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Verso
le ore 22 del 22 agosto 1944, Dantino, figlio del Pescio,
suo cugino Quinto ed Enos Cerrini lasciarono Poggio
Pieracci e andarono a dormire come ogni sera in padule,
in una capanna di canne e falasco.
Beppe Guidi, il Pescio, raccomandò:
- State attenti quando attraversate la gronda: ci
potrebbero essere i tedeschi.
I tedeschi effettuavano i rastrellamenti di notte.
Entravano per le case e se ci trovavano gli uomini li
catturavano e li portavano in Germania.
Il Pescio non si sentiva tranquillo perché c’era troppa
calma quella sera; ma non durò a lungo.
Poco prima della mezzanotte la famiglie di Poggio
Pieracci furono svegliate da un trambusto inconsueto:
camionette cariche di tedeschi, motocarrozzette,
autoblinde percorrevano in lungo e in largo i viottoli
della gronda e quelli che si arrampicavano sulle colline
dei Poggioni, del Lapi e della Generala.
In pochissimo tempo i tedeschi piazzarono mitragliatrici
e cannoncini in tutti i porti della gronda e sulle
piazzole dei poggi.
Le famiglie di Poggio Pieracci temevano che da un
momento all’altro fosse compiuto un rastrellamento.
- Meno male !- disse il Pescio a sua moglie - Meno male
che Dante è andato a dormire in padule. Lì, per lo meno,
è al sicuro.
Ida, che intanto stava pensando agli altri tre figli
impegnati in quella guerra che non voleva mai finire,
scosse preoccupata la testa.
In quel momento Gaspero Banti che aveva saputo di una
possibile rappresaglia dentro il padule, scese dalle
piagge, eluse una delle pattuglie dislocate in gronda,
entrò nel padule e riuscì a raggiungere il nascondiglio
dei suoi figli.
- Dobbiamo uscire subito dal padule perché ho saputo che
tra poche ore i tedeschi vi faranno una grande
rappresaglia. Venite dietro a me, perché non sarà facile
scansare le pattuglie che sono nella gronda.
Gaspero avvisò tutti quelli che poté intravedere nella
notte e riuscì a portarli fuori al sicuro nei boschi
dietro Poggio Pieracci. Non poté avvisare il figlio del
Pescio e i suoi amici perché non sapeva dove erano
nascosti.
Il Pescio, quando il trambusto finì, riprese il sonno
nonostante il caldo, reso più afoso dalle finestre
sprangate per timore che i tedeschi vi passassero.
Benché fosse nudo, il povero Beppe era bagnato fradicio
di sudore. Ma com’era profondo il suo sonno! Non fu
svegliato neppure dalla raffica di mitra che’ prima
delle ore quattro, uccise il Gobbo e il Tisti.
Ma alle cinque, quando sul padule si scatenò l’inferno,
il Pescio si svegliò di soprassalto. Ida era già alzata,
parlottava con la figlia Ave. Il Pescio s’infilò le
brache e i soliti pantaloni di fustagno e poi indossò la
maglietta grigia a mezze maniche.
- Ma che succede ? - chiese alle sue donne
Ida era visibilmente preoccupata.
- In padule si è scatenato l’inferno – sussurrò - Ci
sparano da tutte le parti. Povero Dantino! Come farà a
salvarsi?
Il Pescio si accostò ai vetri della finestra che dava
sul padule e vi incollò gli occhi.
- Se almeno ci fossi anch’io con quei ragazzi, saprei
dov’è un posto ben riparato!!
- Il marito e il cognato di Pia hanno avuto fortuna.
Loro in padule non ci sono andati - disse Ave.
- Non è possibile - obiettò il Pescio - Ieri sera mi
hanno detto che a mezzanotte loro andavano a dormire in
padule.
- Ci andavano - spiegò Ave- ma hanno trovato Gaspero del
Banti che li ha convinti a nascondersi nel bosco. Me lo
ha raccontato Pia, la moglie di Melo. Si è impaurita
quando è cominciato questo inferno; in casa ha i bambini
piccini, Marisa e Vittorio, e teme che glieli uccidano.
Beppe guardava fisso verso il padule, tappezzato d
colonne di fumo e tutto immerso in una bolgia infernale.
- Ida, io bisogna che vada laggiù da Dantino. Conosco un
posto riparato.
- Ma come fai a ripararti? Sparano da tutte le parti. E
poi, lo vedi, laggiù nella gronda ci sono i tedeschi col
mitra.
- Di loro non ho punta paura.
- Ma se non ti fanno passare?
- Vedrai che con una scusa o con l’altra riuscirò ad
entrare in padule. Ma Melo me la riportò ieri sera la
zappetta?
- Sì - rispose Ave - E’ fuori dell’uscio.
- Non vorrai mica andare in padule davvero?- chiese sua
moglie.
- Babbo, aspetta un altro po'. Può darsi che da un
momento all’altro i tedeschi smettano di sperare -
supplicò Ave.
Il Pescio acconsentì, ma dentro di sé fremeva dal
desiderio di andare a trovare il suo Dantino.
Verso le sei, approfittando di una momentanea assenza
delle sue donne, uscì piano piano di casa, prese la
zappetta che era accanto all’uscio e svicolò da dietro
la capanna per scendere inosservato verso la gronda.
La tempesta di fuoco sul padule non accennava a
diminuire.
Proprio dietro la capanna incontrò Pia di Melo che con
la cognata andava in bosco a vedere se ai loro mariti
fosse successo qualcosa.
- O dove andate, Beppe, con questo finimondo? - chiese
Pia.
- Vado a cercare il mi’ Dante in padule, per riportarlo
sano e salvo a casa.
- Ma che siete matto!? Nella gronda ci sono i tedeschi ,
e vi possono ammazzare loro prima delle bombe.
Replicò il Pescio:
- Tu discorri bene, ma io di quattro figlioli ce n’ho
uno solo e l’ho lì in padule. Voglio cercare di
salvarlo.
- Ma perché portate questa zappetta?
- Per far credere ai tedeschi che io in padule ci vado
per ragioni di lavoro, se no mi fermano.
Pia non insistette ed allungò il passo per raggiungere
la cognata che non si era fermata.
Beppe continuò a scendere, raggiunse la gronda, ma
appena ebbe messo un piede nel padule fu raggiunto da
una raffica di mitra.
Pia udì il rumore della raffica che le era esplosa a
poche decine di metri e poi sentì gridare:
- Ohioi!
- Il Pescio l’ha belle e avuta – pensò Pia e, anziché
proseguire per il bosco, tornò a casa dai figli Marisa e
Vittorio e vi si chiuse. Fuori non si vedeva un’anima
viva; tutti stavano rintanati nei rifugi. Il Pescio
giaceva sul viottolo della gronda, le spalle rivolte
verso il cielo e il gomito sinistro issato sul ciglio
della strada, quasi a voler segnalare la presenza del
suo corpo ormai senza vita.
E in questa posizione vi restò fino alle ore 16, quando
i tedeschi abbandonarono la gronda, dopo aver bruciato
le biche di grano e le capanne di canne.
Elfrida dalla finestra della camera dello Spinelli, dove
era stata trattenuta in ostaggio dai tedeschi, fin dalle
ore dieci, aveva visto quel gomito emergere dal ciglio.
- Chi. sarà quel morto? - si domandava.
Quando i tedeschi se ne furono andati. Elfrida uscì da
quella camera, nella casa dello Spinelli, chiamò le
altre donne che c’erano sfollate e insieme a loro si
diresse verso il luogo dove aveva visto il morto.
- Ma è il Pescio - urlò Frida quando gli fu vicina. La
commozione la soffocò. Beppe era il padre del suo
fidanzato.
Sopraggiunsero altre donne, tante donne. Che tragedia!
Di uomini neanche l’ombra.
Benedetto Guelfi e Angiolino Buffi stavano recuperando,
al porto, i corpi del Gobbo e del Tisti. L’operazione
era stata così penosa che Angiolino, dopo averli
riportati a casa scappò via e si rese irreperibile.
Betto non poté dire di no alle donne di Poggio Pieracci
che lo invitarono a riportare a casa il Pescio. Siccome
il cadavere era malridotto e non voleva farlo vedere in
quelle condizioni alla moglie e alla figlia, giunto nei
pressi della casa se lo caricò sulle spalle per
portarlo, passando dal retro, in una stanza che
immaginava disabitata. Spinse la porta, coi ginocchi, ma
non poté ritornare indietro quando vide nella stanza Ida
e Ave.
Lo adagiò per terra.
Ida strinse le mani al Pescio, forse le sentì calde ed
urlò:
- E’ ferito, è ferito e basta! Portiamolo all’ospedale a
Pescia.
Povero Betto! Spettò a lui l’amaro compito di convincere
Ida che Beppe era morto davvero.
Ida aveva sentito dire che anche Dantino era morto, ma
non ci voleva credere. Non era possibile che la morte le
avesse portato via il marito e anche il figlio.
Quando, però, ebbero composto la salma del Pescio,
sentirono arrivare Marchino col carretto. E sul
carretto, Ida, oltre al nipote Quinto, vide anche il
corpo martoriato del suo Dantino.
Al calar della notte Poggio Pieracci sembrava un borgo
abbandonato. Gli sfollati erano spariti. Neppure i
parenti si facevano vedere.
Tutti erano terrorizzati e sentivano la morte aggirarsi
senza posa, nei viottoli, in qualsiasi spazio aperto.
Marchino, fratello di Quinto, cugino di Dante e nipote
del Pescio, rimase solo nell’aia a vegliare i cadaveri,
sistemati sopra un canniccio e protetti con un lenzuolo
delle fauci dei gatti, particolarmente ghiotti delle
orecchie dei morti. La notte fu calma ma interminabile.
All’alba qualcuno si fece vivo sull’aia del Pescio.
Anche il Dindo, il babbo di Quinto, trovò la forza di
andare a vedere le salme del figlio e del nipote
crivellate di colpi, sbranate dalle pugnalate e dalle
vangate, private degli occhi.
Furono trovati due carretti. Sul più grande furono
sistemati i cugini Dantino e Quinto; in quello più
piccolo il Pescio. Era impossibile trovare delle casse
da morto in quei momenti, ma bisognava portare quanto
prima le salme al cimitero, perché erano già in avanzato
stato di. putrefazione. I cadaveri furono avvolti in un
lenzuolo. Alla meglio venne organizzato il corteo
funebre: in testa il carretto più grande spinto a turno
da Pia di Melo e da altre donne; dietro, il carretto più
piccolo, spinto da Marchino e da altre donne.
Giunti sulla strada che da Cinelli porta al cimitero, i
cadaveri furono parzialmente scoperti per non suscitare
sospetti nei tedeschi che passavano a bordo di
camionette e di motosidecar.
Marchino, aiutato da uno sfollato che abitava alle
Stanghe, scavò due fosse.
Quella riservata al Pescio risultò più corta del
necessario; quando il Pescio vi fu calato non poté
esservi disteso completamente. Marchino era molto
dispiaciuto di questo inconveniente, ma non poté
trattenersi più a lungo al cimitero. Ricoprì le due
fosse e rientrò a Poggio Pieracci. L’avventura terrena
di Giuseppe Guidi, detto il Pescio, cinquantottenne, era
finita.
di Laura Riccioni, Tania Campigli, Marco Rofi e Claudio
Carrara, scolari della classe quinta di Massarella.
(1985)
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