GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Pirro Masetti - 14 giorni di agonia

 

Quattordici giorni di agonia per il signor Pirro Masetti, lui pure sfollato nella villa maledetta

Aveva un aspetto veramente signorile il signor Pirro Masetti. Sempre elegante, sempre con cappello di lusso in testa e con l’immancabile frustino nella mano sinistra. D’estate indossava un completo bianco che lo imponeva all’attenzione di tutti. Le sue calzature erano sempre pulite e lucide. Molte volte calzava un paio di stivali veramente formidabili. Molti fucecchiesi lo gratificavano addirittura con un titolo insolito: il Conte Masetti.
Io immaginavo che fosse un personaggio del mondo della cultura o della finanza. Misurato nei movimenti e nei gesti, molto parco nell’uso della parole, suscitava in chi lo incontrava un vivissimo senso di ritegno. Personalmente non avrei avuto nemmeno il coraggio di salutarlo.
A Fucecchio il signor Pirro aveva trovato la sua oasi di serenità. Lui era nato a Calci nel 1884. Aveva dovuto affrontare i rischi e disagi della Prima Guerra Mondiale. Poi, per guadagnarsi uno stipendio sicuro, aveva scelto di fare l’agente di custodia.
Nell’esercizio di questa attività non esistevano rischi di disoccupazione, ma giorno dopo giorno diventavano sempre più pesanti i disagi: gli orari defatiganti all’interno delle carceri, gli spostamenti continui da un carcere all’altro, il contatto prolungato con persone pericolose come il bandito Musolino, la nomea che circondava i secondini che alienava loro la simpatia delle persone.
Poco prima degli anni ’30 aveva maturato il diritto alla pensione. E siccome il fratello Graziano, crocifero della Misericordia, e le sue sorelle si erano accasati a Fucecchio, anche lui, per poter usufruire della loro vicinanza e della loro assistenza era venuto a risiedere nel paese dei “cispiosi”.
Nel nostro paese era da tutti riverito. Nonostante i suoi quarantacinque anni ebbe il piacere di trovare una bellissima moglie fucecchiese che di lì a poco – nel 1931 - gli regalò un figlio conosciuto da tutti come “Il Masetti”.
La pensione statale garantiva alla sua famiglia un tenore di vita decisamente migliore di quello degli operai fucecchiesi. Specialmente d’estate lo vedevi passare lungo le strade con la sua bellissima bicicletta nera, una fuoriserie rispetto a tutte le altre che circolavano in paese. Molti invidiavano, sia pure molto bonariamente, questa famiglia. Il signor Pirro non ci faceva caso. Curava, ma senza nessun sussiego, le pubbliche relazioni. Aveva contratto un’amicizia particolare con Gaetano e Consiglia Costagli. Si fermava spesso nel loro negozio in Piazza Niccolini a conversare con Gaetano, il burbero benefico di Fucecchio. Durante queste conversazioni, quando nel negozio non c’erano acquirenti, il signor Pirro qualche volta si era “lasciato andare”: aveva raccontato alcune vicende della sue esperienza all’interno dei carceri in cui aveva prestato servizio.
Quando nel 1935 scoppiò la guerra fra Italia e l’Etiopia, il signor Pirro amava parlare con Gaetano dei successi bellici italiani in Abissinia. Il signor Pirro si mostrava sempre ben informato: era una delle poche persone che tutti i giorni acquistava un quotidiano.
Dopo il 10 giugno 1940, il Conte Masetti, ogni volta che si fermava nel negozio Gaetano, confessava invariabilmente la sua titubanza circa l’esito felice del conflitto.
Nell’estate del 1943 l’ex agente di custodia cominciò a nutrire il timore che anche Fucecchio sarebbe potuto diventare zona di guerra.
Gaetano, interpretando alla perfezione il ruolo del buontempone, gli diceva:
- O Pirro, non si disperi. Se la guerra passerà da Fucecchio , sarò lieto di ospitarla nella mia villa.
E la guerra non tardò a passare anche da Fucecchio. Il 18 luglio arrivarono le prime cannonate e ci furono le prime vittime.
Il 21 luglio il Comando tedesco di stanza a Fucecchio decretò lo sfollamento obbligatorio della popolazione, pena la fucilazione dei trasgressori. Il Comando aveva indicato nel territorio del comune di Lamporecchio l’area in cui avrebbero dovuto trasferirsi gli sfollati fucecchiesi perché lontana dalla zona di guerra e quindi dai quotidiani ripetuti cannoneggiamenti; purtroppo coloro che notificarono il decreto del Comando tedesco non suggerirono alla popolazione di portarsi nel comune di Lamporecchio . La maggior parte dei fucecchiesi chiese e trovò rifugio nelle case coloniche di Padulino e in quelle disseminate nelle Cerbaie, specialmente in quelle della frazione di Torre. Tutti desideravano spostarsi in località vicine al capoluogo allo scopo di potervici ritornare in breve tempo per prelevare indumenti, biancheria, stoviglie e le poche cibarie di scorta.
Il signor Pirro, appena seppe da sua figlio Giuseppe, tredicenne, che lo sfollamento era obbligatorio, senza alcuna esitazione disse:
- Andremo in villa !
Giuseppe lo ascoltò perplesso. Il padre se ne rese conto e spiegò che si sarebbero portati nella villa del suo amico Gaetano Costagli. E poiché nel 1944 l’età dei sessant’anni, era giudicata rispettabilissima, il peso dello sfollamento cadde tutto sulle spalle del figlio Giuseppe e della moglie Edvige Nannei. Non per niente il padre di Giuseppe veniva chiamato il “Sor Pirro”, un signore cioè esonerato da tutte le fatiche e da tutte le incombenze domestiche. E lui si comportava come un riccone di razza. Giuseppe, pur non potendo poggiare a terra il calcagno del piede destro, dovette trasportare, come la mamma, un paio di fagotti con stoviglie, biancheria e perfino molti tovaglioli: il signor Pirro avrebbe preferito il digiuno piuttosto che mangiare senza l’uso del tovagliolo. Giuseppe dovette per lunghi tratti camminare a zoppogalletto. Dopo aver lasciato la loro casa, i tre Masetti si portarono per la via dei Macelli e si inserirono nella fiumana di fucecchiesi che silenziosi e mesti abbandonavano il loro paese. Un amico di Giuseppe, sorpreso nel vederlo camminare su di un solo piede gli chiese:
- O cos’hai fatto.
Intervenne Edvige:
- Tre giorni fa andò a S. Pierino a cercare fagioli e patate con altri compagni di strada. Mentre camminava sopra la passerella che è stata costruita dai tedeschi al posto del ponte distrutto, deve aver messo il piede sopra una scheggia di legno. La notte, poverino, non dormì mai dal dolore.
La mamma dell’amico di Giuseppe Masetti si era avvicinata a Edvige; le chiese:
- Ma ce l’hai portato all’ospedale e farlo vedere?
- Sì, ce l’ho portato ieri, ma mi hanno detto che nel calcagno non ci ha nulla. Però anche stanotte non ha fatto altro che lamentarsi.
- Dai retta a me, Edvige. Io non so dove andate, ma appena siete arrivati a destinazione, guardagli il calcagno e se gli ha fatto un po' di marcia, prima di andare a dormire fagli un impiastrino di mollica di pane bollita nel latte, mettiglielo sopra il punto dove ha fatto la marcia. L’impiastrino glielo devi togliere domani mattina. Se c’è una scheggia di legno domattina la potrai vedere e levare.
La mamma di Giuseppe ringraziò la donna del consiglio che le aveva dato. Il sor Pirro non si accorse nemmeno della conversazione svoltasi fra le due donne a distanza così ravvicinata. Sembrava che guardasse ora il cielo azzurro ora le Alpi Apuane; ma forse pensava od inseguiva memorie del suo passato.
Il viaggio di trasferimento dal capoluogo alla villa del Costagli fu abbastanza breve.
Gaetano fu felicissimo di ospitarlo nella sua villa e gli assegnò addirittura il corridoio d’ingresso visto che tutti gli altri locali erano già stati occupati dai familiari e dai parenti, numerosi, dei Costagli. Gaetano Costagli non mandò indietro nessuna famiglia che gli chiese ospitalità; ma le dovette dirottare nella casa colonica del suo contadino, il Guerri.
Gaetano fornì ai Masetti due materassini. Edvige chiese alla signora Consiglia se le poteva preparare quell’impiastrino con mollica di pane bollito nel latte suggeritole dalla signora in via Sotto Valle. La signora Consiglia preparò con cura l’impiastrino e personalmente lo applicò sotto il calcagno di Giuseppe e ve lo fece aderire legandovelo con un foulard in disuso.
- Domani mattina – confidò la signora Consiglia – farò venire da voi Minerva, quella che sta vicino a voi, di casa, a Fucecchio. Se c’è una scheggia lei la leverà senza far sentir male al ragazzo.
Giuseppe si sentì rincuorare. E quella notte, forse perché stanco morto, riuscì a dormire senza mai svegliarsi.
Verso le otto giunse Minerva.
- Andiamo fuori. Ci si vede meglio. A quest’ora gli americani non sparano - disse Minerva.
La donna portò fuori una sedia e vi fece sedere Giuseppe. Lei si inginocchiò, sfasciò il calcagno del ragazzo, tolse lo straccio con l’impiastrino ed osservò:
- L’impiastro ha tirato fuori tutta la marcia .
Minerva sollevò con la mano sinistra lo stinco del piede ferito di Giuseppe ed esclamò:
- Eccola! La vedo.
Dalla tasca del suo vestito marroncino tirò fuori una pinzetta depilatrice. l’abboccò alla scheggia di legno, la strinse e con estrema delicatezza la tirò fuori.
- Fatto ! – disse laconicamente.
Giuseppe si alzò, poggiò il piede ferito per terra senza percepire nessun dolore e sorrise soddisfatto.
- Grazie, Minerva. Ora sto proprio bene – disse Giuseppe.
Anche in quell’ambiente ristretto, il signor Pirro riuscì a ritagliarsi il suo angolo di privacy e a mantenere intatte le sue abitudini. Fra tutti gli sfollati, era l’unico che mangiava sempre su di un tavolino, sia pure piccolissimo, ma apparecchiato con tovaglia, tovaglioli e coperti.
L’esperienza della prima guerra mondiale gli suggeriva che quella villa era troppo scoperta e che la sua cameretta ricavata nel corridoio del fabbricato non offriva nessuna garanzia di sicurezza; però sperava nello stellone e confidava che gli americani avrebbero occupato il nostro territorio nell’arco di pochissimi giorni, in meno di una settimana. L’idea di dormire in un rifugio lo sconvolgeva. L’unico rifugio esistente poteva contenere soltanto due o tre famiglie.
- Qui, Gaetano – confidava il signor Pirro al Costagli – obiettivi militari non ce ne sono. E gli americani non sprecheranno dei proiettili per niente. Io penso che non saremo mai visitati dalle cannonate.
Il signor Pirro si sbagliava e di grosso! Lì, ad un centinaio di metri in linea d’aria, accostato alla Villa del Nieri, il Moro, c’era un carrarmato Panzer che sparava i suoi colpi micidiali sulle colline di S. Miniato. Quando la “cicogna” americana lo individuò cominciarono i guai anche per la villa del Costagli.
Il 31 luglio le artiglierie “alleate” cominciarono a vomitare i loro proiettili in prossimità della villa Nieri con l’intento di colpire il Panzer tedesco. Da S. Miniato non era facile calcolare le distanze in maniera perfetta. Le cannonate allora, cominciarono a cadere in prossimità della villa del Costagli.
Il signor Pirro raccomandò alla moglie ed al figlio di sdraiarsi per terra non appena percepivano un fortissimo sibilo. Quel “fortissimo” stava significare che la cannonata sarebbe esplosa a non più di cinquanta- sessanta metri e che se non ti trovavi disteso per terra venivi letteralmente sbranato dalle schegge del proiettile esploso.
Ne seppe qualcosa la famiglia Cenci la sera medesima di quel 31 luglio. Il genitore, Carlo Antonio, verso le ore 18 stava frescheggiando davanti alla porta della casa colonica del Guerri. Forse Il macellaio fucecchiese stava immaginando dove potesse trovarsi in quel momento suo figlio Spartaco, esperto in atletica leggera, allenatore sia della squadra di basket fucecchiese si del folto gruppo di giovani fucecchiesi che si dedicavano, e con successo, alla nobile disciplina dell’atletica. Il suo Spartaco quasi aveva superato la fama dell’altro figlio, Indro, sfortunato calciatore di serie A, colpito da una paralisi che ne aveva stroncato la carriera. Sapeva che il suo Spartaco era rifugiato nelle Marche presso la famiglia della sua fidanzata e perciò non stava troppo in pena per lui. Mentre si coccolava l’immagine di Spartaco in tenuta da allenatore – una lunga tuta nera - neppure udì, forse, il sibilo lacerante di un proiettile. Carlo Antonio rimase in piedi appoggiato alla porta: una scheggia ve lo inchiodò per sempre trapassandogli brutalmente il polmone destro.
Il signor Pirro all’ora di cena commentò:
- Se si fosse sdraiato per terra non sarebbe morto di sicuro. Le schegge tendono sempre a dirigersi verso l’alto.
Dopo questo laconico commento il signor Pirro riprese a vivere secondo il suo solito tran tran.
Quattro giorni dopo, altri sibili lancinanti, altre esplosioni a poche decine di metri dalla villa del Costagli: un'altra vittima: un giovane di 19 anni, di Livorno, da tutti conosciuto come il “Rossino” per il colore rosso della sua folta mascagna. Marcello era amato da tutti. Parlava poco. L’espressione del suo volto, sempre seria, non era mai accigliata. Il bombardamento aereo su Livorno del 28 maggio 1943 aveva lasciato le sue indelebili tracce di paura e di sgomento in questo giovane, sempre silenzioso, sempre insieme al babbo, sempre compiaciuto e riconoscente per le minime attestazioni di affetto e di stima che gli venivano elargite. Aveva riscosso anche la stima e l’affetto del signor Pirro che non indulgeva mai con il prossimo; anzi viveva ignorando totalmente gli altri. Quando seppe che questo giovane era stato mortalmente colpito con una scheggia alla testa e che il suo cervello si era stampato su di un muretto, non ebbe il coraggio di profferire nessun commento. Di fronte all’immagine del Rossino così deturpata dalla scheggia mortale e addirittura toccato nelle sue intime fibre dai lamenti strazianti dei genitori, il signor Pirro dimise le sue abitudini di distacco, si portò in mezzo ai genitori della vittima e mise loro una mano sulla spalla senza profferire parola. Quella sera il signor Pirro non volle cenare. Per ben due volte la morte era venuta a bussare nell’area di quella villa.
Non dormì quella notte il signor Pirro. L’immagine di quel ragazzo strappato dalla sua città natale per effetto dei micidiali bombardamenti aerei fece riaffiorare nel signor Pirro i ricordi della prima guerra mondiale: la sua vita in trincea, le migliaia di soldati italiani ed austriaci morti nelle operazioni offensive; poi riaffiorarono i ricordi dei suoi innumerevoli trasferimenti da un carcere all’altro dove aveva svolto il servizio di agente di custodia: Trieste, Pola, Porto Longone, Alessandria, Cesena…. Soltanto quando rivide con l’ immaginazione la cerimonia del suo matrimonio con la bella Edvige, riuscì a prendere sonno e fece un sogno strano che raccontò soltanto a sua moglie. Un sogno premonitore?
Aveva sognato un moltitudine di carcerati in un grande prato verde. Il prato era recintato da sbarre di ferro. Appena i detenuti videro il signor Pirro si portarono alle sbarre e lo salutarono con gridi di gioia. Molti lo invitavano:
- Vieni con noi! Starai benissimo.
Due di questi detenuti assunsero la fisionomia dei fratelli Cambi che da pochi giorni si erano trasferiti dalla casa di Talino in quella del contadino del Costagli. Lo scoppio di una cannonata aveva interrotto il sogno del Conte Masetti. Inspiegabilmente questo sogno aveva turbato, e non poco, l’imperturbabile sor Pirro.
Al mattino, verso le otto, il Bagnoli, marito della Radio e falegname dell’ospedale, portò con Brunero una cassa da morto, fatta con tavole grezze. Vi venne deposta la salma del povero “Rossino”. Prima che il coperchio vi venisse inchiodato giunse sul luogo l’anziano Padre Carlo. Aveva saputo della disgrazia ed era venuto a benedire la salma e ad accompagnarla al cimitero. Il Bagnoli, dopo aver chiuso la bara, rientrò all’ospedale: aveva un manicotto con stampigliata una croce rossa su campo bianco e questo emblema lo avrebbe salvaguardato dalle pattuglie tedesche sempre alla ricerca di uomini da deportare.
Il Conte Masetti assistette alla partenza del mesto corteo funebre che si formò dietro il carretto con la bara spinto da Brunero e preceduto dal salmodiante padre Carlo. Dietro il carretto, i genitori dell’indimenticabile Marcello ed una trentina di sfollati che dopo una cinquantina di metri preferirono rientrare nella villa e nelle due case coloniche adiacenti.
Dal cortile della villa il signor Pirro, toltosi il cappello, salutò mentalmente il “Rossino” dicendogli “Addio!”
Era il 5 luglio. Dopo aver seguito la coda del corteo fino a quando non si era dileguato dietro una vigna, il signor Pirro si rimise in testa il berretto e rientrò nel corridoio della Villa perché chiamato da sua moglie, Era ancora molto turbato l’ex agente di custodia quando la moglie gli disse che la colazione era già pronta.
Con un cenno della testa fece capire alla sua Edvige che non l’avrebbe consumata. Riuscì fuori e cominciò a gironzolare intorno alla villa e davanti alle due case coloniche. Sembrava che aspettasse qualcuno. Quando in lontananza comparvero le immagini dei genitori del Rossino, l’una appoggiata all’altra, il Masetti si fermò, li osservò a lungo e quando giunsero sull’aia della casa colonica del Guerri li salutò con un movimento del viso; poi rientrò in Villa.
Verso le ore 18, mentre il sor Pirro si trovava davanti alla casa del contadino Guerri, l’aria venne squarciata da sibili lancinanti. Il Conte, dimenticandosi della sua proverbiale flemma, si infilò dentro la stalla ed ebbe l’accortezza di spingere l’anta per richiudere la porta. Le esplosioni furono violente. Poi altri due sibili. Il conte si accucciò. Si sentiva protetto dalle mura e dalla porta. Perché dunque gualcire e sporcare l’abito in piega che indossava? Poi due schianti terribili che fecero franare i vetri superstiti delle finestre della villa e delle due case coloniche.
Appena cannoni tacquero, rimbombò nell’aia la voce di Norberto Lucaccini:
- Uscite! Uscite! Ci sono due morti.
Erano i fratelli Cambi: Arturo e Nello, sfracellati dalle schegge dei due proiettili.
Il primo ad uscire fu Giuseppe Masetti, il figlio del sor Pirro e poi, man mano tutti gli altri.
- E quattro – disse fra sé il Conte. E si ricordò del sogno premonitore.
Norberto, cammulliese come i Cambi, spiegava urlando e piangendo:
- Troppo gli ho detto che si buttassero a terra, ma loro, forse non hanno fatto a tempo.
Costanza, seguita dal figlio Mauro, si accostò alla salma del marito, si inginocchiò e lo baciò senza profferire una parola. Avrebbe voluto piangere, le si storceva la bocca, ma le lacrime liberatorie non vollero colare giù dai suoi occhi quasi spenti dal dolore. Mauro, di appena otto anni, pantaloncini corti e sandali, rimase in piedi, serio, muto, la testa leggermente reclinata, capelli corti all’Umberto, nerissimi.
A ventiquattro ore di distanza ci fu un nuovo cannoneggiamento. Gli americani volevano colpire in tutte le maniere il Panzer tedesco. Il conte si rifugiò nuovamente nella stalla del Guerri, si accucciò ed attese la fine del cannoneggiamento. Poi un sibilo acutissimo seguito da una deflagrazione assordante. La porta della stalla saltò via e due schegge trafissero il corpo del signor Pirro: una gli sbranò la guancia destra; l’altra gli si conficcò nella coscia destra.
Appena i cannoni tacquero Edvige ,a colpo sicuro, si diresse verso la stalla del Guerri. Quando vide la porta divelta, trasecolò, temette il peggio. Entrò nella stalla e percepì chiaramente i lamenti del marito, seduto alla parete, in un lago di sangue.
- Correte! Correte! Non è morto.
Corse anche Giuseppe. Non voleva credere ai propri occhi. Mai avrebbe immaginato di vedere suo padre ridotto in simili condizioni. Rimase per alcuni attimi come impietrito. Poi gridò:
- Trovatemi una barella! Voglio portarlo all’ospedale.
Mani pietose bendarono la coscia del conte e ripulirono lo sbrano prodotto dalla scheggia nella sua guancia destra. Arrivò la barella. Gaetano ed altri uomini vi deposero il Conte che con sguardo velato di tristezza parve volersi accomiatare per sempre da tutta quella gente che lo aveva circondato sempre di grande rispetto. Accennò ad un movimento del volto quando gli si avvicinarono i genitori del “Rossino”.
La barella improvvisata, sulla quale era stato disteso il conte, venne portata a mano all’ospedale da quattro persone. Mai un lamento uscì dalla bocca del signor Pirro.
Il dottor De Pasquale, dopo aver esaminato attentamente le ferite dell’ex agente di custodia scosse la testa e assicurò:
- Faremo il possibile per salvarlo.
Edvige e Giuseppe vollero rimanere all’ospedale per assistere il loro congiunto. Il ferito venne sistemato nel seminterrato dell’ospedale. L’indomani gli venne estratta la scheggia dalla coscia. La buca nella guancia non venne nemmeno ricucita: venne semplicemente ricoperta con garza e cerotto. Quello squarcio impediva al povero Masetti di nutrirsi. A stento poteva soltanto deglutire qualche cucchiaino d’acqua che , a turno, la moglie ed il figlio, gli servivano. Pirro non poteva nemmeno parlare. Edvige e Giuseppe si alimentavano con il vitto che spettava al loro congiunto. Dormivano nel corridoio sopra dei materassini e si facevano in quattro per dare una mano ai feriti che stazionavano nel medesimo interrato. Giuseppe rimase colpito dalle tristissime condizioni in cui versavano due giovani: il Marianelli ed il Puccioni. Entrambi avevano perduto un pezzo di gamba. I tronconi, anche se abbondantemente bendati, presentavano una gonfiagione incredibile prodotta da processi infettivi incontrollabili per mancanza di disinfettanti appropriati. In Italia non era ancora arrivata la penicillina.
Le giornate in ospedale erano interminabili. Due giorni dopo il ricovero, i medici emisero il loro verdetto: il Conte Masetti era condannato. L’infezione era irreversibile come così pure il deperimento organico causato dal digiuno forzato. Non restava quindi che attenderne il decesso. E l’attesa fu lunga, molto lunga.
La mattina del 19 agosto, verso le ore cinque, Edvige e Giuseppe erano già in piedi. Inutilmente tentarono di dare un cucchiaino d’acqua al loro Pirro. Il Conte non rispondeva più nemmeno ai richiami. Era entrato in coma. Verso le sette il medico De Pasquale disse sconsolato:
- E’ questione di pochissime ore.
Alle 8,30 una violenta esplosione fece tremare tutto l’ospedale. Ne seguirono altre non meno violente. Al silenzio delle granate fecero seguito le grida di dolore delle persone. Giuseppe uscì fuori e si portò davanti al portone d’ingresso dell’ospedale. Un paio di infermieri stavano trasportando in un ambulatorio il cadavere di Galleni Giovanni, detto Maccai. Poco dopo, entrarono due uomini dal cancello aperto. Su di una tavola da pane, i due trasportavano il cadavere di Giuseppe Biagi. Il figlio del signor Pirro voleva andare ad informarne sua madre, ma la sua attenzione fu attanagliata dall’arrivo di un’altra barella. All’infermiere Caleino che chiedeva chi fosse quel presunto ferito, i barellieri improvvisati risposero:
- E’ Agostino Calugi, quello che viene chiamato il Lombetti.
Nel giro di pochi minuti il Masetti aveva visto tre vittime. Il ragazzo attese un altro paio di minuti e poi scese di nuovo nel seminterrato dove si trovava suo padre ormai agonizzante.
Giuseppe informò la madre di quanto aveva veduto. Edvige continuava a chiamare, ma inutilmente, il suo Pirro. Avrebbe voluto mandare a chiamare Eugenia, la moglie del defunto Graziano, fratello di Pirro, ma dove trovarla? Chissà dov’era sfollata! Lei, la ceraia, avrebbe potuto fornirle le candele per la veglia della salma del marito laggiù nella cappellina.
A mezzogiorno Pirro era ancora vivo. Giuseppe, ormai rassegnato alla perdita del padre, in attesa dell’evento andava a parlare col Marianelli e col Puccioni.
La faccia di Pirro si era incartapecorita. Il suo corpo, dopo quattordici giorni di digiuno, si era scheletrito.
Alle ore 18 il signor Pirro, il Conte Masetti, spirò in mezzo a tutti i feriti e gli ammalati del seminterrato.
Già da qualche giorno, la signora Edvige, aveva preso degli accordi precisi con il Bagnoli Nello, il falegname dell’ospedale. Nella Fucecchio devastata dai cannoneggiamenti e svuotata dai tedeschi e dagli sciacalli locali, era letteralmente impossibile trovare una cassa da morto. Giuseppe, come da accordi presi, si presentò al Bagnoli:
- Ho capito – disse il marito della Radio – Domattina la cassa sarà pronta e verrò insieme a Brunero a portarvela. Poi provvederò a chiuderla. Al resto ci penserà Brunero.
La salma, rivestita alla meglio dall’infermiere Montanelli Angiolino, detto Caleino, venne portata alla Cappellina verso le ore 20. Edvige voleva vegliarla, ma ne fu sconsigliata proprio da Angiolino.
- E’ troppo pericoloso restarci di notte. E poi ce ne sono troppi di cadaveri: potresti sentirti male. Ormai non gli puoi fare più niente a tuo marito. Il tuo dovere lo hai bell’e fatto qui in ospedale.
Edvige si lasciò convincere. Ritornò in ospedale dal suo Giuseppe.
- Anche stanotte dormiremo qui. Domani andremo da Ada che sta qui nella piazza, nella casa accanto al sanatorio.
Giuseppe si coricò accanto alla mamma e cercò di starle il più vicino possibile.
Alle 7 del mattino scesero alla Cappellina. Il fetore era insopportabile. C’erano altri tre cadaveri. Edvige ed il figlio, come i parenti degli altri morti, dovettero star fuori e si sistemarono dietro l’obitorio per non farsi vedere dai tedeschi che ogni tanto passavano da via Sotto Valle. Alle dieci scesero dall’ospedale ,con un carretto, il Bagnoli e Brunero.
I due uomini, sotto lo sguardo vigile di Edvige, sistemarono la salma del povero Pirro nella cassa fatta con tavole grezze. Subito dopo il Bagnoli tirò fuori da una borsetta da lavoro un martello e dei chiodi ed immediatamente inchiodò il coperchio.
- Ho finito – disse il Bagnoli – Ora, Brunero, tocca a te.
La casa con la salma venne caricata sul carretto. Brunero impugnò le stanghe e partì subito verso il cimitero. E dietro a lui Edvige e Giuseppe.
I cannoni tacquero durante il tragitto. Giunti al cancello del cimitero, Brunero lasciò il carretto a Giuseppe ed andò a chiamare il becchino. Dopo pochi minuti arrivò il Catastini con un librone sotto il braccio. Chiese ad Edvige le generalità del marito che riportò sul registro. Assegnò un numero alla cassa corrispondente a quello del registro e poi disse mostrando la fossa comune:
- Per il momento si mette qui. Quando sarà passata questa bufera collocheremo la salma in uno dei quadri del cimitero. Potete andare.
Dal cancello la mamma intravide, poco distante, la facciata della villa Costagli. Poi rivolta al figlio:
- La vedi? Eccola là la villa maledetta nella quale ha perduto la vita anche babbo.
 

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