero Silvano.
- La guerra , ragazzo mio – diceva Vittorio – è una belva cieca. Colpisce senza guardare in faccia nessuno. Ne sa qualcosa anche la mia famiglia. Anch’io avevo un figlio. Si chiamava Pietro. Stava per diventare avvocato, Scoppiò la guerra e venne richiamato. Diventò tenente di artiglieria e fu ammazzato proprio dalla sua bombarda che gli esplose quasi fra le mani.
Mariano, il fratello di Vittorio non parlò quasi mai, ma tenne costantemente le sue braccia sulle spalle di Silvano quasi volesse fargli sentire il suo vivo cordoglio.
Alle sei giunsero quasi contemporaneamente Pipo e il babbo di Silvano che aveva lasciato in ospedale la nipotina.
Francesco Gambini volle vedere tutte le salme che vennero scoperte con grande rispetto da Mariano e Vittorio Corsi. Il Gambini ringraziò per la cura con cui tutte le salme erano ricomposte. Poco dopo scesero nell’aia anche Annina e Maria Pucci.
Maria che non aveva chiuso occhio per tutta la notte e che aveva pregato a lungo per le sei vittime disse:
- Bisognerà dare a tutte una sepoltura prima che il sole le sciupi col suo calore.
- Avete ragione Annina – approvò Pipo - Io alle sette vado a chiamare padre Carlo per fargli benedire tutte e sei le salme e per chiedergli come si può fare per trovare sei casse.
- E per portarle tutte al cimitero come pensi di fare, Pipo? – chiese Annina.
- Questo non è un problema. Basta trovare due carretti e poi ci penso io.
- Mah! – esclamò incredula Annina.
Nel frattempo entrò nell’aia padre Carlo, con cotta, stola, aspersorio ed un crocifisso non più alto di mezzo metro. Lui conosceva bene le Pucci e sapeva che loro di acqua benedetta ne tenevano sempre alcune bottiglie.
Padre Carlo abbracciò i due superstiti, espresse loro il suo cristiano cordoglio, fece scoprire le vittime, recitò le preghiere di rito e poi le asperse con l’acqua santa che Maria aveva versata in una ciotola di terracotta dopo averla recuperata nel pollaio. Mentre padre Carlo stava aspergendo l’ultima vittima, ritornò sull’aia anche Cesarina, la moglie di Vittorio Corsi.
- Padre Carlo – chiese Pipo – dove possiamo trovare sei casse per le salme.
- Meglio non pensarci alle casse. E’ troppo pericoloso circolare in paese.
- E allora? – chiese Pipo.
- Se possiamo utilizzare codesto telo di cotone, ne tagliamo dei pezzi , ci avvolgiamo le salme e poi le leghiamo o con della cordicella o con del nastro di stoffa. Vi darei una mano anch’io. E appena si è finito si portano subito al cimitero. Sicuramente il fratello di Cesarina Mariotti ( e indicò il Pipo ) ci darà una mano per portarli al cimitero.
Si erano fatte ormai le sette del mattino. Dal retro della casa sbucò un fanciullo di dieci anni. era Mario Bertini, il figlio di Gino. Si avvicinò alle salme e volle vederle tutte . Pipo gli disse:
- Vai a casa a prendere il nostro carretto che mi servirà per portare questi morti al cimitero. O il tuo babbo, come mai non è venuto?
- Non ci ha il coraggio. Nessuno verrà a vederli – spiegò il fanciullo - Hanno tutti una grande paura.
Ciò detto ritornò a casa a prendere il carretto.
Annina disse:
- Noi ve lo cediamo volentieri il rotolo di telo e se non basta ve ne forniremo altro. Basta che sia d’accordo il signor Gambini.
- Il padre ha ragione – rispose il sessantenne Gambini – Per ora avvolgiamole nei teli le salme. Nella cassa ce le metteremo quando le esumeremo per riportarle a Livorno.
Maria andò a prendere tutti i forbicioni di cui disponeva. Pipo si fece portare anche le forbici da “pota” Il pezzo di stoffa veniva disteso sull’aia rimasta libera e poi due uomini vi collocavano sopra una salma. Padre Carlo, poi, senza scomporre i cadaveri li avvolgeva nel telo e ad operazione compiuta diceva la donne :
- Ora legate il telo sopra la testa e sotto i piedi, come se fosse un sacco. Due passate di cordicella ai fianchi e al petto le eseguiremo quando le metteremo sul carretto. Mario Bertini, il ragazzo di dieci anni era ritornato con il carretto. Mariano che aveva capito quanto aveva detto padre Carlo aveva preparato dei pezzi di cordicella. Ne distese subito due nel carretto che Mario dovette reggere impugnando le stanghe. Pipo e Mariano deposero sulle due corde distese la salma di Dilva che venne contrassegnata con il numero uno fatto con un barattolo di tinta che serviva per ritingere il carro. Mariano la legò all’altezza del petto e Pipo all’altezza del pube. Con questo procedimento vennero sistemate su ogni carretto tre salme.
Alle 8,30 partì il mesto corteo. Davanti ai due carretti padre Carlo in cotta e stola violacea che teneva a mo’ di crocifero il crocifisso non più alto di mezzo metro; dietro il carretto spinto da Pipo; e dietro ancora il carretto spinto dal sessantenne Francesco Gambini. Padre Carlo vietò rigorosamente a Silvano di seguire i carretti con le salme: i tedeschi avrebbero potuto catturarlo. Prima di mettersi in cammino, padre Carlo ritornò indietro, si avvicinò a Cesarina del corsi e le disse sottovoce:
- Grazie, d’avermi fatto avvisare dal suo figliolo di questa incredibile strage.
All’incrocio della Ferruzza c’era una pattuglia di tedeschi che fecero passare il mesto corteo senza fermarlo. Un’altra pattuglia era dislocata sul ponte del Rio subito dopo la Madonnina dello Zucchi. Anche questa pattuglia si trasse da una parte e fece passare il corteo funebre.
L’operazione di interramento al cimitero fu abbastanza lunga nonostante il valido aiuto offerto da Pipo e da padre Carlo che aveva una certa dimestichezza anche con le vanghe, le pale e le zappe.
Al ritorno padre Carlo, temendo il peggio, riaccompagnò i due carrettieri, precedendoli, in cotta e stola, fino alla casa delle Pucci dove giunsero verso le 11,30.
L’aia era stata pulita ben bene. Lo spigolo della casa colpito dalla granata americana sembrava leggermente scalfito. Cesare, affacciato alla finestra, accolse i tre con un tonante:
- O bravi bischeri!
Fu questa una delle ultime battute dell’ex dirigente delle Poste Italiane. Dopo quella battuta si chiuse in un mutismo irreversibile che durò fino al 1° ottobre 1944, il giorno in cui anche lui passò, come si suol dire, a miglior vita. Pipo, a liberazione di Fucecchio avvenuta, si limitò a partecipare alle esequie di Cesare. Il periodo del suo nuovo stato di becchino era finito per sempre il 27 luglio, il giorno dell’interramento delle sei vittime di Via Stieta.
L‘incontro inaspettato
Al termine del trasporto funebre, mentre pensieroso attraversava Piazza Montanelli ormai ripulita dalle macerie della guerra, Pipo si trovò di fronte Giustino Gargani. Quest’ultimo in preda al suo entusiasmo giovanile, abbracciò il Bertini che incredulo chiese:
- O come hai fatto a liberarti dai tedeschi? Io ti immaginavo in un campo di prigionia in Germania come al tempo della prima guerra mondiale come era successo al tuo vicino Gagliano di Bobante.
Giustino, come se non avesse udito quella domanda, spiegò:
- Caro Bertini, la sera del 24 luglio, io e mio cognato venimmo a dormire nel tuo fienile verso le dieci di notte. Eravamo stanchi morti ed anche affamati. Purtroppo ci dimenticammo di tirare su nel fienile la scala. Al mattino, per quel tedesco che salì in fienile, fu un gioco da ragazzi catturarci. Mio cognato Mario Pagni cominciò a piangere come un bambino. Era convinto che i tedeschi ci avrebbero fucilati.
- E invece? – chiese Pipo.
- Ci fecero salire sul loro camion, ci portarono a Stabbia dove trovammo altri fucecchiesi che erano stati catturati. E da Stabbia, dopo un viaggio inenarrabile, ci portarono alle Casermette di Bologna. A Bologna corsi il rischio di essere fucilato dai tedeschi per aver detto una bugia.
- O cosa gli avevi dato ad intendere? – domandò ancora Pipo.
-Due militari tedeschi mi avevano mandato nel boschetto vicino alle Casermette a raccogliere i mirtilli di cui erano molto ghiotti. Mi avevano dato una tazza per metterci quei piccoli frutti. Io ce la misi tutta per riempire la tazza di mirtilli, ma la fame mi suggerì un brutto espediente: una manciata di mirtilli la depositavo nella tazza ed l’altra me la mangiavo io. Siccome mi avevano concesso venti minuti di tempo, quando rientrai alle Casermette la tazza era mezza vuota. Il sergente ed il caporale, quando rientrai, stavano parlando con il prete delle Casermette. Io porsi la tazza con i mirtilli al sergente. Non l’avessi mai fatto! Osservò l’interno della tazza, mi fissò in volto ed in preda ad un furore inusitato urlò:
- Tu avere mangiato i mirtilli!
Io negai recisamente. Il prete mi guardava in preda ad un certo turbamento. Il sergente dette un ordine al caporale che di lì a pochi secondi mi ricomparve davanti con uno specchietto in mano. Il sergente volle che io mi guardassi allo specchio. Avevo ancora la bocca sporca del colore violaceo scuro dei mirtilli. Abbassai la testa. Il tedesco estrasse dal foderino il suo revolver. Il sacerdote si mise al mio fianco, guardò in faccia sorridendo il tedesco e gli disse.
- Lui, giovane, avere molta fame – e scosse la testa come se volesse spiegargli che non avevo voluto
ingannarli o burlarmi di loro. Il sergente rimise a posto il revolver e si ritirò nel suo ufficio con l’altro militare.
Il sacerdote mi mise una mano sulla spalla ed anziché rimproverarmi od ammonirmi si limitò a dirmi sottovoce:
- Figliolo mio, questi sono gli amari frutti della guerra. E questa seconda guerra mondiale, non dimenticartelo mai, l’abbiamo voluta anche noi italiani. Ne eravamo entusiasti.
Il sacerdote volle accompagnarmi alla mia caserma. Mi chiese di dov’ero, quanti eravamo in famiglia, quale attività svolgeva il mio babbo e che cosa intendevo fare alla fine della guerra.
- Ma io la vedrò la fine della guerra? – gli chiese il fucecchiese con voce quasi tremante – Ho sentito dire che fra qualche giorno verremo portati in Germania nei campi di prigionia.
Il prete si fermò e volle scrivere in un foglietto con la sua penna stilografica le mie generalità. All’atto di congedarsi mi confortò dicendomi:
- Non temere! Dio è con te!
Pipo mostrò di non aver capito. Giustino se ne rese conto e continuò:
- Due giorni dopo, al mattino, tutti i miei compagni fucecchiesi, mio cognato compreso, furono chiamati e fatti salire sopra un camion che di lì a poco uscì dalle Casermette. Io, invece, non fui chiamato. Appena il camion fu uscito, venni raggiunto dal giovane prete che mi aveva salvato. Mi consegnò un lasciapassare ed un altro bigliettino. Mi disse: “ Potrai uscire di qui liberamente. Basterà che ai tedeschi tu mostri questo lasciapassare. Nel bigliettino ci troverai il mio indirizzo. Alla fine della guerra, ricordati di scrivermi”. Uscii dalle Casermette: bastava che mostrassi quel foglio e tutti mi lasciavano passare. Percorsi duecento metri e vidi fermo sulla strada un camion tedesco ed affacciati al bandone posteriore dei volti che non tardai a riconoscere. Mi avvicinai. Il fucecchiese Resta mi disse sottovoce: “Il camion ha avuto un guasto. I due militari sono rientrati per farsi dare un altro camion, forse. Noi si vorrebbe fuggire, ma non ci passiamo da questa apertura. Bisognerebbe buttar giù questo bandone”.
Giustino non se lo fece ripetere due volte. Dotato di una forza veramente erculea – a Fucecchio era temuto da tutti – dette una tale scossone al bandone che lo fece precipitare. Tutti i fucecchiesi, una diecina, scesero.
- Aspettatemi in quel boschetto – ordinò loro il Gargani.
Giustino rimise a posto il bandone per non insospettire i tedeschi che fossero passati nei paraggi di quel camion. Poi, a passo svelto, raggiunse il boschetto e, quando vi si furono inoltrati, escogitarono un piano per rientrare a piedi a Fucecchio varcando l’Appennino e dirigendosi prima verso Pistoia, anziché a Firenze, visto che la linea del fronte era costituita proprio dal fiume Arno.
- Ci impiegammo dieci giorni per raggiungere il nostro Padule – spiegò Giustino al Bertini - Non percorremmo mai le strade per il timore di essere di nuovo catturati.
- O come faceste a trovare il modo di arrivare fin quaggiù.
- Io o Resta, quando avvistavamo una casa colonica, ci avvicinavamo e chiedevamo da dove dovevamo passare per raggiungere Pistoia. In molte occasioni ci accompagnavano per lunghi tratti i contadini interpellati per sfuggire alla vista delle truppe tedesche. Moltissimi ci dettero anche pane e fiaschi di acqua e di vivo. Però ci nutrivamo soprattutto di frutta.
- Quando giungeste a Fucecchio?
- Caro Bertini, quello sarà un giorno indimenticabile per me , per mio cognato Mario Pagni e per gli altri fucecchiesi che erano fuggiti dalle Casermette di Bologna.
- Allora arrivaste a Fucecchio dopo il primo Settembre quando eravamo già stati liberati? – lo interruppe Pipo.
- Magari! – esclamò con tono di voce mortificato il giovane Gargani.
Il Bertini scosse la testa mostrando chiaramente di non capire.
Giustino proseguì:
- Se fossimo arrivati un’ora prima nel Padule di Fucecchio, io e gli altri miei compagni di fuga saremmo stati tutti uccisi. Il 23 agosto verso le sette del mattino giungemmo a Chiesina Uzzanese. Ci sentivamo già a casa anche se in lontananza udivamo il concerto delle cannonate e delle mitragliatrici. Quando raggiungemmo i paraggi di Ponte Buggianese il concerto si trasformò in una bolgia infernale. Il Padule di Fucecchio fumava. Ai tonfi si sovrapponevano i crepitii delle mitragliatrici e dei fucili mitragliatori. Il desiderio di rivedere i nostri cari che si trovavano a pochi chilometri di distanza ci spingeva in avanti benché il Padule ci aparisse come un luogo infernale. Quando stavamo per varcare la via di gronda per entrare dentro l’inferno, un uomo, forse uno sfollato, ci gridò irritatissimo: “Fermatevi. Chi entra dentro il Padule va incontro a morte sicura. Non vi preme punto la vita? Non le udite le voci delle persone che urlano il loro orrore per la morte che sta per attanagliarli?” Ci fermammo ed udimmo quelle voci. E, subito dopo, vedemmo cose incredibili al di là della gronda. Pipo, Non chiedermi cosa vedemmo. Non lo racconterò mai a nessuno. Le scene di morte che ho viste mi accompagneranno per tutta la durata della mia esistenza. Aveva ragione il prete delle Casermette di Bologna quando mi disse che i frutti della guerra sono molto amari. Di fronte allo spettacolo di morte che mi si è parato dinanzi in Padule, giurai in cuor mio che avrei sempre odiato le guerre e avrei abituati i miei figli, se mai ne avrò, a sognare e ad amare la pace.
- E nel pomeriggio, al termine della strage, che cosa facesti?
- Gli altri volevano ritornare a Fucecchio. Io mi rifiutai. Se avessimo attraversato il Padule in quel momento saremmo rimasti pietrificati di fronte ai cadaveri dilaniati dalla strage compiuta dai tedeschi. Soltanto il 26 agosto attraversai il Padule per portarmi in Cavallaia. Anche gli altri preferirono venirmi dietro. Poi con il passaparola ognuno di noi riuscì a ritrovare i propri familiari quasi tutti sfollati nelle campagne di Torre, di Cappiano e di Massarella.
- Gli scriverai al prete delle Casermette? – gli chiese Pipo.
- Diamine! Andrò anche a trovarlo se sarà ancora vivo appena la guerra sarà finita in tutta Italia e nel mondo.
Pipo e Giustino si congedarono felici di essersi ritrovato dopo tanta tragedia. Non dobbiamo dimenticarci che le vittime civili di Fucecchio furono 139 a cui dobbiamo aggiungere quelle 20 che furono colpite mortalmente dal … tifo.
Giustino, negli anni Cinquanta, rintracciò il prete delle Casermette di Bologna che ogni cinque anni organizzava un raduno di tutte le persone che lui aveva salvato con quei “lasciapassare” di cui non ha voluto mai svelar loro il segreto.
 

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