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Per i
fucecchiesi degli anni Trenta e Quaranta non esisteva il
vocabolo vigili urbani: noi li chiamavamo guardie.
Nel 1944 ce n’erano soltanto tre: Torellino, occhialuto,
Nello, naso bitorzoluto, e il De Marchi che ne era il
comandante. E i comandanti non potevano essere chiamati
per nome. Ad eccezione dei familiari, nessuno conosceva
il nome di De Marchi, voce stentorea, sempre
elegantissimo sia in divisa che in abiti civili.
Questa triade di guardie assicurava l’ordine in
Fucecchio. Erano sempre in “ballo” (in giro) e
costituivano una vera ossessione per noi ragazzi.
Siccome ci era proibito giocare a pallone sul Poggio
Salamartano dovevamo sempre collocare due sentinelle per
prevenire le multe ed il sequestro della palla quando ci
decidevamo di fare una partitella. Una sentinella veniva
collocata in cima alle scarelle ( ci avrebbe avvertito
dell’arrivo di Nello che poteva raggiungere il Poggio
Salamartano o dalle scarelle o dall’attuale via
Guglielmo S. Giorgio; l’altra veniva collocata in cima
alla grandiosa scalinata in pietra della Collegiata ( ci
avrebbe avvisato dell’arrivo del terribile Torellino).
Qualche volta, a causa della defezione della sentinella
delle scarelle, ci dovemmo sorbire il sequestro del
palloncino di gomma e le severe rampogne di Nello che
fortunatamente non ci spiccò mai le contravvenzioni.
Torellino non ci impensieriva più di tanto perché ci
vedeva malissimo, nonostante gli occhiali; e quando la
sua immagine, in divisa nera, si profilava in cima alla
scalinata della Collegiata avevamo tutto il tempo per
darcela a gambe: non ci avrebbe mai e poi mai
riconosciuto.
Quando nel giugno del ’44 i tedeschi in ritirata dal
Lazio si insediarono a Fucecchio, le nostre tre guardie
dovettero defilarsi per non far la fine del povero Nello
che, pur nell’esercizio della sua professione, venne
catturato in divisa e senza troppi complimenti dai
tedeschi che lo costrinsero a scavare alcune piazzole in
Ponzano insieme ad altri fucecchiesi “rastrellati”.
Nello capì a volo l’antifona: riuscì a sfuggire ai
tedeschi, latitò nei campi dietro la sua casa in viale
Buozzi e nascose le sue divise per non insospettire i
tedeschi. De Marchi, il Comandante, avvisato dai
familiari di Nello, disse papale papale:
- Ha fatto bene ! Molto bene. Ditegli che riprenderemo
servizio dopo il passaggio del fronte. Gli Americani
dovrebbero essere qui fra poche settimane.
I tedeschi non si interessarono mai della fuga di Nello
che, dopo una diecina di giorni, tornò a vivere nella
sua casetta in mezzo alla sua famiglia che, a partire
dal mese di maggio si era arricchita di una unità:
dall’Istria si era rifugiato a Fucecchio il fratello
istriano di Santina, la moglie di Nello. In quella
regione si dava la caccia, ed in maniera spietata, a
tutti gli italiani o presunti tali.
Nello era particolarmente innamorato della sua casetta
dove aveva investito tutti i suoi risparmi e soprattutto
tutti le sue privazioni di guardia di finanza. Ai sudati
risparmi aveva aggiunto la dote di sua moglie che aveva
conosciuto in Istria a cavallo con la frontiera
iugoslava e dove aveva prestato servizio, appunto, come
guardia di finanza.
Benché nativo di Vinci, si era trasferito fin da piccolo
a Fucecchio dove aveva sognato di edificare il suo nido
d’amore, la sua famiglia. Pochi anni dopo il matrimonio
aveva vinto il concorso di vigile urbano proprio a
Fucecchio dove si trasferì con la moglie Santina
Depangher e con la figlia Nives, nata nel 1924.
A Fucecchio nacquero gli altri figli: Rolando nel 1928;
Virgilio nel 1932; la sorella minore nel 1937.E proprio
l’ultima figlia ebbe l’onore di nascere nella casa nuova
di zecca - era stata ultimata nel 1935 – di viale Buozzi.
Nello aveva trovato nel cognato un interlocutore degno
della sua fiducia. Con lui conversava affabilmente per
ore. Con i figli, invece, era padre di pochissime
parole, severo, inflessibile più di un maresciallo
dell’esercito. Mai si era lasciato andare a confidenze
con i figli. Mai aveva loro parlato del suo passato sul
quale aveva calato un sipario di piombo. Mai li aveva
gratificati di un complimento o di qualche coccola. Ai
figli competeva solo l’obbligo di obbedire alle regole
che lui aveva codificato. Le trasgressioni venivano
punite addirittura con le cinghiate. Sicuramente questa
inflessibilità era dettata da esperienze pesantemente
negative che dovevano aver marchiato la sua infanzia e
la sua giovinezza. Generalmente la persona severa vuole
evitare ai congiunti l’amarezza di certe situazioni
attraverso le quali lei è passata.
Quando il 21 luglio 1944 venne decretato lo sfollamento
obbligatorio, Nello e tutti i suoi famigliari lasciarono
l’amata casa e si sistemarono nei fossati di un campo
posto tra l’attuale via Carducci e la zona Samo.
Memore dell’esperienza bellica della prima guerra
mondiale, Nello ed il cognato provvidero immediatamente
alla realizzazione di due rifugi, distanti l’uno
dall’altro di un centinaio di metri. Il severo Nello
sapeva troppo bene che i rifugi in quella zona erano
abbastanza rischiosi. Aveva deciso di assegnarne uno
alla moglie e ai figli ed un altro a se stesso e al
cognato. In caso di rastrellamento i tedeschi non
avrebbero infierito contro i suoi famigliari perché
sarebbe apparso loro evidente che in un pertugio di quel
genere non avrebbero potuto trovar posto altre persone.
Nello ed il cognato si congiungevano a Santina e ai
quattro figli soltanto nelle ore del pranzo e della
cena. Santina cucinava , come tutti gli sfollati,
all’aperto su di un fornello appoggiato a due pilette di
mattoni. Rolando e Virgilio durante le ore calde
andavano a fare incetta di frutta, di verdura e di
grano. Santina riusciva invece quasi sempre a procurarsi
un po' di pane presso i contadini della zona. Anche
Nello ed il cognato cercavano di procacciare alimenti
per la numerosa famiglia.
Una volta, verso il 15 agosto, Nello ed il cognato
entrarono in contatto con gli Sgherri ed i Boldrini che
si erano rifugiati nella zona dell’attuale via Giotto.
In quella zona frequentemente cannoneggiata si era
abbastanza pessimisti sull’imminenza dell’arrivo degli
alleati.
- Prima che arrivino i liberatori, - sentenziò lo
Sgherri - saremo morti tutti di cannonata.
Nello scosse la testa come per disapprovare quella
conclusione un po' troppo catastrofica.
- Noi – confessò Nello al cognato – ce la dovremmo fare
a sopravvivere alle cannonate. Ormai conosciamo gli
orari dei cannoneggiamenti e ci facciamo trovare sempre
al riparo nel rifugio. Semmai ho più paura dei
rastrellamenti dei tedeschi; ma nella nostra zona di
tedeschi non se ne è mai visto neppure uno.
La sera del venti agosto il cielo era particolarmente
stellato. Prima di rintanarsi nel rifugio Nello indicò
al cognato la zona dove fino al 10 agosto si era
innalzata la sagoma nera della torre di Castruccio.
- Ricordi – disse Nello al cognato – quando prima del 10
agosto ti indicavo la torre di Castruccio? Era la
sentinella notturna di Fucecchio. Ora il paese alto,
senza la torre, sembra decollato, decapitato.
- Che ci vuoi fare? – concluse con una vena di tristezza
il cognato di Nello.
I due si rintanarono nel rifugio. Sapevano che di lì a
poco sarebbe cominciato il cannoneggiamento notturno.
Infatti, dopo appena un quarto d’ora, cominciò il
consueto cannoneggiamento. Era già passata la
mezzanotte. Le cannonate esplodevano a cento duecento
metri dal rifugio.
- Stanotte non vogliono farci addormentare – commentò
Nello – Speriamo che la piccola non si impaurisca.
Intanto un paio di cannonate colpì il campo dov’era il
loro rifugio.
Nello, che era seduto, si alzò e disse al cognato:
- Voglio metterci questi due troppoli davanti alla bocca
del rifugio. Ci potr…
Un assordante schianto cancellò la voce di Nello. Subito
dopo il cognato udì come un lamento. Nello era caduto
riverso nel rifugio. Con un filo di voce Nello si
raccomandò:
- Di’ a Santina che faccia studiare Rolando.
Furono le ultime parole di Nello, la guardia. Il
cognato, mentre le cannonate continuavano a martellare i
campi vicini, tirò fuori dalla tasca la sua piccola
torcia elettrica , l’accese e fece la macabra scoperta:
il cognato Nello era morto: una scheggia gli aveva
aperto una tana al di sopra del fegato.
L’uomo attese la fine del cannoneggiamento, poi,
furtivamente, raggiunse il rifugio della sorella e
rimanendo davanti all’apertura del medesimo disse con un
nodo alla gola:
- Santina, il tuo Nello è stato straziato da una
scheggia.
- E’ morto ? – chiese la donna.
- Sì.
Rolando, sedicenne, lasciò il rifugio e si diresse verso
quello dove suo padre giaceva cadaverico. Lo zio lo
seguì.
Rolando non lasciò per un istante la salma del padre.
Nel primo pomeriggio, su interessamento della signora
Santina, arrivò un carretto con la cassa da morto. Nives
aveva prelevato dalla casa di viale Buozzi un abito
festivo. Non fu agevole metterlo indosso al cadavere.
Dopo essere stata rivestita, la salma di Nello venne
composta nella bara che venne immediatamente chiusa. Il
calore del sole di agosto l’avrebbe mandata in
putrefazione nell’arco di pochissime ore.
Rolando, lo zio Santino e il fratello Virgilio
caricarono la bara sul carretto e la portarono al
cimitero. I tedeschi che incrociarono non frapposero
ostacoli. La cassa da morto, i volti disfatti dal dolore
non potevano indurli a pensare che quelle tre persone
fossero dei partigiani.
Raggiunto il cancello del cimitero, vi entrarono dentro.
Venne loro incontro il becchino, il Catastini.
- Un altro – disse ad alta voce quando era ancora ad una
ventina di metri di distanza. Sotto il braccio destro
teneva un registro e nella mano un lapis.
- Chi è? - chiese il Catastini.
- Nello, la guardia – rispose Rolando con la voce
strozzata.
- Nooo! – esclamò esterrefatto il becchino.
Dopo aver registrato le generalità, il Catastini disse:
- Purtroppo dobbiamo interrarlo nella fossa comune. Come
potete vedere, la fossa è poco profonda. Non appena
saranno arrivati questi benedetti ameri’ani, esumeremo
tutte le salme e daremo loro una degna sepoltura nei
vari quadri del cimitero.
I tre aiutarono il becchino a deporre la cassa nella
fossa e a ricoprirla di terra.
Nel rifugio, Santina e le due figlie trepidarono finché
non videro ritornare Santino, Rolando e Virgilio.
La storia terrena di Nello, la guardia, era finita.
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