GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Fatti, anzi, fattacci dell’ultima guerra
racconto di Olinto Trillò

 

L’autore di questo articolo è uno che all’epoca dei fatti aveva 18 anni. Come tutti i ragazzi di questa età, era nato e cresciuto nel “credo” del fascismo, nelle dottrina che tutti i santi giorni i nostri professori a scuola ci predicavano.
DIO, PATRIA, FAMIGLIA era un trinomio che alla stragrande maggioranza dei giovani di allora piaceva assai.
Era tanta la passione che mettevo anch’io nelle cose, negli atti di quei tempi, che a 16 anni facevo parte del gruppo sportivo inserito in un organo giovanile del Partito Fascista che era la G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio). Avevamo una buona squadra di Pallacanestro femminile e una maschile, della quale facevo parte, che partecipava ai campionati regionali; avevamo una squadra di atletica leggera che si esibiva in tutte le discipline sportive. Anche di questa avevo il privilegio di fare parte nella specialità salto in alto (quante slogature alle caviglie, quanti ginocchi rotti, perché, dovete sapere che allora, saltando, si ricadeva in terra, qualche volta in uno strato di sabbia).
Avevamo naturalmente il nostro allenatore, autentico fucecchiese dal quale, quando sgranava gli occhi e si “incazzava”, era meglio stare alla larga nonostante l’amicizia e la confidenza che ci legavano.
Gli allenamenti, al campo di pallacanestro o allo “stadio” erano il passatempo giornaliero di questa gioventù; la domenica eravamo impegnati, in casa o fuori casa, in competizioni con altre squadre.
Vi chiederete cosa c’entra questo preambolo con i fattacci della guerra ed io mi spiego dicendovi che ciò era necessario perché il fattaccio è avvenuto fra il sottoscritto e un altro giovane che faceva parte del nostro gruppo della GIL. Egli era nato e cresciuto in un ambiente che sapeva ben poco di fascismo, ma che certamente ancora meno sapeva di antifascismo.
Tutti ricorderete il 25 luglio 1943 e il periodo immediatamente successivo.
Cade il Fascismo con il suo capo; i successori, cioè il Re e Badoglio, prima ci dicono che la guerra continua a fianco dell’alleato tedesco e dopo ci dicono invece che bisogna combattere contro l’ex alleato tedesco; l’Italia è in un caos indescrivibile.
Mussolini viene liberato dai tedeschi, riprende il comando di mezza Italia, forma la Repubblica Sociale Italiana per continuare la guerra a fianco della Germania.
I comandi militari e i Comuni diramano bandi per presentarsi alle armi e proprio allora, fine ‘43 inizio ‘44, la classe, che deve presentarsi è quella del 1924, cioè la mia e quella. di tanti altri amici con i quali avevo passato l’infanzia, voglio aggiungere, la migliore delle infanzie.
Chi oggi ha la mia età ricorda che in quei giorni era. urgente e necessario fare una scelta; o uno spariva dalla circolazione oppure si presentava alle armi.
Il sottoscritto faceva parte della “leva aria”, cioè era in aviazione. Avevo passato la visita ed ero stato fatto abile per frequentare la scuola piloti. Fui chiamato al comando aereo di Firenze, che anche allora era alle Cascine, e un ufficiale disse ai presenti che per frequentare il corso per piloti dovevamo andare in Germania e che era facoltativo accettare o meno.
Fui fra coloro che dissero di no.
Tornato a casa partecipai, su convocazione, ad una riunione indetta dal segretario del Partito Fascista Repubblicano che si era formato anche a Fucecchio. Nell’occasione sia il segretario, sia altri amici convennero sulla necessità di fare il nostro dovere presentandoci ai comandi militari. Nessuno si espresse, ma debbo dire che dentro di me era maturata l’intenzione di presentarmi.. E così feci.
Dato che ne avevo facoltà, chiesi di essere ammesso a frequentare la scuola allievi ufficiali dell’esercito repubblicano.
Mi arruolai nell’ottobre del ‘43 e, .a causa degli eventi bellici, nel giugno del ‘44 tornai a casa con la coscienza a posto perché in questo breve periodo, ammettiamo per caso o per fortuna, non partecipai né ad azioni di guerra né di guerriglia.
Nel frattempo era logico che ognuno di noi chiedesse notizie dei propri amici e così venni a sapere solo di coloro che avevano indossato una divisa. Fra le brutte notizie, la morte di tre amici che nessuno ha mai ricordato perché hanno avuto la sventura di fare parte dell’esercito dei perdenti. . -
Nel periodo che ho sopra citato, ottobre ‘43 - giugno ‘44, (mi sembra nel mese di aprile), usufruii di una licenza di 7 giorni.
Un pomeriggio di uno di questi 7 giorni stavo attraversando le quattro strade davanti al bar di Argene per recarmi a casa, quando notai una macchina nera che si fermava quasi davanti a me per fare scendere una persona, proseguendo poi per via Cairoli.
Quale sorpresa e quanta gioia per me riconoscere in questa persona uno dei più cari amici che avevo lasciato al momento del mio arruolamento! Ci abbracciammo, ci scambiammo alcune parole tanto per sapere come stavamo entrambi e, dato che eravamo prossimi all’ora di cena, decidemmo di comune accordo di passare il dopocena assieme per raccontarci le nostre avventure che senz’altro, per la nostra età ( avevamo entrambi 19 anni ), era già troppo l’averle vissute e poterle raccontare.
Io avevo ben poco da raccontare, la mia divisa diceva tutto: Scuola Allievi Ufficiali di Orvieto, il che, significava aula, studio, marce, esercitazioni di tiro e quanto altro serviva per le formazione dei quadri ufficiali di un esercito regolare.
Il mistero, semmai, veniva dal mio carissimo amico interlocutore; mistero subito chiarito, in quanto egli mi disse di avere trovato, tramite un nostro comune amico che si diceva facesse parte dell’O.V.R.À. (la famosa polizia del Partito Fascista), la strada per entrare al servizio della Prefettura, il che significava viaggiare in borghese, sempre in automobile, una buona paga e la possibilità di vivere il maggior tempo a Firenze e di venire spesso a casa, trascorrendo maggior tempo in famiglia.
Come due veri uomini, passeggiando per la via del ponte, facemmo un’ora abbastanza piccola e infine, augurandoci buona fortuna, ci abbracciammo con la speranza di presto rivederci.
Dopo pochi giorni, o poche ore, non ricordo bene, scadutami la licenza e dovendo rientrare a Orvieto, mi accinsi a intraprendere il viaggio di ritorno “con mezzi di fortuna” (i treni non viaggiavano e di macchine civili ne viaggiavano ben poche). Per farla breve, riuscii a raggiungere Firenze e decisi di passarci qualche ora. Non vi nascondo che per quelle strade, allora sconosciute ed oggi tanto familiari, mi sembrava di essere un gigante: il mondo, l’avvenire era tutto mio (pensate a un ragazzo-uomo a soli 19 anni).
Camminavo in via Panzani assorto nei miei pensieri, quando mi trovai davanti l’amico che avevo lasciato poche ore prima a Fucecchio, assieme all’altro amico che si diceva appartenesse all’OVRA.
Naturalmente grandi feste e l’invito da parte dei miei amici di unirmi a loro che mi avrebbero fatto passare un’ora tutta particolare.
Aderii all’invito e, ritornando verso la stazione, chiesi dove andavamo: mi risposero che era una sorpresa. Infatti potete immaginare la mia sorpresa quando, alla fine di via Panzani, voltammo a destra e ci fermammo davanti all’ingresso del Grande Hotel Baglioni.
Notai subito delle sentinelle tedesche fuori e dentro l’ingresso dell’hotel e mi sembra di essermi espresso in tal senso: “Ma che siete matti?!”.
Mi risposero: “Non ti preoccupare, vieni con noi.”
Entrammo: i miei amici mostrarono un tesserino e dichiararono che io ero un loro invitato; ci fecero passare e, come si vede nei film d’epoca, nel gran salone dell’hotel Baglioni Ufficiali tedeschi e donne, immagino italiane, se la spassavano bevendo e ballando come a un veglione di fine d’anno. Non ricordo bene, ma mi sembra di ricordare che di Italiani, almeno in quel momento, non ci fossimo che noi tre. Ci trattenemmo poco, o almeno io mi trattenni ben poco, dopodiché lasciai il locale.
Se non altro questo episodio servì a dimostrare che i miei amici se la spassavano davvero molto bene.
A causa dello spostamento del fronte che saliva sempre verso nord, nel giugno del 1944 anche il mio reparto fu trasferito al nord ed io ne approfittai per chiudere, riconosco con poca dignità, la mia esperienza nella R.S.I.
La liberazione mi trovò sfollato fra il padule e l’ospedale. Vagabondavo nel piazzale dell’ospedale il primo giorno che i Fucecchiesi sfollati rientravano in paese, quando ad un tratto sentii delle urla e vidi quel mio caro amico, che non avevo più visto dal giorno che a Firenze mi portò al Baglioni, che brandendo un lungo bastone stava correndo verso di me con intenzioni tutt’altro che amichevoli. Mi preoccupai di scansare le bastonate, dopodiché, non ricordo, se ci dividemmo o fummo divisi. Poi ognuno andò per i fatti suoi. .
Non riuscivo a capire cosa passasse nel cervello di questo “mio amico”. Seguitai alcuni giorni a cercar di dare una spiegazione al suo comportamento: spiegazione che non trovai fino a che, dopo alcuni giorni che eravamo rientrati a casa, una mattina, - ero sempre a letto - venne la mia povera mamma a chiamarmi per dirmi che c’erano delle persone che mi desideravano.
Mi affacciai alla finestra e vidi in giardino 6 o 7 individui armati che, con il loro atteggiamento, non promettevano niente di buono.
Pur essendo certo di non aver niente da rimproverarmi sul comportamento, su come avevo operato in quel tragico periodo, avevo avuto notizie da altre zone di atti di violenza contro fascisti, o presunti tali, contro i quali venivano mosse le più insensate accuse; da qui la mia preoccupazione per cosa volessero e per cosa mi avrebbero fatto questi nuovi tutori della legge. Fui solo invitato a seguirli.
La risposta l’ebbi appena portato alla sede del C.LN. (devo aprire una parentesi importante: non appena salii le scale, le prime persone che vidi furono due miei amici che avevo lasciato impiegati, o quasi, alla Casa del Fascio e che ora ritrovavo non so a quale titolo, ma certamente a operare nella sede dei partiti antifascisti).
Dunque, portato alla sede del Comitato di Liberazione Nazionale, venni informato che un compagno, compagno nel senso comunista, mi aveva denunziato perché nel periodo della R.S.I. il sottoscritto avrebbe mandato i Carabinieri a casa sua ad arrestarlo, perché io sarei stato a conoscenza che lui esercitava attività partigiana.
Questo “partigiano” altri non era che quel mio amico con cui passai alcune ore quando venni a casa in licenza, lo stesso che, assieme all’altro, mi portò all’Hotel Baglioni occupato da Ufficiali tedeschi. In sostanza era colui che, pur non dicendomi di appartenere alla polizia politica del Fascismo, mi aveva detto di essere al servizio della Prefettura, di essere pagato molto bene, di viaggiare in macchina, ecc. ecc.
Ecco il fattaccio! Un amico che per vigliaccheria, per codardia, denunzia un altro amico per crearsi un alibi, per paura di essere scoperto per eventuali malefatte compiute e che trova con facilità dei complici solo perché si iscrive nelle liste del Partito Comunista.
Quanti di questi fattacci sono accaduti nell’ultimo tragico periodo dell’ultima guerra! Quanti fascisti cancellarono il loro passato con un semplice atto di sottomissione ad uno dei partiti del C.L.N.
Di contro a questi fatti, ve ne furono altri (vedi il mio caso) che invece, schifati di quanto accadeva, diventavano, non dico fascisti, ma certamente contrari al nuovo corso imposto dai “Sapienti” del nuovo progresso cosiddetto democratico, approdato alle nostre sponde grazie ad una guerra perduta e a una guerra fratricida.
Per quanto riguarda il mio caso personale, posso aggiungere che, dopo aver subito soprusi e angherie dal caro amico che era sempre accompagnato da 5 o 6 compagni, tutti attivisti del P.C., riuscii a convincere alcuni gerarchi del C.L.N. ad aprire un’inchiesta, istruire un processo perché il sottoscritto si era stufato e non sopportava più il fatto di non poter uscire di casa senza rischiare di dover rientrare precipitosamente.
E così finalmente fu: ricevetti una comunicazione, quale invito a presentarmi una sera alla sede del C.N.L.; non potete immaginare lo spettacolo! Il tribunale era formato, in maggior parte, da vecchi fascisti e da qualche persona perbene che conoscevo essere stata sempre antifascista. Non so da quante persone fosse composto il tribunale; ricordo solo che la sala del circolo, in Piazza Montanelli, era piena di gente.
All’ora stabilita per questo confronto il mio accusatore tardava a presentarsi, mentre in sala c’erano tutti gli amici del mio che, assieme a lui, mi rovinavano l’esistenza con i fatti che ho citato.
A un certo punto qualcuno decise di andare a chiamarlo; ricordo che questi tornò dicendo di non averlo trovato. Dopo poco partì un altro che, ritornato, riferì di aver parlato con l’interessato informando tutti i presenti che non si sarebbe presentato perché la sua era una questione personale e che intendeva risolverla personalmente.
Se non fossero cose che all’epoca potevano anche finire tragicamente, ci sarebbe stato davvero da ridere!
Tutto ciò dimostra da che parte stava la verità. In ogni caso fu deciso che la mattina dopo, accompagnato dal Presidente del Comitato Nazionale di. Liberazione, ci saremmo recati dal mio “amico” per chiarire meglio i fatti
Puntuale, la mattina dopo, mi recai dove lavorava il Presidente del C.L.N. per andare insieme a trovare la persona. Egli mi disse che aveva da fare, che riteneva inutile questo colloquio e che, se volevo, andassi pure da solo a trovarlo. Rimasi un po’ male per questa decisione del Presidente, ma d’altra parte, oramai ero a ballare e decisi di chiudere in qualche maniera una situazione che non poteva seguitare a trascinarsi all’infinito.
Pensando di trovare il mio amico in una bottega dove lavorava, mi indirizzai in tale posto dove trovai il padre ( con il quale avevo, prima di questi fatti, ottimi rapporti di amicizia) al quale chiedo come abbia fatto suo figlio a diffondere una menzogna tale che avrebbe potuto costare al sottoscritto galera e anche peggio.
Questo individuo reagì cominciando ad urlare e ad inveire contro di me brandendo un corpo contundente e apostrofandomi: “Fascista! Fascista!”
Al che, come accadeva a quei tempi, in tre balletti si riempì la strada di gente manzonianamente disposta a rendere esecutivo l’incitamento “dagli al fascista!”
Mi sembra che questo sia stato l’ultimo contatto che ebbi con la famiglia del mio “amico”. Non fui più molestato, perché l’amico fu abbandonato dai suoi scagnozzi e dopo poco tempo espulso dal P.C.I.
In seguito approdò alla D.C., ma non ebbe maggior fortuna.
Sono trascorsi 40 anni. Il tempo ha fatto giustizia perché, a parte i quattrini che ne ha più di me, socialmente e moralmente non ci cambierei una caccola.
Ho preferito non fare nomi perché sono certo che molti non avrebbero gradito certi ricordi; alcuni, per altro, sono morti e.. .pace all’anima loro. Per i vivi dico solo che non credo ci sia cosa più brutta nella vita di un uomo, che aver paura del proprio passato.


Olinto Trillò

 

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