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Era
nato a S. Pierino il 10.9.1921
Nel 1940 aveva seguito un corso premilitare a Fucecchio
sotto la guida del rag. Pecchia, di Oscar Giusti e del
Maresciallo Malvolti.
Quando il 20 gennaio 1941 dovette lasciare la famiglia
per il servizio militare, i suoi genitori parvero
impazzire dal dolore. Altri tre figli erano già partiti
per quella maledetta guerra. Il terzo, per legge, appena
Giovanni ebbe prestato giuramento, fu rimandato a casa.
Assegnato ad un battaglione di mitraglieri, venne subito
spedito a Zara e gli venne assegnato la mansione di
guardia di frontiera.
Dopo appena un paio di mesi di permanenza a Zara, il 7
aprile 1941 l’Italia dichiarò guerra alla Iugoslavia e
Giovanni Petri dovette prendere parte alle prime
operazioni belliche che spinsero il suo battaglione al
di là dei confini iugoslavi per oltre 60 chilometri.
Dopo questa fulminea avanzata, il battaglione di Petri
dovette rientrare nella zona di confine per prestare
GIURAMENTO dinanzi al famoso generale De Bono.
A giugno entrarono in azione i partigiani iugoslavi. Per
prevenire e punire le loro azioni di sabotaggio –
distruzione di binari, attacco ed uccisione di gruppi
isolati di soldati italiani – il battaglione di Giovanni
venne rimandato in Iugoslavia con il compito preciso di
perlustrare ed effettuare rastrellamenti e rappresaglie.
Una sera i partigiani iugoslavi attaccarono una colonna
di soldati italiani che rientravano alla base dopo aver
prestato servizio presso una postazione di artiglieria
situata in altura. I nostri riportarono gravi perdite.
L’indomani mattina una compagnia – di cui faceva parte
anche il Petri – venne mandata a fare la rappresaglia in
un villaggio.
I nove uomini catturati nel villaggio vennero
immediatamente fucilati. Una donna con due bambini
chiese inutilmente di essere passata alle armi insieme
al marito. dopo la fucilazione il gruppo dei
lanciafiamme incenerì il villaggio. Il fumo del
villaggio incendiato favorì il contrattacco dei
partigiani che vennero bloccati dai tiri di mortaio di
una batteria che fungeva da appoggio alla compagnia
incaricata della rappresaglia.
Petri Giovanni, nonostante due attacchi di malaria che
gli permisero di rimettere piede a S. Pierino per due
periodi di convalescenza lunghi 20 giorni, fece sempre
ritorno in Iugoslavia. Al suo battaglione, che si
trovava a 150 chilometri dal confine italiani, venne
assegnato il compito di presidiare , uno dopo l’altro,
sette paesi serbi. Il compito non si rivelò mai troppo
pericoloso anche perché tutti i membri del suo gruppo
sapevano fraternizzare con molte delle famiglie nemiche,
specie quelle a cui affidavano la pulizia della loro
biancheria intima.
Giovanni e gli altri militari italiani dovevano
istituire anche posti di blocco. Il pattugliamento,
soprattutto notturno, dei paesi era particolarmente
pesante nel periodo invernale quando la temperatura
scendeva anche a 35 gradi sotto lo zero. Fortunatamente
i partigiani detestavano solo e soltanto i bersaglieri e
le “camicie nere” (i miliziani fascisti): non
molestavano quasi mai i nostri fanti.
Nel luglio del 1943 gli anglo-americani sbarcarono in
Sicilia. Le campagne militari in Africa erano state
disastrose. Giovanni aveva saputo che gli esercito
italo-tedeschi che operavano nella grande Russia
battevano la ritirata. Gli ufficiali però li
rincuoravano e riaccendevano le speranze nella vittoria.
Essi affermavano:
- Ricordate la situazione disastrosa di Caporetto? Tutti
ci davano come perdenti. E invece a distanza di quasi un
anno risorgemmo e conquistammo la palma della vittoria.
Noi rigetteremo in mare gli anglo-americani che sono
sbarcati in Sicilia; riconquisteremo l’Africa;
ritorneremo vittoriosi in Russia: non faremo mai la fine
di Napoleone.
Rincuorati da simili iniezioni di trionfalismo, i
soldati italiani del gruppo di Giovanni Petri accolsero
con un certo scetticismo la notizia che l’Italia aveva
chiesto ed ottenuto l’armistizio in data 8 settembre
1943. L’armistizio significava fine della guerra; ma
come crederci? Giovanni vide un tenente dei bersaglieri
piangere avita tagliata quando seppe dell’armistizio. Il
Comando diramò questo ordine:
- Non consegnate le armi a nessuno.
Il giorno dopo, di mattina, i soldati italiani del
gruppo del Petri furono informati che nel corso della
giornata sarebbero arrivati i tedeschi per dare il
cambio agli italiani. Giovanni sperò che dopo quel
cambio di guardia avrebbe potuto far ritorno in Italia.
I tedeschi arrivarono subito dopo mezzogiorno. I loro
comandanti chiesero di conferire con gli ufficiali
italiani. Dopo un’ora di trattative, il colonnello dei
bersaglieri ci ordinò di consegnare tutte le armi ai
tedeschi. E dopo la consegna delle armi, la grande
beffa.
tutti i militari italiani presenti vennero incolonnati e
portati nella caserma dei bersaglieri.
Il colonnello, con tono pacato e rassegnato, informò:
- Siamo ormai prigionieri dei tedeschi. Essi
desidererebbero che noi volontariamente combattessimo al
loro fianco. Chi prenderà questa decisione sarà trattato
alla pari di un soldato tedesco. Chi , invece, non vorrà
collaborare, sarà trattenuto e trattato alla stregua di
un prigioniero di guerra. Ognuno decida come meglio
crede.
Dopo questo discorso gli ufficiali italiani vennero
avviati ad un albergo del posto. Giovanni e gli altri
soldati dovettero rimanere in caserma.
Per alcuni giorni consecutivi gli ufficiali italiani si
presentarono in caserma per convincere i soldati
italiani a combattere a fianco dei tedeschi. dopo sei
giorni di inutili tentativi, gli ufficiali vennero
portati via con dei camion; i soldati italiani, invece,
vennero incolonnati dai tedeschi, e condotti a piedi,
sotto scorta armata, fino ad una stazione ferroviaria
distante 150 chilometri. Nel corso di questa estenuante
marcia di trasferimento durata alcuni giorni, Giovanni
riconobbe fra i tanti prigionieri un fucecchiese, certo
Lidio Guerrieri. Si abbracciarono in preda ad una
commozione profonda, e giurarono che non si sarebbero
più lasciati a costo anche di morire.
Raggiunsero la stazione al calar della sera e vi
dormirono. Il mattino dopo, alle ore 10, vennero
caricati su vagoni adibiti al trasporto del bestiame:
quaranta per ogni vagone. Viaggiarono quattro giorni nel
corso dei quali furono obbligati a lunghe soste perché
dovevano dare la precedenza ad altri treni. orinavano
attraverso le fessure del vagone. Per non rendere fetida
l’aria del vagone qualcuno defecò nella gavetta che pulì
con la carta e gettandone il contenuto dall’alto di uno
dei finestrini. Effettuarono tre fermate e furono
rifocillati con delle farinatine che vennero loro
distribuite dalle crocerossine. Durante il lungo e
disagevole viaggio non bevvero quasi mai e scattò in
ognuno di loro la molla della solidarietà che rese meno
amara quella dolorosa esperienza. Il dolore li
affratellò. Dopo aver attraversato la Prussia Orientale,
percorsero un lungo corridoio polacco e alla fine
raggiunsero il Mal Baltico e furono dirottati nel campo
di prigionia di Talbag. Com’era grande!
Le baracche erano lunghe una sessantina di metri e
larghe venti. All’interno vi erano letti di legno a
castello dove potevano riposare circa trecento
prigionieri. Ogni posto letto aveva in dotazione un
pagliericcio e due coperte di lana. Agli ufficiali venne
assegnata una baracca diversa, separata da quella dei
soldati tramite un alta rete metallica.
L’esperienza in quel campo durò pochissimi giorni.
Giovanni, Lidio ed una altra trentina di prigionieri
vennero mandati a tagliare gli alberi in un bosco non
troppo lontano sotto la guida di due boscaioli civili e
sotto la scorta di un militare armato. Vennero
alloggiati nella cascina della casa di in contadino dove
dormivano e mangiavano. Avevano a disposizione un cuoco
e una dispensa. Anche se il lavoro era faticoso, Lidio e
Giovanni preferivano restare in quella cascina piuttosto
che nel campo si prigionia dentro quelle baracche
stracolme di esseri umani.
Una mattina, però, furono riportati nel campo di
prigionia. L’amarezza dei due fucecchiesi fu grande.
L’esperienza del bosco era stata tonificante. Lì avevano
ripreso a parlare delle loro famiglie, dei loro amori,
dei loro progetti per il futuro. Nel bosco avevano
riassaporato le dolci atmosfere della pace. Quanto
avrebbero desiderato far sapere ai loro cari che erano
vivi e lontani finalmente dalle zone di guerra! Ma ora
bisognava ricominciare da capo ed abituarsi ai rigidi
regolamenti che disciplinavano la vita nel campo di
prigionia.
La loro permanenza nel campo di prigionia non durò più
di 24 ore.
L’indomani mattina, Lidio, Giovanni ed altri trecento
prigionieri furono accompagnati a piedi ad una stazione
ferroviaria distante una quindicina di chilometri. Lì,
vennero caricati su di un treno e condotti in un altro
campo di prigionia sul Mar Baltico dove giunsero verso
le ore 17.
In questo campo vennero trattenuti per alcuni mesi. Il
nuovo campo era grandissimo, smisurato. Vi erano
prigionieri, sistemati in grandi baracche, di tutte le
nazionalità convenientemente separati. I posti migliori
– nelle cucine e negli uffici – se li erano accaparrati
i francesi caduti prigionieri addirittura nel 1939 e
1940. I mesi di permanenza in questo campo di prigionia
furono i più duri per i due fucecchiesi. Dovevano
trascorre tutta la giornata in baracca. Qualche volta,
ma rarissimamente, li portavano alla stazione a
scaricare i vagoni con approvvigionamenti per persone ed
animali. Nella baracca c’era una sola stufa a carbone e
naturalmente tutti i membri della baracca vi si
sistemavano intorno per contrastare i rigori del gelido
inverno 1943-1944.
Il rancio, una farinata per niente densa, vi veniva
distribuito una volta al giorno nei vari piazzali del
campo.
Giovanni molto spesso ricordava all’amico Lidio:
- Quanto si stava meglio quando tagliavamo le piante nel
bosco! Avevamo il cuoco italiano. Magari la dispensa non
era troppo fornita, ma ci pensavamo noi, la domenica, a
far provvigioni di patate.
- Almeno, quando eravamo lì, potevamo uscire in libera
uscita tutte le domeniche. E le patate ce le potevamo
lessare da soli, e sfamarci.
In quell’immenso campo di prigionia stavano molto bene
soltanto i prigionieri francesi, inglesi ed americani.
Essi, tramite la Croce Rossa Internazionale, potevano
ricevere grossi pacchi di viveri che venivano loro
spediti dalle famiglie. Non solo non pativano la fame,
ma potevano disporre perfino di dolciumi. I più
disgraziati erano i prigionieri italiani e russi. Per
essi la Croce Rossa non funzionava. Lidio e Giovanni
potevano comunicare con i prigionieri francesi ed
inglesi attraverso le reti di separazione. Inglesi,
francesi e americani non regalavano niente a nessuno:
accettavano soltanto gli scambi. Se avevi da offrire una
catenina, un anello, un orologio potevi ricevere in
cambio qualcosa da mangiare. Né Livio né Giovanni
disponeva di simile moneta di scambio.
- Per Natale ci sarà un rancio speciale – dicevano in
molti.
Un sacerdote celebrò la Messa notturna nella baracca. A
mezzogiorno, però, venne servita ai prigionieri la
solita farinatina con l’aggiunta di una “rumaiolata” di
liquido giallo e dolciastro.
Dopo tre mesi di permanenza in quel campo di prigionia,
Lidio e Giovanni, insieme a tanti altri, nel marzo del
1944, vennero trasferiti a Stoccarda per essere
impiegati come operai nelle industrie belliche e civili
di quella città. Durante il viaggio di trasferimento, in
treno merci, non vennero mai attaccati dagli aerei
anglo-americani. Giunti a Stoccarda, prima di essere
assegnati ad uno stabilimento dove si producevano pezzi
da ricambio per treni, i due fucecchiesi vennero portati
in campo di prigionieri russi per la disinfestazione
detta anche quarantena.
Dopo la brevissima quarantena i due fucecchiesi ed altri
prigionieri vennero alloggiati in un fabbricato in
muratura dotato di impianto di riscaldamento e di
servizi igienici. Questo fabbricato era molto vicino
allo stabilimento dove ogni giorno dovevano recarsi a
lavorare. Lavoravano dalle ore sei del mattino fino alle
ore dodici. Il rancio era molto più sostanzioso: oltre
alla solita farinata che, però, era molto più densa,
veniva loro assegnato anche il pane tedesco, quello nero
come il carbone, ma sostanzioso. Inoltre, quando, grazie
all’intervento di Mussolini in favore dei prigionieri
italiani, anche Lidio e Giovanni vennero promossi con la
qualifica di internati militari poterono usufruire di
una paga e godere della libera uscita. E proprio durante
la libera uscita potevano acquistare nei bar, senza la
speciale tessera di approvvigionamento, uno “stampo”
fatto con patate cotte.
Questa forma di prigionia sarebbe stata vivibile e
godibile se non fosse stata funestata quotidianamente
dai bombardamenti aerei molto pesanti. Purtroppo venne
centrato anche lo stabilimento dove Lidio e Giovanni
lavoravano.
Nel marzo del 1945, visto che i continui bombardamenti
aerei impedivano agli internati di lavorare, il Comando
Tedesco adottò un provvedimento di urgenza: ad ogni
internato militare dello stabilimento venne rilasciato
un documento che lo autorizzava a viaggiare
gratuitamente su qualsiasi treno che fosse diretto verso
il confine italiano.
A Stoccarda Lidio e Giovanni riuscirono a salire su di
un treno stracarico di militari italiani. I due
fucecchiesi, in maniera fortunosa si erano procurati un
posto a sedere. Improvvisamente le sirene annunciarono
l’imminenza di un bombardamento aereo. Ci fu un fuggi
fuggi generale. Lidio e Giovanni, per non rimanere
intrappolati nel treno si calarono giù dal finestrino. e
si allontanarono dalla stazione.
Dopo l’incursione aerea anche i nostri due vennero fatti
salire su di un treno merci che li scaricò ad Insbruk,
in Austria, poco distante dal confine italiano.
A Insbruk non c’era rimasto niente. Aveva subito 45
bombardamenti aerei a tappeto. Il Petri, il Guerrieri e
gli altri del vagone merci vennero alloggiati in un
albergo abbandonato.
- Qui sarete al sicuro. Ormai è da circa un mese che la
città non viene più bombardata.
L’albergo era in condizioni pietosissime: arredi, porte
e finestre erano spariti: erano rimasti in piedi
soltanto i muri e i pavimenti. Si erano da poco coricati
sui pavimenti, quando alle 22,30 suonò l’allarme aereo.
Lidio e Giovanni uscirono di corsa e, non sapendo dove
erano i rifugi antiaerei, si ritrovarono nei paraggi
della stazione ferroviaria che era l’obiettivo
prediletto dei bombardieri. Fortunatamente vennero
lanciati del bengala che illuminarono a giorno l’intera
zona. All’impazzata si allontanarono di circa duecento
metri dalla stazione ed appena percepirono il rumore
degli aerei in arrivo, non avendo scorto nessun rifugio,
si accovacciarono nella profonda buca prodotta da un
precedente bombardamento. Ad ondate successive gli aerei
americani martellarono la città per un’ora e mezza.
Giovanni e Lidio erano letteralmente terrorizzati.
Un’infinità di volte avevano udito le bombe esplodere a
pochi metri di distanza, Quando risalirono la profonda
buca erano ancora ricoperti di povere e di calcinacci.
Rientrarono in albergo. La città sembrava deserta; di
quando in quando scorgevano delle pattuglie di militari.
Al mattino, al momento del risveglio, furono allertati
da un nuovo allarme aereo. Questa volta non fu loro
difficile individuare un rifugio, grazie soprattutto ad
alcuni civili che gliene indicavano l’ubicazione con
ampi gesti delle braccia e delle mani. Il rifugio
indicato disponeva addirittura di sette porte d’entrata.
Doveva essere sicurissimo. Poco dopo che i due
fucecchiesi erano entrati cessò l’allarme e venne
suonato il preallarme. Lidio e Giovanni avevano
adocchiato, prima di entrare nel rifugio, un chiosco
dove vendevano le sigarette. E siccome erano stati
forniti di una tessera che consentiva loro di acquistare
la loro quota di generi alimentari e di tabacco. Dopo
aver acquistato le sigarette, Lidio e Giovanni si
diressero di nuovo verso la porta del rifugio dalla
quale erano usciti, ma una sentinella tedesca non li
fece passare ed ordinò loro di entrare da un’altra delle
sette porte. Anche le sentinelle di altre cinque porte
non li fecero entrare. Delusi ed contrariati cercarono
la settima porta. Finalmente poterono entrare senza
esser cacciati via.
Appena entrati nel rifugio, Giovanni vide una persona
che gli veniva incontro. Quando giunsero ad un metro di
distanza, l’uno dall’altro, si fermarono e si fissarono
in volto. Bastarono pochi attimi e si riconobbero: la
persona che stava davanti a Giovanni era il fratello
Turiddo.
L’incontro fu commoventissimo. Sembrava che Qualcuno
dall’alto lo avesse fin lì pilotato. Se le sentinelle
delle porte del rifugio non avessero dirottati i due
nella settima porta, l’incontro non sarebbe sicuramente
avvenuto.
Nel rifugio i due fratelli dettero la stura alla
narrazione delle loro vicende militari. Nessuno dei due
aveva notizie della famiglia, di S. Pierino. Non
sapevano nemmeno che ormai da oltre sette mesi il
territorio del loro comune era stato liberato
dall’invasione dei soldati tedeschi.
Al termine dell’allarme rientrarono nell’albergo, ma
prima di riprendere la marcia verso l’Italia furono
obbligati a sgombrare certi nodi viari della città dalle
macerie.
In treno, con partenza da Insbruk, raggiunsero il
confine italiano. Dal confine raggiunsero a piedi la
città di Bolzano. Anche l’immagine dell’Italia non
differiva molto da quella della Germania e dell’Austria.
Linee ferroviarie, elettriche e telefoniche distrutte;
stazioni e paesi rasi al suolo; ovunque carcasse di
treni, camion, carri armati. Ma finalmente erano nella
loro Patria!
A Vipiteno furono rifocillati da un prete che dette loro
biscotti ed altre cibarie. Il sacerdote disse loro:
- Quando arriverete a Bolzano, presentatevi alla chiesa
di Cristo Re. Lì vicino c’è un altro posto di ristoro
organizzato dalla Croce Rossa.
Non ebbero nessuna noia dai militari tedeschi ormai
prossimi alla disfatta. Si era nell’aprile del 1945.
I bolzanesi non mostrarono nessuna simpatia per i nostri
concittadini che si trattennero in quella città per una
ventina di giorni. Siccome la guerra contro i tedeschi
era ancora in atto, per non correre rischi preferirono
sistemarsi nell’accampamento organizzato dalla Croce
Rossa e prestare il loro servizio come operai in un
laboratorio che fabbricava baracche per i soldati
tedeschi. In pratica erano alle dipendenze della TOD,
agenzia di lavoro tedesca. Lavoravano per i tedeschi dai
quali venivano regolarmente pagati. Per questa ragione i
nostri dormivano nella Caserma dei carabinieri in Via
Trento.
L’8 maggio finì la guerra in Italia. Questa fine, anche
se anticipata fin dal 25 aprile, creò una situazione
veramente caotica. I partigiani pretendevano di farsi
consegnare le armi dai tedeschi. Il Comando tedesco di
Bolzano ordinò ai propri soldati di non consegnare le
armi ai partigiani italiani e di sparare se le avessero
pretese con l’uso della forza. Purtroppo non mancarono
le vittime. Venti persone furono uccise addirittura in
una chiesa.
Per i tre fucecchiesi che lavoravano per la TOD i
problemi non erano finiti. Una mattina furono svegliati
da uno sparo: un soldato italiano, che aveva nascosto
nel suo zaino una pistola tedesca, era stato ucciso da
un ufficiale tedesco. Giovanni Petri e gli altri due
fucecchiesi scesero nel cortile per vedere cos’era
successo. Appena messo piede nel cortile si trovarono
davanti una pattuglia di soldati tedeschi con le armi
spianate. Non solo i tre fucecchiesi, ma anche tutti
coloro che alloggiavano nella caserma vennero portati
sotto scorta armata tedesca in un’altra caserma.
- Ma cosa vi abbiamo fatto? La guerra in Italia è
finita. Lasciateci liberi – disse il soldato italiano
più anziano.
Ed ecco la risposta:
- Noi aspettare ordine del Comando: o tutti liberi o
tutti caput.
Lidio cominciò a piangere, sia pure in maniera
silenziosa.
Non accettava la morte ora che la guerra era finita,
almeno in Italia. Era sopravvissuto alla prigionia, ai
bombardamenti aerei, alle privazioni più incredibili e
proprio ora che si trovava nella sua Patria doveva
rinunciare per sempre a rivedere i genitori, i fratelli
, il suo amato paese.
L’ordine del Comando tedesco non tardò a venire:
- Tutti liberi.
I tre si abbracciarono e questa volta piansero per la
gioia. Poi, a scanso di equivoci, e senza indugiare
nemmeno un minuto, lasciarono Bolzano e a piedi
raggiunsero Trento. Qui, per non esporsi ai pericoli
delle insidie si accamparono in una piazza. Lidio
escogitò uno stratagemma: si finse malato e chiese di
voler rivedere la sua mamma a Firenze. Venne preso sul
serio e con un pullman della CRI, in compagnia dei
fratelli Petri, venne accompagnato in un paese vicino a
Verona.
- Ora rivolgetevi alla Croce Rossa di questo paese. Noi
dobbiamo rientrare a Trento.
I tre raggiunsero a piedi Verona. Ovunque trovavano
posti di ristoro organizzati dai sacerdoti a favore dei
soldati che rientravano ai loro paesi di origine. Con
mezzi di fortuna raggiunsero Bologna.
A Bologna si presentarono alla Caserma della Cavalleria
dove si erano installati i partigiani.
Prima di entrare, un partigiano preposto al servizio
informazioni disse ai nostri tre:
- Se entrate in caserma, potrete uscirne soltanto quando
avremo organizzato un convoglio diretto a Firenze.
- Siamo stufi di prigionia – ribatté Giovanni –
Preferiamo rimanere fuori.
Di notte, mentre girovagavano per Bologna, furono
fermati da una pattuglia inglese che li condusse nella
sede del loro Comando posto al pianoterra di una
palazzina.
Gli inglesi allibirono nell’ascoltare le peripezie di
questi tre giovani fucecchiesi. Alle una di notte li
fecero salire su di un camion che li portò a Firenze. A
Firenze salirono su di un treno che li portò fino ad
Empoli. Poi a piedi fino a S. Pierino. Qui, i due
fratelli Petri trovarono una bruttissima sorpresa: la
loro mamma era morta poche settimane dopo la fine dello
sfollamento che si era protratto dal 21 luglio al 1°
settembre 1944.
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