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La
pastorale di don Giuseppe non poteva ignorare i disagi
ed i pericoli della guerra che, dopo tre anni di
insuccessi e dopo la caduta temporanea del Fascismo del
25 luglio 1943, compì una svolta di 360 gradi l’8
settembre 1943.
I Tedeschi, nostri alleati fino all’ 8 settembre 1943,
divennero, per decisione del Governo Italiano, nostri
nemici. Ci fu in Italia uno sbandamento generale. Molti
soldati torrigiani, dopo l’8 settembre, attraverso
pellegrinaggi davvero avventurosi rientrarono nelle
proprie abitazioni. L’esercito tedesco occupò tutta
l’Italia peninsulare, visto che la Sicilia era già stata
occupata dagli Alglo-Americani che ora noi chiamavamo
Alleati. La polizia della Repubblica di Salò, costituita
dal redivivo Benito Mussolini liberato dai Tedeschi,
dava la caccia ai soldati ritornati dal fronte e ai
renitenti alla leva che si erano imboscati nelle Cerbaie
e nel Padule.
Nel 1944 la situazione peggiorò ulteriormente allorché
il fronte di guerra, all’inizio dell’estate, si attestò
sull’Arno. Il territorio comunale di Fucecchio pullulava
in ogni parte di soldati tedeschi. In previsione di una
offensiva angloamericana, i tedeschi avevano minato
Ponti, piante secolari, torri, edifici che, crollati,
avrebbero ritardato l’avanzata dell’Armata dei
cosiddetti Liberatori.
Il 21 luglio, dopo i ripetuti cannoneggiamenti americani
che avevano mietuto vittime e distruzioni nel paese di
Fucecchio, il Comando delle forze tedesche che operava
nel nostro Comune decretò lo sfollamento di tutta la
popolazione del capoluogo. Nel primo pomeriggio si
verificò l’esodo di tutta la popolazione di Fucecchio.
Molte famiglie si fermarono nel Padulino, quello
compreso fra il Ponte del Cioni e Stabbia; altre
proseguirono in direzione di Torre; altre ancora verso
Massarella; altre deviarono sulle colline di Cerreto
Guidi.
Tutte la case coloniche di Torre dovettero ospitare una,
due, tre e perfino dieci famiglie di fucecchiesi.
Ma anche Torre non venne risparmiata dalle cannonate.
Fin dalla prima sera dello sfollamento, proprio a Torre
trovò la morte un fucecchiese: Gualtiero Pascucci. Nelle
ville di Torre si trovavano nuclei di ufficiali
tedeschi, in maggioranza di origine austriaca.
Fortunatamente scattò nel cuore dei torrigiani, sempre
diffidenti, la molla della solidarietà nei confronti dei
Fucecchiesi che erano privi di tutto.
Don Giuseppe ed Ada si prodigarono per convincere i
parrocchiani ad aprire le loro case, le loro cascine, le
loro stalle, le loro dispense, i loro rifugi che
permisero il salvataggio di numerose persone.
Ebbene, anche in questa emergenza così grave e
pericolosa, don Giuseppe Mainardi continuò imperterrito
a celebrare ogni mattina la S. Messa.
La mitezza e la lealtà del priore furono molto
apprezzate dagli ufficiali tedeschi. Essi avvisarono don
Giuseppe che avrebbero minato e distrutto il campanile e
la chiesa.
- Aiutatemi a salvare almeno le campane – chiese al
tenente con il quale aveva stabilito una certa intesa.
Il tenete austriaco, per dimostrare che quanto faceva
dipendeva esclusivamente dalle direttive dei Comandi
superiori, ordinò ai suoi soldati di scendere a terra le
campane. Un sabato della prima decade di agosto don
Giuseppe venne convocato nella piazzetta della chiesa
dal tenente che aveva salvato le campane del campanile.
Insieme al tenente c’erano sette ostaggi torrigiani. Il
tenente gli spiegò:
- Uno sfollato mi ha rubato l’orologio da polso che mi
ero temporaneamente tolto mentre mi rinfrescavo la
faccia. Se questo orologio non mi verrà riconsegnato
entro domani sera questi sette ostaggi verranno mandati
in Germania.
Don Giuseppe non batté ciglio. Assicurò soltanto
l’ufficiale che avrebbe fatto di tutto per ritrovare
l’orologio. Il priore si allontanò e , prima di
rientrare in canonica, raccontò il fatto ad un paio di
torrigiani.
- Sicuramente, l’autore del furto è quello sfollato
livornese che si trova presso la famiglia…………..
Don Giuseppe, ritornò indietro, imboccò la strada che
portava alla casa della famiglia indicatagli, individuò
lo sfollato livornese, lo invitò con un gesto come per
dirgli che aveva bisogno di parlare con lui.
- Davanti alla chiesa, in questo momento – esordì il
priore – ci sono sette ostaggi in mano del tenente
austriaco a cui tu hai rubato l’orologio. Se l’orologio
non verrà restituito, domani sera quei sette verranno
spediti in un campo di concentramento in Germania.
Perciò senza fare tante storie, restituiscimelo, ché poi
ci andrò io a restituirlo al tedesco.
Il livornese finse di scandalizzarsi. E don Giuseppe:
- Vergognati! Ti hanno visto due miei parrocchiani.
Lo sfollato livornese si arrese. Confessò di averlo
nascosto nel campo che era alle spalle del priore e
precisamente accanto al pioppo ai piedi del quale erano
cresciuti dei fiori di campo.
- Ci vada lei, signor priore. Se mi vedono, potrebbero
linciarmi. E’ avvolto in un pezzo di carta di giornale.
Don Giuseppe recuperò l’orologio, lo riconsegnò al buon
tenente che aveva aiutato i torrigiani in moltissime
occasioni e subito i sette ostaggi vennero rilasciati.
Sei anni dopo, nel 1950, a conferma dei rapporti
cordiali che aveva stabilito con il priore e i
Torrigiani, il tenente ritornò in Italia per venire a
ritrovare il priore e alcune famiglie di Torrigiani.
Anche Torre ebbe le sue vittime civili. Don Giuseppe
assicurò ad ognuna di esse il rito funebre e le
accompagnò fino al cimitero anche se dovettero
trasportarcele con un semplice carretto anziché col
carro funebre.
Poco dopo l’alba della domenica 20 agosto, pattuglie
tedesche di stanza fuori del comune di Fucecchio
effettuarono un rastrellamento in grande stile e gli
oltre duecento catturati vennero incolonnati lungo la
salita di Caino. Questa volta don Giuseppe non poté
nemmeno uscire allo scoperto altrimenti anche lui
sarebbe potuto cadere nella rete come ci erano caduti
l’avvocato Egisto Lotti e suo figlio, l’ispettore
Tommaso Marradi, il portalettere Alfredo Soldaini.
Il 23 agosto 1944 venne percepito anche a Torre l’eco
dell’orribile strage che i tedeschi ordirono nel Padule
di Fucecchio.
Prima di abbandonare la Torre, il 31 agosto 1944, il
campanile e la chiesa vennero irrimediabilmente
distrutti. Don Giuseppe, imperterrito, continuò a
celebrare quotidianamente la S. Messa nel salone della
Misericordia poco distante dalla chiesa.
Il 2 settembre tutti gli sfollati fucecchiesi, fatti i
debiti ringraziamenti, ritornarono nel capoluogo sebbene
quasi tutte le loro abitazioni avessero subito gravi
danneggiamenti. Torre tornò a respirare.
Gli ultimi mesi del 1944 ed anche i primi del 1945
furono mesi bollenti. Ai lutti e alle distruzioni della
guerra fecero seguito le vendette e le ritorsioni di
quanti avevano subito soprusi, ingiustizie e violenze
dai fascisti e dai repubblichini costituitisi dopo il 23
settembre 1943. Don Giuseppe si trovò fra due fuochi: da
una parte gli ex fascisti che invocavano la sua
protezione; dall’altra i rappresentanti del Comitato di
Liberazione che pretendevano la delazione dei nominativi
delle persone compromesse con il passato regime.
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