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In Ventignano, dopo la
distruzione del ponte sull’Arno operata dai
cacciabombardieri alleati la mattina del 2 luglio, poco
dopo le ore sette, i contadini vivevano più
tranquillamente. Si cominciavano a sentire le cannonate;
il timore dei rastrellamenti che venivano operati dai
soldati tedeschi era sempre presente; ma molti contadini
sanpierinesi non erano nemmeno sfiorati dalla
consapevolezza che ormai il tratto dell’Arno
Empoli-Pontedera sarebbe diventato linea zona di guerra
fra angloamericani e tedeschi.
La mattina del 16 luglio un paio di ufficiali tedeschi
ordinarono al parroco don Campigli di informare tutti i
parrocchiani che dovevano obbligatoriamente sfollare,
lasciare cioè nell’arco di 24 ore tutta l’area di S.
Pierino che sarebbe diventata nel giro di pochi giorni
fronte di guerra.
La notizia dello sfollamento obbligatorio fu accolta
dalla famiglia di Pietro Boschi con un certo scetticismo
e con molta contrarietà. Pietro, il capoccio, 59 anni,
tenne consiglio al momento del pranzo.
- Cosa si fa?
Ottorino, il figlio quasi ventenne, propose di appurare
la veridicità della notizia. Pietro gli disse:
- Vai a vedere cosa fanno le famiglie che abitano a
confine del nostro podere.
Ottorino inforcò la bici e dopo un quarto d’ora rientrò
a casa e disse:
- Stanno partendo tutti. Portano via le bestie e
caricano tanta roba nei carri agricoli.
- E allora, Giulia – raccomandò Pietro alla moglie –
bisogna cominciare a prepararci anche noi. Io e Ottorino
tireremo fuori un paio di sacchi di farina e porteremo
giù due materasse. Tu, Giulia, prepara sul tavolo di
cucina tutto ciò di cui avrai bisogno per prepararci un
boccone. Ci penseremo io e Ottorino a caricarla sul
carro tutta la tua roba.
- Dovrò preparare anche un po' di biancheria – osservò
la massaia.
Mentre si stavano preparando per la partenza, si
fermarono sull’aia, alla guida di un carro agricolo
trainato da una mucca, i due fratelli Costagli, due
scapoloni, proprietari del podere coltivato a mezzadria
da Pietro Boschi.
- Allora è proprio vero che bisogna sfollare ! – esclamò
il capoccio.
- Senti, Pietro, non importa che tu porti il tuo carro.
Tutta la vostra roba la caricate sul nostro carro.
Semmai a questo carro ci attacchi anche la tua mucca.
- Ma dove ci conviene andare? – chiese Pietro.
- Ci conviene andare a S. Miniato dalla parte dei
cappuccini. Noi ci conosciamo molto bene una famiglia di
contadini che saranno contenti di ospitarci.
Verso le ore 15 pomeridiane il corteo si mise in moto in
direzione di S. Miniato Alto. Davanti Pietro che teneva
la cavezza per guidare le bestie; dietro il carro
Giulia, il figlio Ottorino e i due fratelli Costagli.
Sull’erta che dalla scala porta a S. Miniato,
intravidero altri piccoli cortei che si inerpicavano
sulla lunga salita. Giunti in prossimità del cimitero
chiesero da dove era più prudente passare per
raggiungere i Cappuccini.
- Per carità, non passate dai mezzi – raccomandò loro
una donna sulla cinquantina. E’ troppo pericoloso.
Passate dal centro di S. Miniato fino all’ospedale poi
la strada prosegue per i Cappuccini.
L’ingresso in S. Miniato dalla parte del convitto di S.
Chiara fu scioccante. Il lastricato era cosparso di
macerie, di travicelli, di pezzi di finestre, di porte
divelte. Vi si respirava atmosfera di guerra.
L’attraversamento del centro storico richiese molto
tempo : per consentire alle mucche di procedere con una
certa facilità, Ottorino, i due fratelli e anche Giulia
dovettero molte volte liberare la strada da una infinità
di ostacoli piccoli e grandi.
Quando giunsero in prossimità dell’ospedale erano
passate da tempo le ore diciotto. Verso le venti
giunsero nella zona dei Cappuccini e quindi nella casa
colonica indicata dai fratelli Costagli dove vennero
accolti familiarmente. Vennero tutti quanti rifocillati
e a tutti e cinque venne assegnato un alloggio per il
riposo notturno. Ottorino dovette dormire in un
sottoscala per tenere compagnia al figlio del colono
ospitante che era terrorizzato dalle cannonate. Gli
altri vennero sistemati in stanze al piano terra.
Fin dalla prima notte dovettero abituarsi ai botti delle
cannonate che martellavano forse delle postazioni di
artiglieria tedesca a circa un chilometro di distanza.
Il giorno dopo, girovagando nei dintorni, Ottorino
incontrò la famiglia Lattanzi di S. Pierino che era
alloggiata in una casa nuova di zecca. Il Lattanzi era
conosciutissimo a S. Pierino perché gli mancavano tutte
e due le gambe che aveva perdute nella Prima Guerra
Mondiale. Il Lattanzi fu felice di vedere un
sanpierinese.
- Vieni a vedere cosa sto facendo – disse con un certo
sussiego a Ottorino.
Il Lattanzi, pur disponendo di due protesi di legno, era
costretto ad aiutarsi con due stampelle per potersi
spostare. Il grande invalido accompagnò Ottorino sul
retro della casa e gli mostro il grande foro che aveva
aperto con un grosso scalpello.
- Questo sarà l’ingresso del nostro rifugio.
In quel momento si aprì una finestra. Vi sia affacciò la
figlia del Lattanzi, una bellissima ragazza. Ottorino le
sorrise e la salutò non nascondendo un certo imbarazzo.
La ragazza contraccambiò con un sorriso perlaceo reso
ancora più luminoso dai suo occhi neri e lucenti.
Ottorino non poteva esimersi dal bisogno di venire a
fare tutti i giorni una capatina nel cortile del
Lattanzi.
In prossimità della casa Lattanzi vi era una grossa
macchia, una boscaglia dalla fittissima vegetazione.
- Ho paura di quella macchia , caro Ottorino – confidò
il Lattanzi.
- Perché ? – chiese Ottorino.
- So che molte volte vi si nasconde un gruppo di
partigiani e se facessero i bischeri sarebbero guai per
noi tutti.
Il Lattanzi aveva visto giusto.
Un paio di giorni dopo un gruppo di partigiani ordì un
agguato contro un camion carico di tedeschi. Un soldato
rimase gravemente ferito. Scattò immediatamente la
rappresaglia germanica. Ottorino, avvisato in tempo,
fuggì insieme ai fratelli Costagli e per un paio di
giorni si rifugiò nella sua casa in Ventignano.
Poi i tre rientrarono ai Cappuccini. La notte medesima
del loro arrivo vi fu un intenso cannoneggiamento degli
angloamericani. Una cannonata colpì il tetto della casa
dei Lattanzi ed una scheggia, penetrandole nel cuore,
uccise la figlia del Lattanzi, la ragazza dal sorriso
perlaceo.
La morte della ragazza turbò profondamente Ottorino e
tutti gli altri sfollati.
Pietro Boschi disse:
- Non è più il caso di rimanere qui. Ieri è toccato a
quella ragazza; domani potrebbe toccare a noi. Bisogna
andar via di qui.
Ai cinque di Ventignano venne suggerito di trasferirsi
verso Colligalli. All’alba, passando attraverso viottoli
di campagna, dopo un lungo ed avventuroso viaggio
giunsero nelle campagne di Colligalli, una zona dove il
cannone si faceva sentire molto più raramente. Il primo
contadino al quale chiesero ospitalità, li respinse
malamente. Pietro ne rimase molto offeso ed in cuor suo
maledisse quell’energumeno che si era comportato alla
stessa stregua dei nazisti. Quel contadino non si era
lasciato impietosire dalla narrazione della lunga
odissea delle due famiglie ventignanesi. I cinque
proseguirono. Pietro individuò una collina dietro la
quale la sicurezza sarebbe stata garantita. Fecero
riposare una mezz’oretta le due mucche, molto stanche, e
poi ripresero il cammino verso la cima della collina
indicata da Pietro. Sul versante opposto c’era una casa
colonica.
- Siate i benvenuti – disse loro il capoccio
colligallese – Sentitevi a casa vostra. Divideremo
tutto. Mettete pure le vostre bestie insieme alle
nostre.
Questa accoglienza cancellò tutta l’amarezza ed il
rammarico suscitati nei nostri compaesani dal rifiuto
del primo contadino colligallese.
La seconda quindicina di agosto consentì a tutti quanti
di riprendere regolarmente il lavoro nei campi. Giulia
condivideva le mansioni con l’altra massaia. Si mangiava
alla medesima tavola; si dormiva nelle camere, ci si
alzava all’alba per andare a lavorare nei campi.
Una mattina il contadino colligallese disse ai nostri:
- Domani andrò al Mulino di Montaione a macinare qualche
sacco di grano. Se volete posso farvene macinare uno
anche a voi.
Pietro si mostrò particolarmente compiaciuto per una
simile proposta.
- Verrò anch’io a farvi compagnia. Se volete ve lo pago
subito il grano; oppure, se lo preferite, posso
restituirvelo non appena avremo battuto il nostro grano
che è rimasto tutto nei campi.
- Prima andiamo a Montaione: ne riparleremo al ritorno.
Un contadino che abitava a circa un chilometro di
distanza prestò ai nostri un somarello e un carretto. Il
Boschi rimase particolarmente ammirato dalla bellezza
della vegetazione che copriva le colline in mezzo alle
quali passavano a bordo del carretto trainato dal
somarello.
- Che bellezza ! – esclamava ripetutamente Pietro
Boschi.
Quando rientrarono in cima alla collina trovarono tutti
gli sfollati festanti. Era il due settembre.
- Ci hanno detto che Fucecchio è stato liberato e che i
tedeschi sono scappati dal nostro comune la notte del 31
agosto. Possiamo ritornare a casa – disse d’un fiato il
maggiore dei fratelli Costagli.
- Non abbiate fretta a ritornare – disse il colono
ospitante – Lasciate passare qualche giorno. I tedeschi
hanno disseminato strade e campi di mine. Meglio
ritardare la partenza di un paio di giorni.
Giulia intervenne e disse:
- Senti, Pietro: io e Ottorino, domattina, andremo a
piedi a casa. Ho paura dei ladri. Non vorrei che
entrassero in casa e ci portassero via tutto.
- Ha ragione – disse il minore dei fratelli Costagli –
Vengo via anch’io con voi. Appena vedrò che anche voi
potrete ritornare verrò in bicicletta ad avvertirvi.
Giulia, Ottorino ed il Costagli rientrarono a casa. I
ladri non avevano mancato di visitarla, ma non avevano
portato via niente perché Pietro aveva sotterrato da
tempo tutto quello che poteva costituire un valore. Il
grano nei campi, nonostante fosse stato già abbicato,
c’era quasi tutto. Sarebbero stati tanto necessari il
carro e le due mucche.
- Domani sera, verso le cinque, vado lassù in bicicletta
a chiamarli. Ci dormo e ritorno qui domani l’altro
mattina presto.
La mattina del 5 settembre il Costagli ritornò a S.
Pierino in bicicletta. All’alba dello stesso giorno,
aiutati dai colligallesi, Pietro e il Costagli
caricarono le loro masserizie ed il sacco di farina sul
loro carro agricolo e vi attaccarono le due mucche. Dopo
gli affettuosi ringraziamenti e le doverose promesse di
visite reciproche i due sanpierinesi lasciarono la
collina di Colligalli e si diressero verso la Catena.
Il viaggio procedeva lentamente dato che il carro con il
suo carico e le continue salite e discese costringevano
le due mucche ad un notevole dispendio di energie. Ad un
certo punto, quasi in prossimità della Catena, il povero
Pietro, disfatto dalla stanchezza disse:
- Non ce la faccio più a camminare. Bisogna che salga
sul carro.
E così fece. Il sole era già alto nel cielo. Non
dovevano mancare molti minuti a mezzogiorno. Giulia
stava preparando qualcosa da mangiare per tutti e
cinque. Il minore dei Costagli era rientrato prima delle
ore dieci ed aveva pronosticato:
- Al più tardi, rientreranno verso il tocco.
Pietro si sedette sulle materasse. Si sentì rinascere.
Le mucche, invece, non volevano saperne di proseguire.
Erano stanche morte.
- Facciamole riposare qualche minuto – propose Pietro.
Dopo il riposo, le mucche ripresero il cammino.. Si era
ormai in vista di Ventignano. Una campana annunciò con i
suoi rintocchi il mezzogiorno. Pietro si commosse
nell’udire quel suono. Il Costagli, davanti alle mucche
neppure se ne accorse.
Appena la campana smise di suonare, una ruota del carro
inciampò su qualcosa di grosso. Il Costagli fece l’atto
di girarsi per vedere da cosa era costituito l’ostacolo;
uno schianto fragoroso lo gettò per terra. Volarono in
aria una ruota del carro ed il corpo stanco del povero
Pietro. Il corpo del Boschi ricadde per terra. Il
Costagli si rialzò ed ebbe il tempo di vedere il carro
distrutto, una materassa ridotta in brandelli e tutta la
farina disseminata per terra. A pochi metri di distanza
scorse il corpo di Pietro Boschi.
- Pietro ! Pietro ! – gridò. Ma non ebbe nessuna
risposta. Si avvicinò al corpo del suo contadino, si
chinò, lo chiamò di nuovo, ma Pietro non dava segni di
vita. Il cuore non batteva più. Anche se non mostrava
ferite sanguinanti, era morto.
Intanto Giulia, allarmata da quella deflagrazione, si
era affacciata alla finestra ed aveva chiesto al figlio
Ottorino che si trovava sull’aia:
- O cosa sarà successo?
- Deve essere scoppiata una mina.
Poco dopo giunsero di corsa alcune persone.
- Giulia, Ottorino! E’ scoppiata una mina sotto il carro
del vostro Pietro. Correte! Avranno bisogno del vostro
aiuto.
Giulia non poteva credere a quanto era accaduto.
“Proprio ora che siamo ritornati sani e salvi a casa!”
pensava.
Già si preoccupava in cuor suo di risolvere il problema
del trasporto del suo Pietro all’ospedale di Fucecchio,
convinta che fosse ferito, anche se gravemente.
Quando lei ed il figlio giunsero sul posto si resero
conto che il loro Pietro li aveva lasciati per sempre.
In bicicletta giunse anche don Campigli che esternò loro
tutto il rammarico ed il cordoglio per una morte così
beffarda.
Il priore, senza perdere un minuto di tempo, disse ai
presenti:
- Andate a cercare subito un carretto. Ci caricheremo
Pietro e lo porteremo subito a casa.
Poi rivolto ad Ottorino, il parroco disse:
- Senti, Ottorino. Di casse da morto non se ne trova una
nemmeno a Fucecchio. Se permetti me ne occupo io . Ne
farò fare una grezza al Nuvoli. Perciò non preoccupatevi
per questo problema.
- La ringrazio, sor priore – disse con un filo di voce
Ottorino, diventato così improvvisamente orfano.
Arrivò il carretto. Don Campigli, con l’aiuto di altri
due uomini, sistemò la salma di Pietro, tutta
infarinata, sopra il carretto e l’accompagnò fino a
casa: la benedisse di nuovo ed andò subito dal Nuvoli
per ordinargli la bara.
Al mesto trasporto presero parte anche i membri della
famiglia che lo avevano così benevolmente ospitato a
Colligalli.
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