GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Nello Lupi, macellaio dell’ospedale nell’estate del 1944

 

Nell’estate del 1944 Nello Lupi aveva trentacinque anni e si trovava a Fucecchio dove esercitava il mestiere del pastore. Era sposato con Silvana Lucchesi di anni 23, aveva una figlia di 6 anni, Giuliana, ed abitava per la via di S. Croce non distante dalla casa del suocero Giovanni Lucchesi.
Quattro anni prima, nel 1940, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, era stato richiamato sotto le armi ed assegnato all’artiglieria da fortezza nell’isola d’Elba. Vi era rimasto soltanto tre mesi. Il 19 agosto 1940, a causa delle sue vene varicose, venne assegnato ai servizi sedentari e rimandato a casa. Dopo circa un anno fu di nuovo richiamato e, subito dopo essersi presentato al distretto militare di Pistoia, venne mandato a una visita di controllo all’ospedale militare di S. Gallo a Firenze. Fortuna volle che fosse visitato da un tenente colonnello della sanità, amico del dott. Cipollaro, che lo congedò seduta stante. Il dottor Cipollaro ed il professor Baccarini avevano addirittura presenziato in veste di testimoni, nel 1937, al matrimonio di Nello con Silvana Lucchesi, la ragazza che qualche anno prima essi avevano salvata con un intervento chirurgico.
Il 15 luglio del 1944 Nello ed il cognato Orolindo, fratello di sua moglie, mentre si trovavano in prossimità della casa di Giovanni Lucchesi dovettero darsela a gambe perché videro una pattuglia di soldati tedeschi. Sicuramente quei militari stavano effettuando un rastrellamento : avevano bisogno di braccia per scavare le piazzole destinate a mitragliatrici e cannoni che avrebbero dovuto rallentare l’avanzata degli americani. I due cognati, attraverso i campi, raggiunsero via Stieta. Improvvisamente Nello emise un gridò di dolore e si fermò. Orolindo gli chiese:
- Cosa ti è successo?
- Non posso più camminare. Mi sono fatto male al piede sinistro.
Invano il povero Nello cercò di rimettersi in movimento: non gli era possibile. Sul piede sinistro non poteva caricare nemmeno un grammo di peso. Orolindo, incurante dei pericoli a cui si esponeva, decise di trasportare il cognato all’ospedale. Nello si appoggiò sulle spalle del cognato e, camminando su di un solo piede, saltellando riuscì a raggiungere l’ospedale. Il professor Baccarini si stupì nel vedere Nello ridotto in quello stato. Fatta la diagnosi emise una prognosi non troppo lusinghiera per Nello:
- Ci vorranno dieci giorni per rimettere a posto la tua caviglia, caro Nello.
Nello, quasi mortificato, scosse la testa e, rivolto al cognato, lo supplicò:
- Rassicura tua sorella che presto ritornerò a casa e soprattutto mi raccomando le pecore: portacele tu a pascolare nei paraggi del vostro podere.
Nello venne ricoverato nel reparto di chirurgia. Si respirava già aria di smobilitazione nelle corsie dell’ospedale. Il professor Baccarini, primario dell’ospedale, era un grande esperto in materia di guerra: era fra l’altro un fresco reduce della ritirata italiana dalla Russia che gli era costata il parziale congelamento delle gambe.
- Caro Nello, - gli disse il professor dopo un giorno di ricovero – bisogna prepararci in anticipo al passaggio della guerra. Non appena arriverà la prima cannonata, queste corsie verranno abbandonate, lasciate vuote, perché potrebbero essere colpite, magari per errore, dai cannoni americani. Te lo immagini che strage, se vi alloggiassero ancora e ricoverati!
- E dove ci metterete? – chiese preoccupato Nello.
- Nell’interrato dove ora si trovano la cucina e il magazzino e la chiesetta. Quei corridoi diventeranno delle corsie. Ho già predisposto tutto. Nell’arco di una sola giornata saremo in grado di trasferirvi tutti al basso. Il tuo piede sta già meglio, Nello. Fra nove giorni penso che tu possa rientrare a casa.
Il due luglio venne colpito il nostro ponte sull’Arno dai cacciabombardieri alleati. Nei giorni successivi si sentì già tuonare il cannone sulle colline di S. Miniato.
- Nello, domattina effettuerò il trasferimento dei reparti. Ci ho ripensato. Siccome le prime cannonate potrebbero colpire anche l’ospedale, meglio prevenire questa eventualità. Tina, la professoressa Montanelli, quella che fa da interprete ai tedeschi, mi ha detto che il Comandate tedesco, quello che soggiorna nel Palazzo di Pergentino, sulla scalinata della Collegiata, teme che da un momento all’altro il nostro paese possa diventare bersaglio delle artiglierie anglo-americane.
- Se almeno avessi potuto far uso del piede, avrei dato volentieri una mano anch’io a sistemare tutte le cose giù nell’interrato.
- Pazienza, Nello. Salutami Silvana e tutti quelli della famiglia Lucchesi quando vengono a trovarti.
Accanto a Nello c’era uno sfollato di Livorno che era stato operato d’ernia e che aspettava di essere dimesso da un giorno all’altro. Il livornese era rimasto colpito dall’affabilità con cui il professore curava Nello e dalla confidenzialità con cui ci conversava.
- Nello, sei forse un parente del professore? – chiese il livornese.
Nello gli raccontò la storia dell’intervento chirurgico che il professore aveva compiuto sulla fidanzata Silvana. Raccontò con dovizia di particolari gli incontri conviviali , in casa del suocero Giovanni, con il professore e tutta la famiglia Baccarini.
Lo sfollato aveva notato anche che, in quei tre giorni di degenza, Nello non aveva ricevuto la visita dei genitori. Il livornese chiese:
- I tuoi genitori vivono a Fucecchio o in un altro paese magari lontano?
- Eh, caro mio, babbo Giuseppe e mamma Giulia, abitano in un paese da cui non si fa più ritorno. Quando mio padre morì, avevo soltanto 3 anni. Lasciò me, la mia mamma e il mio fratellino Giannino di appena sette giorni. Ricordo molto vagamente la fisionomia del mio babbo. Abitavamo nella medesima via dove tu sei sfollato, in via della Valle (Mario Sbrilli), nella casa accanto al pozzo: ora c’è una fontana. La mia mamma morì quando avevo undici anni. Rimanemmo soli io e mio fratello.
- E allora come ve la cavaste?
- Io andai a vivere nella famiglia di zio Barghino, un fratello di mio padre, che abitava a pochi passi da noi, in via della Greppa. Lo zio, anche lui pastore come il mio povero babbo, aveva sette figli, tre maschi e quattro femmine (Lelle, Oscar, Pietrino, Marina, Giulia, Virginia e Cosetta,); mio fratello Giannino, invece, andò con la nonna materna
Lo sfollato livornese, scosso dalla narrazione di queste vicende, dopo aver constatato che Nello svelava volentieri i segreti della sua storia personale, domandò:
- Lo zio continuò a mandarti a scuola?
- A scuola? Io a scuola non ci sono mai andato. Fin dall’età di cinque anni sono andato sempre a badare le pecore. C’era troppa miseria nella mia famiglia ed anche le braccia di un bambino potevano far molto comodo.
- Allora tu non sai leggere per niente? – continuò il livornese.
- Alla meglio leggo e mi arrangio anche a scrivere per merito di un frate.
- E cosa ci rientra il frate?
Nello proseguì:
- Quando, nel 1919, mia madre morì di “spagnola”, padre Carlo, un frate del convento di Fucecchio, venne a benedirla. Lui mi conosceva. Dopo aver recitato una preghiera di suffragio, mi si avvicinò, mi mise una mano sulla spalla, mi confortò e poi mi chiese se volevo imparare a leggere e a scrivere. Gli risposi di sì. “Ti insegnerò io” mi disse. Ci mettemmo d’accordo sugli orari. Ci andavo tre volte alla settimana, di notte, dopo che avevo sistemato le pecore ed avevo cenato. Quel frate meriterebbe un monumento. Lui aiutava tutti.
Lo sfollato proseguì:
- Se domani verremo trasferiti giù nell’interrato, probabilmente non saremo di nuovo messi l’uno accanto all’altro. E allora, se non ti dispiace, finisci di raccontarmi la tua storia. Mi piacerebbe sapere come conoscesti tua moglie e come facesti a convincerla a sposarti visto che tu avevi dieci anni più di lei.
- Quando ritornai dal servizio militare di leva le mie pecore avevano cambiato alloggio notturno: dimoravano in una stalla messaci a disposizione dalla famiglia di Lucchesi Giovanni, l’artigliere che si era meritato una tavola a colori dell’Illustrazione Italiana ad opera del pittore Beltrame. Il Lucchesi ci concedeva gratuitamente l’uso della stalla in cambio dello stallatico prodotto dalle nostre pecore. Naturalmente, oltre allo stallatico, noi non facevamo mancare mai ai Lucchesi ricotta e formaggio pecorino. Il Lucchesi aveva sei figli: quattro femmine e due maschi. Mentre mungevo, io cantavo sempre delle canzoni di quell’epoca. Molte volte le figlie del Lucchesi venivano ad ascoltarmi e mi applaudivano. La secondogenita si incantava non solo ad ascoltarmi ma anche a guardarmi. Fui colpito dalla luminosità del suo sguardo e dalla delicatezza dei suoi moti espressivi. Mi sembrava che fosse felice di me. Io non credevo ai miei occhi. Mi ero sentito sempre ultimo. Silvana, invece, col suo modo compiaciuto di fissarmi, mi faceva sentire il primo su tutti. Dio mi aveva privato fin dalla tenera età dei miei genitori, ma ora mi restituiva quanto mi aveva tolto facendomi incontrare quella creatura che per me valeva tutte le donne del mondo messe insieme. Lei, però, era troppo giovane, rispetto a me. Io non osavo farle la dichiarazione di amore. Poi accaddero due fatti provvidenziali. Il fratello minore di Silvana, Franco, si affezionò moltissimo a me. Tutte le volte che andavo al cinema ci portavo anche lui. La sua gratitudine nei miei confronti divenne grandissima. Poi Silvana e la sorella Vanda furono colpite da coliche intestinali che sembravano incurabili. Fu in quella occasione che mio suocero chiamò il professore Baccarini per fargli visitare le figlie. Nacque allora la grande amicizia tra il professore e la famiglia Lucchesi. Tutte e due le sorelle vennero ricoverate in ospedale e sottoposte ad intervento chirurgico. Io vissi, con il cuore dell’innamorato, quella dolorosa evenienza. Diventai un visitatore quotidiano di Silvana e di Vanda. Il mio affetto traboccava da tutti i pori della mia pelle. Mia suocera domandò a Silvana: ”Ma tu gli vuoi bene a Nello? Se gli vuoi bene, noi saremmo felici di avere un genero come lui. Nessuno al mondo sicuramente ti vorrà bene come lui” Silvana rimase silenziosa per qualche istante e poi: ”Anch’io, mamma, gli ho voluto sempre bene”. Poche settimane dopo che era stata dimessa dall’ospedale ci fidanzammo ufficialmente. Avevo bisogno di una famiglia tutta mia. Lo zio Barghino era andato a vivere con la figlia Marina. Ero rimasto solo in quella casa. Venne ad accudirmi la zia Ida Nardi del 1881, la moglie dello zio paterno, Canidino. Questa zia era la personificazione della bontà. La notte, però, rimanevo solo perché mia zia tutte le sere andava a dormire nella propria casa. Io non me la sentivo più di dover vivere tutta la vita alla mercé di parenti. Silvana lo capì subito e fu lei che accelerò i tempi e ci sposammo a distanza di pochi mesi dal fidanzamento. Il professor Baccarini accompagnò la mia Silvana all’altare. E andammo a vivere in una nostra casetta, vicina a quella dei Lucchesi, ma nostra. E avemmo quasi subito una bambina, Giuliana, che è tutta la mia vita.
Il livornese si commosse nell’udire l’intreccio di tutte queste amare vicende che fortunatamente si conclusero bene come in una bella fiaba.
Il giorno dopo tutti i reparti dell’ospedale vennero trasferiti nell’interrato. Nello ed il livornese vennero separati. Il livornese venne dimesso l’indomani. Fu dopo questo trasferimento che Nello cominciò a notare la presenza in ospedale del macellaio Attilio Trivellini –Piccione- e di Ettore della Vestrina, aiutante di Attilio. Il Trivellini, tutte le volte che passava dall’interrato, si fermava a conversare con Nello.
- Mi sbaglio, o anche tu, Nello, hai fatto una discreta esperienza di macellaio con il tuo zio Canidino? – gli chiese il Trivellini.
- E’ vero. Mio zio voleva che smettessi di fare il pastore. Mi voleva come suo collaboratore; ma io non volli perché temevo di perdere l’unica ragazza che ho amato in vita mia.
Ettore di Vestrino non raccoglieva né la simpatia né il consenso delle suore dell’ospedale. Si ubriacava troppo spesso e quando in quello stato di ubriachezza tagliava la carne sul bancone di marmo del magazzino dell’ospedale faceva il diavolo a quattro. Ora che nell’interrato c’erano i degenti di tutti i reparti quel comportamento non era più compatibile con le esigenze dei ricoverati. Due giorni prima che Nello fosse dimesso, Ettore venne allontanato dal macello dell’ospedale.
Attilio Trivellini, macellaio di prim’ordine e rifornitore dell’ospedale, purtroppo soffriva di diabete e l’insulina che gli veniva iniettata non lo rendeva immediatamente efficiente. Subito dopo il licenziamento di Ettore, il Trivellini ebbe un incontro con il professor Baccarini
- Attilio, - gli disse il professore – i tempi si faranno più duri. La guerra ormai l’abbiamo in casa. Tu, da solo, lo capisco benissimo non puoi farcela. Hai bisogno di un aiutante. Chi possiamo arruolare? Conosci qualche persona del mestiere che sia affidabile?
- Ce n’è uno nel suo reparto che potrebbe essere l’asso nella nostra manica. Lui fa il pastore, ma ci ha dietro un’esperienza unica di macellatore. Son sicuro che anche da solo lui riuscirebbe a mandare avanti tutta la baracca. Ha una forza ed una resistenza alla fatica che ha dell’incredibile.
- E chi è? - chiese incuriosito il professore.
- E’ Nello, il pastore. Nello Lupi. Lo conosce?
- Altro che! Gli ho fatto da testimone quando si è sposato. E so perfettamente quanto ama la sua attività di pastore – rispose il professore.
Dopo dieci giorni di ricovero, il professore quando si fermò a controllare il piede di Nello Lupi, gli disse:
- Stasera, verso le quattro e mezzo ti mando a casa. Perciò per quell’ora fatti trovare pronto.
Il professore non gli disse altro. Nello ci rimase male. Non sapeva proprio spiegarsi il perché di quella laconicità.
Alle 16,30 Nello era pronto e lo fu pure il professore che era venuto a salutarlo. Dopo la stretta di mano, Nello, perfettamente guarito, lasciò l’interrato. Al momento di varcare la porta per uscire si senti chiamare dal professore. Nello si fermò ed attese il professore che stava per raggiungerlo. Il Baccarini gli disse testualmente:
- Nello, hai mai avuto bisogno di me?
- Tante volte, professore. Se lei non mi avesse curato io non avrei potuto rimettermi così in sesto.
- Ora, Nello, io ho bisogno di te.
Sbalordito, Nello chiese:
- In cosa posso servirla?
- Attilio Trivellini ha bisogno di un aiutante e, a suo parere, nessuno lo può fare meglio di te.
Nello sgranò i suoi occhioni e dopo un attimo di meraviglia e di esitazione obiettò:
- Io, per lei, professore, andrei anche sul fuoco. Ma ho una famiglia ed un branco di pecore. Non posso mica lasciarle sole la mia moglie e la mia bambina! E le pecore a chi le lascio?
- Hai perfettamente ragione, Nello. Ora, però, ascoltami attentamente. Tua moglie e tua figlia potrai portarle in ospedale ed avranno vitto ed alloggio gratuiti. Per le pecore, d'accordo con la professoressa Annunziata Montanelli, quella che voi insuesi chiamate Tina di Igia, abbiamo parlato con il Comandante dei tedeschi che sono di stanza a Fucecchio. Lui ci ha accordato il permesso di tenere in un recinto di Santella, il contadino di Gaetano Bertoncini, una cinquantina di pecore per uso dell’ospedale. Il recinto recherà dei cartelli in lingua tedesca firmati dal comandante che vietano alle truppe tedesche di razziare tali pecore. Tuo nipote Gambe si è dichiarato disponibile a sorvegliare tutte le tue pecore che saranno perciò superprotette.
- Professore, a questo punto, come potrei dirle di no? Io la ringrazio moltissimo e da domattina entrerò in servizio.
- No, in servizio ci entrerai domani sera, perché ora, a casa non ti ci mando. Sono le cinque ed i tedeschi potrebbero prenderti. L’ospedale non può fare a meno di te.
- Ma mia moglie cosa penserà?
- Niente. L’ho già fatta avvisare. Domattina passa da Gambe e digli che siamo d’accordo e lui capirà tutto. Stasera ritorni nel tuo lettino e domani ti daremo una stanzetta dove alloggerai con la tua famiglia. Fra poco verrà a parlare con te il presidente dell’ospedale, Ido Lotti. Lui ti illustrerà tutti i tuoi compiti e le eventuali spettanze.
E infatti subito che il professore se ne era andato comparve Ido Lotti che gli elencò non solo i compiti, ma anche i nomi di coloro che svolgevano altri lavori di supporto per il buon andamento dell’ospedale. Fu anche convenuto, a voce, che Nello non avrebbe percepito nessun compenso. Avrebbe potuto trattenere per sé, se lo avesse voluto, le pelli degli animali macellati.
L’indomani, prima di lasciare l’ospedale, Nello ricevette un salvacondotto speciale, firmato dal comandante tedesco su pressione della professoressa Montanelli. Grazie a questo salvacondotto, Nello avrebbe potuto prelevare in campagna bestie destinate al macello per gli ammalati dell’ospedale. Prima di dirigersi per la via di Santa Croce, appena ebbe attraversato la piazza dell’ospedale, scese in via della Greppa e si fermò nell’abitazione della sua adolescenza per informare il cugino Gambe che aveva accettato i patti col professor Baccarini.
Nel primo pomeriggio, Nello, la moglie e la figlia si trasferirono all’ospedale. Era il 18 luglio, il giorno in cui cominciarono i cannoneggiamenti americani.
Sistemate le poche cose in un angolo- stanzetta che erano stati assegnati a lui e alla sua famiglia, Nello raggiunse i due incavi in fondo al porticato che costeggiava il ciglio sottostante un lato della terrazza giardino dell’ospedale e che conduceva alla stanza mortuaria. Un vano fungeva da stalla dove stazionavano i bovini destinati al macello e l’altra a camera da macello. La camera da macello, come gli fece notare Attilio, lì presente, non disponeva di ganci a cui poter appendere la bestia uccisa.
- Disponiamo, caro Nello, soltanto di questo pavimento sul quale stendiamo quei lenzuoli lì ammassati. Bisogna fare tutto a terra. Una volta uccisa e spellata la bestia, dobbiamo squartarla e portare a spalla i singoli pezzi nel magazzino vicino alla chiesina. Lì c’è un lungo tavolo di marmo che ci consentirà di staccare dai quarti braciole, bistecche, pezzi per il lesso.
- E per la trippa e il ciondolo come la mettiamo? – chiese Nello.
- Dovrai lavarli ben bene nel vallino accanto al macello. Nella stanza del macello ci sono dei secchi ed una cannella per l’acqua di cui avrai bisogno per pulire appunto le interiora. E se non ti va di pulirle, scavi una buca e ce le interri. Comunque per la destinazione dei singoli quarti ti daranno indicazioni precise ed anche una mano sia suor Albina, quella bella grossa, sia suor Valeria, una suorina piccola ma esperta nel taglio delle carni. Meno male che tu sei forzuto e non avremo bisogno di chiedere aiuto agli uomini di fatica dell’ospedale che giungono sempre mezz’ora dopo che li hai chiamati. Ora, Nello, mettiti quella spolverina: c’è da portare questo quarto di bestia nel magazzino che fa un po' da ghiacciaia.
Nello indossò la spolverina grigia, si caricò sulle spalle il quarto di carne e, seguendo Attilio, lo portò nel magazzino, sopra il tavolo di marmo. In quel momento entrò in magazzino anche suor Albina. Attilio le presentò Nello.
- Senti – disse Albina rivolta a Nello – domattina, appena avrai fatto colazione con la tua famiglia, vieni subito in magazzino a tagliare questo quarto di vitello. Ora non conviene tagliarlo perché con questo caldo la carne tagliata potrebbe andare a male.
La prima notte, Nello e la sua famigliola non chiusero occhio. Verso le 21 piovvero su Fucecchio, in via Trento, le prime cannonate. Subito dopo venne presa di mira la zona dei seccatoi. Ci furono morti e feriti. Verso le 22 portarono con un carretto il povero Bocini di via Trento. Le schegge gli avevano maciullato una gamba. Morì, dopo una dolorosissima agonia, cinque giorni dopo, il 23 luglio alle ore 9 del mattino.
La notte successiva, quella del 19 luglio fu ancora più drammatica. Verso la mezzanotte, quando ormai sembrava essersi concluso il cannoneggiamento notturno, una cannonata colpì in pieno la casa di Biagino in fondo a via Castruccio. Poco dopo la mezzanotte vennero portati in ospedale, gravemente feriti, Sandrino Monti, Corinna Biagi ed il figlio Piero, Licia Morelli e Bianucci Ottorino. Tutti questi feriti furono salvati ad eccezione di Ottorino Bianucci, il casano del dottor Pellegrini, che morì dopo tre mesi di agonia il 22 ottobre 1944.
Il 21 luglio 1944 l'ospedale precipitò nel caos: i tedeschi avevano decretato lo sfollamento obbligatorio e moltissime famiglie pretendevano di essere alloggiate nell’ospedale. Visto che i buoni uffici dei medici non riuscivano a convincere i paesani recalcitranti, intervenne il professor Baccarini che, alla stregua di un comandante militare, concionò e minacciò pesantemente tutti gli ostinati.
- In questo ospedale affluiranno i feriti delle frazioni ed anche quelli dei paesi vicini: Santa Croce, Castelfranco, Santa Maria a Monte, Stabbia. Se voi occupate il poco posto disponibile noi non li potremo nemmeno assistere. Le corsie sono vuote perché troppo esposte alle cannonate. Il mio compito è quello di salvare le persone ferite. Perciò andatevene!- disse Baccarini a conclusione del suo discorso. Ed il professore riuscì ad allontanarli
La guerra era dunque arrivata anche a Fucecchio. Quello che Nello non poteva vedere, perché sempre indaffarato ora nel luogo del macello ora nel magazzino, veniva osservato attentamente dalla moglie Silvana. E Silvana ne ragguagliava il suo Nello prima del riposo notturno.
Il giorno 22 luglio fu particolarmente faticoso per Nello. Attilio per colpa del suo diabete era rimasto a letto. E Nello aveva dovuto uccidere, spellare e squartare una bestia, Verso le ore 17 portò a spalla, uno alla volta, i quarti della bestia nel magazzino vicino alla chiesetta dell’ospedale. Poi, rinfrancatosi, decise di andare a lavare la trippa ed il ciondolo. Ritornò sotto i portici, prese il secchio con la trippa, lo portò in una piaggetta del vallino, attaccò il tubo di gomma alla cannella e siccome aveva visto Leopoldo dell’Orsi sotto il portico, gli disse:
- O Leopoldo, quando ti chiamo, mi apri la cannella.
E Leopoldo di rimando:
- Ma quanto si stava meglio quando anche tu abitavi in Cammullia a uscio a uscio con me! O chi avrebbe mai immaginato che ci saremmo ricondotti in questo stato?! E meno male che la mia moglie lavora in ospedale. Lo sai come gli ha detto a Ido Lotti che fino a pochi giorni fa era il presidente? “Io rimango a lavorare in ospedale, se mi ci fate portare anche il mio marito Leopoldo e il mio figliolo Brunero” Qui, almeno, caro Nello, siamo al sicuro.
- Quando ho finito di pulirla , se non te ne offendi, te ne do un pezzetto di trippa. Ora aprimi la cannella.
Leopoldo l’aprì. Nello si sentì felice come una Pasqua. Era la prima volta che poteva disporre di acqua corrente per lavare la trippa. Mentre si gustava le felici sensazioni dello sciacquio dell’acqua dentro il secchio e del suo rigurgitare all’esterno fu paralizzato da un acutissimo sibilo seguito da una violenta esplosione. Lo spostamento d’aria fece precipitare Nello in fondo al vallino. Nello rimase privo di conoscenza ed i soccorritori credettero che fosse morto come il povero Leopoldo Orsi. Ma il corpo di Nello non presentava nessuna ferita. Dopo un quarto d’ora, Nello riprese conoscenza, si ricordò del sibilo e si rese conto di quanto era accaduto.
- E Leopoldo? – chiese.
Nessuno ebbe il coraggio di rispondergli.
- Ho capito. E pensare che gli avevo promesso un pezzo di trippa!
Leopoldo era stato dilaniato da un numero imprecisabile di schegge. Attilio Trivellini venne a rendersi conto dello stato di salute del suo aiutante. Nello lo rassicurò e gli disse che l’indomani avrebbe ripreso il suo lavoro. Nello si ritirò nell’angolo dove era stata sistemata la sua famiglia. Vennero a fargli visita anche suor Albina e suor Valeria.
- Che spavento ci siamo prese – disse suor Albina – quando ci hanno detto che eri precipitato in fondo ai Vallini! Sia ringraziato il Signore. Buon riposo, Nello.
La mattina del 23, di buon’ora, Nello riprese il suo lavoro che lo teneva impegnato fino al calar della sera. Attilio si tratteneva nel vacuo del macello pochi minuti. Era deperito e soprattutto si sentiva molto stanco e privo di energia. Nello, nel primo pomeriggio, dopo aver trasferito la carne nel magazzino, volle andare a dare un’occhiata in cucina dove lavorava sua moglie. Si rese subito conto che per far fronte alle future necessità, ora che la guerra si faceva sentire ogni giorno di più, si sarebbero rese necessarie altre quattro cucine economiche a legna. Lo fece presente a David Matteucci, il neo Presidente subentrato a Ido Lotti.
- Lo dirò alla mia Tosca. Vedrai che lei e Tina le troveranno.
E così fu. Le quattro cucine economiche vennero addirittura portate in ospedale da militari tedeschi. Quelle due donne erano veramente miracolose.
David le aveva anche incaricate di trovare le bestie.
- E che ne sappiamo noi delle bestie? – disse risentita Tosca.
- Ve lo dirà il suocero di Nello dove potrete trovare le bestie. A voi spetterà il compito di convincere i contadini a vendervele a debito. Poi le andrà a prendere Nello, il Lupi, quello a cui avete procurato il salvacondotto firmato dal comandante dei tedeschi in Fucecchio.
Il giorno 24, mentre stava per raggiungere il macello in fondo al portico, Nello vide delle persone entrare in un altro vacuo del portico. Il Lupi volle andare a vedere che cosa c’era. C’era una morta, una insuese che Nello conosceva benissimo: era la Cesara del Fontani. I pochi presenti gli spiegarono che era stata uccisa il giorno prima, colpita da schegge mentre andava nella sua casa in Valdarnese. L’avevano messa sopra un tavolaccio sul quale avevano disteso una coperta tutta lisa.
La salma della Cesara rimase sotto il portico anche il giorno 25.
- Ma perché non la portano alla stanza mortuaria? – si chiese Nello che aveva sempre provato una grande compassione per quella creatura che per diversi anni era stata ricoverata nel reparto delle tranquille.
La mattina del 26 il cadavere della Cesara cominciava ad emanare un cattivo odore. Appena Nello si rese conto che la donna non era stata portata ancora via, tornò indietro, si portò davanti alla casina delle monache dove il cognato Orolindo batteva il grano con il correggiato dalla mattina alla sera e gli disse:
- Bisogna fare un’opera buona. Vieni a darmi una mano. Porteremo il cadavere della povera Cesara alla stanza mortuaria.
Orolindo lasciò il correggiato e seguì il cognato. Entrarono nel vacuo del portico, coprirono la Cesara con la coperta distesa sopra il tavolaccio e la portarono giù nella stanza mortuaria che era aperta. Nella stanza contarono 21 cadaveri. Spostandone alcuni già incassati riuscirono a sistemare sul pavimento anche quello della Cesara. Poi ritornarono al loro lavoro. Quel giorno, fra le 20 e le 21, nella zona Samo vennero uccisi dalle cannonate ben sei sfollati livornesi. Nello lo seppe la mattina successiva da suo suocero Giovanni che faceva la spola fra l’ospedale e la sua casa che sorgeva sul retro dell’attuale concessionaria della FIAT per la via di Santa Croce.
I primi di agosto il buon Attilio Trivellini dovette ritirarsi perché il diabete lo stava uccidendo. Nello rimase solo. Soltanto qualche giorno dopo riuscì a convincere suo cugino Mario Casserini, pastore, a diventare suo aiutante in ospedale.
Il cinque agosto il Presidente David Matteucci andò da Nello che era dentro il macello e gli disse.
- Oggi, nel primo pomeriggio, devi andare a prendere una bestia da macello, dal Sabatini, il contadino che sta accanto alla villa di Gaetano Costagli, là dietro la villa di Beppe Nieri.
- Lo so benissimo dove stanno i Sabatini. Ma non faranno per caso delle storie?
- Puoi andar sicuro. Lo hanno convinto la mia Tosca e la professoressa Montanelli.
Verso le 15,20 Nello era già arrivato alla casa dei Sabatini. I Sabatini ammisero di essersi messi d’accordo con Tosca e con Tina; però se ne erano pentiti ed ora non volevano sentir ragioni. La loro bestia all’ospedale non doveva andarci. Nello non replicò mai alle loro giustificazioni. Verso le ore 16 Nello, prima di prendere la via del ritorno, disse soltanto:
- Un giorno la guerra finirà. Quando la gente saprà che avete rifiutato di vendere una vostra bestia all’ospedale, dopo che avevate dato la parola a due rispettabili donne, vi attirerete l’antipatia di tutti.
Quando ormai aveva raggiunto il viottolone che portava alla villa del Nieri, Nello si sentì chiamare: erano i Sabatini. Il Lupi ritornò indietro.
- Ci abbiamo ripensato. Hai ragione tu. La puoi prendere la bestia. Anzi prima di ripartire rinfrescati un po'.
Nello poté bere un paio di gotti di vino bianco fresco di cantina. Verso le 17 Nello, con il bove, prese la via del ritorno. Quando giunse nei pressi della villa del Nieri sentì degli acuti sibili di granate sparate dalle artiglierie americane dalle colline di S. Miniato. Nello si buttò per terra senza lasciare però la cavezza della bestia da macello. Le cannonate non esplosero molto lontane. Qualche scheggia cadde anche nei paraggi di Nello e della bestia. Dopo dieci minuti il cannoneggiamento finì. Nello riprese il suo viaggio verso l’ospedale. Fatti pochi passi, venne fermato rudemente da una pattuglia di tedeschi che si erano installati nella villa Nieri. Nello non profferì parola: tirò fuori dal suo portafoglio il salvacondotto del Comandante tedesco. Appena il capo pattuglia lo ebbe adocchiato, si prosternò come se volesse scusarsi e disse semplicemente, dopo aver restituito il salvacondotto:
- Ja! Ja!
Nello, verso le 18, rientrò con la bestia all’ospedale, ignaro delle vittime prodotte da quel breve cannoneggiamento. Verso le 20 giunse anche in ospedale la notizia che per effetto di quelle cannonate erano morti i due fratelli Cambi, Nello ed Arturo, ed il Rossino, un giovane sfollato livornese. Anche Nello ed Arturo, come Leopoldo, abitavano in via Cammullia. Nello li conosceva benissimo e per la prima volta sentì la morte bussare alla sua porta. Sembrava che il destino si accanisse particolarmente contro gli abitanti di Cammullia: prila Leopoldo Orsi ed ora Arturo e Nello Cambi.
“La prossima volta toccherà a me” pensò Nello.
La mattina del 10 agosto Nello incrociò il professor Baccarini.
- Caro Nello, se non ci fossi stato tu e tutti gli altri membri della famiglia di tuo suocero, come avrei fatto a risolvere certi problemi? Ringrazia tanto anche tua moglie che è veramente impagabile. E’ lei che mi sterilizza tanta biancheria con una pazienza esemplare. Immagino bene il caldo che dovrà sopportare per far bollire continuamente e per ore tutta quella roba che mi serve in sala operatoria ed in ambulatorio.
- Quello che facciamo non sarà mai troppo se pensiamo a tutto quello che ha fatto per noi in tempo di pace ed ora in tempo di guerra.
- Nello, fra qualche giorno le suore si allontaneranno. Non ho più una goccia di spirito. I feriti che arrivano in continuazione e la sporcizia che non riusciamo a smaltire stanno facendo scoppiare una epidemia di tifo. Se il tifo mi colpisce le suore io sono fritto. Faccio loro mangiare tante mele cotte perché sembra che abbiano il potere di tenere lontano il bacillo del tifo. Ma io non ci credo tanto. Meglio preservarle da questo pericolo. Non ne parlare nemmeno con tua moglie.
Quel 10 agosto rimase indimenticabile nella memoria di Nello. Verso le 16,30 suor Albina gli disse:
- Nello, puoi venire con me nel monastero di S. Salvatore. Le monache e soprattutto il loro cappellano, don Giuseppe Marradi, detto il Nanetto, stanno morendo di fame. Metti in un paniere carne, farina, riso, pasta ed anche un paio di panoni.
- Ci vengo molto volentieri, suor Albina.
Nello preparò il paniere, lo coprì con un grande straccio e con suor Albina si portò sul Poggio Salamartano. Qui giunti videro esplodere numerose cannonate a Ponte a Cappiano.
- Gesù mio, abbi pietà di noi – esclamò a quella vista suor Albina. Poi ripresero la loro marcia verso il monastero a poche decine di metri. Suonarono la campanella. Soltanto dopo qualche minuto suor Gabriella si affacciò alla grata. Appena ebbe riconosciuto suor Albina esclamò:
- Che gioia! Aspettatemi, vengo ad aprirvi la porta del chiostro.
Richiuse la finestra della grata e venne subito ad aprire la porta.
- Passi pure anche lei – disse suor Gabriella a Nello – Ora vado a chiamare le consorelle.
Quando giunsero e videro tutta quella grazia di Dio dissero spontaneamente:
- Sia ringraziato il Cielo!
Don Giuseppe, lui pure sopraggiunto nel chiostro, corresse:
- Siano ringraziati suor Albina e questo signore che ci hanno sollevati dal nostro stato di indigenza.
Le suore vollero essere informate di tutto quello che succedeva in ospedale ed anche sul numero dei feriti.
- L’interrato è strapieno di feriti veri e di feriti falsi – spiegò suor Albina.
Le monache mostrarono con l’espressione perplessa dei loro volti di non aver capito. Suor Albina soggiunse:
- Molti benestanti si fanno ingessare o un braccio o una gamba o addirittura il petto o un piede per far credere ai tedeschi che essi non possono andare a lavorare per loro.
- Ché i tedeschi vengono ad effettuare i controlli anche in ospedale? – chiese la giovane suor Gabriella.
- Eccome! C’è una signora alta e bionda che vuol far credere ai tedeschi che noi dell’ospedale stiamo aiutando i sovversivi. Meno male che la professoressa Tina e Tosca di David riescono sempre a convincere il comandante dei tedeschi che noi siamo dei collaborazionisti germanici!
La conversazione si protrasse a lungo. Suor Albina suggerì alle monache di mangiare tutti i giorni delle mele cotte per preservarsi dall’epidemia di tifo che uccise fra agosto e ottobre ben 21 persone.
Nello e suor Albina riuscirono dal monastero verso le ore 19, 20. Quando misero piede in via Castruccio videro arrivare una lunga fila di 14 carretti pieni di feriti e di morti. Nello e suor Albina si fecero loro incontro e li guidarono al posto di pronto soccorso. Coloro che spingevano i carretti erano cerei in volto. sforzo. Dicevano soltanto:
- Hanno bombardato il mulino ed hanno fatto una strage. Ce ne sono tanti altri di feriti. Il dottor Doddoli aspetta un’ambulanza tedesca per trasportare in ospedale il più grave. La sua automobile gli è stata requisita.
Nello, appena fu rientrato nell’ospedale, seppe che vi era stato ricoverato anche Emilio Billi, un renaiolo di Samo, amico dei Lucchesi. Silvana disse al suo Nello che la ferita era leggera, ma che era pericolosa perché in ospedale non c’erano più disinfettanti : i tedeschi pure ne erano sprovvisti.
- Il professore mi ha assicurato che la ferita alla spalla non è per niente grave – spiegò Silvana al marito Nello – ma che c’è il pericolo dell’infezione che qui chiamano setticemia.
All’ospedale, intanto, si aspettava l’arrivo dell’ambulanza tedesca con il ferito grave di Cappiano. Ma l’ambulanza tedesca, promessa, non arrivò mai. Non arrivò nemmeno il carretto con il ferito gravissimo, spinto in prima persona dal dottor Doddoli che, dopo tanto aspettare, verso le 22,30 aiutato da un parente lasciò Cappiano e si diresse verso Fucecchio. Giunto a metà della salita della via della Ferruzza, il dottor Doddoli fu fermato da una pattuglia di tedeschi che, sordi a tutte le rimostranze, non solo non li fecero passare ma gli ingiunsero di ritornare indietro. E mentre il dottor Doddoli retrocedeva con il carretto sul quale agonizzava il ferito, saltò in aria la torre di Castruccio. L’immensa nube di polvere e di fumo soffocò il ferito agonizzante e tolse ogni visuale al dottore e al congiunto del morto. Dopo circa un quarto d’ora, quando il polverone si depositò a terra, il Doddoli si rese conto che il ferito era morto e che la torre di Castruccio non esisteva più. Mestamente il medico che aveva organizzato alle Calle uno spedaletto da campo riprese la via del ritorno spingendo il carretto sul quale era distesi il cadavere della persona che non aveva potuto salvare.
Nello, di buon mattino andò a trovare il bravissimo Emilio e lo rassicurò:
- Vedrai che Silvana farà l’impossibile per non farti venire l’infezione.
E così fu. La ferita di Emilio venne sempre bendata con fasce e garze ben sterilizzate da Silvana.
Il 16 agosto David Matteucci rassegnò le dimissioni: gli subentrò Gaetano Costagli. Gaetano, per quel suo aspetto burbero, per quell’occhio quasi sempre chiuso che lo faceva assomigliare ad un implacabile inquisitore, non riscuoteva la simpatia di nessuno. Ma forse era l’uomo del momento. Erano necessari dirigenti autoritari per impedire che l’ospedale fosse trascinato in una china da cui non si sarebbe più risollevato. A Nello questa nomina non fece, come si suol dire, né freddo né caldo. Rimase invece interdetto, Nello, quando seppe che Beppe di Capace, Pacini Giuseppe, era stato mortalmente evirato da una scheggia mentre si trovava sull’aia del Lucchesi, una casa posta lungo la Via Sotto Valle a non più di trenta metri dalla stanza mortuaria. Il povero Beppe era stato portato immediatamente all’ospedale, ma non ci fu niente da fare. Alle una del giorno 17 agosto Giuseppe Pacini, di anni 70, passò a miglior vita. Un altro insuese doc, il babbo di Arrigo e di Mario, di Nunziatina, di Duilia e di Maria non avrebbe più risposto all’appello di quanti abitavano in fondo all’attuale via Mario Sbrilli,
E verso le ore 7 di quel 17 agosto scoccò l’ora x preannunciata dal professore a Nello Lupi. Suor Albina consegnò a Nello il mazzo delle chiavi che davano accesso a tutte le stanze dell’ospedale.
- Tienile tu, Nello – gli disse suor Albina consegnandogliele.
E le monache sparirono. Molti pensarono che si fossero rifugiate presso le monache di S. Salvatore. Altri, invece, in seguito, assicurarono che si erano rifugiate negli scantinati del palazzo del neo presidente dell’Ospedale Gaetano Costagli in piazza Garibaldi.
Il 27 agosto fu una giornata veramente infernale. Alle ore 13 venne ricoverato in condizioni disperate il piccolo Silvio Piccini, di 11 mesi, figlio di Mario, ucciso in Samo alle ore 12 dalla medesima cannonata. Silvana, Orolindo e Franco ne rimasero profondamente turbati. Il Baccarini disse loro che il piccolo Silvio non sarebbe sopravvissuto nemmeno altre 24 ore.
Verso le 5 pomeridiane il povero Nello, dalla terrazza sul retro dell’ospedale, dovette assistere impotente alla razzia di 10 bestie che vennero prelevate dalla stalla dell’ospedale. Qualcuno, anzi qualcuna, aveva convinto il Comandante tedesco che le bestie dell’ospedale erano destinate ai partigiani. I tedeschi entrarono e senza troppe cerimonie prelevarono ordinatamente le prime dieci bestie. A questo punto, due elementi locali, entrarono nella stalla e spostarono alcune bestie. Il bove di Giovanni Lucchesi che si trovava al tredicesimo posto venne inserito nella fila dei primi dieci. Soltanto quando i tedeschi se ne furono andati con la loro refurtiva bovina, Nello poté scaricare la sua rabbia scazzottando uno di quei due fucecchiesi che aveva fatto perdere a Giovanni Lucchesi il suo bove.
E proprio in quel momento Giovanni Lucchesi stava vivendo la drammatica vicenda che lo avrebbe privato della vita. Era stato colpito da una pallottola dun dun - quelle che esplodono a contatto del bersaglio - sparatagli da un tedesco che, incollerito perché respinto e schiaffeggiato da una conturbante signora forestiera sfollata in Samo, aveva preteso da Giovanni Lucchesi un prosciutto. Raggiunta la casa del Billi, il suocero di Nello Lupi venne caricato su di un carretto. Oscar Banti lo portò in ospedale. Il professore fece l’impossibile per estrarre il maggior numero possibile di schegge dalla gamba. e si trattenne a lungo al capezzale dell’amico.
- Sei stato bravissimo. Non so come hai fatto a sopportare senza anestetico tutto l’intervento a cui ti ho sottoposto. Speriamo che la ferita non si infetti – disse il Baccarini.
C’era anche Nello al capezzale del letto. Mancava soltanto il figlio Franco che, pur essendo incaricato di ricevere i feriti, era stato a bella posta allontanato per non traumatizzarlo.
Verso le ore 23 Giovanni Lucchesi, sia pure con un filo di voce, riprese a parlare e disse:
- Se dovessi morire, ricordatevi di ringraziare per tutta la vita Oscar Banti. Lui mi ha portato all’ospedale. E se gli avessi dato retta prima di andare nella nostra casa non mi sarebbe successo niente. Non dimenticatevelo mai.
Poi si assopì. Nello avrebbe voluto vegliarlo, ma Silvana lo mandò a dormire.
- Se peggiorerà verrò a chiamarti – lo rassicurò Silvana.
Durante la notte Giovanni Lucchesi riposò. Al mattino ricevette la visita del professore e del figlio Franco. Andò a fargli compagnia anche Emilio Billi che aveva cominciato ad alzarsi e che era ormai in procinto di lasciare l’ospedale.
Il primo settembre gli americani attraversarono l’Arno e ci liberarono. Tutte le suore rientrarono in ospedale. Il 2 settembre i Lucchesi rientrarono nella propria casa insieme ad Emilio Billi che si era ristabilito definitivamente. Nello, su pressione di suor Marietta, rimase in ospedale altri tre giorni.
Le condizioni di Giovanni Lucchesi erano ancora stazionarie. Le numerose scheggettine ancora presenti nella gamba ferita prima o poi avrebbero scatenato una setticemia irreversibile.
Il 2 novembre Giovanni venne mandato a morire nella propria casa.
Il quattro novembre, alle ore 16, c’era anche Nello al capezzale del letto dove il suocero Giovanni spirò.



 

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