GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Mario e Silvio Piccini

 

Piccini Mario raccontato dalla moglie
Mario e Silvio Piccini, undicesima e dodicesima vittima nella zona Samo

C’è ancora, dietro il Palazzetto dello sport, la casa della famiglia Piccini.
Nell’estate del 1944 vi abitavano gli agricoltori Piccini Silvio, la moglie Carola ed il loro primogenito Mario con la moglie Esterina Sainati ed il piccolo Silvio che nel luglio del 1944 aveva soltanto 10 mesi. Per nonna Carola, però, il suo Silvio era già un ometto. Lei ci parlava, lo informava su tutto quello che faceva e tentava addirittura di ammaestrarlo come sei il nipotino fosse un apprendista maturo. Quando nonna Carola faceva il pane, il piccolo Silvio mostrava un interesse tutto particolare. I suoi occhietti vivaci seguivano tutti i movimenti della nonna. E siccome nonna Carola effettuava i primi impasti dentro la madia, nonno Piccini o il babbo Mario o la mamma Esterina dovevano accostare l’alto seggiolino su cui sedeva il bambino alla madia. Silvio si beava nel vedere le mani della nonna che affondavano nella pasta del primo lievito o che versavano l’acqua nel cumuletto di farina. Ed anche lui, con le sue manine, ne imitava i movimenti. Per il piccolo Silvio il rituale del pane confezionato in casa aveva il sapore di una festa.
Il 18 luglio Fucecchio sentì tuonare i cannoni americani e, purtroppo, dovette annoverare nel Registro dei morti le prime vittime civili. Impreparati, gli abitanti del capoluogo vissero quella notte del 18 luglio in un clima di terrore.
La guerra era arrivata anche nel capoluogo.
I Piccini, la sera del 18 luglio, quando le cannonate scossero Via Trento e la zona dei Seccatoi, si trovavano già nel loro rifugio antiaereo. In Samo, grazie a quell’aereo che ogni sera, a bassissima quota, veniva a sganciare i suoi spezzoni, la guerra era cominciata da oltre un mese di tempo. Per proteggersi da quegli spezzonamenti notturni, tutte le famiglie coloniche si erano corredate di un rifugio antiareo che affidava la protezione della vita ad una copertura, posta sulla grande fossa scavata a due ,tre ed anche quattro strati di fusti d’albero, di travi e travicelli opportunamente tamponati con terra e pellicce d’erba.
La mattina del 19 luglio giunse anche in Samo la notizia della morte di Vivaldi Maria nei Mannini, di Caverni Duilio e di Maltinti Alfredo. Mario Piccini, 34 anni , conosciutissimo nel capoluogo per il coraggio con cui aveva dato vita ad una ditta calzaturiera che produceva scarpe civili in Corso Matteotti, di fronte, quasi, alla sede della Misericordia, voleva andare di persona a rendersi conto di che cosa era successo, ma la sua età glielo impediva. Il babbo del piccolo Silvio aveva 34 anni. Le persone di quella età “facevano gola” sia ai tedeschi sempre alla ricerca di braccia per scavare le piazzole sia ai “polizei” italiani che volevano reclutare tutti gli uomini atti alle armi per impinguare le scarne schiere dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana costituita il 23 settembre 1943 dal redivivo Benito Mussolini.
Le ore notturne del 19 luglio furono ancora più tragiche per i poveri “insuesi” Il cannone decimò la famiglia di Sandro Monti e ferì anche mortalmente una mezza dozzina di persone. Della casa di Biagi Dionisio (Biagino) rimasero in piedi soltanto le mura esterne. Dalla casa di Mario si vedeva benissimo la torre di Castruccio ma non la casa del Biagi che veniva “tappata” proprio dalla torre.
La mattina del 20 luglio, poco dopo le ore 8, fecero sosta davanti alla casa Piccini, la sorella di Mario con il figlio Beppino di quattro anni ed il marito Carlo Montanelli che spingeva un carretto su quale avevano caricato delle masserizie ed il loro figlio, contento come una Pasqua per la gita che stava compiendo a bordo di quello strano ma piacevole veicolo.
Mario che aveva udito il rumore del carretto, si era affacciato alla finestra della sua camera e si era precipitato nell’aia per sapere che cosa era successo alla sorella
- I tedeschi che abbiamo in casa ci hanno mandato via. Ci hanno fatto capire che la nostra casa, lì dietro l’argine, si trova sulla linea del fronte. Ci hanno addirittura pregato di andare molto lontano da Fucecchio per non mettere in pericolo la vita nostra e soprattutto quella del nostro Beppino. Ti avrei fatto vedere come si erano affezionati al nostro figliolo! Un tedesco ha addirittura pianto quando li abbiamo salutati. “Beppino, ricordare mio bambino” ci ha detto. Il tuo Silvio come sta, Mario? Dov’è?
- E’ su in camera con Esterina. Sta bene. Ma voi vi fermate qui?
- No – rispose il Montanelli – Anche qui siamo troppo vicini all’Arno. Si va per la via delle Calle, dal Cecconi. Tutte le volte che lo incontravo, mi ripeteva:“Quando la guerra passa da Fucecchio, tu non puoi rimanere dietro l’argine, Montanelli. Perciò in qualsiasi momento puoi venire a casa nostra con tutta la tua famiglia.
- Ma noi, Carlo, ci abbiamo un rifugio a prova di bombe d’aereo. Rimanete con noi.
- Sentite – disse Silvia – mentre voi continuate a parlare, io vado a vedere il mio bel nipotino. Ma come ti somiglia, Mario!
Intanto si erano affacciati alla finestra di cucina anche i genitori di Silvia e Mario. Carola, naturalmente, chiamò subito il nipote Beppino:
- Vieni su, Beppino.
Ma Beppino scosse la testa . Lui non voleva lasciare assolutamente il posto sul carretto.
- Se vieni, Beppino, - intervenne il nonno – ti darò una bella moneta.
Ma Beppino si ostinava a rimanere sul carretto. I nonni allora scesero nell’aia, mentre Silvia raggiungeva la camera dove Ester stava facendo il bagnetto al piccolo Silvio.
Silvia salutò la cognata e poi, ammirata, esclamò:
- Ma come è bello il vostro Silvio! Certo da una mamma bella come te e da un babbo bello come mio fratello non poteva venir fuori che un capolavoro.
Silvia smaniava di prenderlo in braccio, di coccolarselo e di riempirlo di baci. Esterina, allora, accelerò i tempi. Silvio quasi non riconosceva la zia che da circa una settimana non si era fatta più viva per controllare sempre da vicino le mosse di quei militari tedeschi che si erano installati nella sua casa dietro l’argine. Inoltre doveva salvaguardare il marito dalla cattura delle frequenti pattuglie tedesche che circolavano in quella zona dell’Arno per catturare braccia da lavoro. Silvio recalcitrò qualche istante prima di concedersi alla zia, ma poi cedette ai sorrisi larghi e carichi di affetto di quella immagine che si rifece chiara nella sua memoria.
- Sei più bello di un angelo – si effondeva la zia – Non ce n’è uno più bello su tutta la terra.
E gli baciava i piedini scalzi e le braccine. Se avesse potuto lo avrebbe mangiato. Esterina osservava compiaciuta la cognata innamoratissima del suo bambino.
Inutilmente Mario, con l’avallo dei genitori, aveva cercato di convincere il cognato a rimanere in casa Piccini. Mentre i quattro parlottavano, scese nell’aia anche Silvia con il nipotino.
- O Carlo, ma guarda che capolavoro ! – esclamava Silvia – Beppino, scendi e vieni a dare un bacino al tuo cugino.
Ma Beppino non voleva saperne di scendere dal carretto. Lui si sentiva un re ed aveva in uggia tutto ciò che impediva la ripresa del suo viaggio verso la via delle Calle. Scese anche Esterina, ma per riprendersi il suo Silvio al quale aveva preparato la colazione: latte con molliche di pane. Si salutarono.
- Verrò presto a trovarvi – disse Silvia.
La carovana della famiglia Montanelli, dopo una quarantina di minuti giunse a destinazione in prossimità della via delle Calle preso la casa del Cecconi, un contadino della fattoria Corsini.
Silvio, intanto, aveva finito di consumare la sua colazione ed ora, seduto sul seggiolo davanti al tavolo in massello di cucina, osservava tutte le mosse della nonna che, come in una fiaba, stacciava, proprio sul tavolo la farina. Silvio rimaneva incantato dai movimenti e soprattutto dall’immagine della farina che si depositava sul tavolo e che cresceva di volume a vista d’occhio. Nonna Carola non staccava il suo sguardo dal suo nipotino sorpreso e divertito.
Mamma Esterina, intanto, stava rassettando la casa. Mario, invece, era andato a rassettare il rifugio dove tutte le sere vegliavano fino a quando la vedova nera non se ne era andata. Per compiere quella operazione sotterranea, Mario aveva indossato – una eccezione per lui – un paio di pantalonacci da contadino e una camiciola sbracciata, di quelle fatte ai ferri dalla madre.
Mentre Mario rientrava in casa dal rifugio, passò di lì una contadina delle “confina”.
- Ma l’hai saputo, Mario? – chiese la donna con un fazzoletto scuro in testa.
- Cosa? – ribatté il Piccini.
- Stanotte, dietro la torre di S. Andrea, è successo uno spicinio. Una cannonata ha colpito in pieno la casa di Biagino. Ci sono tre morti: una mamma giovane, la sua bambina di due o tre anni e la sua suocera. E poi ci sono stati tanti feriti. Uno, mi hanno detto che è gravissimo.
- Speriamo che gli Americani si decidano alla svelta ad attraversare l’Arno. Io non ho paura per me, ma per il mio bambino Sì, ho sempre paura che gli succeda qualche disgrazia.
La donna, con la testa reclinata, compresa della sciagura che aveva colpito le famiglie del Monti, del Ciardini, del Biagi e del Bianucci, si allontanò lentamente verso la sua casa posta quasi a confine con Santa Croce.
Mario, salì in casa e indossò un abito “decente”. Esterina, fin dalle prime volte che lo aveva visto nella sala da ballo alle Spianate, era rimasta colpita dall’eleganza di quel giovane, compito nei gesti e misurato nel parlare. Inizialmente Esterina credette che si trattasse di un intellettuale e dentro di sé pensò che non ci sarebbe stato niente da fare. Peccato! Lei aveva sempre sognato un tipo come Mario: piacente, elegante, misurato e gentile. A dire il vero c’era un giovane delle Spianate che le faceva una corte serrata. Però, da quando aveva visto Mario Piccini, il corteggiatore era uscito definitivamente fuori, come si suol dire , dalle sue grazie.. L’interesse suscitato in Esterina non era sfuggito a Mario che a Fucecchio furoreggiava: piaceva e nessuna donna gli diceva di no. Lo sguardo luminoso di Esterina, il suo sorriso accattivante che lasciava intravedere una chiostra di denti perfetti, le forme delicate e provocanti di quel corpo sinuoso avevano attanagliato l’interesse del Piccini. Lui, supernavigato, non ebbe nessuna difficoltà ad entrare in contatto con la ragazza. Abituato ad essere considerato un irresistibile, si lanciò subito all’attacco. Esterina, convinta che fosse un intellettuale in cerca avventure, lo tenne al chiodo. Soltanto quando la ragazza conobbe le origini agricole di Mario, i suoi trascorsi scolastici, ottimi, ma fermi alla licenza della terza Tecnica, cominciò a prendere in seria considerazione la relazione verbale che si era stabilita con il giovane che lei avrebbe tanto desiderato di poter amare. Mario dopo averle parlato della sua piccola rivendita di macchine per calzaturifici, le fece dichiarazione. Esterina gli disse:
- Mi piaci molto e vorrei poterti amare. Avrai il mio sì quando sarò sicura del tuo amore. Per il momento restiamo amici.
Quella risposta quasi lapidaria, aumentò in Mario la febbre dell’amore. Due settimane dopo quella risposta, Mario ritornò all’attacco.
- Senza di te, Esterina, non posso vivere - le confessò Mario con la voce velata dall’emozione dell’amore irresistibile – Se vuoi, io vengo subito a parlare con i tuoi genitori. E se loro te lo consentiranno, fra sei mesi ti sposerò.
Esterina cedette di schianto. E dopo sei mesi gli abitanti di Spianate poterono assistere ad un matrimonio con i fiocchi.
Per ragioni di lavoro, Mario portò Esterina nella sua casa paterna a Fucecchio. Non era una casa così come la sognavano i due sposini, ma decisero di dare un assetto diverso alla loro abitazione dopo la fine della guerra.
Nel 1943, dopo l’8 settembre, parve che la guerra fosse agli sgoccioli; ed invece riprese con maggiore veemenza. E proprio nel settembre del 1943 era nato il frutto di tanto amore. Mario, attaccatissimo alla sua famiglia, gli volle dare il nome del padre: Silvio. E questo giovane rampollo avrebbe assicurato ai Piccini una discendenza, quasi una perennità.
Mario raccontò alla dolce Esterina e ai genitori quanto gli era stato riferito da quella signora che si era soffermata sull’aia.
- Mario, io temo per il nostro bambino. Siamo troppo vicini all’Arno. Prima o poi le cannonate colpiranno anche questa zona. Perché non andiamo alla Spianate? Là siamo più lontani dalla portata dei cannoni ed il nostro Silvio non correrà nessun pericolo.
- Non posso abbandonare i genitori.
- Ma possono venirci anche loro alle Spianate.
- Noi, Esterina, non l’abbandoneremo mai la casa. Preferisco morire. Voi andate pure.
- Fossi sicuro di arrivarci alle Spianate, partirei anche subito – controbatté Mario – Ma ve lo immaginate quanti tedeschi si incontrerebbero per la strada? Io verrei catturato e forse deportato in Germania. E a Silvio, poi, chi provvederebbe?
- Mario ha ragione – approvò Esterina.
Nel primo pomeriggio del giorno 21 si diffuse anche in Samo la notizia che la popolazione del capoluogo era stata obbligata a sfollare.
- Si va via anche noi, babbo? – chiese Mario.
- Finché non mi manderanno via i tedeschi, e di persona, io la mia casa non l’abbandonerò.
Verso le 17 arrivò una mezza dozzina di fucecchiesi che Mario ben conosceva e fra questi i due soci del piccolo calzaturificio che avevano messo su in via Alfredo Soldaini, nel Poggetto: Mauro Boncristiani ed Ermanno Lucaccini.
- Non sapevamo dove andare ed abbiamo pensato a te. Puoi ospitarci? – chiese Mauro.
- Ma diamine! Nel rifugio che abbiamo fatto c’entrate bene anche voi. Per il mangiare ci arrangeremo. Vedrete che di fame non si morirà. Vi cedo le stanze al piano terra; quelle del primo piano le occupiamo tutte noi. Ma come mai non avete portato con voi i vostri familiari?
- Siamo un esercito. Comunque li ho già sistemati in un casotto a circa duecento metri da qui – spiegò Mauro.
Mario li accompagnò verso la rimessa che era accanto alla stalla. Silvio che si era svegliato dopo il sonnellino pomeridiano, si fece sentire con i suoi strilli che reclamavano la merenda. Mentre nonna Carola si accingeva a preparargli una farinatina lunga con un po'’ di brodo di verdura, Esterina con il piccolo Silvio in braccio scese nell’aia a salutare gli sfollati. Tutti rimasero incantati alla vista di Silvio. Gli mancavano soltanto le ali per essere scambiato per un angelo. Silvio non fu impaurito dalla presenza di tanti volti sconosciuti, ma tutti sorridenti. Li guardava con interesse ed ammanaccava sui capelli della mamma.
Aveva da poco finito di mangiare la sua farinatina, quando il cannone cominciò a tuonare dalle colline di S. Miniato. Esterina prese il bambino e di corsa raggiunse il rifugio. Mario dette l’allarme e tutti, ad eccezione della mamma, Carola, corsero nel rifugio. Carola, invece, come se fosse esorcizzata dalla paura delle cannonate e dal timore della morte, rimase in cucina a preparare la cena per tutti.
L’assenza di Carola fu notata anche dagli sfollati.
- Non c’è niente da fare. Sembra che abbia stretto un patto o con un diavolo o con un santo. Lei afferma che in cucina si sente sicura e che lì non le succederà niente – spiegò Mario in tono quasi divertito.
Sulle colline di Torre quelle cannonate che avevano spinto nel rifugio i Piccini e gli sfollati seminavano la morte. Gualtiero Pascucci e Squarcini Gino furono sprofondati nelle tenebre della morte.
Verso le ore 18 del giorno 26 luglio anche Carola, pur essendo rimasta nella sua cucina, visse dieci minuti di terrore. Coloro che erano nel rifugio temettero che la casa fosse stata colpita e che la brava ed indomita massaia fosse stata uccisa. Per circa un quarto d’ora la zona di Samo venne bombardata a tappeto e coloro che non erano riusciti a raggiungere il rifugio furono inesorabilmente uccisi. Nemmeno questa volta la casa dei Piccini venne colpita e mamma Carola, benché bianca in volto come un panno lavato, era sopravvissuta all’inferno di quel cannoneggiamento. Ad un centinaio di metri di distanza venne letteralmente distrutta una famiglia di sfollati livornesi:
Gambini Dilva di 28 anni ed il marito Perna Domenico di anni 33;
De Raffaele Vincenza in Gambini di anni 27 ed il figlio Gambini Giancarlo di anni 2;
Bonaldi Anita in Gambini di anni 58:
Nigiotti Corrado, di anni 24, celibe.
Inenarrabile la disperazione del sopravvissuto Gambini Silvano, marito di Vincenza e padre del piccolo Giancarlo. Esterina verso le 20,30 volle andare a vedere. Si piantò davanti alla salma del piccolo Giancarlo ed abbracciò piangente il povero Silvano letteralmente distrutto dal dolore. Carola, invece, ebbe parole di conforto per Francesco Gambini, marito della vittima Bonaldi Anita.
Esterina ritornò a casa con le braccia ciondoloni, come se le avessero ucciso il suo Silvio. Le lacrime rigavano ancora il suo viso improvvisamente corrugato da un indicibile dolore.
- Povero Silvano – ripeteva quasi giaculatoriamente l’esterrefatta consorte di Mario Piccini.
Mentre Carola ed Esterina si trovavano a rendere omaggio alle salme degli sfollati livornesi, era sopraggiunta Silvia, la sorella di Mario. Anche dalle Calle si erano resi conto che la zona di Samo era stata colpita a tappeto.
- Pensaci tu a Beppino – aveva detto a suo marito Silvia Piccini – io voglio andare a vedere se è successo qualcosa di grave ai miei. Se fosse successo qualcosa manderò qualcuno ad avvertirti. Io, stanotte, dormirò con loro anche se non sono stati colpiti.
Quando Esterina giunse a casa e vide sua cognata le si gettò al collo e parve impazzire.
E tra un singhiozzo e l’altro diceva:
- E se fosse successo al mio povero Silvio?
Silvia non cercò di consolarla con le parole: se la strinse forte al petto e le diceva ripetutamente:
- Hai ragione, Esterina.
L’indomani Silvia ritornò nella casa dei Cecconi vicino alla Calle.
La mamma del piccolo Silvio Piccini cominciò a vivere in attesa della morte. Era convinta che la morte le avesse dato un appuntamento. Ogni giorno che passava si meravigliava che la morte non avesse raggiunto la sua famiglia.
Ogni due o tre giorni, di ritorno dall’ospedale, passava dai Piccini Giovanni Lucchesi, l’ex granatiere. Lui portava notizie sempre fresche. Ma erano notizie di morte.
- Ieri ( si riferiva al 5 agosto), in Padulino, lì vicino alla villa del Costagli, sono morti due fratelli insuesi, di via Cammullia, e uno sfollato livornese, un giovanottino, chiamato il “Rossino”.
La sera del 10 agosto, verso le 20, sfidando le cannonate, Carola volle andare alle Calle dalla sua Silvia e dal suo Beppino. Verso le 17 c’era stato un cannoneggiamento intensissimo nella zona delle Calle. Da casa Piccini, però, non si poteva individuare la zona cannoneggiata. Poi erano corse voci di una piccola strage.
Fortunatamente, a casa Cecconi, erano tutti illesi, Il cannone aveva centrato l’area dove sorgeva il mulino e lì c’erano stati sei morti ed un numero imprecisato di feriti.
Qualcuno, lì dai Cecconi, raccontò che aveva visto passare 14 carretti carichi di feriti diretti all’ospedale di Fucecchio.
Carola, nottetempo, rientrò a casa. Tutti tirarono un respiro di sollievo quando seppero che dai Cecconi non era successo niente, ma non Esterina, sempre più convinta che la morte avrebbe visitato anche casa Piccini.
Al mattino, 11 agosto 1944, suonò un campanello di allarme. Billeri Giuseppe, 54 anni, cognato di Silvio Piccini, era morto alle ore una nell’ospedale di Fucecchio.
Giuseppe Billeri il giorno 6 agosto, aveva macellato nella sua stalla una bestia. Sul retro della casa, posta sul lato destro della via di S. Croce per chi è diretto verso quella cittadina, erano convenuti molti sfollati per acquistare un po' di carne. Il via vai delle persone non era sfuggito al ricognitore aereo americano che perlustrava quotidianamente la zona del fronte per trasmettere alle batterie americane le coordinate delle aree in cui vi erano concentrazioni di militari tedeschi. Qualche minuto dopo che era passata la cicogna partirono dalle colline di S. Miniato delle bordate di cannonate dirette proprio contro la casa del Billeri. Gli sfollati si rifugiarono dentro la stalla che fungeva anche da macelleria. Quelli che non poterono raggiungere la stalla si buttarono nelle fosse vicine. Una scheggia penetrò dentro la stalla e ne colpì il proprietario. Giuseppe fu immediatamente soccorso, ma si dovette aspettare la fine del cannoneggiamento prima di portarlo con un carretto all’ospedale. Sopravvisse soltanto per quattro giorni nonostante le cure prodigategli dai medici e soprattutto dai famigliari di Giovanni Lucchesi che svolgevano numerosi servizi all’interno dell’ospedale. E proprio Franco, allora quattordicenne, assistette alla morte del povero Giuseppe. Poi, il medesimo Franco gli calò giù le palpebre.

La morte di Giuseppe fece calare in secondo piano la notizia della distruzione della torre di Castruccio. Ora il lutto cominciava a lambire anche la famiglia Piccini. La moglie del Billeri era appunto una Piccini, Eugenia. Esterina si incupì maggiormente. Era diventata quasi intrattabile. Non rispondeva a nessuno. Forse non percepiva più le voci terrene.
Il 21 agosto anche i Piccini seppero che di notte, poco prima della mezzanotte, fra la zona di Samo e quella dello stadio comunale, colpito da una scheggia, era stato ucciso il vigile urbano Nello Dainelli.
Il 23 agosto c’era stata la strage del Padule. Forse il peggio era passato. Di tedeschi in giro se ne vedevano pochissimi. C’era sentore di resa, di fine delle ostilità, anche se i cannoneggiamenti scuotevano queste speranze con le loro deflagrazioni violente ed improvvise.
La mattina del 27 agosto il Lucchesi, quasi divertito, raccontò sull’aia del Piccini la fine del povero Picchi Gaetano, di 39 anni, sfollato in Padulino. Era andato in una proda a soddisfare un bisogno corporale urgente e ci aveva trovato la morte.
Carola, dalla finestra, aveva detto al Lucchesi:
- Io e la tua mamma ci assomigliamo parecchio. Anche lei ha fatto come me: non ha mai abbandonato la sua casa. Com’è la situazione all’ospedale?
- E’ bruttissima, Carola. Io non so come fanno a resisterci, la mia moglie, il mio genero Nello, il mio Orolindo, il mio Franco e le altre figliole. Speriamo che non si prendano il tifo.
- Quando ritorni in ospedale salutamele tutte. Intanto salutami la tua mamma. Io mi ritiro perché stamani voglio cominciare a fare il pane.
Il piccolo Silvio, alle nove, aveva già fatto colazione. Appena il piccolo vide che la nonna prendeva il grande staccio, fece capire che voleva stare al tavolo a vederla mentre stacciava la farina. Esterina lo accontentò ed uscì per dare una mano a suo marito che stava rassettando come ogni giorno il rifugio. Quella mattina sembrava che Esterina fosse uscita fuori dal tunnel della depressione che l’aveva attanagliata il 26 luglio quando era andata a vedere le salme dei livornesi uccisi in Samo.
Mentre lei e Mario uscivano dal rifugio udirono il brontolio del cannone.
- Mario – gridò quasi istericamente Esterina – vai a prendere subito il bambino che è in cucina con la tua mamma e portalo nel rifugio. Ho paura, Mario. Ho paura.
Mario di corsa raggiunse la porta di casa e salì a due a due gli scalini.
- O cosa ti è successo? – gli chiese la madre.
- Ma che tu non lo senti il cannone? Son venuto a prendere Silvio per portarlo nel rifugio.
Mario, senza esitazione prelevò il bambino dal seggiolo e se lo mise fra le braccia. Silvio cominciò a sgambettare e a piangere come un forsennato: lui voleva restare accanto alla nonna per vederla stacciare la farina di grano.
- Ma lascialo qui con me – brontolò nonna Carola.
Nel frattempo, intimorita dal ritardo del marito che non si decideva a portare il bambino nel rifugio, Esterina salì in cucina e, sorda a quanto diceva sua suocera, strappò dalle braccia del marito il figlio piangente e si diresse verso la scala preceduta dal suo Mario. Sull’aia il capoccio aveva osservato con una certa preoccupazione i movimenti della nuora. Le cannonate avevano cominciato ad esplodere in Samo. Mario uscì di corsa dalla casa seguito dalla sua Esterina che teneva ben stretta al petto la sua creatura. Poi un sibilo, una esplosione a pochi metri dalla casa e una grande nuvola di fumo e di polvere. Il capoccio fu quasi accecato dalla fiammata dell’esplosione. Appena il fumo diradò, si parò davanti ai suoi occhi una scena raccapricciante: Mario, disteso per terra, tutto sfracellato; Esterina che si rialzava da terra, incolume, con in braccio il bambino mortalmente ferito al ventre.
In preda alla pazzia, la donna lanciò un bacio al marito e, con il bambino moribondo ancora fra le braccia, cominciò a gridare come una forsennata:
- Aiuto!! Aiuto! Correte! Il mio bambino non deve morire.
Alcuni sfollati, nonostante che i cannoni continuassero a colpire la zona di Samo, uscirono dal rifugio e vennero a prestare il loro soccorso. Qualcuno si portò le mani davanti agli occhi: non poteva o non voleva credere a quanto gli si parò davanti agli occhi. Fu la Barsotta, la madre di Silvano Bertoncini, che si rivelò all’altezza della situazione. Alla vista di Esterina che teneva in braccio il suo bambino di undici mesi, con il ventre aperto, gridò:
- Carola, non c’è tempo da perdere: andate a prendere un lenzuolo, meglio se piccolo. Ora dobbiamo cercare di salvare il vostro nipotino. Bisogna portarlo subito all’ospedale.
- Ma come si fa? – osservò uno sfollato.
- Lo so io come si fa. Brava Carola. Datelo a me il lenzuolino.
La Barsotta, senza esitazione assegnò a quattro dei presenti ognuna delle cocche del lenzuolino, Le fece tirare e poi disse ad Esterina:
- Distendici il bambino.
Esterina obbedì. E di nuovo la Bertoncini chiese:
- Chi di voi se la sente di portare il bambino all’ospedale con questo lenzuolino? Bastano due sole persone. Io ed Esterina prenderemo le cocche di dietro.
Mauro Boncristiani ed Ermanno Lucaccini, i soci di Mario Piccini, risposero:
- Veniamo noi.
Ognuno dei quattro improvvisati barellieri strinse una cocca e, attraverso ai campi, si diressero verso viale Buozzi.
Il piccolo Silvio, sopra il lenzuolino, si lamentava quasi in sordina. Il suo bel boccolo, sulla parte anteriore della testa, si era sciolto. Era ancora tutto poveroso quando i quattro raggiunsero le scarelle tutte disseminate di vetri e di macerie. Il povero Mauro Buoncristiani con i sandali a frate ne schiacciò molti ed alcuni gli si conficcarono nella pelle, I quattro, assillati dalla povera Esterina che sembrava una belva ferita a morte, non poterono prendere respiro nemmeno per mezzo minuto. Trafelati, i quattro raggiunsero l’ospedale poco prima delle ore 14. Venne chiamato il prof. Baccarini. Il primario dell’ospedale, gli occhi cerulei fuori delle orbite, guardò il bambino e, adirato contro se stesso, sentenziò:
- Non c’è niente da fare. Mi avete portato un morticino.
- Nooo! – urlò Esterina – Lei deve salvarmelo. Poco fa è stato ucciso mio marito.
Mauro, la Barsotta ed Ermanno, quasi intimoriti dalla collera dei due, il Professore ed Esterina, lasciarono l'spedale. Nel frattempo, colpito da quelle grida, era sopraggiunto in quella specie di Pronto Soccorso anche il dott. De Pasquale. Baccarini gli disse:
- Lo pulisca come meglio può. Mi chiedono i miracoli e non ho neppure una goccia di disinfettante.
Il professore, un’ombra ambulante, lasciò il dott. De Pasquale alle prese col piccolo Silvio di appena 11 mesi.
- Ma guardate, poverino, come è stato ridotto. Se almeno avessimo potuto utilizzare la sala operatoria, avremmo tentato di fare qualcosa. Ed invece siamo ridotti all’impotenza, cara signora.
- Ma allora, dove potrei portarlo il mio bambino? - chiese la madre afferrando quel barlume di speranza lasciato intravedere dal dott. De Pasquale.
- Ci sarebbe l’ospedale di Pescia; ma è impossibile raggiungerlo. Soltanto ai tedeschi sarebbe possibile raggiungerlo. Ma quelli si sono rifiutati perfino, la sera del 10 agosto, di trasportare un ferito gravissimo da Ponte a Cappiano a Fucecchio, nonostante l’insistenza del dott. Doddoli.
Nel frattempo entrò nella stanzetta del Pronto Soccorso Silvia Piccini, la cognata di Esterina. Appena vide il nipotino in quelle pietose condizioni cominciò a piangere disperatamente.
- Ma non si può fare niente per salvarlo? – gridò Silvia - Sarebbe troppo perdere il fratello e il nipotino!
- Bisognerebbe portarlo all’ospedale di Pescia. Ma come? Soltanto i tedeschi potrebbero farlo.
- Alle Calle conosciamo un ufficiale tedesco tanto buono. Lui si lascerebbe convincere. Ma come facciamo a portarlo alle Calle?
- Ce lo portiamo nella stessa maniera con cui lo abbiamo portato qui: con il lenzuolino tirato per le cocche.
Mentre le due cognate parlavano il dottor De Pasquale ripulì alla meglio il bambino e lo accarezzò ripetutamente. Il medico non smise un attimo di sorridergli. Silvio percepì attraverso quel largo sorriso una corrente di simpatia e di affetto che parve placare il tormento fisico che lo divorava per effetto della paurosa ferite che gli aveva aperto lo stomaco e parte dell’intestino.
- Dottore, lei si mostrato molto comprensivo e non dimenticherò mai quanto lei ha fatto per il mio Silvio. Io vorrei provare a portarlo a Pescia. Son sicura che con la forza del mio amore di madre ce la farò a convincere i tedeschi a darmi un passaggio per portare il mio bambino all’ospedale di Pescia.
De Pasquale le mise una mano sulla spalla e con molta affabilità le disse:
- Fa bene, signora. Anch’io se fossi il padre di questo angioletto di bimbo farei di tutto per salvarlo. Le faccio subito l’atto di dimissione. Potrei fargli portare il bambino da Brunero sopra un carretto; ma forse non arriverebbe vivo alle Calle. Vi conviene portarlo col lenzuolino: così non subirà i contraccolpi delle macerie accumulate lungo le strade.
L due donne, con il bambino adagiato sopra il lenzuolino arrivarono nella casa del Cecconi, presso le Calle, all’imbrunire. Non era possibile chiedere a quell’ora ai tedeschi di trasportare il bambino a Pescia.
Immensa fu la pietà suscitata negli sfollati di casa Cecconi dalla vista di quell’angioletto ferito forse mortalmente nella parte superiore dell’addome. La zia Silvia spiegò che il bambino avrebbe trascorso la nottata in casa e che l’indomani lei e la cognata avrebbero tentato di convincere i tedeschi a trasportare il bambino nell’ospedale di Pescia. Tutti fecero a gara a preparare un morbido giaciglio per il piccolo Silvio che non aveva più la forza di lamentarsi.
Esterina, accompagnata da una signora sfollata, dopo aver ricevuto assicurazioni dalla cognata Silvia, andò a vegliare per poche ore la salma del marito.
In casa Piccini, la salma di Mario era stata ricomposta e pulita. Mani pietose erano riuscite ad infilare in quel corpo straziato l’abito grigio scuro del matrimonio. Il padre e la madre di Mario, in un angolo della rimessa dove era stata allestita la camera ardente piangevano sommessamente. Erano venuti i in molti a visitare la salma di Mario nonostante la pericolosità del momento. Tutti avevano chiesto del piccolo Silvio. Quando entrò nella stanza Esterina, i pochi presenti si sentirono rabbrividire. La donna rimase pietrificata per un attimo ai piedi del suo Mario. Poi, senza guardarsi intorno, si avvicinò al volto del compagno della sua vita, ci posò sopra il suo e lo baciò ripetutamente rabbrividendo nel sentirlo tanto freddo e privo di vita.
- Mario, Mario mio, se mi senti , ascoltami: aiutami a salvare il nostro Silvio. Io non voglio rimanere sola, Mario.
La donna rimase per lunghissimi minuti reclinata e muta sul volto e sul petto del suo sposo. Nessuno ebbe il coraggio di avvicinarsi per consolarla; neppure i suoceri.
Carola, la madre del Piccini, non resse allo strazio e gridò:
- Ma cosa ti ho fatto, Dio, per meritarmi una simile punizione! Ridammi il mio figlio e non far morire il mio angioletto!
Scossa da questo grido, Esterina si rialzò, e, guidata forse da una mano misteriosa, benché in preda ad un pianto irrefrenabile, andò ad abbracciare la suocera e a protestare in maniera forsennata contro il destino.
La signora che aveva accompagnato Esterina raccontò a quanti vegliavano la salma di Mario Piccini che Silvio era in casa dei Cecconi e che al mattino avrebbero cercato di convincere i tedeschi a trasportarlo nell’ospedale di Pescia dove la guerra non c’era: nell’ospedale di Pescia i medici avrebbero potuto tentare un intervento chirurgico per salvare il piccolo Silvio.
- Esterina – disse in maniera suasiva il suocero Silvio che si era avvicinato alle due donne ancora strette nell’abbraccio – ora vai dal nostro Silvio. E’ questo quello che vuole il nostro Mario. Vai e non abbandonarlo nemmeno un minuto. Ora è lui quello che conta più di tutto e di tutti.
Esterina si lasciò convincere. Abbandonò la presa che la teneva avvinghiata alla suocera, baciò sulla fronte il suo Mario e, in compagnia della solita signora, abbandonò la camera ardente. Prima di mettere piede nell’aia, si fermò, si girò ancora verso la salma del marito e, a voce bassa, gli disse:
- Addio, Mario.
La salma di Mario venne vegliata dai parenti e anche dai due soci Mauro Boncristiani ed Ermanno Lucaccini. Verso le sei del mattino venne recapitata sull’aia della casa Piccini una cassa da morto molto rudimentale, realizzata con tavole grezze assemblate con i chiodi.
Alle sette, Esterina e la cognata Silvia, con il piccolo Silvio adagiato su di un lenzuolino, raggiunsero il vicino Comando Tedesco. Esterina spiegò che l’ospedale di Fucecchio mancava di tutto e che il primario non aveva potuto effettuare sul piccolo il necessario intervento chirurgico perché la sala operatoria era inutilizzabile. Si rendeva quindi indispensabile il trasporto del bambino nell’ospedale di Pescia. Il Comandante rimase impassibile. Esterina, allora, la testa scarmigliata, l’abito ancora ricoperto di polvere, il piccolo Silvio fra le sue braccia con lo stomaco scoperto ed aperto, implorò, supplicò che con un qualsiasi mezzo l’accompagnassero all’ospedale di Pescia. Nemmeno i coriacei tedeschi seppero resistere alle suppliche di Esterina e alla pietà che suscitava quel bambino ancora miracolosamente vivo nonostante il ventre squarciato.
Esterina, con il suo bambino in braccio, venne fatta salire nella cabina di un camion tedesco adibito al trasporto dei viveri. L’autista tedesco, sollecitato dalla madre, spinse il veicolo a tutta velocità. Lui conosceva bene il percorso per Pescia. Giunto alle Vedute imboccò la strada per Querce. Silvio era ancora vivo. Aveva smesso di lamentarsi. Esterina si portò più volte al viso le guance esangui del suo angioletto: lo baciava, lo chiamava, lo rincuorava:
- A Pescia ti salveranno, Silvio mio. Iddio non può togliermi anche te. Sarebbe troppo, dopo che mi ha già tolto il tuo babbo.
Intanto, a casa dei Piccini, verso le ore 8, la salma di Mario venne collocata nella cassa da morto rudimentale che era rimasta sull’aia. Alle ore 10 la cassa venne chiusa con i chiodi. Brunero Orsi, subito dopo, la portò con il suo carretto al cimitero.
Il camion tedesco, nel frattempo, aveva raggiunto la località Biagioni. Qui giunto svoltò a destra ed imboccò la strada per Chiesina Uzzanese.
Nel breve tratto che separa Biagioni da Chiesina Uzzanese, gli occhi del piccolo Silvio divennero vitrei; il respiro si fece prima affannoso e poi sempre più lento. Esterina sentì che il suo piccolo stava per morire. E allora cominciò a urlare:
- Silvio, Silvio mio, non morire. O Dio, non essere così cattivo. Non farlo morire il mio bambino.
Il camion che aveva ormai raggiunto Chiesina Uzzanese si fermò. La campana della chiesa annunciava l’Angelus del mezzogiorno. Silvio, proprio in quel momento, spirò fra le braccia della madre.
Inutilmente Esterina, in preda alla disperazione per la morte del marito e del figlio, chiese al camionista di riportarli a Fucecchio. L’autista tedesco fu irremovibile. Il regolamento vietava il trasporto di persone morte sui camion destinati al trasporto dei viveri. Esterina, con in braccio il figlio morto, fu costretta a scendere dal camion e venne abbandonata al bivio per Pescia. Nel frattempo erano accorse alcune pie donne. Una di loro si fece dare il bambino morto e riuscì a convincere Esterina a seguirla nella propria abitazione.
- Voglio ritornare a Fucecchio – piangeva la giovane sposa - Voglio che il mio bambino stia insieme a suo padre ucciso anche lui da una cannonata.
Non era facile in quei frangenti spostarsi agevolmente da un paese lontano dal fronte in uno, come quello di Fucecchio, che si trovava in zona di guerra.
L’indomani mattina, 29 agosto, verso le ore 10, proveniente da Chiesina Uzzanese, fece il suo ingresso nel cimitero di Fucecchio anche la salma dell’angioletto Silvio Piccini che poté essere collocata accanto a quella del padre.
Si concludeva così la vicenda terrena di Mario e di Silvio Piccini. Si apriva invece nei congiunti sopravvissuti la voragine di un dolore che li avrebbe accompagnati per tutta la vita.

 

INDICE

 

HOME PAGE

Territorio
Cenni storici
Arte e Cultura
Come arrivare
 
le RICERCHE di
Mario Catastini
Centro Storico
Almanacco storico
Enciclopedia
Guerra del 1944
la Fucecchio che non c'è più
Storia di Fucecchio
Corale di S. Cecilia
Arciconfraternita di Misericordia
GUIDE
Chiesa La Vergine
Chiesa Collegiata
Chiesa S. Salvatore
Chiesa delle Vedute
 
VIDEO
 
il Palio
le Contrade
 
Ospitalità
Numeri utili
Stradario
Aziende
 
Le Tue Foto
Fotografie
Cartoline
Pubblicazioni
 
Links
 
Contatti
 


 


fucecchionline.com ®  2002 - 2015

Immagini della Toscana www.toscanavacanzeviaggi.it
Ospitalità in Toscana www.retetoscana.it

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità esclusivamente sulla base della disponibilità del materiale.
Pertanto, non è un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della L. n. 62 del 7 marzo 2001