GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

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Luglio 1944: la guerra arriva anche alla Torre

 

La pastorale di don Giuseppe non poteva ignorare i disagi ed i pericoli della guerra che, dopo tre anni di insuccessi e dopo la caduta temporanea del Fascismo del 25 luglio 1943, compì una svolta di 360 gradi l’8 settembre 1943.
I Tedeschi, nostri alleati fino all’ 8 settembre 1943, divennero, per decisione del Governo Italiano, nostri nemici. Ci fu in Italia uno sbandamento generale. Molti soldati torrigiani, dopo l’8 settembre, attraverso pellegrinaggi davvero avventurosi rientrarono nelle proprie abitazioni. L’esercito tedesco occupò tutta l’Italia peninsulare, visto che la Sicilia era già stata occupata dagli Alglo-Americani che ora noi chiamavamo Alleati. La polizia della Repubblica di Salò, costituita dal redivivo Benito Mussolini liberato dai Tedeschi, dava la caccia ai soldati ritornati dal fronte e ai renitenti alla leva che si erano imboscati nelle Cerbaie e nel Padule.
Nel 1944 la situazione peggiorò ulteriormente allorché il fronte di guerra, all’inizio dell’estate, si attestò sull’Arno. Il territorio comunale di Fucecchio pullulava in ogni parte di soldati tedeschi. In previsione di una offensiva angloamericana, i tedeschi avevano minato Ponti, piante secolari, torri, edifici che, crollati, avrebbero ritardato l’avanzata dell’Armata dei cosiddetti Liberatori.
Il 21 luglio, dopo i ripetuti cannoneggiamenti americani che avevano mietuto vittime e distruzioni nel paese di Fucecchio, il Comando delle forze tedesche che operava nel nostro Comune decretò lo sfollamento di tutta la popolazione del capoluogo. Nel primo pomeriggio si verificò l’esodo di tutta la popolazione di Fucecchio. Molte famiglie si fermarono nel Padulino, quello compreso fra il Ponte del Cioni e Stabbia; altre proseguirono in direzione di Torre; altre ancora verso Massarella; altre deviarono sulle colline di Cerreto Guidi.
Tutte la case coloniche di Torre dovettero ospitare una, due, tre e perfino dieci famiglie di fucecchiesi.
Ma anche Torre non venne risparmiata dalle cannonate. Fin dalla prima sera dello sfollamento, proprio a Torre trovò la morte un fucecchiese: Gualtiero Pascucci. Nelle ville di Torre si trovavano nuclei di ufficiali tedeschi, in maggioranza di origine austriaca.
Fortunatamente scattò nel cuore dei torrigiani, sempre diffidenti, la molla della solidarietà nei confronti dei Fucecchiesi che erano privi di tutto.
Don Giuseppe ed Ada si prodigarono per convincere i parrocchiani ad aprire le loro case, le loro cascine, le loro stalle, le loro dispense, i loro rifugi che permisero il salvataggio di numerose persone.
Ebbene, anche in questa emergenza così grave e pericolosa, don Giuseppe Mainardi continuò imperterrito a celebrare ogni mattina la S. Messa.
La mitezza e la lealtà del priore furono molto apprezzate dagli ufficiali tedeschi. Essi avvisarono don Giuseppe che avrebbero minato e distrutto il campanile e la chiesa.
- Aiutatemi a salvare almeno le campane – chiese al tenente con il quale aveva stabilito una certa intesa.
Il tenete austriaco, per dimostrare che quanto faceva dipendeva esclusivamente dalle direttive dei Comandi superiori, ordinò ai suoi soldati di scendere a terra le campane. Un sabato della prima decade di agosto don Giuseppe venne convocato nella piazzetta della chiesa dal tenente che aveva salvato le campane del campanile. Insieme al tenente c’erano sette ostaggi torrigiani. Il tenente gli spiegò:
- Uno sfollato mi ha rubato l’orologio da polso che mi ero temporaneamente tolto mentre mi rinfrescavo la faccia. Se questo orologio non mi verrà riconsegnato entro domani sera questi sette ostaggi verranno mandati in Germania.
Don Giuseppe non batté ciglio. Assicurò soltanto l’ufficiale che avrebbe fatto di tutto per ritrovare l’orologio. Il priore si allontanò e , prima di rientrare in canonica, raccontò il fatto ad un paio di torrigiani.
- Sicuramente, l’autore del furto è quello sfollato livornese che si trova presso la famiglia…………..
Don Giuseppe, ritornò indietro, imboccò la strada che portava alla casa della famiglia indicatagli, individuò lo sfollato livornese, lo invitò con un gesto come per dirgli che aveva bisogno di parlare con lui.
- Davanti alla chiesa, in questo momento – esordì il priore – ci sono sette ostaggi in mano del tenente austriaco a cui tu hai rubato l’orologio. Se l’orologio non verrà restituito, domani sera quei sette verranno spediti in un campo di concentramento in Germania. Perciò senza fare tante storie, restituiscimelo, ché poi ci andrò io a restituirlo al tedesco.
Il livornese finse di scandalizzarsi. E don Giuseppe:
- Vergognati! Ti hanno visto due miei parrocchiani.
Lo sfollato livornese si arrese. Confessò di averlo nascosto nel campo che era alle spalle del priore e precisamente accanto al pioppo ai piedi del quale erano cresciuti dei fiori di campo.
- Ci vada lei, signor priore. Se mi vedono, potrebbero linciarmi. E’ avvolto in un pezzo di carta di giornale.
Don Giuseppe recuperò l’orologio, lo riconsegnò al buon tenente che aveva aiutato i torrigiani in moltissime occasioni e subito i sette ostaggi vennero rilasciati. Sei anni dopo, nel 1950, a conferma dei rapporti cordiali che aveva stabilito con il priore e i Torrigiani, il tenente ritornò in Italia per venire a ritrovare il priore e alcune famiglie di Torrigiani.
Anche Torre ebbe le sue vittime civili. Don Giuseppe assicurò ad ognuna di esse il rito funebre e le accompagnò fino al cimitero anche se dovettero trasportarcele con un semplice carretto anziché col carro funebre.
Poco dopo l’alba della domenica 20 agosto, pattuglie tedesche di stanza fuori del comune di Fucecchio effettuarono un rastrellamento in grande stile e gli oltre duecento catturati vennero incolonnati lungo la salita di Caino. Questa volta don Giuseppe non poté nemmeno uscire allo scoperto altrimenti anche lui sarebbe potuto cadere nella rete come ci erano caduti l’avvocato Egisto Lotti e suo figlio, l’ispettore Tommaso Marradi, il portalettere Alfredo Soldaini.
Il 23 agosto 1944 venne percepito anche a Torre l’eco dell’orribile strage che i tedeschi ordirono nel Padule di Fucecchio.
Prima di abbandonare la Torre, il 31 agosto 1944, il campanile e la chiesa vennero irrimediabilmente distrutti. Don Giuseppe, imperterrito, continuò a celebrare quotidianamente la S. Messa nel salone della Misericordia poco distante dalla chiesa.
Il 2 settembre tutti gli sfollati fucecchiesi, fatti i debiti ringraziamenti, ritornarono nel capoluogo sebbene quasi tutte le loro abitazioni avessero subito gravi danneggiamenti. Torre tornò a respirare.
Gli ultimi mesi del 1944 ed anche i primi del 1945 furono mesi bollenti. Ai lutti e alle distruzioni della guerra fecero seguito le vendette e le ritorsioni di quanti avevano subito soprusi, ingiustizie e violenze dai fascisti e dai repubblichini costituitisi dopo il 23 settembre 1943. Don Giuseppe si trovò fra due fuochi: da una parte gli ex fascisti che invocavano la sua protezione; dall’altra i rappresentanti del Comitato di Liberazione che pretendevano la delazione dei nominativi delle persone compromesse con il passato regime.


 

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