GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

l'incredibile vicenda di Petri Giovanni

 

Era nato a S. Pierino il 10.9.1921
Nel 1940 aveva seguito un corso premilitare a Fucecchio sotto la guida del rag. Pecchia, di Oscar Giusti e del Maresciallo Malvolti.
Quando il 20 gennaio 1941 dovette lasciare la famiglia per il servizio militare, i suoi genitori parvero impazzire dal dolore. Altri tre figli erano già partiti per quella maledetta guerra. Il terzo, per legge, appena Giovanni ebbe prestato giuramento, fu rimandato a casa.
Assegnato ad un battaglione di mitraglieri, venne subito spedito a Zara e gli venne assegnato la mansione di guardia di frontiera.
Dopo appena un paio di mesi di permanenza a Zara, il 7 aprile 1941 l’Italia dichiarò guerra alla Iugoslavia e Giovanni Petri dovette prendere parte alle prime operazioni belliche che spinsero il suo battaglione al di là dei confini iugoslavi per oltre 60 chilometri. Dopo questa fulminea avanzata, il battaglione di Petri dovette rientrare nella zona di confine per prestare GIURAMENTO dinanzi al famoso generale De Bono.
A giugno entrarono in azione i partigiani iugoslavi. Per prevenire e punire le loro azioni di sabotaggio – distruzione di binari, attacco ed uccisione di gruppi isolati di soldati italiani – il battaglione di Giovanni venne rimandato in Iugoslavia con il compito preciso di perlustrare ed effettuare rastrellamenti e rappresaglie.
Una sera i partigiani iugoslavi attaccarono una colonna di soldati italiani che rientravano alla base dopo aver prestato servizio presso una postazione di artiglieria situata in altura. I nostri riportarono gravi perdite. L’indomani mattina una compagnia – di cui faceva parte anche il Petri – venne mandata a fare la rappresaglia in un villaggio.
I nove uomini catturati nel villaggio vennero immediatamente fucilati. Una donna con due bambini chiese inutilmente di essere passata alle armi insieme al marito. dopo la fucilazione il gruppo dei lanciafiamme incenerì il villaggio. Il fumo del villaggio incendiato favorì il contrattacco dei partigiani che vennero bloccati dai tiri di mortaio di una batteria che fungeva da appoggio alla compagnia incaricata della rappresaglia.
Petri Giovanni, nonostante due attacchi di malaria che gli permisero di rimettere piede a S. Pierino per due periodi di convalescenza lunghi 20 giorni, fece sempre ritorno in Iugoslavia. Al suo battaglione, che si trovava a 150 chilometri dal confine italiani, venne assegnato il compito di presidiare , uno dopo l’altro, sette paesi serbi. Il compito non si rivelò mai troppo pericoloso anche perché tutti i membri del suo gruppo sapevano fraternizzare con molte delle famiglie nemiche, specie quelle a cui affidavano la pulizia della loro biancheria intima.
Giovanni e gli altri militari italiani dovevano istituire anche posti di blocco. Il pattugliamento, soprattutto notturno, dei paesi era particolarmente pesante nel periodo invernale quando la temperatura scendeva anche a 35 gradi sotto lo zero. Fortunatamente i partigiani detestavano solo e soltanto i bersaglieri e le “camicie nere” (i miliziani fascisti): non molestavano quasi mai i nostri fanti.
Nel luglio del 1943 gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia. Le campagne militari in Africa erano state disastrose. Giovanni aveva saputo che gli esercito italo-tedeschi che operavano nella grande Russia battevano la ritirata. Gli ufficiali però li rincuoravano e riaccendevano le speranze nella vittoria. Essi affermavano:
- Ricordate la situazione disastrosa di Caporetto? Tutti ci davano come perdenti. E invece a distanza di quasi un anno risorgemmo e conquistammo la palma della vittoria. Noi rigetteremo in mare gli anglo-americani che sono sbarcati in Sicilia; riconquisteremo l’Africa; ritorneremo vittoriosi in Russia: non faremo mai la fine di Napoleone.
Rincuorati da simili iniezioni di trionfalismo, i soldati italiani del gruppo di Giovanni Petri accolsero con un certo scetticismo la notizia che l’Italia aveva chiesto ed ottenuto l’armistizio in data 8 settembre 1943. L’armistizio significava fine della guerra; ma come crederci? Giovanni vide un tenente dei bersaglieri piangere avita tagliata quando seppe dell’armistizio. Il Comando diramò questo ordine:
- Non consegnate le armi a nessuno.
Il giorno dopo, di mattina, i soldati italiani del gruppo del Petri furono informati che nel corso della giornata sarebbero arrivati i tedeschi per dare il cambio agli italiani. Giovanni sperò che dopo quel cambio di guardia avrebbe potuto far ritorno in Italia. I tedeschi arrivarono subito dopo mezzogiorno. I loro comandanti chiesero di conferire con gli ufficiali italiani. Dopo un’ora di trattative, il colonnello dei bersaglieri ci ordinò di consegnare tutte le armi ai tedeschi. E dopo la consegna delle armi, la grande beffa.
tutti i militari italiani presenti vennero incolonnati e portati nella caserma dei bersaglieri.
Il colonnello, con tono pacato e rassegnato, informò:
- Siamo ormai prigionieri dei tedeschi. Essi desidererebbero che noi volontariamente combattessimo al loro fianco. Chi prenderà questa decisione sarà trattato alla pari di un soldato tedesco. Chi , invece, non vorrà collaborare, sarà trattenuto e trattato alla stregua di un prigioniero di guerra. Ognuno decida come meglio crede.
Dopo questo discorso gli ufficiali italiani vennero avviati ad un albergo del posto. Giovanni e gli altri soldati dovettero rimanere in caserma.
Per alcuni giorni consecutivi gli ufficiali italiani si presentarono in caserma per convincere i soldati italiani a combattere a fianco dei tedeschi. dopo sei giorni di inutili tentativi, gli ufficiali vennero portati via con dei camion; i soldati italiani, invece, vennero incolonnati dai tedeschi, e condotti a piedi, sotto scorta armata, fino ad una stazione ferroviaria distante 150 chilometri. Nel corso di questa estenuante marcia di trasferimento durata alcuni giorni, Giovanni riconobbe fra i tanti prigionieri un fucecchiese, certo Lidio Guerrieri. Si abbracciarono in preda ad una commozione profonda, e giurarono che non si sarebbero più lasciati a costo anche di morire.
Raggiunsero la stazione al calar della sera e vi dormirono. Il mattino dopo, alle ore 10, vennero caricati su vagoni adibiti al trasporto del bestiame: quaranta per ogni vagone. Viaggiarono quattro giorni nel corso dei quali furono obbligati a lunghe soste perché dovevano dare la precedenza ad altri treni. orinavano attraverso le fessure del vagone. Per non rendere fetida l’aria del vagone qualcuno defecò nella gavetta che pulì con la carta e gettandone il contenuto dall’alto di uno dei finestrini. Effettuarono tre fermate e furono rifocillati con delle farinatine che vennero loro distribuite dalle crocerossine. Durante il lungo e disagevole viaggio non bevvero quasi mai e scattò in ognuno di loro la molla della solidarietà che rese meno amara quella dolorosa esperienza. Il dolore li affratellò. Dopo aver attraversato la Prussia Orientale, percorsero un lungo corridoio polacco e alla fine raggiunsero il Mal Baltico e furono dirottati nel campo di prigionia di Talbag. Com’era grande!
Le baracche erano lunghe una sessantina di metri e larghe venti. All’interno vi erano letti di legno a castello dove potevano riposare circa trecento prigionieri. Ogni posto letto aveva in dotazione un pagliericcio e due coperte di lana. Agli ufficiali venne assegnata una baracca diversa, separata da quella dei soldati tramite un alta rete metallica.
L’esperienza in quel campo durò pochissimi giorni. Giovanni, Lidio ed una altra trentina di prigionieri vennero mandati a tagliare gli alberi in un bosco non troppo lontano sotto la guida di due boscaioli civili e sotto la scorta di un militare armato. Vennero alloggiati nella cascina della casa di in contadino dove dormivano e mangiavano. Avevano a disposizione un cuoco e una dispensa. Anche se il lavoro era faticoso, Lidio e Giovanni preferivano restare in quella cascina piuttosto che nel campo si prigionia dentro quelle baracche stracolme di esseri umani.
Una mattina, però, furono riportati nel campo di prigionia. L’amarezza dei due fucecchiesi fu grande. L’esperienza del bosco era stata tonificante. Lì avevano ripreso a parlare delle loro famiglie, dei loro amori, dei loro progetti per il futuro. Nel bosco avevano riassaporato le dolci atmosfere della pace. Quanto avrebbero desiderato far sapere ai loro cari che erano vivi e lontani finalmente dalle zone di guerra! Ma ora bisognava ricominciare da capo ed abituarsi ai rigidi regolamenti che disciplinavano la vita nel campo di prigionia.
La loro permanenza nel campo di prigionia non durò più di 24 ore.
L’indomani mattina, Lidio, Giovanni ed altri trecento prigionieri furono accompagnati a piedi ad una stazione ferroviaria distante una quindicina di chilometri. Lì, vennero caricati su di un treno e condotti in un altro campo di prigionia sul Mar Baltico dove giunsero verso le ore 17.
In questo campo vennero trattenuti per alcuni mesi. Il nuovo campo era grandissimo, smisurato. Vi erano prigionieri, sistemati in grandi baracche, di tutte le nazionalità convenientemente separati. I posti migliori – nelle cucine e negli uffici – se li erano accaparrati i francesi caduti prigionieri addirittura nel 1939 e 1940. I mesi di permanenza in questo campo di prigionia furono i più duri per i due fucecchiesi. Dovevano trascorre tutta la giornata in baracca. Qualche volta, ma rarissimamente, li portavano alla stazione a scaricare i vagoni con approvvigionamenti per persone ed animali. Nella baracca c’era una sola stufa a carbone e naturalmente tutti i membri della baracca vi si sistemavano intorno per contrastare i rigori del gelido inverno 1943-1944.
Il rancio, una farinata per niente densa, vi veniva distribuito una volta al giorno nei vari piazzali del campo.
Giovanni molto spesso ricordava all’amico Lidio:
- Quanto si stava meglio quando tagliavamo le piante nel bosco! Avevamo il cuoco italiano. Magari la dispensa non era troppo fornita, ma ci pensavamo noi, la domenica, a far provvigioni di patate.
- Almeno, quando eravamo lì, potevamo uscire in libera uscita tutte le domeniche. E le patate ce le potevamo lessare da soli, e sfamarci.
In quell’immenso campo di prigionia stavano molto bene soltanto i prigionieri francesi, inglesi ed americani. Essi, tramite la Croce Rossa Internazionale, potevano ricevere grossi pacchi di viveri che venivano loro spediti dalle famiglie. Non solo non pativano la fame, ma potevano disporre perfino di dolciumi. I più disgraziati erano i prigionieri italiani e russi. Per essi la Croce Rossa non funzionava. Lidio e Giovanni potevano comunicare con i prigionieri francesi ed inglesi attraverso le reti di separazione. Inglesi, francesi e americani non regalavano niente a nessuno: accettavano soltanto gli scambi. Se avevi da offrire una catenina, un anello, un orologio potevi ricevere in cambio qualcosa da mangiare. Né Livio né Giovanni disponeva di simile moneta di scambio.
- Per Natale ci sarà un rancio speciale – dicevano in molti.
Un sacerdote celebrò la Messa notturna nella baracca. A mezzogiorno, però, venne servita ai prigionieri la solita farinatina con l’aggiunta di una “rumaiolata” di liquido giallo e dolciastro.
Dopo tre mesi di permanenza in quel campo di prigionia, Lidio e Giovanni, insieme a tanti altri, nel marzo del 1944, vennero trasferiti a Stoccarda per essere impiegati come operai nelle industrie belliche e civili di quella città. Durante il viaggio di trasferimento, in treno merci, non vennero mai attaccati dagli aerei anglo-americani. Giunti a Stoccarda, prima di essere assegnati ad uno stabilimento dove si producevano pezzi da ricambio per treni, i due fucecchiesi vennero portati in campo di prigionieri russi per la disinfestazione detta anche quarantena.
Dopo la brevissima quarantena i due fucecchiesi ed altri prigionieri vennero alloggiati in un fabbricato in muratura dotato di impianto di riscaldamento e di servizi igienici. Questo fabbricato era molto vicino allo stabilimento dove ogni giorno dovevano recarsi a lavorare. Lavoravano dalle ore sei del mattino fino alle ore dodici. Il rancio era molto più sostanzioso: oltre alla solita farinata che, però, era molto più densa, veniva loro assegnato anche il pane tedesco, quello nero come il carbone, ma sostanzioso. Inoltre, quando, grazie all’intervento di Mussolini in favore dei prigionieri italiani, anche Lidio e Giovanni vennero promossi con la qualifica di internati militari poterono usufruire di una paga e godere della libera uscita. E proprio durante la libera uscita potevano acquistare nei bar, senza la speciale tessera di approvvigionamento, uno “stampo” fatto con patate cotte.
Questa forma di prigionia sarebbe stata vivibile e godibile se non fosse stata funestata quotidianamente dai bombardamenti aerei molto pesanti. Purtroppo venne centrato anche lo stabilimento dove Lidio e Giovanni lavoravano.
Nel marzo del 1945, visto che i continui bombardamenti aerei impedivano agli internati di lavorare, il Comando Tedesco adottò un provvedimento di urgenza: ad ogni internato militare dello stabilimento venne rilasciato un documento che lo autorizzava a viaggiare gratuitamente su qualsiasi treno che fosse diretto verso il confine italiano.
A Stoccarda Lidio e Giovanni riuscirono a salire su di un treno stracarico di militari italiani. I due fucecchiesi, in maniera fortunosa si erano procurati un posto a sedere. Improvvisamente le sirene annunciarono l’imminenza di un bombardamento aereo. Ci fu un fuggi fuggi generale. Lidio e Giovanni, per non rimanere intrappolati nel treno si calarono giù dal finestrino. e si allontanarono dalla stazione.
Dopo l’incursione aerea anche i nostri due vennero fatti salire su di un treno merci che li scaricò ad Insbruk, in Austria, poco distante dal confine italiano.
A Insbruk non c’era rimasto niente. Aveva subito 45 bombardamenti aerei a tappeto. Il Petri, il Guerrieri e gli altri del vagone merci vennero alloggiati in un albergo abbandonato.
- Qui sarete al sicuro. Ormai è da circa un mese che la città non viene più bombardata.
L’albergo era in condizioni pietosissime: arredi, porte e finestre erano spariti: erano rimasti in piedi soltanto i muri e i pavimenti. Si erano da poco coricati sui pavimenti, quando alle 22,30 suonò l’allarme aereo. Lidio e Giovanni uscirono di corsa e, non sapendo dove erano i rifugi antiaerei, si ritrovarono nei paraggi della stazione ferroviaria che era l’obiettivo prediletto dei bombardieri. Fortunatamente vennero lanciati del bengala che illuminarono a giorno l’intera zona. All’impazzata si allontanarono di circa duecento metri dalla stazione ed appena percepirono il rumore degli aerei in arrivo, non avendo scorto nessun rifugio, si accovacciarono nella profonda buca prodotta da un precedente bombardamento. Ad ondate successive gli aerei americani martellarono la città per un’ora e mezza. Giovanni e Lidio erano letteralmente terrorizzati. Un’infinità di volte avevano udito le bombe esplodere a pochi metri di distanza, Quando risalirono la profonda buca erano ancora ricoperti di povere e di calcinacci.
Rientrarono in albergo. La città sembrava deserta; di quando in quando scorgevano delle pattuglie di militari.
Al mattino, al momento del risveglio, furono allertati da un nuovo allarme aereo. Questa volta non fu loro difficile individuare un rifugio, grazie soprattutto ad alcuni civili che gliene indicavano l’ubicazione con ampi gesti delle braccia e delle mani. Il rifugio indicato disponeva addirittura di sette porte d’entrata. Doveva essere sicurissimo. Poco dopo che i due fucecchiesi erano entrati cessò l’allarme e venne suonato il preallarme. Lidio e Giovanni avevano adocchiato, prima di entrare nel rifugio, un chiosco dove vendevano le sigarette. E siccome erano stati forniti di una tessera che consentiva loro di acquistare la loro quota di generi alimentari e di tabacco. Dopo aver acquistato le sigarette, Lidio e Giovanni si diressero di nuovo verso la porta del rifugio dalla quale erano usciti, ma una sentinella tedesca non li fece passare ed ordinò loro di entrare da un’altra delle sette porte. Anche le sentinelle di altre cinque porte non li fecero entrare. Delusi ed contrariati cercarono la settima porta. Finalmente poterono entrare senza esser cacciati via.
Appena entrati nel rifugio, Giovanni vide una persona che gli veniva incontro. Quando giunsero ad un metro di distanza, l’uno dall’altro, si fermarono e si fissarono in volto. Bastarono pochi attimi e si riconobbero: la persona che stava davanti a Giovanni era il fratello Turiddo.
L’incontro fu commoventissimo. Sembrava che Qualcuno dall’alto lo avesse fin lì pilotato. Se le sentinelle delle porte del rifugio non avessero dirottati i due nella settima porta, l’incontro non sarebbe sicuramente avvenuto.
Nel rifugio i due fratelli dettero la stura alla narrazione delle loro vicende militari. Nessuno dei due aveva notizie della famiglia, di S. Pierino. Non sapevano nemmeno che ormai da oltre sette mesi il territorio del loro comune era stato liberato dall’invasione dei soldati tedeschi.
Al termine dell’allarme rientrarono nell’albergo, ma prima di riprendere la marcia verso l’Italia furono obbligati a sgombrare certi nodi viari della città dalle macerie.
In treno, con partenza da Insbruk, raggiunsero il confine italiano. Dal confine raggiunsero a piedi la città di Bolzano. Anche l’immagine dell’Italia non differiva molto da quella della Germania e dell’Austria. Linee ferroviarie, elettriche e telefoniche distrutte; stazioni e paesi rasi al suolo; ovunque carcasse di treni, camion, carri armati. Ma finalmente erano nella loro Patria!
A Vipiteno furono rifocillati da un prete che dette loro biscotti ed altre cibarie. Il sacerdote disse loro:
- Quando arriverete a Bolzano, presentatevi alla chiesa di Cristo Re. Lì vicino c’è un altro posto di ristoro organizzato dalla Croce Rossa.
Non ebbero nessuna noia dai militari tedeschi ormai prossimi alla disfatta. Si era nell’aprile del 1945.
I bolzanesi non mostrarono nessuna simpatia per i nostri concittadini che si trattennero in quella città per una ventina di giorni. Siccome la guerra contro i tedeschi era ancora in atto, per non correre rischi preferirono sistemarsi nell’accampamento organizzato dalla Croce Rossa e prestare il loro servizio come operai in un laboratorio che fabbricava baracche per i soldati tedeschi. In pratica erano alle dipendenze della TOD, agenzia di lavoro tedesca. Lavoravano per i tedeschi dai quali venivano regolarmente pagati. Per questa ragione i nostri dormivano nella Caserma dei carabinieri in Via Trento.
L’8 maggio finì la guerra in Italia. Questa fine, anche se anticipata fin dal 25 aprile, creò una situazione veramente caotica. I partigiani pretendevano di farsi consegnare le armi dai tedeschi. Il Comando tedesco di Bolzano ordinò ai propri soldati di non consegnare le armi ai partigiani italiani e di sparare se le avessero pretese con l’uso della forza. Purtroppo non mancarono le vittime. Venti persone furono uccise addirittura in una chiesa.
Per i tre fucecchiesi che lavoravano per la TOD i problemi non erano finiti. Una mattina furono svegliati da uno sparo: un soldato italiano, che aveva nascosto nel suo zaino una pistola tedesca, era stato ucciso da un ufficiale tedesco. Giovanni Petri e gli altri due fucecchiesi scesero nel cortile per vedere cos’era successo. Appena messo piede nel cortile si trovarono davanti una pattuglia di soldati tedeschi con le armi spianate. Non solo i tre fucecchiesi, ma anche tutti coloro che alloggiavano nella caserma vennero portati sotto scorta armata tedesca in un’altra caserma.
- Ma cosa vi abbiamo fatto? La guerra in Italia è finita. Lasciateci liberi – disse il soldato italiano più anziano.
Ed ecco la risposta:
- Noi aspettare ordine del Comando: o tutti liberi o tutti caput.
Lidio cominciò a piangere, sia pure in maniera silenziosa.
Non accettava la morte ora che la guerra era finita, almeno in Italia. Era sopravvissuto alla prigionia, ai bombardamenti aerei, alle privazioni più incredibili e proprio ora che si trovava nella sua Patria doveva rinunciare per sempre a rivedere i genitori, i fratelli , il suo amato paese.
L’ordine del Comando tedesco non tardò a venire:
- Tutti liberi.
I tre si abbracciarono e questa volta piansero per la gioia. Poi, a scanso di equivoci, e senza indugiare nemmeno un minuto, lasciarono Bolzano e a piedi raggiunsero Trento. Qui, per non esporsi ai pericoli delle insidie si accamparono in una piazza. Lidio escogitò uno stratagemma: si finse malato e chiese di voler rivedere la sua mamma a Firenze. Venne preso sul serio e con un pullman della CRI, in compagnia dei fratelli Petri, venne accompagnato in un paese vicino a Verona.
- Ora rivolgetevi alla Croce Rossa di questo paese. Noi dobbiamo rientrare a Trento.
I tre raggiunsero a piedi Verona. Ovunque trovavano posti di ristoro organizzati dai sacerdoti a favore dei soldati che rientravano ai loro paesi di origine. Con mezzi di fortuna raggiunsero Bologna.
A Bologna si presentarono alla Caserma della Cavalleria dove si erano installati i partigiani.
Prima di entrare, un partigiano preposto al servizio informazioni disse ai nostri tre:
- Se entrate in caserma, potrete uscirne soltanto quando avremo organizzato un convoglio diretto a Firenze.
- Siamo stufi di prigionia – ribatté Giovanni – Preferiamo rimanere fuori.
Di notte, mentre girovagavano per Bologna, furono fermati da una pattuglia inglese che li condusse nella sede del loro Comando posto al pianoterra di una palazzina.
Gli inglesi allibirono nell’ascoltare le peripezie di questi tre giovani fucecchiesi. Alle una di notte li fecero salire su di un camion che li portò a Firenze. A Firenze salirono su di un treno che li portò fino ad Empoli. Poi a piedi fino a S. Pierino. Qui, i due fratelli Petri trovarono una bruttissima sorpresa: la loro mamma era morta poche settimane dopo la fine dello sfollamento che si era protratto dal 21 luglio al 1° settembre 1944.



 

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