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Mancava
un quarto alle ore 22. Gianni era preoccupato perché il
suo figlio Aldo, diciassettenne, non era ancora
rientrato in casa.
Da qualche minuto aveva lasciato perdere la scarpa sulla
quale stava lavorando al lume di candela. Alle dieci di
notte scattava il coprifuoco e se i tedeschi lo avessero
trovato fuori di casa lo avrebbero punito severamente Si
alzò dal dischetto e, con il grembiule da calzolaio,
cominciò a spostarsi, in preda ad una incontenibile
agitazione, da una parete all’altra della stanza. Anche
Maria era in stato di apprensione. Pativa moltissimo nel
vedere il suo Gianni così teso e preoccupato. Una pasta
d’uomo come lui non meritava certamente le
inottemperanze del figlio.
La donna, allora, come era solita fare, si portò davanti
alla porta di casa – la cucina e il salotto erano al
piano terra – e cominciò a gridare:
- Aldo ! Aldo !
- O non lo vedi che sono qui - le rispose il figlio che
se ne stava seduto per terra ad un paio di metri dalla
porta per guardare i bagliori delle cannonate che
esplodevano in direzione di S. Miniato. La donna si
calmò e gli spiegò:
- Babbo non ti vedeva rientrare ed era molto preoccupato
perché tra poco scatta l’ora del coprifuoco.
La donna rientrò in casa per rincuorare il suo Gianni.
Il bravissimo calzolaio guardò il suo cipollone,
constatò che mancavano cinque minuti alle ore 22 e pregò
la moglie di richiamare in casa il figliolo.
- O Nino, fai il bravo. Vieni in casa. Babbo ha detto
che manc..
Un forte sibilo seguito da un terribile schianto troncò
la parola in bocca alla povera Maria. A pochi metri di
distanza era scoppiata la prima cannonata che aveva
raggiunto Fucecchio in quel lontano 18 luglio 1944. Il
fumo acre del proiettile e la nuvola di polvere
sollevata dall’esplosione resero irrespirabile l’aria ed
impedivano la vista di ogni cosa. Altre cannonate
stavano esplodendo nelle zone periferiche del paese.
Gianni, appena il polverone si fu dileguato, si affacciò
alla finestra divelta dallo spostamento d’aria e chiamò
a gran voce:
- Aldo! Aldo! Sei vivo?
- Sì, babbo.
- Sei ferito?
- No, babbo.
- E mamma?
- Non lo so. Non era rientrata in casa prima
dell’esplosione?
- Maria! Maria! – gridò ripetutamente Gianni.
Aldo che nel frattempo si era alzato vide il corpo della
mamma disteso per terra, a circa tre metri dalla porta
di casa.
- Mamma! Mamma! – gridò avvicinandosi al corpo ormai
cadaverico.
- E’ morta, babbo. L’ho trovata..
Gianni nel frastuono delle cannonate che ancora
tempestavano la campagna vicina, udì le parole del
figlio, uscì fuori e vide sua moglie priva di vita.
Gianni ed il figlio invano invocarono soccorso.
Infuriava ancora il cannoneggiamento e nessuno aveva il
coraggio di uscire.
Si presentò dopo qualche minuto un frate, padre Carlo.
Teneva in mano una torcia elettrica. Aveva udito dalla
sua cella non lontana le grida di soccorso. Era sceso
nell’orto, lo aveva attraversato ed in brevissimo tempo
aveva raggiunto la casa di Gianni posta in via Trento.
La luce della torcia comprovò la morte della moglie di
Gianni. Il frate che si era munito di stola le impartì
l’assoluzione. Poi chiamò per nome le persone del
vicinato e le invitò a dargli una mano per sistemare la
salma in casa.
Il buon frate, con l’aiuto di altri tre uomini riuscì a
distendere la donna sul tavolo del salotto. Solo allora
ci si rese conto che una scheggia, penetrata dal viso,
le aveva attraversato il cervello.
Dopo che il cadavere della donna era stato adagiato sul
tavolo sopraggiunsero alcune pie donne. Pregarono Gianni
ed Aldo di andare in cucina, dopodiché sistemarono la
salma: le pulirono la faccia ricoperta di sangue, si
fecero dare alcuni foulard dal marito e le fasciarono
ben bene la testa in parte scoperchiata. Il frate, nel
frattempo, si scusò con i presenti, salutò Gianni e Aldo
ed uscì per rientrare in convento. Nell’uscire la luce
della torcia gli fece scoprire sulla parete del
corridoio una piccola massa bianchiccia ancora attaccata
all’intonaco. Il frate ritenne opportuno tacere per non
drammatizzare ancora di più la situazione.
La salma venne vegliata da Gianni, dal figlio e dalle
due signore del vicinato. Gianni non sapeva darsi pace.
Com’era possibile che in un attimo sua moglie le fosse
stata ghermita per sempre dalla morte?
- Come potrò informare mia figlia Lorena che abita a
Lucca? Le poste e i telefoni non funzionano più. E per
il funerale come potrò fare?
Le due signore gli suggerirono di chiedere informazioni
in comune. Lì di sicuro ci avrebbe trovato qualcuno e lo
avrebbero consigliato sul da farsi.
Gianni verso le otto si preparò per andare in comune a
denunciare la morte della moglie. Prima di uscire di
casa vide appiccicato sulla parete dell’andito un
brandello di cervello della sua Maria.
- O donne, venite a vedere! – disse Gianni.
Venne anche il figlio e quando vide quel brandello di
cervello inorridì. Le pie donne con stracci bagnati
tolsero quel brandello di cervello e lavarono la parete.
Fatti pochi passi, Gianni incontrò in via Trento Anna,
la figlia di Bocini Sestilio: piangeva. La ragazza si
fermò.
- Povero Gianni! - esclamò e gli si avvinchiò al collo.
- Tra qualche giorno – proseguì la ragazza - toccherà
anche a me andare in comune a denunciare la morte del
mio babbo.
- Perché? O cosa ti è successo?
- La cannonata che ha ucciso la tua Maria ha tagliato di
netto una gamba al mio babbo. Lo abbiamo portato quasi
subito all’ospedale. Il professor Baccarini ci ha detto
di prepararci al peggio. Non ce la farà a sopravvivere.
Gianni le posò una mano sulla spalla e con la voce rotta
dalla commozione le disse:
- Poverina anche te!.
In Comune regnava una grande confusione. Il
cannoneggiamento della notte aveva dato il segnale
inequivocabile che anche per Fucecchio era cominciata la
guerra. Tutti avevano l’obbligo di mettere in salvo la
propria vita.
- Per il funerale? Fate come volete. Mettetevi d’accordo
col prete e col becchino – rispose l’impiegato.
Gianni era esterrefatto.
Mentre usciva sentì l’impiegato che diceva all’usciere:
- Vai subito dal becchino al camposanto e digli che
cominci a preparare vicino al cancello una fossa comune.
Se obietta qualcosa digli che questo è un ordine del
Commissario, il generale Capecchi.
Il povero Mannini salì per via Gattavaia, poi per Borgo
Valori, attraversò piazza Vittorio Veneto, imboccò via
S. Giovanni e si fermò nella bottega di Gagliano
Guidotti, il marito di Faustina. Gli ordinò una cassa da
morto per la sua Maria.
- Gianni, te la faccio portare a casa fra un’oretta dal
mio garzone, Brunero.
Il bravo calzolaio si portò poi alla canonica della
Collegiata a non più di venti metri di distanza. Bussò.
Venne ad aprirgli la perpetua.
- Vorrei parlare con l’arciprete.
Don Giulio Frediani era seduto dietro ad un tavolo
intarsiato nel suo studio.
- Non posso fare il funerale. Ormai siamo in guerra.
Immagina cosa succederebbe se durante le esequie
ricominciasse un cannoneggiamento. L’unica persona che
può aiutarti è padre Carlo. Parla con lui e vedrai che
ti suggerirà la strada migliore.
Gianni si portò allora in piazza La Vergine. La gente
sembrava ammutolita. Nessuno lo guardava. Nessuno gli
fece le condoglianze. A testa china le persone
camminavano in fretta e rientravano nelle loro
abitazioni avendo cura di chiudere le porte.
Il mansueto Mannini tirò la corda della campanella del
convento.
- Sia lodato Gesù Cristo - salutò il frate portinaio.
E Gianni:
- Vorrei parlare con padre Carlo.
- Entrate. Ve lo vado a chiamare subito.
Padre Carlo ascoltò con attenzione lo sfortunato Gianni
e poi gli disse:
- Senti Gianni, quando viene Brunero con la cassa, digli
che mi aspetti in tutte le maniere. Io sarò da voi fra
un’ora. Non c’è da perdere un minuto.
Gianni rientrò a casa. Ci trovò tanta gente che era
venuta a rendere omaggio alla salma di sua moglie Maria
Vivaldi, di 53 anni. La vista di tutti quei visitatori
lo commosse e rese più evidente la certezza della
sciagura che si era abbattuta sulla sua famigliola. Per
la figlia Lorena non c’era stato niente da fare.
- I telefoni non funzionano più; altrimenti avremmo
telefonato al comune di Lucca e lo avremmo pregato di
informare della disgrazia tua figlia Lorena – gli aveva
detto l’impiegato che aveva registrato il decesso della
povera Maria.
Padre Carlo, appena il Mannini se ne fu andato, lasciò
il convento e di gran carriera andò al cimitero a
conferire con il custode.
- Prima di mezzogiorno saremo qui con la salma.
- Ho avuto l’ordine di preparare una grande fossa
comune. Come vede ho già cominciato a prepararla. La
moglie di quel calzolaio sarà la prima salma che vi
verrà sotterrata. Io per quell’ora sarò prontissimo,
padre.
Il buon frate, raggiunta piazza La Vergine tirò la
cordicella della campanella del Convento e al padre
portinaio disse:
- Avverti il guardiano che io andrò a portare un morto,
anzi una morta, al cimitero. Rientrerò verso
mezzogiorno. Per piacere, porgimi la cotta che ho
lasciato costì sul muretto del chiostro.
Davanti alla casa di Gianni padre Carlo vide il carretto
e si rallegrò. Brunero lo aveva aspettato. Padre Carlo
indossò la cotta bianca, si mise la stola viola ed entrò
così vestito nel salotto dove era stata allestita una
rudimentale camera ardente. La salma di Maria era già
stata collocata dentro la cassa. Padre Carlo fece un
cenno a Brunero per fargli capire che lo attendesse e
poi cominciò a recitare le preghiere del rito funebre.
Al termine chiese a Gianni un po' d’acqua benedetta.
Gianni salì in camera e prese la bottiglia d’acqua che
ogni anno faceva benedire in chiesa il giorno di Pasqua
che allora coincideva con il sabato mattina. Il frate se
ne versò un po' sulla mano destra e ci benedisse la
salma.
Poi rivolto ai presenti il frate disse:
- Ora il bravo Brunero provvederà a chiudere la cassa ed
io e lui la porteremo subito al cimitero. Ho già parlato
col becchino. Lui ci sta aspettando e a quest’ora avrà
già preparato la fossa. Ormai siamo in guerra e non si
potrà più scherzare con la vita. Al cimitero ci verrà
soltanto Gianni per declinare le generalità di sua
moglie al custode. Nessun altro deve venirci dietro. Se
ricominciasse un cannoneggiamento come quello di ieri
sera la vittima non sarebbe più una sola, ma tante. Vi
ringrazio a nome di Gianni e del figlio della vostra
visita e vi prego di uscire subito da questa casa e di
raggiungere in ordine sparso le vostre abitazioni.
Brunero inchiodò la cassa e con l’aiuto di Gianni e di
Aldo la caricò sul carretto.
Rivolto al figlio di Gianni, padre Carlo gli disse:
-Fai una volata da Gagliano e digli che Brunero viene
con me al cimitero.
Partirono tutti, ma quello di Maria fu l’ultimo viaggio
terreno.
Due giorni dopo l’interramento della sua salma venne
proclamato lo sfollamento obbligatorio. Gianni ed il
figlio Aldo non vollero lasciare il paese. Trovarono
rifugio nella casa dei Mazzetti che si trovava nella
medesima via Trento a confine con la campagna. Di notte,
Gianni ed Aldo, come un’altra cinquantina di persone,
andavano a dormire nelle profonde e grandissime cantine
del palazzo di “Bettordino”, posto in via Cesare
Battisti quasi a confine dell’incrocio con via Tea.
Una settimana dopo la liberazione di Fucecchio, saputo
che anche Lucca era stata liberata, Gianni ed il figlio
Aldo andarono in bicicletta a Lucca per informare Lorena
della morte della madre.
Il viaggio di andata andò benissimo. Al ritorno
incapparono in un posto di blocco istituito dai
carabinieri. Gianni ed Aldo vennero fermati.
Quando i due malcapitati dissero che rientravano a
Fucecchio vennero dichiarati in stato di arresto.
- Non sapevate – disse il brigadiere con tono quasi
mussoliniano – che esiste in divieto ben preciso.
Nessuno si può allontanare di oltre dieci chilometri dal
proprio comune.
Inutilmente Gianni, con le lacrime agli occhi, spiegò la
ragione per cui erano venuti a Lucca. Il brigadiere, con
il sussiego tipico degli ignoranti, pronunciò la
fatidica frase dei romani:
- Dura lex, sed lex.
E i due malcapitati fucecchiesi finirono nel carcere di
S. Giorgio a Lucca, noto come carcere per ergastolani.
Vi rimasero per una ventina di giorni. Appena celebrato
il processo, Gianni ed Aldo furono rimessi in libertà e
venne loro rilasciato un permesso cautelativo che li
autorizzava a rientrare a Fucecchio.
La guerra aveva fatto pagare così un doppio biglietto a
Gianni ed Aldo: un lutto incolmabile ed un soggiorno al
limite dell’incredibile nel carcere di Lucca.
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