GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Pascucci Gualtiero

 

Il 21 luglio 1944 i tedeschi ordinarono alla popolazione di Fucecchio di abbandonare il paese che si trovava ormai sulla linea del fronte. I cannoneggiamenti contro il capoluogo, iniziati la sera del 18 luglio e proseguiti nel corso della notte del 19, avrebbero causato sicuramente molte centinaia di vittime. Sarebbe stato molto prudente da parte di tutti i fucecchiesi allontanarsi dal paese.
La mamma di Nena, inferma, non voleva lasciare la sua casa nel Poggetto: preferiva morire piuttosto che abbandonare la sua casa. Mentre stava rimbrottando la figlia ed il genero Quartiero che cercavano di convincerla ad abbandonare il paese, entrarono nell’appartamento due soldati tedeschi armati di mitra.
- Uscire! Andare via! Qui, Kaput – dissero imperiosamente.
A questo punto la mamma di Nena si arrese e accettò di sfollare. Era il 21 luglio 1944.
Gualtiero Pascucci, provetto calzolaio e marito di Nena, andò a procurasi un carretto dalla Rigoletta, la suocera di suo fratello Ginori. Nena nel frattempo chiamò a raccolta i suoi due fratelli e lo zio Canido e disse loro:
- Non separiamoci. Andiamo tutti insieme. Tra poco arriva Gualtiero con un carretto. Fatevi trovare tutti qui.
Il marito di Nena giunse davanti alla porta di casa dopo pochi minuti. Con l’aiuto dei due cognati riuscì a caricare sul carretto la suocera inferma, qualche lenzuolo, un paio di coperte. Giunti all’incrocio tra via Giovanni Nelli e via Arturo Checchi – all’epoca Via Farini – trovarono ad attenderli il clan dei Pascucci formato dalla loro madre e dalle famiglie dei fratelli di Gualtiero : Ginori e Spartaco.
Dietro il carretto sul quale era stata caricata la mamma di Nena si formò un corteo formato da 16 persone.
Il corteo dei Pascucci, inseritosi nella fiumana di fucecchiesi che abbandonavano il paese, si diresse alla Torre.
Mentre Nena con i suoi transitava davanti ad una casa colonica della Torre, fu fermata dalla signora Beppina che occupava quella casa.
- O Nena, dove vai con tutti i tuoi parenti?
- Andiamo in cerca di un riparo perché i tedeschi ci hanno mandato via dal paese – rispose Nena.
- O perché non vi fermate qui da me, Io sono contenta di ospitarvi. Lo sai che ho con te un debito. Me ne ricordo, sai, di quanto facesti per la mia mamma quando era ricoverata insieme a te nell’ospedale di Fucecchio.
Nena confabulò un attimo con i Pascucci e, rivolta a Beppina, le disse:
- Va bene, ci fermiamo da te. Pensaci bene: siamo in 17.
- O diciassette o venti, non fa differenza. Entrate, entrate.
La famiglia di Beppina disponeva anche di un rifugio, in prossimità della strada. Il rifugio poteva essere il ricovero sicuro per la madre di Nena che vi venne subito sistemata per evitarle il pericolo di possibili cannonate; ma siccome era piccolo, molti del clan dei Pascucci sarebbero rimasti senza protezione contro le cannonate degli alleati.
Mentre Nena e tutti gli altri avevano cominciato a darsi da fare per una sistemazione temporanea, Ginori e Gualtiero andarono in cerca di una casa che potesse ospitarli tutti quanti purché disponesse di un rifugio sufficientemente grande. Scesero lungo un viottolo in fondo al quale c’era una casa colonica. Nell’aia di quella casa c’era uno Squarcini di S. Croce. Ginori gli spiegò le ragioni per cui si trovavano lì e il santacrocese disse loro:
- Potete venire tutti qui. C’è posto per tutti. Mai una cannonata. E poi, io vendo la carne: sicché di fame non si muore.
- Ce ne avete ancora di carne? – chiese Quartiero
- Sì, sì.
- Serbatecene un paio di chili perché siamo in diciassette. Andiamo su a chiamare tutti i nostri e ci trasferiamo tutti qui.
- Vi metto a disposizione questa cascina. Vi basta?
- Va benissimo – rispose Ginori.
L’operazione di trasferimento fu abbastanza agevole e rapida. Per cuocere la carne occorreva, però, un pentolone.
-Vado a trovarlo io con Maria dalla mia amica Pia, quella che lavorava insieme a me alla SAFFA. Tu, Gualtiero, cerca di preparare un fornello all’aperto per metterci sopra il pentolone.
Dopo una quarantina di minuti il pentolone con la carne già bolliva sopra il fornello che Gualtiero e l’altro fratello, Spartaco, avevano approntato davanti alla cascina sovrapponendo dei mattoni.
Mentre la pentola bolliva, Nena e tutti gli altri sistemarono l’inferma, prepararono i giacigli per la notte, appilarono i piatti che sarebbero serviti per la cena e disposero su di un tavolone appeso al muro della cascina bicchieri, posate, alcune bottiglie e qualche fiasco di vino.
Quando ormai il bollito sembrava pronto, l’aria fu squarciata da un sibilo seguito da una esplosione. Nel vallino vicino era scoppiata una cannonata. Dalla casa lo Squarcini li rassicurò:
- State calmi. Non abbiate paura. Qui siamo al sicuro.
Non finì di dire così che una tremenda esplosione sollevò una grossa nuvola di fumo e di polvere nell’aia e all’interno della cascina dove si trovavano Nena e i suoi parenti. Appena il fumo si diradò, Nena e i suoi fratelli videro la madre inferma sanguinante nel viso e nelle mani.
Nena gridò al fratello:
- Spartaco, Spartaco. Portiamo mamma dietro la casa dello Squarcini per medicarla.
Nena la prese sotto le ascelle; Spartaco la prese per le gambe; Maria portò una sedia per farvela sedere.
Le ferite erano di lievissima entità. Dopo che le ebbero lavato il viso e le mani, Nena cercò con lo sguardo il suo Gualtiero. Perché non era venuto ad aiutarla? Preoccupata chiese agli astanti:
- O Gualtiero dov’è? Dov’è il mio Gualtiero?
Nena abbandonò la mamma, ritornò di corsa nel capanno e vide il marito seduto, appoggiato al muro interno della cascina.
- Gualtiero! Gualtiero! – gridò.
Ma Gualtiero non mosse ciglio. Era tutto ricoperto di polvere e sanguinava. Nena lo spostò leggermente dal muro e vide che aveva una buca dietro il capo e una alle spalle.
- Serafina, Ginori, correte, correte. Gualtiero non mi risponde più.
- Aiuto, aiuto! – gridava Vincenzo, il nipote di Gualtiero di otto anni – Sono ferito ad una gamba. Correte!
Di fronte ad una simile tragedia, Ginori, il padre del piccolo Vincenzo, terrorizzato e inconsapevolmente ferito, non volle neppure vedere il fratello. Prese in braccio il figlio Vincenzo e insieme alla moglie raggiunse di corsa la vicina Villa Papini, sede del Comando Tedesco. Un ufficiale della sanità medicò e bendò la gamba ferita di Vincenzo ed accortosi che la mammella sinistra di Ginori sanguinava, esaminò accuratamente la ferita e ne estrasse una piccola scheggia che sarebbe stata mortale se non fosse stata bloccata da una costola.
Intanto nell’aia della casa dello Squarcini regnava no la disperazione e la confusione. Anche Gino dello Squarcini era morto. Che fare?
La madre di Gualtiero appena vide sull’aia un carretto non ebbe un attimo di esitazione:
- Portiamolo subito all’ospedale con quel carretto. Se fosse ferito, potrebbero salvarlo.
- Avete ragione, Serafina – approvò Nena.
Spartaco, l’altro fratello di Gualtiero, con l’aiuto di Nena, riuscì a caricare il fratello dilaniato dalla cannonata sul carretto.
Nel frattempo la mamma di Nena era stata sistemata nel rifugio. Canido, lo zio di Nena, un omino alto quanto un pezzetto un cacio ma ricercatissimo tagliatore di tomaia per calzature rassicurò la nipote dicendole:
- A tua madre ci penso io. Piuttosto state molto attenti. Una cannonata potrebbe colpirvi ed uccidervi tutti.
Ma Serafina e Nena non stettero ad ascoltarlo. Spartaco si mise fra le due stanghe del carretto cominciò a spingerlo. La madre a la moglie si collocarono ai lati del veicolo. Ogni volta che passavano davanti o in prossimità di una casa le due donne gridavano:
- Aiutoo! Aiutoo!
Ma nessuno usciva di casa né rispondeva. Pur in preda alla disperazione Nena si accorse che Gualtiero aveva un sandalo soltanto.
Quando giunsero in fondo alla discesa della Torre in direzione di Fucecchio si accorsero che il ponte era stato distrutto. Nel canale c’era pochissima acqua. Spartaco, interpretò a volo la preoccupazione delle due donne e, con voce piena di rabbia, mentre le cannonate continuavano ad esplodere sulle dolci colline delle Cerbaie, urlò contro di loro:
- Non è il momento di fare le mammamie! Si scende giù da questo argine e poi risaliremo l’altro. Attaccatevi al carretto e datemi una mano per scendere giù piano piano.
Dopo aver guadato senza problemi i pochi centimetri d’acqua del canale, Spartaco mise al timone del carretto sua cognata Nena.
- Mi raccomando – ordinò Spartaco – bisogna salire su pianissimo. Tu Nena non devi perdere il controllo del carretto. Ci penseremo io e mia madre a spingerlo.
L’operazione di risalita fu difficoltosa, ma alla fine, dopo una diecina di minuti il carretto riprese la sua marcia sulla via di Burello. Le erbe palustri, per effetto delle cannonate, bruciavano. Il sole continuava a surriscaldare l’aria.
Giunti all’altezza della fornace di mattoni, prima del ponte sul rio, intravidero due infermieri con la Croce Rossa al braccio: erano il Cenci e Ardito Marchi. Nena, appena li vide, ebbe un sussulto di speranza.
- Ardito, Ardito. Guarda il mio Gualtiero. Che ne pensi? – supplicò Nena.
- E’ belle e morto. Ma cosa volete fare? Dove andate?
- All’ospedale – rispose Nena.
- All’ospedale? A fare che cosa? Ma fermatevi. O non vedete che il padule brucia? Brucia tutto.
Serafina, imperterrita, gridava:
- E’ bene che si muoia anche noi. Andiamo! Andiamo, Spartaco!
Le schegge delle cannonate cadevano ai loro piedi. Spartaco riprese a spingere il carretto in direzione della Ferruzza. Nena , benché scalza, non avvertiva nessun dolore ai piedi nonostante la strada sterrata. Giunti alla Ferruzza imboccarono la Via Nuova e raggiunsero la Torre di Castruccio, in S. Andrea. Non fecero nemmeno caso alla casa di Biagino che era stata distrutta la notte del 19 luglio, cioè due giorni prima. Finalmente giunsero davanti al grande cancello dell’ospedale. Lì ci trovarono Caleo, al secolo Angiolino Montanelli, un infermiere locale che nel tempo libero lavorava come calzolaio proprio per la Ditta di Gualtiero. Incredulo, Angiolino aprì il cancello, fece entrare i quattro ed andò subito a chiamare il professor Baccarini, chirurgo e direttore dell’Ospedale, che in quel momento era nel rifugio sotto il padiglione delle “tranquille” (manicomio femminile). Baccarini uscì fuori, si accostò al carretto, osservò il corpo di Gualtiero e disse:
- Portatelo alla cappellina (stanza mortuaria). Qui non c’è da fargli nulla. Le due donne, Angiolino, portale nel mio ambulatorio.
E mentre Spartaco portava il fratello nella stanza mortuaria, ai piedi della collina dell’ospedale e accanto alla casa del Funaio, Nena e Serafina furono accompagnate nell’ambulatorio del Baccarini che praticò loro alcune iniezioni di sedativo. Dopo quelle iniezioni le due donne si sentirono come stordite.
Erano ormai calate le prime ombre della sera. Il professore chiamò un infermiera e le ordinò di sistemare le due donne nel corridoio. Isolina di Paccheo le accompagnò in fondo al corridoio, tutto buio.
- Sdraiatevi un po' per terra sopra le coperte. Poi cercherò di sistemarvi meglio.
Le tranquille, di dietro, tiravano i capelli alle due sventurate e sussurravano:
- Cosa siete venute a fare qui da noi?
Dopo pochi minuti ripassò Isolina di Paccheo, la Paccheina, si chinò sulle due donne e disse loro:
- Alzatevi, non vi posso vedere costì. Venite. Vi do il mio lettino che è laggiù accanto ai bagni. Dormirete una da capo e una da piedi.
La nuova sistemazione era decisamente migliore. Nena sussurrò a Serafina:
- All’alba, prima si va a vedere Gualtiero e poi io vado nel Poggetto a prendere un vestito per lui.
- Va bene – annuì Serafina.
La conversazione non poteva protrarsi ulteriormente per non svegliare le altre persone.
Nena, nonostante i sedativi, non riusciva a prendere sonno.
Era durato veramente poco il suo matrimonio con Gualtiero. Si erano conosciuti nel 1930 ad una festa da ballo nella sala del Cinema Edison, del Mechetti, in Via Roma. Nena lavorava alla SAFFA, la locale fabbrica di fiammiferi. A luglio, tutti gli anni, la SAFFA chiudeva i battenti perché il caldo estivo poteva provocare un incendio che avrebbe distrutto tutti gli impianti. Anche i calzolai, come Gualtiero, d’estate, si fermavano. Nena e l’amica Maggina Boldrini andavano tutte le mattine a frescheggiare sul Poggio Salamartano dove si presentavano anche i loro pretendenti. Gualtiero si affiancava a Nena, voleva sapere tutto di lei e della sua famiglia, ma non si decideva mai a farle la dichiarazione. Maggina aveva fatto strage di cuori ed aveva collezionato diverse dichiarazioni d’amore. Aveva respinto garbatamente quella di Bursiè; aveva pure respinto , ma in malo modo, quella di Alvaro di Giuliano. Alvaro le aveva donato perfino un bell’anello e lei lo aveva buttato via dicendogli spavaldamente:
- E’ inutile che tu ci provi. Non mi piaci punto. Sei troppo brutto.
Maggina capitolò, invece, quando le fece dichiarazione Alfredo Sabatini. Gualtiero era sicuro che Nena gli avrebbe detto di sì. Una mattina, si fece coraggio e dichiarò apertamente il suo amore a Nena. La ragazza, che non aveva peli sulla lingua, con tono ultimativo gli rispose:
- Senti, Gualtiero, io, dopo l’incicciatura che mi ha dato Orfeo Gargani, non ho proprio punta voglia di mettermi a fare all’amore fuori di casa. Perciò, se mi vuoi, vai a chiederlo ai miei genitori.
Gualtiero non stette a pensarci sopra due volte. Andò immediatamente nella Greppa a parlare con i genitori di Nena che si dimostrarono molto soddisfatti di un futuro genero come lui.
Nena e Gualtiero si erano sposati sei anni dopo, di sera, in Collegiata, nel 1936. A quell’epoca Gualtiero lavorava nel calzaturificio del Bellacci in via Cesare Battisti. Nel 1938, due anni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Gualtiero aveva dato vita ad una ditta artigiana per la fabbricazione di calzature. Facevano parte di questa ditta anche Nello Fedi, Alfredo Sabatini e Italo Lami. La ditta aveva assunto anche degli operai. Il laboratorio dei calzolai si trovava in via del Comune davanti al botteghino del Gioco del Lotto.. I tagliatori, Canido e Liseo, occupavano una stanza dell’appartamento di Gualtiero e Nena in via Arturo Checchi. Le tomaia venivano aggiuntate a domicilio da Dinona, da Giovanna Barsotti che sposò il fratello di Nena, dalla Rigoletta, la moglie di Ginori, fratello di Gualtiero, da Giannina della Calea e da Anita della Piomba. Le donne addette alla rifinitura delle calzature occupavano tre stanze in via Arturo Checchi. Esse erano la moglie di Italo Lami, Maggina del Sabatini, Nena, Beppina del Fedi, una delle Calle e Marina, la figliola di Becio.
La ditta di cui Gualtiero era contitolare andava a gonfie vele, ma, nel 1940, a causa della guerra a cui anche l’Italia volle prendere parte, fu costretta a sciogliersi. Anche Gualtiero era dovuto partire per la guerra e lo avevano mandato in Francia.
All’alba Serafina e Nena lasciarono l’ospedale e scesero alla Cappellina. A far compagnia al povero Gualtiero c’erano altre due vittime di guerra: Orsi Leopoldo, ucciso da una cannonata proprio nel sottopassaggio dell’ospedale dove si erano rifugiati un centinaio di fucecchiesi e un parente della Rigoletta letteralmente carbonizzato
Poco dopo giunsero, a rendere omaggio alla salma di Gualtiero, Alfredo Sabatini e Marsilio. Marsilio e Alfredo, prima di congedarsi, dissero che era necessario provvedere quanto prima alla sepoltura.
- Dovete mettergli un vestito e acquistare subito una cassa da morto – disse Alfredo.
- Ma come faccio, senza soldi, a comprare la cassa da morto? – obiettò Nena.
- Prendi il portafoglio di Gualtiero. Può darsi che dentro ci siano dei soldi – suggerì il Sabatini.
Nena estrasse dalla tasca dei pantaloni di Gualtiero il portafoglio, lo aprì e si rese conto che c’erano tanti soldi. Appena Marsilio e Alfredo se ne furono andati, Serafina e Nena risalirono all’ospedale. Nel cortile trovarono Emma Anghinelli e la cognata Lea, entrambe con il manicotto della Croce Rossa. Nena e Serafina raccontarono loro l’accaduto e chiesero come potevano fare per trovare una cassa da morto.
- Non preoccupatevi, vi ci accompagno io da Faustina a comprare la cassa da morto. Tanto è qui in via S. Giovanni – disse loro Lea.
Le tre donne scesero in piazza Garibaldi e mentre imboccavano via S. Giovanni incrociarono una pattuglia tedesca che non voleva farle passare. Lea, che sapeva parlare il tedesco, spiegò ai soldati la ragione per cui volevano andare in Via S. Giovanni. Il capo della pattuglia, allora, le lasciò passare. Le tre, fatti pochi passi, si trovarono di fronte all’abitazione di Faustina. Nel magazzino di Faustina c’erano rimaste pochissime casse. Nena e Serafina scelsero una cassa nera che a loro parve la più bella. Lea ritornò all’ospedale. Nena e Serafina andarono nel Poggetto, nella casa della mamma di Nena dove, su consiglio di esperti, la moglie di Gualtiero aveva nascosto biancheria ed indumenti. Ma la casa della mamma di Nena era già stata rovistata dagli sciacalli fucecchiesi. Se ne resero conto quando trovarono un piumino per le scale. La porta dell’appartamento era aperta. La casa era stata letteralmente svuotata. Fortunatamente nel fondo della cassapanca Nena trovò un vestito di Gualtiero. Era un bel vestito a quadrettini. Mentre ritornavano all’ospedale per poi scendere alla stanza mortuaria, Nena cominciò a compiangersi:
- Io, poverina, non ce la faccio a vestirlo. Non le ho mai fatte queste cose.
- Vedrai che all’ospedale si troverà qualcuno. Si chiederà ad Angiolino di Caleo se ce lo veste lui – ribatteva Serafina,
Nel cortile trovarono la signora Ricciardi. La signora aveva saputo della morte di Gualtiero e allora si avvicinò alle due donne per porger loro le sue condoglianze.
Nena cominciò a piangere disperatamente.
- Come farò a vivere senza di lui? Non ho più un posto di lavoro. Ho paura a ritornare alla Torre dove me lo hanno ammazzato. Non so nemmeno come fare per mettergli questo vestito che ho trovato per combinazione. I ladri ci hanno svuotato la casa.
Quando Nena si chetò, la signora Ricciardi la rassicurò:
- Verrò io a vestirlo. E poi vedrai che alla Torre non ti ci farò ritornare. Te la troverò io una sistemazione.
La signora Ricciardi mise il vestito a Gualtiero e provvide a farlo mettere dentro la cassa di color nero non appena Faustina la fece recapitare alla Cappellina.
Il giorno dopo, Brunero Orsi caricò su una lettiga coperta, a due ruote, le salme di suo padre Leopoldo e quella di Gualtiero e le portò al cimitero noncurante dei cannoneggiamenti che accompagnarono la sua marcia.
Al cimitero, subito dietro il cancello, il becchino sistemò le due casse nella fossa comune che aveva predisposto e le registrò con un numero d’ordine.
Suor Pasqualina, la direttrice delle suore dell’ospedale, prese a cuore la situazione di Nena, bene illustratale dalla signora Ricciardi, e l’assunse come infermiera al servizio del dottor De Pasquale.
Nena, però, non poteva essere tranquilla. Sua madre, inferma, era alla Torre. La cugina Maria Bianconi e lo zio Canido ce l’avrebbero fatta ad assisterla convenientemente? Suor Pasqualina, allora, mandò alla Torre due infermieri con un carrettino della Croce Rossa. I due vi caricarono la madre inferma di Nena e si fecero seguire, in ospedale, anche Canido e Maria.
La mamma di Nena venne sistemata su di una poltrona posta nella chiesina dell’ospedale. Maria venne destinata alla lavanderia. Canido, invece, doveva interpretare il ruolo di aiuto-cuoco.
Una mattina i tedeschi catturarono Spartaco, fratello di Nena , e Umberto Lazzeri e li portarono a scavare delle piazzole in Padule. Appena Nena lo seppe andò a sfogarsi con suor Pasqualina. E suor Pasqualina per scongiurare un’altra possibile disgrazia, mandò due infermieri in Padule. I due si presentarono ai tedeschi, li informarono che Spartaco e Umberto erano due operai specializzati indispensabili per assicurare certi servizi agli ammalati dell’ospedale e ne chiesero il rilascio. I tedeschi accolsero la richiesta. Spartaco e Umberto seguirono in ospedale i due infermieri dove furono assunti con la mansione di inservienti.
Serafina, la mamma di Gualtiero, si era riunita al figlio Spartaco; l’altro figlio, Ginori, insieme al figlio Vincenzo e alla moglie, era stato ricoverato all’ospedale in seguito alle ferite riportate.
Dopo quaranta giorni di sfollamento, almeno per i fucecchiesi, la guerra finì.
Nena era rimasta senza casa e senza lavoro In ospedale aveva trovato nella signora Ricciardi e in suor Pasqualina due anime generosissime che l’avevano aiutata ad attraversare il guado della sua situazione luttuosa e non priva di pericoli.
Quando venne dimessa dall’ospedale, Nena si trovò senza casa e senza lavoro. Il sindaco Angiolino Cecconi le trovò una casa in via Donateschi; Renatone, invece, la impiegò come commessa nella Cooperativa di Consumo aperta in corso Matteotti.
Ma la vicenda terrena di Gualtiero non si era conclusa.
Serafina, la cappellaia, aveva saputo che Nena voleva sistemare la salma di Gualtiero in un loculo. Siccome di loculi disponibili non ce n’erano, disse a Nena:
- Nella mia cappella al cimitero c’è un loculo libero. Se vuoi, puoi metterci in sosta il tuo Gualtiero.
Nena ne fu felice. Ne informò l’apposito ufficio comunale che fissò la data di esumazione e di traslazione della salma nel loculo della Cappella privata della cappellaia.
La mattina dell’esumazione della salma di Gualtiero dalla fossa comune erano presenti i familiari di Gualtiero, gli amici e l’impiegato comunale Umberto Moretti.
Il becchino, dopo aver riportato alla luce diverse casse sistemate nella fossa comune, contò:
- Uno, due , tre. E’ la numero tre.
E con l’aiuto di due inservienti tirò su la cassa corrispondente al numero tre come risultava dal suo registro. La cassa tirata su era un assemblaggio di tavole grezze.
- Questa non è la cassa del mio Gualtiero – protestò Nena.
Il becchino si incavolò e in malo modo disse che lui non si poteva sbagliare.
- La cassa del mio Gualtiero era nera. La comprai da Faustina. Io questa cassa nella cappella non ce la voglio.
Il Moretti ordinò al becchino di aprire la cassa. La cassa venne aperta. Dentro c’era la salma di una donna morta nel nostro sanatorio. Il becchino “ci rimase di marmo”.
Nena continuò a gridare:
- Gualtiero è nella cassa nera. E’ quella lì. - e la indicò con la mano destra.
- Catastini (questo era il cognome del becchino), fai tirare su la cassa nera e poi apritela per eliminare ogni dubbio – ordinò il Moretti.
Così fu fatto. Appena la cassa venne aperta tutti riconobbero il volto di Quartiero che dopo pochi istanti, a contatto con l’ara, si volatilizzò. Ma Nena aveva in precedenza descritto il vestito del suo Gualtiero che corrispondeva a quello della salma nella cassa nera.
La cassa venne di nuovo chiusa e sistemata in un contenitore di zinco opportunamente stagnato. Dietro la barella sulla quale era stata caricata la doppia cassa mortuaria, si formò un piccolo corteo che accompagnò Gualtiero nella cappellina della cappellaia.
L’amara vicenda di Gualtiero si era finalmente conclusa.

 

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