GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Menico contro il soldato tedesco
racconto di Roberto Checchi

 

Quel pomeriggio mio padre non voleva proprio svegliarsi forse per effetto della insolita scorpacciata fatta alla chetichella a mezzogiorno. Per non farci vedere, avevano abbandonato la cameretta assegnataci nel fabbricato del Ricovero per anziani e ci eravamo sistemati sotto una pianta del giardino al riparo di sguardi interessati.
Avevamo mangiato una bella fetta dì pane bianco - ce lo aveva portato zio Gagliano - mezzo popone, una pesca e una bella ciocca di uva lugliola trafugata dalla vigne di Salacca.
- Babbo! Babbo! - sussurrai per non impaurirlo. Ma lui continuava a russare. Allora ricorsi ad un trucchetto che mi aveva insegnato mia madre. Presi un fuscello dalla scopa di saggina e lo strofinai delicatamente sotto il naso di mio padre. Lui fece una smorfia con le labbra larghissime e riprese a dormire. Di nuovo lo solleticai. Con gesto rapido si strofinò la zona solleticata con la mano sinistra, credendo forse, che si trattasse di una mosca.
- Babbo - sussurrai ancora prima che rimettesse a posto la mano.
- Che c’è? - chiese visibilmente contrariato
- Sono già le quattro - risposi.
Allora ai alzò subito.
Era quella l’ora in cui andavamo a schiccolare le spighe di grano nella nostra abitazione, al n. 29 di via Castruccio.
Ogni mattina andavo a rubare due o tre covoni di grano nei campi vicini al Rio. Nessun contadino aveva avuto la possibilità di portare i covoni sull’aia della propria casa a causa dei frequenti cannoneggiamenti e dei continui rastrellamenti. che venivano operati dalle truppe tedesche.
Al ritorno, con un covone sotto ogni braccio, risalivo da S. Antonio, percorrevo via Valdarnese, imboccavo via Castruccio e raggiungevo casa mia dove depositavo i covoni di grano in cucina.
Tutte le volte che passavo per la mia strada, rimanevo colpito dalla vista delle cariche di esplosivo che i Tedeschi avevano piazzato sui davanzali delle finestre terrene dei palazzi che dalla Torre di Castruccio giungevano fino all’altezza del Vicolo delle Cantine.
I nostri ex alleati non si erano contentati di minare la Torre sotto la quale, d’inverno e d’estate avevo giocato centinaia di volte con gli amici d’infanzia: avevano minato anche il palazzo dell’avvocato Egisto Lotti che mi era stato descritto come una reggia per la sua sala monumentale, per la sua sala d’armi e per il suo Archivio stracolmo di. documenti.
Era stato minato pure il palazzo della professoressa Mina Bagnoli, per me, la più bella ragazza di Fucecchio, una Gina Lollobrigida “ante litteram” molto più contenuta, ma anche più fatale.
I fili rosei che collegavano le cariche esplosive erano a portata delle mie mani.
Oh, se avessi avuto un po' di coraggio! Avrei potuto benissimo tagliarli, quei fili. Ma tra il dire e il fare c’era di mezzo....la pena di morte. E io non volevo morire.
- Sono pronto - disse mio padre, mentre finiva di sistemarsi le bretelle che sorreggevano i suoi pantaloni diventati in breve tempo troppo larghi per i lombi di mio padre, uno spilungone così, da sempre magro, ma ora ridotto ad un vero e proprio crocifisso.
Anziché passare dal portone dell’Ospedale, passavamo sempre attraverso la bottega del Cheli, che era quasi di fronte alla porta di casa nostra. Io entravo per primo in strada, mi soffermavo fingendo di soffiarmi il naso e guardavo alle due estremità di Via Castruccio per vedere se c’erano delle pattuglie tedesche.
- Non c’è nessuno, babbo - dissi sottovoce.
Mio padre, la testa rincalcata fra le spalle ormai incurvate, attraversò rapidamente la via senza correre. Io gli fui subito alle calcagna. Guadagnammo la porta, salimmo le sei rampe di scale che immettevano nel nostro appartamento ed entrammo in cucina. Dalla parte del camino erano ancora ammassati una decina di covoni di grano.
- Mi dai lo staccio, babbo? - chiesi.
Lo staccio era attaccato alla parete di fondo, accanto al quadro del Sacro Cuore, un’immagine a cui. mia madre era particolarmente devota. In onore di questa immagine don Giuseppe Marradi, il “Nanetto”, aveva composto una preghiera ed un inno particolarmente cari ai Fucecchiesi.
Mio padre staccò lo staccio dalla parete e me lo consegnò. Mi sedetti sul mio sgabellino, posi lo staccio sulle ginocchia per schiccolarvi le spighe e chiesi:
- Babbo, ne hai preparate punte di spighe?
- Dammi almeno il tempo di prendere le forbici – ribatté.
Ci fu un attimo di silenzio. I cannoni a quell’ora tacevano. Le cicale sembravano morte. Tutte le case vicine erano state abbandonate il 21 luglio, giorno dello sfollamento obbligatorio.
Udimmo allora per le scale uno strano scalpiccìo.
- Questa non è mamma – sentenziò prontamente il babbo.
L’uscio, quasi socchiuso, fu spalancato di colpo. Entrò un tedesco con la pistola spianata. La vista di tutti quei covoni di grano parve insospettirlo. Volle perlustrare tutte le stanze: la camera dei genitori, quella dove dormivamo io e mio fratello Romano e il ripostiglio cieco addossato a una parete di cucina. Temendo che ci fosse qualcuno nascosto, volle che accendessimo una candela e che vi entrassimo dentro per illuminarlo.
La cucina, però, continuava ad insospettirlo. Osservò ben bene tutti gli angoli, poi il suo sguardo si posò su di un pacco ben legato, posto sopra il tetto della credenza.
- Cosa essere? - chiese indicando il pacco.
- Statuine capannuccia - spiegai. Ma non capì. Volle controllare.
Mio padre montò su una sedia, prese il pacco dalla credenza, scese a terra e depose il pacco sul tavolo. Il tedesco, capelli castani e lisci, mi fissò e con un gesto parve dirmi: “Aprilo tu il pacco !”
Tirai fuori dalla tasca il mio temperino, tagliai la cordicella che legava il pacco e, con le dovute precauzioni, spiegai la carta. Dentro il pacco c’erano la borraccina essiccata e le statuette avvolte nelle pagine di quaderno. Ne presi una, la scartai e la mostrai al soldato tedesco che rimase molto sorpreso nel vedere un pastorello di gesso con una pecorina sopra le spalle.
Capì. Con un gesto mi ordinò di rimettere tutto a posto. Stava per sedersi, quando un improvviso fruscio proveniente dai covoni lo fece sobbalzare. Con gli occhi sbarrati e pieni di rancore, spianò l’arma, che aveva sempre tenuto in mano, in direzione dei covoni, convinto forse che dentro vi fosse nascosto chissà chi.
- Ma è Menico - azzardai disinvoltamente.
Il tedesco mi fulminò con lo sguardo.
- Guardi - disse mio padre chinandosi per afferrare il nostro coniglio che da oltre un mese dimorava nella nostra cucina disseminandola di sferici cacarelli e irrorandola di fetida orina.
Il soldato sorrise. Mio padre, temendo il peggio, gli offri l’animale, dicendo:
- Prendere, prendere.
Abbassai la testa e cominciai a piangere. Il tedesco parve capire il mio dramma.
- No, no - disse - Tu kaput. E dare lui.
Compresi perfettamente quello che voleva dire a mio padre:
“ Tu lo uccidi e lo fai mangiare a tuo figlio “.
Mio padre allora buttò di nuovo sulla paglia Menico, il coniglio dalla pelliccia bianca con qualche chiazza nera, a cui ero particolarmente affezionato.
Ce l’aveva portato, all’inizio di luglio, una contadina, quale compenso per una riparazione ad una giacca, eseguita da mio padre. Era pelle ed ossa. Anziché ucciderlo, avevamo deciso di ingrassarlo con grano, erba medica e vilucchio che io gli procuravo ogni giorno. Mi aspettava dietro la porta di cucina e non scappava quando entravo, anzi mi si avvicinava ed aspettava che gli buttassi l’erba per terra e gli preparassi una scodella con un po’ di grano.
Menico intanto si era rintanato fra i covoni.
Il soldato tedesco, così come era entrato, se ne andò via senza nemmeno salutare.
Io e il babbo cominciammo subito a schiccolare il grano.


Roberto Checchi

 

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