|
Quel
pomeriggio mio padre non voleva proprio svegliarsi forse
per effetto della insolita scorpacciata fatta alla
chetichella a mezzogiorno. Per non farci vedere, avevano
abbandonato la cameretta assegnataci nel fabbricato del
Ricovero per anziani e ci eravamo sistemati sotto una
pianta del giardino al riparo di sguardi interessati.
Avevamo mangiato una bella fetta dì pane bianco - ce lo
aveva portato zio Gagliano - mezzo popone, una pesca e
una bella ciocca di uva lugliola trafugata dalla vigne
di Salacca.
- Babbo! Babbo! - sussurrai per non impaurirlo. Ma lui
continuava a russare. Allora ricorsi ad un trucchetto
che mi aveva insegnato mia madre. Presi un fuscello
dalla scopa di saggina e lo strofinai delicatamente
sotto il naso di mio padre. Lui fece una smorfia con le
labbra larghissime e riprese a dormire. Di nuovo lo
solleticai. Con gesto rapido si strofinò la zona
solleticata con la mano sinistra, credendo forse, che si
trattasse di una mosca.
- Babbo - sussurrai ancora prima che rimettesse a posto
la mano.
- Che c’è? - chiese visibilmente contrariato
- Sono già le quattro - risposi.
Allora ai alzò subito.
Era quella l’ora in cui andavamo a schiccolare le spighe
di grano nella nostra abitazione, al n. 29 di via
Castruccio.
Ogni mattina andavo a rubare due o tre covoni di grano
nei campi vicini al Rio. Nessun contadino aveva avuto la
possibilità di portare i covoni sull’aia della propria
casa a causa dei frequenti cannoneggiamenti e dei
continui rastrellamenti. che venivano operati dalle
truppe tedesche.
Al ritorno, con un covone sotto ogni braccio, risalivo
da S. Antonio, percorrevo via Valdarnese, imboccavo via
Castruccio e raggiungevo casa mia dove depositavo i
covoni di grano in cucina.
Tutte le volte che passavo per la mia strada, rimanevo
colpito dalla vista delle cariche di esplosivo che i
Tedeschi avevano piazzato sui davanzali delle finestre
terrene dei palazzi che dalla Torre di Castruccio
giungevano fino all’altezza del Vicolo delle Cantine.
I nostri ex alleati non si erano contentati di minare la
Torre sotto la quale, d’inverno e d’estate avevo giocato
centinaia di volte con gli amici d’infanzia: avevano
minato anche il palazzo dell’avvocato Egisto Lotti che
mi era stato descritto come una reggia per la sua sala
monumentale, per la sua sala d’armi e per il suo
Archivio stracolmo di. documenti.
Era stato minato pure il palazzo della professoressa
Mina Bagnoli, per me, la più bella ragazza di Fucecchio,
una Gina Lollobrigida “ante litteram” molto più
contenuta, ma anche più fatale.
I fili rosei che collegavano le cariche esplosive erano
a portata delle mie mani.
Oh, se avessi avuto un po' di coraggio! Avrei potuto
benissimo tagliarli, quei fili. Ma tra il dire e il fare
c’era di mezzo....la pena di morte. E io non volevo
morire.
- Sono pronto - disse mio padre, mentre finiva di
sistemarsi le bretelle che sorreggevano i suoi pantaloni
diventati in breve tempo troppo larghi per i lombi di
mio padre, uno spilungone così, da sempre magro, ma ora
ridotto ad un vero e proprio crocifisso.
Anziché passare dal portone dell’Ospedale, passavamo
sempre attraverso la bottega del Cheli, che era quasi di
fronte alla porta di casa nostra. Io entravo per primo
in strada, mi soffermavo fingendo di soffiarmi il naso e
guardavo alle due estremità di Via Castruccio per vedere
se c’erano delle pattuglie tedesche.
- Non c’è nessuno, babbo - dissi sottovoce.
Mio padre, la testa rincalcata fra le spalle ormai
incurvate, attraversò rapidamente la via senza correre.
Io gli fui subito alle calcagna. Guadagnammo la porta,
salimmo le sei rampe di scale che immettevano nel nostro
appartamento ed entrammo in cucina. Dalla parte del
camino erano ancora ammassati una decina di covoni di
grano.
- Mi dai lo staccio, babbo? - chiesi.
Lo staccio era attaccato alla parete di fondo, accanto
al quadro del Sacro Cuore, un’immagine a cui. mia madre
era particolarmente devota. In onore di questa immagine
don Giuseppe Marradi, il “Nanetto”, aveva composto una
preghiera ed un inno particolarmente cari ai
Fucecchiesi.
Mio padre staccò lo staccio dalla parete e me lo
consegnò. Mi sedetti sul mio sgabellino, posi lo staccio
sulle ginocchia per schiccolarvi le spighe e chiesi:
- Babbo, ne hai preparate punte di spighe?
- Dammi almeno il tempo di prendere le forbici –
ribatté.
Ci fu un attimo di silenzio. I cannoni a quell’ora
tacevano. Le cicale sembravano morte. Tutte le case
vicine erano state abbandonate il 21 luglio, giorno
dello sfollamento obbligatorio.
Udimmo allora per le scale uno strano scalpiccìo.
- Questa non è mamma – sentenziò prontamente il babbo.
L’uscio, quasi socchiuso, fu spalancato di colpo. Entrò
un tedesco con la pistola spianata. La vista di tutti
quei covoni di grano parve insospettirlo. Volle
perlustrare tutte le stanze: la camera dei genitori,
quella dove dormivamo io e mio fratello Romano e il
ripostiglio cieco addossato a una parete di cucina.
Temendo che ci fosse qualcuno nascosto, volle che
accendessimo una candela e che vi entrassimo dentro per
illuminarlo.
La cucina, però, continuava ad insospettirlo. Osservò
ben bene tutti gli angoli, poi il suo sguardo si posò su
di un pacco ben legato, posto sopra il tetto della
credenza.
- Cosa essere? - chiese indicando il pacco.
- Statuine capannuccia - spiegai. Ma non capì. Volle
controllare.
Mio padre montò su una sedia, prese il pacco dalla
credenza, scese a terra e depose il pacco sul tavolo. Il
tedesco, capelli castani e lisci, mi fissò e con un
gesto parve dirmi: “Aprilo tu il pacco !”
Tirai fuori dalla tasca il mio temperino, tagliai la
cordicella che legava il pacco e, con le dovute
precauzioni, spiegai la carta. Dentro il pacco c’erano
la borraccina essiccata e le statuette avvolte nelle
pagine di quaderno. Ne presi una, la scartai e la
mostrai al soldato tedesco che rimase molto sorpreso nel
vedere un pastorello di gesso con una pecorina sopra le
spalle.
Capì. Con un gesto mi ordinò di rimettere tutto a posto.
Stava per sedersi, quando un improvviso fruscio
proveniente dai covoni lo fece sobbalzare. Con gli occhi
sbarrati e pieni di rancore, spianò l’arma, che aveva
sempre tenuto in mano, in direzione dei covoni, convinto
forse che dentro vi fosse nascosto chissà chi.
- Ma è Menico - azzardai disinvoltamente.
Il tedesco mi fulminò con lo sguardo.
- Guardi - disse mio padre chinandosi per afferrare il
nostro coniglio che da oltre un mese dimorava nella
nostra cucina disseminandola di sferici cacarelli e
irrorandola di fetida orina.
Il soldato sorrise. Mio padre, temendo il peggio, gli
offri l’animale, dicendo:
- Prendere, prendere.
Abbassai la testa e cominciai a piangere. Il tedesco
parve capire il mio dramma.
- No, no - disse - Tu kaput. E dare lui.
Compresi perfettamente quello che voleva dire a mio
padre:
“ Tu lo uccidi e lo fai mangiare a tuo figlio “.
Mio padre allora buttò di nuovo sulla paglia Menico, il
coniglio dalla pelliccia bianca con qualche chiazza
nera, a cui ero particolarmente affezionato.
Ce l’aveva portato, all’inizio di luglio, una contadina,
quale compenso per una riparazione ad una giacca,
eseguita da mio padre. Era pelle ed ossa. Anziché
ucciderlo, avevamo deciso di ingrassarlo con grano, erba
medica e vilucchio che io gli procuravo ogni giorno. Mi
aspettava dietro la porta di cucina e non scappava
quando entravo, anzi mi si avvicinava ed aspettava che
gli buttassi l’erba per terra e gli preparassi una
scodella con un po’ di grano.
Menico intanto si era rintanato fra i covoni.
Il soldato tedesco, così come era entrato, se ne andò
via senza nemmeno salutare.
Io e il babbo cominciammo subito a schiccolare il grano.
Roberto Checchi
|