GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

La morte di Pescio (Giuseppe Guidi)

 

Verso le ore 22 del 22 agosto 1944, Dantino, figlio del Pescio, suo cugino Quinto ed Enos Cerrini lasciarono Poggio Pieracci e andarono a dormire come ogni sera in padule, in una capanna di canne e falasco.
Beppe Guidi, il Pescio, raccomandò:
- State attenti quando attraversate la gronda: ci potrebbero essere i tedeschi.
I tedeschi effettuavano i rastrellamenti di notte. Entravano per le case e se ci trovavano gli uomini li catturavano e li portavano in Germania.
Il Pescio non si sentiva tranquillo perché c’era troppa calma quella sera; ma non durò a lungo.
Poco prima della mezzanotte la famiglie di Poggio Pieracci furono svegliate da un trambusto inconsueto: camionette cariche di tedeschi, motocarrozzette, autoblinde percorrevano in lungo e in largo i viottoli della gronda e quelli che si arrampicavano sulle colline dei Poggioni, del Lapi e della Generala.
In pochissimo tempo i tedeschi piazzarono mitragliatrici e cannoncini in tutti i porti della gronda e sulle piazzole dei poggi.
Le famiglie di Poggio Pieracci temevano che da un momento all’altro fosse compiuto un rastrellamento.
- Meno male !- disse il Pescio a sua moglie - Meno male che Dante è andato a dormire in padule. Lì, per lo meno, è al sicuro.
Ida, che intanto stava pensando agli altri tre figli impegnati in quella guerra che non voleva mai finire, scosse preoccupata la testa.
In quel momento Gaspero Banti che aveva saputo di una possibile rappresaglia dentro il padule, scese dalle piagge, eluse una delle pattuglie dislocate in gronda, entrò nel padule e riuscì a raggiungere il nascondiglio dei suoi figli.
- Dobbiamo uscire subito dal padule perché ho saputo che tra poche ore i tedeschi vi faranno una grande rappresaglia. Venite dietro a me, perché non sarà facile scansare le pattuglie che sono nella gronda.
Gaspero avvisò tutti quelli che poté intravedere nella notte e riuscì a portarli fuori al sicuro nei boschi dietro Poggio Pieracci. Non poté avvisare il figlio del Pescio e i suoi amici perché non sapeva dove erano nascosti.
Il Pescio, quando il trambusto finì, riprese il sonno nonostante il caldo, reso più afoso dalle finestre sprangate per timore che i tedeschi vi passassero.
Benché fosse nudo, il povero Beppe era bagnato fradicio di sudore. Ma com’era profondo il suo sonno! Non fu svegliato neppure dalla raffica di mitra che’ prima delle ore quattro, uccise il Gobbo e il Tisti.
Ma alle cinque, quando sul padule si scatenò l’inferno, il Pescio si svegliò di soprassalto. Ida era già alzata, parlottava con la figlia Ave. Il Pescio s’infilò le brache e i soliti pantaloni di fustagno e poi indossò la maglietta grigia a mezze maniche.
- Ma che succede ? - chiese alle sue donne
Ida era visibilmente preoccupata.
- In padule si è scatenato l’inferno – sussurrò - Ci sparano da tutte le parti. Povero Dantino! Come farà a salvarsi?
Il Pescio si accostò ai vetri della finestra che dava sul padule e vi incollò gli occhi.
- Se almeno ci fossi anch’io con quei ragazzi, saprei dov’è un posto ben riparato!!
- Il marito e il cognato di Pia hanno avuto fortuna. Loro in padule non ci sono andati - disse Ave.
- Non è possibile - obiettò il Pescio - Ieri sera mi hanno detto che a mezzanotte loro andavano a dormire in padule.
- Ci andavano - spiegò Ave- ma hanno trovato Gaspero del Banti che li ha convinti a nascondersi nel bosco. Me lo ha raccontato Pia, la moglie di Melo. Si è impaurita quando è cominciato questo inferno; in casa ha i bambini piccini, Marisa e Vittorio, e teme che glieli uccidano.
Beppe guardava fisso verso il padule, tappezzato d colonne di fumo e tutto immerso in una bolgia infernale.
- Ida, io bisogna che vada laggiù da Dantino. Conosco un posto riparato.
- Ma come fai a ripararti? Sparano da tutte le parti. E poi, lo vedi, laggiù nella gronda ci sono i tedeschi col mitra.
- Di loro non ho punta paura.
- Ma se non ti fanno passare?
- Vedrai che con una scusa o con l’altra riuscirò ad entrare in padule. Ma Melo me la riportò ieri sera la zappetta?
- Sì - rispose Ave - E’ fuori dell’uscio.
- Non vorrai mica andare in padule davvero?- chiese sua moglie.
- Babbo, aspetta un altro po'. Può darsi che da un momento all’altro i tedeschi smettano di sperare - supplicò Ave.
Il Pescio acconsentì, ma dentro di sé fremeva dal desiderio di andare a trovare il suo Dantino.
Verso le sei, approfittando di una momentanea assenza delle sue donne, uscì piano piano di casa, prese la zappetta che era accanto all’uscio e svicolò da dietro la capanna per scendere inosservato verso la gronda.
La tempesta di fuoco sul padule non accennava a diminuire.
Proprio dietro la capanna incontrò Pia di Melo che con la cognata andava in bosco a vedere se ai loro mariti fosse successo qualcosa.
- O dove andate, Beppe, con questo finimondo? - chiese Pia.
- Vado a cercare il mi’ Dante in padule, per riportarlo sano e salvo a casa.
- Ma che siete matto!? Nella gronda ci sono i tedeschi , e vi possono ammazzare loro prima delle bombe.
Replicò il Pescio:
- Tu discorri bene, ma io di quattro figlioli ce n’ho uno solo e l’ho lì in padule. Voglio cercare di salvarlo.
- Ma perché portate questa zappetta?
- Per far credere ai tedeschi che io in padule ci vado per ragioni di lavoro, se no mi fermano.
Pia non insistette ed allungò il passo per raggiungere la cognata che non si era fermata.
Beppe continuò a scendere, raggiunse la gronda, ma appena ebbe messo un piede nel padule fu raggiunto da una raffica di mitra.
Pia udì il rumore della raffica che le era esplosa a poche decine di metri e poi sentì gridare:
- Ohioi!
- Il Pescio l’ha belle e avuta – pensò Pia e, anziché proseguire per il bosco, tornò a casa dai figli Marisa e Vittorio e vi si chiuse. Fuori non si vedeva un’anima viva; tutti stavano rintanati nei rifugi. Il Pescio giaceva sul viottolo della gronda, le spalle rivolte verso il cielo e il gomito sinistro issato sul ciglio della strada, quasi a voler segnalare la presenza del suo corpo ormai senza vita.
E in questa posizione vi restò fino alle ore 16, quando i tedeschi abbandonarono la gronda, dopo aver bruciato le biche di grano e le capanne di canne.
Elfrida dalla finestra della camera dello Spinelli, dove era stata trattenuta in ostaggio dai tedeschi, fin dalle ore dieci, aveva visto quel gomito emergere dal ciglio.
- Chi. sarà quel morto? - si domandava.
Quando i tedeschi se ne furono andati. Elfrida uscì da quella camera, nella casa dello Spinelli, chiamò le altre donne che c’erano sfollate e insieme a loro si diresse verso il luogo dove aveva visto il morto.
- Ma è il Pescio - urlò Frida quando gli fu vicina. La commozione la soffocò. Beppe era il padre del suo fidanzato.
Sopraggiunsero altre donne, tante donne. Che tragedia!
Di uomini neanche l’ombra.
Benedetto Guelfi e Angiolino Buffi stavano recuperando, al porto, i corpi del Gobbo e del Tisti. L’operazione era stata così penosa che Angiolino, dopo averli riportati a casa scappò via e si rese irreperibile.
Betto non poté dire di no alle donne di Poggio Pieracci che lo invitarono a riportare a casa il Pescio. Siccome il cadavere era malridotto e non voleva farlo vedere in quelle condizioni alla moglie e alla figlia, giunto nei pressi della casa se lo caricò sulle spalle per portarlo, passando dal retro, in una stanza che immaginava disabitata. Spinse la porta, coi ginocchi, ma non poté ritornare indietro quando vide nella stanza Ida e Ave.
Lo adagiò per terra.
Ida strinse le mani al Pescio, forse le sentì calde ed urlò:
- E’ ferito, è ferito e basta! Portiamolo all’ospedale a Pescia.
Povero Betto! Spettò a lui l’amaro compito di convincere Ida che Beppe era morto davvero.
Ida aveva sentito dire che anche Dantino era morto, ma non ci voleva credere. Non era possibile che la morte le avesse portato via il marito e anche il figlio.
Quando, però, ebbero composto la salma del Pescio, sentirono arrivare Marchino col carretto. E sul carretto, Ida, oltre al nipote Quinto, vide anche il corpo martoriato del suo Dantino.
Al calar della notte Poggio Pieracci sembrava un borgo abbandonato. Gli sfollati erano spariti. Neppure i parenti si facevano vedere.
Tutti erano terrorizzati e sentivano la morte aggirarsi senza posa, nei viottoli, in qualsiasi spazio aperto.
Marchino, fratello di Quinto, cugino di Dante e nipote del Pescio, rimase solo nell’aia a vegliare i cadaveri, sistemati sopra un canniccio e protetti con un lenzuolo delle fauci dei gatti, particolarmente ghiotti delle orecchie dei morti. La notte fu calma ma interminabile. All’alba qualcuno si fece vivo sull’aia del Pescio. Anche il Dindo, il babbo di Quinto, trovò la forza di andare a vedere le salme del figlio e del nipote crivellate di colpi, sbranate dalle pugnalate e dalle vangate, private degli occhi.
Furono trovati due carretti. Sul più grande furono sistemati i cugini Dantino e Quinto; in quello più piccolo il Pescio. Era impossibile trovare delle casse da morto in quei momenti, ma bisognava portare quanto prima le salme al cimitero, perché erano già in avanzato stato di. putrefazione. I cadaveri furono avvolti in un lenzuolo. Alla meglio venne organizzato il corteo funebre: in testa il carretto più grande spinto a turno da Pia di Melo e da altre donne; dietro, il carretto più piccolo, spinto da Marchino e da altre donne.
Giunti sulla strada che da Cinelli porta al cimitero, i cadaveri furono parzialmente scoperti per non suscitare sospetti nei tedeschi che passavano a bordo di camionette e di motosidecar.
Marchino, aiutato da uno sfollato che abitava alle Stanghe, scavò due fosse.
Quella riservata al Pescio risultò più corta del necessario; quando il Pescio vi fu calato non poté esservi disteso completamente. Marchino era molto dispiaciuto di questo inconveniente, ma non poté trattenersi più a lungo al cimitero. Ricoprì le due fosse e rientrò a Poggio Pieracci. L’avventura terrena di Giuseppe Guidi, detto il Pescio, cinquantottenne, era finita.



di Laura Riccioni, Tania Campigli, Marco Rofi e Claudio Carrara, scolari della classe quinta di Massarella. (1985)


 

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