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A metà
novembre 1943 una colonna di tedeschi diretti verso
Cassino fecero tappa presso la casa di Pietro Sollazzi.
Facevano parte di questa colonna anche una ventina di
cavalli francesi, enormi, ma molto stanchi.
L’ufficiale che parlava discretamente l’italiano disse
allo zio:
- Questi cavalli francesi hanno bisogno di riposo. Vi
ordino di liberare la vostra stalla . I nostri cavalli
la occuperanno per due giorni. Lascerò qui un
maresciallo ed alcuni giovani soldati.
Il capoccio assicurò che avrebbe messo a disposizione
dei cavalli la sua stalla. Il comandante tedesco impartì
degli ordini al maresciallo e la colonna si rimise in
moto. Tonino chiamò subito il babbo di Pietro che era
l’addetto alla stalla e gli disse di liberarla per far
posto ai cavalli dei tedeschi.
Beppe si diresse verso la stalla seguito dal maresciallo
austriaco. Appena entrato dentro la stalla, il
maresciallo, di bassa statura ma robusto, guardò
ammirato tutte le bestie disposte secondo la loro
taglia. Al maresciallo parve di essere entrato in un
salotto per l’ordine e la pulizia che regnavano nella
stalla. Il sottufficiale non seppe nascondere il suo
stupore la sua ammirazione, si avvicinò al babbo di
Pietro e lo abbracciò. E mentre lo teneva stretto fra le
sue robuste braccia cominciò a piangere.
Dopo l’abbraccio, l’austriaco, scuotendo la testa,
estrasse dalla tasca il suo portafogli e mostro al babbo
due fotografie: quella della sua casa colonica e quella
della sua famiglia. E continuò a scuotere la testa.
I cavalli furono alloggiati nella stalla. Il maresciallo
e i quattro soldati furono sistemati alla meglio in
casa. Due di questi quattro soldati erano due giovani
iugoslavi, Uno di questi aveva una sorella a Trieste.
I due fecero capire a Pietro che desideravano disertare
e che perciò aveva bisogno di abiti borghesi. Pietro gli
procurò quanto da essi richiesto.
I due giovani regalarono a Nunziata una pezza di stoffa
che avevano preso a Genova.
Dopo due giorni di permanenza i cinque tedeschi
ripartirono con i venti cavalli francesi, enormi. Beppe,
nel salutare il maresciallo pianse scuotendo egli pure
la testa come aveva fatto l’austriaco quando era entrato
nella stalla dei Sollazzi la prima volta.
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