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- Verso
le due, nell’ora del solleone, dovrebbe venire a
trovarci mio fratello Gagliano. Salirà lungo la via
della Cappellina mortuaria.
- Speriamo che questa volta - lo interruppi - ci porti
un po’ di pane. Ce lo promette sempre, ma non ce lo
porta mai.
- Per lui, trovare un panone non é un problema.
Zio Gagliano stava in cima a Via delle Fornaci, in
aperta campagna. Faceva il calzolaio. E a quel tempo
fare il calzolaio significava riparare le scarpe e gli
zoccoli. Serviva tutti i contadini della zona e i
contadini il pane ce l’avevano perché lo facevano da sé.
Ogni casa colonica aveva il suo forno.
- Senti, Roberto - proseguì mio padre - sarebbe bene che
tu gli andassi incontro; almeno, se viene, gli dici che
siamo tutti sani e salvi e lui può tornare subito a
casa. A quest’ora i Tedeschi non ci sono per le strade.
Anche se non é più giovane, potrebbero prenderlo e
mandarlo in Germania.
- Che ore sono? - chiesi.
Mio padre estrasse dal taschino il suo orologio.
- E’ l’ora. Manca un quarto alle due.
Mi alzai e guadagnai la porta della stanzetta
dell’ospedale che era stata assegnata a me, a mio padre
e ad altri due sfollati.
- Aspetta ! - mi ordinò.
Tirò fuori una borsa di sotto al letto e ne estrasse una
pezzuola di colore bleu sbiadito che a quel tempo
fungeva da borsa.
- Se mio fratello porterà il pane, sarà bene che tu lo
nasconda in questa pezzuola. Se te lo vedono, potrebbero
rubartelo di forza.
Presi la pezzuola e mi avviai. Appena messo piede nel
cortile dell’ospedale, incrociai un carro tirato da due
donne. Sopra di esso, sdraiato, il corpo di un uomo
ridotto in brandelli. Le donne erano visibilmente
angosciate.
Era il primo cadavere che mi capitava di vedere. La
fame, la fame di pane cancellò brutalmente i sentimenti
di paura e di compassione che la vista di quel cadavere
avevano suscitato in me.
I numerosi sfollati dell’ospedale, seduti all’ombra del
fabbricato delle tranquille, si alzarono e andarono a
vedere. Qualcuno abbracciò quelle due povere sventurate.
Una vecchietta, vedendo tutto quel via vai, mi chiese
incuriosita:
- Cosa c’è? Cos’è successo?
- Hanno portato un uomo sfracellato dalle cannonate -
risposi. Proseguii.
Imboccai la ripida discesa sulla cui destra si allungava
un porticato in mattoni rossi stracolmo di sfollati.
Sembrava un formicaio umano. C’erano persone sdraiate,
donne intente ad asciugare le stoviglie, ragazzi alle
prese col macinino; ma nessuno parlava. Non si percepiva
neppure un lieve brusio.
Bisognava stare in ascolto della partenza delle
cannonate; bisognava prevenire con la fuga l’arrivo
delle pattuglie tedesche che non si stancavano mai di
andare alla ricerca di uomini da spedire in Germania o
in Emilia a fare le trincee.
Il caldo era intenso. Qualche lieve folata di vento si
portava dietro il fetore dei cadaveri di cui era piena
la cappellina. Il povero Brunero Orsi, un giovanotto di
una ventina di anni, non poteva, da solo, provvedere al
trasporto e alla sepoltura nel cimitero comunale di
tutti quei morti ammassati nella stanza mortuaria.
Soltanto padre Carlo, un frate santo, lo aiutava in
questa pericolosissima mansione che entrambi facevano
volontariamente e gratuitamente.
- Roberto ! - mi sentii chiamare. Era la voce di zio
Gagliano.
Lo vidi sbucare da dietro la cappellina mortuaria. Sotto
il braccio teneva un. fagotto.
“Ci sarà il pane o un paio di scarpe?” pensai mentre gli
correvo incontro.
- Tieni - mi disse senza rivolgermi domande sulla nostra
condizione - C’è mezzo panone. Hai visto che ho
mantenuto la promessa?
Aprii la pezzuola. Dietro di me udii lo strascico di un
passo. Mi volai. Era una donna anziana. Lo zio tirò
fuori dalla sua pezzuola il mezzo panone e me lo
consegnò. Com’era bianca quella mollica! Era dal 1940
che non vedevo più il pane bianco. Sussultai di gioia.
Con gesti rapidi lo rinvolsi nella pezzuola che mi aveva
consegnato il mio babbo.
- Grazie, zio. Grazie.
Lo zio sorrise. Forse aveva visto i miei occhi
illuminarsi di una grande gioia.
- Saluta babbo, mamma e Romano - mi raccomandò mentre
faceva dietro front.
- Ciao, zio. Grazie. Grazie!
Quando mi volsi per riprendere la salita, il mio sguardo
incontrò gli occhi dell’anziana signora che aveva
assistito alla consegna di quel mezzo panone.
- Puoi darmene un pezzettino? - mi chiese con voce
supplichevole - Sono anni che non ne mangio.
Tirò fuori dall’ampia tasca del suo grembiule un
coltello e me lo porse. L’impulso mi avrebbe dettato un
no secco e indiscutibile, ma qualcosa franò dentro di
me. Presi il coltello, svolsi un po’ di pezzuola e
tagliai un cantuccino che porsi alla donna insieme al
coltello. Mi sorrise. E per la prima volta vidi dipinto
negli occhi di una persona il sentimento della
tenerezza. Quello sguardo traboccante di gratitudine mi
commosse.
In preda all’emozione, sordo e cieco alla vista di tutti
quei paesani che bivaccavano sotto il portico, raggiunsi
la stanzetta dove fortunatamente c’era mio padre
soltanto.
Appena adocchiò l’involto, esclamò:
- Allora, questa volta l’ha portato!
Senza profferire risposta, aprii sul letto l’involto che
racchiudeva quella grazia di Dio. Mio padre esultò. Si
leccava i baffi come se si fosse trovato davanti alla
più impensata ghiottoneria.
- L’hai mangiato tu quel cantuccino che manca? – mi
chiese.
Raccontai al babbo l’episodio della donna anziana e
temetti di essere severamente sgridato.
- Bravo! Hai fatto bene – mi disse il babbo.
Questo consenso non me lo sarei mai aspettato. Il suo
apprezzamento aumentò incredibilmente la gioia che
quell’anziana donna mi aveva regalato con la sua
espressione di tenerezza.
- Senti, Roberto – disse il babbo - di questo pane ne
facciamo due parti. Una si
prende noi e l’altra la porti a mamma e a tuo fratello
Romano.
Prese una coltella. Divise il pane in due parti. Una la
rinvolse in un tovagliolo e la nascose nella borsa sotto
il letto. L’altra la risistemò nella pezzuola.
- Prima di attraversare la piazza dell’ospedale, guarda
che non ci sia nessuno. Hai capito?
Mia madre e mio fratello si erano rifugiati nello
scantinato della casa dei miei nonni materni che
abitavano proprio davanti alla piazza dell’ospedale,
sulla sinistra dell’odierno negozio di mercerie.
Purtroppo io e mio padre, data la ristrettezza
dell’ambiente, non avevamo potuto trovarvi rifugio e,
per questa ragione, ci eravamo rintanati nell’ospedale.
Quando mia madre, mio fratello, i miei nonni e la mia
zia videro quel pezzo di pane bianco diedero in
escandescenze.
Che festa! Che gioia! Una vera indimenticabile esultanza
in quel burrascoso periodo bellico.
Roberto Checchi
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