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All'alba della mia vita, dalla via Mistieta ove io
nacqui, i primi panorami che si presentarono ai miei
occhi furono quelli delle apriche colline di S. Miniato
e S.Romano; indi quelli dei Monti Pisani il cui Monte
Serra, alto 917 metri, ha il profilo di un'immensa
tartaruga, profilo che è rimasto indelebilmente scolpito
nella mia mente. Sulla destra dei Monti pisani ammiravo
il profilo delle Alpi Apuane con la punta aguzza del
monte Pania della Croce (1858 metri), molto bello
d'inverno con il pendio ripido, verso sud, ammantato di
neve. Ancora a destra, l'Appennino Tosco-Emiliano
seguìto dal verdeggiante Monte Albano con i suoi 627
metri di altitudine.
Ma il panorama che più mi colpiva, e sul quale mi
soffermavo a lungo, era quello del Colle, per me sacro,
sul quale si adagia dolcemente il paese di Fucecchio.
Partendo da sinistra, osservavo le case della Ferruzza,
poi la chiesetta omonima con alle spalle una
caratteristica costruzione antica recentemente
ristrutturata, e più in alto la famosa torre di S.
Andrea che mi appariva sotto forma di severo guerriero
in atto di vegliare, diuturnamente, le case e le persone
esistenti sul dorso della collina. Seguivano poi,
all'estrema destra, le sagome a me tanto care della
Collegiata con l'attigua torre campanaria ed infine la
chiesa di S.Salvatore o delle monache. Rapidamente
tornavo ad osservare la Torre di S. Andrea e immaginavo
di essere sull'alto di essa e di spingere lo sguardo
lontano lontano, verso altre terre che avrei visitato
nel corso della mia vita.
Avevo sei anni e non ero mai stato portato nel paese
alto di Fucecchio: quindi non avevo mai visto la Torre
da vicino.
Nell'autunno del 1912 i miei genitori decisero di
mandarmi a scuola da una maestra privata, abitante nel
paese alto. E così, per la prima volta, con mia madre,
passai attraverso quella porta della quale non avevo mai
neppure sentito parlare. La meraviglia fu immensa.
Quella Torre, così possente, e quella grandissima porta
destarono in me una sensazione che non ho più
dimenticato. L'altare che vi veniva costruito ogni anno
in occasione della festa del Corpus Domini mi attraeva
in modo particolare, tanto da farmi soffermare sul posto
per alcune ore.
Passarono gli anni, tanti anni. Le vicende della vita mi
portarono lontano dalla casa paterna; venne la guerra;
vi furono tanti morti e tante sofferenze. I paesi e le
città subirono tremendi bombardamenti.
Ponti e torri vennero distrutti con la dinamite dei
tedeschi. Ed anche la mia bella e cara Torre di S.Andrea
fu ridotta ad un cumulo di macerie.
Dopo tre giorni di avventuroso e pericoloso viaggio in
bicicletta, da Roma giunsi a Fucecchio. Eravamo nel
dicembre del 1944. Il bel ponte sull'Arno non esisteva
più. Una parte dei bei platani del Viale verso il paese
erano stati anch'essi abbattuti con l'esplosivo e
giacevano a terra dando un senso di sgomento e di
tristezza. Salii trepidante la via della Ferruzza. Un
fremito percorse la mia persona. Quel vuoto pauroso
lasciato dalla Torre mi scosse. Mi fermai a lungo, a
capo chino, su quelle macerie. E piansi. Là, verso
l'Appennino si combatteva ancora. Il rombo delle
cannonate giungeva ai miei orecchi.
I morti della guerra dormono il loro sonno eterno; i
parenti sopravvissuti li piangono ancora e li
piangeranno sempre; gli amici e i cittadini tutti li
onoreranno in modo esemplare. Malgrado tutto, la vita
continua.
Il ponte sull'Arno è stato ricostruito; i vecchi platani
abbattuti sono stati sostituiti da altre giovani piante;
le brecce e le devastazioni subite dagli edifici del
paese sono state risanate servendosi anche delle macerie
della torre di S. Andrea. E di questa non è restato che
il ricordo di pochi. Molti cittadini di Fucecchio non
l'hanno mai veduta.
Immagina, tu, Mario, l'emozione che ho provato leggendo
le tue notizie, riguardanti la eventuale probabile
ricostruzione della Torre, a cura della Contrada di S.
Andrea.
E io mantengo la mia promessa.
Quando la Torre raggiungerà, e Dio lo voglia al più
presto, i due metri di altezza, io consegnerò a persona
autorizzata (tramite tuo) la somma di lire cinque
milioni. All'inaugurazione della Torre salirò, se me lo
permetteranno, sull'alto di essa e in tua presenza
consegnerò alla persona incaricata la somma di dieci
milioni. Se il mio fisico non mi permetterà di salire le
scale sarò sostituito da uno dei miei figli.
Ché il Cielo ci protegga e che Fucecchio possa essere
contemplato con lo stesso profilo di quando eravamo
ragazzi e come lo videro i nostri antenati dalla pianura
Samo, cioè con la sua possente Torre.
Roma, 7 luglio 1990
Voglia Iddio che i miei occhi, prima di chiudersi a
questa vita terrena, possano ammirare ancora il panorama
di Fucecchio, dalla via Mistieta, dove sono nato, con la
bella torre ricostruita. Come ti ho detto per telefono
la somma dei quindici milioni che io ho destinato alla
ricostruzione di questo antico monumento nazionale,
desidero che non sia giudicato dai miei concittadini
come un gesto di superbia o di ricchezza. Bando a tutto
questo! Io sono un comune pensionato che ha qualche
risparmio. I miei figli non hanno bisogno del mio aiuto
finanziario. Messi al corrente del mio desiderio, hanno
dimostrato di esserne orgogliosi.
I miei occhi, fin dai primi anni di vita, si posarono
sul panorama del nostro amato paese con quella bella
Torre. E sulle rovine di questa Torre piansi a lungo con
calde lacrime che caddero su quei sacri mattoni
spezzati.
Ero appena giunto da Roma, dopo tre perigliosi giorni
trascorsi con la bicicletta sul tracciato della Via
Aurelia, priva di ponti, per cui parecchi chilometri
dovetti farli a piedi, alcuni tratti con la bicicletta
in spalla tra il fango, col pericolo costante di essere
portato in un campo di concentramento, in quanto in quei
giorni di occupazione Alleata, nessuno poteva
allontanarsi dal proprio domicilio di soli dodici
chilometri. Ed io, in quelle condizioni, ne feci 360 di
chilometri.
A Cecina entrai in zona di guerra e da lì cominciai a
udire il rombo dei cannoni che sparavano dai
contrafforti dell'Appennino Pistoiese.
Naturalmente le prime lacrime furono da me versate
nell'abbraccio con gli adorati genitori che non rivedevo
da lunghi e penosi due anni. Queste furono lacrime di
gioia, ma ben altre lacrime amare mi aspettavano.
Il giorno successivo al mio arrivo, di buon mattino,
m'incamminai su per la salita della via della Ferruzza
col nodo alla gola immaginando il desolante spettacolo
che, di lì a poco, si sarebbe presentato ai miei occhi.
Quel vuoto spaventoso che vidi mi atterrì: mi è rimasto
impresso nella mente e vi rimarrà per tutta la vita.
Confusamente, tra gli occhi lacrimosi, vidi un mio
compagno d'infanzia, Giuseppe Santini, che caricava sul
proprio carretto a mano parte di quei mattoni.
Chiestogli dove li portasse, mi rispose che la guerra
gli aveva distrutto un'ala della sua casa e quei mattoni
gli servivano per la ricostruzione.
Quante volte io e questo Giuseppe, da ragazzi, eravamo
passati correndo attraverso la grande porta della Torre;
ed ora con un carretto portava a casa sua una parte di
quei mattoni.
Il nostro quotidiano passaggio da quella porta era
dovuto al fatto che entrambi frequentavamo la terza
classe elementare e che la nostra aula era in una
stanza, al primo piano, dell'edificio un tempo adibito
ad Asilo Infantile ed oggi a sede dell'amministrazione
del locale ospedale. Nella nostra bella scuola di Piazza
XX Settembre vi erano accasermati, in quegli anni della
guerra 1915-1918, i militari, i quali venivano inviati
al fronte dopo un breve periodo d'istruzione.
Roma 18 febbraio 1992
Tommaso Corsi
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