GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Maria Vivaldi Mannini - la prima vittima dei cannoneggiamenti

 

Mancava un quarto alle ore 22. Gianni era preoccupato perché il suo figlio Aldo, diciassettenne, non era ancora rientrato in casa.
Da qualche minuto aveva lasciato perdere la scarpa sulla quale stava lavorando al lume di candela. Alle dieci di notte scattava il coprifuoco e se i tedeschi lo avessero trovato fuori di casa lo avrebbero punito severamente Si alzò dal dischetto e, con il grembiule da calzolaio, cominciò a spostarsi, in preda ad una incontenibile agitazione, da una parete all’altra della stanza. Anche Maria era in stato di apprensione. Pativa moltissimo nel vedere il suo Gianni così teso e preoccupato. Una pasta d’uomo come lui non meritava certamente le inottemperanze del figlio.
La donna, allora, come era solita fare, si portò davanti alla porta di casa – la cucina e il salotto erano al piano terra – e cominciò a gridare:
- Aldo ! Aldo !
- O non lo vedi che sono qui - le rispose il figlio che se ne stava seduto per terra ad un paio di metri dalla porta per guardare i bagliori delle cannonate che esplodevano in direzione di S. Miniato. La donna si calmò e gli spiegò:
- Babbo non ti vedeva rientrare ed era molto preoccupato perché tra poco scatta l’ora del coprifuoco.
La donna rientrò in casa per rincuorare il suo Gianni. Il bravissimo calzolaio guardò il suo cipollone, constatò che mancavano cinque minuti alle ore 22 e pregò la moglie di richiamare in casa il figliolo.
- O Nino, fai il bravo. Vieni in casa. Babbo ha detto che manc..
Un forte sibilo seguito da un terribile schianto troncò la parola in bocca alla povera Maria. A pochi metri di distanza era scoppiata la prima cannonata che aveva raggiunto Fucecchio in quel lontano 18 luglio 1944. Il fumo acre del proiettile e la nuvola di polvere sollevata dall’esplosione resero irrespirabile l’aria ed impedivano la vista di ogni cosa. Altre cannonate stavano esplodendo nelle zone periferiche del paese. Gianni, appena il polverone si fu dileguato, si affacciò alla finestra divelta dallo spostamento d’aria e chiamò a gran voce:
- Aldo! Aldo! Sei vivo?
- Sì, babbo.
- Sei ferito?
- No, babbo.
- E mamma?
- Non lo so. Non era rientrata in casa prima dell’esplosione?
- Maria! Maria! – gridò ripetutamente Gianni.
Aldo che nel frattempo si era alzato vide il corpo della mamma disteso per terra, a circa tre metri dalla porta di casa.
- Mamma! Mamma! – gridò avvicinandosi al corpo ormai cadaverico.
- E’ morta, babbo. L’ho trovata..
Gianni nel frastuono delle cannonate che ancora tempestavano la campagna vicina, udì le parole del figlio, uscì fuori e vide sua moglie priva di vita.
Gianni ed il figlio invano invocarono soccorso. Infuriava ancora il cannoneggiamento e nessuno aveva il coraggio di uscire.
Si presentò dopo qualche minuto un frate, padre Carlo. Teneva in mano una torcia elettrica. Aveva udito dalla sua cella non lontana le grida di soccorso. Era sceso nell’orto, lo aveva attraversato ed in brevissimo tempo aveva raggiunto la casa di Gianni posta in via Trento.
La luce della torcia comprovò la morte della moglie di Gianni. Il frate che si era munito di stola le impartì l’assoluzione. Poi chiamò per nome le persone del vicinato e le invitò a dargli una mano per sistemare la salma in casa.
Il buon frate, con l’aiuto di altri tre uomini riuscì a distendere la donna sul tavolo del salotto. Solo allora ci si rese conto che una scheggia, penetrata dal viso, le aveva attraversato il cervello.
Dopo che il cadavere della donna era stato adagiato sul tavolo sopraggiunsero alcune pie donne. Pregarono Gianni ed Aldo di andare in cucina, dopodiché sistemarono la salma: le pulirono la faccia ricoperta di sangue, si fecero dare alcuni foulard dal marito e le fasciarono ben bene la testa in parte scoperchiata. Il frate, nel frattempo, si scusò con i presenti, salutò Gianni e Aldo ed uscì per rientrare in convento. Nell’uscire la luce della torcia gli fece scoprire sulla parete del corridoio una piccola massa bianchiccia ancora attaccata all’intonaco. Il frate ritenne opportuno tacere per non drammatizzare ancora di più la situazione.
La salma venne vegliata da Gianni, dal figlio e dalle due signore del vicinato. Gianni non sapeva darsi pace. Com’era possibile che in un attimo sua moglie le fosse stata ghermita per sempre dalla morte?
- Come potrò informare mia figlia Lorena che abita a Lucca? Le poste e i telefoni non funzionano più. E per il funerale come potrò fare?
Le due signore gli suggerirono di chiedere informazioni in comune. Lì di sicuro ci avrebbe trovato qualcuno e lo avrebbero consigliato sul da farsi.
Gianni verso le otto si preparò per andare in comune a denunciare la morte della moglie. Prima di uscire di casa vide appiccicato sulla parete dell’andito un brandello di cervello della sua Maria.
- O donne, venite a vedere! – disse Gianni.
Venne anche il figlio e quando vide quel brandello di cervello inorridì. Le pie donne con stracci bagnati tolsero quel brandello di cervello e lavarono la parete.
Fatti pochi passi, Gianni incontrò in via Trento Anna, la figlia di Bocini Sestilio: piangeva. La ragazza si fermò.
- Povero Gianni! - esclamò e gli si avvinchiò al collo.
- Tra qualche giorno – proseguì la ragazza - toccherà anche a me andare in comune a denunciare la morte del mio babbo.
- Perché? O cosa ti è successo?
- La cannonata che ha ucciso la tua Maria ha tagliato di netto una gamba al mio babbo. Lo abbiamo portato quasi subito all’ospedale. Il professor Baccarini ci ha detto di prepararci al peggio. Non ce la farà a sopravvivere.
Gianni le posò una mano sulla spalla e con la voce rotta dalla commozione le disse:
- Poverina anche te!.
In Comune regnava una grande confusione. Il cannoneggiamento della notte aveva dato il segnale inequivocabile che anche per Fucecchio era cominciata la guerra. Tutti avevano l’obbligo di mettere in salvo la propria vita.
- Per il funerale? Fate come volete. Mettetevi d’accordo col prete e col becchino – rispose l’impiegato.
Gianni era esterrefatto.
Mentre usciva sentì l’impiegato che diceva all’usciere:
- Vai subito dal becchino al camposanto e digli che cominci a preparare vicino al cancello una fossa comune. Se obietta qualcosa digli che questo è un ordine del Commissario, il generale Capecchi.
Il povero Mannini salì per via Gattavaia, poi per Borgo Valori, attraversò piazza Vittorio Veneto, imboccò via S. Giovanni e si fermò nella bottega di Gagliano Guidotti, il marito di Faustina. Gli ordinò una cassa da morto per la sua Maria.
- Gianni, te la faccio portare a casa fra un’oretta dal mio garzone, Brunero.
Il bravo calzolaio si portò poi alla canonica della Collegiata a non più di venti metri di distanza. Bussò. Venne ad aprirgli la perpetua.
- Vorrei parlare con l’arciprete.
Don Giulio Frediani era seduto dietro ad un tavolo intarsiato nel suo studio.
- Non posso fare il funerale. Ormai siamo in guerra. Immagina cosa succederebbe se durante le esequie ricominciasse un cannoneggiamento. L’unica persona che può aiutarti è padre Carlo. Parla con lui e vedrai che ti suggerirà la strada migliore.
Gianni si portò allora in piazza La Vergine. La gente sembrava ammutolita. Nessuno lo guardava. Nessuno gli fece le condoglianze. A testa china le persone camminavano in fretta e rientravano nelle loro abitazioni avendo cura di chiudere le porte.
Il mansueto Mannini tirò la corda della campanella del convento.
- Sia lodato Gesù Cristo - salutò il frate portinaio.
E Gianni:
- Vorrei parlare con padre Carlo.
- Entrate. Ve lo vado a chiamare subito.
Padre Carlo ascoltò con attenzione lo sfortunato Gianni e poi gli disse:
- Senti Gianni, quando viene Brunero con la cassa, digli che mi aspetti in tutte le maniere. Io sarò da voi fra un’ora. Non c’è da perdere un minuto.
Gianni rientrò a casa. Ci trovò tanta gente che era venuta a rendere omaggio alla salma di sua moglie Maria Vivaldi, di 53 anni. La vista di tutti quei visitatori lo commosse e rese più evidente la certezza della sciagura che si era abbattuta sulla sua famigliola. Per la figlia Lorena non c’era stato niente da fare.
- I telefoni non funzionano più; altrimenti avremmo telefonato al comune di Lucca e lo avremmo pregato di informare della disgrazia tua figlia Lorena – gli aveva detto l’impiegato che aveva registrato il decesso della povera Maria.
Padre Carlo, appena il Mannini se ne fu andato, lasciò il convento e di gran carriera andò al cimitero a conferire con il custode.
- Prima di mezzogiorno saremo qui con la salma.
- Ho avuto l’ordine di preparare una grande fossa comune. Come vede ho già cominciato a prepararla. La moglie di quel calzolaio sarà la prima salma che vi verrà sotterrata. Io per quell’ora sarò prontissimo, padre.
Il buon frate, raggiunta piazza La Vergine tirò la cordicella della campanella del Convento e al padre portinaio disse:
- Avverti il guardiano che io andrò a portare un morto, anzi una morta, al cimitero. Rientrerò verso mezzogiorno. Per piacere, porgimi la cotta che ho lasciato costì sul muretto del chiostro.
Davanti alla casa di Gianni padre Carlo vide il carretto e si rallegrò. Brunero lo aveva aspettato. Padre Carlo indossò la cotta bianca, si mise la stola viola ed entrò così vestito nel salotto dove era stata allestita una rudimentale camera ardente. La salma di Maria era già stata collocata dentro la cassa. Padre Carlo fece un cenno a Brunero per fargli capire che lo attendesse e poi cominciò a recitare le preghiere del rito funebre. Al termine chiese a Gianni un po' d’acqua benedetta. Gianni salì in camera e prese la bottiglia d’acqua che ogni anno faceva benedire in chiesa il giorno di Pasqua che allora coincideva con il sabato mattina. Il frate se ne versò un po' sulla mano destra e ci benedisse la salma.
Poi rivolto ai presenti il frate disse:
- Ora il bravo Brunero provvederà a chiudere la cassa ed io e lui la porteremo subito al cimitero. Ho già parlato col becchino. Lui ci sta aspettando e a quest’ora avrà già preparato la fossa. Ormai siamo in guerra e non si potrà più scherzare con la vita. Al cimitero ci verrà soltanto Gianni per declinare le generalità di sua moglie al custode. Nessun altro deve venirci dietro. Se ricominciasse un cannoneggiamento come quello di ieri sera la vittima non sarebbe più una sola, ma tante. Vi ringrazio a nome di Gianni e del figlio della vostra visita e vi prego di uscire subito da questa casa e di raggiungere in ordine sparso le vostre abitazioni.
Brunero inchiodò la cassa e con l’aiuto di Gianni e di Aldo la caricò sul carretto.
Rivolto al figlio di Gianni, padre Carlo gli disse:
-Fai una volata da Gagliano e digli che Brunero viene con me al cimitero.
Partirono tutti, ma quello di Maria fu l’ultimo viaggio terreno.
Due giorni dopo l’interramento della sua salma venne proclamato lo sfollamento obbligatorio. Gianni ed il figlio Aldo non vollero lasciare il paese. Trovarono rifugio nella casa dei Mazzetti che si trovava nella medesima via Trento a confine con la campagna. Di notte, Gianni ed Aldo, come un’altra cinquantina di persone, andavano a dormire nelle profonde e grandissime cantine del palazzo di “Bettordino”, posto in via Cesare Battisti quasi a confine dell’incrocio con via Tea.
Una settimana dopo la liberazione di Fucecchio, saputo che anche Lucca era stata liberata, Gianni ed il figlio Aldo andarono in bicicletta a Lucca per informare Lorena della morte della madre.
Il viaggio di andata andò benissimo. Al ritorno incapparono in un posto di blocco istituito dai carabinieri. Gianni ed Aldo vennero fermati.
Quando i due malcapitati dissero che rientravano a Fucecchio vennero dichiarati in stato di arresto.
- Non sapevate – disse il brigadiere con tono quasi mussoliniano – che esiste in divieto ben preciso. Nessuno si può allontanare di oltre dieci chilometri dal proprio comune.
Inutilmente Gianni, con le lacrime agli occhi, spiegò la ragione per cui erano venuti a Lucca. Il brigadiere, con il sussiego tipico degli ignoranti, pronunciò la fatidica frase dei romani:
- Dura lex, sed lex.
E i due malcapitati fucecchiesi finirono nel carcere di S. Giorgio a Lucca, noto come carcere per ergastolani.
Vi rimasero per una ventina di giorni. Appena celebrato il processo, Gianni ed Aldo furono rimessi in libertà e venne loro rilasciato un permesso cautelativo che li autorizzava a rientrare a Fucecchio.
La guerra aveva fatto pagare così un doppio biglietto a Gianni ed Aldo: un lutto incolmabile ed un soggiorno al limite dell’incredibile nel carcere di Lucca.

 

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