GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Giuseppe Fanciullacci, la 139a vittima civile fucecchiese

 

L’arrivo a Fucecchio di Beppe del Fanciullacci e della sua famiglia nel 1937

Da pochi minuti la martinella dell’orologio della Collegiata aveva suonato i nove rintocchi del mattino quando un carro agricolo stracarico di masserizie trainato da una vacca fece il suo ingresso in Via Valdarnese, oggi Mario Bracci. E dietro al carro sei persone adulte coperte di abiti stracci nonostante il freddo molto crudo. La via sembrava deserta. Vi entrò soltanto da via Castruccio la “Ricciola” che aveva acquistato il pane nella locanda di Corinna della Tilde, a tre passi da via Valdarnese. La “Ricciola” osservò incuriosita l’arrivo di quel gruppo di forestieri ed immediatamente diede l’avvio al passaparola non appena fu entrata in casa.

Il capoccio di quella famiglia giunta in Valdarnese, 60 anni, cappello in testa e bicicletta nera da uomo a mano, ordinò al conducente di fermare il carro appena ebbe percorso la metà della via. In un amen le forti braccia di Gino, di Dante e di Duilio scaricarono le masserizie e le introdussero nell’appartamento preso in affitto. La massaia, Bianca Romoli, e la figlia Evelina, non stettero con le mani in mano: portarono in casa i canestri con le stoviglie e con gli alimenti e le balle con la brace ed il carbone.

Maggina Bianconi, ancora nubile, aveva raccolto il messaggio della Ricciola. Immediatamente si portò in strada e trovatasi di fronte a Gino, ventinovenne dai capelli rossi raccolti in mascagna, gli chiese:

- O da dove venite?

- Da Cerreto Guidi.

- E perché siete venuti qui a Fucecchio?

- Perché il poderino , a Cerreto Guidi, non ci dava nemmeno da mangiare.

- E qui cosa intendete fare?

- Babbo sa fare anche il calzolaio. Noi siamo disposti a fare qualsiasi mestiere pur di guadagnare qualche soldo. Mia sorella Evelina ed anche mamma sono dispostissime ad andare a servizio in casa di qualche signore.

- Mah! Non sarà facile trovare un posto di lavoro. Comunque, io, come vedi, abito qui. Sei hai bisogno di qualcosa, puoi chiamarmi. Mi chiamo Maggina.

- A dire il vero – proseguì Gino – io avrei bisogno di due cose: vorrei accasarmi e dedicarmi ad un lavoro che non mi facesse mancare un boccone.

E Maggina:

- Qui a Fucecchio di donne in attesa di un marito ce ne sono tante davvero. Non avrai che l’imbarazzo della scelta. Per il posto di lavoro ti do un solo suggerimento: non scegliere di fare il calzolaio. Quasi tutti i calzolai lavorano soltanto sei o sette mesi per anno Gli altri son mesi di disoccupazione. Qualcuno si adatta a fare il ciabattino, ma guadagna pochissimo.

-O Maggina, invece di stare a chiacchierare, vieni su in casa ad aiutarmi a far da mangiare - gridò dalla finestra Teresina, la madre di Maggina.

“Questa trovata è proprio bella! – pensò Maggina – A mezzogiorno si mangia soltanto la pietanza. E di sicuro ci saranno i fagioli o i ceci. Mah!”



L’incontro di Beppe Fanciullacci con Bozzolino


Dopo appena una settimana tutti gli insuesi di Valdarnese avevano preso confidenza con i sei Fanciullacci. Bozzolino, poi, grande frequentatore delle campagne di Cerreto Guidi aveva già conosciuto il capoccio Beppe Fanciullacci qualche anno fa. Era stato proprio Fiore Lotti (Bozzolino) ad informarlo che in Valdarnese c’era una casa sfitta e che i suoi quattro figli avrebbero potuto benissimo accasarsi a Fucecchio. Di lavoro – lo aveva avvertito – ce n’era poco, pochissimo. Lui ed i figli sarebbero potuti andare ad “opra” nei poderi delle nostre campagne.

Quella domenica mattina Beppe Fanciullaci, verso le ore 9, uscì di casa e si diresse verso via Castruccio. Usciva di casa in quel momento anche Fiore Lotti detto Bozzolino.

Il Fanciullacci lo chiamò. Fiore si volse, aspettò Beppe e gli chiese:

- Allora come ti ci trovi qui, a Fucecchio?

- Molto meglio che a Cerreto. Un contadino dell’Opera Pia mi ha preso ad“opra” (giornata di lavoro) per una quindicina di giorni. Appena avrò finito da lui andrò da un contadino della Fattoria Nieri.

- E i figlioli? – incalzò Bozzolino, alto quanto un soldo di cacio, leggermente claudicante e con un cappellaccio in testa sulle ventitre.

- Gino e Dante, forse, si dedicheranno ad un mestiere nuovo. Glielo ha suggerito un certo Bianconi. Andranno ai mercati a vendere gli scampoli di stoffa. Per ora vanno con il Bianconi per fare un po’ di esperienza.

- Tu, Beppe, mi dicesti, quando eri in quel podere di Cerreto, che avevi due fratelli e due sorelle. Ma si sono accasati? Soltanto l’ultimo, quello del 1887, deve ancora pagare la tassa del celibato. Con i fratelli e le sorelle mi vedo raramente. Quello che vedo qualche volta è David. Lui avrebbe una mezza voglia di trasferisi verso Caparaia-Limite. Suo genero Leopoldo Ancillotti gli ha detto che lì i contadini ci stanno meglio. L’Ancillotti, è venuto via nel 1928 perché la mia nipote Ada che lui aveva sposato nel 1927 preferiva rientrare nelle nostre zone per stare vicina ai suoi familiari.

- E di noi di Valdarnese cosa ne pensi?

- Tutto il mondo è paese, caro Fiore. Per il momento sembra che tutti ci vogliano bene. Fra qualche anno, Fiore, sarò un po’ più preciso nell’esprimere i miei giudizi. Personalmente mi ci trovo molto bene. Qui la gente , nonostante la miseria, è allegra. Qui cantano continuamente pezzi d’opera, canzoni sentimentali e soprattutto gli inni fascisti. Ho già conosciuto Pistola, il Pollacco, Tanacca, Sandrino e sua moglie Rosa, Barsotto, Spaccamerda, Beppe del Moro, Paolina della Gata ed anche tua moglie, la Ricciola. Mi piacete. Anche mia moglie è soddisfatta. Pure lei ha trovato un signore d’Ingiù che la prenderà a servizio per alcune ore al giorno. Meglio di così non poteva andare. Anche gli altri due figli, Duilio ed Evelina nutrono buone speranze.

I due ripresero a camminare e svoltarono in via Castruccio diretti verso piazza dei Caduti.


Domenica delle Palme del 1937


Maggina Bianconi ed Evelina Fanciullacci erano diventate amiche. Maggina si imponeva all’attenzione di tutti non solo perché cantava continuamente, ma soprattutto perché con la sua ugola da soprano sorprendeva tutti quando la voce doveva salire molto in alto. Il maestro di musica Egisto Donati l’aveva voluta nella sua Corale, la santa Cecilia, nata solo da qualche anno grazie alla fusione della corale religiosa e di quella laica o profana che si esibiva soprattutto quando a Fucecchio venivano rappresentate le opere liriche.

Quella mattina, verso le ore 10, Maggina con un bel mazzo di rami di olivo uscì di casa e chiamò a voce alta Evelina, la Fanciullacci. Proprio in quel momento dalla porta dei Fanciullacci usci Dante con la sua mascagna imbrillantinata e con quella piega ad onda che da tante settimane aveva fatto colpo sull’immaginazione di Maggina. Dante, poi, quando si “rivestiva” (indossava gli abiti festivi), grazie a quel suo incedere disinvolto ma preciso, sembrava un aristocratico. A Maggina non appariva come una persona comune, bensì come un gentleman. Alla vista di Dante, Maggina percepì chiaramente il suo interiore trasalimento. Non aveva mai provato una sensazione simile. Si sentì turbata, ma nello stesso tempo felice, felicissima. Non avrebbe potuto chiedere di più alla vita. Dante salutò Maggina e proseguì verso via Castruccio.

Poco dopo uscì di casa Evelina Fanciullacci, lei pure con un discreto fascio di rami di olivo. Maggina la prese a braccetto ed in quel momento sentì che Evelina sarebbe diventata la sua cognata, Sì, in Maggina era sbocciato un amore grande per Dante.

Quando le due ragazze entrarono in Collegiata si impattarono con un paio di centinaia di fedeli che stringevano mazzetti e mazzi di rami di olivo.

Ad un tratto Evelina che aveva adocchiato il fratello Gino nei pressi dell’altare della Madonna di Piazza chiese a Maggina:

- Lo vedi mio fratello Gino accanto all’altare della Madonna?

- Sì, sì – rispose Maggina.

- La conosci quella ragazza con cui mio fratello sta parlando?

- Diamine! E’ Ilia del Magnani, Ché forse…?

- Io mi auguro di sì. Da tanto tempo mio fratello Gino ci sta dicendo che lui vuole accasarsi.


19 luglio 1944- Arrivò in bicicletta in Via Valdarnese Ada Ancillotti la nipote di Beppe Fanciullacci


La guerra era giunta anche a Fucecchio. Se ne rese conto anche Ada quando, a bordo della sua bicicletta e proveniente da Sovigliana, entrò verso le ore 8 in Via Castruccio a Fucecchio. Vi era una insolita animazione. Donne ed uomini affacciati alle finestre si scambiavano informazioni e denotavano nell’espressione dei volti viva preoccupazione ed anche tristezza e soprattutto paura.

Ada era venuta a trovare lo zio Beppe Fanciullacci per chiedergli un grosso favore. Pure lei aveva sfidato il pericolo di essere catturata dai tedeschi o di essere uccisa da una cannonata perché il cannone aveva già tuonato anche a Sovigliana. In piazza dell’ospedale c’era un andirivieni continuo di persone che entravano ed uscivano attraverso il cancello aperto dell’ospedale S. Pietro Igneo. Ada, proveniente da via Guglielmo S. Giorgio, dovette percorrerla a piedi via Castruccio. Sulle lastre non le fu difficile scorgere delle chiazze di sangue. In fondo alla via, nei presi della porta della torre di Castruccio c’erano tante persone e tra queste anche suo zio Beppe Fanciullacci.

Beppe si era alzato all’alba. Lo schianto della cannonata che aveva colpito e distrutto dall’interno il palazzo dei Biagi a confine con la torre di Castruccio sul lato destro, non solo lo aveva svegliato, ma lo aveva indotto a scendere al piano terra e a dettargli propositi di abbandono della casa. Sua moglie Bianca aveva subito raggiunto la nuora Maggina e la nipotina Sidra e le aveva pregate di scendere al piano terra per essere pronte a fuggire se fossero piovute altre cannonate.

Fortunatamente non seguirono altre cannonate. Ma nessuno abbandonò la propria abitazione per andare a vedere cos’era successo nei pressi della torre di Castruccio.

Beppe, all’alba, aveva assistito al salvataggio della famiglia Nelli rimasta illesa ma imprigionata nel proprio appartamento ed impossibilita ad uscire perché le scale erano letteralmente sparite. Con l’aiuto di scale a pioli riuscirono a salvarle attraverso le finestre del primo piano dove si trovava il loro appartamento. Poi Dino Billi ed un’altra persona provvidero al difficile recupero delle tre salme che si trovavano in uno dei due appartamenti del secondo piano: erano la bambina, la moglie e la mamma di Sandrino Monti precipitato dal secondo piano al pianterreno dove si trovava il forno del Biagi. Lui era stato portato gravemente ferito all’ospedale dove erano finite anche la moglie e la figlia del titolare del forno Biagi. Le schegge della cannonata avevano ferito anche alcune persone del palazzo dirimpettaio rispetto a quello dei Biagi.

Mentre assisteva a queste operazioni, Beppe era stato raggiunto dal Faraoni, il contadino delle monache del Poggio Salamartano. Lui aveva il podere in Ponzano dove qualche anno prima Beppe era andato ad opra (lavoro) per qualche giorno. Il Faraoni aveva saputo del fattaccio di via Castruccio dalle monache dalle quali si era recato di primo mattino. Il Faraoni non solo volle informarsi sulla cannonata esplosa nella casa dei Biagi, ma anche sulla situazione familiare dei Fanciullacci. Beppe gli riferì a tal proposito che tutti i figli si erano accasati, che Gino aveva due figli di 5 e quattro anni, mentre Dante, che aveva sposato la canora Maggina, aveva una figlia di pochi mesi.

Giunta nei pressi della torre e di via Franco Bracci non fu difficile per Ada scorgere suo zio Beppe Fanciullacci.

- Cos’è successo zio?

- Una cannonata, esplosa poco dopo la mezzanotte, ha ucciso tre persone e ne ha ferite una mezza dozzina.

- Zio, ho bisogno di un grosso favore. Possiamo andare a casa tua?

- Diamine.

I due imboccarono via Valdarnese.

Beppe chiese:

- Ma che ci hai messo sui due portabagagli?

- Tre sacchetti di farina nascosti fra gli ortaggi per te e tua moglie, per Maggina e per la famiglia del tuo Gino.

Quando entrarono in casa ci trovarono anche Maggina con la piccola Sidra.

Bianca, la moglie di Beppe, entusiasta per il sacchetto di farina, chiese subito ad Ada:

- Come sta il tuo Leopoldo?

- Malissimo, zia. Sono qui per questo. Il dottore mi ha detto che gli rimane soltanto un anno di vita.

Lo zio Beppe e Maggina scossero la testa in segno di disappunto.

- E la tua Cleia? – chiese ancora Bianca.

- Lei sta benissimo anche se ha una paura matta delle cannonate.

Poi Beppe chiese ad Ada:

- Quale favore devo farti?

- Caro zio, il mio Leopoldo non può fare più niente. Per il momento avrei bisogno di te per fare il pane. Non posso chiedere questo piacere ai vicini. Siccome tutti sono rimasti senza farina, approfitterebbero dell’occasione per chiedermene un po’ in prestito. Io, caro Zio, non l’ho mai fatto. Se vieni con me a Sovigliana approfitterò dell’occasione per imparare. Domani, zio, potresti ritornare a Fucecchio.

- Senti, Ada – intervenne Beppe – Io verrò subito con te e mi tratterrò fino a che non sarà passata la guerra. Qui non servo a niente. A casa tua sarò utilissimo. Il tuo Leopoldo si merita ogni bene. Mi dispiace che un uomo come lui debba lasciarci.

Poi rivolto a Bianca:

- Preparami subito un fagotto con dei ricambi di biancheria e un paio di scarpe da lavoro.

Mezz’ora dopo, la nipote e lo zio partirono per Sovigliana.

Bianca , rivolta al suo Beppe:

- Bravo. Fari un’opera buona. Però, mi raccomando: stai attento alle cannonate. Non scherzarci sopra. Hai capito?

- O Bianca, te l’ho detto mille volte che io delle cannonate non ho paura. Però, credimi, non ci scherzerò.

Anche Maggina si portò in strada per vederli partire. Beppe preferì passare da Porta al Noce per non essere fermato da quanti si trovavano in via Castruccio. Dopo aver percorso tutta la via di Sotto Valle, zio e nipote si immisero per via d’Empoli vecchia e poi sulla via nuova per Empoli. Quaranta minuti dopo raggiunsero Via Empolese di Sovigliana dove si trovava la casa di Ada e Leopoldo Ancillotti. Clelia, la figlia di 11 anni, esultò quando vide rientrare la mamma accompagnata dallo zio Beppe.

Beppe salì subito in camera a salutare il nipote Leopoldo, felice di avere un uomo in famiglia.

- Caro Beppe – si lasciò scappare dopo i saluti – non mi sarei mai aspettato un rifiuto da parte di tuo fratello David. Non so se la mia Ada ti ha raccontato qualcosa.

- No, non mi ha raccontato niente. So soltanto che lui da qualche tempo si è trasferito a Capraia-Limite e che ci si trova bene. Non so nient’altro.

- Mia moglie è una donna davvero giudiziosa. L’altro mercoledì andò in bicicletta a Capraia a chiedere aiuto a suo padre, tuo fratello David. Gli parlò della mia condizione e della necessità di un suo aiuto per mandare avanti questa baracca. Lui, accampando una scusa dopo l’altra, ce lo rifiutò. Tu, almeno, sei venuto subito. Il pane l’avevo fatto sempre io e Ada non sa da che parte rifarsi. Grazie, Beppe, di essere venuto a farci questo grande piacere.

- Io, caro Leopoldo, son venuto per rimanere con voi fino a che la guerra non sarà passata dalla nostra zona. E, se sarà necessario, porterò quassù anche mia moglie e vi daremo due mani anziché una sola mano. Questa decisione l’ho presa a Fucecchio davanti a tua moglie, alla mia Bianca e alla mia nuora Maggina che ti manda tanti saluti ed auguri.

- Beppe, nonostante questo male che mi fa tanto soffrire, tu mi rendi felice. Grazie e ché il Signore te renda merito.


11 agosto 1944, un sabato maledetto


Ai primi di agosto la riserva di farina di Ada e Leopoldo stava per esaurirsi. Ada era molto preoccupata e lo zio se ne accorse.

- Ma perché ti preoccupi tanto per la farina. La rifaremo. Non mi domandare come, perché ci penserò io. Tu preoccupati soltanto di informarti dove si trova il mulino più vicino per andare a macinare il grano. Al resto, lo vedrai, ci penserò io.

E proprio mentre stava lasciando la casa per andare a recuperare dei covoni di grano, arrivò una pattuglia tedesca in cerca di uomini. Erano tre i soldati armati di tutto punto. Ada nel vederli si impaurì.

- Qui uomini?- chiese il militare più alto che non degnò neppure di uno sguardo lo sfortunato Beppe.

Ada accennò di sì con la testa e sempre con un movimento del viso fece capire che gli uomini si trovavano al piano di sopra. I tre salirono in camera di Leopoldo seguiti dal Fanciullacci.

- Tu, alzare! – ordinò il medesimo militare al povero Leopoldo.

Mentre Leopoldo scostava il lenzuolo per alzarsi, Beppe avvertì i tre:

- Lui, tubercolosi.

Non l’avesse mai detta quella parola! I tre militari se ne andarono via di corsa. Questa malattia li terrorizzava.

Il Fanciullacci uscì, e riuscì a recuperare con due viaggi 8 covoni grano. Non era il caso di batterli nell’aia con il correggiato. Avrebbe attirato l’attenzione dei vicini ed anche dell’ aereoplanino americano che non si stancava mai di perlustrare dall’alto tutta la zona. Portò i covoni nella stanza vuota del piano terra e lì cominciò a battere i covoni, uno per uno, con il mattarello che Ada usava per spinare la pasta sul tavolo. Poi con lo staccio separò i chicchi di grano dalla faloppa. Anche nei giorni successivi recuperò altri covoni di grano e li batté col mattarello. Il giovedì 9 agosto il bravo Beppe aveva riempito ben quattro sacchetti di grano da 20 chilogrammi l’uno. Ada e Leopoldo erano contenti matti. Clelia si era divertita moltissimo a vedere lo zio di sua madre mentre batteva il grano e mentre separava i chicchi dalla faloppa aiutandosi con forti espirazioni.

Ada, nel frattempo, aveva saputo che fra Collegonzi e S. Ansano c’era un mulino in funzione

Il venerdì a pranzo, presente anche Leopoldo, Beppe disse:

- Ho capito bene la strada che devo fare. Ci andrò io. Caricherò sui miei portabagagli due sacchetti: uno davanti ed uno di dietro. Se il mulino lavorerà anche di domenica, domani l’altro ci porterò gli altri due sacchetti.

- O zio, questo non te lo permetto. Ci verrò anch’io con la mia bicicletta. Domani dopo che si è pranzato si parte e si va al mulino. Nelle ore calde gli americani non sparano mai le cannonate e i tedeschi non vanno mai a giro a quell’ora.

Beppe non ritenne opportuno obiettare. La prospettiva di riportare in una sola volta 80 chilogrammi di farina fu abbastanza allettante.

L’indomani, sabato 11 agosto, verso le ore 13, Ada e Beppe caricarono sui portabagagli delle loro bici i quattro sacchetti di grano ben camuffati e partirono. Poiché le strade erano quasi tutte in salita dovettero raggiungere il mulino a piedi. Vi giunsero vero le ore 14. Prima di loro c’era un’altra ventina di persone che cercavano di nascondere la loro presenza collocandosi sotto un olmo veramente imponente. Dopo Ada e Beppe giunsero altri “clienti” che allungarono la fila. Della via Empolese non c’era nessuno. Molti erano degli sfollati. Una signora dai capelli molto scuri, arrivata dopo Ada E Beppe, si interessò moltissimo della situazione familiare degli Ancillotti. Apprezzò moltissimo anche il gesto di solidarietà dello zio Beppe Fanciullacci. Disse che lei era di Empoli e che conosceva benissimo il farmacista Montanelli di Via S. Giovanni a Fucecchio. Anche la signora era una farmacista. Subito si mostrò molto preoccupata per Clelia, la figli undicenne di Ada e Leopoldo.

-La bambina corre il serio rischio di rimanere contagiata dalla malattia del padre. Se mi permette vorrei venire a visitare la sua casa per poterle dare dei consigli. Ada ebbe appena il tempo di dettarle il proprio indirizzo che immediatamente si scatenò l’inferno. Era cominciato un cannoneggiamento degli americani. Fortunatamente i proiettili esplodevano a circa un chilometro di distanza, ma il fragore era tale che la conversazione fra la signora dai capelli nerissimi ed Ada dovette essere interrotta.

Le macine, imperterrite, nonostante l’inferno degli schianti, continuarono a girare e a ridurre il grano in farina. Ada nel frattempo era impallidita dalla paura e si era avvicinata sempre di più allo zio che si mostrava sorridente e per niente preoccupato dalle esplosioni.

Alle ore 18, proprio mentre i cannoni si erano rassegnati al silenzio, scoccò il turno per Ada e Beppe. Alle 18,45 vennero consegnati ai due di via Empolese i quattro sacchetti di grano. Dopo averli ben legati ai portabagli, Ada e Beppe si adoprarono per ben camuffarli. Mancavano pochi minuti alle ore 19 quando i due lasciarono il mulino doppiamente felici per il carico che trasportavano e per il fatto che questa volta non sarebbero mai scesi dalla bicicletta perché la strada sarebbe stata quasi tutta in discesa.

Nel medesimo istante Leopoldo percepì chiaramente il ticchettio dell’orologio di S. Pasquale. Si irrigidì. “E’ arrivata la mia ora!” – si disse. L’orologio di S. Pasquale secondo la superstizione allora in voga era un segnale indiscutibile di morte certa.

- Clelia – gridò con il poco fiato che aveva in gola – vieni subito su.

La bambina corse in camera del babbo che si affrettò a dirle:

- Di’ a mamma che le ho voluto sempre tanto bene. Ringrazia anche zio Beppe. A te, credimi, starò sempre vicino finché camperai.

- Ma cosa dici, babbo!!?

Una gragnola di cannonate interruppe la brevissima conversazione.

Cadevano in vicinanza quei proiettili.

-Mamma! Mamma – gridava Clelia – Non farti ammazzare! Andate via, bombe!

Gli schianti si susseguivano ininterrottamente.

Beppe e Ada scendevano in bicicletta a velocità sostenuta.

- Niente paura, Ada. Noi siamo più veloci delle canno…

Un proiettile esplose in mezzo alla strada mentre i due la stavano discendendo.

Un buio assoluto ottenebrò la povera Ada. Beppe saltò in aria e cadde prono sul ciglio mentre la farina si era sparsa sulla strada interrata e le bici , come per incanto, si erano posate in prossimità di Ada e di di Beppe Fanciullacci.

Le macine imperterrite continuavano a girare e a ridurre il grano in farina.

La signora dai capelli nerissimi, appena il cannoneggiamento ebbe termine osservò ad una signora a lei vicina:

-Speriamo che quella signora e suo zio abbiano trovato un rifugio e se la siano cavata.

Leopoldo, di fronte ai gridi della sua bambina ebbe un tragico presentimento: “Forse l’orologio di S. Pasquale si è fatto sentire per anticipare la morte della mia Ada.

Alle ore 20 Ada e lo zio non erano ancora rientrati. Verso le ore 21 Clelia e Leopoldo udirono bussare alla porta. La fanciulla andò ad aprire.

-Puoi condurmi da tuo padre Leopoldo?- le chiese la signora dai capelli nerissimi.

La signora venne accompagnata nella camera di Leopoldo.

Rivolta alla bambina le disse con gentilezza:

-Per piacere, vuoi scendere giù in cucina?

Clelia obbedì. Dopo appena un minuto la bambina udì suo padre piangere a dirotto. Clelia capì. E si chiuse in un mutismo che durò per due giorni.

La signora dai capelli nerissimi assicurò Leopoldo:

-Ci ho pensato io a far portare al cimitero le due salme. Lei rimanga a letto. Scenderò in cucina a prepararle la cena. Stanotte resterò qui e domattina andrò a Capraia-Limite a prendere suo suocero e lo costringerò a rimanere con voi.

E così fu.

Le salme di Ada e Beppe Fanciullacci riposano da quel giorno maledetto nel piccolo cimitero di Collegonzi e per molti anni le tombe di Ada, di Giuseppe Fanciullacci ,e dopo un anno appena, quella di Leopoldo Ancillotti hanno ricevuto mensilmente la visita ed un fiore della signora dagli ex capelli nerissimi.

Clelia, invece, ha vissuto sempre insieme al nonno paterno David fino al giorno della di lui morte. Attualmente Clelia vive a Capraia Limite.


 

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