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Mio zio
Pietro Falorni non era nato con la camicia.
Miseria, e di quella nera, e disgrazie avevano
accompagnato tutta la sua esistenza. Per tutta la durata
della sua fanciullezza e poi fino a quattordici anni
aveva esercitato insieme al padre Arcasio
l’accattonaggio in tutte le località dove si svolgeva il
mercato settimanale. Il ricavato di quelle giornate
lunghe e faticose era sempre molto risicato. La mamma
Giulia doveva andare a servizio per garantire almeno un
piatto di sbobba a tutta la figliolanza: tre maschi
(Ovidio, Privato e Pietro) e due femmine (Gaetana ed
Elena).
Quando zio Pietro venne assunto alla SAFFA lui toccò il
cielo con un dito e tutta la famiglia parve decollare
dalla situazione di miseria in cui aveva sempre
navigato. Ovidio trovò occupazione in una officina,
mentre Privato, Gaetana ed Elena vennero assunti dalla
SAFFA.
Diventato giovanottello, Pietro si innamorò di Norma; ma
la suocera non voleva saperne di dare il suo consenso al
figlio di Arcasio. Lui seppe insistere e alla fine la
spuntò.
Dal matrimonio nacque un figlio, Ovidio, che forse per
colpa di una lieve forma di poliomielite rimase
leggermente impedito al braccio e alla gamba destra.
Poco dopo zio Pietro rimase vedovo. Sposò in seconde
nozze un’operaia della Saffa, Maria, detta la Barsotta
perché sorella di Angiolino Barsotti, detto Barsotto.
Anche la seconda moglie gli regalò una creatura, ma
senza imperfezioni. La sfortuna, però, non cessò di
accanirsi contro il povero Pietro. Una mattina la mano
di mio zio finì negli ingranaggi di una macchina e ci
rimise due diti.
Ogni due o tre giorni zio Pietro veniva a “battere
cassa” ( chiedere soldi in prestito) a casa mia; e
quando riscuoteva la quindicina la sua busta rimaneva
immancabilmente vuota per i debiti che aveva contratto
anche con noi.
Nel 1943 il figlio Ovidio conseguì il diploma di
maturità magistrale, ma di occasioni di lavoro non
gliene capitarono punte. Nel giugno del 1944, quando
Fucecchio venne invasa dalle truppe tedesche, Ovidio
strinse rapporti di amicizia con alcuni medici
dell’Ospedale e riuscì a mettervi le radici.
Quando il 21 luglio la popolazione di Fucecchio fu
costretta dai tedeschi a sfollare in massa, Ovidio disse
a suo padre che lui sarebbe rimasto in ospedale e che i
tedeschi non lo avrebbero fucilato perché il primario
dell’ospedale, il prof. Baccarini, gli aveva dato un
bracciale con la croce rossa. Grazie a quel bracciale i
militari tedeschi lo avrebbero lasciato circolare
impunemente.
Nelle prime ore del pomeriggio del 21 luglio zio Pietro
lasciò la sua linda casetta posta di fronte al Palazzo
Montanelli della Volta. Zio Pietro, prima della
partenza, andò a chiamare suo cognato Angiolino,
Barsotto, che da qualche mese viveva da solo in via
Valdarnese. Alla famiglia di mio zio Pietro , oltre al
cognato Barsotto, si aggregarono anche suo fratello
Privato e la Quirina , coinquilina e titolare di un
negozietto di lumini e candele situato al piano terra
del medesimo fabbricato di abitazione.
Imboccarono la via del cimitero e si diressero verso
Stabbia; prima di giungere a Stabbia svoltarono a
sinistra, videro un canale in secca e decisero di
trascorrevi la notte. Al mattino si accorsero che a
pochi metri di distanza vi era una postazione di
artiglieria tedesca.
- E’ meglio allontanarci e subito – ordinò zio Pietro
che aveva alla spalle una lunghissima esperienza di
guerra. Lui aveva fatto, in veste di alleato, tutta la
Prima Guerra Mondiale in Francia. Appena furono giunti
di nuovo sulla provinciale vennero richiamati da una
donna sulla sessantina:
- Ma dove andate? Non lo sapete che lo sfollamento è
finito?
La comitiva, allora, si rimise in marcia alla volta di
Fucecchio. All’altezza del cimitero la comitiva dello
zio fu bloccata da una pattuglia tedesca che smentì
quella sessantenne. Ritornarono indietro. Quando
giunsero alle Botteghe presero una strada sulla
sinistra, si addentrarono in quello che veniva chiamato
il Padulino e si fermarono alla casa del Baldacci.
- Possiamo fermarci da voi? – chiese zio Pietro.
- Ma certamente. Venite, venite. Entrate in casa.
Massaia dategli da bere e qualcosa da mangiare. Mentre
la massaia vi prepara qualcosa vi faccio vedere la
stanza dove potrete alloggiare per tutta la durata dello
sfollamento.
Era una stanza al piano terra a confine con la stalla e
con lo stanzino vuoto del maiale che era tenuto nascosto
in mezzo ad un campo di saggina. In quello stanzino
volle sistemarsi zio Privato per consentire alla tre
donne della comitiva (la cognata Maria, la nipote Anna e
la Quirina) una maggiore privacy.
Tutti si mostrarono molto soddisfatti. L’indomani
dovettero fare i conti con il loro approvvigionamento
alimentare: disponevano soltanto di molti chilogrammi di
riso, di molto zucchero e sale; nient’altro.
Zio Pietro, memore del suo lungo periodo di
accattonaggio, l’indomani mattina, all’alba, svegliò
Barsotto e gli disse:
- Dobbiamo andare a far fagioli, patate, frutta
Portarono con sé due balle e dopo un paio d’ore
ritornarono carichi di ogni ben di Dio: fagioli, patate,
cipolle, insalata, mele e poponi.
Il Baldacci, quando li vide arrivare, sorrise
compiaciuto e rivolto a mio zio Pietro gli disse:
- Senti, Falorni. Io di farina da regalare o da vendere
non ne ho punta. Vi autorizzo a prendere nei miei campi
tutto il grano che vorrete. Dovrete macinarlo ed io vi
metto a disposizione il forno per cuocervi il pane.
A mezzogiorno, mentre mangiavano un piatto di riso, lo
zio disse:
- Domani bisogna andare a Fucecchio a prendere i
macinini. Io, Angiolino, se sei d’accordo, prenderei
anche il tuo barroccio. Ci potrebbe fare molto comodo.
- Ma è troppo pesante – osservò Barsotto – era adatto
per cavalli e somari.
- Mentre si ritorna qui dal Baldacci, se si trova una
bicicletta o delle ruote di bicicletta si caricano sopra
e poi al posto delle ruote cerchiate di ferro ci
mettiamo quelle da bicicletta.
- Ma che credi che sia un lavorino facile?
Il Baldacci che dalla finestra aveva assistito alla
conversazione intervenne:
- Io, alle Botteghe, conosco uno che per due palanche vi
farebbe codesto lavoro.
Il giorno dopo verso le dieci del mattino zio Pietro e
Barsotto rientrarono alla casa del Baldacci col pesante
barroccio. Il Baldacci tenne fede alla parola data e
dopo tre giorni il barroccio venne trasformato in un
agile carretto con le ruote da bicicletta. Zio Pietro
era contento matto.
- Ma mi dici un po' che cosa hai intenzione di farci con
codesto carretto?
- Voglio farti diventare ricca.
- Mi sembri ricco?! – replicò in tono canzonatorio la
Barsotta.
- Cara mia, io e tuo fratello Barsotto, potremo
circolare liberamente. Lui è anziano e io sono mutilato
o quasi di una mano.
- O delle cannonate non hai paura?
- Se tu fossi stata nelle Ardenne come me, ci
scherzeresti sopra queste cannonatine. Io ti farò
diventare ricca e non dovrai più durar fatica a macinare
il grano col macinino.
Zio Pietro aveva un programma ben preciso in testa.
Prima di partire, all’alba, svegliò sua moglie e le
disse:
- Non stare in pensiero. Io e tuo fratello ritorneremo
prima che faccia notte. E non mi chiedere niente.
I due partirono in direzione del Sollazzi e poi verso
via Fucecchiello e infine entrarono nella Saffa. Lì
c’erano i sorveglianti, tutti amici di zio Pietro.
- Ho bisogno di fiammiferi – disse al Baccanino.
- Prendine quanti ne vuoi. Tanto son destinati ad esser
bruciati dalle cannonate.
Ne vennero prelevati quattro sacchi.
- O un po’ di sale dove potrei trovarlo?
- Ti basta un sacco di cinquanta chili?
- Altro che?!
- Vieni a prenderlo. E’ in quel magazzino.
Dopo un quarto d’ora lo zio e Barsotto lasciarono la
fabbrica dei fiammiferi, imboccarono di nuovo via
Fucecchiello, oltrepassarono Ponte a Cappiano e si
diressero verso le Pinete.
– Ma perché non ci fermiamo? – chiese Barsotto.
- Dobbiamo andare in posti lontani che nessuno cercherà
di raggiungere.
Zio Pietro aveva ragione. A Galleno e a Orentano fecero
man bassa. In cambio di fiammiferi e sale ottennero
farina, fagioli, patate, pane, carne di bestia, di
coniglio e anche tanti quattrinelli. Chi non aveva
generi alimentari da dare in cambio doveva pagarli, e
profumatamente, fiammiferi e sale.
Ritornarono all’imbrunire. E fu festa.
- O guarda un po' ! Avevi proprio ragione. E io non ci
credevo – ammise la Barsotta.
Ogni due giorni zio Pietro e Barsotto andavano a fare il
loro giro. E i tedeschi?
Li fermarono solo una volta e sottrassero loro soltanto
una diecina di candele che avevano prelevato,
autorizzati, dalla casa della Quirina.
Una sera, però, si fermarono alla casa del Baldacci
alcuni tedeschi che trascinarono sull’aia un barroccio
stracarico di roba trafugata. avevano bisogno di uomini
forzuti per far loro spingere il barroccio. Barsotto non
venne preso neppure in considerazione dato che era molto
vecchio. Zio Privato rimase nascosto dentro lo stanzino
del maiale per tutta la notte. I tedeschi puntarono su
mio zio Pietro. Lui poteva fare al loro caso. Lo zio
mostrò loro la mano mutilata. I tedeschi, allora, tanto
per non smentirsi gli ordinarono.
- Mentre noi dormire, tu fare la guardia al barroccio.
Se mancare un solo oggetto, tu, Kaput.
Al mattino i tedeschi ripartirono. Zio Privato uscì dal
suo nascondiglio. Zio Pietro riprese la sua attività di
venditore ambulante sotto le cannonate.
E il due settembre, quando la comitiva rientrò a casa,
sul barroccio di Barsotto c’era ogni ben di Dio ed anche
un bel gruzzolo di quattrini.
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