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Piccini Mario raccontato
dalla moglie
Mario e Silvio Piccini, undicesima e dodicesima vittima
nella zona Samo
C’è ancora, dietro il Palazzetto dello sport, la casa
della famiglia Piccini.
Nell’estate del 1944 vi abitavano gli agricoltori
Piccini Silvio, la moglie Carola ed il loro primogenito
Mario con la moglie Esterina Sainati ed il piccolo
Silvio che nel luglio del 1944 aveva soltanto 10 mesi.
Per nonna Carola, però, il suo Silvio era già un ometto.
Lei ci parlava, lo informava su tutto quello che faceva
e tentava addirittura di ammaestrarlo come sei il
nipotino fosse un apprendista maturo. Quando nonna
Carola faceva il pane, il piccolo Silvio mostrava un
interesse tutto particolare. I suoi occhietti vivaci
seguivano tutti i movimenti della nonna. E siccome nonna
Carola effettuava i primi impasti dentro la madia, nonno
Piccini o il babbo Mario o la mamma Esterina dovevano
accostare l’alto seggiolino su cui sedeva il bambino
alla madia. Silvio si beava nel vedere le mani della
nonna che affondavano nella pasta del primo lievito o
che versavano l’acqua nel cumuletto di farina. Ed anche
lui, con le sue manine, ne imitava i movimenti. Per il
piccolo Silvio il rituale del pane confezionato in casa
aveva il sapore di una festa.
Il 18 luglio Fucecchio sentì tuonare i cannoni americani
e, purtroppo, dovette annoverare nel Registro dei morti
le prime vittime civili. Impreparati, gli abitanti del
capoluogo vissero quella notte del 18 luglio in un clima
di terrore.
La guerra era arrivata anche nel capoluogo.
I Piccini, la sera del 18 luglio, quando le cannonate
scossero Via Trento e la zona dei Seccatoi, si trovavano
già nel loro rifugio antiaereo. In Samo, grazie a quell’aereo
che ogni sera, a bassissima quota, veniva a sganciare i
suoi spezzoni, la guerra era cominciata da oltre un mese
di tempo. Per proteggersi da quegli spezzonamenti
notturni, tutte le famiglie coloniche si erano corredate
di un rifugio antiareo che affidava la protezione della
vita ad una copertura, posta sulla grande fossa scavata
a due ,tre ed anche quattro strati di fusti d’albero, di
travi e travicelli opportunamente tamponati con terra e
pellicce d’erba.
La mattina del 19 luglio giunse anche in Samo la notizia
della morte di Vivaldi Maria nei Mannini, di Caverni
Duilio e di Maltinti Alfredo. Mario Piccini, 34 anni ,
conosciutissimo nel capoluogo per il coraggio con cui
aveva dato vita ad una ditta calzaturiera che produceva
scarpe civili in Corso Matteotti, di fronte, quasi, alla
sede della Misericordia, voleva andare di persona a
rendersi conto di che cosa era successo, ma la sua età
glielo impediva. Il babbo del piccolo Silvio aveva 34
anni. Le persone di quella età “facevano gola” sia ai
tedeschi sempre alla ricerca di braccia per scavare le
piazzole sia ai “polizei” italiani che volevano
reclutare tutti gli uomini atti alle armi per impinguare
le scarne schiere dell’esercito della Repubblica Sociale
Italiana costituita il 23 settembre 1943 dal redivivo
Benito Mussolini.
Le ore notturne del 19 luglio furono ancora più tragiche
per i poveri “insuesi” Il cannone decimò la famiglia di
Sandro Monti e ferì anche mortalmente una mezza dozzina
di persone. Della casa di Biagi Dionisio (Biagino)
rimasero in piedi soltanto le mura esterne. Dalla casa
di Mario si vedeva benissimo la torre di Castruccio ma
non la casa del Biagi che veniva “tappata” proprio dalla
torre.
La mattina del 20 luglio, poco dopo le ore 8, fecero
sosta davanti alla casa Piccini, la sorella di Mario con
il figlio Beppino di quattro anni ed il marito Carlo
Montanelli che spingeva un carretto su quale avevano
caricato delle masserizie ed il loro figlio, contento
come una Pasqua per la gita che stava compiendo a bordo
di quello strano ma piacevole veicolo.
Mario che aveva udito il rumore del carretto, si era
affacciato alla finestra della sua camera e si era
precipitato nell’aia per sapere che cosa era successo
alla sorella
- I tedeschi che abbiamo in casa ci hanno mandato via.
Ci hanno fatto capire che la nostra casa, lì dietro
l’argine, si trova sulla linea del fronte. Ci hanno
addirittura pregato di andare molto lontano da Fucecchio
per non mettere in pericolo la vita nostra e soprattutto
quella del nostro Beppino. Ti avrei fatto vedere come si
erano affezionati al nostro figliolo! Un tedesco ha
addirittura pianto quando li abbiamo salutati. “Beppino,
ricordare mio bambino” ci ha detto. Il tuo Silvio come
sta, Mario? Dov’è?
- E’ su in camera con Esterina. Sta bene. Ma voi vi
fermate qui?
- No – rispose il Montanelli – Anche qui siamo troppo
vicini all’Arno. Si va per la via delle Calle, dal
Cecconi. Tutte le volte che lo incontravo, mi
ripeteva:“Quando la guerra passa da Fucecchio, tu non
puoi rimanere dietro l’argine, Montanelli. Perciò in
qualsiasi momento puoi venire a casa nostra con tutta la
tua famiglia.
- Ma noi, Carlo, ci abbiamo un rifugio a prova di bombe
d’aereo. Rimanete con noi.
- Sentite – disse Silvia – mentre voi continuate a
parlare, io vado a vedere il mio bel nipotino. Ma come
ti somiglia, Mario!
Intanto si erano affacciati alla finestra di cucina
anche i genitori di Silvia e Mario. Carola,
naturalmente, chiamò subito il nipote Beppino:
- Vieni su, Beppino.
Ma Beppino scosse la testa . Lui non voleva lasciare
assolutamente il posto sul carretto.
- Se vieni, Beppino, - intervenne il nonno – ti darò una
bella moneta.
Ma Beppino si ostinava a rimanere sul carretto. I nonni
allora scesero nell’aia, mentre Silvia raggiungeva la
camera dove Ester stava facendo il bagnetto al piccolo
Silvio.
Silvia salutò la cognata e poi, ammirata, esclamò:
- Ma come è bello il vostro Silvio! Certo da una mamma
bella come te e da un babbo bello come mio fratello non
poteva venir fuori che un capolavoro.
Silvia smaniava di prenderlo in braccio, di coccolarselo
e di riempirlo di baci. Esterina, allora, accelerò i
tempi. Silvio quasi non riconosceva la zia che da circa
una settimana non si era fatta più viva per controllare
sempre da vicino le mosse di quei militari tedeschi che
si erano installati nella sua casa dietro l’argine.
Inoltre doveva salvaguardare il marito dalla cattura
delle frequenti pattuglie tedesche che circolavano in
quella zona dell’Arno per catturare braccia da lavoro.
Silvio recalcitrò qualche istante prima di concedersi
alla zia, ma poi cedette ai sorrisi larghi e carichi di
affetto di quella immagine che si rifece chiara nella
sua memoria.
- Sei più bello di un angelo – si effondeva la zia – Non
ce n’è uno più bello su tutta la terra.
E gli baciava i piedini scalzi e le braccine. Se avesse
potuto lo avrebbe mangiato. Esterina osservava
compiaciuta la cognata innamoratissima del suo bambino.
Inutilmente Mario, con l’avallo dei genitori, aveva
cercato di convincere il cognato a rimanere in casa
Piccini. Mentre i quattro parlottavano, scese nell’aia
anche Silvia con il nipotino.
- O Carlo, ma guarda che capolavoro ! – esclamava Silvia
– Beppino, scendi e vieni a dare un bacino al tuo
cugino.
Ma Beppino non voleva saperne di scendere dal carretto.
Lui si sentiva un re ed aveva in uggia tutto ciò che
impediva la ripresa del suo viaggio verso la via delle
Calle. Scese anche Esterina, ma per riprendersi il suo
Silvio al quale aveva preparato la colazione: latte con
molliche di pane. Si salutarono.
- Verrò presto a trovarvi – disse Silvia.
La carovana della famiglia Montanelli, dopo una
quarantina di minuti giunse a destinazione in prossimità
della via delle Calle preso la casa del Cecconi, un
contadino della fattoria Corsini.
Silvio, intanto, aveva finito di consumare la sua
colazione ed ora, seduto sul seggiolo davanti al tavolo
in massello di cucina, osservava tutte le mosse della
nonna che, come in una fiaba, stacciava, proprio sul
tavolo la farina. Silvio rimaneva incantato dai
movimenti e soprattutto dall’immagine della farina che
si depositava sul tavolo e che cresceva di volume a
vista d’occhio. Nonna Carola non staccava il suo sguardo
dal suo nipotino sorpreso e divertito.
Mamma Esterina, intanto, stava rassettando la casa.
Mario, invece, era andato a rassettare il rifugio dove
tutte le sere vegliavano fino a quando la vedova nera
non se ne era andata. Per compiere quella operazione
sotterranea, Mario aveva indossato – una eccezione per
lui – un paio di pantalonacci da contadino e una
camiciola sbracciata, di quelle fatte ai ferri dalla
madre.
Mentre Mario rientrava in casa dal rifugio, passò di lì
una contadina delle “confina”.
- Ma l’hai saputo, Mario? – chiese la donna con un
fazzoletto scuro in testa.
- Cosa? – ribatté il Piccini.
- Stanotte, dietro la torre di S. Andrea, è successo uno
spicinio. Una cannonata ha colpito in pieno la casa di
Biagino. Ci sono tre morti: una mamma giovane, la sua
bambina di due o tre anni e la sua suocera. E poi ci
sono stati tanti feriti. Uno, mi hanno detto che è
gravissimo.
- Speriamo che gli Americani si decidano alla svelta ad
attraversare l’Arno. Io non ho paura per me, ma per il
mio bambino Sì, ho sempre paura che gli succeda qualche
disgrazia.
La donna, con la testa reclinata, compresa della
sciagura che aveva colpito le famiglie del Monti, del
Ciardini, del Biagi e del Bianucci, si allontanò
lentamente verso la sua casa posta quasi a confine con
Santa Croce.
Mario, salì in casa e indossò un abito “decente”.
Esterina, fin dalle prime volte che lo aveva visto nella
sala da ballo alle Spianate, era rimasta colpita
dall’eleganza di quel giovane, compito nei gesti e
misurato nel parlare. Inizialmente Esterina credette che
si trattasse di un intellettuale e dentro di sé pensò
che non ci sarebbe stato niente da fare. Peccato! Lei
aveva sempre sognato un tipo come Mario: piacente,
elegante, misurato e gentile. A dire il vero c’era un
giovane delle Spianate che le faceva una corte serrata.
Però, da quando aveva visto Mario Piccini, il
corteggiatore era uscito definitivamente fuori, come si
suol dire , dalle sue grazie.. L’interesse suscitato in
Esterina non era sfuggito a Mario che a Fucecchio
furoreggiava: piaceva e nessuna donna gli diceva di no.
Lo sguardo luminoso di Esterina, il suo sorriso
accattivante che lasciava intravedere una chiostra di
denti perfetti, le forme delicate e provocanti di quel
corpo sinuoso avevano attanagliato l’interesse del
Piccini. Lui, supernavigato, non ebbe nessuna difficoltà
ad entrare in contatto con la ragazza. Abituato ad
essere considerato un irresistibile, si lanciò subito
all’attacco. Esterina, convinta che fosse un
intellettuale in cerca avventure, lo tenne al chiodo.
Soltanto quando la ragazza conobbe le origini agricole
di Mario, i suoi trascorsi scolastici, ottimi, ma fermi
alla licenza della terza Tecnica, cominciò a prendere in
seria considerazione la relazione verbale che si era
stabilita con il giovane che lei avrebbe tanto
desiderato di poter amare. Mario dopo averle parlato
della sua piccola rivendita di macchine per
calzaturifici, le fece dichiarazione. Esterina gli
disse:
- Mi piaci molto e vorrei poterti amare. Avrai il mio sì
quando sarò sicura del tuo amore. Per il momento
restiamo amici.
Quella risposta quasi lapidaria, aumentò in Mario la
febbre dell’amore. Due settimane dopo quella risposta,
Mario ritornò all’attacco.
- Senza di te, Esterina, non posso vivere - le confessò
Mario con la voce velata dall’emozione dell’amore
irresistibile – Se vuoi, io vengo subito a parlare con i
tuoi genitori. E se loro te lo consentiranno, fra sei
mesi ti sposerò.
Esterina cedette di schianto. E dopo sei mesi gli
abitanti di Spianate poterono assistere ad un matrimonio
con i fiocchi.
Per ragioni di lavoro, Mario portò Esterina nella sua
casa paterna a Fucecchio. Non era una casa così come la
sognavano i due sposini, ma decisero di dare un assetto
diverso alla loro abitazione dopo la fine della guerra.
Nel 1943, dopo l’8 settembre, parve che la guerra fosse
agli sgoccioli; ed invece riprese con maggiore veemenza.
E proprio nel settembre del 1943 era nato il frutto di
tanto amore. Mario, attaccatissimo alla sua famiglia,
gli volle dare il nome del padre: Silvio. E questo
giovane rampollo avrebbe assicurato ai Piccini una
discendenza, quasi una perennità.
Mario raccontò alla dolce Esterina e ai genitori quanto
gli era stato riferito da quella signora che si era
soffermata sull’aia.
- Mario, io temo per il nostro bambino. Siamo troppo
vicini all’Arno. Prima o poi le cannonate colpiranno
anche questa zona. Perché non andiamo alla Spianate? Là
siamo più lontani dalla portata dei cannoni ed il nostro
Silvio non correrà nessun pericolo.
- Non posso abbandonare i genitori.
- Ma possono venirci anche loro alle Spianate.
- Noi, Esterina, non l’abbandoneremo mai la casa.
Preferisco morire. Voi andate pure.
- Fossi sicuro di arrivarci alle Spianate, partirei
anche subito – controbatté Mario – Ma ve lo immaginate
quanti tedeschi si incontrerebbero per la strada? Io
verrei catturato e forse deportato in Germania. E a
Silvio, poi, chi provvederebbe?
- Mario ha ragione – approvò Esterina.
Nel primo pomeriggio del giorno 21 si diffuse anche in
Samo la notizia che la popolazione del capoluogo era
stata obbligata a sfollare.
- Si va via anche noi, babbo? – chiese Mario.
- Finché non mi manderanno via i tedeschi, e di persona,
io la mia casa non l’abbandonerò.
Verso le 17 arrivò una mezza dozzina di fucecchiesi che
Mario ben conosceva e fra questi i due soci del piccolo
calzaturificio che avevano messo su in via Alfredo
Soldaini, nel Poggetto: Mauro Boncristiani ed Ermanno
Lucaccini.
- Non sapevamo dove andare ed abbiamo pensato a te. Puoi
ospitarci? – chiese Mauro.
- Ma diamine! Nel rifugio che abbiamo fatto c’entrate
bene anche voi. Per il mangiare ci arrangeremo. Vedrete
che di fame non si morirà. Vi cedo le stanze al piano
terra; quelle del primo piano le occupiamo tutte noi. Ma
come mai non avete portato con voi i vostri familiari?
- Siamo un esercito. Comunque li ho già sistemati in un
casotto a circa duecento metri da qui – spiegò Mauro.
Mario li accompagnò verso la rimessa che era accanto
alla stalla. Silvio che si era svegliato dopo il
sonnellino pomeridiano, si fece sentire con i suoi
strilli che reclamavano la merenda. Mentre nonna Carola
si accingeva a preparargli una farinatina lunga con un
po'’ di brodo di verdura, Esterina con il piccolo Silvio
in braccio scese nell’aia a salutare gli sfollati. Tutti
rimasero incantati alla vista di Silvio. Gli mancavano
soltanto le ali per essere scambiato per un angelo.
Silvio non fu impaurito dalla presenza di tanti volti
sconosciuti, ma tutti sorridenti. Li guardava con
interesse ed ammanaccava sui capelli della mamma.
Aveva da poco finito di mangiare la sua farinatina,
quando il cannone cominciò a tuonare dalle colline di S.
Miniato. Esterina prese il bambino e di corsa raggiunse
il rifugio. Mario dette l’allarme e tutti, ad eccezione
della mamma, Carola, corsero nel rifugio. Carola,
invece, come se fosse esorcizzata dalla paura delle
cannonate e dal timore della morte, rimase in cucina a
preparare la cena per tutti.
L’assenza di Carola fu notata anche dagli sfollati.
- Non c’è niente da fare. Sembra che abbia stretto un
patto o con un diavolo o con un santo. Lei afferma che
in cucina si sente sicura e che lì non le succederà
niente – spiegò Mario in tono quasi divertito.
Sulle colline di Torre quelle cannonate che avevano
spinto nel rifugio i Piccini e gli sfollati seminavano
la morte. Gualtiero Pascucci e Squarcini Gino furono
sprofondati nelle tenebre della morte.
Verso le ore 18 del giorno 26 luglio anche Carola, pur
essendo rimasta nella sua cucina, visse dieci minuti di
terrore. Coloro che erano nel rifugio temettero che la
casa fosse stata colpita e che la brava ed indomita
massaia fosse stata uccisa. Per circa un quarto d’ora la
zona di Samo venne bombardata a tappeto e coloro che non
erano riusciti a raggiungere il rifugio furono
inesorabilmente uccisi. Nemmeno questa volta la casa dei
Piccini venne colpita e mamma Carola, benché bianca in
volto come un panno lavato, era sopravvissuta
all’inferno di quel cannoneggiamento. Ad un centinaio di
metri di distanza venne letteralmente distrutta una
famiglia di sfollati livornesi:
Gambini Dilva di 28 anni ed il marito Perna Domenico di
anni 33;
De Raffaele Vincenza in Gambini di anni 27 ed il figlio
Gambini Giancarlo di anni 2;
Bonaldi Anita in Gambini di anni 58:
Nigiotti Corrado, di anni 24, celibe.
Inenarrabile la disperazione del sopravvissuto Gambini
Silvano, marito di Vincenza e padre del piccolo
Giancarlo. Esterina verso le 20,30 volle andare a
vedere. Si piantò davanti alla salma del piccolo
Giancarlo ed abbracciò piangente il povero Silvano
letteralmente distrutto dal dolore. Carola, invece, ebbe
parole di conforto per Francesco Gambini, marito della
vittima Bonaldi Anita.
Esterina ritornò a casa con le braccia ciondoloni, come
se le avessero ucciso il suo Silvio. Le lacrime rigavano
ancora il suo viso improvvisamente corrugato da un
indicibile dolore.
- Povero Silvano – ripeteva quasi giaculatoriamente
l’esterrefatta consorte di Mario Piccini.
Mentre Carola ed Esterina si trovavano a rendere omaggio
alle salme degli sfollati livornesi, era sopraggiunta
Silvia, la sorella di Mario. Anche dalle Calle si erano
resi conto che la zona di Samo era stata colpita a
tappeto.
- Pensaci tu a Beppino – aveva detto a suo marito Silvia
Piccini – io voglio andare a vedere se è successo
qualcosa di grave ai miei. Se fosse successo qualcosa
manderò qualcuno ad avvertirti. Io, stanotte, dormirò
con loro anche se non sono stati colpiti.
Quando Esterina giunse a casa e vide sua cognata le si
gettò al collo e parve impazzire.
E tra un singhiozzo e l’altro diceva:
- E se fosse successo al mio povero Silvio?
Silvia non cercò di consolarla con le parole: se la
strinse forte al petto e le diceva ripetutamente:
- Hai ragione, Esterina.
L’indomani Silvia ritornò nella casa dei Cecconi vicino
alla Calle.
La mamma del piccolo Silvio Piccini cominciò a vivere in
attesa della morte. Era convinta che la morte le avesse
dato un appuntamento. Ogni giorno che passava si
meravigliava che la morte non avesse raggiunto la sua
famiglia.
Ogni due o tre giorni, di ritorno dall’ospedale, passava
dai Piccini Giovanni Lucchesi, l’ex granatiere. Lui
portava notizie sempre fresche. Ma erano notizie di
morte.
- Ieri ( si riferiva al 5 agosto), in Padulino, lì
vicino alla villa del Costagli, sono morti due fratelli
insuesi, di via Cammullia, e uno sfollato livornese, un
giovanottino, chiamato il “Rossino”.
La sera del 10 agosto, verso le 20, sfidando le
cannonate, Carola volle andare alle Calle dalla sua
Silvia e dal suo Beppino. Verso le 17 c’era stato un
cannoneggiamento intensissimo nella zona delle Calle. Da
casa Piccini, però, non si poteva individuare la zona
cannoneggiata. Poi erano corse voci di una piccola
strage.
Fortunatamente, a casa Cecconi, erano tutti illesi, Il
cannone aveva centrato l’area dove sorgeva il mulino e
lì c’erano stati sei morti ed un numero imprecisato di
feriti.
Qualcuno, lì dai Cecconi, raccontò che aveva visto
passare 14 carretti carichi di feriti diretti
all’ospedale di Fucecchio.
Carola, nottetempo, rientrò a casa. Tutti tirarono un
respiro di sollievo quando seppero che dai Cecconi non
era successo niente, ma non Esterina, sempre più
convinta che la morte avrebbe visitato anche casa
Piccini.
Al mattino, 11 agosto 1944, suonò un campanello di
allarme. Billeri Giuseppe, 54 anni, cognato di Silvio
Piccini, era morto alle ore una nell’ospedale di
Fucecchio.
Giuseppe Billeri il giorno 6 agosto, aveva macellato
nella sua stalla una bestia. Sul retro della casa, posta
sul lato destro della via di S. Croce per chi è diretto
verso quella cittadina, erano convenuti molti sfollati
per acquistare un po' di carne. Il via vai delle persone
non era sfuggito al ricognitore aereo americano che
perlustrava quotidianamente la zona del fronte per
trasmettere alle batterie americane le coordinate delle
aree in cui vi erano concentrazioni di militari
tedeschi. Qualche minuto dopo che era passata la cicogna
partirono dalle colline di S. Miniato delle bordate di
cannonate dirette proprio contro la casa del Billeri.
Gli sfollati si rifugiarono dentro la stalla che fungeva
anche da macelleria. Quelli che non poterono raggiungere
la stalla si buttarono nelle fosse vicine. Una scheggia
penetrò dentro la stalla e ne colpì il proprietario.
Giuseppe fu immediatamente soccorso, ma si dovette
aspettare la fine del cannoneggiamento prima di portarlo
con un carretto all’ospedale. Sopravvisse soltanto per
quattro giorni nonostante le cure prodigategli dai
medici e soprattutto dai famigliari di Giovanni Lucchesi
che svolgevano numerosi servizi all’interno
dell’ospedale. E proprio Franco, allora quattordicenne,
assistette alla morte del povero Giuseppe. Poi, il
medesimo Franco gli calò giù le palpebre.
La morte di Giuseppe fece calare in secondo piano la
notizia della distruzione della torre di Castruccio. Ora
il lutto cominciava a lambire anche la famiglia Piccini.
La moglie del Billeri era appunto una Piccini, Eugenia.
Esterina si incupì maggiormente. Era diventata quasi
intrattabile. Non rispondeva a nessuno. Forse non
percepiva più le voci terrene.
Il 21 agosto anche i Piccini seppero che di notte, poco
prima della mezzanotte, fra la zona di Samo e quella
dello stadio comunale, colpito da una scheggia, era
stato ucciso il vigile urbano Nello Dainelli.
Il 23 agosto c’era stata la strage del Padule. Forse il
peggio era passato. Di tedeschi in giro se ne vedevano
pochissimi. C’era sentore di resa, di fine delle
ostilità, anche se i cannoneggiamenti scuotevano queste
speranze con le loro deflagrazioni violente ed
improvvise.
La mattina del 27 agosto il Lucchesi, quasi divertito,
raccontò sull’aia del Piccini la fine del povero Picchi
Gaetano, di 39 anni, sfollato in Padulino. Era andato in
una proda a soddisfare un bisogno corporale urgente e ci
aveva trovato la morte.
Carola, dalla finestra, aveva detto al Lucchesi:
- Io e la tua mamma ci assomigliamo parecchio. Anche lei
ha fatto come me: non ha mai abbandonato la sua casa.
Com’è la situazione all’ospedale?
- E’ bruttissima, Carola. Io non so come fanno a
resisterci, la mia moglie, il mio genero Nello, il mio
Orolindo, il mio Franco e le altre figliole. Speriamo
che non si prendano il tifo.
- Quando ritorni in ospedale salutamele tutte. Intanto
salutami la tua mamma. Io mi ritiro perché stamani
voglio cominciare a fare il pane.
Il piccolo Silvio, alle nove, aveva già fatto colazione.
Appena il piccolo vide che la nonna prendeva il grande
staccio, fece capire che voleva stare al tavolo a
vederla mentre stacciava la farina. Esterina lo
accontentò ed uscì per dare una mano a suo marito che
stava rassettando come ogni giorno il rifugio. Quella
mattina sembrava che Esterina fosse uscita fuori dal
tunnel della depressione che l’aveva attanagliata il 26
luglio quando era andata a vedere le salme dei livornesi
uccisi in Samo.
Mentre lei e Mario uscivano dal rifugio udirono il
brontolio del cannone.
- Mario – gridò quasi istericamente Esterina – vai a
prendere subito il bambino che è in cucina con la tua
mamma e portalo nel rifugio. Ho paura, Mario. Ho paura.
Mario di corsa raggiunse la porta di casa e salì a due a
due gli scalini.
- O cosa ti è successo? – gli chiese la madre.
- Ma che tu non lo senti il cannone? Son venuto a
prendere Silvio per portarlo nel rifugio.
Mario, senza esitazione prelevò il bambino dal seggiolo
e se lo mise fra le braccia. Silvio cominciò a
sgambettare e a piangere come un forsennato: lui voleva
restare accanto alla nonna per vederla stacciare la
farina di grano.
- Ma lascialo qui con me – brontolò nonna Carola.
Nel frattempo, intimorita dal ritardo del marito che non
si decideva a portare il bambino nel rifugio, Esterina
salì in cucina e, sorda a quanto diceva sua suocera,
strappò dalle braccia del marito il figlio piangente e
si diresse verso la scala preceduta dal suo Mario.
Sull’aia il capoccio aveva osservato con una certa
preoccupazione i movimenti della nuora. Le cannonate
avevano cominciato ad esplodere in Samo. Mario uscì di
corsa dalla casa seguito dalla sua Esterina che teneva
ben stretta al petto la sua creatura. Poi un sibilo, una
esplosione a pochi metri dalla casa e una grande nuvola
di fumo e di polvere. Il capoccio fu quasi accecato
dalla fiammata dell’esplosione. Appena il fumo diradò,
si parò davanti ai suoi occhi una scena raccapricciante:
Mario, disteso per terra, tutto sfracellato; Esterina
che si rialzava da terra, incolume, con in braccio il
bambino mortalmente ferito al ventre.
In preda alla pazzia, la donna lanciò un bacio al marito
e, con il bambino moribondo ancora fra le braccia,
cominciò a gridare come una forsennata:
- Aiuto!! Aiuto! Correte! Il mio bambino non deve
morire.
Alcuni sfollati, nonostante che i cannoni continuassero
a colpire la zona di Samo, uscirono dal rifugio e
vennero a prestare il loro soccorso. Qualcuno si portò
le mani davanti agli occhi: non poteva o non voleva
credere a quanto gli si parò davanti agli occhi. Fu la
Barsotta, la madre di Silvano Bertoncini, che si rivelò
all’altezza della situazione. Alla vista di Esterina che
teneva in braccio il suo bambino di undici mesi, con il
ventre aperto, gridò:
- Carola, non c’è tempo da perdere: andate a prendere un
lenzuolo, meglio se piccolo. Ora dobbiamo cercare di
salvare il vostro nipotino. Bisogna portarlo subito
all’ospedale.
- Ma come si fa? – osservò uno sfollato.
- Lo so io come si fa. Brava Carola. Datelo a me il
lenzuolino.
La Barsotta, senza esitazione assegnò a quattro dei
presenti ognuna delle cocche del lenzuolino, Le fece
tirare e poi disse ad Esterina:
- Distendici il bambino.
Esterina obbedì. E di nuovo la Bertoncini chiese:
- Chi di voi se la sente di portare il bambino
all’ospedale con questo lenzuolino? Bastano due sole
persone. Io ed Esterina prenderemo le cocche di dietro.
Mauro Boncristiani ed Ermanno Lucaccini, i soci di Mario
Piccini, risposero:
- Veniamo noi.
Ognuno dei quattro improvvisati barellieri strinse una
cocca e, attraverso ai campi, si diressero verso viale
Buozzi.
Il piccolo Silvio, sopra il lenzuolino, si lamentava
quasi in sordina. Il suo bel boccolo, sulla parte
anteriore della testa, si era sciolto. Era ancora tutto
poveroso quando i quattro raggiunsero le scarelle tutte
disseminate di vetri e di macerie. Il povero Mauro
Buoncristiani con i sandali a frate ne schiacciò molti
ed alcuni gli si conficcarono nella pelle, I quattro,
assillati dalla povera Esterina che sembrava una belva
ferita a morte, non poterono prendere respiro nemmeno
per mezzo minuto. Trafelati, i quattro raggiunsero
l’ospedale poco prima delle ore 14. Venne chiamato il
prof. Baccarini. Il primario dell’ospedale, gli occhi
cerulei fuori delle orbite, guardò il bambino e, adirato
contro se stesso, sentenziò:
- Non c’è niente da fare. Mi avete portato un morticino.
- Nooo! – urlò Esterina – Lei deve salvarmelo. Poco fa è
stato ucciso mio marito.
Mauro, la Barsotta ed Ermanno, quasi intimoriti dalla
collera dei due, il Professore ed Esterina, lasciarono
l'spedale. Nel frattempo, colpito da quelle grida, era
sopraggiunto in quella specie di Pronto Soccorso anche
il dott. De Pasquale. Baccarini gli disse:
- Lo pulisca come meglio può. Mi chiedono i miracoli e
non ho neppure una goccia di disinfettante.
Il professore, un’ombra ambulante, lasciò il dott. De
Pasquale alle prese col piccolo Silvio di appena 11
mesi.
- Ma guardate, poverino, come è stato ridotto. Se almeno
avessimo potuto utilizzare la sala operatoria, avremmo
tentato di fare qualcosa. Ed invece siamo ridotti
all’impotenza, cara signora.
- Ma allora, dove potrei portarlo il mio bambino? -
chiese la madre afferrando quel barlume di speranza
lasciato intravedere dal dott. De Pasquale.
- Ci sarebbe l’ospedale di Pescia; ma è impossibile
raggiungerlo. Soltanto ai tedeschi sarebbe possibile
raggiungerlo. Ma quelli si sono rifiutati perfino, la
sera del 10 agosto, di trasportare un ferito gravissimo
da Ponte a Cappiano a Fucecchio, nonostante l’insistenza
del dott. Doddoli.
Nel frattempo entrò nella stanzetta del Pronto Soccorso
Silvia Piccini, la cognata di Esterina. Appena vide il
nipotino in quelle pietose condizioni cominciò a
piangere disperatamente.
- Ma non si può fare niente per salvarlo? – gridò Silvia
- Sarebbe troppo perdere il fratello e il nipotino!
- Bisognerebbe portarlo all’ospedale di Pescia. Ma come?
Soltanto i tedeschi potrebbero farlo.
- Alle Calle conosciamo un ufficiale tedesco tanto
buono. Lui si lascerebbe convincere. Ma come facciamo a
portarlo alle Calle?
- Ce lo portiamo nella stessa maniera con cui lo abbiamo
portato qui: con il lenzuolino tirato per le cocche.
Mentre le due cognate parlavano il dottor De Pasquale
ripulì alla meglio il bambino e lo accarezzò
ripetutamente. Il medico non smise un attimo di
sorridergli. Silvio percepì attraverso quel largo
sorriso una corrente di simpatia e di affetto che parve
placare il tormento fisico che lo divorava per effetto
della paurosa ferite che gli aveva aperto lo stomaco e
parte dell’intestino.
- Dottore, lei si mostrato molto comprensivo e non
dimenticherò mai quanto lei ha fatto per il mio Silvio.
Io vorrei provare a portarlo a Pescia. Son sicura che
con la forza del mio amore di madre ce la farò a
convincere i tedeschi a darmi un passaggio per portare
il mio bambino all’ospedale di Pescia.
De Pasquale le mise una mano sulla spalla e con molta
affabilità le disse:
- Fa bene, signora. Anch’io se fossi il padre di questo
angioletto di bimbo farei di tutto per salvarlo. Le
faccio subito l’atto di dimissione. Potrei fargli
portare il bambino da Brunero sopra un carretto; ma
forse non arriverebbe vivo alle Calle. Vi conviene
portarlo col lenzuolino: così non subirà i contraccolpi
delle macerie accumulate lungo le strade.
L due donne, con il bambino adagiato sopra il lenzuolino
arrivarono nella casa del Cecconi, presso le Calle,
all’imbrunire. Non era possibile chiedere a quell’ora ai
tedeschi di trasportare il bambino a Pescia.
Immensa fu la pietà suscitata negli sfollati di casa
Cecconi dalla vista di quell’angioletto ferito forse
mortalmente nella parte superiore dell’addome. La zia
Silvia spiegò che il bambino avrebbe trascorso la
nottata in casa e che l’indomani lei e la cognata
avrebbero tentato di convincere i tedeschi a trasportare
il bambino nell’ospedale di Pescia. Tutti fecero a gara
a preparare un morbido giaciglio per il piccolo Silvio
che non aveva più la forza di lamentarsi.
Esterina, accompagnata da una signora sfollata, dopo
aver ricevuto assicurazioni dalla cognata Silvia, andò a
vegliare per poche ore la salma del marito.
In casa Piccini, la salma di Mario era stata ricomposta
e pulita. Mani pietose erano riuscite ad infilare in
quel corpo straziato l’abito grigio scuro del
matrimonio. Il padre e la madre di Mario, in un angolo
della rimessa dove era stata allestita la camera ardente
piangevano sommessamente. Erano venuti i in molti a
visitare la salma di Mario nonostante la pericolosità
del momento. Tutti avevano chiesto del piccolo Silvio.
Quando entrò nella stanza Esterina, i pochi presenti si
sentirono rabbrividire. La donna rimase pietrificata per
un attimo ai piedi del suo Mario. Poi, senza guardarsi
intorno, si avvicinò al volto del compagno della sua
vita, ci posò sopra il suo e lo baciò ripetutamente
rabbrividendo nel sentirlo tanto freddo e privo di vita.
- Mario, Mario mio, se mi senti , ascoltami: aiutami a
salvare il nostro Silvio. Io non voglio rimanere sola,
Mario.
La donna rimase per lunghissimi minuti reclinata e muta
sul volto e sul petto del suo sposo. Nessuno ebbe il
coraggio di avvicinarsi per consolarla; neppure i
suoceri.
Carola, la madre del Piccini, non resse allo strazio e
gridò:
- Ma cosa ti ho fatto, Dio, per meritarmi una simile
punizione! Ridammi il mio figlio e non far morire il mio
angioletto!
Scossa da questo grido, Esterina si rialzò, e, guidata
forse da una mano misteriosa, benché in preda ad un
pianto irrefrenabile, andò ad abbracciare la suocera e a
protestare in maniera forsennata contro il destino.
La signora che aveva accompagnato Esterina raccontò a
quanti vegliavano la salma di Mario Piccini che Silvio
era in casa dei Cecconi e che al mattino avrebbero
cercato di convincere i tedeschi a trasportarlo
nell’ospedale di Pescia dove la guerra non c’era:
nell’ospedale di Pescia i medici avrebbero potuto
tentare un intervento chirurgico per salvare il piccolo
Silvio.
- Esterina – disse in maniera suasiva il suocero Silvio
che si era avvicinato alle due donne ancora strette
nell’abbraccio – ora vai dal nostro Silvio. E’ questo
quello che vuole il nostro Mario. Vai e non abbandonarlo
nemmeno un minuto. Ora è lui quello che conta più di
tutto e di tutti.
Esterina si lasciò convincere. Abbandonò la presa che la
teneva avvinghiata alla suocera, baciò sulla fronte il
suo Mario e, in compagnia della solita signora,
abbandonò la camera ardente. Prima di mettere piede
nell’aia, si fermò, si girò ancora verso la salma del
marito e, a voce bassa, gli disse:
- Addio, Mario.
La salma di Mario venne vegliata dai parenti e anche dai
due soci Mauro Boncristiani ed Ermanno Lucaccini. Verso
le sei del mattino venne recapitata sull’aia della casa
Piccini una cassa da morto molto rudimentale, realizzata
con tavole grezze assemblate con i chiodi.
Alle sette, Esterina e la cognata Silvia, con il piccolo
Silvio adagiato su di un lenzuolino, raggiunsero il
vicino Comando Tedesco. Esterina spiegò che l’ospedale
di Fucecchio mancava di tutto e che il primario non
aveva potuto effettuare sul piccolo il necessario
intervento chirurgico perché la sala operatoria era
inutilizzabile. Si rendeva quindi indispensabile il
trasporto del bambino nell’ospedale di Pescia. Il
Comandante rimase impassibile. Esterina, allora, la
testa scarmigliata, l’abito ancora ricoperto di polvere,
il piccolo Silvio fra le sue braccia con lo stomaco
scoperto ed aperto, implorò, supplicò che con un
qualsiasi mezzo l’accompagnassero all’ospedale di Pescia.
Nemmeno i coriacei tedeschi seppero resistere alle
suppliche di Esterina e alla pietà che suscitava quel
bambino ancora miracolosamente vivo nonostante il ventre
squarciato.
Esterina, con il suo bambino in braccio, venne fatta
salire nella cabina di un camion tedesco adibito al
trasporto dei viveri. L’autista tedesco, sollecitato
dalla madre, spinse il veicolo a tutta velocità. Lui
conosceva bene il percorso per Pescia. Giunto alle
Vedute imboccò la strada per Querce. Silvio era ancora
vivo. Aveva smesso di lamentarsi. Esterina si portò più
volte al viso le guance esangui del suo angioletto: lo
baciava, lo chiamava, lo rincuorava:
- A Pescia ti salveranno, Silvio mio. Iddio non può
togliermi anche te. Sarebbe troppo, dopo che mi ha già
tolto il tuo babbo.
Intanto, a casa dei Piccini, verso le ore 8, la salma di
Mario venne collocata nella cassa da morto rudimentale
che era rimasta sull’aia. Alle ore 10 la cassa venne
chiusa con i chiodi. Brunero Orsi, subito dopo, la portò
con il suo carretto al cimitero.
Il camion tedesco, nel frattempo, aveva raggiunto la
località Biagioni. Qui giunto svoltò a destra ed imboccò
la strada per Chiesina Uzzanese.
Nel breve tratto che separa Biagioni da Chiesina
Uzzanese, gli occhi del piccolo Silvio divennero vitrei;
il respiro si fece prima affannoso e poi sempre più
lento. Esterina sentì che il suo piccolo stava per
morire. E allora cominciò a urlare:
- Silvio, Silvio mio, non morire. O Dio, non essere così
cattivo. Non farlo morire il mio bambino.
Il camion che aveva ormai raggiunto Chiesina Uzzanese si
fermò. La campana della chiesa annunciava l’Angelus del
mezzogiorno. Silvio, proprio in quel momento, spirò fra
le braccia della madre.
Inutilmente Esterina, in preda alla disperazione per la
morte del marito e del figlio, chiese al camionista di
riportarli a Fucecchio. L’autista tedesco fu
irremovibile. Il regolamento vietava il trasporto di
persone morte sui camion destinati al trasporto dei
viveri. Esterina, con in braccio il figlio morto, fu
costretta a scendere dal camion e venne abbandonata al
bivio per Pescia. Nel frattempo erano accorse alcune pie
donne. Una di loro si fece dare il bambino morto e
riuscì a convincere Esterina a seguirla nella propria
abitazione.
- Voglio ritornare a Fucecchio – piangeva la giovane
sposa - Voglio che il mio bambino stia insieme a suo
padre ucciso anche lui da una cannonata.
Non era facile in quei frangenti spostarsi agevolmente
da un paese lontano dal fronte in uno, come quello di
Fucecchio, che si trovava in zona di guerra.
L’indomani mattina, 29 agosto, verso le ore 10,
proveniente da Chiesina Uzzanese, fece il suo ingresso
nel cimitero di Fucecchio anche la salma dell’angioletto
Silvio Piccini che poté essere collocata accanto a
quella del padre.
Si concludeva così la vicenda terrena di Mario e di
Silvio Piccini. Si apriva invece nei congiunti
sopravvissuti la voragine di un dolore che li avrebbe
accompagnati per tutta la vita.
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