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L’autore di questo articolo è uno che all’epoca dei
fatti aveva 18 anni. Come tutti i ragazzi di questa età,
era nato e cresciuto nel “credo” del fascismo, nelle
dottrina che tutti i santi giorni i nostri professori a
scuola ci predicavano.
DIO, PATRIA, FAMIGLIA era un trinomio che alla
stragrande maggioranza dei giovani di allora piaceva
assai.
Era tanta la passione che mettevo anch’io nelle cose,
negli atti di quei tempi, che a 16 anni facevo parte del
gruppo sportivo inserito in un organo giovanile del
Partito Fascista che era la G.I.L. (Gioventù Italiana
del Littorio). Avevamo una buona squadra di
Pallacanestro femminile e una maschile, della quale
facevo parte, che partecipava ai campionati regionali;
avevamo una squadra di atletica leggera che si esibiva
in tutte le discipline sportive. Anche di questa avevo
il privilegio di fare parte nella specialità salto in
alto (quante slogature alle caviglie, quanti ginocchi
rotti, perché, dovete sapere che allora, saltando, si
ricadeva in terra, qualche volta in uno strato di
sabbia).
Avevamo naturalmente il nostro allenatore, autentico
fucecchiese dal quale, quando sgranava gli occhi e si “incazzava”,
era meglio stare alla larga nonostante l’amicizia e la
confidenza che ci legavano.
Gli allenamenti, al campo di pallacanestro o allo
“stadio” erano il passatempo giornaliero di questa
gioventù; la domenica eravamo impegnati, in casa o fuori
casa, in competizioni con altre squadre.
Vi chiederete cosa c’entra questo preambolo con i
fattacci della guerra ed io mi spiego dicendovi che ciò
era necessario perché il fattaccio è avvenuto fra il
sottoscritto e un altro giovane che faceva parte del
nostro gruppo della GIL. Egli era nato e cresciuto in un
ambiente che sapeva ben poco di fascismo, ma che
certamente ancora meno sapeva di antifascismo.
Tutti ricorderete il 25 luglio 1943 e il periodo
immediatamente successivo.
Cade il Fascismo con il suo capo; i successori, cioè il
Re e Badoglio, prima ci dicono che la guerra continua a
fianco dell’alleato tedesco e dopo ci dicono invece che
bisogna combattere contro l’ex alleato tedesco; l’Italia
è in un caos indescrivibile.
Mussolini viene liberato dai tedeschi, riprende il
comando di mezza Italia, forma la Repubblica Sociale
Italiana per continuare la guerra a fianco della
Germania.
I comandi militari e i Comuni diramano bandi per
presentarsi alle armi e proprio allora, fine ‘43 inizio
‘44, la classe, che deve presentarsi è quella del 1924,
cioè la mia e quella. di tanti altri amici con i quali
avevo passato l’infanzia, voglio aggiungere, la migliore
delle infanzie.
Chi oggi ha la mia età ricorda che in quei giorni era.
urgente e necessario fare una scelta; o uno spariva
dalla circolazione oppure si presentava alle armi.
Il sottoscritto faceva parte della “leva aria”, cioè era
in aviazione. Avevo passato la visita ed ero stato fatto
abile per frequentare la scuola piloti. Fui chiamato al
comando aereo di Firenze, che anche allora era alle
Cascine, e un ufficiale disse ai presenti che per
frequentare il corso per piloti dovevamo andare in
Germania e che era facoltativo accettare o meno.
Fui fra coloro che dissero di no.
Tornato a casa partecipai, su convocazione, ad una
riunione indetta dal segretario del Partito Fascista
Repubblicano che si era formato anche a Fucecchio.
Nell’occasione sia il segretario, sia altri amici
convennero sulla necessità di fare il nostro dovere
presentandoci ai comandi militari. Nessuno si espresse,
ma debbo dire che dentro di me era maturata l’intenzione
di presentarmi.. E così feci.
Dato che ne avevo facoltà, chiesi di essere ammesso a
frequentare la scuola allievi ufficiali dell’esercito
repubblicano.
Mi arruolai nell’ottobre del ‘43 e, .a causa degli
eventi bellici, nel giugno del ‘44 tornai a casa con la
coscienza a posto perché in questo breve periodo,
ammettiamo per caso o per fortuna, non partecipai né ad
azioni di guerra né di guerriglia.
Nel frattempo era logico che ognuno di noi chiedesse
notizie dei propri amici e così venni a sapere solo di
coloro che avevano indossato una divisa. Fra le brutte
notizie, la morte di tre amici che nessuno ha mai
ricordato perché hanno avuto la sventura di fare parte
dell’esercito dei perdenti. . -
Nel periodo che ho sopra citato, ottobre ‘43 - giugno
‘44, (mi sembra nel mese di aprile), usufruii di una
licenza di 7 giorni.
Un pomeriggio di uno di questi 7 giorni stavo
attraversando le quattro strade davanti al bar di Argene
per recarmi a casa, quando notai una macchina nera che
si fermava quasi davanti a me per fare scendere una
persona, proseguendo poi per via Cairoli.
Quale sorpresa e quanta gioia per me riconoscere in
questa persona uno dei più cari amici che avevo lasciato
al momento del mio arruolamento! Ci abbracciammo, ci
scambiammo alcune parole tanto per sapere come stavamo
entrambi e, dato che eravamo prossimi all’ora di cena,
decidemmo di comune accordo di passare il dopocena
assieme per raccontarci le nostre avventure che
senz’altro, per la nostra età ( avevamo entrambi 19 anni
), era già troppo l’averle vissute e poterle raccontare.
Io avevo ben poco da raccontare, la mia divisa diceva
tutto: Scuola Allievi Ufficiali di Orvieto, il che,
significava aula, studio, marce, esercitazioni di tiro e
quanto altro serviva per le formazione dei quadri
ufficiali di un esercito regolare.
Il mistero, semmai, veniva dal mio carissimo amico
interlocutore; mistero subito chiarito, in quanto egli
mi disse di avere trovato, tramite un nostro comune
amico che si diceva facesse parte dell’O.V.R.À. (la
famosa polizia del Partito Fascista), la strada per
entrare al servizio della Prefettura, il che significava
viaggiare in borghese, sempre in automobile, una buona
paga e la possibilità di vivere il maggior tempo a
Firenze e di venire spesso a casa, trascorrendo maggior
tempo in famiglia.
Come due veri uomini, passeggiando per la via del ponte,
facemmo un’ora abbastanza piccola e infine, augurandoci
buona fortuna, ci abbracciammo con la speranza di presto
rivederci.
Dopo pochi giorni, o poche ore, non ricordo bene,
scadutami la licenza e dovendo rientrare a Orvieto, mi
accinsi a intraprendere il viaggio di ritorno “con mezzi
di fortuna” (i treni non viaggiavano e di macchine
civili ne viaggiavano ben poche). Per farla breve,
riuscii a raggiungere Firenze e decisi di passarci
qualche ora. Non vi nascondo che per quelle strade,
allora sconosciute ed oggi tanto familiari, mi sembrava
di essere un gigante: il mondo, l’avvenire era tutto mio
(pensate a un ragazzo-uomo a soli 19 anni).
Camminavo in via Panzani assorto nei miei pensieri,
quando mi trovai davanti l’amico che avevo lasciato
poche ore prima a Fucecchio, assieme all’altro amico che
si diceva appartenesse all’OVRA.
Naturalmente grandi feste e l’invito da parte dei miei
amici di unirmi a loro che mi avrebbero fatto passare
un’ora tutta particolare.
Aderii all’invito e, ritornando verso la stazione,
chiesi dove andavamo: mi risposero che era una sorpresa.
Infatti potete immaginare la mia sorpresa quando, alla
fine di via Panzani, voltammo a destra e ci fermammo
davanti all’ingresso del Grande Hotel Baglioni.
Notai subito delle sentinelle tedesche fuori e dentro
l’ingresso dell’hotel e mi sembra di essermi espresso in
tal senso: “Ma che siete matti?!”.
Mi risposero: “Non ti preoccupare, vieni con noi.”
Entrammo: i miei amici mostrarono un tesserino e
dichiararono che io ero un loro invitato; ci fecero
passare e, come si vede nei film d’epoca, nel gran
salone dell’hotel Baglioni Ufficiali tedeschi e donne,
immagino italiane, se la spassavano bevendo e ballando
come a un veglione di fine d’anno. Non ricordo bene, ma
mi sembra di ricordare che di Italiani, almeno in quel
momento, non ci fossimo che noi tre. Ci trattenemmo
poco, o almeno io mi trattenni ben poco, dopodiché
lasciai il locale.
Se non altro questo episodio servì a dimostrare che i
miei amici se la spassavano davvero molto bene.
A causa dello spostamento del fronte che saliva sempre
verso nord, nel giugno del 1944 anche il mio reparto fu
trasferito al nord ed io ne approfittai per chiudere,
riconosco con poca dignità, la mia esperienza nella
R.S.I.
La liberazione mi trovò sfollato fra il padule e
l’ospedale. Vagabondavo nel piazzale dell’ospedale il
primo giorno che i Fucecchiesi sfollati rientravano in
paese, quando ad un tratto sentii delle urla e vidi quel
mio caro amico, che non avevo più visto dal giorno che a
Firenze mi portò al Baglioni, che brandendo un lungo
bastone stava correndo verso di me con intenzioni tutt’altro
che amichevoli. Mi preoccupai di scansare le bastonate,
dopodiché, non ricordo, se ci dividemmo o fummo divisi.
Poi ognuno andò per i fatti suoi. .
Non riuscivo a capire cosa passasse nel cervello di
questo “mio amico”. Seguitai alcuni giorni a cercar di
dare una spiegazione al suo comportamento: spiegazione
che non trovai fino a che, dopo alcuni giorni che
eravamo rientrati a casa, una mattina, - ero sempre a
letto - venne la mia povera mamma a chiamarmi per dirmi
che c’erano delle persone che mi desideravano.
Mi affacciai alla finestra e vidi in giardino 6 o 7
individui armati che, con il loro atteggiamento, non
promettevano niente di buono.
Pur essendo certo di non aver niente da rimproverarmi
sul comportamento, su come avevo operato in quel tragico
periodo, avevo avuto notizie da altre zone di atti di
violenza contro fascisti, o presunti tali, contro i
quali venivano mosse le più insensate accuse; da qui la
mia preoccupazione per cosa volessero e per cosa mi
avrebbero fatto questi nuovi tutori della legge. Fui
solo invitato a seguirli.
La risposta l’ebbi appena portato alla sede del C.LN.
(devo aprire una parentesi importante: non appena salii
le scale, le prime persone che vidi furono due miei
amici che avevo lasciato impiegati, o quasi, alla Casa
del Fascio e che ora ritrovavo non so a quale titolo, ma
certamente a operare nella sede dei partiti
antifascisti).
Dunque, portato alla sede del Comitato di Liberazione
Nazionale, venni informato che un compagno, compagno nel
senso comunista, mi aveva denunziato perché nel periodo
della R.S.I. il sottoscritto avrebbe mandato i
Carabinieri a casa sua ad arrestarlo, perché io sarei
stato a conoscenza che lui esercitava attività
partigiana.
Questo “partigiano” altri non era che quel mio amico con
cui passai alcune ore quando venni a casa in licenza, lo
stesso che, assieme all’altro, mi portò all’Hotel
Baglioni occupato da Ufficiali tedeschi. In sostanza era
colui che, pur non dicendomi di appartenere alla polizia
politica del Fascismo, mi aveva detto di essere al
servizio della Prefettura, di essere pagato molto bene,
di viaggiare in macchina, ecc. ecc.
Ecco il fattaccio! Un amico che per vigliaccheria, per
codardia, denunzia un altro amico per crearsi un alibi,
per paura di essere scoperto per eventuali malefatte
compiute e che trova con facilità dei complici solo
perché si iscrive nelle liste del Partito Comunista.
Quanti di questi fattacci sono accaduti nell’ultimo
tragico periodo dell’ultima guerra! Quanti fascisti
cancellarono il loro passato con un semplice atto di
sottomissione ad uno dei partiti del C.L.N.
Di contro a questi fatti, ve ne furono altri (vedi il
mio caso) che invece, schifati di quanto accadeva,
diventavano, non dico fascisti, ma certamente contrari
al nuovo corso imposto dai “Sapienti” del nuovo
progresso cosiddetto democratico, approdato alle nostre
sponde grazie ad una guerra perduta e a una guerra
fratricida.
Per quanto riguarda il mio caso personale, posso
aggiungere che, dopo aver subito soprusi e angherie dal
caro amico che era sempre accompagnato da 5 o 6
compagni, tutti attivisti del P.C., riuscii a convincere
alcuni gerarchi del C.L.N. ad aprire un’inchiesta,
istruire un processo perché il sottoscritto si era
stufato e non sopportava più il fatto di non poter
uscire di casa senza rischiare di dover rientrare
precipitosamente.
E così finalmente fu: ricevetti una comunicazione, quale
invito a presentarmi una sera alla sede del C.N.L.; non
potete immaginare lo spettacolo! Il tribunale era
formato, in maggior parte, da vecchi fascisti e da
qualche persona perbene che conoscevo essere stata
sempre antifascista. Non so da quante persone fosse
composto il tribunale; ricordo solo che la sala del
circolo, in Piazza Montanelli, era piena di gente.
All’ora stabilita per questo confronto il mio accusatore
tardava a presentarsi, mentre in sala c’erano tutti gli
amici del mio che, assieme a lui, mi rovinavano
l’esistenza con i fatti che ho citato.
A un certo punto qualcuno decise di andare a chiamarlo;
ricordo che questi tornò dicendo di non averlo trovato.
Dopo poco partì un altro che, ritornato, riferì di aver
parlato con l’interessato informando tutti i presenti
che non si sarebbe presentato perché la sua era una
questione personale e che intendeva risolverla
personalmente.
Se non fossero cose che all’epoca potevano anche finire
tragicamente, ci sarebbe stato davvero da ridere!
Tutto ciò dimostra da che parte stava la verità. In ogni
caso fu deciso che la mattina dopo, accompagnato dal
Presidente del Comitato Nazionale di. Liberazione, ci
saremmo recati dal mio “amico” per chiarire meglio i
fatti
Puntuale, la mattina dopo, mi recai dove lavorava il
Presidente del C.L.N. per andare insieme a trovare la
persona. Egli mi disse che aveva da fare, che riteneva
inutile questo colloquio e che, se volevo, andassi pure
da solo a trovarlo. Rimasi un po’ male per questa
decisione del Presidente, ma d’altra parte, oramai ero a
ballare e decisi di chiudere in qualche maniera una
situazione che non poteva seguitare a trascinarsi
all’infinito.
Pensando di trovare il mio amico in una bottega dove
lavorava, mi indirizzai in tale posto dove trovai il
padre ( con il quale avevo, prima di questi fatti,
ottimi rapporti di amicizia) al quale chiedo come abbia
fatto suo figlio a diffondere una menzogna tale che
avrebbe potuto costare al sottoscritto galera e anche
peggio.
Questo individuo reagì cominciando ad urlare e ad
inveire contro di me brandendo un corpo contundente e
apostrofandomi: “Fascista! Fascista!”
Al che, come accadeva a quei tempi, in tre balletti si
riempì la strada di gente manzonianamente disposta a
rendere esecutivo l’incitamento “dagli al fascista!”
Mi sembra che questo sia stato l’ultimo contatto che
ebbi con la famiglia del mio “amico”. Non fui più
molestato, perché l’amico fu abbandonato dai suoi
scagnozzi e dopo poco tempo espulso dal P.C.I.
In seguito approdò alla D.C., ma non ebbe maggior
fortuna.
Sono trascorsi 40 anni. Il tempo ha fatto giustizia
perché, a parte i quattrini che ne ha più di me,
socialmente e moralmente non ci cambierei una caccola.
Ho preferito non fare nomi perché sono certo che molti
non avrebbero gradito certi ricordi; alcuni, per altro,
sono morti e.. .pace all’anima loro. Per i vivi dico
solo che non credo ci sia cosa più brutta nella vita di
un uomo, che aver paura del proprio passato.
Olinto Trillò
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