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L’8
settembre 1943 - La prigionia - La lunga marcia - Da
Mestre a Fucecchio
Avevano fatto parte di quel periodo “croato” iugoslavo,
compreso fra l’agosto 1942 e l’ottobre 1943, pure il
mese di prigionia a Karlobag, la lunga marcia verso il
confine italiano, la corsa veloce verso Firenze e, poi,
l’arrivo a Fucecchio.
Il tutto nel breve spazio di quarantacinque giorni, che
erano passati con una lentezza esasperante, pur essendo
pieni di sensazioni, di riflessioni, di emozioni, di
fatti, di piccoli particolari significanti, di momenti
di esasperazione, di speranza, di speranza, di
prestazione, di fede.
* * *
Il primo giorno di prigionia era stato dominato da una
rabbia incontenibile e da un rancore – risentimento
violento.
Ognuno di noi, con toni diversi ma sempre accalorati,
con maggior o minor intensità espressiva, si era
scagliato contro gli “alti papaveri” dei Comandi che ci
avevano lasciato alla mercé, praticamente, di tutti,
alleati e nemici.
Avevamo sentito questo bisogno di sfogarci e di inveire
contro qualcosa o qualcuno, anche se comprendevamo
l’inutilità di quelle inventive e di quelle accuse,
lanciate, purtroppo al vento, avendo avuto la
consapevolezza che non avrebbero cambiato la nostra
situazione di prigionieri.
Una situazione, che poteva essere ben diversa - era
stato questo il tema dominante dello accorato sfogo – se
gli stessi “ alti papaveri” avessero dato delle
direttive precise da seguire nell’eventualità di certi
avvenimenti, particolarmente importanti e decisivi,
quali l’armistizio, il cui annuncio avrebbe scatenato,
inevitabilmente, reazioni facilmente prevedibili, specie
nelle zone di occupazione.
Direttive di comportamento verso gli alleati tedeschi o
i presunti tali, come i domobrani e gli ustascia, i
quali non sarebbero stati a vedere, ma avrebbero tentato
qualcosa, con le buone o con le cattive, per sostituirsi
a chi, decidendo per l’armistizio, deponeva le armi di
fronte agli avversari.
Direttive nei riguardi dei partigiani , i quali, per gli
stessi motivi degli ex alleati ed ex presunti alleati o
per un altro motivo, diciamo patriottico, combattevano
per liberare il loro paese della presenza di eserciti
stranieri.
Bastava che l’ordine dei Comandi indicasse di mantenere
le posizioni, di trattare eventualmente per acquistare
tempo. Quel tempo necessario per permettere
l’evacuazione, via mare, del battaglione.
Ed ancora più importante l’invitare a stare sul chi
vive, pronti ad ogni evenienza e attenti a tutti i
movimenti di alleati, di presunti alleati, di avversari.
Eravamo presi da tanta rabbia, da tanto rancore, ma
anche da tanta umiliazione e frustrazione per essere
stati purtroppo spettatori impreparati, e non per nostra
colpa, ad avvenimenti e fatti subiti passivamente.
I giorni successivi al drammatico impatto con la realtà
sconvolgente della prigionia avevano consigliato di
accantonare la rabbia, il rancore, l’umiliazione, la
frustrazione per riflettere ed esaminare la situazione
nella quale ci eravamo trovati per un complesso di
circostanze negative.
Erano state fatte una infinità di congetture, di ipotesi
che con le nostre speranze, i nostri desideri, le nostre
angosce e paure erano rimbalzate nelle pareti e nel
soffitto ed erano cadute nel vuoto. Inevitabilmente
perché non avevano nessuna possibilità né probabilità di
cambiare qualcosa della nostra situazione.
Avevamo preso atto di questa realtà e, pur mantenendo
viva la speranza legata ad imprevedibili sviluppi
futuri, avevamo cominciato ad adeguarci quasi
passivamente alla prigionia e alla vita monotona nella
villetta.
Ci eravamo però subito preoccupati del vitto e
paradossalmente avevamo mostrato un certo compiacimento
nel constatare che il rancio caldo arrivava per il
pranzo e per la cena. Avevamo pure a disposizione
sigarette tipo “Africa Orientale” e “Tre stelle “ che da
vari mesi sembravano essere sparite da nostro magazzino.
Avevamo capito che la distribuzione del rancio ( veniva
effettuata anche per i soldati tenuti in segregazione
nell’edificio occupato dalle scuole elementari) era
legata alla scorta dei viveri giacenti nei nostri
depositi. Poteva pertanto durare per diversi giorni se
veniva razionato il vitto giornaliero.
Avevamo pure capito che il trattamento speciale usato ci
dai domobrani e dagli ustascia poteva nascondere un loro
scopo preciso. Era un mezzo di pressione indiretta per
spingerci a prendere la decisione di passare a loro
fianco, anche se in posizione subalterna, riprendendo
armi e bagagli.
Avevamo altresì capito che qualcuno di noi aveva
l’intenzione di parteggiare per la loro causa che
avevamo giudicato perdente. Avevamo invece giudicata
vincente quella dei partigiani poiché la guerra aveva
preso una piega decisamente favorevole alle forze
alleate che fino a pochi giorni prima noi andavamo
combattendo.
* * *
Una mattina, forse erano passati cinque o sei giorni da
quel fatidico otto settembre, avevo lasciato la villetta
e i colleghi e, previo permesso di chi comandava, avevo
presa alloggio in una cameretta dell’unico vecchio
albergo di Karlobag.
Non ricordo il motivo o i motivi che mi avevano spinto a
prendere questa decisione.
Aveva influito forse il bisogno di respirare l’aria
diversa da quella impregnata di pessimismo, di
sconforto, di amarezza, di lunghe discussioni senza
costrutto che ormai erano di casa nelle varie stanze
della villette occupata da noi ufficiali.
Aveva forse pesato una tenue speranza che si era
affacciata alla mente, di trovare qualche soluzione al
di fuori di quelle mura e muovendomi da solo, puntando
tutto sulle mie pochissime conoscenze come il padrone
dell’albergo e di sua figlia Jelka, studentessa di
medicina che avevo corteggiato inutilmente nei pochi
giorni compresi fra il ritorno dal servizio oltre il
Monte Velebit e l’otto settembre.
Avevo forse fidato sul mio fascino e sul tempo a
disposizione e, perché no, sulla mia presunzione di
ventenne per fare breccia sulla Jelka ed ottenere così,
direttamente o indirettamente, qualche aiuto per
tagliare la corda.
Aveva forse influito più di tutto il mio carattere, non
certamente estroverso, non certamente antisociale, ma
portato a fare poche amicizie ed in particolare a
prendere decisioni da solo e non volendo essere
influenzato dagli altri.
* * *
La Jelka, come il babbo, mi aveva accolto con una certa
affabilità.
La Jelka, nei giorni successivi, aveva cominciato a
dimostrarmi una certa simpatia affettuosa, nella quale
avevo visto tanta cordialità e familiarità.
Pur assillato dai pensieri sulla mia situazione che
purtroppo non aveva sbocchi, mi ero rallegrato con me
stesso per la decisione presa.
Avevo avuto modo e possibilità di passare ogni tanto dei
momenti distesi, sereni, anche frivoli. Il merito era
stato della Jelka.
Era nato stranamente e inspiegabilmente fra noi un
qualcosa di indefinibile…
Stavamo bene insieme e la sua presenza, come la sua
conversazione pur frammentaria e difficoltosa mi era
tanto di conforto e di sostegno.
Avevo provato una sensazione strana quando la Jelka mi
aveva detto molto affettuosamente in quel suo italiano
stentato, frammentario:
- Adesso non sei più ufficiale che occupava il mio
paese, ti posso anche voler bene.
Le avevo creduto. Non avevo perso tempo ad esaminare i
perché che avevano spinto la Jelka a cambiare totalmente
l’atteggiamento nei miei confronti. Mi aveva snobbato da
ufficiale; mi aveva accettato da prigioniero.
Ero stato felice di quel rapporto affettuoso, di quelle
dolci tenerezze, di quelle sue continue attenzioni.
Aveva capito la Jelka il dramma del sottoscritto ed
aveva cercato di lenire la mia sofferenza interiore
offrendomi affettuosamente una mano affinché non
perdessi tutte la speranze.
Avevo tenuto quella mano tesa stretta nella mia. Era
stato bello avere dei momenti da dedicare alla fantasia,
al sogno e poter dimenticare quanto di brutto
effettivamente mi circondava, quanto di incerto avevo
davanti a me.
* * *
Una mattina, alle prime luci dell‘alba ero stato
svegliato da dei rumori insoliti, tanto simili a
violenti esplosioni.
Avevo capito che quelle esplosioni non erano altro che
proiettili sparati da cannoni, probabilmente del tipo
47/32.
Avevo sentito pure il canto caratteristico di diverse
mitragliatrici.
Avevo visto, affacciatomi alla finestra, fiamme e fumo
nelle vicinanze di diverse casematte occupate dai
domobrani.
Avevo concluso che i partigiani avevano deciso di
attaccare il presidio di Karlobag per ottenere
evidentemente la sua conquista.
Mi ero vestito ed avevo raggiunto gli altri ufficiali
nella villetta. Avevo trovato un clima piuttosto
euforico, ma anche tante preoccupazioni non tanto per il
risultato della battaglia quanto per l’eventuale
evolversi della nostra situazione dei prigionieri.
Avevo seguito con interesse e curiosità lo svolgimento
dell’attacco dei partigiani. Poteva essere una
esperienza da raccontare se il domani mi avesse permesso
di farlo.
Le bordate dei pezzi da 47/32 avevano continuato con un
frastuono assordante. Intorno a Karlobag le esplosioni,
le fiamme e il fumo avevano punteggiato i posti colpiti.
I colpi dei mortai avevano sostituito il suono più cupo
dei cannoni, accompagnati dalle raffiche dalle armi
automatiche che dai primi contrafforti del Monte Velebit
avevano battuto i reticolati e le postazioni che da tre
lati a monte difendevano Karlobag.
I domobrani avevano risposto con il fuoco delle loro
armi, mitragliatrici e mortai.
La battaglia, col passare delle ore, si era fatta più
violenta ed era cresciuta di intensità.
Il canto delle mitragliatrici e delle armi leggere dei
partigiani era divenuto più nitido, più vicino, più
insistente, più aggressivo. Di contro la risposta dei
domobrani aveva avuto qualche pausa ed aveva accusato
una certa diminuzione nel volume del fuoco.
Evidentemente l’attacco dei partigiani aveva ottenuto
dei successi, anche se parziali, stringendo più da
vicino i difensori del presidio.
Verso le ore dieci i pezzi di tipo 47/37 e i mortai
avevano ripreso a martellare le postazioni domobrane per
cinque minuti buoni.
Le mitragliatrici avevano vomitato subito dopo raffiche
di pallottole diverse delle quali avevano raggiunto i
muri delle case periferiche del Karlobag.
Erano entrati in funzione pure i fucili e i parabellum
con i loro colpi inconfondibili.
La risposta dei domobrani era divenuta sempre più scarsa
e sporadica.
Avevo avuto l’impressione che la battaglia era ormai
prossima alla sua conclusione.
Da diverse postazioni avevo veduto soldati domobrani che
tentavano di rientrare fra le case del paese seguiti dal
raffiche di fucili mitragliatori.
Un silenzio grave aveva avvolto infine il paese, rotto
ogni tanto dai colpi di un fucile isolato o da una
raffica dall’ altra parte del paese.
I partigiani si erano avvicinati in ordine sparso alle
postazioni ormai senza più alcun difensore, le avevano
superate ed erano giunti alle prime case periferiche.
Altri reparti di partigiani, in formazione più compatta,
avevano fatto il loro ingresso procedendo da nord e da
sud sulla strade d’accesso a Karlobag.
Avevo veduto il volto di diversi partigiani dalla
espressione decisa e attenta. Erano chiaramente
guardinghi e pronti a reagire con rapidità a qualsiasi
eventualità di pericolo.
Uno di questi mi aveva scorto dietro al vetro della
finestra. La sua reazione era stata immediata e
altrettanto la mia risposta intuendo le intenzioni. La
pallottola sparata dal suo fucile aveva colpito e rotto
il vetro. Alcuni piccoli frammenti mi erano caduti sui
capelli.
Avevo avuto comunque il tempo di osservare un
particolare: quasi tutti i partigiani che transitavano
sotto la finestra della villetta che ci ospitava
indossavano la divisa grigio- verde comunemente portata
da militari italiani. Ed altro particolare: diverse di
queste divise erano nuove o in buone condizioni. Mi era
stato facile pensare che le stesse erano state prelevate
da un nostro magazzino di un presidio precedentemente
occupato dai partigiani.
Avevo pure veduto che questo reparto era preceduto da un
ufficiale in divisa grigio- verde che portava sulle
maniche i fregi da capitano e sulle spalline tre
stellette indicanti il grado di capitano.
Avevo avuto dopo la spiegazione dal possessore di quella
divisa e di quei gradi che era venuto a parlare con gli
ufficiali italiani che erano rimasti nella villetta in
attesa di eventi.
Si era presentato: era un italiano ed era capitano dell‘esercito
italiano. L’otto settembre 1943 era passato con i
partigiani non avendo possibilità di altra scelta ed
avendo ritenuto impossibile e comunque estremamente
rischioso poter raggiungere il suo paese che era oltre
le linee sulle quali si fronteggiavano, in Italia, i
tedeschi e gli alleati.
Aveva avuto il compito, nell’attacco a Karlobag, di
dirigere il fuoco di una batteria di pezzi da 47/ 32,
come avevo intuito sui capisaldi tenuti dai domobrani
riuscendo a metterli a tacere.
Si era permesso di consigliare e di suggerire il nostro
passaggio nelle file dei partigiani. Aveva aggiunto che
se i partigiani ci lasciavano liberi, ed esisteva questa
possibilità, non avevamo alcuna speranza di arrivare al
confine italiano.
Mi ero disinteressato di quanto poteva avvenire al di
fuori di quelle quattro mura.
All’imbrunire avevo fatto ritorno alla mia cameretta in
albergo dopo tante esitazioni e paure non potendo
conoscere le reazioni dei partigiani che potevo
incontrare nel breve tragitto da fare.
All’albergo in una stanza a piano terra, avevo trovato
in svolgimento una festicciola.
Avevo raggiunto rapidamente la mia camera, avendo visto
diversi in divisa grigio- verde e altri con altra divisa
che avevo immaginato abituale dei partigiani.
Ero sdraiato sul letto e pensavo, sugli ultimi
avvenimenti, a tutti i ragionamenti che coi colleghi
erano stati fatti, pieni zeppi di se e di ma, sulla
nostra nuova situazione, sulle prospettive che
sembravano racchiuse nel rimanere o nel partire, ambedue
scelte avventurose e rischiose, quando era entrata la
Jelka.
Si era sdraiata accanto a me e con il solito suo
stentato e difficoltoso italiano mi aveva fatto capire
che mi aveva visto passare davanti alla porta e che la
festicciola era per il fratello partigiano, che aveva
partecipato all‘attacco e all’occupazione del Karlobag.
Un fratello che il babbo e lei avevano rivisto dopo
diversi mesi e che al mattino successivo avrebbe dovuto
partire nuovamente col suo gruppo.
Mi aveva poi consigliato di rimanere coi partigiani e mi
aveva fatto una drammatica esposizione delle difficoltà
che avrei incontrato per giungere al confine presidiato
dall’esercito tedesco e il rischio reale di essere preso
prigioniero dai reparti tedeschi ed inviato in Germania.
Probabilmente avevo seguito troppo le notizie di “Radio
Gavetta" che, al momento dell’ascolto, mi avevano fatto
sorridere, ritenendole molto fantasiose, ma che, invece,
avevano trovato spazio in un angolino della mia memoria.
“Radio Gavetta” aveva spesso riferito di scontri. fra
nostre .pattuglie e partigiani di Tito, nelle zone più
diverse della Croazia, ponendo in particolare l’accento
sulla sorte dei. morti e feriti italiani, che
rimanevano, per forza maggiore, sul luogo dell’imboscata
per ore ed ore, in attesa di una pattuglia
soccorritrice.
Aveva riportato un’altra voce preoccupante: i partigiani
non facevano prigionieri. Chi cadeva selle loro mani,
veniva subito passato per le armi.
Aveva raccontato (erano incredibilmente misteriose le
fonti di “Radio Gavetta” da non distinguere più la
verità dalla menzogna) di un gruppetto di soldati
italiani, fatti prigionieri, che avevano partecipato
completamente nudi ad una danza del ventre, effettuata
da alcune donne nude. I militari si erano eccitati. I
partigiani avevo tagliato loro il pene.
Era maturata in molti soldati la convinzione che i
partigiani, oltre ad essere dei rivoluzionari comunisti,
fossero spietati e crudeli col nemico. E benché non
avessero avuto mai contatto coi partigiani, erano
portati a credere alla autenticità di queste voci.
Molti nostri soldati non s’erano effettivamente
domandati chi erano e cosa volevano i partigiani, quali
erano stati i motivi che avevano spinto numerosi
yugoslavi ad andare alla “macchia” e le ragioni che
avevano indotto gli stessi alla guerriglia, alle
imboscate, a colpire, a uccidere e a sparire.
Avevano saputo che erano nemici da combattere, da
braccare, da rendere inoffensivi, pure, da temere,
perché odiavano gli Italiani, i tedeschi, i domobrani,
gli ustascia, tutti etichettati come fascisti.
Non avevano saputo e forse non avevano voluto sapere,
che molti partigiani erano divenuti tali, per seguire un
loro ideale politico accomunato al loro amore per la
Patria.
Avevano lottato e lottavano per questi ideali, che
presupponevano la liberazione del loro Paese dagli
eserciti oppressori, il processo alla classe politica
che aveva portato la Iugoslavia alla guerra, alla
sconfitta, alla occupazione, la instaurazione di un
regime, con una lotta di liberazione sul tipo di quello
che aveva la Russia.
Erano stati motivi ideali, ma, pure, e non di secondo
piano, motivi di rancore, di rabbia, di risentimento, di
odio, di frustrazione e motivi, non meno importanti,
quali essere renitenti alla leva, cercare di evitare il
carcere, le torture, i campi di concentramento, a
spingere i primi alla macchia, alla guerriglia, alla
vita randagia nei boschi e da braccati.
Avevano saputo e sapevano di avere da combattere contro
diversi avversari. E fra questi, i veri nemici dovevano
essere gli ustascia, gli appartenenti alla milizia
fascista di Ante’ Pavelic, che dovevano odiare, perché
considerati. traditori della Patria. Odio, decisamente
contraccambiato in egual misura.
Diversi dei nostri soldati ( fortunati per aver
raggiunto l’Italia) avrebbero saputo, per esperienza
diretta o anche indiretta, i1. significato della lotta
partigiana e i “perché” della adesione a questa lotta di
tanti italiani e di tanti, pure, militari.
Avrebbero, probabilmente ripensato ai partigiani
iugoslavi, vedendo il tutto in una dimensione nuova e
tanto diversa da quella di allora. Avrebbero capito
molto di più sui termini di crudeltà, spietatezza, odio,
attribuiti ai partigiani.
I partigiani, allora, erano visti come i cattivi ed
anche l’ultima voce, sparsasi, subito dopo la loro
occupazione di Karlobag, riguardante un ufficiale
ustascia, che aveva preferito uccidersi, usando una
bomba a mano tedesca, prima di cadere nelle loro mani,
era stata accettata dalla maggioranza degli ufficiali e
soldati italiani, non come il frutto della fantasia, ma
come un fatto quanto mai possibile e veritiero.
Era stata, questa accettazione, conseguenziale a quanto
era frutto di propaganda ed anche di una certa
convinzione, immotivata ma radicata in molti di noi.
Il che, però non avrebbe potuto giustificare quel
pizzico o quel tanto di cinismo, che era nella mia
particolare ricostruzione, fantasiosamente data alle
raffiche sul mare e nella quale i partigiani erano stati
visti, come i soliti cattivi.
Al mattino, quando avevo veduto il peschereccio
attraccare al piccolo molo e da questo scendere diversi
partigiani armati, avevo pensato alla mia immaginaria
ricostruzione. Mi ero detto che era stato un pazzo
pensiero. La mia curiosità, però, non era stata
soddisfatta, neppure dalla versione datami dalla Jelka.
Ero prevenuto verso i partigiani, evidentemente. Come
probabilmente ero prevenuto nell’arrivare ad alcune
conclusioni, riguardanti il mio comportamento.
Il mio ragionamento era partito da una premessa.: tutte
le ipotesi, esaminate coi colleghi, tutte le
argomentazioni a favore e contro una precisa scelta,
tutti i suggerimenti e i consigli della Jelka avevano
una importanza molto relativa. Non avevano e ne ero
convinto alcun valore per il semplice fatto che, tanto
io come i colleghi, non potevamo decidere, ma soltanto
esprimere un desiderio, una speranza e accettare quanto
da altri veniva deciso consigliato. Gli altri avevano il
potere di accettare o di respingere la mia adesione alla
lotta partigiana. Avevano il potere, nel caso della
domanda non accolta, di decidere per la mia libertà o
per il proseguimento della prigionia, anche se avevo
scartato questa ultima ipotesi, avendo ritenuto che i
prigionieri erano, per i partigiani, soltanto un peso da
tutti i punti di vista.
Avevo deciso, benché in contrasto con il mio
ragionamento, di presentarmi al loro Comando per
mettermi a loro disposizione.
Per la strada, ero stato avvicinato da due partigiani, i
quali, pur avendo loro dichiarato la mia intenzione, mi
avevano spianato il fucile all’altezza del petto e mi
avevano indicato un portone aperto.
Ero uscito senza gli stivali (quelli color cuoio, che
avevano una caratteristica allacciatura al gambale).
Ero ritornato alla mia camera in pedalini. Avevo
chiamato la Jelka e le avevo raccontato quanto era
avvenuto nel breve spazio di pochi minuti. Le avevo
chiesto se veramente aveva le possibilità, accennatami,
d’intervenire presso chi di dovere, perché ero deciso a
lasciare Karlobag e tentare di rientrare in Italia.
L’ultima umiliazione subita aveva, come si suol dire,
fatto traboccare il vaso. Ero disposto ad affrontare
tutti i rischi di una avventura, quanto mai pericolosa e
difficoltosa, affrontata liberamente.
Avevo domandato alla Jelka se poteva procurarmi un
vestito borghese, una camicia e un paio di scarpe.
L’avevo pregata di aiutarmi nel sistemare il mio corredo
nella cassetta d’ordinanza.
Avevo tolto i gradi, le stellette, le mostrine dalla
divisa “Principe di Piemonte”, ripromettendomi di fare
lo stesso con la divisa grigioverde.
Avevo provato una sensazione strana, tanto simile alla
commozione, all’amarezza, allo sconforto, al dolore.
Avevo dato l’addio a tanti indumenti personali, molti
dei quali cuciti dalla mamma e che mi avevano seguito in
quella avventura da ufficiale.
Avevo detto alla Jelka che lasciavo tutto a lei e che
avesse cura di quella cassetta militare. Avevo riso,
dopo la battuta finale, che sarei, un giorno, ritornato
a prendere tutto.
La sera dopo (forse era il 1° ottobre o uno degli ultimi
giorni di settembre) ero salito, insieme ai capitani
Colombo e Giandinoto e al collega Savarese, sul
peschereccio.
Gli altri ufficiali non avevano accettato il rischioso
viaggio notturno, via mare, preferendo lasciare Karlobag
a piedi.
Ero in abiti civili (un vecchio vestito del fratello
della Jelka), avevo un po’ di denaro in moneta
iugoslava, un pezzetto di formaggio e del pane: l’ultimo
pensiero della Jelka che era venuta sul molo.
Avevo valutato i rischi di un simile viaggio, (le
raffiche sul mare erano ancora presenti) ma avevo, pure,
considerato le tante miglia fatte, durante quella notte,
andando verso Nord, e avvicinandomi, con un unico balzo,
al confine italiano, anche se sarebbe rimasto
maledettamente lontano.
Avevo azzardato, fidando nella buona stella. Avevo
passato la notte nella stiva, insieme ai partigiani e al
materiale vario. Avevo avuto, pure, dei momenti di
paura, quando il peschereccio aveva ridotto la sua
velocità e quando il motore aveva taciuto e il
peschereccio era rimasto fermo o quasi.
Ero sbarcato a Segna. Era la fine del viaggio del
peschereccio e la fine, per me, di un incubo.
A Segna, sulla via vicino al mare, avevo assistito ad
una scena sconvolgente, traumatica: diversi e diversi
soldati italiani, stanchi, affamati, seminudi,
ricoperti, da qualche straccio e coi piedi fasciati alla
meglio, erano passati, l’uno .dietro l’altro, diretti
verso Nord.
Avevo saputo dagli stessi, che appartenevano alla
Divisione Zara e che attraversando una zona montuosa (se
la memoria mi aiuta, quella della Leika) erano stati
depredati di tutto, dalla popolazione, definita dai
malcapitati, tutta di predoni.
Ero stato poco coi colleghi a vedere questa processione
di disperati, che avevano alle spalle tanti e tanti
chilometri, macinati nella disperazione, nella
sofferenza, ma anche con la speranza di avvicinarsi al
confine.
Ero rimasto alquanto scioccato e profondamente
amareggiato per non essere in condizione di dare loro
qualsiasi aiuto.
Avevo sentito nuovamente un odio profondo per gli alti
“papaveri”, veri colpevoli di tutte le sofferenze di
questa povera gente sbattuta dovunque, lontana da casa e
della quale nessuno si era preoccupato, almeno nel
tentare dì offrire una piccola possibilità di salvezza.
Era stato uno spettacolo deprimente, ma anche, sotto
certi aspetti, stimolante, nel rafforzare il nostro
convincimento di allontanarsi sempre di più da quel
mondo..
Non ricordo se avevamo domandato informazioni sulla
strada da percorrere o se avevamo deciso di fidarci
delle nostre conoscenze topografiche e di punti di
riferimento, come i nomi dei paesi, dove eravamo stati
di presidio.
Avevamo cominciato a camminare, in direzione Nord Ovest,
preferendo i boschi e utilizzando diverse ore della
notte. Talvolta eravamo costretti a marciare di giorno
per avere la possibilità di avvicinarci ai casolari dei
contadini, per comprare qualche chilo di patate, per
mettere qualche cosa sotto i denti. La moneta da
cinquecento lire, quelle con la filigrana di color rosa,
sulla quale spiccavano le due lettere A O, trovavano una
accoglienza straordinaria. Erano preferite al denaro
yugoslavo. Avevo avuto modo, in quel peregrinare, di
fare diverse esperienze interessanti.
Avevo constatato che la resistenza fisica dell’uomo è
straordinaria, se nello stesso è forte e viva la
speranza, che potevano essere quanto mai utili certe
nozioni scolastiche, per esempio, sulla corteccia degli
alberi, sulla posizione del sole e della luna.
Avevo visto che la vita randagia, alla macchia, era, sì,
brutta, insicura, rischiosa, piena di sacrifici, ma
aveva, pure, un suo fascino, quello della natura.
In certi momenti di fronte a tanta bellezza, mi ero
sentito nuovamente in pace con me stesso e dimentico
della mia situazione.
Avevo guardato con la mente libera e desiderosa di
immergersi nel silenzio ovattato, che avvolgeva il
bosco, lassù in alto, rotto dal lieve volo di qualche
uccello, dal fruscio delle foglie, dal quasi
impercettibile rumore di qualche lepre o di qualche
coniglio selvatico messo in fuga. Avevo ammirato certi
panorami, che visti dall’alto, sembravano cartoline
dipinte con una casetta fra il verde del bosco, una
piccola borgata di piccole case ammucchiate in una breve
vallata, sommersa da boschi, che ricoprivano verdi
colline, una strada che appariva e scompariva e sinuosa
si muoveva fra alberi dall’alto fusto e dalla grande
chioma.
Avevo fatto, anche, altre esperienze.
Avevo dormito, sdraiato vicino ad un muretto di sassi,
per sentire meno il vento, piuttosto freddo, che
spazzava la quota, abbastanza elevata, sulla quale
avevamo deciso di sostare per riposare.
Avevo usato un letto particolare, formato da sola
paglia, dentro la quale mi ero immerso fino al collo.
Avevo provato il duro intavolato. E mi era sembrato
soffice, quello di una stanza di una povera casa, quasi
ai limiti di un bosco, dove, poco prima, una ragazza,
che ci viveva sola, aveva messo sul tavolo una zuppiera
piena di polenta gialla, ricoperta completamente di
latte. Era stato il primo pasto completo, dopo tanti
giorni di patate, alla meno peggio, cotte nella cenere
calda.
Avevo visto, durante la lunga marcia, elmetti, giberne,
zainetti ed anche fucili, abbandonati lungo i sentieri.
Altri prima di noi - avevo pensato - avevano percorso
quei boschi ed avevano lasciato alle loro spalle quanto
ritenevano pesante, inutile, ingombrante, forse per
essere più leggeri e camminare più in fretta. Avevo pure
pensato che quei soldati dovevano far parte di un
reparto ancora inquadrato e con i propri ufficiali. Il
materiale lasciato con un certo ordine, lasciava
presumere un abbandono comandato.
In altre zone, avevo visto, invece, lo stesso materiale,
ma sparso, lontano l’uno dall’altro. Avevo pensato a
soldati. isolati o a piccoli gruppetti di militari.
A Cabar avevo avuto una esperienza straordinaria, anche
se sotto certi aspetti, sconvolgente: avevo incontrato
improvvisamente ed inaspettatamente la piccola Jelka,
che avevo fatto prigioniera sul Monte Sveta Gora.
Avevamo azzardato il passaggio da Cabar, perché il
capitano Colombo vi era stato, molti mesi prima, di
presidio.
Aveva sperato di trovare utili informazioni per il
prosieguo della nostra marcia.
Avevo avuto la sorpresa dell’incontro con la Jelka.
La piccola Jelka avrebbe potuto fermare la nostra
avventura verso il confine, se avesse avuto delle
reazioni negative nei miei confronti, volendo punire chi
aveva fatto prigioniera lei e la sua famiglia.
Avevamo continuato la nostra marcia di trasferimento
attraverso i boschi.
L’8 ottobre (è un particolare che ricordo bene) giorno
dei mio compleanno, avevo camminato, per alcune ore,
seguendo il corso del fiume Sava (credo che questo sia
il giusto nome)
Eravamo stati bloccati per una notte e la giornata
successiva in una capanna da contadini, forse quella
dove avevo dormito nella paglia, perché il capitano
Giandinoto aveva accusato qualche linea di febbre.
Ero andato in cerca di un medico, che non avevo trovato
nel paesetto, che distava poche centinaia di metri dal
casolare.
Eravamo ripartiti (la febbre del capitano era dovuta
probabilmente alla stanchezza) e in un sentiero di un
bosco avevo incontrato il fratello della Jelka di
Karlobag, il quale, riconosciutomi, mi aveva detto che
veniva da una zona non molto lontana dal confine, che
aveva veduto molti soldati italiani sbandati cadere
prigionieri dei tedeschi, che era estremamente
pericoloso, attraversare il confine. A nome anche della
Jelka aveva cercato di convincermi a ritornare indietro.
Era stato un prezioso incontro, che aveva fornito una
buona notizia: il confine non doveva essere molto
lontano.
Non so e neppure, allora, avevo saputo quando e come
avevamo superato quella linea immaginaria, ma non tanto,
che delimitava l’Italia dalla. Iugoslavia.
So che avevo lasciato alle spalle un fitto bosco, che
avevo camminato su sentieri impervi che salivano e
scendevano e che variavano continuamente nella
direzione, che ero arrivato, dopo aver superato un ampio
canalone e una dolce ascesa, al culmine di una
collinetta, ricoperta, qua e là, di erba.
Avevo guardato verso il basso e, a poca distanza, ad una
centinaia di metri, avevo veduto un tratto di un corso
di un fiume dall’acqua limpida, che brillava ai raggi
del sole, un ponte in muratura, che univa le due sponde,
due sentinelle in divisa tedesca, di guardia alle due
estremità del ponte ed oltre un piccolo paese su una
ampia strada.
Ci eravamo seduti sull’erba col cuore che aveva battuto
forte e veloce, presi dentro da diverse sensazioni,
nelle quali la gioia e l’emozione avevano voluto
esplodere per esprimere la nostra felicità. Ci eravamo
trattenuti, accontentandoci di sorridere, mentre ci
eravamo stretti la mano.
Avevamo sentito, improvvisamente, il bisogno di
rilassarci un momento ed anche di osservare quanto
poteva avvenire su quel ponte, come si comportavano le
sentinelle e quindi quali erano le difficoltà da
superare.
Dalla prima osservazione, non era sembrato che
attraversare il ponte fosse tanto difficoltoso e
pericoloso. Avevamo veduto che alcuni civili erano
passati sullo stesso e non erano stati controllati dalle
sentinelle..
Avevamo pazientato per vedere se il comportamento delle
sentinelle era improntato ad una certa tolleranza verso
i borghesi o se talvolta, non avessero richiesto i
documenti.
Avevamo pensato, visto l’atteggiamento delle sentinelle,
di attraversare il ponte uno alla volta e lasciando
passare alcuni minuti fra l’uno e l’altro. Ciascuno
doveva partire soltanto se l’altro aveva superato
completamente il ponte senza incidenti. Dovevamo
camminare con naturalezza, senza eccessiva fretta, dando
così l’impressione di essere abitanti del paese vicino.
Facile a dire, ma tanto difficile a fare.
Ero arrivato all’ultimo atto della prima parte della mia
avventura in terra iugoslava.
Non avevo contato i giorni, anche se mi erano sembrati
tanti, né tanto meno le ore consumate nella lunga
marcia, che mi erano sembrate innumerevoli. Non avevo
fatto il conto dei chilometri percorsi, che mi erano
sembrati molti sui tanti sentieri nei boschi, sulle
strette strade, ombreggiate da alberi dall’alto fusto.
Avevo dimenticato tutto davanti a quel ponte. E avevo
dimenticato, pure, gli scoraggiamenti, le incertezze e i
dubbi che frequentemente avevano martellato la mia
mente,. specie quando, stanco e con lo stomaco vuoto, mi
ero domandato se quel mio faticare avrebbe approdato
alla meta prefissa o se il mio peregrinare nei boschi mi
avesse allontanato dal confine.
L’angelo custode mi aveva assistito fino a quel momento.
- Il buon Dio - mi ero detto- mi sarà vicino, ancora,
nella parte dell’avventura che avrebbe potuto essere la
più infida e la più pericolosa.
Ero stato il primo a lasciare la collinetta ed
incamminarmi verso il ponte.
Non era stata una mia libera scelta. Incredibile a
dirsi, pure il quel momento sì particolare, avevano
nuovamente influito la anzianità e il grado, i quali, in
verità, avevamo o meglio avevo rispettato, sempre,
durante la lunga marcia.
Avevo accettato, per tale motivo, l’incarico di
procurare le patate ed averne, sempre, una certa riserva
da utilizzare quando non avevamo possibilità di
contattare qualche contadino. Avevo portato una cartella
nera da studente, che aveva funzionato molto bene come
zainetto.
Avevo avuto il compito di precedere il picco lo
gruppetto, non per fare come si dice in gergo il passo,
ma per controllare la situazione: un po’ di avanguardia,
un po’ di vedetta.
Ero andato vicino al fuoco, in quella stanza di una casa
anonima di Cabar, per cuocere le patate, quando avevo
incontrato la piccola Jelka, che avevo fatto prigioniera
sul Monte Sveta Gora.
Avevo cercato il dottore per le poche linee di febbre
del capitano Giandinoto, lasciando una capanna ben
nascosta nel bosco, per avventurarmi in una zona
completamente scoperta fino al paesetto vicino.
Non avevo mai fatto storie. Avevo obbedito da perfetto
ufficiale subalterno, che aveva il senso del dovere e
della disciplina. Era stato il mio comportamento,
facente parte di uno stile di vita, che avevo criticato,
pure odiato, ma che alla fine avevo accettato. Subendo,
come mi era capitato anche durante la lunga marcia.
Non mi ero neppure posto il quesito se i due superiori e
il collega approfittassero di tale mia, disponibilità.
Col senno di poi, forse, ero stato strumentalizzato dai
tre compagni di avventura. In buona fede, forse, con
maliziosa intenzione probabilmente avevano trovato
l’elemento adatto per evitare loro eventuali rischi,
eventuali preoccupazioni.
* * *
Non avevo avuto, sicuramente, questi pensieri, mentre le
mie gambe, non molto sicure, nell’incedere, mi avevano
portato quasi di fianco alla prima sentinella.
Avevo pregato il buon Dio di aiutarmi e in quel caso
specifico di farmi apparire agli occhi della guardia
tedesca, come un giovane contadino che rientrava dalla
campagna. L’abito borghese, che indossavo, piuttosto
vecchiotto e antiquato, poteva andare bene per ingannare
un occhio poco esperto o poco attento.
Avevo superato il primo ostacolo col fiato in sospeso e
sentendo la tensione nervosa sempre più acuta e pronta
ad esplodere. Ero riuscito a mantenermi calmo e
concentrato.
Avevo camminato sul ponte senza fretta, respingendo il
desiderio di mettermi a correre per superare quella
trentina di metri, che mi erano sembrati aumentare a
ogni passo o di guardare in dietro.
Ero passato accanto alla seconda sentinella, della quale
avevo veduto le spalle. Avevo proseguito senza
affrettarmi. Alla prima casa, ero sparito dietro di
questa. Mi ero gettato a terra ed avevo scaricato tutta
la tensione nervosa.
Avevo seguito Savarese attraversare il ponte e avevo
osservato che si era tolto gli occhiali neri da vista,
che gli davano l’aria di un intellettuale.
Avevo seguito, poi, il capitano Giandinoto dal passo un
po’ stanco, un po’ acciaccato e mi era sembrato, su quel
ponte, un buon padre di famiglia. Infine il capitano
Colombo, leggermente più curvo del solito, con le labbra
più serrate del solito ed avevo visto un buon frate
francescano dall’atteggiamento umile e dimesso. Erano
stati straordinariamente bravi.
Eravamo entrati nel paese, che era a poca distanza dal
ponte.
Avevamo incontrato alcune signore, le quali avevano
subito capito che eravamo militari. Si erano avvicinate
e avevano chiesto dove eravamo stati in Iugoslavia, di
quale reparto eravamo, se sapevamo qualche cosa su
questo o quel reggimento. Avevano fatto vedere, pure,
alcune fotografie di congiunti, dei quali non avevano
avuto, da tempo, più notizie.
Il suono delle loro voci era stata musica per i nostri
orecchi.
Avevo sentito finalmente e nuovamente la gente parlare
in italiano, avevo avuto la possibilità di capire e di
farmi capire. Finalmente avevo sentito la gioia nel
percepire la cordialità, la familiarità e l’affettuosa
simpatia che quelle donne venete avevano dato a piene
mani.
Una di queste signore ci aveva invitato nella sua casa.
Avevamo mangiato finalmente della carne, aprendo alcune
scatolette, pure, queste provenienti da qualche deposito
militare.
Avevo, preso dall’euforia di essere finalmente sul suolo
italiano, mancato di memorizzare il nome di quel fiume,
il nome di quel paese. Una grave lacuna, e non la sola,
purtroppo.
Avevamo ripreso il nostro cammino, al pomeriggio,
passando, poi, la notte in una capanna, vicino ad un
casolare alla periferia di un altro paese.
Avevamo avuto delle informazioni preziose: a poca
distanza passava la linea ferroviaria, che portava a
Mostre e a Venezia. Un treno si fermava, verso le ore
undici, ad una piccola stazione, dove non esisteva la
biglietteria. Si poteva prendere quel treno, munendoci
del biglietto richiedendolo al controllore.
Al mattino, nel piccolo, piazzale antistante quella
casa, l’ennesima anonima di un paese senza nome, avevo
lavato l’unico paio di pedalini, già abbastanza sporchi,
dopo la lunga marcia effettuata. Avevo cercato, pure di
dare una spazzolata alla giacca e ai pantaloni.
Avevo, inoltre, usato tanta limpida acqua, per fare un
mezzo bagno. Gradito e necessario per togliermi quel
cattivo odore, caratteristico per l’eccessivo sudore e
la scarsa pulizia, che mi aveva accompagnato per tanti
giorni. Avevo cercato di rendermi il più presentabile
possibile, avendo deciso, insieme agli altri, di tentare
la carta del viaggio in ferrovia, fino dove fosse stato
possibile arrivare.
Eravamo saliti sul treno a quella stazioncina anonima
con molta trepidazione. Il vagone era quasi. pieno.
Alcuni posti, però, erano vuoti. Ci eravamo seduti, due
da una parte e due dall’altra in due sedili diversi, ma
vicini.
Ci avevano subito classificati per quelli che eravamo:
soldati sbandati, che tentavano di ritornare a casa.
Un passeggero mi aveva offerto una sigaretta,
accompagnando il gesto con queste parole:
- Penso che siano passati diversi giorni dall’ultima
sigaretta fumata: avrà piacere di tirare una. “boccata”.
Avevo ringraziato e fumato con gran desiderio. Poco mi
era importato sapere che quel tubetto che avevo fra le
labbra fosse una specie di sigaretta, che conteneva
steccoli di camomilla ed aveva un sapore tutto
particolare.
Avevamo, logicamente, chiesto informazioni, trovando
occasionali compagni di viaggio ben disposti a dare
consigli, suggerimenti e notizie di prima mano sulla
situazione in generale ed in particolare di quella zona.
Avevamo capito che dovevamo fare la massima attenzione
alle grosse stazioni, che erano presidiate fortemente
dai tedeschi, i quali, spesso, controllavano i
passeggeri in arrivo ed in partenza, con particolare
attenzione verso i giovani.
Avevamo visto, alla stazione di Mestre, che lo
spiegamento dei tedeschi, lungo i binari, era veramente
imponente. Avevamo capito che un nostro tentativo di
scendere dal treno era molto pericoloso e le probabilità
di farla franca erano veramente poche.
A Venezia, nolenti o volenti, eravamo stati costretti a
scendere in stazione, andare alle biglietterie e munirsi
del biglietto, se volevamo continuare a viaggiare col
treno.
Il controllore aveva chiuso un occhio, vedendo chi
eravamo e avendo dato ascolto ai suggerimenti di diversi
nostri compagni di viaggio. Ma ci aveva avvisato, da
buon padre di famiglia, che avremmo incontrate grosse
difficoltà alla stazione di Venezia ed altre difficoltà
nel prosieguo del viaggio, se qualche controllore di
altra stampa e dalle idee meno umanitarie, ci avesse
trovati senza biglietto. Potevamo rischiare di essere
consegnati ai tedeschi ad una stazione lungo la linea
.Ci aveva anche detto che il treno diretto a Bologna
sarebbe stato sul binario vicino a quello, sul quale
sarebbe arrivato il treno sul quale stavamo viaggiando e
che, salvo ritardi possibili, sarebbe partito cinque
minuti dopo il nostro arrivo.
I nostri volti avevano dovuto esprimere una
costernazione profonda ed un grosso smarrimento.
Una signorina, seduta non molto lontano e che,
evidentemente, aveva seguito la nostra conversazione col
controllore, si era avvicinata e con molta semplicità,
ma anche con molta decisione ci aveva detto di non
preoccuparci, di non scendere alla stazione di Venezia,
di cambiare subito treno e che lei sarebbe andata a fare
quattro biglietti per Bologna e sarebbe ritornata per
consegnare i quattro cartoncini che ci avrebbero
permesso di essere dei passeggeri paganti e regolari.
Avevo veduto quella ragazza come una buona fatina con
tanto di bacchetta magica, pronta a soddisfare ogni
sospirato desiderio e a trasformare la costernazione e
lo smarrimento, in una speranza.
Una fatina eccezionale e che voleva fare completamente
la sua magia: avrebbe fatto i biglietti ,
rispettivamente per Milano, per Genova e due per
Firenze.
Avevamo votato le tasche ed ella aveva preso parte dei
nostri denari, dichiarando che dovevamo tenere qualcosa
di riserva per il domani e che per raggiungere la somma
occorrente per pagare i quattro biglietti avrebbe fatto
una colletta.
Non aveva avuto difficoltà a recepire una discreta
sommetta.
A Venezia, con la stazione piena di tedeschi armati,
avevamo lasciato il treno e preso posto sull’altro in
partenza per Bologna.
Avevamo passato dei momenti di tensione ed avevamo
pensato di essere stati buggerati da quella simpatica
fatina biondo-castana. La fatina, però, pochi secondi
prima della partenza del treno, era arrivata tutta
trafelata sventolando i biglietti.
Ci aveva salutato: il suo sorriso era stato quanto mai
affettuoso.
* * *
Non ricordo quasi niente del lungo viaggio da Venezia a
Firenze.
Ho cercato a più riprese, nel più reconditi angolini
della memoria, qualche episodio, qualche particolare,
qualche cosa di insolito, qualche immagine.
La memoria stranamente non aveva trattenuto nulla, ad
eccezione di due episodi, l’uno alla stazione di
Bologna, l’altro a quella di Firenze.
Lo strano vuoto mi è stato sempre incomprensibile. Sono
portato a pensare che volutamente, ho cercato di
cancellare tutte le sensazioni, le emozioni e quanto gli
occhi vedevano e l’udito ascoltava, quanto sentivo e
provavo.
Non ricordo neppure se il treno aveva corso velocemente
o se aveva avuto fermate frequenti. Né tanto meno quante
ore ero stato in quel vagone.
Ricordo che qualche cosa era avvenuto in prossimità di
Bologna. Il treno non era potuto entrare in stazione: la
ferrovia alle porte di Bologna era stata colpita da un
bombardamento ed erano in corso lavori per la sua
riparazione.
La memoria ha conservato alcuni brevi fotogrammi delle
ore passate nella stazione di Bologna.
Avevamo lasciato il treno e seguendo altri avevamo preso
a camminare in una strada piuttosto buia, quasi
parallela alla linea ferroviaria. Avevo visto diversi
mucchi di macerie e qualche palazzo semidistrutto.
La stazione di Bologna non era eccessivamente
illuminata. Molti i tedeschi armati, da ogni parte, a
controllare tutto e tutti.
Avevamo cercato le zone più buie, gli angoli più
nascosti, spostandoci frequentemente, se il caso lo
aveva richiesto, per essere il più lontano possibile dai
tedeschi, che continuamente pattugliavano la stazione.
Non eravamo i soli a giocare ai poliziotti e ai ladri di
fanciullesca memoria. Avevamo, così, avuto l’occasione
di venire a conoscenza dell‘orario di partenza dei treni
diretti a Milano, a Genova e a Firenze ed anche i
binari, dai quali sarebbero partiti.
La notte era sembrata maledettamente lunga. Alle prime
luci dell’alba, in stazione eravamo rimasti, io e
Savarese. I capitani Colombo e Giandinoto erano già
partiti, dopo una stretta di mano ed un abbraccio, verso
Genova, il primo, verso Milano, il secondo.
Finalmente era partito, pure, il treno per Firenze,
arrivando dopo poche ore alla città del Giglio.
Ero arrivato, ormai, vicinissimo al mio paese.
In due giorni avevo fatto un balzo gigantesco e superato
diverse centinaia di chilometri, filati, quasi, tutti
senza eccessivi impedimenti, se non la naturale ed
immancabile tensione nervosa, che doveva apparire
evidente da come eravamo guardati dagli occasionali
compagni di viaggio.
Non ricordo proprio niente sul mio viaggio
Bologna—Firenze e neppure sull’ultima tappa
Firenze—Fucecchio.
La memoria non viene in aiuto neppure per trovare una
risposta al fatto che avevo passato quasi tutto il
pomeriggio fra la stazione di Firenze e le zone vicine
alla stazione ed avevo preso il treno, partente alla
sera, verso le sei pomeridiane.
Avevo, forse, ascoltato un suggerimento dello zio
Mannini, incontrato proprio nella stazione di Firenze,
che mi aveva consigliato di giungere a casa di notte e
fare il viaggio con lui, che sarebbe andato, poi, a
preparare i genitori del mio arrivo?
O ero stato costretto a restare in stazione, perché
pochi erano i treni adibiti alla linea Firenze—Pisa ed,
ancor meno, quelli che fermavano alla stazione S.Miniato
Fucecchio, notoriamente una stazione quasi dimenticata?
So soltanto, e di questo sono certo, che io e Savarese
eravamo giunti a Fucecchio con la corriera ed era già
notte. Forse, intorno alle ventuno o ventuno e trenta.
Avevo fatto lentamente via Dante, per dare tempo allo
zio Gino di preparare il terreno in casa Boldrini. Avevo
fatto gli ultimi trenta metri di corsa.
Ero trafelato davanti al portone della mia casa. E già
commosso, quando avevo alzato il battaglio d’ottone e
l’avevo fatto cadere.
Aveva aperto mia madre. Dietro era mio padre.
Dopo lunghi attimi di commozione, di abbracci, di baci
,di espressioni le più dolci e le più tenere, la mamma
aveva dato la buona novella alla famiglia del padrone di
casa, a Maria, che stava all’ultimo piano. Era andata
anche ad avvisare suo babbo, il vecchio “Porro” Sgherri
,che era arrivato, sollecito, appoggiandosi ad una
mazza, per abbracciare il suo primo nipote.
Nel salotto “buono”, dal tavolo quadrato, dalla vetrina
piena di bicchieri e di tazze ben allineate e dal divano
di ferro dalla coperta verde e dalle molle un po’
scassate, avevamo fatto, tutti insieme, un po’ di festa,
bevendo un goccio di vinsanto e mangiando qualche
biscotto.
Le domande e le risposte si erano intrecciate in quel
salotto a piano terra, gremito di persone. Tutto
volevano sapere, curiose, commosse, piene di attenzioni
e di affetto, in quella tarda sera fra il 15 e il 20
ottobre del 1943.
Neppure la data del mio ritorno in famiglia avevo
segnato nel libro della memoria. Eppure era stato un
momento importante da segnare, da ricordare, da
imprimere bene nella mente, da non dimenticare mai. La
data, il giorno di quel mese di ottobre, tanto
importante e significativo per me e per i miei genitori,
avevano voluto malinconicamente rimanere misteriosi ed
avvolti in una cortina di dubbio e di incertezza.
Forse, il giorno, la data si erano sentiti delle entità
trascurabili di fronte alla gioia e alla commozione di
persone che avevano avuto tanto da soffrire, da penare,
da pensare alle cose più brutte e che finalmente si
erano ritrovate, dopo un mese e mezzo di silenzio, di
angosce, che, allora, avevano potuto significare la
prigionia, la morte, la deportazione, la fine.
* * *
Savarese si era trattenuto alcuni giorni, ospite della
mia famiglia. Non aveva resistito a lungo.
Aveva sentito il richiamo struggente dei suoi e della
sua Napoli.
Aveva voluto tentare l’ultima parte della sua avventura,
pur conoscendo le difficoltà, che aveva da affrontare,
specie riuscire ad attraversare il fronte. Una impresa
pazzesca.
Non ho avuto più notizie del collega Savarese. Così non
ho avuto più notizie dei capitani Colombo e Giandinoto.
Tre compagni della lunga marcia iniziata a Karlobag e
conclusasi per me felicemente.
* * *
Avevo chiuso con la vita militare una sera di un giorno
qualsiasi, fra il 15 e 20 ottobre dell’anno 1943.
Mi ero proposto di restare al di fuori, per quanto
possibile, da tutte le “beghe”, che potevano essere
legate alla politica. Avevo, così, non dato valore ai
manifesti, che avevano invitato gli ufficiali a
presentarsi al loro distretto militare ed ancor più agli
altri manifesti che avevano consigliato l’adesione alla
Repubblica Sociale di Salò.
Non avevo tenuto conto delle pressioni di altri gerarchi
locali, che, fra l’altro, avevano lasciato intendere
chiaramente che la mancata adesione al partito
repubblichino avrebbe portato delle conseguenze
piuttosto gravi.
Avevo preferito, ad evitare tutto o almeno, il più
possibile avvenimenti poco graditi, passare giorni e
mesi, fra la mia abitazione, l’orto, la casa del nonno,
i campi e le fosse del suo podere.
Una vita, la mia, piuttosto solitaria, per stare lontano
dalla piazza Montanelli, dai locali, dagli. amici, nel
tentativo di far dimenticare la mia presenza a
Fucecchio. Ed anche, molto importante, cercare di
evitare di essere preso nei rastrellamenti, effettuati
dai tedeschi, sempre alla ricerca di uomini da adibire
ai più vari lavori o peggio ancora, da inviare in
Germania.
Estate 1943 – Fine del primo atto della tragedia
L’estate si era presentata con giorni radiosi,
subentrando ad una primavera splendida, che aveva donato
il primo tepore, reso spesso dolce da un frizzante
venticello, una miriade di fiori dai meravigliosi colori
nei frutti, nei campi, negli orti, nei giardini, il volo
e il cinguettio di tanti piccoli uccelletti. Ogni anno
la bella stagione aveva portato nei cuori della gente
una grande gioia, legata al fascino suggestivo che aveva
la natura nel suo risvegliarsi dal lungo riposo
invernale, nel suo esplodere, rivestendosi con l’abito
della festa, fatto di tanti colori, di tanti suoni, di
tanti canti, di tanta nuova e gioiosa vita.
Era la campagna un magico affresco, che toglieva il
respiro con la sua rigogliosa vitalità, con la sua
bellezza armoniosa. Le persone rimanevano sempre
affascinate da questo splendido avvenimento che, giorno
dopo giorno, prendeva una dimensione nuova fino a
concretizzarsi in un quadro pittorico eccezionale.
Ogni anno la bella stagione aveva impresso un ritmo
diverso nella vita quotidiana, rendendola più vivace,
più intensa, più gioiosa. Le persone ritrovavano, con la
temperatura più dolce, con le giornate più lunghe e più
calde, quel pizzico di allegria, di spensieratezza, di
comunicabilità che erano state un poco represse durante
il lungo inverno con il suo freddo intenso e le sue
piogge continue. Ritrovavano quel “quid” per lavorare
con più impegno, per dedicarsi alle piccole “faccende”
intorno casa, per ritrovarsi con gli amici per le lunghe
partite a bocce o a carte, per ricrearsi nei modi più
diversi, per pensare ed anche organizzare dei brevi
periodi di vacanza, specie al mare.
Qualche cosa, però, era cambiata da qualche anno.
La Primavera e l’Estate erano arrivate puntualmente,
elargendo le loro giornate meravigliose, la bellezza
ineguagliabile della natura in fiore. Le persone avevano
sentito meno, però, il fascino del magico affresco, che
avevano sotto gli occhi, immerse, come erano, in un
avvenimento eccezionale, del quale non avevano,
all’inizio, afferrato l’estrema pericolosità e che
avevano visto, piano piano, trasformarsi in una tremenda
tragedia.
La vita scorreva in paese, come negli anni precedenti,
ma era diversa: più compassata, più contenuta. Era
facile avvertire uno stato d’animo, che coinvolgeva
tutti, nel quale predominava una viva preoccupazione,
un‘ansia crescente, una paura per il domani.
Tutte le famiglie o quasi avevano un figlio, un padre,
un fratello, un parente vicino coinvolto in un settore,
dove si combatteva o si era combattuto da quello
etiopico a quello francese, da quello libico e greco a
quello slavo e russo, da quello aereo a quello navale.
Molte famiglie avevano già pianto i loro morti sul campo
e stavano soffrendo per i loro cari in prigionia o dati
per dispersi. Molte vivevano nella continua angoscia per
i loro cari, che erano lontani, in Grecia, in Libia, in
Jugoslavia, in Russia, sulle navi, sugli aeroplani. Una
angoscia che era aumentata, di giorno in giorno, e
maggiormente da quando le sorti della guerra avevano
preso una piega decisamente contraria agli eserciti
dell’Asse, costretti, su tutti i fronti, a lasciare il
passo agli Alleati.
Avevano vissuto con trepidazione quel fatidico giorno,
nel quale avevano udito, attraverso la radio, l’ovazione
prolungata, frenetica, osannante, che saliva da Piazza
Venezia verso il balcone da dove Mussolini aveva
scandito lo storico annuncio dell’entrata in guerra
dell’Italia a fianco dei Tedeschi.
Erano state testimoni e partecipi di una lunga storia,
che all’inizio aveva coniato alcuni slogan suggestivi,
come “questa è una guerra lampo che conosce soltanto
vittorie” o come “il nemico sarà costretto, in breve,
alla capitolazione” e che, dopo, aveva dovuto coniare
altri slogan, come “Siamo attestati in posizioni ormai
consolidate” o come “Siamo pronti a difendere i
territori conquistati” o come “Nulla di nuovo sui vari
fronti”.
Avevano trepidato per le sorti della guerra nel deserto
libico, divenuto un teatro incandescente fra avanzate
travolgenti delle nostre truppe e ritirate ,definite,
strategiche.
Erano rimaste costernate e annichilite di fronte alla
disfatta dei contingenti italiani e tedeschi, battutisi
coraggiosamente ed eroicamente contro un nemico
superiore in uomini e mezzi, e costretti a lasciare la
Libia in mano agli Alleati.
Avevano sofferto tremendamente alla notizia dello sbarco
degli Alleati in Sicilia e pianto per quel lembo di
Patria occupato dall’esercito nemico.
Avevano abbandonato quella tenue speranza, ancora
coltivata per una vittoria finale, ed avevano capito,
con angoscia, che la tragica avventura, voluta da
Mussolini per sedersi al tavolo della pace, come
vincitore, non poteva che avere un epilogo disastroso e
luttuoso per tutto il popolo italiano.
Avevano esultato il 25 luglio e si erano rallegrate per
la caduta di Mussolini, vedendo in questo evento storico
uno dei presupposti per la fine della guerra, anche se
Badoglio aveva, successivamente, annunciato che la
guerra continuava.
Avevano fatto festa l’8 settembre, quando veniva dato
l’annuncio dell’armistizio fra l’Italia e gli Alleati.
- Tutto è finito - si dicevano - Ritorneranno una certa
serenità e tranquillità nelle nostre case col ritorno
dei padri, dei figli, dei fratelli, dei parenti dai vari
fronti terrestri, marini ed aerei.
- L’angoscioso incubo è terminato - si ripetevano tutti.
18 ottobre 1943: Ritorno dalla prigionia
Ero ritornato dalla prigionia dopo una lunga marcia,
durata tredici giorni ,lasciando alle mie spalle
Karlobag, una cittadina jugoslava sull’Adriatico,
all’altezza di Ancona.
Il 18 ottobre 1943, circa alle ore venti e trenta, ero
seduto nel salotto della mia abitazione, coi genitori ,
il nonno Sgherri e Savarese.
Ero in abiti civili: una giacca striminzita, un paio di
pantaloni stretti e corti, un paio di scarpe consunte,
che avevo avuto dalla Jelka a Karlobag.
La commozione, che aveva preso tutti e che aveva spinto
la mamma a partecipare la sua gioia anche ai componenti
delle famiglie Valori e Marchetti che abitavano nello
stesso palazzo e che erano venuti a rallegrarsi ed ad
abbracciare il ritornato, aveva lasciato il posto al
desiderio dei miei familiari di conoscere il mio dramma,
vissuto nell’arco dei giorni compresi fra l’8 settembre
ed il mio arrivo a casa.
Avevo raccontato brevemente le mie peripezie, iniziando
proprio dal giorno dell’armistizio, che era stato per
noi un giorno qualsiasi e uguale agli altri, non essendo
arrivata alcuna notizia al nostro comando di battaglione
in merito, tanto è vero che fino all’ora del rancio, ero
stato impegnato con un plotone di soldati a caricare di
materiale vario un peschereccio in porto.
Avevo riferito come ero stato fatto prigioniero, sorte
toccata a tutto il battaglione, durante la distribuzione
del rancio, dai domobrani e dagli ustascia, i quali
conoscevano l’esistenza dell’armistizio e della sua
entrata in funzione proprio l’8 settembre, e che erano
stati accolti nel presidio, perché erano a fianco del
nostro esercito nella lotta contro i partigiani.
Avevo accennato al periodo di prigionia, traumatico, ma
che era trascorso senza grandi problemi fino all’attacco
e la conquista di Karlobag da parte dei partigiani,
avvenuto intorno agli ultimi giorni di settembre o ai
primi di ottobre. Un evento, pure questo traumatico, che
aveva procurato in noi paure ed angosce, ma che si era
concluso in un modo inaspettato, poiché il comando
partigiano, costituitosi a Karlobag, aveva optato per
una soluzione, nei nostri riguardi, che contemplava la
nostra libertà, con tutti i pericoli, però, insiti nel
nostro trasferimento verso il confine italiano. Pericoli
che erano stati presenti nella nostra mente, tanto che
in quattro, io, i capitani Colombo e Giandinoto e il
sottotenente Savarese, avevamo preso la decisione di
tentare il rientro da soli.
Avevo parlato della lunga marcia, preceduta da un
viaggio avventuroso, durante la notte, nella stiva di un
motopeschereccio da Karlobag a Novi , e dei giorni e
delle notti vissute in mezzo ai boschi, sempre all’erta,
sempre impauriti per il timore di incontrare reparti di
Tedeschi.
Avevo fatto cenno alla grande gioia esplosa nei nostri
cuori nel mettere piede sul suolo italiano, dopo aver
attraversato un ponte in ferro, sorvegliato da due
soldati tedeschi e nello incontrare persone che
parlavano la nostra lingua e che immediatamente ci
avevano offerto pane e scatolette e tanti consigli.
Avevo concluso riferendo che eravamo saliti su un treno
ad una piccola stazioncina, vicino a Mestre, di essere
giunti in nottata a Ferrara, dove i capitani Colombo e
Giandinoto ci avevano lasciati, il primo diretto a
Genova, il secondo a Milano, di aver preso al mattino il
treno per Firenze, di essere arrivati a Firenze verso le
tredici, di aver incontrato zio Mannini, al quale avevo
chiesto notizie della mia famiglia ed. infine di essere
partito per la stazione di Fucecchio e di essere
arrivato, finalmente, a casa.
Avevo parlato dell’amico Savarese, compagno della lunga
marcia, che avevo convinto a venire a Fucecchio e che
era seduto sul divano, il quale, però, non aveva
terminato il suo peregrinare, per cui una sosta di
qualche giorno fra amici, gli avrebbe permesso di
informarsi sulla situazione del fronte nell’Italia
Meridionale e di esaminare le possibilità che poteva
avere di attraversare le linee dei due eserciti, che si
fronteggiavano a Cassino, per poter giungere a Napoli,
dove aveva la famiglia.
I miei cari avevano ascoltato in silenzio quasi
religioso. La mamma aveva continuato a piangere
sommessamente ed ad asciugarsi gli occhi. Il nonno non
era riuscito a tener ferme le mani che passavano dal
piano del tavolo ai taschini del panciotto, alla mazza
che aveva fra le gambe. Il babbo aveva una faccia
tirata, dura, chiusa.
La mamma aveva subito interloquito e dopo aver espresso
a Savarese la gioia di ospitarlo per il tempo che
voleva, dopo aver osservato che ero molto dimagrito e
dopo aver detto che avrei ripreso, ora che ero in
famiglia, i chilogrammi perduti, aveva domandato se
avevo patito la fame e dove avevo pescato quella giacca
e quei pantaloni, più appropriati ad uno
spaventapasseri.
Avevo assicurato la mamma che durante la prigionia avevo
mangiato tutti i giorni il rancio, che veniva preparato
dai cucinieri del battaglione, utilizzando i viveri di
riserva e che durante la marcia verso il confine
italiano, ogni giorno, era nostra premura rifornirci di
qualche chilo di patate dai contadini, che pagavo con
quei grandi foglietti rosastri, sui quali erano
impresse, in grande, le lettere A e O.
Le avevo, poi, spiegato che gli indumenti, che avevo
addosso, mi erano stati dati da una giovane ragazza
iugoslava, prendendoli dal guardaroba del fratello più
giovane, che era coi partigiani.
Avevo aggiunto —sapendo di dare un colpo al suo cuore —
che tutto il mio corredo, dalle tre divise militari,
alla biancheria personale, ai lenzuoli erano rimasti a
Karlobag, praticamente donati a questa ragazza, anche se
le avevo detto di custodire tutto in attesa di tempi
migliori.
Il nonno aveva domandato notizie sul viaggio in treno ed
in particolare che cosa avevo osservato e che cosa avevo
raccolto dai discorsi dei viaggiatori sulla situazione
al Nord. Avevo risposto di aver veduto le stazioni di
Mestre, di Venezia e di Ferrara presidiate da forti
contingenti di truppe tedesche, di aver veduto che i
tedeschi osservavano un serio controllo, specie sui
giovani, ai quali venivano chiesti i documenti, di
essere stato consigliato dai viaggiatori seduti nel mio
scompartimento, di non scendere in stazioni di grandi
città, che erano quanto mai pericolose per gente come
noi che, si vedeva da lontano, erano ex militari.
Avevo riferito l’impressione, che avevo ricavato dai
vari discorsi uditi, riguardante l’Italia del Nord in
particolare: era controllata e presidiata da truppe
tedesche e la popolazione viveva in un clima di paura.
Erano seguite altre domande, alle quali avevo dato
risposte sempre più brevi, cercando volutamente di
evitare accenni sui momenti, purtroppo frequenti,
dominati dalla rassegnazione, dalla impotenza, dalla
rabbia, dalla incoscienza, dalla paura, dalla angoscia,
che avrebbero turbato profondamente i miei cari.
Non volevo sciupare quella piccola festa familiare.
Il nonno se ne era andato.
Avevo espresso il proposito di andare a salutare la
Vera, alla quale ero legato da un profondo affetto.
L’ora, però, era piuttosto tarda ed avevo rimandato la
visita ed il saluto al mattino successivo.
La stanchezza, dopo tanti giorni di tensione, si era
fatta sentire, quasi di colpo.
Il ritrovarmi fra le lenzuola del mio letto ad una
piazza, nella mia camera, scarsamente illuminata, dove i
pochi mobili sparivano nella penombra, era stato un
momento piacevole, confortevole, ma anche strano. Avevo
sentito un nodo alla gola e scendere lentamente sulle
guance le lacrime, che ero riuscito a trattenere durante
il lungo colloquio con i miei cari.
Avevo, così, riveduto, come in un film, alcuni
fotogrammi, rimasti impressi nella mia mente,
riguardanti la sera precedente, a cavallo fra il 16 e il
17 ottobre, quando per ore ed ore, ero rimasto nascosto
in una zona, quasi completamente al buio, confuso con un
grosso pilastro, da dove controllavo l’andirivieni dei
soldati tedeschi di ronda, che facevano servizio nella
stazione di. Ferrara.
Avevo percepito, nuovamente, la tensione e la paura,
accusata quando i passi dei soldati si avvicinavano al
mio nascondiglio precario ed il sollievo, quando il
suono dei tacchi ferrati si allontanava, sempre di più,
per poi svanire.
Avevo ricordato che per tutta la notte, pur stanco e
bisognoso di riposo, avevo seguito ed ascoltato, provato
sensazioni diverse, partecipando, indirettamente, a
quanto avveniva in stazione col movimento dei soldati,
di qualche viaggiatore, di qualche treno in arrivo e
partenza.
Ero andato a ritroso ed un altro fotogramma mi era
apparso nitido sulla sera fra il 16 e 17 ottobre: ero
giunto, insieme ai capitani Colombo e Giandinoto e il
sottotenente Savarese presso una casa nella zona di
Scodovacchia, che sembrava abbandonata. In una stanza
avevamo dormito sulla dura terra. Al mattino, avevo
avuto il pensiero di lavare i miei pedalini e la
camicia.
Il ricordo delle due sere precedenti al mio arrivo a
casa, tanto diverse, ancora vicine ma che mi sembravano
tanto lontane, aveva allontanato, di colpo, la mia
stanchezza.
Avevo sentito il bisogno di ricostruire le tappe della
mia lunga marcia, fra i boschi e tante asperità e
pericoli, segnando date e località. Avevo preso nel
cassetto del comodino un quaderno ed una matita e,
seduto sul letto, avevo scritto i primi numeri e i primi
nomi.
- L’incubo è terminato - mi ero detto, appena avevo
aperto gli occhi ed ero stato colpito da un leggero
chiarore, che entrava nella camera dalla finestra non
perfettamente chiusa dallo scurino.
Ero rimasto disteso a godermi la sensazione piacevole
nel sentire le molle del letto vibrare sotto il mio
peso, nel percepire il dolce profumo delle lenzuola
bianche e il confortevole tepore che avvolgeva il mio
corpo. Sensazioni che avevo quasi dimenticato dopo tante
notti passate all’addiaccio o sdraiato sulla paglia o su
pavimenti.
Avevo seguito con lo sguardo la mamma, che aveva
disposto sul fondo del letto la camiciola e le mutande,
che era andata a prendere dall’armadio, la giacca e i
pantaloni della domenica.
Avevo guardato con quanta cura aveva sistemato i due
capi di vestiario nella sedia, e, dopo, con quanta
amorevole attenzione, aveva posto sul tappeto il paio di
scarpe nuove e i calzini ripiegati.
Avevo ascoltato la mamma, che parlava, facendo tanti
progetti per il domani, che esprimeva la sua gioia per
il mio ritorno e che mi ripeteva di aver portato una
catinella piena di acqua calda ed una saponetta
profumata.
Avevo, poi, trovato la tavola del salotto apparecchiata
(la mamma ci teneva a fare bella figura con l’ospite
Savarese) con due tazze piene di caffè e latte e due
piatti colmi di fette di pane abbrustolito.
Tutto era meravigliosamente bello. Tutto acquistava un
fascino particolare e commovente come l’incontro dolce
ed affettuoso con Vera, come la visita alla casa Sgherri
ed il saluto commosso di nonna Erminia e di zio Quinto,
come l’incontro con alcuni vecchi amici in piazza
Montanelli, come l’impatto con il mio paese, che facevo
conoscere all’amico Savarese.
La vita era ritornata a sorridere mi andavo ripetendo.
Avevamo pranzato in salotto ed avevamo, particolarmente
Savarese con il sottoscritto, apprezzato il ricco piatto
di pastasciutta, i pezzetti di coniglio fragranti e a
giusta cottura, le patate che si scioglievano in bocca.
La mamma si era superata nella sua arte culinaria. La
frutta, i biscotti con il vinsanto, il caffè con lo
schizzetto, avevano assunto il loro preciso significato
della festa in famiglia.
Era stato un pasto sostanzioso, eccessivamente
abbondante, era venuto ad hoc per dimenticare al più
presto tutte quelle patate, più crude che cotte,
mangiate durante la marcia da Karlobag alla frontiera
italiana.
Avevo fumato una sigaretta, quasi con voluttà. Era la
prima dopo tredici giorni, non potendo considerare una
sigaretta quella fumata in treno, prima di transitare
per Mestre, offerta da un viaggiatore, fatta a mano e
con camomilla secca, come contenuto.
Il babbo era andato a lavorare alla Saffa, la mamma si
era ritirata in cucina e sfaccendava all’acquaio. Dalla
strada proveniva il suono dei passi e le voci sommesse
degli operai, che andavano al lavoro.
La lunga marcia dal 5 al 18 ottobre
Le prime ore del 19 ottobre erano state fantastiche e
piene di tante sensazioni piacevoli, dominate da quella
gioiosa di essere, finalmente, a casa, circondato
dall’affetto dei miei cari.
Avevo ben presente un desiderio da soddisfare e che
avevo avvertito, in modo prepotente la sera precedente,
quando ero rimasto solo con me stesso, disteso nel mio
letto.
Avevo accennato a Savarese il lavoro fatto, prima di
addormentarmi e gli avevo mostrato gli appunti, buttati
giù con una certa fretta, ricercando date e nomi di
paesi nel libro della memoria.
Avevamo controllato insieme ed apportato alcune
correzioni.
Era scaturita, infine, una paginetta di quaderno, che
aveva avuto la nostra approvazione, con date e località,
e che presentava, sintetizzata, una avventura
felicemente conclusa. Date, nomi dei paesi, tappe
giornaliere avevano, così, una loro cornice.
9 settembre -5 ottobre 1943: prigioniero a Karlobag
5 ottobre: Karlobag- Novi: imbarcati su un
motopeschereccio
6 ottobre: Novi - Locke
6 ottobre: Locke - Delnice
7 ottobre: Delnice - Brod na Kupi
8 ottobre: Brod na Kupi - Cabar
9 ottobre: Cabar - Kosaric
10 ottobre: Kosaric - Baccia
11 ottobre: Sosta a Baccia per malattia cap. Giandinoto
12 ottobre: Baccia - Nerin
13 ottobre: Nerin - Villabars
14 ottobre: Villabars - Branizza
15 ottobre: Branizza - S. Martino del Carso
16 ottobre: S. Martino del Carso - Scodovacchia
17 ottobre: Scodovacchia - Ferrara (in treno)
18 ottobre: Ferrara - Firenze - Fucecchio
Avevo detto all’amico che questa ricostruzione con date
e i nomi di località, diverse delle quali avevamo veduto
da lontano e conosciute chiedendo agli abitanti delle
rare case di contadini dove andavamo ad acquistare le
patate, avrebbe poco interessato gli altri. Era, però,
altamente significativa per me — avevo precisato —
perché indicava le tappe giornaliere di un breve momento
della mia vita, sofferto, avventuroso ed anche sotto
certi aspetti eccitante, nel quale avevo sommato tutte
le sensazioni, dalla speranza allo sconforto, dagli
scoraggiamenti ad una fede smisurata nella riuscita
dell’impresa, dalle paure alle angosce, dalla tensione
esasperata all’incoscienza e al credere fortemente nella
buona sorte.
I nomi di tutte le località scritte —avevo aggiunto—
portano con sé un vivo ricordo, che vorrei che rimanesse
scolpito nella mia memoria in maniera perenne, sì che
neppure avvenimenti importanti e futuri e il tempo
fossero riusciti a sopraffare e neppure ad intaccare.
Avevo ritagliato la. paginetta di quaderno e col preciso
scopo di conservarla, l’avevo allegata alle pagine della
tessera di riconoscimento della Università degli Studi
di Firenze, che mi aveva seguito in Croazia e che avevo
conservato per poterla utilizzare, come carta di
identità, se mi fosse stato richiesto un documento nel
tratto più pericoloso, compreso fra il confine italiano
e Fucecchio.
Savarese, dopo pochi giorni di permanenza a Fucecchio,
aveva deciso di partire, pur sapendo di andare incontro
a tanti rischi e pericoli. Non aveva voluto sentire
consigli. Non aveva accolto i pressanti inviti, anche
dei miei genitori di restare ancora.
Voleva muoversi —come insistentemente aveva detto—
approfittando di quei giorni di fine ottobre, belli e
radiosi, e che facevano presagire un autunno più lungo
del solito e giornate ancora belle.
Era salito sull’autobus, che faceva servizio per la
stazione ferroviaria S.Miniato—Fucecchio, dopo un
abbraccio, una stretta di mano e tanti auguri. La sua
immagine di giovane distinto, quasi distaccato, dal
volto sereno, leggermente olivastro, nella quale
risaltavano gli occhiali da intellettuale, era sparito
lentamente, dietro la curva del quadrivio di piazza
Montanelli.
La sua partenza mi aveva rattristato, perché avevo
fondati motivi nel ritenere minime le probabilità a suo
favore per una felice riuscita della sua difficile
impresa nel giungere a Napoli e rivedere la famiglia.
Il ricordo della lunga, faticosa, pericolosa marcia da
Karlobag al nostro confine, mi avevano portato a
consultare alcuni miei vecchi libri di geografia e a
ricostruire, pazientemente una cartina, nella quale
puntualizzare alcune cose essenziali, come i paesi, dove
ero stato col mio battaglione di presidio ed altri di
passaggio.
Non ero, però, riuscito a ricostruire il percorso delle
tappe di ogni giorno.
Le due pagine dell’Atlante, dedicate alla Jugoslavia,
non portavano i nomi dei piccoli centri e tanto meno
degli agglomerati di case che avevo toccato o veduto da
lontano; non portavano i sentieri sulle montagne o le
strade di campagna che avevo battuto.
Avevo capito subito che non avevo alcuna possibilità di
riuscire nell’intento, anche perché conoscevo ben poco o
quasi niente delle zone attraversate.
Avrei potuto, forse, segnare sul mio disegno la
posizione dei piccoli centri, fra Cabar ed il confine
italo-iugoslavo, se avessi avuto una cartina più
dettagliata e più ampia della Slovenia ed in particolare
della zona più prossima al confine.
Avevo dovuto desistere ed accontentarmi di un disegno
incompleto.
Situazione preoccupante in Fucecchio
I giorni avevano iniziato a scorrere. Ottobre se ne era
andato ed aveva cominciato a farsi sentire
l’approssimarsi dell’inverno con le prime piogge e con
l’abbassamento della temperatura.
Avevo pensato, spesso, a Savarese. Non avevo avuto più
notizie di lui.
Avevo ripreso a passare le mie giornate, come facevo
prima del mio richiamo alle armi. Non, però, con le
stesse abitudini del giovanotto, che aveva tante ore
libere, che non aveva impegni di. lavoro e che se la
spassava allegramente e senza tanti pensieri.
Qualche cosa era cambiato in me, sia per le esperienze
avute, sia per il tracollo di certe prospettive
allettanti, come quella di rimanere nell’esercito in
qualità di ufficiale effettivo con prospettive di
carriera e di definitiva sistemazione del mio futuro, ma
per una convinzione, che lentamente era divenuta, quasi,
certezza che l’8 settembre non aveva chiuso affatto la
partita, ma che aveva aperto un nuovo periodo, forse
peggiore, forse più tragico, rispetto a quello passato
durante la guerra, periodo, che avrebbe coinvolto tutti,
anche più direttamente, se i Tedeschi avessero difeso,
palmo per palmo, l’Italia.
Avevo, così, cominciato a passare molte ore in casa,
imponendomi, fra l’altro, di trascorrere poco tempo in
piazza Montanelli o al bar.
Potevo, così, evitare discussioni, legate all’andamento
della guerra e alle notizie, che arrivavano dal Nord
d’Italia.
Avevo minori possibilità nell’esprimere, liberamente, i
miei pensieri sulla situazione, che si. era creata ed il
cui evolversi non poteva che essere preoccupante.
Avevo, pure, avvertito che il clima, che si era
instaurato in Fucecchio, era piuttosto pesante.
Aleggiava nell’aria preoccupazione, diffidenza, paura,
incertezza.
Il periodo, nel quale le immagini di Mussolini, le
scritte inneggianti al Duce, i simboli dell’era fascista
erano stati gettati nelle piazze e nelle strade, nel
quale erano state prese d’assalto le case del Fascio,
distruggendo quanto queste contenevano, era, ormai
passato.
Aveva lasciato un segno profondo, riguardante lo stato
d’animo del popolo.
Aveva, di poi ,lasciato un segno, altrettanto profondo
in quanti si erano esposti con entusiasmo nell’opera di
“pulizia” seguita all’8 settembre, allorché i fascisti
della prima ora e dell’ultima ora, avendo ripreso in
mano quasi tutte le leve di comando, potevano essere
portati, anche, a vendicarsi agendo con acredine e
durezza.
Avevo capito che la nuova realtà paesana e quanto
avveniva intorno a me, anche se per il momento lontana e
percepita solo di riflesso, consigliava di emarginarsi
dalla vita cittadina, di cercare una specie di
anonimato, sperando che chi aveva le leve di comando,
dimenticasse il mio ritorno o avesse dei dubbi sulla mia
presenza a Fucecchio.
Avevo così cercato di eclissarmi, approfittando anche
dell’inverno, che, fra l’altro, mi faceva apprezzare di
più la casa e che quel poco calore, che usciva dai ceppi
che bruciavano nel vecchio focolare.
Le uniche variazioni a quei tran tran quotidiano erano
le visite a Vera, con la quale erano emerse alcune
fratture sentimentali, e al nonno Sgherri col quale era
piacevole parlare, e perché era a conoscenza di tante
cose, e perché teneva a sapere quale era il mio pensiero
sulla situazione in generale e sulla guerra, che
continuava nel Sud d’Italia.
Avevo, pian piano, perduto i contatti con la gente e con
il paese. Ne ero quasi lieto, anche perché evitavo di
incontrare quelle persone, che erano venute a trovarmi,
appena tornato dalla prigionia, a chiedere informazioni
su figli, fratelli o parenti che erano con me 1’8
settembre e che ancora non erano ritornati a casa.
Mi sentivo verso di loro colpevole per quanto avevo
omesso. Non potevo riferire quanto mi aveva detto il
fratello della Jelka, incontrato dopo tre giorni dalla
mia partenza da Karlobag, il quale volendomi convincere
a ritornare indietro, aveva raccontato che molti soldati
del mio battaglione, erano stati fatti prigionieri dai
tedeschi fra Karlobag e Novi e inviati in Germania.
Avevo sentito il bisogno, sia per occupare le ore di.
quegli interminabili giorni invernali, sia, e
maggiormente, per confermare a me stesso la validità dei
motivi, che mi avevano portato a1 convincimento,
maturato dopo l’8 settembre, che avevo sintetizzato con
due motti - “Basta con la guerra” e “Non indosserò più
una divisa Militare”, seguiti da “Costi quello che
costi” - di tornare indietro nel tempo per un bilancio
sulla mia vita militare con riflessioni sulla stessa.
* * *
Avevo preso a ricostruire, per sommi capi, ricercando
nella memoria i momenti e gli episodi più significativi,
la storia della mia avventura sotto le armi.
Avevo, così, riveduto il primo giorno, quel 27 febbraio
1941, quando avevo indossato la divisa militare con le
stellette e gli alamari bianco e rossi del 3° Reggimento
Granatieri ed avevo avuto il primo impatto con la
caserma di Viterbo.
Avevo ricordato che quei mesi passati a Viterbo fino ai
primi giorni di agosto, erano stati piuttosto
sconvolgenti e traumatici a causa di una disciplina dura
ed assurda e di una routine giornaliera, sia in caserma
che fuori, nelle esercitazioni all’aperto, sfibrante ed
avvilente, che trovava relativa giustificazione agli
intendimenti dei superiori, che volevano forgiare gli
spiriti e i corpi e fare dei civili dei buoni soldati.
Avevo vissuto nuovamente il penoso viaggio, prima in
treno da Viterbo a Brindisi, seduto in mezzo al
corridoio di un vagone; dopo, da Brindisi a Patrasso, in
nave ed il successivo sbarco, oltremodo pericoloso, con
un barcone sul molo mezzo distrutto di Patrasso.
Mi ero riveduto durante la marcia di oltre venti
chilometri, faticosa e snervante, per raggiungere una
pseudo caserma e, poi, sdraiato sul duro pavimento,
senza niente nello stomaco (era venuto a mancare il
rancio) alla ricerca del sonno. E il mattino successivo
il viaggio in treno, che andava quasi a passo d’uomo, e
l’arrivo, nel pomeriggio, ad Atene.
Avevo avuto modo di constatare quanto poco veniva
considerato il soldato e le grosse deficienze
organizzative e logistiche dei preposti al trasferimento
di una cinquantina di sottufficiali, mandati - era
proprio il caso di dire - senza un programma ben
prestabilito.
Al ricordo di quel trasferimento, avevo provato la
stessa rabbia e la stessa delusione di allora.
Avevo pensato ai mesi fra il 12 agosto 1941 e il 6 marzo
1942, passati ad Atene, posta militare 61 ,che allora
avevo definiti bestiali. I ricordi, che avevo ricercato
nella memoria, avevano tutti decisamente aspetti
negativi, sconvolgenti, paradossali come i pidocchi, che
non ci davano pace, come le due licenze ottenute e mai
fatte, perché alla visita medica avevano riscontrato che
ero pidocchioso, come tutti i servizi in città di ronda,
alle carceri Averoff o alla residenza del generale
Geloso, come tutte le esercitazioni sulle colline brulle
vicino alla caserma.
I ricordi mi avevano confermato che ogni giorno, passato
ad Atene, era stato bestiale e traumatico.
Avevo ricordato la seconda tappa della mia avventura
militare, che aveva avuto un suo iter, ben diverso
rispetto al periodo contrassegnato da Viterbo e da
Atene, con città di transito, quali Brindisi e Patrasso,
allorché ero un semplice soldato, dopo caporale e,
infine, sergente.
Avevo fissato momenti ed episodi: il mio ritorno in
patria, che aveva richiesto sei giorni di viaggio (la
nave aveva dovuto fare un lungo giro per evitare - così
era stato detto - un sottomarino nemico),1o sbarco a
Taranto, l’arrivo alla scuola allievi ufficiali ad
Arezzo, l’operazione di disinfestazione del corpo e
della divisa con rapatura, fra l’altro, a zero dei
capelli.
Avevo valutato, positivamente le esperienze avute,
durante il corso, che mi aveva tenuto ad Arezzo dal 12
marzo al 18 luglio 1942.
Due ricordi, in particolare, mi avevano fatto sorridere,
visti alla luce di avvenimenti successivi ed allora
imprevedibili.
Avevo fatto un dramma per la mia esclusione dai
granatieri con conseguente passaggio alla comune
fanteria, a causa di un centimetro in meno rispetto alla
misura di altri, che superavano il metro e ottanta.
Comprensibile il mio rammarico per quel colpo basso —
così lo avevo definito — arrivato all’ultimo momento.
Il ricordo di quella reazione istintiva e per alcuni
aspetti affettiva mi aveva portato ad alcune
considerazioni, abbastanza logiche e convincenti: la mia
esclusione dai granatieri non era stata un colpo basso,
ma, invece, un colpo di fortuna.
Rimanere in forza al 3° Reggimento Granatieri, voleva
dire, sicuramente, il ritorno ad Atene, dove era di
presidio il reggimento, voleva dire, altrettanto
sicuramente, la possibilità di essere ancora in quella
città, e nella migliore ipotesi, prigioniero dei
Tedeschi.
Avevo avuto piacere alla fine del corso di essere
restato classificato fra i primi dieci allievi. Un
titolo, senza dubbio, di merito, conquistato dopo vari
esami seri ed impegnativi e che, fra l’altro, mi dava la
possibilità di far domanda per un reggimento di mio
gradimento. Domanda che avevo fatto controvoglia,
essendo legato ad un mio modo di pensare, che si
concretizzava in un motto: ”Lasciamo fare al destino”.
Avevo dato poca importanza alla possibilità di scelta
del reggimento. A distanza di tempo e dopo gli
avvenimenti succedutisi, avevo capito la importanza di
quella scelta e quanta influenza, la stessa, aveva avuto
a mio favore.
Avevo, così, ricordato che molti ufficiali, nominati al
corso di Arezzo, erano finiti in Russia, in Grecia e in
Libia e certamente avevano avuto un 8 settembre peggiore
del mio, se erano arrivati a quella data.
Mi ero ricordato che il periodo passato nei territori
annessi di Croazia era stato, salvo gli immancabili
pericoli, legati ad azioni di rastrellamento, di
pattugliamento o attacchi da parte dei partigiani,
abbastanza tranquillo ed era filato in modo tutt’altro
che traumatico o sconvolgente.
Un periodo, caratterizzato da un mio rapporto
particolare col colonnello Pettinelli , comandante del
Reggimento, contraccambiato da parte sua con stima e
apprezzamento e da un atteggiamento, divenuto
particolare, da parte del Capitano Colombo, comandante
del mio battaglione.
L’atteggiamento ed il comportamento del capitano aveva
avuto un deciso cambiamento, dopo avermi negato la
licenza, richiesta dopo sei mesi di permanenza alla
Compagnia Comando.
Avevo ottenuto la licenza per l’intervento diretto del
colonnello, da me interessato.
Questo intervento aveva fatto capire l’antifona al
capitano Colombo, il quale, dopo, aveva accolto ogni mia
richiesta, riguardante brevi permessi di due o tre
giorni da passare a Fiume.
Avevo cercato di focalizzare il piccolo paese di Tersce,
circondato da colline, ricoperte di fitti boschi e la
caserma, che sembrava come soffocata in mezzo a quel
verde intenso.
Avevo riveduto l’ampio spazio pianeggiante dalla collina
che sovrastava la caserma e il paese sul quale avevo
fatto la prima esperienza, da ufficiale, vivendo, per
oltre un mese, in tenda ed istruendomi sui cannoni da
47/32.
Avevo ricreato le immagini della ridente cittadina di
Abbazia sul mare e del silenzioso paese di Clana, dove
avevo frequentato un corso di addestramento e di
perfezionamento nelle armi anticarro.
Aveva preso nuovamente una sua dimensione il piccolo
paese di Locke con le sue case, disseminate lungo la
strada, le une e l’altra, in mezzo a boschi fitti e
rigogliosi, le cui chiome salivano verso l’alto in una
corona di colline, che si univano al monte Svetagora.
Avevo ricostruito anche nei particolari, i1
rastrellamento effettuato in un settore del monte
Svetagora, per prendere contatto e snidare un gruppo di
partigiani segnalato in quella zona.
Avevo vissuto le sequenze di alcuni fotogrammi, i più
salienti e significativi, come la lunga ed estenuante
marcia fra i boschi di una cinquantina di soldati in
ordine sparso (erano i componenti di due plotoni
fucilieri e di una squadra mitraglieri sotto il mio
comando), come l’avvistamento di un gruppetto di persone
in un leggero avvallamento, quasi nei pressi della
sommità del monte.
Avevo ricordato il momento, nel quale, improvvisamente,
dei colpi di fucili e delle raffiche di fucili
mitragliatori avevano rotto il silenzio, quasi religioso
della montagna. Erano stati brevi, assordanti, tragici.
Avevo, pure, ricordato che il rastrellamento non aveva
raggiunto lo scopo prefisso, perché il gruppetto di
persone catturate non erano dei partigiani, ma una
famiglia con tanto di genitori e di figli, che (non ebbi
mai modo di sapere) vagavano nei boschi.
Avevo veduto nuovamente l’immagine della piccola
ragazzina, che non dimostrava i suoi quindici anni,
ricoverata nella nostra infermeria per una leggera
ferita di striscio al braccio che avevo visitato
frequentemente e che, dopo, era stata inviata in un
collegio a Fiume, e successivamente, durante la marcia
verso il confine d’Italia, avevo incontrato a Cabar, la
sera del giorno del mio compleanno.
Avevo provato le stesse sensazioni di allora, ricordando
che quell’incontro improvviso, quel faccia a faccia
inatteso, aveva determinato dei lunghi momenti di paura,
di tensione, di angoscia, che mi avevano tenuto sotto
pressione, come era avvenuto ai capitani Colombo e
Giandinoto e al sottotenente Savarese. Tensione, che,
pian piano, si era dileguata, perché l’incontro non
aveva determinato alcuna conseguenza.
Avevo riveduto Delnice, un piccolo paese, lindo,
civettuolo, dalle poche case ad un piano lungo la strada
ed altre nelle vicinanze della stessa, secondo un
disegno poco armonico, circondato da campi, poco
coltivati.
In lontananza colline, ricoperte da alti alberi ombrosi,
la linea ferroviaria e la piccola stazione, quasi
immerse nel bosco.
Avevo ricordato il mio ricovero nell’ospedale da campo n.321
per curarmi di una noiosa enterocolite e che aveva
determinato il mio ritorno a casa per quindici giorni.
Al mio rientro avevo saputo della morte del mio
attendente, che, impegnato come postino, era saltato con
il vagone in un tratto della linea ferroviaria, che era
stata minata dai partigiani.
Avevo inquadrato le poche cose viste a Carlopago, dove
ero giunto in uno degli ultimi giorni di agosto: la
chiesa con l’alto campanile, che era vicina alla mia
camera, l’albergo gestito dal babbo della Jelka, la
scuola elementare, nella quale erano alloggiati i
soldati del battaglione, la casa su una piazzetta, dove
era il comando nostro, la piccola spiaggia con poca
sabbia, il molo di circa venti metri, la chiesetta sopra
un terrapieno, dove era stata sistemata la cucina da
campo e davanti alla quale veniva effettuata la
distribuzione del rancio. La cittadina sembrava
soffocata dalle colline quasi brulle, a loro volta
soffocate da una catena montuosa, ancora più brulla.
Il mio 8 settembre 1943
Avevo cercato di ricostruire, minuto dopo minuto, il
succedersi degli avvenimenti, che avevano punteggiato un
giorno, che dalle prime luci dell’alba si era presentato
uguale a tanti altri giorni precedenti, la cui data, 8
settembre, mi era presente per due motivi precisi.
Ero rientrato, al pomeriggio del 7 settembre, da un
servizio di alcuni giorni, effettuato sotto una tenda ed
ad oltre un chilometro dalle due casematte, che
presidiavano il passo del monte Vellebit.
Avevo il compito, molto balordo ed altrettanto pazzesco,
di segnalare, con la pistola Verry, eventuali pericoli,
che potevano venire dai boschi vicini. Dare, così , un
preallarme. Tenermi pronto, con i due soldati con me di
servizio, a tagliare la corda e rientrare,
precipitosamente, in un nostro caposaldo.
Ero stato comandato, al mattino dell’8 settembre, con
una squadra di soldati con l’incarico di trasferire del
materiale militare dal molo ad un motopeschereccio.
Avevo presieduto l’operazione fino all’ora della
distribuzione del rancio. Tutto si era svolto in modo
tranquillo, senza fretta.
Mi ero incamminato, senza fretta, verso la
chiesetta-cucina da campo, quando ero stato bloccato da
tre soldati “domobrani”, che mi avevano disarmato.
Era stato un momento terribilmente scioccante, che aveva
assunto la dimensione di un vero dramma nel vedere,
sotto il mio sguardo allibito, lo spettacolo conturbante
ed avvilente di tanti soldati, che stavano consumando il
rancio od erano in attesa della sua distribuzione,
disarmati in una frazione di secondo e tenuti a bada da
altri “domobrani” coi fucili spianati.
Gli ufficiali erano stati riuniti in una villetta sul
mare, guardati a vista da sentinelle domobrane.
Vagavamo nelle stanze, prive di mobili, come fantasmi,
ancora sotto lo shock, increduli, angosciati, disperati
e purtroppo, consapevoli di essere piombati,
improvvisamente, in una situazione drammatica senza via
di uscita. Ci interrogavamo, sconvolti, per capire
quanto era avvenuto, così repentinamente.
Ci consolavamo senza, purtroppo, riuscire nell’intento.
Ci isolavamo per perderci nelle più strane e pazzesche
congetture: la fantasia correva, l’emozione attanagliava
i cuori, la paura diveniva parte di noi stessi, la
rabbia e il risentimento facevano passi da gigante verso
l’odio contro tutto e tutti.
Erano terribili le sensazioni provate durante le prime
ore, che avevano seguito il momento tragico del nostro
divenire prigionieri.
Ero, fra l’altro, assillato, come erano assillati quasi
tutti gli ufficiali, dalla necessità di sapere come un
simile e traumatico avvenimento, che mi aveva privato
della libertà, avesse avuto modo di verificarsi.
Avevo, così, ricostruito, attraverso la testimonianza di
alcuni colleghi, in servizio presso i fortini intorno a
Carlopago e presso le casematte e postazioni sul monte
Vellebit, che i soldati domobrani dell’esercito regolare
iugoslavo e i fascisti “ustacha” dovevano essere a
conoscenza di quanto per noi era un segreto e cioè che
qualche cosa di importante doveva avvenire l’8
settembre.
Questi, infatti, al mattino e molto presto, si erano
presentati alle due casematte, che presidiavano il passo
del monte Vellebit, in veste di amici. Avevano, senza
colpo ferire, preso possesso delle due postazioni.
Avevano usato la solita tattica coi soldati, che erano
nei vari fortini, dislocati intorno al presidio di
Carlopago, occupando le postazioni.
Si erano ripetuti, giungendo dentro il presidio a bordo
di due camion ed avevano fatto prigionieri i soldati,
che come il loro ufficiali, avevano accolto il loro
arrivo, non avendo da preoccuparsi, in quanto erano
degli alleati.
Avevo capito, insieme ai colleghi, che i domobrani
sapevano ed avevano agito di conseguenza, mentre noi
eravamo completamente ignari di tutto, impreparati,
quindi, ad una simile evenienza.
Una tale constatazione aveva aggiunto un nuovo e
terribile dramma allo shock tremendo subito.
Il ricordo di quei momenti, drammatici e tragici, che
erano ancora presenti e vivi nella mia mente, avevano
fatto scattare alcune reazioni, tanto simili a quelle
avute in quel maledetto 8 settembre.
Avevo provato la stessa rabbia, forse più violenta di
allora, al solo pensare che ero stato lasciato, ignaro
della firma dell’armistizio e della sua applicazione, in
balia della sorte, impreparato ad affrontare qualsiasi
situazione.
Ero stato ignorato e tradito e, poi, dimenticato e
abbandonato.
Avevo sentito, nuovamente, un risentimento profondo,
tanto simile all’odio, verso quanti erano stati i
responsabili diretti ed indiretti di quei momenti
sofferti, dolorosi, umilianti, simili al mio, passati da
migliaia e migliaia di soldati, lontani dalla patria,
che nessuno aveva informato su quanto doveva accadere
l’8 settembre.
Come era stato possibile - mi ripetevo con frequenza -
che intorno all’8 settembre, ci fosse stato un tal gran
segreto, che neppure i comandi di reggimento non ne
sapessero niente tanto da non dare ordini o suggerimenti
per mettere ogni reparto in condizione di affrontare una
nuova ed eventuale realtà?
Possibile - mi ripetevo ancora - che i soldati fossero
considerati soltanto dei birilli, dei bambolotti, merce
da macello?
Non ero riuscito a dare una risposta a questo
interrogativo, se non con i dati di fatto inequivocabili
e significativi, che dimostravano la mia completa
ignoranza e quella degli altri ufficiali, nonché quella
di tutti i soldati del mio battaglione, riguardo a
quanto avevano fatto i nostri governanti e gli Alleati
per porre fine alla nostra guerra.
L’8 settembre, infatti, era stato un giorno qualsiasi
della settimana, uguale agli altri giorni, coi soliti
rituali, senza fantasia, della sveglia alla mattina alle
ore sei, della distribuzione del caffè ai soldati
presenti in caserma, del servizio di corvè nel portare
il caffè ai soldati comandati a prestare servizio nei
vari fortini e postazioni, sistemate intorno a Carlopago.
La sola novità di quella mattina, riguardava il carico
di materiale su un motopeschereccio, effettuato, fra
l’altro, senza eccessivo entusiasmo.
Nessuno nel presidio aveva avuto alcun motivo da essere
portato, anche a fare delle fantasiose congetture su una
eventuale fine della guerra.
Eravamo consapevoli che la situazione militare aveva
preso una piega piuttosto disastrosa per l’esercito
italiano e che ci attendevano giorni molto bui.
Non immaginavamo, però, che il primo giorno buio fosse
proprio quell’8 settembre, che si era presentato sereno,
luminoso.
racconti di Pietro Boldrini |