GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Ostaggio dei tedeschi nel frantoio della Fattoria Corsini
racconto di di Carlo Scotto

 

Sono passati oltre cinquant’anni da quando sono stato protagonista di un fatto, chiamiamolo di guerra, successo a Fucecchio, che non è mai stato ricordato dagli storici succedutisi in tutto questo tempo.
Premetto che io, nel l942, poco più di un ragazzo, ero arrivato a Fucecchio assieme alla mia famiglia, proveniente da Genova come “sfollato”, e avevamo trovato un’abitazione in Sottopoggio.
Chiamato, successivamente, alla leva militare dall’allora governo di Salò, optai per la renitenza, restando rinchiuso in casa.
Ma veniamo a quanto anteposto.
Era il 20 giugno 1944: la guerra cominciava ad avvicinarsi, si notavano le truppe tedesche ritirarsi verso il nord.
Pertanto tutti ci preparavamo a costruire dei rifugi sotterranei, in previsione di eventuali bombardamenti.
Perciò, unitamente ad altri giovani, tra i quali Santi Ulisse, il cugino Banti Ottavio e Canovai Norico, stavamo costruendone uno nel ciglione di Malvolti Santi, quando sentimmo ad un tratto dei colpi d’arma da fuoco. Allarmati, cercammo di nasconderci, ma fummo scorti e catturati da alcuni tedeschi.
Noi quattro, attraverso il paese deserto, passando da Piazza La Vergine, fummo portati in Fattoria Corsini. Qui giunti, trovammo altre sei persone catturate come noi. Erano: Mancini Ivo, Sabatini Alfredo, Buglioni Giulio, Cucciolo il barrocciaio, il cui nome non ricordo, un certo Cappelletti ed un altro di S.Miniato di cui non so il nome.
In un primo tempo ci rinchiusero in un locale del frantoio, quello dove andavano i residui della frangitura e, successivamente, ci portarono nello spiazzo sottostante una delle torri, allineandoci ad un muretto.
Qui ci fu l’intervento di alcune persone del paese, tra le quali la Professoressa Nunziatina (Annunziata) Montanelli, poi una persona anziana, che ho sempre ritenuto fosse un generale in pensione, ed altri. La Professoressa Montanelli, che parlava tedesco, ci disse queste testuali parole: “Ragazzi, sono state esplose, dicono da parte di partigiani, delle bombe contro un reparto tedesco e fortunatamente c’è stato solo qualche ferito. Ora loro vi trattengono in ostaggio e speriamo non succeda null’altro, altrimenti non risponderanno di voi”.
Venimmo di nuovo rinchiusi nel frantoio, consentendo, però, che i nostri familiari ci portassero da mangiare. Ricordo anche che ogni tanto, dall’esterno di un finestrone con grata, si affacciava un tedesco fasciato da bende che, con il pugno chiuso, diceva:
- Gut, gut, morgen kaput! - facendoci con ciò rabbrividire.
La sera del 22 i tedeschi ci dissero che il giorno dopo ci avrebbero messo in libertà, sennonché, ironia della sorte, quella notte ci fu la prima apparizione di quell’aereo, che in seguito venne chiamato Pippetto, che sganciò qualche bomba nelle vicinanze. Sentendo questi colpi, ritenemmo che fossero dovuti ai partigiani, sinora mai operanti in Fucecchio, e che la nostra liberazione non avvenisse.
Invece il giorno dopo fummo lasciati liberi.
Girando per il paese notai che alle cantonate dei muri erano ancora affissi i manifesti del Comando Germanico, con i nostri nomi, nei quali si invitava la popolazione a non compiere atti ostili alle truppe tedesche, pena la fucilazione degli ostaggi.
Io ritengo che la nostra fortuna di essere usciti indenni, sia dovuto al fatto che il reparto che ci catturò era dell’Aviazione, in quanto avevano la divisa grigio-azzurra con la scritta su una manica “Herrnann Goering”. I soldati di questa divisione erano ritenuti tra i più umani dell’esercito tedesco.
Altra fortuna per me, per Ulisse Banti, Norico Canovai e Ivo Mancini, fu che le autorità della Repubblica di Salò erano andate via il 21 giugno e quindi nessuno sapeva che su di noi vi era la pena capitale per la renitenza alla leva.
Ho voluto rendere noto quanto sopra perché ,in tanti anni, ho letto di molti fatti succeduti durante la guerra, forse meno importanti, senza che mai sia stato fatto cenno a questo.
Ci voleva l’irreparabile per farlo?


Carlo Scotto

 

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