GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Finalmente un pezzo di pane vero
racconto di Roberto Checchi

 

- Verso le due, nell’ora del solleone, dovrebbe venire a trovarci mio fratello Gagliano. Salirà lungo la via della Cappellina mortuaria.
- Speriamo che questa volta - lo interruppi - ci porti un po’ di pane. Ce lo promette sempre, ma non ce lo porta mai.
- Per lui, trovare un panone non é un problema.
Zio Gagliano stava in cima a Via delle Fornaci, in aperta campagna. Faceva il calzolaio. E a quel tempo fare il calzolaio significava riparare le scarpe e gli zoccoli. Serviva tutti i contadini della zona e i contadini il pane ce l’avevano perché lo facevano da sé. Ogni casa colonica aveva il suo forno.
- Senti, Roberto - proseguì mio padre - sarebbe bene che tu gli andassi incontro; almeno, se viene, gli dici che siamo tutti sani e salvi e lui può tornare subito a casa. A quest’ora i Tedeschi non ci sono per le strade. Anche se non é più giovane, potrebbero prenderlo e mandarlo in Germania.
- Che ore sono? - chiesi.
Mio padre estrasse dal taschino il suo orologio.
- E’ l’ora. Manca un quarto alle due.
Mi alzai e guadagnai la porta della stanzetta dell’ospedale che era stata assegnata a me, a mio padre e ad altri due sfollati.
- Aspetta ! - mi ordinò.
Tirò fuori una borsa di sotto al letto e ne estrasse una pezzuola di colore bleu sbiadito che a quel tempo fungeva da borsa.
- Se mio fratello porterà il pane, sarà bene che tu lo nasconda in questa pezzuola. Se te lo vedono, potrebbero rubartelo di forza.
Presi la pezzuola e mi avviai. Appena messo piede nel cortile dell’ospedale, incrociai un carro tirato da due donne. Sopra di esso, sdraiato, il corpo di un uomo ridotto in brandelli. Le donne erano visibilmente angosciate.
Era il primo cadavere che mi capitava di vedere. La fame, la fame di pane cancellò brutalmente i sentimenti di paura e di compassione che la vista di quel cadavere avevano suscitato in me.
I numerosi sfollati dell’ospedale, seduti all’ombra del fabbricato delle tranquille, si alzarono e andarono a vedere. Qualcuno abbracciò quelle due povere sventurate.
Una vecchietta, vedendo tutto quel via vai, mi chiese incuriosita:
- Cosa c’è? Cos’è successo?
- Hanno portato un uomo sfracellato dalle cannonate - risposi. Proseguii.
Imboccai la ripida discesa sulla cui destra si allungava un porticato in mattoni rossi stracolmo di sfollati. Sembrava un formicaio umano. C’erano persone sdraiate, donne intente ad asciugare le stoviglie, ragazzi alle prese col macinino; ma nessuno parlava. Non si percepiva neppure un lieve brusio.
Bisognava stare in ascolto della partenza delle cannonate; bisognava prevenire con la fuga l’arrivo delle pattuglie tedesche che non si stancavano mai di andare alla ricerca di uomini da spedire in Germania o in Emilia a fare le trincee.
Il caldo era intenso. Qualche lieve folata di vento si portava dietro il fetore dei cadaveri di cui era piena la cappellina. Il povero Brunero Orsi, un giovanotto di una ventina di anni, non poteva, da solo, provvedere al trasporto e alla sepoltura nel cimitero comunale di tutti quei morti ammassati nella stanza mortuaria. Soltanto padre Carlo, un frate santo, lo aiutava in questa pericolosissima mansione che entrambi facevano volontariamente e gratuitamente.
- Roberto ! - mi sentii chiamare. Era la voce di zio Gagliano.
Lo vidi sbucare da dietro la cappellina mortuaria. Sotto il braccio teneva un. fagotto.
“Ci sarà il pane o un paio di scarpe?” pensai mentre gli correvo incontro.
- Tieni - mi disse senza rivolgermi domande sulla nostra condizione - C’è mezzo panone. Hai visto che ho mantenuto la promessa?
Aprii la pezzuola. Dietro di me udii lo strascico di un passo. Mi volai. Era una donna anziana. Lo zio tirò fuori dalla sua pezzuola il mezzo panone e me lo consegnò. Com’era bianca quella mollica! Era dal 1940 che non vedevo più il pane bianco. Sussultai di gioia. Con gesti rapidi lo rinvolsi nella pezzuola che mi aveva consegnato il mio babbo.
- Grazie, zio. Grazie.
Lo zio sorrise. Forse aveva visto i miei occhi illuminarsi di una grande gioia.
- Saluta babbo, mamma e Romano - mi raccomandò mentre faceva dietro front.
- Ciao, zio. Grazie. Grazie!
Quando mi volsi per riprendere la salita, il mio sguardo incontrò gli occhi dell’anziana signora che aveva assistito alla consegna di quel mezzo panone.
- Puoi darmene un pezzettino? - mi chiese con voce supplichevole - Sono anni che non ne mangio.
Tirò fuori dall’ampia tasca del suo grembiule un coltello e me lo porse. L’impulso mi avrebbe dettato un no secco e indiscutibile, ma qualcosa franò dentro di me. Presi il coltello, svolsi un po’ di pezzuola e tagliai un cantuccino che porsi alla donna insieme al coltello. Mi sorrise. E per la prima volta vidi dipinto negli occhi di una persona il sentimento della tenerezza. Quello sguardo traboccante di gratitudine mi commosse.
In preda all’emozione, sordo e cieco alla vista di tutti quei paesani che bivaccavano sotto il portico, raggiunsi la stanzetta dove fortunatamente c’era mio padre soltanto.
Appena adocchiò l’involto, esclamò:
- Allora, questa volta l’ha portato!
Senza profferire risposta, aprii sul letto l’involto che racchiudeva quella grazia di Dio. Mio padre esultò. Si leccava i baffi come se si fosse trovato davanti alla più impensata ghiottoneria.
- L’hai mangiato tu quel cantuccino che manca? – mi chiese.
Raccontai al babbo l’episodio della donna anziana e temetti di essere severamente sgridato.
- Bravo! Hai fatto bene – mi disse il babbo.
Questo consenso non me lo sarei mai aspettato. Il suo apprezzamento aumentò incredibilmente la gioia che quell’anziana donna mi aveva regalato con la sua espressione di tenerezza.
- Senti, Roberto – disse il babbo - di questo pane ne facciamo due parti. Una si
prende noi e l’altra la porti a mamma e a tuo fratello Romano.
Prese una coltella. Divise il pane in due parti. Una la rinvolse in un tovagliolo e la nascose nella borsa sotto il letto. L’altra la risistemò nella pezzuola.
- Prima di attraversare la piazza dell’ospedale, guarda che non ci sia nessuno. Hai capito?
Mia madre e mio fratello si erano rifugiati nello scantinato della casa dei miei nonni materni che abitavano proprio davanti alla piazza dell’ospedale, sulla sinistra dell’odierno negozio di mercerie. Purtroppo io e mio padre, data la ristrettezza dell’ambiente, non avevamo potuto trovarvi rifugio e, per questa ragione, ci eravamo rintanati nell’ospedale.
Quando mia madre, mio fratello, i miei nonni e la mia zia videro quel pezzo di pane bianco diedero in escandescenze.
Che festa! Che gioia! Una vera indimenticabile esultanza in quel burrascoso periodo bellico.

 


Roberto Checchi


 

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