GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Il ritorno a casa di Pietro Boldrini

 

L’8 settembre 1943 - La prigionia - La lunga marcia - Da Mestre a Fucecchio

Avevano fatto parte di quel periodo “croato” iugoslavo, compreso fra l’agosto 1942 e l’ottobre 1943, pure il mese di prigionia a Karlobag, la lunga marcia verso il confine italiano, la corsa veloce verso Firenze e, poi, l’arrivo a Fucecchio.
Il tutto nel breve spazio di quarantacinque giorni, che erano passati con una lentezza esasperante, pur essendo pieni di sensazioni, di riflessioni, di emozioni, di fatti, di piccoli particolari significanti, di momenti di esasperazione, di speranza, di speranza, di prestazione, di fede.

* * *
Il primo giorno di prigionia era stato dominato da una rabbia incontenibile e da un rancore – risentimento violento.
Ognuno di noi, con toni diversi ma sempre accalorati, con maggior o minor intensità espressiva, si era scagliato contro gli “alti papaveri” dei Comandi che ci avevano lasciato alla mercé, praticamente, di tutti, alleati e nemici.
Avevamo sentito questo bisogno di sfogarci e di inveire contro qualcosa o qualcuno, anche se comprendevamo l’inutilità di quelle inventive e di quelle accuse, lanciate, purtroppo al vento, avendo avuto la consapevolezza che non avrebbero cambiato la nostra situazione di prigionieri.
Una situazione, che poteva essere ben diversa - era stato questo il tema dominante dello accorato sfogo – se gli stessi “ alti papaveri” avessero dato delle direttive precise da seguire nell’eventualità di certi avvenimenti, particolarmente importanti e decisivi, quali l’armistizio, il cui annuncio avrebbe scatenato, inevitabilmente, reazioni facilmente prevedibili, specie nelle zone di occupazione.
Direttive di comportamento verso gli alleati tedeschi o i presunti tali, come i domobrani e gli ustascia, i quali non sarebbero stati a vedere, ma avrebbero tentato qualcosa, con le buone o con le cattive, per sostituirsi a chi, decidendo per l’armistizio, deponeva le armi di fronte agli avversari.
Direttive nei riguardi dei partigiani , i quali, per gli stessi motivi degli ex alleati ed ex presunti alleati o per un altro motivo, diciamo patriottico, combattevano per liberare il loro paese della presenza di eserciti stranieri.
Bastava che l’ordine dei Comandi indicasse di mantenere le posizioni, di trattare eventualmente per acquistare tempo. Quel tempo necessario per permettere l’evacuazione, via mare, del battaglione.
Ed ancora più importante l’invitare a stare sul chi vive, pronti ad ogni evenienza e attenti a tutti i movimenti di alleati, di presunti alleati, di avversari.
Eravamo presi da tanta rabbia, da tanto rancore, ma anche da tanta umiliazione e frustrazione per essere stati purtroppo spettatori impreparati, e non per nostra colpa, ad avvenimenti e fatti subiti passivamente.
I giorni successivi al drammatico impatto con la realtà sconvolgente della prigionia avevano consigliato di accantonare la rabbia, il rancore, l’umiliazione, la frustrazione per riflettere ed esaminare la situazione nella quale ci eravamo trovati per un complesso di circostanze negative.
Erano state fatte una infinità di congetture, di ipotesi che con le nostre speranze, i nostri desideri, le nostre angosce e paure erano rimbalzate nelle pareti e nel soffitto ed erano cadute nel vuoto. Inevitabilmente perché non avevano nessuna possibilità né probabilità di cambiare qualcosa della nostra situazione.
Avevamo preso atto di questa realtà e, pur mantenendo viva la speranza legata ad imprevedibili sviluppi futuri, avevamo cominciato ad adeguarci quasi passivamente alla prigionia e alla vita monotona nella villetta.
Ci eravamo però subito preoccupati del vitto e paradossalmente avevamo mostrato un certo compiacimento nel constatare che il rancio caldo arrivava per il pranzo e per la cena. Avevamo pure a disposizione sigarette tipo “Africa Orientale” e “Tre stelle “ che da vari mesi sembravano essere sparite da nostro magazzino.
Avevamo capito che la distribuzione del rancio ( veniva effettuata anche per i soldati tenuti in segregazione nell’edificio occupato dalle scuole elementari) era legata alla scorta dei viveri giacenti nei nostri depositi. Poteva pertanto durare per diversi giorni se veniva razionato il vitto giornaliero.
Avevamo pure capito che il trattamento speciale usato ci dai domobrani e dagli ustascia poteva nascondere un loro scopo preciso. Era un mezzo di pressione indiretta per spingerci a prendere la decisione di passare a loro fianco, anche se in posizione subalterna, riprendendo armi e bagagli.
Avevamo altresì capito che qualcuno di noi aveva l’intenzione di parteggiare per la loro causa che avevamo giudicato perdente. Avevamo invece giudicata vincente quella dei partigiani poiché la guerra aveva preso una piega decisamente favorevole alle forze alleate che fino a pochi giorni prima noi andavamo combattendo.
* * *
Una mattina, forse erano passati cinque o sei giorni da quel fatidico otto settembre, avevo lasciato la villetta e i colleghi e, previo permesso di chi comandava, avevo presa alloggio in una cameretta dell’unico vecchio albergo di Karlobag.
Non ricordo il motivo o i motivi che mi avevano spinto a prendere questa decisione.
Aveva influito forse il bisogno di respirare l’aria diversa da quella impregnata di pessimismo, di sconforto, di amarezza, di lunghe discussioni senza costrutto che ormai erano di casa nelle varie stanze della villette occupata da noi ufficiali.
Aveva forse pesato una tenue speranza che si era affacciata alla mente, di trovare qualche soluzione al di fuori di quelle mura e muovendomi da solo, puntando tutto sulle mie pochissime conoscenze come il padrone dell’albergo e di sua figlia Jelka, studentessa di medicina che avevo corteggiato inutilmente nei pochi giorni compresi fra il ritorno dal servizio oltre il Monte Velebit e l’otto settembre.
Avevo forse fidato sul mio fascino e sul tempo a disposizione e, perché no, sulla mia presunzione di ventenne per fare breccia sulla Jelka ed ottenere così, direttamente o indirettamente, qualche aiuto per tagliare la corda.
Aveva forse influito più di tutto il mio carattere, non certamente estroverso, non certamente antisociale, ma portato a fare poche amicizie ed in particolare a prendere decisioni da solo e non volendo essere influenzato dagli altri.
* * *
La Jelka, come il babbo, mi aveva accolto con una certa affabilità.
La Jelka, nei giorni successivi, aveva cominciato a dimostrarmi una certa simpatia affettuosa, nella quale avevo visto tanta cordialità e familiarità.
Pur assillato dai pensieri sulla mia situazione che purtroppo non aveva sbocchi, mi ero rallegrato con me stesso per la decisione presa.
Avevo avuto modo e possibilità di passare ogni tanto dei momenti distesi, sereni, anche frivoli. Il merito era stato della Jelka.
Era nato stranamente e inspiegabilmente fra noi un qualcosa di indefinibile…
Stavamo bene insieme e la sua presenza, come la sua conversazione pur frammentaria e difficoltosa mi era tanto di conforto e di sostegno.
Avevo provato una sensazione strana quando la Jelka mi aveva detto molto affettuosamente in quel suo italiano stentato, frammentario:
- Adesso non sei più ufficiale che occupava il mio paese, ti posso anche voler bene.
Le avevo creduto. Non avevo perso tempo ad esaminare i perché che avevano spinto la Jelka a cambiare totalmente l’atteggiamento nei miei confronti. Mi aveva snobbato da ufficiale; mi aveva accettato da prigioniero.
Ero stato felice di quel rapporto affettuoso, di quelle dolci tenerezze, di quelle sue continue attenzioni. Aveva capito la Jelka il dramma del sottoscritto ed aveva cercato di lenire la mia sofferenza interiore offrendomi affettuosamente una mano affinché non perdessi tutte la speranze.
Avevo tenuto quella mano tesa stretta nella mia. Era stato bello avere dei momenti da dedicare alla fantasia, al sogno e poter dimenticare quanto di brutto effettivamente mi circondava, quanto di incerto avevo davanti a me.

* * *
Una mattina, alle prime luci dell‘alba ero stato svegliato da dei rumori insoliti, tanto simili a violenti esplosioni.
Avevo capito che quelle esplosioni non erano altro che proiettili sparati da cannoni, probabilmente del tipo 47/32.
Avevo sentito pure il canto caratteristico di diverse mitragliatrici.
Avevo visto, affacciatomi alla finestra, fiamme e fumo nelle vicinanze di diverse casematte occupate dai domobrani.
Avevo concluso che i partigiani avevano deciso di attaccare il presidio di Karlobag per ottenere evidentemente la sua conquista.
Mi ero vestito ed avevo raggiunto gli altri ufficiali nella villetta. Avevo trovato un clima piuttosto euforico, ma anche tante preoccupazioni non tanto per il risultato della battaglia quanto per l’eventuale evolversi della nostra situazione dei prigionieri.
Avevo seguito con interesse e curiosità lo svolgimento dell’attacco dei partigiani. Poteva essere una esperienza da raccontare se il domani mi avesse permesso di farlo.
Le bordate dei pezzi da 47/32 avevano continuato con un frastuono assordante. Intorno a Karlobag le esplosioni, le fiamme e il fumo avevano punteggiato i posti colpiti.
I colpi dei mortai avevano sostituito il suono più cupo dei cannoni, accompagnati dalle raffiche dalle armi automatiche che dai primi contrafforti del Monte Velebit avevano battuto i reticolati e le postazioni che da tre lati a monte difendevano Karlobag.
I domobrani avevano risposto con il fuoco delle loro armi, mitragliatrici e mortai.
La battaglia, col passare delle ore, si era fatta più violenta ed era cresciuta di intensità.
Il canto delle mitragliatrici e delle armi leggere dei partigiani era divenuto più nitido, più vicino, più insistente, più aggressivo. Di contro la risposta dei domobrani aveva avuto qualche pausa ed aveva accusato una certa diminuzione nel volume del fuoco.
Evidentemente l’attacco dei partigiani aveva ottenuto dei successi, anche se parziali, stringendo più da vicino i difensori del presidio.
Verso le ore dieci i pezzi di tipo 47/37 e i mortai avevano ripreso a martellare le postazioni domobrane per cinque minuti buoni.
Le mitragliatrici avevano vomitato subito dopo raffiche di pallottole diverse delle quali avevano raggiunto i muri delle case periferiche del Karlobag.
Erano entrati in funzione pure i fucili e i parabellum con i loro colpi inconfondibili.
La risposta dei domobrani era divenuta sempre più scarsa e sporadica.
Avevo avuto l’impressione che la battaglia era ormai prossima alla sua conclusione.
Da diverse postazioni avevo veduto soldati domobrani che tentavano di rientrare fra le case del paese seguiti dal raffiche di fucili mitragliatori.
Un silenzio grave aveva avvolto infine il paese, rotto ogni tanto dai colpi di un fucile isolato o da una raffica dall’ altra parte del paese.
I partigiani si erano avvicinati in ordine sparso alle postazioni ormai senza più alcun difensore, le avevano superate ed erano giunti alle prime case periferiche.
Altri reparti di partigiani, in formazione più compatta, avevano fatto il loro ingresso procedendo da nord e da sud sulla strade d’accesso a Karlobag.
Avevo veduto il volto di diversi partigiani dalla espressione decisa e attenta. Erano chiaramente guardinghi e pronti a reagire con rapidità a qualsiasi eventualità di pericolo.
Uno di questi mi aveva scorto dietro al vetro della finestra. La sua reazione era stata immediata e altrettanto la mia risposta intuendo le intenzioni. La pallottola sparata dal suo fucile aveva colpito e rotto il vetro. Alcuni piccoli frammenti mi erano caduti sui capelli.
Avevo avuto comunque il tempo di osservare un particolare: quasi tutti i partigiani che transitavano sotto la finestra della villetta che ci ospitava indossavano la divisa grigio- verde comunemente portata da militari italiani. Ed altro particolare: diverse di queste divise erano nuove o in buone condizioni. Mi era stato facile pensare che le stesse erano state prelevate da un nostro magazzino di un presidio precedentemente occupato dai partigiani.
Avevo pure veduto che questo reparto era preceduto da un ufficiale in divisa grigio- verde che portava sulle maniche i fregi da capitano e sulle spalline tre stellette indicanti il grado di capitano.
Avevo avuto dopo la spiegazione dal possessore di quella divisa e di quei gradi che era venuto a parlare con gli ufficiali italiani che erano rimasti nella villetta in attesa di eventi.
Si era presentato: era un italiano ed era capitano dell‘esercito italiano. L’otto settembre 1943 era passato con i partigiani non avendo possibilità di altra scelta ed avendo ritenuto impossibile e comunque estremamente rischioso poter raggiungere il suo paese che era oltre le linee sulle quali si fronteggiavano, in Italia, i tedeschi e gli alleati.
Aveva avuto il compito, nell’attacco a Karlobag, di dirigere il fuoco di una batteria di pezzi da 47/ 32, come avevo intuito sui capisaldi tenuti dai domobrani riuscendo a metterli a tacere.
Si era permesso di consigliare e di suggerire il nostro passaggio nelle file dei partigiani. Aveva aggiunto che se i partigiani ci lasciavano liberi, ed esisteva questa possibilità, non avevamo alcuna speranza di arrivare al confine italiano.
Mi ero disinteressato di quanto poteva avvenire al di fuori di quelle quattro mura.
All’imbrunire avevo fatto ritorno alla mia cameretta in albergo dopo tante esitazioni e paure non potendo conoscere le reazioni dei partigiani che potevo incontrare nel breve tragitto da fare.
All’albergo in una stanza a piano terra, avevo trovato in svolgimento una festicciola.
Avevo raggiunto rapidamente la mia camera, avendo visto diversi in divisa grigio- verde e altri con altra divisa che avevo immaginato abituale dei partigiani.
Ero sdraiato sul letto e pensavo, sugli ultimi avvenimenti, a tutti i ragionamenti che coi colleghi erano stati fatti, pieni zeppi di se e di ma, sulla nostra nuova situazione, sulle prospettive che sembravano racchiuse nel rimanere o nel partire, ambedue scelte avventurose e rischiose, quando era entrata la Jelka.
Si era sdraiata accanto a me e con il solito suo stentato e difficoltoso italiano mi aveva fatto capire che mi aveva visto passare davanti alla porta e che la festicciola era per il fratello partigiano, che aveva partecipato all‘attacco e all’occupazione del Karlobag. Un fratello che il babbo e lei avevano rivisto dopo diversi mesi e che al mattino successivo avrebbe dovuto partire nuovamente col suo gruppo.
Mi aveva poi consigliato di rimanere coi partigiani e mi aveva fatto una drammatica esposizione delle difficoltà che avrei incontrato per giungere al confine presidiato dall’esercito tedesco e il rischio reale di essere preso prigioniero dai reparti tedeschi ed inviato in Germania.
Probabilmente avevo seguito troppo le notizie di “Radio Gavetta" che, al momento dell’ascolto, mi avevano fatto sorridere, ritenendole molto fantasiose, ma che, invece, avevano trovato spazio in un angolino della mia memoria.
“Radio Gavetta” aveva spesso riferito di scontri. fra nostre .pattuglie e partigiani di Tito, nelle zone più diverse della Croazia, ponendo in particolare l’accento sulla sorte dei. morti e feriti italiani, che rimanevano, per forza maggiore, sul luogo dell’imboscata per ore ed ore, in attesa di una pattuglia soccorritrice.
Aveva riportato un’altra voce preoccupante: i partigiani non facevano prigionieri. Chi cadeva selle loro mani, veniva subito passato per le armi.
Aveva raccontato (erano incredibilmente misteriose le fonti di “Radio Gavetta” da non distinguere più la verità dalla menzogna) di un gruppetto di soldati italiani, fatti prigionieri, che avevano partecipato completamente nudi ad una danza del ventre, effettuata da alcune donne nude. I militari si erano eccitati. I partigiani avevo tagliato loro il pene.
Era maturata in molti soldati la convinzione che i partigiani, oltre ad essere dei rivoluzionari comunisti, fossero spietati e crudeli col nemico. E benché non avessero avuto mai contatto coi partigiani, erano portati a credere alla autenticità di queste voci.
Molti nostri soldati non s’erano effettivamente domandati chi erano e cosa volevano i partigiani, quali erano stati i motivi che avevano spinto numerosi yugoslavi ad andare alla “macchia” e le ragioni che avevano indotto gli stessi alla guerriglia, alle imboscate, a colpire, a uccidere e a sparire.
Avevano saputo che erano nemici da combattere, da braccare, da rendere inoffensivi, pure, da temere, perché odiavano gli Italiani, i tedeschi, i domobrani, gli ustascia, tutti etichettati come fascisti.
Non avevano saputo e forse non avevano voluto sapere, che molti partigiani erano divenuti tali, per seguire un loro ideale politico accomunato al loro amore per la Patria.
Avevano lottato e lottavano per questi ideali, che presupponevano la liberazione del loro Paese dagli eserciti oppressori, il processo alla classe politica che aveva portato la Iugoslavia alla guerra, alla sconfitta, alla occupazione, la instaurazione di un regime, con una lotta di liberazione sul tipo di quello che aveva la Russia.
Erano stati motivi ideali, ma, pure, e non di secondo piano, motivi di rancore, di rabbia, di risentimento, di odio, di frustrazione e motivi, non meno importanti, quali essere renitenti alla leva, cercare di evitare il carcere, le torture, i campi di concentramento, a spingere i primi alla macchia, alla guerriglia, alla vita randagia nei boschi e da braccati.
Avevano saputo e sapevano di avere da combattere contro diversi avversari. E fra questi, i veri nemici dovevano essere gli ustascia, gli appartenenti alla milizia fascista di Ante’ Pavelic, che dovevano odiare, perché considerati. traditori della Patria. Odio, decisamente contraccambiato in egual misura.
Diversi dei nostri soldati ( fortunati per aver raggiunto l’Italia) avrebbero saputo, per esperienza diretta o anche indiretta, i1. significato della lotta partigiana e i “perché” della adesione a questa lotta di tanti italiani e di tanti, pure, militari.
Avrebbero, probabilmente ripensato ai partigiani iugoslavi, vedendo il tutto in una dimensione nuova e tanto diversa da quella di allora. Avrebbero capito molto di più sui termini di crudeltà, spietatezza, odio, attribuiti ai partigiani.
I partigiani, allora, erano visti come i cattivi ed anche l’ultima voce, sparsasi, subito dopo la loro occupazione di Karlobag, riguardante un ufficiale ustascia, che aveva preferito uccidersi, usando una bomba a mano tedesca, prima di cadere nelle loro mani, era stata accettata dalla maggioranza degli ufficiali e soldati italiani, non come il frutto della fantasia, ma come un fatto quanto mai possibile e veritiero.
Era stata, questa accettazione, conseguenziale a quanto era frutto di propaganda ed anche di una certa convinzione, immotivata ma radicata in molti di noi.
Il che, però non avrebbe potuto giustificare quel pizzico o quel tanto di cinismo, che era nella mia particolare ricostruzione, fantasiosamente data alle raffiche sul mare e nella quale i partigiani erano stati visti, come i soliti cattivi.
Al mattino, quando avevo veduto il peschereccio attraccare al piccolo molo e da questo scendere diversi partigiani armati, avevo pensato alla mia immaginaria ricostruzione. Mi ero detto che era stato un pazzo pensiero. La mia curiosità, però, non era stata soddisfatta, neppure dalla versione datami dalla Jelka.
Ero prevenuto verso i partigiani, evidentemente. Come probabilmente ero prevenuto nell’arrivare ad alcune conclusioni, riguardanti il mio comportamento.
Il mio ragionamento era partito da una premessa.: tutte le ipotesi, esaminate coi colleghi, tutte le argomentazioni a favore e contro una precisa scelta, tutti i suggerimenti e i consigli della Jelka avevano una importanza molto relativa. Non avevano e ne ero convinto alcun valore per il semplice fatto che, tanto io come i colleghi, non potevamo decidere, ma soltanto esprimere un desiderio, una speranza e accettare quanto da altri veniva deciso consigliato. Gli altri avevano il potere di accettare o di respingere la mia adesione alla lotta partigiana. Avevano il potere, nel caso della domanda non accolta, di decidere per la mia libertà o per il proseguimento della prigionia, anche se avevo scartato questa ultima ipotesi, avendo ritenuto che i prigionieri erano, per i partigiani, soltanto un peso da tutti i punti di vista.
Avevo deciso, benché in contrasto con il mio ragionamento, di presentarmi al loro Comando per mettermi a loro disposizione.
Per la strada, ero stato avvicinato da due partigiani, i quali, pur avendo loro dichiarato la mia intenzione, mi avevano spianato il fucile all’altezza del petto e mi avevano indicato un portone aperto.
Ero uscito senza gli stivali (quelli color cuoio, che avevano una caratteristica allacciatura al gambale).
Ero ritornato alla mia camera in pedalini. Avevo chiamato la Jelka e le avevo raccontato quanto era avvenuto nel breve spazio di pochi minuti. Le avevo chiesto se veramente aveva le possibilità, accennatami, d’intervenire presso chi di dovere, perché ero deciso a lasciare Karlobag e tentare di rientrare in Italia. L’ultima umiliazione subita aveva, come si suol dire, fatto traboccare il vaso. Ero disposto ad affrontare tutti i rischi di una avventura, quanto mai pericolosa e difficoltosa, affrontata liberamente.
Avevo domandato alla Jelka se poteva procurarmi un vestito borghese, una camicia e un paio di scarpe. L’avevo pregata di aiutarmi nel sistemare il mio corredo nella cassetta d’ordinanza.
Avevo tolto i gradi, le stellette, le mostrine dalla divisa “Principe di Piemonte”, ripromettendomi di fare lo stesso con la divisa grigioverde.
Avevo provato una sensazione strana, tanto simile alla commozione, all’amarezza, allo sconforto, al dolore.
Avevo dato l’addio a tanti indumenti personali, molti dei quali cuciti dalla mamma e che mi avevano seguito in quella avventura da ufficiale.
Avevo detto alla Jelka che lasciavo tutto a lei e che avesse cura di quella cassetta militare. Avevo riso, dopo la battuta finale, che sarei, un giorno, ritornato a prendere tutto.
La sera dopo (forse era il 1° ottobre o uno degli ultimi giorni di settembre) ero salito, insieme ai capitani Colombo e Giandinoto e al collega Savarese, sul peschereccio.
Gli altri ufficiali non avevano accettato il rischioso viaggio notturno, via mare, preferendo lasciare Karlobag a piedi.
Ero in abiti civili (un vecchio vestito del fratello della Jelka), avevo un po’ di denaro in moneta iugoslava, un pezzetto di formaggio e del pane: l’ultimo pensiero della Jelka che era venuta sul molo.
Avevo valutato i rischi di un simile viaggio, (le raffiche sul mare erano ancora presenti) ma avevo, pure, considerato le tante miglia fatte, durante quella notte, andando verso Nord, e avvicinandomi, con un unico balzo, al confine italiano, anche se sarebbe rimasto maledettamente lontano.
Avevo azzardato, fidando nella buona stella. Avevo passato la notte nella stiva, insieme ai partigiani e al materiale vario. Avevo avuto, pure, dei momenti di paura, quando il peschereccio aveva ridotto la sua velocità e quando il motore aveva taciuto e il peschereccio era rimasto fermo o quasi.
Ero sbarcato a Segna. Era la fine del viaggio del peschereccio e la fine, per me, di un incubo.
A Segna, sulla via vicino al mare, avevo assistito ad una scena sconvolgente, traumatica: diversi e diversi soldati italiani, stanchi, affamati, seminudi, ricoperti, da qualche straccio e coi piedi fasciati alla meglio, erano passati, l’uno .dietro l’altro, diretti verso Nord.
Avevo saputo dagli stessi, che appartenevano alla Divisione Zara e che attraversando una zona montuosa (se la memoria mi aiuta, quella della Leika) erano stati depredati di tutto, dalla popolazione, definita dai malcapitati, tutta di predoni.
Ero stato poco coi colleghi a vedere questa processione di disperati, che avevano alle spalle tanti e tanti chilometri, macinati nella disperazione, nella sofferenza, ma anche con la speranza di avvicinarsi al confine.
Ero rimasto alquanto scioccato e profondamente amareggiato per non essere in condizione di dare loro qualsiasi aiuto.
Avevo sentito nuovamente un odio profondo per gli alti “papaveri”, veri colpevoli di tutte le sofferenze di questa povera gente sbattuta dovunque, lontana da casa e della quale nessuno si era preoccupato, almeno nel tentare dì offrire una piccola possibilità di salvezza.
Era stato uno spettacolo deprimente, ma anche, sotto certi aspetti, stimolante, nel rafforzare il nostro convincimento di allontanarsi sempre di più da quel mondo..
Non ricordo se avevamo domandato informazioni sulla strada da percorrere o se avevamo deciso di fidarci delle nostre conoscenze topografiche e di punti di riferimento, come i nomi dei paesi, dove eravamo stati di presidio.
Avevamo cominciato a camminare, in direzione Nord Ovest, preferendo i boschi e utilizzando diverse ore della notte. Talvolta eravamo costretti a marciare di giorno per avere la possibilità di avvicinarci ai casolari dei contadini, per comprare qualche chilo di patate, per mettere qualche cosa sotto i denti. La moneta da cinquecento lire, quelle con la filigrana di color rosa, sulla quale spiccavano le due lettere A O, trovavano una accoglienza straordinaria. Erano preferite al denaro yugoslavo. Avevo avuto modo, in quel peregrinare, di fare diverse esperienze interessanti.
Avevo constatato che la resistenza fisica dell’uomo è straordinaria, se nello stesso è forte e viva la speranza, che potevano essere quanto mai utili certe nozioni scolastiche, per esempio, sulla corteccia degli alberi, sulla posizione del sole e della luna.
Avevo visto che la vita randagia, alla macchia, era, sì, brutta, insicura, rischiosa, piena di sacrifici, ma aveva, pure, un suo fascino, quello della natura.
In certi momenti di fronte a tanta bellezza, mi ero sentito nuovamente in pace con me stesso e dimentico della mia situazione.
Avevo guardato con la mente libera e desiderosa di immergersi nel silenzio ovattato, che avvolgeva il bosco, lassù in alto, rotto dal lieve volo di qualche uccello, dal fruscio delle foglie, dal quasi impercettibile rumore di qualche lepre o di qualche coniglio selvatico messo in fuga. Avevo ammirato certi panorami, che visti dall’alto, sembravano cartoline dipinte con una casetta fra il verde del bosco, una piccola borgata di piccole case ammucchiate in una breve vallata, sommersa da boschi, che ricoprivano verdi colline, una strada che appariva e scompariva e sinuosa si muoveva fra alberi dall’alto fusto e dalla grande chioma.
Avevo fatto, anche, altre esperienze.
Avevo dormito, sdraiato vicino ad un muretto di sassi, per sentire meno il vento, piuttosto freddo, che spazzava la quota, abbastanza elevata, sulla quale avevamo deciso di sostare per riposare.
Avevo usato un letto particolare, formato da sola paglia, dentro la quale mi ero immerso fino al collo.
Avevo provato il duro intavolato. E mi era sembrato soffice, quello di una stanza di una povera casa, quasi ai limiti di un bosco, dove, poco prima, una ragazza, che ci viveva sola, aveva messo sul tavolo una zuppiera piena di polenta gialla, ricoperta completamente di latte. Era stato il primo pasto completo, dopo tanti giorni di patate, alla meno peggio, cotte nella cenere calda.
Avevo visto, durante la lunga marcia, elmetti, giberne, zainetti ed anche fucili, abbandonati lungo i sentieri. Altri prima di noi - avevo pensato - avevano percorso quei boschi ed avevano lasciato alle loro spalle quanto ritenevano pesante, inutile, ingombrante, forse per essere più leggeri e camminare più in fretta. Avevo pure pensato che quei soldati dovevano far parte di un reparto ancora inquadrato e con i propri ufficiali. Il materiale lasciato con un certo ordine, lasciava presumere un abbandono comandato.
In altre zone, avevo visto, invece, lo stesso materiale, ma sparso, lontano l’uno dall’altro. Avevo pensato a soldati. isolati o a piccoli gruppetti di militari.
A Cabar avevo avuto una esperienza straordinaria, anche se sotto certi aspetti, sconvolgente: avevo incontrato improvvisamente ed inaspettatamente la piccola Jelka, che avevo fatto prigioniera sul Monte Sveta Gora.
Avevamo azzardato il passaggio da Cabar, perché il capitano Colombo vi era stato, molti mesi prima, di presidio.
Aveva sperato di trovare utili informazioni per il prosieguo della nostra marcia.
Avevo avuto la sorpresa dell’incontro con la Jelka.
La piccola Jelka avrebbe potuto fermare la nostra avventura verso il confine, se avesse avuto delle reazioni negative nei miei confronti, volendo punire chi aveva fatto prigioniera lei e la sua famiglia.
Avevamo continuato la nostra marcia di trasferimento attraverso i boschi.
L’8 ottobre (è un particolare che ricordo bene) giorno dei mio compleanno, avevo camminato, per alcune ore, seguendo il corso del fiume Sava (credo che questo sia il giusto nome)
Eravamo stati bloccati per una notte e la giornata successiva in una capanna da contadini, forse quella dove avevo dormito nella paglia, perché il capitano Giandinoto aveva accusato qualche linea di febbre.
Ero andato in cerca di un medico, che non avevo trovato nel paesetto, che distava poche centinaia di metri dal casolare.
Eravamo ripartiti (la febbre del capitano era dovuta probabilmente alla stanchezza) e in un sentiero di un bosco avevo incontrato il fratello della Jelka di Karlobag, il quale, riconosciutomi, mi aveva detto che veniva da una zona non molto lontana dal confine, che aveva veduto molti soldati italiani sbandati cadere prigionieri dei tedeschi, che era estremamente pericoloso, attraversare il confine. A nome anche della Jelka aveva cercato di convincermi a ritornare indietro.
Era stato un prezioso incontro, che aveva fornito una buona notizia: il confine non doveva essere molto lontano.
Non so e neppure, allora, avevo saputo quando e come avevamo superato quella linea immaginaria, ma non tanto, che delimitava l’Italia dalla. Iugoslavia.
So che avevo lasciato alle spalle un fitto bosco, che avevo camminato su sentieri impervi che salivano e scendevano e che variavano continuamente nella direzione, che ero arrivato, dopo aver superato un ampio canalone e una dolce ascesa, al culmine di una collinetta, ricoperta, qua e là, di erba.
Avevo guardato verso il basso e, a poca distanza, ad una centinaia di metri, avevo veduto un tratto di un corso di un fiume dall’acqua limpida, che brillava ai raggi del sole, un ponte in muratura, che univa le due sponde, due sentinelle in divisa tedesca, di guardia alle due estremità del ponte ed oltre un piccolo paese su una ampia strada.
Ci eravamo seduti sull’erba col cuore che aveva battuto forte e veloce, presi dentro da diverse sensazioni, nelle quali la gioia e l’emozione avevano voluto esplodere per esprimere la nostra felicità. Ci eravamo trattenuti, accontentandoci di sorridere, mentre ci eravamo stretti la mano.
Avevamo sentito, improvvisamente, il bisogno di rilassarci un momento ed anche di osservare quanto poteva avvenire su quel ponte, come si comportavano le sentinelle e quindi quali erano le difficoltà da superare.
Dalla prima osservazione, non era sembrato che attraversare il ponte fosse tanto difficoltoso e pericoloso. Avevamo veduto che alcuni civili erano passati sullo stesso e non erano stati controllati dalle sentinelle..
Avevamo pazientato per vedere se il comportamento delle sentinelle era improntato ad una certa tolleranza verso i borghesi o se talvolta, non avessero richiesto i documenti.
Avevamo pensato, visto l’atteggiamento delle sentinelle, di attraversare il ponte uno alla volta e lasciando passare alcuni minuti fra l’uno e l’altro. Ciascuno doveva partire soltanto se l’altro aveva superato completamente il ponte senza incidenti. Dovevamo camminare con naturalezza, senza eccessiva fretta, dando così l’impressione di essere abitanti del paese vicino.
Facile a dire, ma tanto difficile a fare.
Ero arrivato all’ultimo atto della prima parte della mia avventura in terra iugoslava.
Non avevo contato i giorni, anche se mi erano sembrati tanti, né tanto meno le ore consumate nella lunga marcia, che mi erano sembrate innumerevoli. Non avevo fatto il conto dei chilometri percorsi, che mi erano sembrati molti sui tanti sentieri nei boschi, sulle strette strade, ombreggiate da alberi dall’alto fusto.
Avevo dimenticato tutto davanti a quel ponte. E avevo dimenticato, pure, gli scoraggiamenti, le incertezze e i dubbi che frequentemente avevano martellato la mia mente,. specie quando, stanco e con lo stomaco vuoto, mi ero domandato se quel mio faticare avrebbe approdato alla meta prefissa o se il mio peregrinare nei boschi mi avesse allontanato dal confine.
L’angelo custode mi aveva assistito fino a quel momento.
- Il buon Dio - mi ero detto- mi sarà vicino, ancora, nella parte dell’avventura che avrebbe potuto essere la più infida e la più pericolosa.
Ero stato il primo a lasciare la collinetta ed incamminarmi verso il ponte.
Non era stata una mia libera scelta. Incredibile a dirsi, pure il quel momento sì particolare, avevano nuovamente influito la anzianità e il grado, i quali, in verità, avevamo o meglio avevo rispettato, sempre, durante la lunga marcia.
Avevo accettato, per tale motivo, l’incarico di procurare le patate ed averne, sempre, una certa riserva da utilizzare quando non avevamo possibilità di contattare qualche contadino. Avevo portato una cartella nera da studente, che aveva funzionato molto bene come zainetto.
Avevo avuto il compito di precedere il picco lo gruppetto, non per fare come si dice in gergo il passo, ma per controllare la situazione: un po’ di avanguardia, un po’ di vedetta.
Ero andato vicino al fuoco, in quella stanza di una casa anonima di Cabar, per cuocere le patate, quando avevo incontrato la piccola Jelka, che avevo fatto prigioniera sul Monte Sveta Gora.
Avevo cercato il dottore per le poche linee di febbre del capitano Giandinoto, lasciando una capanna ben nascosta nel bosco, per avventurarmi in una zona completamente scoperta fino al paesetto vicino.
Non avevo mai fatto storie. Avevo obbedito da perfetto ufficiale subalterno, che aveva il senso del dovere e della disciplina. Era stato il mio comportamento, facente parte di uno stile di vita, che avevo criticato, pure odiato, ma che alla fine avevo accettato. Subendo, come mi era capitato anche durante la lunga marcia.
Non mi ero neppure posto il quesito se i due superiori e il collega approfittassero di tale mia, disponibilità. Col senno di poi, forse, ero stato strumentalizzato dai tre compagni di avventura. In buona fede, forse, con maliziosa intenzione probabilmente avevano trovato l’elemento adatto per evitare loro eventuali rischi, eventuali preoccupazioni.
* * *
Non avevo avuto, sicuramente, questi pensieri, mentre le mie gambe, non molto sicure, nell’incedere, mi avevano portato quasi di fianco alla prima sentinella.
Avevo pregato il buon Dio di aiutarmi e in quel caso specifico di farmi apparire agli occhi della guardia tedesca, come un giovane contadino che rientrava dalla campagna. L’abito borghese, che indossavo, piuttosto vecchiotto e antiquato, poteva andare bene per ingannare un occhio poco esperto o poco attento.
Avevo superato il primo ostacolo col fiato in sospeso e sentendo la tensione nervosa sempre più acuta e pronta ad esplodere. Ero riuscito a mantenermi calmo e concentrato.
Avevo camminato sul ponte senza fretta, respingendo il desiderio di mettermi a correre per superare quella trentina di metri, che mi erano sembrati aumentare a ogni passo o di guardare in dietro.
Ero passato accanto alla seconda sentinella, della quale avevo veduto le spalle. Avevo proseguito senza affrettarmi. Alla prima casa, ero sparito dietro di questa. Mi ero gettato a terra ed avevo scaricato tutta la tensione nervosa.
Avevo seguito Savarese attraversare il ponte e avevo osservato che si era tolto gli occhiali neri da vista, che gli davano l’aria di un intellettuale.
Avevo seguito, poi, il capitano Giandinoto dal passo un po’ stanco, un po’ acciaccato e mi era sembrato, su quel ponte, un buon padre di famiglia. Infine il capitano Colombo, leggermente più curvo del solito, con le labbra più serrate del solito ed avevo visto un buon frate francescano dall’atteggiamento umile e dimesso. Erano stati straordinariamente bravi.
Eravamo entrati nel paese, che era a poca distanza dal ponte.
Avevamo incontrato alcune signore, le quali avevano subito capito che eravamo militari. Si erano avvicinate e avevano chiesto dove eravamo stati in Iugoslavia, di quale reparto eravamo, se sapevamo qualche cosa su questo o quel reggimento. Avevano fatto vedere, pure, alcune fotografie di congiunti, dei quali non avevano avuto, da tempo, più notizie.
Il suono delle loro voci era stata musica per i nostri orecchi.
Avevo sentito finalmente e nuovamente la gente parlare in italiano, avevo avuto la possibilità di capire e di farmi capire. Finalmente avevo sentito la gioia nel percepire la cordialità, la familiarità e l’affettuosa simpatia che quelle donne venete avevano dato a piene mani.
Una di queste signore ci aveva invitato nella sua casa. Avevamo mangiato finalmente della carne, aprendo alcune scatolette, pure, queste provenienti da qualche deposito militare.
Avevo, preso dall’euforia di essere finalmente sul suolo italiano, mancato di memorizzare il nome di quel fiume, il nome di quel paese. Una grave lacuna, e non la sola, purtroppo.
Avevamo ripreso il nostro cammino, al pomeriggio, passando, poi, la notte in una capanna, vicino ad un casolare alla periferia di un altro paese.
Avevamo avuto delle informazioni preziose: a poca distanza passava la linea ferroviaria, che portava a Mostre e a Venezia. Un treno si fermava, verso le ore undici, ad una piccola stazione, dove non esisteva la biglietteria. Si poteva prendere quel treno, munendoci del biglietto richiedendolo al controllore.
Al mattino, nel piccolo, piazzale antistante quella casa, l’ennesima anonima di un paese senza nome, avevo lavato l’unico paio di pedalini, già abbastanza sporchi, dopo la lunga marcia effettuata. Avevo cercato, pure di dare una spazzolata alla giacca e ai pantaloni.
Avevo, inoltre, usato tanta limpida acqua, per fare un mezzo bagno. Gradito e necessario per togliermi quel cattivo odore, caratteristico per l’eccessivo sudore e la scarsa pulizia, che mi aveva accompagnato per tanti giorni. Avevo cercato di rendermi il più presentabile possibile, avendo deciso, insieme agli altri, di tentare la carta del viaggio in ferrovia, fino dove fosse stato possibile arrivare.
Eravamo saliti sul treno a quella stazioncina anonima con molta trepidazione. Il vagone era quasi. pieno. Alcuni posti, però, erano vuoti. Ci eravamo seduti, due da una parte e due dall’altra in due sedili diversi, ma vicini.
Ci avevano subito classificati per quelli che eravamo: soldati sbandati, che tentavano di ritornare a casa.
Un passeggero mi aveva offerto una sigaretta, accompagnando il gesto con queste parole:
- Penso che siano passati diversi giorni dall’ultima sigaretta fumata: avrà piacere di tirare una. “boccata”.
Avevo ringraziato e fumato con gran desiderio. Poco mi era importato sapere che quel tubetto che avevo fra le labbra fosse una specie di sigaretta, che conteneva steccoli di camomilla ed aveva un sapore tutto particolare.
Avevamo, logicamente, chiesto informazioni, trovando occasionali compagni di viaggio ben disposti a dare consigli, suggerimenti e notizie di prima mano sulla situazione in generale ed in particolare di quella zona.
Avevamo capito che dovevamo fare la massima attenzione alle grosse stazioni, che erano presidiate fortemente dai tedeschi, i quali, spesso, controllavano i passeggeri in arrivo ed in partenza, con particolare attenzione verso i giovani.
Avevamo visto, alla stazione di Mestre, che lo spiegamento dei tedeschi, lungo i binari, era veramente imponente. Avevamo capito che un nostro tentativo di scendere dal treno era molto pericoloso e le probabilità di farla franca erano veramente poche.
A Venezia, nolenti o volenti, eravamo stati costretti a scendere in stazione, andare alle biglietterie e munirsi del biglietto, se volevamo continuare a viaggiare col treno.
Il controllore aveva chiuso un occhio, vedendo chi eravamo e avendo dato ascolto ai suggerimenti di diversi nostri compagni di viaggio. Ma ci aveva avvisato, da buon padre di famiglia, che avremmo incontrate grosse difficoltà alla stazione di Venezia ed altre difficoltà nel prosieguo del viaggio, se qualche controllore di altra stampa e dalle idee meno umanitarie, ci avesse trovati senza biglietto. Potevamo rischiare di essere consegnati ai tedeschi ad una stazione lungo la linea .Ci aveva anche detto che il treno diretto a Bologna sarebbe stato sul binario vicino a quello, sul quale sarebbe arrivato il treno sul quale stavamo viaggiando e che, salvo ritardi possibili, sarebbe partito cinque minuti dopo il nostro arrivo.
I nostri volti avevano dovuto esprimere una costernazione profonda ed un grosso smarrimento.
Una signorina, seduta non molto lontano e che, evidentemente, aveva seguito la nostra conversazione col controllore, si era avvicinata e con molta semplicità, ma anche con molta decisione ci aveva detto di non preoccuparci, di non scendere alla stazione di Venezia, di cambiare subito treno e che lei sarebbe andata a fare quattro biglietti per Bologna e sarebbe ritornata per consegnare i quattro cartoncini che ci avrebbero permesso di essere dei passeggeri paganti e regolari.
Avevo veduto quella ragazza come una buona fatina con tanto di bacchetta magica, pronta a soddisfare ogni sospirato desiderio e a trasformare la costernazione e lo smarrimento, in una speranza.
Una fatina eccezionale e che voleva fare completamente la sua magia: avrebbe fatto i biglietti , rispettivamente per Milano, per Genova e due per Firenze.
Avevamo votato le tasche ed ella aveva preso parte dei nostri denari, dichiarando che dovevamo tenere qualcosa di riserva per il domani e che per raggiungere la somma occorrente per pagare i quattro biglietti avrebbe fatto una colletta.
Non aveva avuto difficoltà a recepire una discreta sommetta.
A Venezia, con la stazione piena di tedeschi armati, avevamo lasciato il treno e preso posto sull’altro in partenza per Bologna.
Avevamo passato dei momenti di tensione ed avevamo pensato di essere stati buggerati da quella simpatica fatina biondo-castana. La fatina, però, pochi secondi prima della partenza del treno, era arrivata tutta trafelata sventolando i biglietti.
Ci aveva salutato: il suo sorriso era stato quanto mai affettuoso.
* * *
Non ricordo quasi niente del lungo viaggio da Venezia a Firenze.
Ho cercato a più riprese, nel più reconditi angolini della memoria, qualche episodio, qualche particolare, qualche cosa di insolito, qualche immagine.
La memoria stranamente non aveva trattenuto nulla, ad eccezione di due episodi, l’uno alla stazione di Bologna, l’altro a quella di Firenze.
Lo strano vuoto mi è stato sempre incomprensibile. Sono portato a pensare che volutamente, ho cercato di cancellare tutte le sensazioni, le emozioni e quanto gli occhi vedevano e l’udito ascoltava, quanto sentivo e provavo.
Non ricordo neppure se il treno aveva corso velocemente o se aveva avuto fermate frequenti. Né tanto meno quante ore ero stato in quel vagone.
Ricordo che qualche cosa era avvenuto in prossimità di Bologna. Il treno non era potuto entrare in stazione: la ferrovia alle porte di Bologna era stata colpita da un bombardamento ed erano in corso lavori per la sua riparazione.
La memoria ha conservato alcuni brevi fotogrammi delle ore passate nella stazione di Bologna.
Avevamo lasciato il treno e seguendo altri avevamo preso a camminare in una strada piuttosto buia, quasi parallela alla linea ferroviaria. Avevo visto diversi mucchi di macerie e qualche palazzo semidistrutto.
La stazione di Bologna non era eccessivamente illuminata. Molti i tedeschi armati, da ogni parte, a controllare tutto e tutti.
Avevamo cercato le zone più buie, gli angoli più nascosti, spostandoci frequentemente, se il caso lo aveva richiesto, per essere il più lontano possibile dai tedeschi, che continuamente pattugliavano la stazione.
Non eravamo i soli a giocare ai poliziotti e ai ladri di fanciullesca memoria. Avevamo, così, avuto l’occasione di venire a conoscenza dell‘orario di partenza dei treni diretti a Milano, a Genova e a Firenze ed anche i binari, dai quali sarebbero partiti.
La notte era sembrata maledettamente lunga. Alle prime luci dell’alba, in stazione eravamo rimasti, io e Savarese. I capitani Colombo e Giandinoto erano già partiti, dopo una stretta di mano ed un abbraccio, verso Genova, il primo, verso Milano, il secondo.
Finalmente era partito, pure, il treno per Firenze, arrivando dopo poche ore alla città del Giglio.
Ero arrivato, ormai, vicinissimo al mio paese.
In due giorni avevo fatto un balzo gigantesco e superato diverse centinaia di chilometri, filati, quasi, tutti senza eccessivi impedimenti, se non la naturale ed immancabile tensione nervosa, che doveva apparire evidente da come eravamo guardati dagli occasionali compagni di viaggio.
Non ricordo proprio niente sul mio viaggio Bologna—Firenze e neppure sull’ultima tappa Firenze—Fucecchio.
La memoria non viene in aiuto neppure per trovare una risposta al fatto che avevo passato quasi tutto il pomeriggio fra la stazione di Firenze e le zone vicine alla stazione ed avevo preso il treno, partente alla sera, verso le sei pomeridiane.
Avevo, forse, ascoltato un suggerimento dello zio Mannini, incontrato proprio nella stazione di Firenze, che mi aveva consigliato di giungere a casa di notte e fare il viaggio con lui, che sarebbe andato, poi, a preparare i genitori del mio arrivo?
O ero stato costretto a restare in stazione, perché pochi erano i treni adibiti alla linea Firenze—Pisa ed, ancor meno, quelli che fermavano alla stazione S.Miniato Fucecchio, notoriamente una stazione quasi dimenticata?
So soltanto, e di questo sono certo, che io e Savarese eravamo giunti a Fucecchio con la corriera ed era già notte. Forse, intorno alle ventuno o ventuno e trenta.
Avevo fatto lentamente via Dante, per dare tempo allo zio Gino di preparare il terreno in casa Boldrini. Avevo fatto gli ultimi trenta metri di corsa.
Ero trafelato davanti al portone della mia casa. E già commosso, quando avevo alzato il battaglio d’ottone e l’avevo fatto cadere.
Aveva aperto mia madre. Dietro era mio padre.
Dopo lunghi attimi di commozione, di abbracci, di baci ,di espressioni le più dolci e le più tenere, la mamma aveva dato la buona novella alla famiglia del padrone di casa, a Maria, che stava all’ultimo piano. Era andata anche ad avvisare suo babbo, il vecchio “Porro” Sgherri ,che era arrivato, sollecito, appoggiandosi ad una mazza, per abbracciare il suo primo nipote.
Nel salotto “buono”, dal tavolo quadrato, dalla vetrina piena di bicchieri e di tazze ben allineate e dal divano di ferro dalla coperta verde e dalle molle un po’ scassate, avevamo fatto, tutti insieme, un po’ di festa, bevendo un goccio di vinsanto e mangiando qualche biscotto.
Le domande e le risposte si erano intrecciate in quel salotto a piano terra, gremito di persone. Tutto volevano sapere, curiose, commosse, piene di attenzioni e di affetto, in quella tarda sera fra il 15 e il 20 ottobre del 1943.
Neppure la data del mio ritorno in famiglia avevo segnato nel libro della memoria. Eppure era stato un momento importante da segnare, da ricordare, da imprimere bene nella mente, da non dimenticare mai. La data, il giorno di quel mese di ottobre, tanto importante e significativo per me e per i miei genitori, avevano voluto malinconicamente rimanere misteriosi ed avvolti in una cortina di dubbio e di incertezza.
Forse, il giorno, la data si erano sentiti delle entità trascurabili di fronte alla gioia e alla commozione di persone che avevano avuto tanto da soffrire, da penare, da pensare alle cose più brutte e che finalmente si erano ritrovate, dopo un mese e mezzo di silenzio, di angosce, che, allora, avevano potuto significare la prigionia, la morte, la deportazione, la fine.

* * *
Savarese si era trattenuto alcuni giorni, ospite della mia famiglia. Non aveva resistito a lungo.
Aveva sentito il richiamo struggente dei suoi e della sua Napoli.
Aveva voluto tentare l’ultima parte della sua avventura, pur conoscendo le difficoltà, che aveva da affrontare, specie riuscire ad attraversare il fronte. Una impresa pazzesca.
Non ho avuto più notizie del collega Savarese. Così non ho avuto più notizie dei capitani Colombo e Giandinoto.
Tre compagni della lunga marcia iniziata a Karlobag e conclusasi per me felicemente.

* * *


Avevo chiuso con la vita militare una sera di un giorno qualsiasi, fra il 15 e 20 ottobre dell’anno 1943.
Mi ero proposto di restare al di fuori, per quanto possibile, da tutte le “beghe”, che potevano essere legate alla politica. Avevo, così, non dato valore ai manifesti, che avevano invitato gli ufficiali a presentarsi al loro distretto militare ed ancor più agli altri manifesti che avevano consigliato l’adesione alla Repubblica Sociale di Salò.
Non avevo tenuto conto delle pressioni di altri gerarchi locali, che, fra l’altro, avevano lasciato intendere chiaramente che la mancata adesione al partito repubblichino avrebbe portato delle conseguenze piuttosto gravi.
Avevo preferito, ad evitare tutto o almeno, il più possibile avvenimenti poco graditi, passare giorni e mesi, fra la mia abitazione, l’orto, la casa del nonno, i campi e le fosse del suo podere.
Una vita, la mia, piuttosto solitaria, per stare lontano dalla piazza Montanelli, dai locali, dagli. amici, nel tentativo di far dimenticare la mia presenza a Fucecchio. Ed anche, molto importante, cercare di evitare di essere preso nei rastrellamenti, effettuati dai tedeschi, sempre alla ricerca di uomini da adibire ai più vari lavori o peggio ancora, da inviare in Germania.



Estate 1943 – Fine del primo atto della tragedia

L’estate si era presentata con giorni radiosi, subentrando ad una primavera splendida, che aveva donato il primo tepore, reso spesso dolce da un frizzante venticello, una miriade di fiori dai meravigliosi colori nei frutti, nei campi, negli orti, nei giardini, il volo e il cinguettio di tanti piccoli uccelletti. Ogni anno la bella stagione aveva portato nei cuori della gente una grande gioia, legata al fascino suggestivo che aveva la natura nel suo risvegliarsi dal lungo riposo invernale, nel suo esplodere, rivestendosi con l’abito della festa, fatto di tanti colori, di tanti suoni, di tanti canti, di tanta nuova e gioiosa vita.
Era la campagna un magico affresco, che toglieva il respiro con la sua rigogliosa vitalità, con la sua bellezza armoniosa. Le persone rimanevano sempre affascinate da questo splendido avvenimento che, giorno dopo giorno, prendeva una dimensione nuova fino a concretizzarsi in un quadro pittorico eccezionale.
Ogni anno la bella stagione aveva impresso un ritmo diverso nella vita quotidiana, rendendola più vivace, più intensa, più gioiosa. Le persone ritrovavano, con la temperatura più dolce, con le giornate più lunghe e più calde, quel pizzico di allegria, di spensieratezza, di comunicabilità che erano state un poco represse durante il lungo inverno con il suo freddo intenso e le sue piogge continue. Ritrovavano quel “quid” per lavorare con più impegno, per dedicarsi alle piccole “faccende” intorno casa, per ritrovarsi con gli amici per le lunghe partite a bocce o a carte, per ricrearsi nei modi più diversi, per pensare ed anche organizzare dei brevi periodi di vacanza, specie al mare.
Qualche cosa, però, era cambiata da qualche anno.
La Primavera e l’Estate erano arrivate puntualmente, elargendo le loro giornate meravigliose, la bellezza ineguagliabile della natura in fiore. Le persone avevano sentito meno, però, il fascino del magico affresco, che avevano sotto gli occhi, immerse, come erano, in un avvenimento eccezionale, del quale non avevano, all’inizio, afferrato l’estrema pericolosità e che avevano visto, piano piano, trasformarsi in una tremenda tragedia.
La vita scorreva in paese, come negli anni precedenti, ma era diversa: più compassata, più contenuta. Era facile avvertire uno stato d’animo, che coinvolgeva tutti, nel quale predominava una viva preoccupazione, un‘ansia crescente, una paura per il domani.
Tutte le famiglie o quasi avevano un figlio, un padre, un fratello, un parente vicino coinvolto in un settore, dove si combatteva o si era combattuto da quello etiopico a quello francese, da quello libico e greco a quello slavo e russo, da quello aereo a quello navale.
Molte famiglie avevano già pianto i loro morti sul campo e stavano soffrendo per i loro cari in prigionia o dati per dispersi. Molte vivevano nella continua angoscia per i loro cari, che erano lontani, in Grecia, in Libia, in Jugoslavia, in Russia, sulle navi, sugli aeroplani. Una angoscia che era aumentata, di giorno in giorno, e maggiormente da quando le sorti della guerra avevano preso una piega decisamente contraria agli eserciti dell’Asse, costretti, su tutti i fronti, a lasciare il passo agli Alleati.
Avevano vissuto con trepidazione quel fatidico giorno, nel quale avevano udito, attraverso la radio, l’ovazione prolungata, frenetica, osannante, che saliva da Piazza Venezia verso il balcone da dove Mussolini aveva scandito lo storico annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei Tedeschi.
Erano state testimoni e partecipi di una lunga storia, che all’inizio aveva coniato alcuni slogan suggestivi, come “questa è una guerra lampo che conosce soltanto vittorie” o come “il nemico sarà costretto, in breve, alla capitolazione” e che, dopo, aveva dovuto coniare altri slogan, come “Siamo attestati in posizioni ormai consolidate” o come “Siamo pronti a difendere i territori conquistati” o come “Nulla di nuovo sui vari fronti”.
Avevano trepidato per le sorti della guerra nel deserto libico, divenuto un teatro incandescente fra avanzate travolgenti delle nostre truppe e ritirate ,definite, strategiche.
Erano rimaste costernate e annichilite di fronte alla disfatta dei contingenti italiani e tedeschi, battutisi coraggiosamente ed eroicamente contro un nemico superiore in uomini e mezzi, e costretti a lasciare la Libia in mano agli Alleati.
Avevano sofferto tremendamente alla notizia dello sbarco degli Alleati in Sicilia e pianto per quel lembo di Patria occupato dall’esercito nemico.
Avevano abbandonato quella tenue speranza, ancora coltivata per una vittoria finale, ed avevano capito, con angoscia, che la tragica avventura, voluta da Mussolini per sedersi al tavolo della pace, come vincitore, non poteva che avere un epilogo disastroso e luttuoso per tutto il popolo italiano.
Avevano esultato il 25 luglio e si erano rallegrate per la caduta di Mussolini, vedendo in questo evento storico uno dei presupposti per la fine della guerra, anche se Badoglio aveva, successivamente, annunciato che la guerra continuava.
Avevano fatto festa l’8 settembre, quando veniva dato l’annuncio dell’armistizio fra l’Italia e gli Alleati.
- Tutto è finito - si dicevano - Ritorneranno una certa serenità e tranquillità nelle nostre case col ritorno dei padri, dei figli, dei fratelli, dei parenti dai vari fronti terrestri, marini ed aerei.
- L’angoscioso incubo è terminato - si ripetevano tutti.


18 ottobre 1943: Ritorno dalla prigionia

Ero ritornato dalla prigionia dopo una lunga marcia, durata tredici giorni ,lasciando alle mie spalle Karlobag, una cittadina jugoslava sull’Adriatico, all’altezza di Ancona.
Il 18 ottobre 1943, circa alle ore venti e trenta, ero seduto nel salotto della mia abitazione, coi genitori , il nonno Sgherri e Savarese.
Ero in abiti civili: una giacca striminzita, un paio di pantaloni stretti e corti, un paio di scarpe consunte, che avevo avuto dalla Jelka a Karlobag.
La commozione, che aveva preso tutti e che aveva spinto la mamma a partecipare la sua gioia anche ai componenti delle famiglie Valori e Marchetti che abitavano nello stesso palazzo e che erano venuti a rallegrarsi ed ad abbracciare il ritornato, aveva lasciato il posto al desiderio dei miei familiari di conoscere il mio dramma, vissuto nell’arco dei giorni compresi fra l’8 settembre ed il mio arrivo a casa.
Avevo raccontato brevemente le mie peripezie, iniziando proprio dal giorno dell’armistizio, che era stato per noi un giorno qualsiasi e uguale agli altri, non essendo arrivata alcuna notizia al nostro comando di battaglione in merito, tanto è vero che fino all’ora del rancio, ero stato impegnato con un plotone di soldati a caricare di materiale vario un peschereccio in porto.
Avevo riferito come ero stato fatto prigioniero, sorte toccata a tutto il battaglione, durante la distribuzione del rancio, dai domobrani e dagli ustascia, i quali conoscevano l’esistenza dell’armistizio e della sua entrata in funzione proprio l’8 settembre, e che erano stati accolti nel presidio, perché erano a fianco del nostro esercito nella lotta contro i partigiani.
Avevo accennato al periodo di prigionia, traumatico, ma che era trascorso senza grandi problemi fino all’attacco e la conquista di Karlobag da parte dei partigiani, avvenuto intorno agli ultimi giorni di settembre o ai primi di ottobre. Un evento, pure questo traumatico, che aveva procurato in noi paure ed angosce, ma che si era concluso in un modo inaspettato, poiché il comando partigiano, costituitosi a Karlobag, aveva optato per una soluzione, nei nostri riguardi, che contemplava la nostra libertà, con tutti i pericoli, però, insiti nel nostro trasferimento verso il confine italiano. Pericoli che erano stati presenti nella nostra mente, tanto che in quattro, io, i capitani Colombo e Giandinoto e il sottotenente Savarese, avevamo preso la decisione di tentare il rientro da soli.
Avevo parlato della lunga marcia, preceduta da un viaggio avventuroso, durante la notte, nella stiva di un motopeschereccio da Karlobag a Novi , e dei giorni e delle notti vissute in mezzo ai boschi, sempre all’erta, sempre impauriti per il timore di incontrare reparti di Tedeschi.
Avevo fatto cenno alla grande gioia esplosa nei nostri cuori nel mettere piede sul suolo italiano, dopo aver attraversato un ponte in ferro, sorvegliato da due soldati tedeschi e nello incontrare persone che parlavano la nostra lingua e che immediatamente ci avevano offerto pane e scatolette e tanti consigli.
Avevo concluso riferendo che eravamo saliti su un treno ad una piccola stazioncina, vicino a Mestre, di essere giunti in nottata a Ferrara, dove i capitani Colombo e Giandinoto ci avevano lasciati, il primo diretto a Genova, il secondo a Milano, di aver preso al mattino il treno per Firenze, di essere arrivati a Firenze verso le tredici, di aver incontrato zio Mannini, al quale avevo chiesto notizie della mia famiglia ed. infine di essere partito per la stazione di Fucecchio e di essere arrivato, finalmente, a casa.
Avevo parlato dell’amico Savarese, compagno della lunga marcia, che avevo convinto a venire a Fucecchio e che era seduto sul divano, il quale, però, non aveva terminato il suo peregrinare, per cui una sosta di qualche giorno fra amici, gli avrebbe permesso di informarsi sulla situazione del fronte nell’Italia Meridionale e di esaminare le possibilità che poteva avere di attraversare le linee dei due eserciti, che si fronteggiavano a Cassino, per poter giungere a Napoli, dove aveva la famiglia.
I miei cari avevano ascoltato in silenzio quasi religioso. La mamma aveva continuato a piangere sommessamente ed ad asciugarsi gli occhi. Il nonno non era riuscito a tener ferme le mani che passavano dal piano del tavolo ai taschini del panciotto, alla mazza che aveva fra le gambe. Il babbo aveva una faccia tirata, dura, chiusa.
La mamma aveva subito interloquito e dopo aver espresso a Savarese la gioia di ospitarlo per il tempo che voleva, dopo aver osservato che ero molto dimagrito e dopo aver detto che avrei ripreso, ora che ero in famiglia, i chilogrammi perduti, aveva domandato se avevo patito la fame e dove avevo pescato quella giacca e quei pantaloni, più appropriati ad uno spaventapasseri.
Avevo assicurato la mamma che durante la prigionia avevo mangiato tutti i giorni il rancio, che veniva preparato dai cucinieri del battaglione, utilizzando i viveri di riserva e che durante la marcia verso il confine italiano, ogni giorno, era nostra premura rifornirci di qualche chilo di patate dai contadini, che pagavo con quei grandi foglietti rosastri, sui quali erano impresse, in grande, le lettere A e O.
Le avevo, poi, spiegato che gli indumenti, che avevo addosso, mi erano stati dati da una giovane ragazza iugoslava, prendendoli dal guardaroba del fratello più giovane, che era coi partigiani.
Avevo aggiunto —sapendo di dare un colpo al suo cuore — che tutto il mio corredo, dalle tre divise militari, alla biancheria personale, ai lenzuoli erano rimasti a Karlobag, praticamente donati a questa ragazza, anche se le avevo detto di custodire tutto in attesa di tempi migliori.
Il nonno aveva domandato notizie sul viaggio in treno ed in particolare che cosa avevo osservato e che cosa avevo raccolto dai discorsi dei viaggiatori sulla situazione al Nord. Avevo risposto di aver veduto le stazioni di Mestre, di Venezia e di Ferrara presidiate da forti contingenti di truppe tedesche, di aver veduto che i tedeschi osservavano un serio controllo, specie sui giovani, ai quali venivano chiesti i documenti, di essere stato consigliato dai viaggiatori seduti nel mio scompartimento, di non scendere in stazioni di grandi città, che erano quanto mai pericolose per gente come noi che, si vedeva da lontano, erano ex militari.
Avevo riferito l’impressione, che avevo ricavato dai vari discorsi uditi, riguardante l’Italia del Nord in particolare: era controllata e presidiata da truppe tedesche e la popolazione viveva in un clima di paura.
Erano seguite altre domande, alle quali avevo dato risposte sempre più brevi, cercando volutamente di evitare accenni sui momenti, purtroppo frequenti, dominati dalla rassegnazione, dalla impotenza, dalla rabbia, dalla incoscienza, dalla paura, dalla angoscia, che avrebbero turbato profondamente i miei cari.
Non volevo sciupare quella piccola festa familiare.
Il nonno se ne era andato.
Avevo espresso il proposito di andare a salutare la Vera, alla quale ero legato da un profondo affetto. L’ora, però, era piuttosto tarda ed avevo rimandato la visita ed il saluto al mattino successivo.
La stanchezza, dopo tanti giorni di tensione, si era fatta sentire, quasi di colpo.
Il ritrovarmi fra le lenzuola del mio letto ad una piazza, nella mia camera, scarsamente illuminata, dove i pochi mobili sparivano nella penombra, era stato un momento piacevole, confortevole, ma anche strano. Avevo sentito un nodo alla gola e scendere lentamente sulle guance le lacrime, che ero riuscito a trattenere durante il lungo colloquio con i miei cari.
Avevo, così, riveduto, come in un film, alcuni fotogrammi, rimasti impressi nella mia mente, riguardanti la sera precedente, a cavallo fra il 16 e il 17 ottobre, quando per ore ed ore, ero rimasto nascosto in una zona, quasi completamente al buio, confuso con un grosso pilastro, da dove controllavo l’andirivieni dei soldati tedeschi di ronda, che facevano servizio nella stazione di. Ferrara.
Avevo percepito, nuovamente, la tensione e la paura, accusata quando i passi dei soldati si avvicinavano al mio nascondiglio precario ed il sollievo, quando il suono dei tacchi ferrati si allontanava, sempre di più, per poi svanire.
Avevo ricordato che per tutta la notte, pur stanco e bisognoso di riposo, avevo seguito ed ascoltato, provato sensazioni diverse, partecipando, indirettamente, a quanto avveniva in stazione col movimento dei soldati, di qualche viaggiatore, di qualche treno in arrivo e partenza.
Ero andato a ritroso ed un altro fotogramma mi era apparso nitido sulla sera fra il 16 e 17 ottobre: ero giunto, insieme ai capitani Colombo e Giandinoto e il sottotenente Savarese presso una casa nella zona di Scodovacchia, che sembrava abbandonata. In una stanza avevamo dormito sulla dura terra. Al mattino, avevo avuto il pensiero di lavare i miei pedalini e la camicia.
Il ricordo delle due sere precedenti al mio arrivo a casa, tanto diverse, ancora vicine ma che mi sembravano tanto lontane, aveva allontanato, di colpo, la mia stanchezza.
Avevo sentito il bisogno di ricostruire le tappe della mia lunga marcia, fra i boschi e tante asperità e pericoli, segnando date e località. Avevo preso nel cassetto del comodino un quaderno ed una matita e, seduto sul letto, avevo scritto i primi numeri e i primi nomi.
- L’incubo è terminato - mi ero detto, appena avevo aperto gli occhi ed ero stato colpito da un leggero chiarore, che entrava nella camera dalla finestra non perfettamente chiusa dallo scurino.
Ero rimasto disteso a godermi la sensazione piacevole nel sentire le molle del letto vibrare sotto il mio peso, nel percepire il dolce profumo delle lenzuola bianche e il confortevole tepore che avvolgeva il mio corpo. Sensazioni che avevo quasi dimenticato dopo tante notti passate all’addiaccio o sdraiato sulla paglia o su pavimenti.
Avevo seguito con lo sguardo la mamma, che aveva disposto sul fondo del letto la camiciola e le mutande, che era andata a prendere dall’armadio, la giacca e i pantaloni della domenica.
Avevo guardato con quanta cura aveva sistemato i due capi di vestiario nella sedia, e, dopo, con quanta amorevole attenzione, aveva posto sul tappeto il paio di scarpe nuove e i calzini ripiegati.
Avevo ascoltato la mamma, che parlava, facendo tanti progetti per il domani, che esprimeva la sua gioia per il mio ritorno e che mi ripeteva di aver portato una catinella piena di acqua calda ed una saponetta profumata.
Avevo, poi, trovato la tavola del salotto apparecchiata (la mamma ci teneva a fare bella figura con l’ospite Savarese) con due tazze piene di caffè e latte e due piatti colmi di fette di pane abbrustolito.
Tutto era meravigliosamente bello. Tutto acquistava un fascino particolare e commovente come l’incontro dolce ed affettuoso con Vera, come la visita alla casa Sgherri ed il saluto commosso di nonna Erminia e di zio Quinto, come l’incontro con alcuni vecchi amici in piazza Montanelli, come l’impatto con il mio paese, che facevo conoscere all’amico Savarese.
La vita era ritornata a sorridere mi andavo ripetendo.
Avevamo pranzato in salotto ed avevamo, particolarmente Savarese con il sottoscritto, apprezzato il ricco piatto di pastasciutta, i pezzetti di coniglio fragranti e a giusta cottura, le patate che si scioglievano in bocca. La mamma si era superata nella sua arte culinaria. La frutta, i biscotti con il vinsanto, il caffè con lo schizzetto, avevano assunto il loro preciso significato della festa in famiglia.
Era stato un pasto sostanzioso, eccessivamente abbondante, era venuto ad hoc per dimenticare al più presto tutte quelle patate, più crude che cotte, mangiate durante la marcia da Karlobag alla frontiera italiana.
Avevo fumato una sigaretta, quasi con voluttà. Era la prima dopo tredici giorni, non potendo considerare una sigaretta quella fumata in treno, prima di transitare per Mestre, offerta da un viaggiatore, fatta a mano e con camomilla secca, come contenuto.
Il babbo era andato a lavorare alla Saffa, la mamma si era ritirata in cucina e sfaccendava all’acquaio. Dalla strada proveniva il suono dei passi e le voci sommesse degli operai, che andavano al lavoro.

La lunga marcia dal 5 al 18 ottobre

Le prime ore del 19 ottobre erano state fantastiche e piene di tante sensazioni piacevoli, dominate da quella gioiosa di essere, finalmente, a casa, circondato dall’affetto dei miei cari.
Avevo ben presente un desiderio da soddisfare e che avevo avvertito, in modo prepotente la sera precedente, quando ero rimasto solo con me stesso, disteso nel mio letto.
Avevo accennato a Savarese il lavoro fatto, prima di addormentarmi e gli avevo mostrato gli appunti, buttati giù con una certa fretta, ricercando date e nomi di paesi nel libro della memoria.
Avevamo controllato insieme ed apportato alcune correzioni.
Era scaturita, infine, una paginetta di quaderno, che aveva avuto la nostra approvazione, con date e località, e che presentava, sintetizzata, una avventura felicemente conclusa. Date, nomi dei paesi, tappe giornaliere avevano, così, una loro cornice.
9 settembre -5 ottobre 1943: prigioniero a Karlobag
5 ottobre: Karlobag- Novi: imbarcati su un motopeschereccio
6 ottobre: Novi - Locke
6 ottobre: Locke - Delnice
7 ottobre: Delnice - Brod na Kupi
8 ottobre: Brod na Kupi - Cabar
9 ottobre: Cabar - Kosaric
10 ottobre: Kosaric - Baccia
11 ottobre: Sosta a Baccia per malattia cap. Giandinoto
12 ottobre: Baccia - Nerin
13 ottobre: Nerin - Villabars
14 ottobre: Villabars - Branizza
15 ottobre: Branizza - S. Martino del Carso
16 ottobre: S. Martino del Carso - Scodovacchia
17 ottobre: Scodovacchia - Ferrara (in treno)
18 ottobre: Ferrara - Firenze - Fucecchio

Avevo detto all’amico che questa ricostruzione con date e i nomi di località, diverse delle quali avevamo veduto da lontano e conosciute chiedendo agli abitanti delle rare case di contadini dove andavamo ad acquistare le patate, avrebbe poco interessato gli altri. Era, però, altamente significativa per me — avevo precisato — perché indicava le tappe giornaliere di un breve momento della mia vita, sofferto, avventuroso ed anche sotto certi aspetti eccitante, nel quale avevo sommato tutte le sensazioni, dalla speranza allo sconforto, dagli scoraggiamenti ad una fede smisurata nella riuscita dell’impresa, dalle paure alle angosce, dalla tensione esasperata all’incoscienza e al credere fortemente nella buona sorte.
I nomi di tutte le località scritte —avevo aggiunto— portano con sé un vivo ricordo, che vorrei che rimanesse scolpito nella mia memoria in maniera perenne, sì che neppure avvenimenti importanti e futuri e il tempo fossero riusciti a sopraffare e neppure ad intaccare.
Avevo ritagliato la. paginetta di quaderno e col preciso scopo di conservarla, l’avevo allegata alle pagine della tessera di riconoscimento della Università degli Studi di Firenze, che mi aveva seguito in Croazia e che avevo conservato per poterla utilizzare, come carta di identità, se mi fosse stato richiesto un documento nel tratto più pericoloso, compreso fra il confine italiano e Fucecchio.
Savarese, dopo pochi giorni di permanenza a Fucecchio, aveva deciso di partire, pur sapendo di andare incontro a tanti rischi e pericoli. Non aveva voluto sentire consigli. Non aveva accolto i pressanti inviti, anche dei miei genitori di restare ancora.
Voleva muoversi —come insistentemente aveva detto— approfittando di quei giorni di fine ottobre, belli e radiosi, e che facevano presagire un autunno più lungo del solito e giornate ancora belle.
Era salito sull’autobus, che faceva servizio per la stazione ferroviaria S.Miniato—Fucecchio, dopo un abbraccio, una stretta di mano e tanti auguri. La sua immagine di giovane distinto, quasi distaccato, dal volto sereno, leggermente olivastro, nella quale risaltavano gli occhiali da intellettuale, era sparito lentamente, dietro la curva del quadrivio di piazza Montanelli.
La sua partenza mi aveva rattristato, perché avevo fondati motivi nel ritenere minime le probabilità a suo favore per una felice riuscita della sua difficile impresa nel giungere a Napoli e rivedere la famiglia.
Il ricordo della lunga, faticosa, pericolosa marcia da Karlobag al nostro confine, mi avevano portato a consultare alcuni miei vecchi libri di geografia e a ricostruire, pazientemente una cartina, nella quale puntualizzare alcune cose essenziali, come i paesi, dove ero stato col mio battaglione di presidio ed altri di passaggio.
Non ero, però, riuscito a ricostruire il percorso delle tappe di ogni giorno.
Le due pagine dell’Atlante, dedicate alla Jugoslavia, non portavano i nomi dei piccoli centri e tanto meno degli agglomerati di case che avevo toccato o veduto da lontano; non portavano i sentieri sulle montagne o le strade di campagna che avevo battuto.
Avevo capito subito che non avevo alcuna possibilità di riuscire nell’intento, anche perché conoscevo ben poco o quasi niente delle zone attraversate.
Avrei potuto, forse, segnare sul mio disegno la posizione dei piccoli centri, fra Cabar ed il confine italo-iugoslavo, se avessi avuto una cartina più dettagliata e più ampia della Slovenia ed in particolare della zona più prossima al confine.
Avevo dovuto desistere ed accontentarmi di un disegno incompleto.

Situazione preoccupante in Fucecchio

I giorni avevano iniziato a scorrere. Ottobre se ne era andato ed aveva cominciato a farsi sentire l’approssimarsi dell’inverno con le prime piogge e con l’abbassamento della temperatura.
Avevo pensato, spesso, a Savarese. Non avevo avuto più notizie di lui.
Avevo ripreso a passare le mie giornate, come facevo prima del mio richiamo alle armi. Non, però, con le stesse abitudini del giovanotto, che aveva tante ore libere, che non aveva impegni di. lavoro e che se la spassava allegramente e senza tanti pensieri.
Qualche cosa era cambiato in me, sia per le esperienze avute, sia per il tracollo di certe prospettive allettanti, come quella di rimanere nell’esercito in qualità di ufficiale effettivo con prospettive di carriera e di definitiva sistemazione del mio futuro, ma per una convinzione, che lentamente era divenuta, quasi, certezza che l’8 settembre non aveva chiuso affatto la partita, ma che aveva aperto un nuovo periodo, forse peggiore, forse più tragico, rispetto a quello passato durante la guerra, periodo, che avrebbe coinvolto tutti, anche più direttamente, se i Tedeschi avessero difeso, palmo per palmo, l’Italia.
Avevo, così, cominciato a passare molte ore in casa, imponendomi, fra l’altro, di trascorrere poco tempo in piazza Montanelli o al bar.
Potevo, così, evitare discussioni, legate all’andamento della guerra e alle notizie, che arrivavano dal Nord d’Italia.
Avevo minori possibilità nell’esprimere, liberamente, i miei pensieri sulla situazione, che si. era creata ed il cui evolversi non poteva che essere preoccupante.
Avevo, pure, avvertito che il clima, che si era instaurato in Fucecchio, era piuttosto pesante.
Aleggiava nell’aria preoccupazione, diffidenza, paura, incertezza.
Il periodo, nel quale le immagini di Mussolini, le scritte inneggianti al Duce, i simboli dell’era fascista erano stati gettati nelle piazze e nelle strade, nel quale erano state prese d’assalto le case del Fascio, distruggendo quanto queste contenevano, era, ormai passato.
Aveva lasciato un segno profondo, riguardante lo stato d’animo del popolo.
Aveva, di poi ,lasciato un segno, altrettanto profondo in quanti si erano esposti con entusiasmo nell’opera di “pulizia” seguita all’8 settembre, allorché i fascisti della prima ora e dell’ultima ora, avendo ripreso in mano quasi tutte le leve di comando, potevano essere portati, anche, a vendicarsi agendo con acredine e durezza.
Avevo capito che la nuova realtà paesana e quanto avveniva intorno a me, anche se per il momento lontana e percepita solo di riflesso, consigliava di emarginarsi dalla vita cittadina, di cercare una specie di anonimato, sperando che chi aveva le leve di comando, dimenticasse il mio ritorno o avesse dei dubbi sulla mia presenza a Fucecchio.
Avevo così cercato di eclissarmi, approfittando anche dell’inverno, che, fra l’altro, mi faceva apprezzare di più la casa e che quel poco calore, che usciva dai ceppi che bruciavano nel vecchio focolare.
Le uniche variazioni a quei tran tran quotidiano erano le visite a Vera, con la quale erano emerse alcune fratture sentimentali, e al nonno Sgherri col quale era piacevole parlare, e perché era a conoscenza di tante cose, e perché teneva a sapere quale era il mio pensiero sulla situazione in generale e sulla guerra, che continuava nel Sud d’Italia.
Avevo, pian piano, perduto i contatti con la gente e con il paese. Ne ero quasi lieto, anche perché evitavo di incontrare quelle persone, che erano venute a trovarmi, appena tornato dalla prigionia, a chiedere informazioni su figli, fratelli o parenti che erano con me 1’8 settembre e che ancora non erano ritornati a casa.
Mi sentivo verso di loro colpevole per quanto avevo omesso. Non potevo riferire quanto mi aveva detto il fratello della Jelka, incontrato dopo tre giorni dalla mia partenza da Karlobag, il quale volendomi convincere a ritornare indietro, aveva raccontato che molti soldati del mio battaglione, erano stati fatti prigionieri dai tedeschi fra Karlobag e Novi e inviati in Germania.
Avevo sentito il bisogno, sia per occupare le ore di. quegli interminabili giorni invernali, sia, e maggiormente, per confermare a me stesso la validità dei motivi, che mi avevano portato a1 convincimento, maturato dopo l’8 settembre, che avevo sintetizzato con due motti - “Basta con la guerra” e “Non indosserò più una divisa Militare”, seguiti da “Costi quello che costi” - di tornare indietro nel tempo per un bilancio sulla mia vita militare con riflessioni sulla stessa.
* * *
Avevo preso a ricostruire, per sommi capi, ricercando nella memoria i momenti e gli episodi più significativi, la storia della mia avventura sotto le armi.
Avevo, così, riveduto il primo giorno, quel 27 febbraio 1941, quando avevo indossato la divisa militare con le stellette e gli alamari bianco e rossi del 3° Reggimento Granatieri ed avevo avuto il primo impatto con la caserma di Viterbo.
Avevo ricordato che quei mesi passati a Viterbo fino ai primi giorni di agosto, erano stati piuttosto sconvolgenti e traumatici a causa di una disciplina dura ed assurda e di una routine giornaliera, sia in caserma che fuori, nelle esercitazioni all’aperto, sfibrante ed avvilente, che trovava relativa giustificazione agli intendimenti dei superiori, che volevano forgiare gli spiriti e i corpi e fare dei civili dei buoni soldati.
Avevo vissuto nuovamente il penoso viaggio, prima in treno da Viterbo a Brindisi, seduto in mezzo al corridoio di un vagone; dopo, da Brindisi a Patrasso, in nave ed il successivo sbarco, oltremodo pericoloso, con un barcone sul molo mezzo distrutto di Patrasso.
Mi ero riveduto durante la marcia di oltre venti chilometri, faticosa e snervante, per raggiungere una pseudo caserma e, poi, sdraiato sul duro pavimento, senza niente nello stomaco (era venuto a mancare il rancio) alla ricerca del sonno. E il mattino successivo il viaggio in treno, che andava quasi a passo d’uomo, e l’arrivo, nel pomeriggio, ad Atene.
Avevo avuto modo di constatare quanto poco veniva considerato il soldato e le grosse deficienze organizzative e logistiche dei preposti al trasferimento di una cinquantina di sottufficiali, mandati - era proprio il caso di dire - senza un programma ben prestabilito.
Al ricordo di quel trasferimento, avevo provato la stessa rabbia e la stessa delusione di allora.
Avevo pensato ai mesi fra il 12 agosto 1941 e il 6 marzo 1942, passati ad Atene, posta militare 61 ,che allora avevo definiti bestiali. I ricordi, che avevo ricercato nella memoria, avevano tutti decisamente aspetti negativi, sconvolgenti, paradossali come i pidocchi, che non ci davano pace, come le due licenze ottenute e mai fatte, perché alla visita medica avevano riscontrato che ero pidocchioso, come tutti i servizi in città di ronda, alle carceri Averoff o alla residenza del generale Geloso, come tutte le esercitazioni sulle colline brulle vicino alla caserma.
I ricordi mi avevano confermato che ogni giorno, passato ad Atene, era stato bestiale e traumatico.
Avevo ricordato la seconda tappa della mia avventura militare, che aveva avuto un suo iter, ben diverso rispetto al periodo contrassegnato da Viterbo e da Atene, con città di transito, quali Brindisi e Patrasso, allorché ero un semplice soldato, dopo caporale e, infine, sergente.
Avevo fissato momenti ed episodi: il mio ritorno in patria, che aveva richiesto sei giorni di viaggio (la nave aveva dovuto fare un lungo giro per evitare - così era stato detto - un sottomarino nemico),1o sbarco a Taranto, l’arrivo alla scuola allievi ufficiali ad Arezzo, l’operazione di disinfestazione del corpo e della divisa con rapatura, fra l’altro, a zero dei capelli.
Avevo valutato, positivamente le esperienze avute, durante il corso, che mi aveva tenuto ad Arezzo dal 12 marzo al 18 luglio 1942.
Due ricordi, in particolare, mi avevano fatto sorridere, visti alla luce di avvenimenti successivi ed allora imprevedibili.
Avevo fatto un dramma per la mia esclusione dai granatieri con conseguente passaggio alla comune fanteria, a causa di un centimetro in meno rispetto alla misura di altri, che superavano il metro e ottanta. Comprensibile il mio rammarico per quel colpo basso — così lo avevo definito — arrivato all’ultimo momento.
Il ricordo di quella reazione istintiva e per alcuni aspetti affettiva mi aveva portato ad alcune considerazioni, abbastanza logiche e convincenti: la mia esclusione dai granatieri non era stata un colpo basso, ma, invece, un colpo di fortuna.
Rimanere in forza al 3° Reggimento Granatieri, voleva dire, sicuramente, il ritorno ad Atene, dove era di presidio il reggimento, voleva dire, altrettanto sicuramente, la possibilità di essere ancora in quella città, e nella migliore ipotesi, prigioniero dei Tedeschi.
Avevo avuto piacere alla fine del corso di essere restato classificato fra i primi dieci allievi. Un titolo, senza dubbio, di merito, conquistato dopo vari esami seri ed impegnativi e che, fra l’altro, mi dava la possibilità di far domanda per un reggimento di mio gradimento. Domanda che avevo fatto controvoglia, essendo legato ad un mio modo di pensare, che si concretizzava in un motto: ”Lasciamo fare al destino”.
Avevo dato poca importanza alla possibilità di scelta del reggimento. A distanza di tempo e dopo gli avvenimenti succedutisi, avevo capito la importanza di quella scelta e quanta influenza, la stessa, aveva avuto a mio favore.
Avevo, così, ricordato che molti ufficiali, nominati al corso di Arezzo, erano finiti in Russia, in Grecia e in Libia e certamente avevano avuto un 8 settembre peggiore del mio, se erano arrivati a quella data.
Mi ero ricordato che il periodo passato nei territori annessi di Croazia era stato, salvo gli immancabili pericoli, legati ad azioni di rastrellamento, di pattugliamento o attacchi da parte dei partigiani, abbastanza tranquillo ed era filato in modo tutt’altro che traumatico o sconvolgente.
Un periodo, caratterizzato da un mio rapporto particolare col colonnello Pettinelli , comandante del Reggimento, contraccambiato da parte sua con stima e apprezzamento e da un atteggiamento, divenuto particolare, da parte del Capitano Colombo, comandante del mio battaglione.
L’atteggiamento ed il comportamento del capitano aveva avuto un deciso cambiamento, dopo avermi negato la licenza, richiesta dopo sei mesi di permanenza alla Compagnia Comando.
Avevo ottenuto la licenza per l’intervento diretto del colonnello, da me interessato.
Questo intervento aveva fatto capire l’antifona al capitano Colombo, il quale, dopo, aveva accolto ogni mia richiesta, riguardante brevi permessi di due o tre giorni da passare a Fiume.
Avevo cercato di focalizzare il piccolo paese di Tersce, circondato da colline, ricoperte di fitti boschi e la caserma, che sembrava come soffocata in mezzo a quel verde intenso.
Avevo riveduto l’ampio spazio pianeggiante dalla collina che sovrastava la caserma e il paese sul quale avevo fatto la prima esperienza, da ufficiale, vivendo, per oltre un mese, in tenda ed istruendomi sui cannoni da 47/32.
Avevo ricreato le immagini della ridente cittadina di Abbazia sul mare e del silenzioso paese di Clana, dove avevo frequentato un corso di addestramento e di perfezionamento nelle armi anticarro.
Aveva preso nuovamente una sua dimensione il piccolo paese di Locke con le sue case, disseminate lungo la strada, le une e l’altra, in mezzo a boschi fitti e rigogliosi, le cui chiome salivano verso l’alto in una corona di colline, che si univano al monte Svetagora. Avevo ricostruito anche nei particolari, i1 rastrellamento effettuato in un settore del monte Svetagora, per prendere contatto e snidare un gruppo di partigiani segnalato in quella zona.
Avevo vissuto le sequenze di alcuni fotogrammi, i più salienti e significativi, come la lunga ed estenuante marcia fra i boschi di una cinquantina di soldati in ordine sparso (erano i componenti di due plotoni fucilieri e di una squadra mitraglieri sotto il mio comando), come l’avvistamento di un gruppetto di persone in un leggero avvallamento, quasi nei pressi della sommità del monte.
Avevo ricordato il momento, nel quale, improvvisamente, dei colpi di fucili e delle raffiche di fucili mitragliatori avevano rotto il silenzio, quasi religioso della montagna. Erano stati brevi, assordanti, tragici.
Avevo, pure, ricordato che il rastrellamento non aveva raggiunto lo scopo prefisso, perché il gruppetto di persone catturate non erano dei partigiani, ma una famiglia con tanto di genitori e di figli, che (non ebbi mai modo di sapere) vagavano nei boschi.
Avevo veduto nuovamente l’immagine della piccola ragazzina, che non dimostrava i suoi quindici anni, ricoverata nella nostra infermeria per una leggera ferita di striscio al braccio che avevo visitato frequentemente e che, dopo, era stata inviata in un collegio a Fiume, e successivamente, durante la marcia verso il confine d’Italia, avevo incontrato a Cabar, la sera del giorno del mio compleanno.
Avevo provato le stesse sensazioni di allora, ricordando che quell’incontro improvviso, quel faccia a faccia inatteso, aveva determinato dei lunghi momenti di paura, di tensione, di angoscia, che mi avevano tenuto sotto pressione, come era avvenuto ai capitani Colombo e Giandinoto e al sottotenente Savarese. Tensione, che, pian piano, si era dileguata, perché l’incontro non aveva determinato alcuna conseguenza.
Avevo riveduto Delnice, un piccolo paese, lindo, civettuolo, dalle poche case ad un piano lungo la strada ed altre nelle vicinanze della stessa, secondo un disegno poco armonico, circondato da campi, poco coltivati.
In lontananza colline, ricoperte da alti alberi ombrosi, la linea ferroviaria e la piccola stazione, quasi immerse nel bosco.
Avevo ricordato il mio ricovero nell’ospedale da campo n.321 per curarmi di una noiosa enterocolite e che aveva determinato il mio ritorno a casa per quindici giorni. Al mio rientro avevo saputo della morte del mio attendente, che, impegnato come postino, era saltato con il vagone in un tratto della linea ferroviaria, che era stata minata dai partigiani.
Avevo inquadrato le poche cose viste a Carlopago, dove ero giunto in uno degli ultimi giorni di agosto: la chiesa con l’alto campanile, che era vicina alla mia camera, l’albergo gestito dal babbo della Jelka, la scuola elementare, nella quale erano alloggiati i soldati del battaglione, la casa su una piazzetta, dove era il comando nostro, la piccola spiaggia con poca sabbia, il molo di circa venti metri, la chiesetta sopra un terrapieno, dove era stata sistemata la cucina da campo e davanti alla quale veniva effettuata la distribuzione del rancio. La cittadina sembrava soffocata dalle colline quasi brulle, a loro volta soffocate da una catena montuosa, ancora più brulla.

Il mio 8 settembre 1943

Avevo cercato di ricostruire, minuto dopo minuto, il succedersi degli avvenimenti, che avevano punteggiato un giorno, che dalle prime luci dell’alba si era presentato uguale a tanti altri giorni precedenti, la cui data, 8 settembre, mi era presente per due motivi precisi.
Ero rientrato, al pomeriggio del 7 settembre, da un servizio di alcuni giorni, effettuato sotto una tenda ed ad oltre un chilometro dalle due casematte, che presidiavano il passo del monte Vellebit.
Avevo il compito, molto balordo ed altrettanto pazzesco, di segnalare, con la pistola Verry, eventuali pericoli, che potevano venire dai boschi vicini. Dare, così , un preallarme. Tenermi pronto, con i due soldati con me di servizio, a tagliare la corda e rientrare, precipitosamente, in un nostro caposaldo.
Ero stato comandato, al mattino dell’8 settembre, con una squadra di soldati con l’incarico di trasferire del materiale militare dal molo ad un motopeschereccio.
Avevo presieduto l’operazione fino all’ora della distribuzione del rancio. Tutto si era svolto in modo tranquillo, senza fretta.
Mi ero incamminato, senza fretta, verso la chiesetta-cucina da campo, quando ero stato bloccato da tre soldati “domobrani”, che mi avevano disarmato.
Era stato un momento terribilmente scioccante, che aveva assunto la dimensione di un vero dramma nel vedere, sotto il mio sguardo allibito, lo spettacolo conturbante ed avvilente di tanti soldati, che stavano consumando il rancio od erano in attesa della sua distribuzione, disarmati in una frazione di secondo e tenuti a bada da altri “domobrani” coi fucili spianati.
Gli ufficiali erano stati riuniti in una villetta sul mare, guardati a vista da sentinelle domobrane.
Vagavamo nelle stanze, prive di mobili, come fantasmi, ancora sotto lo shock, increduli, angosciati, disperati e purtroppo, consapevoli di essere piombati, improvvisamente, in una situazione drammatica senza via di uscita. Ci interrogavamo, sconvolti, per capire quanto era avvenuto, così repentinamente.
Ci consolavamo senza, purtroppo, riuscire nell’intento.
Ci isolavamo per perderci nelle più strane e pazzesche congetture: la fantasia correva, l’emozione attanagliava i cuori, la paura diveniva parte di noi stessi, la rabbia e il risentimento facevano passi da gigante verso l’odio contro tutto e tutti.
Erano terribili le sensazioni provate durante le prime ore, che avevano seguito il momento tragico del nostro divenire prigionieri.
Ero, fra l’altro, assillato, come erano assillati quasi tutti gli ufficiali, dalla necessità di sapere come un simile e traumatico avvenimento, che mi aveva privato della libertà, avesse avuto modo di verificarsi.
Avevo, così, ricostruito, attraverso la testimonianza di alcuni colleghi, in servizio presso i fortini intorno a Carlopago e presso le casematte e postazioni sul monte Vellebit, che i soldati domobrani dell’esercito regolare iugoslavo e i fascisti “ustacha” dovevano essere a conoscenza di quanto per noi era un segreto e cioè che qualche cosa di importante doveva avvenire l’8 settembre.
Questi, infatti, al mattino e molto presto, si erano presentati alle due casematte, che presidiavano il passo del monte Vellebit, in veste di amici. Avevano, senza colpo ferire, preso possesso delle due postazioni.
Avevano usato la solita tattica coi soldati, che erano nei vari fortini, dislocati intorno al presidio di Carlopago, occupando le postazioni.
Si erano ripetuti, giungendo dentro il presidio a bordo di due camion ed avevano fatto prigionieri i soldati, che come il loro ufficiali, avevano accolto il loro arrivo, non avendo da preoccuparsi, in quanto erano degli alleati.
Avevo capito, insieme ai colleghi, che i domobrani sapevano ed avevano agito di conseguenza, mentre noi eravamo completamente ignari di tutto, impreparati, quindi, ad una simile evenienza.
Una tale constatazione aveva aggiunto un nuovo e terribile dramma allo shock tremendo subito.
Il ricordo di quei momenti, drammatici e tragici, che erano ancora presenti e vivi nella mia mente, avevano fatto scattare alcune reazioni, tanto simili a quelle avute in quel maledetto 8 settembre.
Avevo provato la stessa rabbia, forse più violenta di allora, al solo pensare che ero stato lasciato, ignaro della firma dell’armistizio e della sua applicazione, in balia della sorte, impreparato ad affrontare qualsiasi situazione.
Ero stato ignorato e tradito e, poi, dimenticato e abbandonato.
Avevo sentito, nuovamente, un risentimento profondo, tanto simile all’odio, verso quanti erano stati i responsabili diretti ed indiretti di quei momenti sofferti, dolorosi, umilianti, simili al mio, passati da migliaia e migliaia di soldati, lontani dalla patria, che nessuno aveva informato su quanto doveva accadere l’8 settembre.
Come era stato possibile - mi ripetevo con frequenza - che intorno all’8 settembre, ci fosse stato un tal gran segreto, che neppure i comandi di reggimento non ne sapessero niente tanto da non dare ordini o suggerimenti per mettere ogni reparto in condizione di affrontare una nuova ed eventuale realtà?
Possibile - mi ripetevo ancora - che i soldati fossero considerati soltanto dei birilli, dei bambolotti, merce da macello?
Non ero riuscito a dare una risposta a questo interrogativo, se non con i dati di fatto inequivocabili e significativi, che dimostravano la mia completa ignoranza e quella degli altri ufficiali, nonché quella di tutti i soldati del mio battaglione, riguardo a quanto avevano fatto i nostri governanti e gli Alleati per porre fine alla nostra guerra.
L’8 settembre, infatti, era stato un giorno qualsiasi della settimana, uguale agli altri giorni, coi soliti rituali, senza fantasia, della sveglia alla mattina alle ore sei, della distribuzione del caffè ai soldati presenti in caserma, del servizio di corvè nel portare il caffè ai soldati comandati a prestare servizio nei vari fortini e postazioni, sistemate intorno a Carlopago.
La sola novità di quella mattina, riguardava il carico di materiale su un motopeschereccio, effettuato, fra l’altro, senza eccessivo entusiasmo.
Nessuno nel presidio aveva avuto alcun motivo da essere portato, anche a fare delle fantasiose congetture su una eventuale fine della guerra.
Eravamo consapevoli che la situazione militare aveva preso una piega piuttosto disastrosa per l’esercito italiano e che ci attendevano giorni molto bui.
Non immaginavamo, però, che il primo giorno buio fosse proprio quell’8 settembre, che si era presentato sereno, luminoso.


racconti di Pietro Boldrini

INDICE

 

Home Page

il Territorio
Cenni storici
Arte e Cultura
Almanacco storico
Enciclopedia
Guerra del 1944
 
Calendario eventi
Web TV
- 46 video-audio online
 
il Palio
le Contrade
Forum del Palio
 
Ospitalità
Numeri utili
Stradario
 
Immagini
Cartoline
Pubblicazioni
 
Come arrivare
 
Links
 
il Mercatino
di fucecchionline.com
 
Gastronomia
Toscana
 
Contatti


www.gonews.it
quotidiano on-line
dell'Empolese Valdelsa
e oltre...

www.retetoscana.it
ospitalità in Toscana

 


Ottica  S A B A T I N I

Fucecchio - C.so Matteotti

le più famose linee di occhiali da sole e le migliori lenti a contatto
 

Fucecchio - Via Battisti

stampa le tue foto anche tramite Internet
potrai inviarle dal tuo PC e ritirarle in negozio

LD TECHNOLOGY

Fucecchio - Viale Buozzi

il tuo computer
a partire da
299,00
 
Google
in Google         oppure in Fucecchionline.com

fucecchionline.com di G. Pierozzi  ®  2002 / 2009