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Quattordici giorni di agonia per il signor Pirro Masetti,
lui pure sfollato nella villa maledetta
Aveva un aspetto veramente signorile il signor Pirro
Masetti. Sempre elegante, sempre con cappello di lusso
in testa e con l’immancabile frustino nella mano
sinistra. D’estate indossava un completo bianco che lo
imponeva all’attenzione di tutti. Le sue calzature erano
sempre pulite e lucide. Molte volte calzava un paio di
stivali veramente formidabili. Molti fucecchiesi lo
gratificavano addirittura con un titolo insolito: il
Conte Masetti.
Io immaginavo che fosse un personaggio del mondo della
cultura o della finanza. Misurato nei movimenti e nei
gesti, molto parco nell’uso della parole, suscitava in
chi lo incontrava un vivissimo senso di ritegno.
Personalmente non avrei avuto nemmeno il coraggio di
salutarlo.
A Fucecchio il signor Pirro aveva trovato la sua oasi di
serenità. Lui era nato a Calci nel 1884. Aveva dovuto
affrontare i rischi e disagi della Prima Guerra
Mondiale. Poi, per guadagnarsi uno stipendio sicuro,
aveva scelto di fare l’agente di custodia.
Nell’esercizio di questa attività non esistevano rischi
di disoccupazione, ma giorno dopo giorno diventavano
sempre più pesanti i disagi: gli orari defatiganti
all’interno delle carceri, gli spostamenti continui da
un carcere all’altro, il contatto prolungato con persone
pericolose come il bandito Musolino, la nomea che
circondava i secondini che alienava loro la simpatia
delle persone.
Poco prima degli anni ’30 aveva maturato il diritto alla
pensione. E siccome il fratello Graziano, crocifero
della Misericordia, e le sue sorelle si erano accasati a
Fucecchio, anche lui, per poter usufruire della loro
vicinanza e della loro assistenza era venuto a risiedere
nel paese dei “cispiosi”.
Nel nostro paese era da tutti riverito. Nonostante i
suoi quarantacinque anni ebbe il piacere di trovare una
bellissima moglie fucecchiese che di lì a poco – nel
1931 - gli regalò un figlio conosciuto da tutti come “Il
Masetti”.
La pensione statale garantiva alla sua famiglia un
tenore di vita decisamente migliore di quello degli
operai fucecchiesi. Specialmente d’estate lo vedevi
passare lungo le strade con la sua bellissima bicicletta
nera, una fuoriserie rispetto a tutte le altre che
circolavano in paese. Molti invidiavano, sia pure molto
bonariamente, questa famiglia. Il signor Pirro non ci
faceva caso. Curava, ma senza nessun sussiego, le
pubbliche relazioni. Aveva contratto un’amicizia
particolare con Gaetano e Consiglia Costagli. Si fermava
spesso nel loro negozio in Piazza Niccolini a conversare
con Gaetano, il burbero benefico di Fucecchio. Durante
queste conversazioni, quando nel negozio non c’erano
acquirenti, il signor Pirro qualche volta si era
“lasciato andare”: aveva raccontato alcune vicende della
sue esperienza all’interno dei carceri in cui aveva
prestato servizio.
Quando nel 1935 scoppiò la guerra fra Italia e
l’Etiopia, il signor Pirro amava parlare con Gaetano dei
successi bellici italiani in Abissinia. Il signor Pirro
si mostrava sempre ben informato: era una delle poche
persone che tutti i giorni acquistava un quotidiano.
Dopo il 10 giugno 1940, il Conte Masetti, ogni volta che
si fermava nel negozio Gaetano, confessava
invariabilmente la sua titubanza circa l’esito felice
del conflitto.
Nell’estate del 1943 l’ex agente di custodia cominciò a
nutrire il timore che anche Fucecchio sarebbe potuto
diventare zona di guerra.
Gaetano, interpretando alla perfezione il ruolo del
buontempone, gli diceva:
- O Pirro, non si disperi. Se la guerra passerà da
Fucecchio , sarò lieto di ospitarla nella mia villa.
E la guerra non tardò a passare anche da Fucecchio. Il
18 luglio arrivarono le prime cannonate e ci furono le
prime vittime.
Il 21 luglio il Comando tedesco di stanza a Fucecchio
decretò lo sfollamento obbligatorio della popolazione,
pena la fucilazione dei trasgressori. Il Comando aveva
indicato nel territorio del comune di Lamporecchio
l’area in cui avrebbero dovuto trasferirsi gli sfollati
fucecchiesi perché lontana dalla zona di guerra e quindi
dai quotidiani ripetuti cannoneggiamenti; purtroppo
coloro che notificarono il decreto del Comando tedesco
non suggerirono alla popolazione di portarsi nel comune
di Lamporecchio . La maggior parte dei fucecchiesi
chiese e trovò rifugio nelle case coloniche di Padulino
e in quelle disseminate nelle Cerbaie, specialmente in
quelle della frazione di Torre. Tutti desideravano
spostarsi in località vicine al capoluogo allo scopo di
potervici ritornare in breve tempo per prelevare
indumenti, biancheria, stoviglie e le poche cibarie di
scorta.
Il signor Pirro, appena seppe da sua figlio Giuseppe,
tredicenne, che lo sfollamento era obbligatorio, senza
alcuna esitazione disse:
- Andremo in villa !
Giuseppe lo ascoltò perplesso. Il padre se ne rese conto
e spiegò che si sarebbero portati nella villa del suo
amico Gaetano Costagli. E poiché nel 1944 l’età dei
sessant’anni, era giudicata rispettabilissima, il peso
dello sfollamento cadde tutto sulle spalle del figlio
Giuseppe e della moglie Edvige Nannei. Non per niente il
padre di Giuseppe veniva chiamato il “Sor Pirro”, un
signore cioè esonerato da tutte le fatiche e da tutte le
incombenze domestiche. E lui si comportava come un
riccone di razza. Giuseppe, pur non potendo poggiare a
terra il calcagno del piede destro, dovette trasportare,
come la mamma, un paio di fagotti con stoviglie,
biancheria e perfino molti tovaglioli: il signor Pirro
avrebbe preferito il digiuno piuttosto che mangiare
senza l’uso del tovagliolo. Giuseppe dovette per lunghi
tratti camminare a zoppogalletto. Dopo aver lasciato la
loro casa, i tre Masetti si portarono per la via dei
Macelli e si inserirono nella fiumana di fucecchiesi che
silenziosi e mesti abbandonavano il loro paese. Un amico
di Giuseppe, sorpreso nel vederlo camminare su di un
solo piede gli chiese:
- O cos’hai fatto.
Intervenne Edvige:
- Tre giorni fa andò a S. Pierino a cercare fagioli e
patate con altri compagni di strada. Mentre camminava
sopra la passerella che è stata costruita dai tedeschi
al posto del ponte distrutto, deve aver messo il piede
sopra una scheggia di legno. La notte, poverino, non
dormì mai dal dolore.
La mamma dell’amico di Giuseppe Masetti si era
avvicinata a Edvige; le chiese:
- Ma ce l’hai portato all’ospedale e farlo vedere?
- Sì, ce l’ho portato ieri, ma mi hanno detto che nel
calcagno non ci ha nulla. Però anche stanotte non ha
fatto altro che lamentarsi.
- Dai retta a me, Edvige. Io non so dove andate, ma
appena siete arrivati a destinazione, guardagli il
calcagno e se gli ha fatto un po' di marcia, prima di
andare a dormire fagli un impiastrino di mollica di pane
bollita nel latte, mettiglielo sopra il punto dove ha
fatto la marcia. L’impiastrino glielo devi togliere
domani mattina. Se c’è una scheggia di legno domattina
la potrai vedere e levare.
La mamma di Giuseppe ringraziò la donna del consiglio
che le aveva dato. Il sor Pirro non si accorse nemmeno
della conversazione svoltasi fra le due donne a distanza
così ravvicinata. Sembrava che guardasse ora il cielo
azzurro ora le Alpi Apuane; ma forse pensava od
inseguiva memorie del suo passato.
Il viaggio di trasferimento dal capoluogo alla villa del
Costagli fu abbastanza breve.
Gaetano fu felicissimo di ospitarlo nella sua villa e
gli assegnò addirittura il corridoio d’ingresso visto
che tutti gli altri locali erano già stati occupati dai
familiari e dai parenti, numerosi, dei Costagli. Gaetano
Costagli non mandò indietro nessuna famiglia che gli
chiese ospitalità; ma le dovette dirottare nella casa
colonica del suo contadino, il Guerri.
Gaetano fornì ai Masetti due materassini. Edvige chiese
alla signora Consiglia se le poteva preparare quell’impiastrino
con mollica di pane bollito nel latte suggeritole dalla
signora in via Sotto Valle. La signora Consiglia preparò
con cura l’impiastrino e personalmente lo applicò sotto
il calcagno di Giuseppe e ve lo fece aderire legandovelo
con un foulard in disuso.
- Domani mattina – confidò la signora Consiglia – farò
venire da voi Minerva, quella che sta vicino a voi, di
casa, a Fucecchio. Se c’è una scheggia lei la leverà
senza far sentir male al ragazzo.
Giuseppe si sentì rincuorare. E quella notte, forse
perché stanco morto, riuscì a dormire senza mai
svegliarsi.
Verso le otto giunse Minerva.
- Andiamo fuori. Ci si vede meglio. A quest’ora gli
americani non sparano - disse Minerva.
La donna portò fuori una sedia e vi fece sedere
Giuseppe. Lei si inginocchiò, sfasciò il calcagno del
ragazzo, tolse lo straccio con l’impiastrino ed osservò:
- L’impiastro ha tirato fuori tutta la marcia .
Minerva sollevò con la mano sinistra lo stinco del piede
ferito di Giuseppe ed esclamò:
- Eccola! La vedo.
Dalla tasca del suo vestito marroncino tirò fuori una
pinzetta depilatrice. l’abboccò alla scheggia di legno,
la strinse e con estrema delicatezza la tirò fuori.
- Fatto ! – disse laconicamente.
Giuseppe si alzò, poggiò il piede ferito per terra senza
percepire nessun dolore e sorrise soddisfatto.
- Grazie, Minerva. Ora sto proprio bene – disse
Giuseppe.
Anche in quell’ambiente ristretto, il signor Pirro
riuscì a ritagliarsi il suo angolo di privacy e a
mantenere intatte le sue abitudini. Fra tutti gli
sfollati, era l’unico che mangiava sempre su di un
tavolino, sia pure piccolissimo, ma apparecchiato con
tovaglia, tovaglioli e coperti.
L’esperienza della prima guerra mondiale gli suggeriva
che quella villa era troppo scoperta e che la sua
cameretta ricavata nel corridoio del fabbricato non
offriva nessuna garanzia di sicurezza; però sperava
nello stellone e confidava che gli americani avrebbero
occupato il nostro territorio nell’arco di pochissimi
giorni, in meno di una settimana. L’idea di dormire in
un rifugio lo sconvolgeva. L’unico rifugio esistente
poteva contenere soltanto due o tre famiglie.
- Qui, Gaetano – confidava il signor Pirro al Costagli –
obiettivi militari non ce ne sono. E gli americani non
sprecheranno dei proiettili per niente. Io penso che non
saremo mai visitati dalle cannonate.
Il signor Pirro si sbagliava e di grosso! Lì, ad un
centinaio di metri in linea d’aria, accostato alla Villa
del Nieri, il Moro, c’era un carrarmato Panzer che
sparava i suoi colpi micidiali sulle colline di S.
Miniato. Quando la “cicogna” americana lo individuò
cominciarono i guai anche per la villa del Costagli.
Il 31 luglio le artiglierie “alleate” cominciarono a
vomitare i loro proiettili in prossimità della villa
Nieri con l’intento di colpire il Panzer tedesco. Da S.
Miniato non era facile calcolare le distanze in maniera
perfetta. Le cannonate allora, cominciarono a cadere in
prossimità della villa del Costagli.
Il signor Pirro raccomandò alla moglie ed al figlio di
sdraiarsi per terra non appena percepivano un fortissimo
sibilo. Quel “fortissimo” stava significare che la
cannonata sarebbe esplosa a non più di cinquanta-
sessanta metri e che se non ti trovavi disteso per terra
venivi letteralmente sbranato dalle schegge del
proiettile esploso.
Ne seppe qualcosa la famiglia Cenci la sera medesima di
quel 31 luglio. Il genitore, Carlo Antonio, verso le ore
18 stava frescheggiando davanti alla porta della casa
colonica del Guerri. Forse Il macellaio fucecchiese
stava immaginando dove potesse trovarsi in quel momento
suo figlio Spartaco, esperto in atletica leggera,
allenatore sia della squadra di basket fucecchiese si
del folto gruppo di giovani fucecchiesi che si
dedicavano, e con successo, alla nobile disciplina
dell’atletica. Il suo Spartaco quasi aveva superato la
fama dell’altro figlio, Indro, sfortunato calciatore di
serie A, colpito da una paralisi che ne aveva stroncato
la carriera. Sapeva che il suo Spartaco era rifugiato
nelle Marche presso la famiglia della sua fidanzata e
perciò non stava troppo in pena per lui. Mentre si
coccolava l’immagine di Spartaco in tenuta da allenatore
– una lunga tuta nera - neppure udì, forse, il sibilo
lacerante di un proiettile. Carlo Antonio rimase in
piedi appoggiato alla porta: una scheggia ve lo inchiodò
per sempre trapassandogli brutalmente il polmone destro.
Il signor Pirro all’ora di cena commentò:
- Se si fosse sdraiato per terra non sarebbe morto di
sicuro. Le schegge tendono sempre a dirigersi verso
l’alto.
Dopo questo laconico commento il signor Pirro riprese a
vivere secondo il suo solito tran tran.
Quattro giorni dopo, altri sibili lancinanti, altre
esplosioni a poche decine di metri dalla villa del
Costagli: un'altra vittima: un giovane di 19 anni, di
Livorno, da tutti conosciuto come il “Rossino” per il
colore rosso della sua folta mascagna. Marcello era
amato da tutti. Parlava poco. L’espressione del suo
volto, sempre seria, non era mai accigliata. Il
bombardamento aereo su Livorno del 28 maggio 1943 aveva
lasciato le sue indelebili tracce di paura e di sgomento
in questo giovane, sempre silenzioso, sempre insieme al
babbo, sempre compiaciuto e riconoscente per le minime
attestazioni di affetto e di stima che gli venivano
elargite. Aveva riscosso anche la stima e l’affetto del
signor Pirro che non indulgeva mai con il prossimo; anzi
viveva ignorando totalmente gli altri. Quando seppe che
questo giovane era stato mortalmente colpito con una
scheggia alla testa e che il suo cervello si era
stampato su di un muretto, non ebbe il coraggio di
profferire nessun commento. Di fronte all’immagine del
Rossino così deturpata dalla scheggia mortale e
addirittura toccato nelle sue intime fibre dai lamenti
strazianti dei genitori, il signor Pirro dimise le sue
abitudini di distacco, si portò in mezzo ai genitori
della vittima e mise loro una mano sulla spalla senza
profferire parola. Quella sera il signor Pirro non volle
cenare. Per ben due volte la morte era venuta a bussare
nell’area di quella villa.
Non dormì quella notte il signor Pirro. L’immagine di
quel ragazzo strappato dalla sua città natale per
effetto dei micidiali bombardamenti aerei fece
riaffiorare nel signor Pirro i ricordi della prima
guerra mondiale: la sua vita in trincea, le migliaia di
soldati italiani ed austriaci morti nelle operazioni
offensive; poi riaffiorarono i ricordi dei suoi
innumerevoli trasferimenti da un carcere all’altro dove
aveva svolto il servizio di agente di custodia: Trieste,
Pola, Porto Longone, Alessandria, Cesena…. Soltanto
quando rivide con l’ immaginazione la cerimonia del suo
matrimonio con la bella Edvige, riuscì a prendere sonno
e fece un sogno strano che raccontò soltanto a sua
moglie. Un sogno premonitore?
Aveva sognato un moltitudine di carcerati in un grande
prato verde. Il prato era recintato da sbarre di ferro.
Appena i detenuti videro il signor Pirro si portarono
alle sbarre e lo salutarono con gridi di gioia. Molti lo
invitavano:
- Vieni con noi! Starai benissimo.
Due di questi detenuti assunsero la fisionomia dei
fratelli Cambi che da pochi giorni si erano trasferiti
dalla casa di Talino in quella del contadino del
Costagli. Lo scoppio di una cannonata aveva interrotto
il sogno del Conte Masetti. Inspiegabilmente questo
sogno aveva turbato, e non poco, l’imperturbabile sor
Pirro.
Al mattino, verso le otto, il Bagnoli, marito della
Radio e falegname dell’ospedale, portò con Brunero una
cassa da morto, fatta con tavole grezze. Vi venne
deposta la salma del povero “Rossino”. Prima che il
coperchio vi venisse inchiodato giunse sul luogo
l’anziano Padre Carlo. Aveva saputo della disgrazia ed
era venuto a benedire la salma e ad accompagnarla al
cimitero. Il Bagnoli, dopo aver chiuso la bara, rientrò
all’ospedale: aveva un manicotto con stampigliata una
croce rossa su campo bianco e questo emblema lo avrebbe
salvaguardato dalle pattuglie tedesche sempre alla
ricerca di uomini da deportare.
Il Conte Masetti assistette alla partenza del mesto
corteo funebre che si formò dietro il carretto con la
bara spinto da Brunero e preceduto dal salmodiante padre
Carlo. Dietro il carretto, i genitori
dell’indimenticabile Marcello ed una trentina di
sfollati che dopo una cinquantina di metri preferirono
rientrare nella villa e nelle due case coloniche
adiacenti.
Dal cortile della villa il signor Pirro, toltosi il
cappello, salutò mentalmente il “Rossino” dicendogli
“Addio!”
Era il 5 luglio. Dopo aver seguito la coda del corteo
fino a quando non si era dileguato dietro una vigna, il
signor Pirro si rimise in testa il berretto e rientrò
nel corridoio della Villa perché chiamato da sua moglie,
Era ancora molto turbato l’ex agente di custodia quando
la moglie gli disse che la colazione era già pronta.
Con un cenno della testa fece capire alla sua Edvige che
non l’avrebbe consumata. Riuscì fuori e cominciò a
gironzolare intorno alla villa e davanti alle due case
coloniche. Sembrava che aspettasse qualcuno. Quando in
lontananza comparvero le immagini dei genitori del
Rossino, l’una appoggiata all’altra, il Masetti si
fermò, li osservò a lungo e quando giunsero sull’aia
della casa colonica del Guerri li salutò con un
movimento del viso; poi rientrò in Villa.
Verso le ore 18, mentre il sor Pirro si trovava davanti
alla casa del contadino Guerri, l’aria venne squarciata
da sibili lancinanti. Il Conte, dimenticandosi della sua
proverbiale flemma, si infilò dentro la stalla ed ebbe
l’accortezza di spingere l’anta per richiudere la porta.
Le esplosioni furono violente. Poi altri due sibili. Il
conte si accucciò. Si sentiva protetto dalle mura e
dalla porta. Perché dunque gualcire e sporcare l’abito
in piega che indossava? Poi due schianti terribili che
fecero franare i vetri superstiti delle finestre della
villa e delle due case coloniche.
Appena cannoni tacquero, rimbombò nell’aia la voce di
Norberto Lucaccini:
- Uscite! Uscite! Ci sono due morti.
Erano i fratelli Cambi: Arturo e Nello, sfracellati
dalle schegge dei due proiettili.
Il primo ad uscire fu Giuseppe Masetti, il figlio del
sor Pirro e poi, man mano tutti gli altri.
- E quattro – disse fra sé il Conte. E si ricordò del
sogno premonitore.
Norberto, cammulliese come i Cambi, spiegava urlando e
piangendo:
- Troppo gli ho detto che si buttassero a terra, ma
loro, forse non hanno fatto a tempo.
Costanza, seguita dal figlio Mauro, si accostò alla
salma del marito, si inginocchiò e lo baciò senza
profferire una parola. Avrebbe voluto piangere, le si
storceva la bocca, ma le lacrime liberatorie non vollero
colare giù dai suoi occhi quasi spenti dal dolore.
Mauro, di appena otto anni, pantaloncini corti e
sandali, rimase in piedi, serio, muto, la testa
leggermente reclinata, capelli corti all’Umberto,
nerissimi.
A ventiquattro ore di distanza ci fu un nuovo
cannoneggiamento. Gli americani volevano colpire in
tutte le maniere il Panzer tedesco. Il conte si rifugiò
nuovamente nella stalla del Guerri, si accucciò ed
attese la fine del cannoneggiamento. Poi un sibilo
acutissimo seguito da una deflagrazione assordante. La
porta della stalla saltò via e due schegge trafissero il
corpo del signor Pirro: una gli sbranò la guancia
destra; l’altra gli si conficcò nella coscia destra.
Appena i cannoni tacquero Edvige ,a colpo sicuro, si
diresse verso la stalla del Guerri. Quando vide la porta
divelta, trasecolò, temette il peggio. Entrò nella
stalla e percepì chiaramente i lamenti del marito,
seduto alla parete, in un lago di sangue.
- Correte! Correte! Non è morto.
Corse anche Giuseppe. Non voleva credere ai propri
occhi. Mai avrebbe immaginato di vedere suo padre
ridotto in simili condizioni. Rimase per alcuni attimi
come impietrito. Poi gridò:
- Trovatemi una barella! Voglio portarlo all’ospedale.
Mani pietose bendarono la coscia del conte e ripulirono
lo sbrano prodotto dalla scheggia nella sua guancia
destra. Arrivò la barella. Gaetano ed altri uomini vi
deposero il Conte che con sguardo velato di tristezza
parve volersi accomiatare per sempre da tutta quella
gente che lo aveva circondato sempre di grande rispetto.
Accennò ad un movimento del volto quando gli si
avvicinarono i genitori del “Rossino”.
La barella improvvisata, sulla quale era stato disteso
il conte, venne portata a mano all’ospedale da quattro
persone. Mai un lamento uscì dalla bocca del signor
Pirro.
Il dottor De Pasquale, dopo aver esaminato attentamente
le ferite dell’ex agente di custodia scosse la testa e
assicurò:
- Faremo il possibile per salvarlo.
Edvige e Giuseppe vollero rimanere all’ospedale per
assistere il loro congiunto. Il ferito venne sistemato
nel seminterrato dell’ospedale. L’indomani gli venne
estratta la scheggia dalla coscia. La buca nella guancia
non venne nemmeno ricucita: venne semplicemente
ricoperta con garza e cerotto. Quello squarcio impediva
al povero Masetti di nutrirsi. A stento poteva soltanto
deglutire qualche cucchiaino d’acqua che , a turno, la
moglie ed il figlio, gli servivano. Pirro non poteva
nemmeno parlare. Edvige e Giuseppe si alimentavano con
il vitto che spettava al loro congiunto. Dormivano nel
corridoio sopra dei materassini e si facevano in quattro
per dare una mano ai feriti che stazionavano nel
medesimo interrato. Giuseppe rimase colpito dalle
tristissime condizioni in cui versavano due giovani: il
Marianelli ed il Puccioni. Entrambi avevano perduto un
pezzo di gamba. I tronconi, anche se abbondantemente
bendati, presentavano una gonfiagione incredibile
prodotta da processi infettivi incontrollabili per
mancanza di disinfettanti appropriati. In Italia non era
ancora arrivata la penicillina.
Le giornate in ospedale erano interminabili. Due giorni
dopo il ricovero, i medici emisero il loro verdetto: il
Conte Masetti era condannato. L’infezione era
irreversibile come così pure il deperimento organico
causato dal digiuno forzato. Non restava quindi che
attenderne il decesso. E l’attesa fu lunga, molto lunga.
La mattina del 19 agosto, verso le ore cinque, Edvige e
Giuseppe erano già in piedi. Inutilmente tentarono di
dare un cucchiaino d’acqua al loro Pirro. Il Conte non
rispondeva più nemmeno ai richiami. Era entrato in coma.
Verso le sette il medico De Pasquale disse sconsolato:
- E’ questione di pochissime ore.
Alle 8,30 una violenta esplosione fece tremare tutto
l’ospedale. Ne seguirono altre non meno violente. Al
silenzio delle granate fecero seguito le grida di dolore
delle persone. Giuseppe uscì fuori e si portò davanti al
portone d’ingresso dell’ospedale. Un paio di infermieri
stavano trasportando in un ambulatorio il cadavere di
Galleni Giovanni, detto Maccai. Poco dopo, entrarono due
uomini dal cancello aperto. Su di una tavola da pane, i
due trasportavano il cadavere di Giuseppe Biagi. Il
figlio del signor Pirro voleva andare ad informarne sua
madre, ma la sua attenzione fu attanagliata dall’arrivo
di un’altra barella. All’infermiere Caleino che chiedeva
chi fosse quel presunto ferito, i barellieri
improvvisati risposero:
- E’ Agostino Calugi, quello che viene chiamato il
Lombetti.
Nel giro di pochi minuti il Masetti aveva visto tre
vittime. Il ragazzo attese un altro paio di minuti e poi
scese di nuovo nel seminterrato dove si trovava suo
padre ormai agonizzante.
Giuseppe informò la madre di quanto aveva veduto. Edvige
continuava a chiamare, ma inutilmente, il suo Pirro.
Avrebbe voluto mandare a chiamare Eugenia, la moglie del
defunto Graziano, fratello di Pirro, ma dove trovarla?
Chissà dov’era sfollata! Lei, la ceraia, avrebbe potuto
fornirle le candele per la veglia della salma del marito
laggiù nella cappellina.
A mezzogiorno Pirro era ancora vivo. Giuseppe, ormai
rassegnato alla perdita del padre, in attesa dell’evento
andava a parlare col Marianelli e col Puccioni.
La faccia di Pirro si era incartapecorita. Il suo corpo,
dopo quattordici giorni di digiuno, si era scheletrito.
Alle ore 18 il signor Pirro, il Conte Masetti, spirò in
mezzo a tutti i feriti e gli ammalati del seminterrato.
Già da qualche giorno, la signora Edvige, aveva preso
degli accordi precisi con il Bagnoli Nello, il falegname
dell’ospedale. Nella Fucecchio devastata dai
cannoneggiamenti e svuotata dai tedeschi e dagli
sciacalli locali, era letteralmente impossibile trovare
una cassa da morto. Giuseppe, come da accordi presi, si
presentò al Bagnoli:
- Ho capito – disse il marito della Radio – Domattina la
cassa sarà pronta e verrò insieme a Brunero a
portarvela. Poi provvederò a chiuderla. Al resto ci
penserà Brunero.
La salma, rivestita alla meglio dall’infermiere
Montanelli Angiolino, detto Caleino, venne portata alla
Cappellina verso le ore 20. Edvige voleva vegliarla, ma
ne fu sconsigliata proprio da Angiolino.
- E’ troppo pericoloso restarci di notte. E poi ce ne
sono troppi di cadaveri: potresti sentirti male. Ormai
non gli puoi fare più niente a tuo marito. Il tuo dovere
lo hai bell’e fatto qui in ospedale.
Edvige si lasciò convincere. Ritornò in ospedale dal suo
Giuseppe.
- Anche stanotte dormiremo qui. Domani andremo da Ada
che sta qui nella piazza, nella casa accanto al
sanatorio.
Giuseppe si coricò accanto alla mamma e cercò di starle
il più vicino possibile.
Alle 7 del mattino scesero alla Cappellina. Il fetore
era insopportabile. C’erano altri tre cadaveri. Edvige
ed il figlio, come i parenti degli altri morti,
dovettero star fuori e si sistemarono dietro l’obitorio
per non farsi vedere dai tedeschi che ogni tanto
passavano da via Sotto Valle. Alle dieci scesero
dall’ospedale ,con un carretto, il Bagnoli e Brunero.
I due uomini, sotto lo sguardo vigile di Edvige,
sistemarono la salma del povero Pirro nella cassa fatta
con tavole grezze. Subito dopo il Bagnoli tirò fuori da
una borsetta da lavoro un martello e dei chiodi ed
immediatamente inchiodò il coperchio.
- Ho finito – disse il Bagnoli – Ora, Brunero, tocca a
te.
La casa con la salma venne caricata sul carretto.
Brunero impugnò le stanghe e partì subito verso il
cimitero. E dietro a lui Edvige e Giuseppe.
I cannoni tacquero durante il tragitto. Giunti al
cancello del cimitero, Brunero lasciò il carretto a
Giuseppe ed andò a chiamare il becchino. Dopo pochi
minuti arrivò il Catastini con un librone sotto il
braccio. Chiese ad Edvige le generalità del marito che
riportò sul registro. Assegnò un numero alla cassa
corrispondente a quello del registro e poi disse
mostrando la fossa comune:
- Per il momento si mette qui. Quando sarà passata
questa bufera collocheremo la salma in uno dei quadri
del cimitero. Potete andare.
Dal cancello la mamma intravide, poco distante, la
facciata della villa Costagli. Poi rivolta al figlio:
- La vedi? Eccola là la villa maledetta nella quale ha
perduto la vita anche babbo.
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