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Il 21
luglio 1944 i tedeschi ordinarono alla popolazione di
Fucecchio di abbandonare il paese che si trovava ormai
sulla linea del fronte. I cannoneggiamenti contro il
capoluogo, iniziati la sera del 18 luglio e proseguiti
nel corso della notte del 19, avrebbero causato
sicuramente molte centinaia di vittime. Sarebbe stato
molto prudente da parte di tutti i fucecchiesi
allontanarsi dal paese.
La mamma di Nena, inferma, non voleva lasciare la sua
casa nel Poggetto: preferiva morire piuttosto che
abbandonare la sua casa. Mentre stava rimbrottando la
figlia ed il genero Quartiero che cercavano di
convincerla ad abbandonare il paese, entrarono
nell’appartamento due soldati tedeschi armati di mitra.
- Uscire! Andare via! Qui, Kaput – dissero
imperiosamente.
A questo punto la mamma di Nena si arrese e accettò di
sfollare. Era il 21 luglio 1944.
Gualtiero Pascucci, provetto calzolaio e marito di Nena,
andò a procurasi un carretto dalla Rigoletta, la suocera
di suo fratello Ginori. Nena nel frattempo chiamò a
raccolta i suoi due fratelli e lo zio Canido e disse
loro:
- Non separiamoci. Andiamo tutti insieme. Tra poco
arriva Gualtiero con un carretto. Fatevi trovare tutti
qui.
Il marito di Nena giunse davanti alla porta di casa dopo
pochi minuti. Con l’aiuto dei due cognati riuscì a
caricare sul carretto la suocera inferma, qualche
lenzuolo, un paio di coperte. Giunti all’incrocio tra
via Giovanni Nelli e via Arturo Checchi – all’epoca Via
Farini – trovarono ad attenderli il clan dei Pascucci
formato dalla loro madre e dalle famiglie dei fratelli
di Gualtiero : Ginori e Spartaco.
Dietro il carretto sul quale era stata caricata la mamma
di Nena si formò un corteo formato da 16 persone.
Il corteo dei Pascucci, inseritosi nella fiumana di
fucecchiesi che abbandonavano il paese, si diresse alla
Torre.
Mentre Nena con i suoi transitava davanti ad una casa
colonica della Torre, fu fermata dalla signora Beppina
che occupava quella casa.
- O Nena, dove vai con tutti i tuoi parenti?
- Andiamo in cerca di un riparo perché i tedeschi ci
hanno mandato via dal paese – rispose Nena.
- O perché non vi fermate qui da me, Io sono contenta di
ospitarvi. Lo sai che ho con te un debito. Me ne
ricordo, sai, di quanto facesti per la mia mamma quando
era ricoverata insieme a te nell’ospedale di Fucecchio.
Nena confabulò un attimo con i Pascucci e, rivolta a
Beppina, le disse:
- Va bene, ci fermiamo da te. Pensaci bene: siamo in 17.
- O diciassette o venti, non fa differenza. Entrate,
entrate.
La famiglia di Beppina disponeva anche di un rifugio, in
prossimità della strada. Il rifugio poteva essere il
ricovero sicuro per la madre di Nena che vi venne subito
sistemata per evitarle il pericolo di possibili
cannonate; ma siccome era piccolo, molti del clan dei
Pascucci sarebbero rimasti senza protezione contro le
cannonate degli alleati.
Mentre Nena e tutti gli altri avevano cominciato a darsi
da fare per una sistemazione temporanea, Ginori e
Gualtiero andarono in cerca di una casa che potesse
ospitarli tutti quanti purché disponesse di un rifugio
sufficientemente grande. Scesero lungo un viottolo in
fondo al quale c’era una casa colonica. Nell’aia di
quella casa c’era uno Squarcini di S. Croce. Ginori gli
spiegò le ragioni per cui si trovavano lì e il
santacrocese disse loro:
- Potete venire tutti qui. C’è posto per tutti. Mai una
cannonata. E poi, io vendo la carne: sicché di fame non
si muore.
- Ce ne avete ancora di carne? – chiese Quartiero
- Sì, sì.
- Serbatecene un paio di chili perché siamo in
diciassette. Andiamo su a chiamare tutti i nostri e ci
trasferiamo tutti qui.
- Vi metto a disposizione questa cascina. Vi basta?
- Va benissimo – rispose Ginori.
L’operazione di trasferimento fu abbastanza agevole e
rapida. Per cuocere la carne occorreva, però, un
pentolone.
-Vado a trovarlo io con Maria dalla mia amica Pia,
quella che lavorava insieme a me alla SAFFA. Tu,
Gualtiero, cerca di preparare un fornello all’aperto per
metterci sopra il pentolone.
Dopo una quarantina di minuti il pentolone con la carne
già bolliva sopra il fornello che Gualtiero e l’altro
fratello, Spartaco, avevano approntato davanti alla
cascina sovrapponendo dei mattoni.
Mentre la pentola bolliva, Nena e tutti gli altri
sistemarono l’inferma, prepararono i giacigli per la
notte, appilarono i piatti che sarebbero serviti per la
cena e disposero su di un tavolone appeso al muro della
cascina bicchieri, posate, alcune bottiglie e qualche
fiasco di vino.
Quando ormai il bollito sembrava pronto, l’aria fu
squarciata da un sibilo seguito da una esplosione. Nel
vallino vicino era scoppiata una cannonata. Dalla casa
lo Squarcini li rassicurò:
- State calmi. Non abbiate paura. Qui siamo al sicuro.
Non finì di dire così che una tremenda esplosione
sollevò una grossa nuvola di fumo e di polvere nell’aia
e all’interno della cascina dove si trovavano Nena e i
suoi parenti. Appena il fumo si diradò, Nena e i suoi
fratelli videro la madre inferma sanguinante nel viso e
nelle mani.
Nena gridò al fratello:
- Spartaco, Spartaco. Portiamo mamma dietro la casa
dello Squarcini per medicarla.
Nena la prese sotto le ascelle; Spartaco la prese per le
gambe; Maria portò una sedia per farvela sedere.
Le ferite erano di lievissima entità. Dopo che le ebbero
lavato il viso e le mani, Nena cercò con lo sguardo il
suo Gualtiero. Perché non era venuto ad aiutarla?
Preoccupata chiese agli astanti:
- O Gualtiero dov’è? Dov’è il mio Gualtiero?
Nena abbandonò la mamma, ritornò di corsa nel capanno e
vide il marito seduto, appoggiato al muro interno della
cascina.
- Gualtiero! Gualtiero! – gridò.
Ma Gualtiero non mosse ciglio. Era tutto ricoperto di
polvere e sanguinava. Nena lo spostò leggermente dal
muro e vide che aveva una buca dietro il capo e una alle
spalle.
- Serafina, Ginori, correte, correte. Gualtiero non mi
risponde più.
- Aiuto, aiuto! – gridava Vincenzo, il nipote di
Gualtiero di otto anni – Sono ferito ad una gamba.
Correte!
Di fronte ad una simile tragedia, Ginori, il padre del
piccolo Vincenzo, terrorizzato e inconsapevolmente
ferito, non volle neppure vedere il fratello. Prese in
braccio il figlio Vincenzo e insieme alla moglie
raggiunse di corsa la vicina Villa Papini, sede del
Comando Tedesco. Un ufficiale della sanità medicò e
bendò la gamba ferita di Vincenzo ed accortosi che la
mammella sinistra di Ginori sanguinava, esaminò
accuratamente la ferita e ne estrasse una piccola
scheggia che sarebbe stata mortale se non fosse stata
bloccata da una costola.
Intanto nell’aia della casa dello Squarcini regnava no
la disperazione e la confusione. Anche Gino dello
Squarcini era morto. Che fare?
La madre di Gualtiero appena vide sull’aia un carretto
non ebbe un attimo di esitazione:
- Portiamolo subito all’ospedale con quel carretto. Se
fosse ferito, potrebbero salvarlo.
- Avete ragione, Serafina – approvò Nena.
Spartaco, l’altro fratello di Gualtiero, con l’aiuto di
Nena, riuscì a caricare il fratello dilaniato dalla
cannonata sul carretto.
Nel frattempo la mamma di Nena era stata sistemata nel
rifugio. Canido, lo zio di Nena, un omino alto quanto un
pezzetto un cacio ma ricercatissimo tagliatore di tomaia
per calzature rassicurò la nipote dicendole:
- A tua madre ci penso io. Piuttosto state molto
attenti. Una cannonata potrebbe colpirvi ed uccidervi
tutti.
Ma Serafina e Nena non stettero ad ascoltarlo. Spartaco
si mise fra le due stanghe del carretto cominciò a
spingerlo. La madre a la moglie si collocarono ai lati
del veicolo. Ogni volta che passavano davanti o in
prossimità di una casa le due donne gridavano:
- Aiutoo! Aiutoo!
Ma nessuno usciva di casa né rispondeva. Pur in preda
alla disperazione Nena si accorse che Gualtiero aveva un
sandalo soltanto.
Quando giunsero in fondo alla discesa della Torre in
direzione di Fucecchio si accorsero che il ponte era
stato distrutto. Nel canale c’era pochissima acqua.
Spartaco, interpretò a volo la preoccupazione delle due
donne e, con voce piena di rabbia, mentre le cannonate
continuavano ad esplodere sulle dolci colline delle
Cerbaie, urlò contro di loro:
- Non è il momento di fare le mammamie! Si scende giù da
questo argine e poi risaliremo l’altro. Attaccatevi al
carretto e datemi una mano per scendere giù piano piano.
Dopo aver guadato senza problemi i pochi centimetri
d’acqua del canale, Spartaco mise al timone del carretto
sua cognata Nena.
- Mi raccomando – ordinò Spartaco – bisogna salire su
pianissimo. Tu Nena non devi perdere il controllo del
carretto. Ci penseremo io e mia madre a spingerlo.
L’operazione di risalita fu difficoltosa, ma alla fine,
dopo una diecina di minuti il carretto riprese la sua
marcia sulla via di Burello. Le erbe palustri, per
effetto delle cannonate, bruciavano. Il sole continuava
a surriscaldare l’aria.
Giunti all’altezza della fornace di mattoni, prima del
ponte sul rio, intravidero due infermieri con la Croce
Rossa al braccio: erano il Cenci e Ardito Marchi. Nena,
appena li vide, ebbe un sussulto di speranza.
- Ardito, Ardito. Guarda il mio Gualtiero. Che ne pensi?
– supplicò Nena.
- E’ belle e morto. Ma cosa volete fare? Dove andate?
- All’ospedale – rispose Nena.
- All’ospedale? A fare che cosa? Ma fermatevi. O non
vedete che il padule brucia? Brucia tutto.
Serafina, imperterrita, gridava:
- E’ bene che si muoia anche noi. Andiamo! Andiamo,
Spartaco!
Le schegge delle cannonate cadevano ai loro piedi.
Spartaco riprese a spingere il carretto in direzione
della Ferruzza. Nena , benché scalza, non avvertiva
nessun dolore ai piedi nonostante la strada sterrata.
Giunti alla Ferruzza imboccarono la Via Nuova e
raggiunsero la Torre di Castruccio, in S. Andrea. Non
fecero nemmeno caso alla casa di Biagino che era stata
distrutta la notte del 19 luglio, cioè due giorni prima.
Finalmente giunsero davanti al grande cancello
dell’ospedale. Lì ci trovarono Caleo, al secolo
Angiolino Montanelli, un infermiere locale che nel tempo
libero lavorava come calzolaio proprio per la Ditta di
Gualtiero. Incredulo, Angiolino aprì il cancello, fece
entrare i quattro ed andò subito a chiamare il professor
Baccarini, chirurgo e direttore dell’Ospedale, che in
quel momento era nel rifugio sotto il padiglione delle
“tranquille” (manicomio femminile). Baccarini uscì
fuori, si accostò al carretto, osservò il corpo di
Gualtiero e disse:
- Portatelo alla cappellina (stanza mortuaria). Qui non
c’è da fargli nulla. Le due donne, Angiolino, portale
nel mio ambulatorio.
E mentre Spartaco portava il fratello nella stanza
mortuaria, ai piedi della collina dell’ospedale e
accanto alla casa del Funaio, Nena e Serafina furono
accompagnate nell’ambulatorio del Baccarini che praticò
loro alcune iniezioni di sedativo. Dopo quelle iniezioni
le due donne si sentirono come stordite.
Erano ormai calate le prime ombre della sera. Il
professore chiamò un infermiera e le ordinò di sistemare
le due donne nel corridoio. Isolina di Paccheo le
accompagnò in fondo al corridoio, tutto buio.
- Sdraiatevi un po' per terra sopra le coperte. Poi
cercherò di sistemarvi meglio.
Le tranquille, di dietro, tiravano i capelli alle due
sventurate e sussurravano:
- Cosa siete venute a fare qui da noi?
Dopo pochi minuti ripassò Isolina di Paccheo, la
Paccheina, si chinò sulle due donne e disse loro:
- Alzatevi, non vi posso vedere costì. Venite. Vi do il
mio lettino che è laggiù accanto ai bagni. Dormirete una
da capo e una da piedi.
La nuova sistemazione era decisamente migliore. Nena
sussurrò a Serafina:
- All’alba, prima si va a vedere Gualtiero e poi io vado
nel Poggetto a prendere un vestito per lui.
- Va bene – annuì Serafina.
La conversazione non poteva protrarsi ulteriormente per
non svegliare le altre persone.
Nena, nonostante i sedativi, non riusciva a prendere
sonno.
Era durato veramente poco il suo matrimonio con
Gualtiero. Si erano conosciuti nel 1930 ad una festa da
ballo nella sala del Cinema Edison, del Mechetti, in Via
Roma. Nena lavorava alla SAFFA, la locale fabbrica di
fiammiferi. A luglio, tutti gli anni, la SAFFA chiudeva
i battenti perché il caldo estivo poteva provocare un
incendio che avrebbe distrutto tutti gli impianti. Anche
i calzolai, come Gualtiero, d’estate, si fermavano. Nena
e l’amica Maggina Boldrini andavano tutte le mattine a
frescheggiare sul Poggio Salamartano dove si
presentavano anche i loro pretendenti. Gualtiero si
affiancava a Nena, voleva sapere tutto di lei e della
sua famiglia, ma non si decideva mai a farle la
dichiarazione. Maggina aveva fatto strage di cuori ed
aveva collezionato diverse dichiarazioni d’amore. Aveva
respinto garbatamente quella di Bursiè; aveva pure
respinto , ma in malo modo, quella di Alvaro di
Giuliano. Alvaro le aveva donato perfino un bell’anello
e lei lo aveva buttato via dicendogli spavaldamente:
- E’ inutile che tu ci provi. Non mi piaci punto. Sei
troppo brutto.
Maggina capitolò, invece, quando le fece dichiarazione
Alfredo Sabatini. Gualtiero era sicuro che Nena gli
avrebbe detto di sì. Una mattina, si fece coraggio e
dichiarò apertamente il suo amore a Nena. La ragazza,
che non aveva peli sulla lingua, con tono ultimativo gli
rispose:
- Senti, Gualtiero, io, dopo l’incicciatura che mi ha
dato Orfeo Gargani, non ho proprio punta voglia di
mettermi a fare all’amore fuori di casa. Perciò, se mi
vuoi, vai a chiederlo ai miei genitori.
Gualtiero non stette a pensarci sopra due volte. Andò
immediatamente nella Greppa a parlare con i genitori di
Nena che si dimostrarono molto soddisfatti di un futuro
genero come lui.
Nena e Gualtiero si erano sposati sei anni dopo, di
sera, in Collegiata, nel 1936. A quell’epoca Gualtiero
lavorava nel calzaturificio del Bellacci in via Cesare
Battisti. Nel 1938, due anni prima dell’entrata in
guerra dell’Italia, Gualtiero aveva dato vita ad una
ditta artigiana per la fabbricazione di calzature.
Facevano parte di questa ditta anche Nello Fedi, Alfredo
Sabatini e Italo Lami. La ditta aveva assunto anche
degli operai. Il laboratorio dei calzolai si trovava in
via del Comune davanti al botteghino del Gioco del
Lotto.. I tagliatori, Canido e Liseo, occupavano una
stanza dell’appartamento di Gualtiero e Nena in via
Arturo Checchi. Le tomaia venivano aggiuntate a
domicilio da Dinona, da Giovanna Barsotti che sposò il
fratello di Nena, dalla Rigoletta, la moglie di Ginori,
fratello di Gualtiero, da Giannina della Calea e da
Anita della Piomba. Le donne addette alla rifinitura
delle calzature occupavano tre stanze in via Arturo
Checchi. Esse erano la moglie di Italo Lami, Maggina del
Sabatini, Nena, Beppina del Fedi, una delle Calle e
Marina, la figliola di Becio.
La ditta di cui Gualtiero era contitolare andava a
gonfie vele, ma, nel 1940, a causa della guerra a cui
anche l’Italia volle prendere parte, fu costretta a
sciogliersi. Anche Gualtiero era dovuto partire per la
guerra e lo avevano mandato in Francia.
All’alba Serafina e Nena lasciarono l’ospedale e scesero
alla Cappellina. A far compagnia al povero Gualtiero
c’erano altre due vittime di guerra: Orsi Leopoldo,
ucciso da una cannonata proprio nel sottopassaggio
dell’ospedale dove si erano rifugiati un centinaio di
fucecchiesi e un parente della Rigoletta letteralmente
carbonizzato
Poco dopo giunsero, a rendere omaggio alla salma di
Gualtiero, Alfredo Sabatini e Marsilio. Marsilio e
Alfredo, prima di congedarsi, dissero che era necessario
provvedere quanto prima alla sepoltura.
- Dovete mettergli un vestito e acquistare subito una
cassa da morto – disse Alfredo.
- Ma come faccio, senza soldi, a comprare la cassa da
morto? – obiettò Nena.
- Prendi il portafoglio di Gualtiero. Può darsi che
dentro ci siano dei soldi – suggerì il Sabatini.
Nena estrasse dalla tasca dei pantaloni di Gualtiero il
portafoglio, lo aprì e si rese conto che c’erano tanti
soldi. Appena Marsilio e Alfredo se ne furono andati,
Serafina e Nena risalirono all’ospedale. Nel cortile
trovarono Emma Anghinelli e la cognata Lea, entrambe con
il manicotto della Croce Rossa. Nena e Serafina
raccontarono loro l’accaduto e chiesero come potevano
fare per trovare una cassa da morto.
- Non preoccupatevi, vi ci accompagno io da Faustina a
comprare la cassa da morto. Tanto è qui in via S.
Giovanni – disse loro Lea.
Le tre donne scesero in piazza Garibaldi e mentre
imboccavano via S. Giovanni incrociarono una pattuglia
tedesca che non voleva farle passare. Lea, che sapeva
parlare il tedesco, spiegò ai soldati la ragione per cui
volevano andare in Via S. Giovanni. Il capo della
pattuglia, allora, le lasciò passare. Le tre, fatti
pochi passi, si trovarono di fronte all’abitazione di
Faustina. Nel magazzino di Faustina c’erano rimaste
pochissime casse. Nena e Serafina scelsero una cassa
nera che a loro parve la più bella. Lea ritornò
all’ospedale. Nena e Serafina andarono nel Poggetto,
nella casa della mamma di Nena dove, su consiglio di
esperti, la moglie di Gualtiero aveva nascosto
biancheria ed indumenti. Ma la casa della mamma di Nena
era già stata rovistata dagli sciacalli fucecchiesi. Se
ne resero conto quando trovarono un piumino per le
scale. La porta dell’appartamento era aperta. La casa
era stata letteralmente svuotata. Fortunatamente nel
fondo della cassapanca Nena trovò un vestito di
Gualtiero. Era un bel vestito a quadrettini. Mentre
ritornavano all’ospedale per poi scendere alla stanza
mortuaria, Nena cominciò a compiangersi:
- Io, poverina, non ce la faccio a vestirlo. Non le ho
mai fatte queste cose.
- Vedrai che all’ospedale si troverà qualcuno. Si
chiederà ad Angiolino di Caleo se ce lo veste lui –
ribatteva Serafina,
Nel cortile trovarono la signora Ricciardi. La signora
aveva saputo della morte di Gualtiero e allora si
avvicinò alle due donne per porger loro le sue
condoglianze.
Nena cominciò a piangere disperatamente.
- Come farò a vivere senza di lui? Non ho più un posto
di lavoro. Ho paura a ritornare alla Torre dove me lo
hanno ammazzato. Non so nemmeno come fare per mettergli
questo vestito che ho trovato per combinazione. I ladri
ci hanno svuotato la casa.
Quando Nena si chetò, la signora Ricciardi la rassicurò:
- Verrò io a vestirlo. E poi vedrai che alla Torre non
ti ci farò ritornare. Te la troverò io una sistemazione.
La signora Ricciardi mise il vestito a Gualtiero e
provvide a farlo mettere dentro la cassa di color nero
non appena Faustina la fece recapitare alla Cappellina.
Il giorno dopo, Brunero Orsi caricò su una lettiga
coperta, a due ruote, le salme di suo padre Leopoldo e
quella di Gualtiero e le portò al cimitero noncurante
dei cannoneggiamenti che accompagnarono la sua marcia.
Al cimitero, subito dietro il cancello, il becchino
sistemò le due casse nella fossa comune che aveva
predisposto e le registrò con un numero d’ordine.
Suor Pasqualina, la direttrice delle suore
dell’ospedale, prese a cuore la situazione di Nena, bene
illustratale dalla signora Ricciardi, e l’assunse come
infermiera al servizio del dottor De Pasquale.
Nena, però, non poteva essere tranquilla. Sua madre,
inferma, era alla Torre. La cugina Maria Bianconi e lo
zio Canido ce l’avrebbero fatta ad assisterla
convenientemente? Suor Pasqualina, allora, mandò alla
Torre due infermieri con un carrettino della Croce
Rossa. I due vi caricarono la madre inferma di Nena e si
fecero seguire, in ospedale, anche Canido e Maria.
La mamma di Nena venne sistemata su di una poltrona
posta nella chiesina dell’ospedale. Maria venne
destinata alla lavanderia. Canido, invece, doveva
interpretare il ruolo di aiuto-cuoco.
Una mattina i tedeschi catturarono Spartaco, fratello di
Nena , e Umberto Lazzeri e li portarono a scavare delle
piazzole in Padule. Appena Nena lo seppe andò a sfogarsi
con suor Pasqualina. E suor Pasqualina per scongiurare
un’altra possibile disgrazia, mandò due infermieri in
Padule. I due si presentarono ai tedeschi, li
informarono che Spartaco e Umberto erano due operai
specializzati indispensabili per assicurare certi
servizi agli ammalati dell’ospedale e ne chiesero il
rilascio. I tedeschi accolsero la richiesta. Spartaco e
Umberto seguirono in ospedale i due infermieri dove
furono assunti con la mansione di inservienti.
Serafina, la mamma di Gualtiero, si era riunita al
figlio Spartaco; l’altro figlio, Ginori, insieme al
figlio Vincenzo e alla moglie, era stato ricoverato
all’ospedale in seguito alle ferite riportate.
Dopo quaranta giorni di sfollamento, almeno per i
fucecchiesi, la guerra finì.
Nena era rimasta senza casa e senza lavoro In ospedale
aveva trovato nella signora Ricciardi e in suor
Pasqualina due anime generosissime che l’avevano aiutata
ad attraversare il guado della sua situazione luttuosa e
non priva di pericoli.
Quando venne dimessa dall’ospedale, Nena si trovò senza
casa e senza lavoro. Il sindaco Angiolino Cecconi le
trovò una casa in via Donateschi; Renatone, invece, la
impiegò come commessa nella Cooperativa di Consumo
aperta in corso Matteotti.
Ma la vicenda terrena di Gualtiero non si era conclusa.
Serafina, la cappellaia, aveva saputo che Nena voleva
sistemare la salma di Gualtiero in un loculo. Siccome di
loculi disponibili non ce n’erano, disse a Nena:
- Nella mia cappella al cimitero c’è un loculo libero.
Se vuoi, puoi metterci in sosta il tuo Gualtiero.
Nena ne fu felice. Ne informò l’apposito ufficio
comunale che fissò la data di esumazione e di
traslazione della salma nel loculo della Cappella
privata della cappellaia.
La mattina dell’esumazione della salma di Gualtiero
dalla fossa comune erano presenti i familiari di
Gualtiero, gli amici e l’impiegato comunale Umberto
Moretti.
Il becchino, dopo aver riportato alla luce diverse casse
sistemate nella fossa comune, contò:
- Uno, due , tre. E’ la numero tre.
E con l’aiuto di due inservienti tirò su la cassa
corrispondente al numero tre come risultava dal suo
registro. La cassa tirata su era un assemblaggio di
tavole grezze.
- Questa non è la cassa del mio Gualtiero – protestò
Nena.
Il becchino si incavolò e in malo modo disse che lui non
si poteva sbagliare.
- La cassa del mio Gualtiero era nera. La comprai da
Faustina. Io questa cassa nella cappella non ce la
voglio.
Il Moretti ordinò al becchino di aprire la cassa. La
cassa venne aperta. Dentro c’era la salma di una donna
morta nel nostro sanatorio. Il becchino “ci rimase di
marmo”.
Nena continuò a gridare:
- Gualtiero è nella cassa nera. E’ quella lì. - e la
indicò con la mano destra.
- Catastini (questo era il cognome del becchino), fai
tirare su la cassa nera e poi apritela per eliminare
ogni dubbio – ordinò il Moretti.
Così fu fatto. Appena la cassa venne aperta tutti
riconobbero il volto di Quartiero che dopo pochi
istanti, a contatto con l’ara, si volatilizzò. Ma Nena
aveva in precedenza descritto il vestito del suo
Gualtiero che corrispondeva a quello della salma nella
cassa nera.
La cassa venne di nuovo chiusa e sistemata in un
contenitore di zinco opportunamente stagnato. Dietro la
barella sulla quale era stata caricata la doppia cassa
mortuaria, si formò un piccolo corteo che accompagnò
Gualtiero nella cappellina della cappellaia.
L’amara vicenda di Gualtiero si era finalmente conclusa.
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