GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Per non morire di fame durante lo sfollamento

 

Mio zio Pietro Falorni non era nato con la camicia.
Miseria, e di quella nera, e disgrazie avevano accompagnato tutta la sua esistenza. Per tutta la durata della sua fanciullezza e poi fino a quattordici anni aveva esercitato insieme al padre Arcasio l’accattonaggio in tutte le località dove si svolgeva il mercato settimanale. Il ricavato di quelle giornate lunghe e faticose era sempre molto risicato. La mamma Giulia doveva andare a servizio per garantire almeno un piatto di sbobba a tutta la figliolanza: tre maschi (Ovidio, Privato e Pietro) e due femmine (Gaetana ed Elena).
Quando zio Pietro venne assunto alla SAFFA lui toccò il cielo con un dito e tutta la famiglia parve decollare dalla situazione di miseria in cui aveva sempre navigato. Ovidio trovò occupazione in una officina, mentre Privato, Gaetana ed Elena vennero assunti dalla SAFFA.
Diventato giovanottello, Pietro si innamorò di Norma; ma la suocera non voleva saperne di dare il suo consenso al figlio di Arcasio. Lui seppe insistere e alla fine la spuntò.
Dal matrimonio nacque un figlio, Ovidio, che forse per colpa di una lieve forma di poliomielite rimase leggermente impedito al braccio e alla gamba destra. Poco dopo zio Pietro rimase vedovo. Sposò in seconde nozze un’operaia della Saffa, Maria, detta la Barsotta perché sorella di Angiolino Barsotti, detto Barsotto. Anche la seconda moglie gli regalò una creatura, ma senza imperfezioni. La sfortuna, però, non cessò di accanirsi contro il povero Pietro. Una mattina la mano di mio zio finì negli ingranaggi di una macchina e ci rimise due diti.
Ogni due o tre giorni zio Pietro veniva a “battere cassa” ( chiedere soldi in prestito) a casa mia; e quando riscuoteva la quindicina la sua busta rimaneva immancabilmente vuota per i debiti che aveva contratto anche con noi.
Nel 1943 il figlio Ovidio conseguì il diploma di maturità magistrale, ma di occasioni di lavoro non gliene capitarono punte. Nel giugno del 1944, quando Fucecchio venne invasa dalle truppe tedesche, Ovidio strinse rapporti di amicizia con alcuni medici dell’Ospedale e riuscì a mettervi le radici.
Quando il 21 luglio la popolazione di Fucecchio fu costretta dai tedeschi a sfollare in massa, Ovidio disse a suo padre che lui sarebbe rimasto in ospedale e che i tedeschi non lo avrebbero fucilato perché il primario dell’ospedale, il prof. Baccarini, gli aveva dato un bracciale con la croce rossa. Grazie a quel bracciale i militari tedeschi lo avrebbero lasciato circolare impunemente.
Nelle prime ore del pomeriggio del 21 luglio zio Pietro lasciò la sua linda casetta posta di fronte al Palazzo Montanelli della Volta. Zio Pietro, prima della partenza, andò a chiamare suo cognato Angiolino, Barsotto, che da qualche mese viveva da solo in via Valdarnese. Alla famiglia di mio zio Pietro , oltre al cognato Barsotto, si aggregarono anche suo fratello Privato e la Quirina , coinquilina e titolare di un negozietto di lumini e candele situato al piano terra del medesimo fabbricato di abitazione.
Imboccarono la via del cimitero e si diressero verso Stabbia; prima di giungere a Stabbia svoltarono a sinistra, videro un canale in secca e decisero di trascorrevi la notte. Al mattino si accorsero che a pochi metri di distanza vi era una postazione di artiglieria tedesca.
- E’ meglio allontanarci e subito – ordinò zio Pietro che aveva alla spalle una lunghissima esperienza di guerra. Lui aveva fatto, in veste di alleato, tutta la Prima Guerra Mondiale in Francia. Appena furono giunti di nuovo sulla provinciale vennero richiamati da una donna sulla sessantina:
- Ma dove andate? Non lo sapete che lo sfollamento è finito?
La comitiva, allora, si rimise in marcia alla volta di Fucecchio. All’altezza del cimitero la comitiva dello zio fu bloccata da una pattuglia tedesca che smentì quella sessantenne. Ritornarono indietro. Quando giunsero alle Botteghe presero una strada sulla sinistra, si addentrarono in quello che veniva chiamato il Padulino e si fermarono alla casa del Baldacci.
- Possiamo fermarci da voi? – chiese zio Pietro.
- Ma certamente. Venite, venite. Entrate in casa. Massaia dategli da bere e qualcosa da mangiare. Mentre la massaia vi prepara qualcosa vi faccio vedere la stanza dove potrete alloggiare per tutta la durata dello sfollamento.
Era una stanza al piano terra a confine con la stalla e con lo stanzino vuoto del maiale che era tenuto nascosto in mezzo ad un campo di saggina. In quello stanzino volle sistemarsi zio Privato per consentire alla tre donne della comitiva (la cognata Maria, la nipote Anna e la Quirina) una maggiore privacy.
Tutti si mostrarono molto soddisfatti. L’indomani dovettero fare i conti con il loro approvvigionamento alimentare: disponevano soltanto di molti chilogrammi di riso, di molto zucchero e sale; nient’altro.
Zio Pietro, memore del suo lungo periodo di accattonaggio, l’indomani mattina, all’alba, svegliò Barsotto e gli disse:
- Dobbiamo andare a far fagioli, patate, frutta
Portarono con sé due balle e dopo un paio d’ore ritornarono carichi di ogni ben di Dio: fagioli, patate, cipolle, insalata, mele e poponi.
Il Baldacci, quando li vide arrivare, sorrise compiaciuto e rivolto a mio zio Pietro gli disse:
- Senti, Falorni. Io di farina da regalare o da vendere non ne ho punta. Vi autorizzo a prendere nei miei campi tutto il grano che vorrete. Dovrete macinarlo ed io vi metto a disposizione il forno per cuocervi il pane.
A mezzogiorno, mentre mangiavano un piatto di riso, lo zio disse:
- Domani bisogna andare a Fucecchio a prendere i macinini. Io, Angiolino, se sei d’accordo, prenderei anche il tuo barroccio. Ci potrebbe fare molto comodo.
- Ma è troppo pesante – osservò Barsotto – era adatto per cavalli e somari.
- Mentre si ritorna qui dal Baldacci, se si trova una bicicletta o delle ruote di bicicletta si caricano sopra e poi al posto delle ruote cerchiate di ferro ci mettiamo quelle da bicicletta.
- Ma che credi che sia un lavorino facile?
Il Baldacci che dalla finestra aveva assistito alla conversazione intervenne:
- Io, alle Botteghe, conosco uno che per due palanche vi farebbe codesto lavoro.
Il giorno dopo verso le dieci del mattino zio Pietro e Barsotto rientrarono alla casa del Baldacci col pesante barroccio. Il Baldacci tenne fede alla parola data e dopo tre giorni il barroccio venne trasformato in un agile carretto con le ruote da bicicletta. Zio Pietro era contento matto.
- Ma mi dici un po' che cosa hai intenzione di farci con codesto carretto?
- Voglio farti diventare ricca.
- Mi sembri ricco?! – replicò in tono canzonatorio la Barsotta.
- Cara mia, io e tuo fratello Barsotto, potremo circolare liberamente. Lui è anziano e io sono mutilato o quasi di una mano.
- O delle cannonate non hai paura?
- Se tu fossi stata nelle Ardenne come me, ci scherzeresti sopra queste cannonatine. Io ti farò diventare ricca e non dovrai più durar fatica a macinare il grano col macinino.
Zio Pietro aveva un programma ben preciso in testa.
Prima di partire, all’alba, svegliò sua moglie e le disse:
- Non stare in pensiero. Io e tuo fratello ritorneremo prima che faccia notte. E non mi chiedere niente.
I due partirono in direzione del Sollazzi e poi verso via Fucecchiello e infine entrarono nella Saffa. Lì c’erano i sorveglianti, tutti amici di zio Pietro.
- Ho bisogno di fiammiferi – disse al Baccanino.
- Prendine quanti ne vuoi. Tanto son destinati ad esser bruciati dalle cannonate.
Ne vennero prelevati quattro sacchi.
- O un po’ di sale dove potrei trovarlo?
- Ti basta un sacco di cinquanta chili?
- Altro che?!
- Vieni a prenderlo. E’ in quel magazzino.
Dopo un quarto d’ora lo zio e Barsotto lasciarono la fabbrica dei fiammiferi, imboccarono di nuovo via Fucecchiello, oltrepassarono Ponte a Cappiano e si diressero verso le Pinete.
– Ma perché non ci fermiamo? – chiese Barsotto.
- Dobbiamo andare in posti lontani che nessuno cercherà di raggiungere.
Zio Pietro aveva ragione. A Galleno e a Orentano fecero man bassa. In cambio di fiammiferi e sale ottennero farina, fagioli, patate, pane, carne di bestia, di coniglio e anche tanti quattrinelli. Chi non aveva generi alimentari da dare in cambio doveva pagarli, e profumatamente, fiammiferi e sale.
Ritornarono all’imbrunire. E fu festa.
- O guarda un po' ! Avevi proprio ragione. E io non ci credevo – ammise la Barsotta.
Ogni due giorni zio Pietro e Barsotto andavano a fare il loro giro. E i tedeschi?
Li fermarono solo una volta e sottrassero loro soltanto una diecina di candele che avevano prelevato, autorizzati, dalla casa della Quirina.
Una sera, però, si fermarono alla casa del Baldacci alcuni tedeschi che trascinarono sull’aia un barroccio stracarico di roba trafugata. avevano bisogno di uomini forzuti per far loro spingere il barroccio. Barsotto non venne preso neppure in considerazione dato che era molto vecchio. Zio Privato rimase nascosto dentro lo stanzino del maiale per tutta la notte. I tedeschi puntarono su mio zio Pietro. Lui poteva fare al loro caso. Lo zio mostrò loro la mano mutilata. I tedeschi, allora, tanto per non smentirsi gli ordinarono.
- Mentre noi dormire, tu fare la guardia al barroccio. Se mancare un solo oggetto, tu, Kaput.
Al mattino i tedeschi ripartirono. Zio Privato uscì dal suo nascondiglio. Zio Pietro riprese la sua attività di venditore ambulante sotto le cannonate.
E il due settembre, quando la comitiva rientrò a casa, sul barroccio di Barsotto c’era ogni ben di Dio ed anche un bel gruzzolo di quattrini.

 

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