GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Un sogno : La torre di Castruccio
racconto di Tommaso Corsi

 

All'alba della mia vita, dalla via Mistieta ove io nacqui, i primi panorami che si presentarono ai miei occhi furono quelli delle apriche colline di S. Miniato e S.Romano; indi quelli dei Monti Pisani il cui Monte Serra, alto 917 metri, ha il profilo di un'immensa tartaruga, profilo che è rimasto indelebilmente scolpito nella mia mente. Sulla destra dei Monti pisani ammiravo il profilo delle Alpi Apuane con la punta aguzza del monte Pania della Croce (1858 metri), molto bello d'inverno con il pendio ripido, verso sud, ammantato di neve. Ancora a destra, l'Appennino Tosco-Emiliano seguìto dal verdeggiante Monte Albano con i suoi 627 metri di altitudine.
Ma il panorama che più mi colpiva, e sul quale mi soffermavo a lungo, era quello del Colle, per me sacro, sul quale si adagia dolcemente il paese di Fucecchio. Partendo da sinistra, osservavo le case della Ferruzza, poi la chiesetta omonima con alle spalle una caratteristica costruzione antica recentemente ristrutturata, e più in alto la famosa torre di S. Andrea che mi appariva sotto forma di severo guerriero in atto di vegliare, diuturnamente, le case e le persone esistenti sul dorso della collina. Seguivano poi, all'estrema destra, le sagome a me tanto care della Collegiata con l'attigua torre campanaria ed infine la chiesa di S.Salvatore o delle monache. Rapidamente tornavo ad osservare la Torre di S. Andrea e immaginavo di essere sull'alto di essa e di spingere lo sguardo lontano lontano, verso altre terre che avrei visitato nel corso della mia vita.
Avevo sei anni e non ero mai stato portato nel paese alto di Fucecchio: quindi non avevo mai visto la Torre da vicino.
Nell'autunno del 1912 i miei genitori decisero di mandarmi a scuola da una maestra privata, abitante nel paese alto. E così, per la prima volta, con mia madre, passai attraverso quella porta della quale non avevo mai neppure sentito parlare. La meraviglia fu immensa. Quella Torre, così possente, e quella grandissima porta destarono in me una sensazione che non ho più dimenticato. L'altare che vi veniva costruito ogni anno in occasione della festa del Corpus Domini mi attraeva in modo particolare, tanto da farmi soffermare sul posto per alcune ore.
Passarono gli anni, tanti anni. Le vicende della vita mi portarono lontano dalla casa paterna; venne la guerra; vi furono tanti morti e tante sofferenze. I paesi e le città subirono tremendi bombardamenti.
Ponti e torri vennero distrutti con la dinamite dei tedeschi. Ed anche la mia bella e cara Torre di S.Andrea fu ridotta ad un cumulo di macerie.
Dopo tre giorni di avventuroso e pericoloso viaggio in bicicletta, da Roma giunsi a Fucecchio. Eravamo nel dicembre del 1944. Il bel ponte sull'Arno non esisteva più. Una parte dei bei platani del Viale verso il paese erano stati anch'essi abbattuti con l'esplosivo e giacevano a terra dando un senso di sgomento e di tristezza. Salii trepidante la via della Ferruzza. Un fremito percorse la mia persona. Quel vuoto pauroso lasciato dalla Torre mi scosse. Mi fermai a lungo, a capo chino, su quelle macerie. E piansi. Là, verso l'Appennino si combatteva ancora. Il rombo delle cannonate giungeva ai miei orecchi.
I morti della guerra dormono il loro sonno eterno; i parenti sopravvissuti li piangono ancora e li piangeranno sempre; gli amici e i cittadini tutti li onoreranno in modo esemplare. Malgrado tutto, la vita continua.
Il ponte sull'Arno è stato ricostruito; i vecchi platani abbattuti sono stati sostituiti da altre giovani piante; le brecce e le devastazioni subite dagli edifici del paese sono state risanate servendosi anche delle macerie della torre di S. Andrea. E di questa non è restato che il ricordo di pochi. Molti cittadini di Fucecchio non l'hanno mai veduta.
Immagina, tu, Mario, l'emozione che ho provato leggendo le tue notizie, riguardanti la eventuale probabile ricostruzione della Torre, a cura della Contrada di S. Andrea.
E io mantengo la mia promessa.
Quando la Torre raggiungerà, e Dio lo voglia al più presto, i due metri di altezza, io consegnerò a persona autorizzata (tramite tuo) la somma di lire cinque milioni. All'inaugurazione della Torre salirò, se me lo permetteranno, sull'alto di essa e in tua presenza consegnerò alla persona incaricata la somma di dieci milioni. Se il mio fisico non mi permetterà di salire le scale sarò sostituito da uno dei miei figli.
Ché il Cielo ci protegga e che Fucecchio possa essere contemplato con lo stesso profilo di quando eravamo ragazzi e come lo videro i nostri antenati dalla pianura Samo, cioè con la sua possente Torre.
Roma, 7 luglio 1990



Voglia Iddio che i miei occhi, prima di chiudersi a questa vita terrena, possano ammirare ancora il panorama di Fucecchio, dalla via Mistieta, dove sono nato, con la bella torre ricostruita. Come ti ho detto per telefono la somma dei quindici milioni che io ho destinato alla ricostruzione di questo antico monumento nazionale, desidero che non sia giudicato dai miei concittadini come un gesto di superbia o di ricchezza. Bando a tutto questo! Io sono un comune pensionato che ha qualche risparmio. I miei figli non hanno bisogno del mio aiuto finanziario. Messi al corrente del mio desiderio, hanno dimostrato di esserne orgogliosi.
I miei occhi, fin dai primi anni di vita, si posarono sul panorama del nostro amato paese con quella bella Torre. E sulle rovine di questa Torre piansi a lungo con calde lacrime che caddero su quei sacri mattoni spezzati.
Ero appena giunto da Roma, dopo tre perigliosi giorni trascorsi con la bicicletta sul tracciato della Via Aurelia, priva di ponti, per cui parecchi chilometri dovetti farli a piedi, alcuni tratti con la bicicletta in spalla tra il fango, col pericolo costante di essere portato in un campo di concentramento, in quanto in quei giorni di occupazione Alleata, nessuno poteva allontanarsi dal proprio domicilio di soli dodici chilometri. Ed io, in quelle condizioni, ne feci 360 di chilometri.
A Cecina entrai in zona di guerra e da lì cominciai a udire il rombo dei cannoni che sparavano dai contrafforti dell'Appennino Pistoiese.
Naturalmente le prime lacrime furono da me versate nell'abbraccio con gli adorati genitori che non rivedevo da lunghi e penosi due anni. Queste furono lacrime di gioia, ma ben altre lacrime amare mi aspettavano.
Il giorno successivo al mio arrivo, di buon mattino, m'incamminai su per la salita della via della Ferruzza col nodo alla gola immaginando il desolante spettacolo che, di lì a poco, si sarebbe presentato ai miei occhi.
Quel vuoto spaventoso che vidi mi atterrì: mi è rimasto impresso nella mente e vi rimarrà per tutta la vita.
Confusamente, tra gli occhi lacrimosi, vidi un mio compagno d'infanzia, Giuseppe Santini, che caricava sul proprio carretto a mano parte di quei mattoni. Chiestogli dove li portasse, mi rispose che la guerra gli aveva distrutto un'ala della sua casa e quei mattoni gli servivano per la ricostruzione.
Quante volte io e questo Giuseppe, da ragazzi, eravamo passati correndo attraverso la grande porta della Torre; ed ora con un carretto portava a casa sua una parte di quei mattoni.
Il nostro quotidiano passaggio da quella porta era dovuto al fatto che entrambi frequentavamo la terza classe elementare e che la nostra aula era in una stanza, al primo piano, dell'edificio un tempo adibito ad Asilo Infantile ed oggi a sede dell'amministrazione del locale ospedale. Nella nostra bella scuola di Piazza XX Settembre vi erano accasermati, in quegli anni della guerra 1915-1918, i militari, i quali venivano inviati al fronte dopo un breve periodo d'istruzione.

Roma 18 febbraio 1992

Tommaso Corsi

 

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