GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

C’era una volta… Giovanni Lucchesi

 

C’era una volta… per la via Santa Croce, nell’area dove oggi si trova la concessionaria della FIAT, una bella casa colonica con la piccionaia a torre coperta con quattro spioventi che le conferiva una certa maestosità. In questa casa posta quasi al centro di un podere di dieci ettari, di proprietà della Fattoria Della Bianca, viveva la numerosa famiglia di Lucchesi Giovanni, classe 1892, il poderoso artigliere da montagna che nel corso della prima guerra mondiale aveva fatto il presenta d’arme in cima alla vetta con la bocca del cannone che era riuscito a portarvi con la forza delle proprie braccia.
Giovanni, uno degli scolari prediletti di padre Carlo Catarsi nella prima decade del 1900, riusciva ad incutere timore e rispetto soltanto a guardarlo. Dal prodigioso frate del nostro Convento La Vergine il valente artigliere non solo aveva appreso l’arte del leggere, dello scrivere e del far di conto, ma anche quella del comportarsi con dignità e senza timori reverenziali nei confronti del prossimo.
- Quando parlerai con qualcuno, - gli ripeteva spesso padre Carlo - non abbassare mai lo sguardo: guardalo, fissalo negli occhi senza nessun timore. Anche tu, Giovanni, sei un figlio di Dio come tutti gli altri esseri umani.
Giovanni fece tesoro di questo insegnamento sia al tempo della Prima Guerra Mondiale sia dopo, quando con Annunziata Toni aveva costituito la propria famiglia.
Verso la fine del 1936 cominciarono ad abbattersi sulla famiglia di Giovanni Lucchesi i primi fulmini di una sventura che avrà la sua macabra conclusione il 4 novembre 1944.
Due delle quattro figlie di Nanni - così veniva chiamato il capoccio dei Lucchesi – e precisamente Silvana (1922) e Vanda (1923) furono colpite da coliche addominali. Il dottor Bertoncini, nonostante la sua esperienza e competenza specifica per le malattie addominali, non riusciva a venirne a capo. Le coliche persistevano e le terapie tentate si rivelavano inefficaci.
Una domenica, nel primo pomeriggio, le ragazze cominciarono a lamentarsi come non mai.
- Nunzia – disse Giovanni rivolto alla moglie - così non si può andare avanti. Preparami il vestito nuovo. Io, le figliole, voglio farle visitare dal professor Baccarini.
Nunzia non profferì parola. Sapeva benissimo che quando il suo Nanni aveva preso una decisione, non sarebbe ritornato indietro. Perciò non gli chiese nemmeno come avrebbe fatto a portare a casa il primario del nostro ospedale.
L’abito scuro, la cravatta nera ed il cappello trasformarono la fisionomia di Nanni. Sembrava addirittura un intellettuale. A piedi raggiunse piazza Montanelli e poi, senza alcuna esitazione, entrò nel fabbricato del Circolo dei Signori, oggi Caserma dei carabinieri, salì le due rampe di scalini, entrò nel salone bar e rivolto ad un cameriere:
- Per piacere mi chiama il professor Baccarini. Gli dica che ho urgente bisogno di parlare con lui.
Il professore non si fece attendere. Di fronte ad un uomo della stazza di Nanni, il Baccarini, un veterano della guerra mondiale, prima ancora di chiedere a Nanni la ragione di quel colloquio, esclamò:
- Lei, perbacco, doveva essere un granatiere.
E Nanni di rimando, guardando negli occhi il Baccarini:
- Sissignore. E un granatiere speciale. Riuscii a portare la bocca del nostro cannone in cima alla vetta per uno speciale presenta d’arme.
- Ma, allora, - lo interruppe il professore - tu sei quell’artigliere fucecchiese che Beltrame dipinse per l’Illustrazione Italiana!
Nanni abbassò la testa e proseguì:
-La Patria che io ho sempre servito fedelmente mi ha conferito per quell’ atto una speciale onorificenza.
Il professore, appena udì la parola Patria, per lui sacra, troncò l’intermezzo e chiese:
- Per quale ragione mi ha fatto chiamare?
Nanni, in maniera concisa eppur particolareggiata, parlò delle coliche che avevano colpito le due figlie.
- Oggi, professore, le mie figlie stanno particolarmente male. Mi appello alla sua cortesia e al suo amore per il prossimo. Venga a visitarmele.
- Dove abita?
- Per la via di Santa Croce, poco dopo la Fabbrica dei Fiammiferi.
- Va bene. Vengo. Mi aspetti un momento qui.
Il Baccarini ritornò da Nanni seguito da altri due medici: Aglietti e Cipollaro. I quattro uscirono dal Circolo, si portarono in via Landini Marchiani e subito dopo imboccarono la via di Santa Croce.
Il Professore, colpito dall’imponenza, dalla eleganza e dall’eloquio di Nanni, volle sapere per filo e per segno dove aveva operato come granatiere durante la Prima Guerra Mondiale. Giunto davanti alla Fabbrica dei Fiammiferi, il dottor Aglietti chiese al Lucchesi:
- Quant’è distante la sua casa ?
- Circa tre o quattrocento metri.
Il professore che non era pratico della zona chiese dove si trovavano. E per la prima volta vide in diretta le palazzine della SAFFA. Mentre i medici ciceroneggiavano con il professore, Nanni vide passare, in bicicletta, un ragazzo della zona Samo, lo chiamò e lo pregò di andare ad avvisare sua moglie che stavano per arrivare il Baccarini ed altri due medici.
Giunti davanti alla casa, il professore si fermò qualche attimo ad osservarne la struttura e la collocazione in prossimità dell’Arno.
- Bella! – esclamò – D’estate deve essere un incanto.
- Professore – disse Nanni senza affettazione – lei e la sua famiglia potrete venirci tutte le volte che vorrete e noi saremo felici di ospitarvi e di mettere la nostra casa a vostra disposizione.
Nunzia, avvisata da quel ragazzo con il quale Nanni aveva parlato in prossimità della SAFFA, in pochi minuti aveva rassettato la cucina e la camera delle due figlie in maniera esemplare. Aglietti, Cipollaro ed il professor Baccarini, appena messo piede in cucina, non poterono frenare la loro meraviglia. Nunzia, soddisfatta e compiaciuta per l’operazione condotta a termine dal suo Nanni, si limitò a salutare. Sul tavolo in massello facevano spicco su due tovaglioli bianchi di bucato una bottiglia di vinsanto ed una di vermut attorniate da una mezza dozzina di piccoli bicchieri prelevati sicuramente dalla vetrina della credenza.
I tre medici seguiti da Nunzia entrarono in camera. Il Baccarini salutò le due ragazze sofferenti.
- O vediamo un po' – disse il Baccarini mentre scopriva Silvana. Nanni si ritirò in cucina.
Palpò ripetutamente certe zone dell’addome; poi invitò Cipollaro ed Aglietti a fare altrettanto:
- E allora? – chiese loro.
- Mi sembra una colica appendicolare – sentenziò il dott. Cipollaro.
- Sono dello stesso parere – affermò il dottor Ottorino Aglietti.
- Avete ragione – confermò il professore – qui occorre un intervento chirurgico immediato. Ritirò su il lenzuolo e la coperta e chiamò:
- Nanni !
Il Lucchesi entrò subito in camera.
- Questa – proseguì il professore, dobbiamo subito ricoverarla ed operarla quanto prima. Voi massaia fate degli impacchi con acqua quasi calda. Serviranno a sfiammarla un po'.
- Ed ora guardiamo la sorella.
I dottori Aglietti e Cipollaro anche questa volta sospettarono una colica appendicolare. Baccarini scosse la testa ed affermò:
- Siete molto lontani: questa ragazza è affetta da ernia ombelicale. Dovrò operare anche lei per evitare che l’ernia si strozzi.
I tre medici, dopo essersi lavati le mani alla toilette di cui ogni camera era dotata, si accomodarono al tavolo di cucina dove furono rinfrescati ripetutamente. Dopo il rinfresco il professore trasse dalla tasca destra della giacca un ricettario bianco dove prescrisse il ricovero immediato delle due figlie di Nanni.
- Ed ora, Nanni, ritornerai in paese con noi, visto che dovrai chiamare la Misericordia o la Croce Rossa per il ricovero delle tue figliole.
Durante il ritorno a Fucecchio il prof. Baccarini dichiarò la sua fede nel P.N.F.
- Ricorderai anche tu come venivamo trattati dai “rossi” alla fine della guerra. Per un attimo credetti che essi riuscissero a chiudere un’epoca e ad abbattere inesorabilmente la borghesia. Io, Lucchesi, mi sento un borghese e desidero ardentemente che la mia classe non perisca. Al Fascismo attribuisco il grande merito di avere salvato la mia classe e di avere imposto a tutti gli italiani il culto della Patria.
Il bravo capoccio ascoltava, ma non annuiva né controbatteva. Aveva le idee chiare nella testa, ma non voleva essere assolutamente ciarliero, come lo era invece Angiolino, l’ex sindaco rosso ora calzolaio della famiglia Lucchesi. Angiolino andava volentieri a riportare le scarpe riparate nella famiglia Lucchesi, una famiglia di compagni, sempre benevoli nei suoi confronti: non mancava mai per Angiolino il mezzino del vino e una grande fogliata di ciccioli quando veniva ucciso il maiale. E Angiolino si intratteneva e parlava, parlava auspicando eventi tali da far crollare il regime di Benito Mussolini, il socialista sacrilego.
- E della guerra scatenata dalla Germania, che ne pensi Nanni? – chiese Baccarini quando furono in prossimità della chiesa delle Vedute.
- Odio le guerre: sia quelle civili sia quelle militari. Il mio maestro, padre Carlo, mi fece capire sin da ragazzo che il Lupo di Gubbio si può ammansire senza ricorrere alla guerra dichiarata.
Baccarini tacque. Poi al momento di salutarsi, il professore gli disse:
- Ci rivediamo in ospedale. Vieni a trovarmi. E digli che te l’ho detto io.
Nanni e Nunzia, per tutta la durata del ricovero, non solo andavano a trovare le loro figlie in ospedale, ma andavano a far visita anche alla famiglia del professore che abitava a pochi metri dall’ospedale. Il professore non aveva voluto nemmeno una lira quando con i due colleghi era andato a visitare le due Lucchesi. Ed ora Nanni e Nunzia cercavano in ogni maniera di sdebitarsi recando alla famiglia del Baccarini le primizie della stagione, animali da cortile, vinsanto e dichiarandosi disposti a fare loro anche il bucato.
Due settimane dopo che le due Lucchesi erano ritornate guarite a casa, Nanni invitò a pranzo, di domenica, tutta la famiglia del professore. Quel pranzo fu una vera festa sia per la famiglia Baccarini sia per la famiglia Lucchesi. Il professore volle essere informato dettagliatamente sulle lezioni che padre Carlo gli aveva fatto durante l’adolescenza.
Al colmo dell’entusiasmo, Nanni si lasciò scappare questo giudizio:
- Ma se il nostro fattore fosse come lei, professore, quanto sarebbe più bella la vita!
- Ho capito tutto, Nanni – tagliò corto il professore e cambiò discorso.
Il figlio minore del Lucchesi, Franco, in quel momento tradì un moto di stizza. Benché avesse appena dieci anni, ammaestrato dall’ex sindaco Angiolino, seguiva con grande interesse le conversazioni di natura politica e sociale. Se ne era accorta anche Maria Grazia, la figlia minore del professore, di otto anni, forse desiderosa di giocare sull’aia insieme a Franco; ma lui non voleva perdere neppure una parola di quanto dicevano suo padre ed il professore.
Prima che anche l’Italia entrasse nella seconda guerra mondiale, Giovanni Lucchesi era diventato un confidente del professor Baccarini. Qualche volta il professore andava a casa dei Lucchesi in bicicletta; molte volte mandava Caleino a chiamare Nanni.
Il 10 giugno 1940 anche l’Italia entrò in guerra. La casa del Lucchesi rimase quasi vuota. Silvana e Vanda si erano sposate. Anche Angiolina, la maggiore, ormai venticinquenne, si era sposata. I loro mariti vennero “richiamati” sotto le armi. Partì anche il figlio maggiore di Nanni, Orolindo, di anni 28, arruolato nel reggimento dei granatieri di Sardegna. Il povero Nanni, quarantasettenne, poteva giovarsi solo dell’aiuto della mamma Isola, della moglie Annunziata e del giovane Franco di appena dieci anni.
Una sera, a tavola, Nanni, senza mezzi termini, disse:
- Voglio che le nostre figlie e la nuora rientrino qui nella nostra casa. Noi le aiuteremo ad allevare i figli e a sopportare meglio la lontananza dei loro mariti; loro ci potranno dare una mano nella coltivazione del podere.
Due settimane dopo la casa dei Lucchesi era di nuovo animata da voci stridule e da braccia operose. Questa variazione non venne fatta registrare all’ufficio anagrafico del comune di Fucecchio. Quando il grano venne trebbiato, il famoso fattore della Fattoria Della Bianca, con uno scrupolo quasi maniacale, denunciò sulla ricevuta tutti i sacchi di grano riempiti. Il Principe Corsini, invece, aveva autorizzato i fattori, a registrare sulle ricevute un numero decisamente inferiore di sacchi di grano rispetto a quello reale per consentire ai suoi contadini di “giocare” sul numero di scarto dei sacchi di grano.
Il Lucchesi, attenendosi alle regole previste, aveva prelevato un numero di sacchi di grano corrispondente al numero delle persone che formavano il nuovo nucleo familiare e spedì il rimanente all’Annona così come previsto dai Regolamenti di guerra.
L’Annona, sulla base delle ricevute del Fattore e tenendo conto dello stato di famiglia dove comparivano soltanto i coniugi Lucchesi, la madre di Nanni, il figlio Franco e la giovanissima Rosita di sette anni denunciò alla Magistratura il povero Nanni, reo di sottrazione di grano alla Patria.
Fu questa un’altra bella tegola che cadde tra capo e collo del bravo Giovanni Lucchesi. Il confidente professor Baccarini era partito per la guerra e Nanni non intendeva infastidirlo con la stesura di una lettera, nonostante che almeno una volta al mese il professore, tenente colonnello medico, si facesse vivo con una sua missiva. A questo punto il capoccio dei Lucchesi decise di rivolgersi ad Angiolino Cecconi, l’ex sindaco rosso.
- Senti, Nanni – gli suggerì Angiolino – ti conviene metterti nelle mani di un grande avvocato. Il nostro Gaetano Pacchi ti difenderà da par suo. E vedrai che non ti farà spendere una cifra astronomica. Lui, ti ricordi, è dei nostri. Io ti scriverò subito una lettera di presentazione e tu dopodomani, prendi il treno, vai a Firenze, gli dai questa mia lettera e vedrai che lui riuscirà a toglierti dai guai: ne puoi essere certo.
Nanni obbedì. Andò a Firenze, presentò la lettera all’avvocato, felice di salutare ed aiutare un suo concittadino, e si sentì dire:
- Non sei il solo ad essere stato denunciato: siete una dozzina. Non preoccupatevi. In una maniera e nell’altra vi tirerò fuori da questo ginepraio.
E così fu.
Nel marzo del 1942 il prof. Baccarini, in licenza, andò con tutta la sua famiglia a pranzo dal Lucchesi. Giovanni, questa volta, raccontò tutto al suo professore che in più di una occasione strabuzzò i suoi occhi cerulei mentre alcuni ciuffi della sua grigia mascagna spenzolavano sulla sua fronte corrugata.
Al termine del pranzo il professore, alto e magro, leggermente incurvato sulle spalle, prese a braccetto Nanni e gli disse:
- Scendiamo a fare due passi.
Giunti sull’aia proseguì:
- Voglio metterti a parte di un dubbio che mi tormenta. So che nei prossimi mesi verranno mandate in Russia altre divisioni italiane che formeranno con le preesistenti l’A.R.M.I.R: (Armata Italiana in Russia). Io vorrei aggregarmici come volontario perché la mia serenità è turbata dal tarlo del comunismo. Io darei anche la mia vita per poterlo distruggere. Tu non mi capirai quando affermo che il peggior pericolo per l’umanità, secondo me, è costituito dalla presenza del comunismo.
Nanni non poteva, anzi non voleva controbattere le idee del professore. Per il capoccio il comunismo, anzi la vittoria del comunismo rappresentava l’unica speranza per la costruzione di un mondo migliore in cui a tutti sarebbe stata assicurata una buona fetta di benessere e di assistenza. E allora non trovò di meglio che affidarsi ad argomentazioni di natura familiare.
- Ma ci pensa, professore, cosa potrebbe succedere alla sua famiglia se in Russia ci morisse! Per alcuni mesi, la signora e le figlie riscuoterebbero la solidarietà dei suoi colleghi e di tutti i suoi amici; ma poi? Finirebbero sicuramente sul lastrico.
- Ci ho pensato, Lucchesi. Ho fatto i conti. Potrebbero vivere decentemente. Soltanto un’inflazione galoppante potrebbe ridurle al lastrico come tu hai detto.
- Padre Carlo, una volta, mi raccontò della rovinosa ritirata dell’esercito di Napoleone. E se succedesse anche a noi e ai tedeschi?
- Questo non lo ritengo possibile. Il comandante dell’A.R.M.I.R. generale Gariboldi è troppo bravo e sicuramente non si farà mai mettere nel sacco.
Franco, la sera, chiese al padre di cosa aveva parlato con il professore. Nanni glielo spiegò.
- Ma ce l’hai fatta a convincerlo a rimanere a casa? – chiese il ragazzo.
- Spero proprio di sì.
Ma due settimane dopo seppero che il professore era partito per la Russia con la qualifica di comandante della Sanità dell’ARMIR.
Alla fine di novembre del 1942, diciassette giorni prima che l’ARMIR venisse accerchiata, Baccarini, con una fuga rocambolesca che gli costò il congelamento delle gambe, riuscì ad uscire dall’inferno russo e a riparare in Croazia . E proprio in Croazia il professore incontrò il figlio maggiore di Nanni, Orolindo.
- Da quanto tempo non vedi tua moglie?- gli chiese il professor Baccarini.
- Da più di un anno.
- Chi è il tuo tenente medico?
- E’ questo che sta passando?
- Signor tenente – disse il professore.
Il tenente si girò, scattò sull’attenti, fece il saluto e disse:
- Agli ordini, signor colonnello.
- Domani mattina mandi da me il qui presente granatiere Lucchesi Orolindo.
L’indomani mattina Orolindo si guadagnò una licenza di convalescenza di 15 giorni per deperimento organico. Il professore prima di consegnargli la licenza, gli affidò una lettera chiusa.
- Questa è per tuo padre.
Diceva

Caro Giovanni,
la campagna di Russia è stata disastrosa. Mi sono salvato per puro miracolo. Le mie gambe, parzialmente congelate, recheranno i segni della mia fuga dalla Russia per tutta la vita. I russi sono combattenti motivatissimi. Nel mio bilancio preventivo avevo omesso, per ignoranza, la possibile motivazione dei russi. La nostra unica motivazione era, invece, la ridicola volontà di conquistare il mondo.
A tuo figlio ho potuto dare soltanto 15 giorni di convalescenza. La patria ha bisogno di granatieri. E anche gli altri avrebbero diritto a fare una capatina in mezzo alle loro famiglie. Mi adopererò comunque perché anche altri granatieri della compagnia di tuo figlio possano godere di un privilegio analogo a quello del tuo Orolindo.
Saluta calorosamente la tua signora. Ti prego di andare a rassicurare la mia famiglia che sto bene e informala che ho spedito loro una lettera.
Tuo Baccarini

Se questa lettera fosse capitata fra le mani di un tribunale militare sicuramente il professore, per effetto dell’espressione la ridicola volontà di conquistare il mondo, si sarebbe guadagnato una sicura condanna.
La licenza di Orolindo volò. Sapeva benissimo che sua moglie si trovava nella casa avita dei Lucchesi. Orolindo si diede da fare come non mai nel podere. Informò tutta la famiglia che presto sarebbe rientrato in Italia e che con tutta probabilità sarebbe stato destinato a Roma.
Ai primi di giugno del 1943 anche nella zona di Samo arrivarono da Livorno, martoriata da bombardamenti aerei a tappeto, molte famiglie di sopravvissuti livornesi. I Lucchesi aiutarono con ogni mezzo quei poveri sfollati che avevano trovato rifugio in altre case della zona di Samo.
Il 25 luglio e l’8 settembre del 1943 Orolindo era a Roma. Il suo reggimento, in previsione dell’attacco dei tedeschi, l’8 settembre 1943 si predispose non solo per contenere l’eventuale attacco degli ex alleati, ma anche per respingerli fuori di Roma.
Ma insieme ai soldati tedeschi, a Roma, giunse per i granatieri anche l’ordine di non opporre resistenza ai tedeschi e di arrendersi.
- Chi può – disse il comandante ai granatieri – fugga prima che i tedeschi ci facciano tutti prigionieri.
Orolindo uscì dalla caserma, si procurò degli abiti civili e, approfittando del caos generale, riuscì nel volgere di pochi giorni a rientrare a Fucecchio.
Anche Nello Lupi, il marito di Silvana, di stanza nell’isola d’Elba, riuscì a rientrare a casa e a riprendere la sua attività di pastore e, questa volta, in proprio: le pecore e le capre erano sue. Ma questa attività durò pochissime settimane.
Il 23 settembre 1943, Benito Mussolini, l’ex dittatore del Regno d’Italia, dopo essere stato liberato da un gruppo di tedeschi, istituì la Repubblica Sociale Italiana di cui anche Fucecchio faceva parte. E naturalmente l’ex Duce costituì immediatamente un esercito al comando del Maresciallo Graziani - che avrebbe dovuto combattere a fianco di quello dei tedeschi. Di questo esercito avrebbero dovuto far parte tutti i soldati reduci che erano rientrati a casa e quelli iscritti nelle liste di leva. I membri della polizia della Repubblica Sociale Italiana - che si contrapponeva al Regno d’Italia - vennero chiamati polizei ed anche repubblichini. Ad essi era demandato il compito di trovare i reduci e i renitenti alla leva. I renitenti venivano addirittura impiccati con il filo di ferro. Eppure la maggior parte dei giovani di leva preferì correre il rischio dell’impiccagione piuttosto che arruolarsi nell’esercito di Mussolini. I reduci, invece, se catturati, venivano spediti direttamente nei campi di lavoro in Germania se si rifiutavano aderire all’esercito repubblicano.
Una sera - si era nel marzo del 1944 – venne a far visita al Lucchesi, Angiolino Cecconi.
- So bene di chiederti troppo, Nanni – esordì Angiolino – ma non lo faccio per me. Bisognerebbe che tu ospitassi due giovani che sono ricercati perché non vogliono prestar servizio militare nell’esercito repubblichino. Io credo che il periodo non dovrebbe essere troppo lungo. Appena gli americani avranno sfondato il fronte a Cassino, la liberazione dell’Italia dovrebbe avvenire in due o tre mesi.
Nanni non poteva dare una risposta immediata.
- Io, caro Angiolino, esporrò al rischio di una rappresaglia tutti i miei familiari nel caso che i due giovani venissero trovati.
- Hai perfettamente ragione, ma io ho pensato che in questa zona i polizei non ci verranno mai. Siete troppo fuori mano.
- E chi sarebbero questi due giovani?
- Uno è il figliolo del Bandini, Raffaello. Lo conoscete bene, no? L’altro è il Mancini Aurelio, il figliolo dell’impiegato della SAFFA. Allora?
- Puoi farli venire domani sera, ma ad una condizione precisa. I loro familiari non devono mettere mai piede nemmeno nella nostra strada. Se i giovani avranno bisogno di qualcosa, ci penseremo noi a far avvertire i genitori. Domattina farò loro preparare una stanza nel piano alto del fienile. Non li potrà vedere nessuno.
- Per il vitto e l’alloggio, sarai risarcito non appena la guerra sarà finita – concluse Angiolino.
Il giorno dopo, all’imbrunire arrivarono i due giovani. Con l’uso di una scala a pioli salirono nella loro cella nascosta dal fieno. Nanni disse loro:
- Ci troverete anche due vasi per i vostri bisogni corporali. Di notte potrete anche scendere nella concimaia utilizzando la scala che troverete nel fienile. Vi ci abbiamo messo anche due secchi di acqua, un tavolinetto, bicchieri, una bottiglia, una catinella. Non dovrete assolutamente fumare. Tutte le volte che saliremo a prelevare il fieno per le bestie vi chiederemo di cosa avrete immediato bisogno.
Il fronte di Cassino venne sfondato soltanto l’11 maggio. I tedeschi non lasciarono trapelare nessun segnale di ritirata. Soltanto dopo la liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944 la via di Santa Croce cominciò ad essere frequentata quasi tutti i giorni da carriaggi, camion , carri armati, pezzi da artiglieria pesante e leggera.
La casa del Lucchesi, che si imponeva alla vista per la sua colombaia – una specie di torretta – e per i due cipressi che segnavano l’apertura del viottolo sul lato sinistro della via di Santa Croce per chi si dirige in quella direzione, diventò una meta per la sosta di gruppi di tedeschi. Il tronco dei cipressi divenne un utile palo su cui i militari germanici affiggevano la loro segnaletica. Quando per la prima volta vi si fermò un drappello con una mezza dozzina di cavalli, i due ospiti del fienile temettero a lungo per la loro incolumità. I tedeschi, naturalmente, pretesero l’uso della stalla, le biade e soprattutto il fieno. E questa volta la previdenza di Nanni risultò vincitrice. Il Lucchesi, infatti, aveva anche preparato un pagliaio di fieno accanto a quello di paglia. Quindi non fu necessario salire sulla cascina per prelevarlo. Al mattino i tedeschi se ne andarono. Nanni, allora, salì sul fienile ed invitò espressamente i due giovani ad andarsene. La loro permanenza sarebbe stata pericolosa per loro stessi e per tutta la famiglia Lucchesi. Nanni disse loro:
- Ditemi dove devo accompagnarvi e vi assicuro che non vi succederà niente.
Raffaello Bandini chiese:
- Portaci lì a casa mia. I miei ci indicheranno dove potremo rifugiarci.
Per effettuare l’attraversamento della via provinciale, quella che noi chiamiamo comunemente la via di S. Croce, Nanni si fece aiutare dalla sua Rosita che aveva ormai 11 anni. L’operazione andò a buon fine. Quando il Lucchesi ritornò nella propria abitazione tirò un bel respiro di sollievo. Quel giorno i tedeschi non si fermarono nella sua casa.
Erano da poco calate le prime ombre della notte e già Nanni si preparava per andare a coricarsi, quando la quiete di tutti i famigliari venne scossa dal rombo del motore di un aereo che sorvolò la zona di Samo a bassissima quota. Poco dopo si udì una esplosione. L’aereo aveva lasciato cadere un paio di spezzoni in prossimità del confine fra il comune di Fucecchio e quello di Santa Croce.
L’aereo, denominato il “clandestino”, tutte le sere veniva a turbare i sonni delle famiglie della zona Samo. Giovanni, ancora una volta, dovette ricorrere ai rimedi. Consultatosi con i figli, decise di approntare un rifugio antiaereo nel quale sarebbero rimasti fino a quando il “clandestino” non avesse preso la via del ritorno. Il rifugio venne realizzato in prossimità della casa. Fu posta grandissima cura sulla copertura della lunga fossa che era stata scavata per consentire a tutti i membri della famiglia Lucchesi di potercisi rifugiare. Travi, travicelli e tronchi d’albero ricoperti di terra e di pellicce d’erba dovevano far fronte alla eventuale esplosione di uno o due spezzoni che vi fossero caduti sopra.
I tedeschi di passaggio che quotidianamente stazionavano nella casa di Nanni non dettero mai nessun peso al clandestino. Incuranti dello sgradito ospite, volevano mangiare e gozzovigliare sull’aia. Gli animali da cortile del Lucchesi si assottigliavano con grande rapidità.
Una sera, durante una cena all’aperto sull’aia della casa del Lucchesi, il comandante del drappello di tedeschi ruppe una forchetta. Se ne mostrò così mortificato che dovette essere a più riprese rincuorato dalla mamma di Nanni. Quella mortificazione aveva quasi dell’incredibile. Quando mai i tedeschi si erano mostrati dispiaciuti per i danni che causavano? Mezz’ora dopo, forse per l’effetto delle abbondanti libagioni, il medesimo comandante si esibì in una sceneggiata che preoccupò non poco il capoccio. Il comandante invitò i suoi commilitoni a portarsi con i bicchieri vuoti in cantina. Qui giunti, - non era ancora notte – il comandante estrasse dal piccolo fodero la pistola d’ordinanza e colpì in basso una piccola botte di vino bianco. Il vino zampillò dal buco come fosse una sorgente. I soldati, con gran baldoria riempirono ripetutamente i loro bicchieri. Il Comandante, ebbro di vino, ordinò l’alt. Di nuovo estrasse la pistola e questa volta centrò una piccola damigiana di vinsanto. E di nuovo ci fu la ressa sotto lo zampillo del nuovo tipo di vino. Nanni, incollerito ma silenzioso, fissava la grande botte. “ Se mi prende di mira quella siamo rovinati” pensò. Dopo essersi riempiti le viscere con il vinsanto il comandante e i soldati abbandonarono la cantina.
Alla fine di giugno i tedeschi cominciarono a piazzare le loro artiglierie leggere in prossimità dell’Arno e quindi anche nel podere dei Lucchesi. Erano cominciati i bombardamenti quotidiani del nostro ponte sull’Arno, destinato comunque a crollare dato che era stato minato dai tedeschi. E proprio dalla mitragliera sistemata in un campo di Nanni ed affidata ad un collaborazionista italiano venne colpito uno dei cacciabombardieri che cercava di colpire il nostro ponte.
Fin dai primi di luglio i tedeschi che stazionavano in casa del Lucchesi ripetevano continuamente:
- Qui guerra. Andate via. Qui kaput.
Verso il dieci luglio un ufficiale tedesco ordinò a Gianni:
- Domani tutti via. E’ un ordine. Qui Arno: qui fronte di guerra.
L’ordine venne impartito nel primo pomeriggio. Che fare? Nanni si ricordò del Baccarini. Senza un attimo di esitazione, avvertì la moglie ed andò subito all’ospedale a trovare il professore. Il Baccarini, appena lo vide, esclamò raggiante:
- Nemmeno a farlo apposta! Avevo proprio bisogno di te. Ma dimmi che cosa ti è successo? Perché sei venuto qui?
Nanni espose la sua situazione critica dopo l’ultimatum dell’ufficiale tedesco.
- Son venuto a chiederle consiglio ed aiuto, professore – concluse Nanni.
E Baccarini:
- Domani mattina venite tutti quanti qui in ospedale. Ti avrei mandato a chiamare perché voglio dotare l’ospedale di un macello. Perciò ho bisogno di una persona che mi procuri le bestie. Tuo genero, Nello, l’ho già arruolato come macellaio dell’ospedale.
- Per codesto non ci sono problemi. Mio genero, Nello, è proprio del mestiere. Ma gli altri? – chiese Nanni.
- Le tue donne ci faranno molto comodo in cucina . Suor Albina ne sarà contentissima. Il tuo Orolindo, quello che mandai in licenza dalla Croazia, ci provvederà di grano e lo dovrà battere con il correggiato. Digli che non si dimentichi di portarne almeno uno di correggiati.
- E il mio Franco che ha solo 14 anni? – intervenne di nuovo di Nanni.
- Ma quello sembra già un giovanotto. Gli darò un camice bianco e lo metterò al pronto soccorso a ricevere i feriti. Le bestie della tua stalla portale in ospedale. Vi verranno regolarmente pagate.
- Ma se i tedeschi le vedono mentre le porto in ospedale, me le prenderanno.
- Montanelli! Caleino ! – chiamò il professore.
- Comandi, professore.
- Vai dalla professoressa Montanelli e dille che venga subito da me in ospedale.
- Da Tina, la figliola di Igia ? – chiese per rassicurarsi l’infermiere che aveva una finestra fra gli incisivi superiori.
- Sì, da lei – ribatté il professore.
Dopo cinque minuti ritornarono Caleino e Tina, professoressa di lingue straniere e particolarmente addestrata nell’uso della lingua francese e di quella tedesca.
- Signorina – esordì il Baccarini – lei deve andare con questo signore. Lui porterà tutte le bestie della sua stalla all’ospedale dove saranno macellate per uso degli ammalati. Se i soldati tedeschi tentassero di prendergliele lei deve far loro capire che le bestie serviranno ai malati. Tu, Caleino, prepara dei camici per Giovanni, per Nello, per Orolindo e per Franco. Faglieli indossare ai tuoi uomini, Nanni. E lei, signorina, ce lo fa questo piacere?
Tina non replicò: obbedì.
Era veramente spettacolare il corteo dei bovini scortati da quattro uomini in camice bianco con tanto di croce rossa sul braccio sinistro. Per due volte i tedeschi di passaggio si fermarono e tentarono di impossessarsi dei bei bovini, ma la professoressa con il suo tedesco fluido e con le sue argomentazioni suasive, mai indisponenti, riuscì a far arrivare le bestie fino all’ospedale. Ad accogliere il corteo c’erano il professore e David Matteucci promosso sul campo presidente dell’ospedale. Il Matteucci aveva predisposto, sotto due dei vuoti del portico di mattoni a bella vista che scendeva dall’ospedale fin quasi alla stanza mortuaria, la stalla e il macello per le bestie che sarebbero servite per l’ospedale.
Baccarini era soddisfatto: l’emergenza carne era stata risolta in maniera assai brillante.
- Per l’approvvigionamento di grano cosa pensi di fare, Orolindo ? – gli chiese il primario dell’ospedale.
- Nelle ore che riterrò le più opportune andrò a rubare i covoni grano e poi li batterò sul lastricato che è davanti alla casina delle suore. Domattina porterò anche un vaglio.
- Vi aspetto tutti quanti domattina. Suor Albina è felice di poter contare sull’aiuto delle vostre donne. Non portate biancheria né stoviglie. Ad ognuno di voi sarà assegnato un posto letto.
L’abbandono della casa da parte dei Lucchesi fu assai penoso. L’unica che si rifiutò di lasciare la casa fu Isola, la mamma di Nanni.
- Preferisco mille volte morire piuttosto che lasciare la mia casa.
L’ufficiale tedesco parve capire le ragioni dell’anziana donna e non prescrisse per lei nessun provvedimento disciplinare.
Tutti gli altri Lucchesi abbandonarono la loro casa e si sistemarono in ospedale. Inizialmente, specialmente Franco, venne colpito dalla vista delle corsie vuote e dal sovraffollamento dei corridoi dell’interrato e del piano terra pieni di ammalati. Attualmente nell’interrato si trovano la radiologia, la cardiologia, i magazzini, la sala gessi. La notte del 18 luglio 1944 e soprattutto quella del 19 luglio scioccarono il giovane Franco, appena quattordicenne.
Il 18 cominciarono i primi cannoneggiamenti sul capoluogo e ci furono i primi feriti e i primi morti. Franco, addetto al ricevimento dei feriti dovette sopportare la vista di corpi smembrati, di ventri squarciati. La sala operatoria in questa prima fase fu efficiente.
Quando il 21 venne proclamato lo sfollamento obbligatorio del paese la ricezione ospedaliera divenne caotica. Numerosissime famiglie, per non abbandonare la propria casa nelle mani degli sciacalli tedeschi e fucecchiesi, volevano essere ospitate in ospedale. Baccarini, benché reso quasi claudicante dal congelamento delle gambe contratto nella ritirata dalla Russia assunse atteggiamenti da Comandante militare e si rifiutò di accogliere le richieste di ospitalità avanzate dalle numerosissime famiglie che avevano fatto sosta davanti all’ospedale. Egli sentiva l’obbligo di dover tutelare prima di tutto la vita delle numerose persone che sarebbero state ferite più o meno gravemente dalle cannonate. Inoltre tutto l’ ”anticrollo”, lo scantinato che si trova va sotto il padiglione delle “tranquille” attualmente adibito a centrale termica per tutti i reparti dell’ospedale era già affollato da molte famiglie bene di Fucecchio: erano le famiglie dei medici, dei professionisti più in vista, quelle di alcuni impiegati che contavano, quelle di alcuni negozianti del paese alto. Soltanto pochissime famiglie furono sistemate sotto il porticato che, a sostegno della terrazza retrostante l’ospedale, scendeva fin quasi alla cappellina.
Nanni si vedeva tutti i giorni con il professore e con David Matteucci. Quest’ultimo sosteneva che con tutta probabilità non era necessario trovare altre bestie da macello. David era convinto che la guerra a Fucecchio non si sarebbe protratta per più di due settimane.
Il Lucchesi, a giorni alterni, seguendo un percorso abbastanza lungo e complicato e avvalendosi del bracciale con la croce rossa, riusciva a raggiungere la propria casa e a conferire con la mamma che era diventata la cuoca dei tedeschi che alloggiavano di volta in volta nella sua casa. Ed Isola sapeva sbrigarsela con quei soldati e sapeva mostrarsi anche autoritaria. La donna, apprensiva, raccomandava sempre al suo Nanni:
- Non preoccuparti per me. Io saprò cavarmela. Perciò non venire a trovarmi. E’ troppo pericoloso per te questo spostamento. Hai capito?
Ma Nanni faceva orecchi da mercante.
Al ritorno si fermava sempre, dopo aver attraversato la via provinciale, nel rifugio dei Billi dove alloggiavano anche alcuni sfollati livornesi. Il rifugio, oltre a ripararli dalle cannonate li proteggeva anche dalle voglie malsane dei tedeschi. L’attenzione di Nanni venne attratta da una sfollata bionda, sempre accuratamente acconciata, ben vestita e soprattutto procace. Le sue labbra tumide e ben disegnate e soprattutto le sue rotondità eccitavano le brame del robusto Lucchesi.
Ai primi di agosto la situazione ospedaliera era diventata drammatica. I farmaci si erano esauriti. Le richieste di medicinali avanzate ai tedeschi dal professor Baccarini non venivano mai esaudite. I militari si limitavano a portare a Montecatini, ogni cinque giorni, la biancheria da sterilizzare. I bravi infermieri cercarono di incettare farmaci, ma soprattutto disinfettanti, nei negozi del paese e nelle farmacie che, però, erano stati letteralmente ripuliti dagli sciacalli.
Al pronto soccorso si disinfettava ormai con l’ittiolo e con la benzina. Ogni giorno arrivavano feriti e morti.
In sala operatoria il professore cercava di compiere i miracoli; la mancanza di farmaci antinfettivi produceva la setticemia che in tempi più o meno rapidi conduceva alla morte. E come se questo non bastasse, a metà agosto si diffuse in ospedale una epidemia di dissenteria che si trasformò ben presto in epidemia da tifo. L’unico deterrente rivelatosi efficace nella prevenzione delle febbri tifoidee era costituito dalle mele cotte. Le donne dei Lucchesi dovevano cuocerne in continuazione teglioni su teglioni. Orolindo venne incaricato di reperire nelle campagne vicine ogni tipo di mele e di incettarle a tutti i costi. Anche Nanni, ogni volta che si portava in Samo non dimenticava mai di riportarne un paio di sacchetti o di panieri. Ma a chi venivano distribuite tutte quelle mele cotte? Ai degenti e soprattutto alle famiglie bene che vivevano nello scantinato sotto il reparto delle “tranquille”.
Il povero Franco dovette sobbarcarsi anche un altro servizio, molto delicato e ripugnante: dovette provvedere al trasporto e all’interramento nei vallini dell’ospedale degli arti amputati in sala operatoria.
La mattinata del 19 agosto fu veramente sconvolgente per il giovane Franco Lucchesi. Una cannonata colpì il muro esterno del reparto delle tranquille e provocò una vittima illustre: l'impiegato comunale Giovanni Galleni. Baccarini non riuscì a reprimere una reazione di rabbia. Il Maccai (Galleni Giovanni) era un suo amico. Poco dopo il cannone esplose le sue bordate in S. Antonio, cioè in fondo a via Valdarnese, oggi via Franco Bracci. Franco vide arrivare il corpo martoriato di Giuseppe Biagi, trasportato a mano su di una tavola da pane, dal fratello Dionisio e da Ovidio Falorni; e subito dopo, ancora vivo ma moribondo, il corpo smembrato del Lombetti, al secolo Calugi Agostino. Franco venne poi mandato a cercare un infermiere nell’interrato. Qui giunto vide spirare Pirro Masetti, il conte, In quel medesimo letto, l’11 agosto, aveva assistito al trapasso di Giuseppe Billeri, il padre di Scandiano, abitante anche lui nella zona Samo. Il Billeri era stato ricoverato in ospedale il 6 agosto perché ferito nella sua stalla da una scheggia. Franco, la sera del 10 agosto aveva fatto la spola fra il giaciglio di Emilio Billi e quello del povero Billeri che stava agonizzando. Poco dopo la mezzanotte del 10 agosto Giuseppe Billeri spirò sotto lo sguardo vigile e velato di dolore di Franco Lucchesi . E proprio Franco gli aveva chiuso gli occhi per il riposo eterno.
Anche Franco era sconvolto. Quelle scene di dolore e di morte, di sangue e di sporcizia, di trambusto e di grande disordine traumatizzavano il bravissimo giovane. Per fortuna la sera veniva rasserenato dalla compagnia di Luciana, la sorella minore di Tina, la professoressa che nella sua veste di interprete si era tanto adoperata per salvare il salvabile dalle razzie e dalla violenza omicida dei tedeschi. Luciana lo faceva parlare; gli faceva raccontare quanto aveva fatto e visto durante la giornata, gli chiedeva se aveva visto le sorelle, il fratello e soprattutto il cognato Nello. Nello era il punto “debole” della catena interiore di Franco. Quando Nello corteggiava Silvana, molte volte aveva portato Franco, bambino, al cinema ora da “Baino” ora da “Gemma”. L’esperienza cinematografica aveva avuto per Franco il sapore di una fiaba meravigliosa. Nello aveva conquistato il cuore del giovanissimo cognato. Luciana allora gli faceva raccontare per l’ennesima volta la trama dei film che aveva visto: quello sulla prima guerra mondiale e I cavalieri dell’apocalisse.
- E come aveva fatto Nello a conoscere la tua sorella Silvana? – gli chiedeva ancora Luciana.
- Lui (Nello) di notte teneva le sue pecore nella nostra stalla. Era uno di casa. Cantava bene e con passione. E quanti regalini faceva a mia sorella! Quando Nello e Silvana si sposarono, c’era anche il professor Baccarini in chiesa. Mamma mi disse che il professore fece la parte del testimone. E a me il professore regalò una bella penna stilografica, la prima della mia vita.
- O Michele, il Pieri, l’hai visto oggi?
- Diamine, Vado sempre a trovarlo. Se tutti fossero come lui l’ospedale funzionerebbe molto meglio. Benché abbia una gamba sciagattata taglia e sega per tutto il santo giorno tutto ciò che può alimentare le cucine economiche della cucina dell’ospedale.
- O Concetta, la moglie di Michele, l’hai veduta?
- Sì, l’ho vista, ma non la posso patire. Lo comanda troppo a bacchetta quel povero uomo.
- E il Bagnoli continua ancora a fare le casse da morto?
- Anche lui è infaticabile. Lavora sempre in silenzio. Riesce a fare dei miracoli con quelle tavolettine delle cassette e con tutto quello che riesce a racimolare fra le macerie. Mi ha detto che ha tanti figlioli: un sacco di femmine e quattro maschi. La sua moglie, però, non viene mai ad infastidirlo.
- Lo sai come la chiamano la moglie di Nello Bagnoli?
- No.
- La chiamano La Radio, perché sa tutto di tutti e parla un po' troppo.
- O i comandanti li hai visti?
- Ho visto soltanto Paccheo. Mi ha sorriso. Gazzarrino e Caleo non li ho visti. Caleo è proprio buffo. Tutte le volte che lo incontro mi ripete sempre la solita battuta: ”Per ogni cannonata un bicchiere di vino. E sarò salvo!”
Luciana , facendolo parlare, scaricava Franco di tutte le tensioni che aveva accumulato durante il giorno. E Franco si addormentava pacificamente.
Appena si alzava, Franco andava subito a trovare Pollino, Emilio Billi, vicino di casa, che era stato ferito ad una spalla da una cannonata il 10 agosto 1944. Pollino, barcaiolo e renaiolo, non si stancava di ripetere a Franco:
- Se ritornerò a casa sano e salvo lo dovrò alla tua mamma e alle tue sorelle. Se non fosse stato per loro anch’io sarei stato colpito dalla setticemia. E invece, grazie a tutti gli impacchi che loro mi fanno all’insaputa di tutti, ora sto molto bene e spero di essere mandato a casa molto presto.
Il 22 agosto, Franco vide portare in ospedale Nardi Mario, di tredici anni, ed il padre, lui pure ferito, ma lievemente. Il ragazzo aveva la gamba destra in bruttissime condizioni. Si lamentava continuamente. Mario sorrise quando vide avvicinarsi al suo letto il giovane Franco Lucchesi. Il Nardi gli chiese:
- Ci hai qualcuno in ospedale?
- Fortunatamente non ci ho nessuno. Io presto servizio al pronto soccorso: annoto i nomi dei feriti che arrivano e devo anche sotterrare le gambe, le braccia ed anche le mani che vengono amputate– rispose prontamente Franco.
- Forse anche la mia gamba destra dovrà essere tagliata e tu dovrai sotterrarla.
- Ma dove siete stati feriti tu e il tuo babbo? – chiese Franco Lucchesi, particolarmente interessato alla vicenda di questo suo quasi coetaneo.
- Io e la mia famiglia fin dal 21 luglio, invece di abbandonare il paese, ci eravamo rifugiati da Ganino, il contadino delle monache, quello che ha la casa dietro il Poggetto, ai piedi del monastero.. Lui ci aveva aveva ospitati in casa sua. Appena sentivamo partire le cannonate da S. Miniato correvamo subito nel rifugio che il Landi aveva scavato in un ciglione a confine dell’aia. L’aveva rinforzato con tronchi d’albero, con pali della luce e con tanta terra. Il rifugio aveva due entrate che, però, guardavano S. Miniato. Verso la fine di luglio una cannonata esplose in prossimità della prima entrata e la vampata sbruciacchiò le gambe a me, a Ganino e a suo figlio Piero, mio compagno di classe in quinta elementare. Andammo tutti e tre all’ospedale. A me e a Ganino i dottori dissero che non era niente; Piero, invece, doveva andare un giorno sì ed un giorno a medicarsi l’ustione: gliela lavavano con la benzina e poi gli ci mettevano sopra una pomata.
Mario riprese fiato e continuò:
- Ganino, la sera stessa del ferimento, decise di andare a rifugiarsi nel convento delle monache, dato che era il loro contadino. Le cantine del convento erano sicurissime. Lui ci disse: “Se volete venire anche voi, io glielo domando e di no non me lo diranno.” Mio padre rifiutò quella offerta e chiese a Ganino se potevamo rimanere lì a casa sua e se potevamo usare il suo rifugio. Lui ci rispose subito di sì. Era stata la mamma a dissuadere il babbo. La nostra casa era a tre passi dall’aia di Ganino, Per andarci non era necessario scendere nel Vicolo delle Carbonaie. Bastava attraversare un orto. Oggi, nel primo pomeriggio, c’è stato un cannoneggiamento. Io , il mio babbo e la mia mamma, quando gli americani hanno cominciato a sparare, eravamo nella casa di Ganino. “Andiamo tutti nel rifugio” ci ha detto il babbo. La mamma si è rifiutata. Io, allora, sono andato dietro al babbo. Mentre stavamo per imboccare il rifugio, io e babbo siamo stati colpiti dalle schegge di una cannonata alle gambe. Ed ora, come vedi, eccomi qui.
Mario, affaticato e dolorante, socchiuse gli occhi. Franco lo accarezzò sulla fronte madida per l’alta temperatura e si allontanò in silenzio.
L’indomani al povero Mario venne amputa la gamba destra. Inenarrabile fu il dolore del povero Nardi per la mancanza di anestetici.
Piero Landi, quando il 24 agosto andò in ospedale a farsi medicare la ferita non mancò di fare una visitina all’amico Mario. Il giorno dopo ci andarono anche Ganino, sua moglie e la figliola Licia. Ci sarebbe andato volentieri anche l’altro figlio di Ganino, Michele, ma lui doveva stare sempre lontano perché ricercato come renitente alla leva.
Franco Lucchesi andava a trovare il povero Nardi anche tre o quattro volte al giorno. Il Lucchesi aveva udito la sentenza che il professor Baccarini aveva emesse nei confronti Mario Nardi:
- Povero figliolo! Anche lui verrà ucciso dalla setticemia.
Franco non voleva rassegnarsi alla morte di quel ragazzo che, almeno all’apparenza, doveva essere tanto buono.
La mattina del 27 agosto, com’era sua abitudine, prima di andare a casa a trovare la mamma, Nanni Lucchesi passò da Franco per avvertirlo e per chiedergli se aveva bisogno di qualcosa.
- Babbo, qui si dice che la guerra è ormai alla fine: perciò aspetta altri due o tre giorni. Ne parlavano ieri sera Giangi (Giangiacomo Micheletti), sua sorella Gaia e Giovanni Matteucci, il figliolo della sora Dina, la Frediani. Sarebbe imperdonabile se ti succedesse una disgrazia proprio ora che siamo alla fine.
Franco sapeva benissimo che suo padre, quando aveva deciso, non avrebbe receduto, tuttavia aveva voluto provarci anche se l’esito fu prevedibilmente negativo.
Prima che attraversasse la strada provinciale, Nanni fu visto e chiamato dalla moglie di Emilio Billi.
- Ti conviene star lontano da casa tua, Nanni. Non ci andare. Ci troveresti due tedeschi arrabbiatissimi. Uno di loro è stato preso a schiaffi da quella sfollata che piace tanto anche a te. Lui voleva cavalcarla, ma lei non solo si è rifiutata, ma lo ha addirittura schiaffeggiato. Non capisco perché non l’abbiano ammazzata. Lei gli ha detto: “Io fare spia al Comandante”. I due si sono impauriti e se ne sono andati incolleriti. Chissà che il Comandante non se la cavalchi a nostra insaputa. Lei tutti i giorni si dilegua per un paio di ore. Dice che va alla ricerca di un suo figlio catturato dai tedeschi: è sicura che sia riuscito a sfuggire ai tedeschi e che si trovi nel comune di Fucecchio. Io, caro Nanni, a questa storia ci ho sempre creduto poco.
- Ma io cosa ci rientro in tutta questa faccenda?
- Sì, che ci rientri. Quel soldato tedesco potrebbe sfogarla su di te la rabbia di essere stato respinto e schiaffeggiato.
A questo punto la moglie di Emilio, che nel frattempo era stata rassicurata da Nanni sulle buone condizioni di salute del marito ferito e ricoverato in ospedale, chiamò anche Oscar Banti per dissuadere Giovanni.
- O “Oscare”, diglielo un pochino a Nanni, tu ci andresti a casa sua?
- Nemmeno per tutto l’oro del mondo. Sono troppo arrabbiati. Sicuramente, Nanni, se ci vai, se la riprenderanno con te.
Da buon fucecchiese cocciuto, Nanni, senza replicare e senza giustificarsi, raggiunse la sua casa e la mamma.
I tedeschi che vi stazionavano erano calmi. Nanni raccontò alla mamma quanto gli avevano raccontato la moglie del Billi e il Banti. La madre confermò che i due tedeschi erano giunti a casa agitatissimi e che lei se ne era rimasta zitta. Dopo una mezz’ora era scesa dalla cucina ed aveva mostrato alla mezza dozzina di militari un teglione con pollo e patate in procinto di essere arrostiti. Aveva chiesto:
- Va bene?
- Ja! Ja| - avevano risposto e si erano messi a ripulire le armi. Abituati alla presenza del figlio Giovanni lo avevano salutato come sempre. All’ora di pranzo, proprio Nanni aveva apparecchiato come di consueto all’aperto, quasi davanti alla porta di casa. I tedeschi avevano messo in tavola il loro pane nero a forma di massello. Nanni aveva predisposto sei coperti e tre fiaschi di vino bianco con una caraffa d’acqua attinta con un secchio dal pozzo. La mamma, poco dopo, servì i in un bel vassoio il pollo arrosto con patate. I tedeschi spolverarono tutto e tracannarono due di quei tre fiaschi di vino. Erano mezzo sbronzi. Quando Nanni si accinse a sparecchiare la tavola, proprio il tedesco che era stato schiaffeggiato, disse perentorio:
- Io volere prosciutto.
- Non ne abbiamo più. Li avete finiti tutti.
- Tu, bugiardo.
- Io dire la verità.
Isola che aveva udito gli urlacci del tedesco si affacciò alla finestra, intervenne a favore del figlio, ma non ci fu niente da fare.
Il tedesco si alzò, prese il suo fucile mitragliatore e minacciò:
- Se tu non dare prosciutto, io fare kaput o portare in Alemagna.
Poi, accostando la bocca della canna del mitragliatore sulla schiena di Nanni, gridò:
- Raus! Raus!
Nanni sapeva che quel comando preludeva allo sparo. Si portò, allungando il passo, sull’angolo della casa che dava sul campo di saggina, si voltò, guardò in alto, finse di gridare alla mamma. Il tedesco abboccò e si girò. Giovanni con la rapidità di un fulmine si infilò nel campo di saggina.
Dal mitragliatore del tedesco partì una raffica. Nanni non ne fu colpito. Dopo qualche attimo partì una seconda raffica: venne centrato il polpaccio della gamba destra di Nanni. Il povero Giovanni lanciò un grido di dolore. Poi fu silenzio assoluto. I tedeschi credettero che fosse morto. Lo credette anche mamma Isola. E invece, nonostante la ferita profonda e la perdita di sangue, Nanni riuscì a portarsi sulla provinciale, l’attraversò e giunto sull’aia della casa di Emilio Billi si trovò davanti il nipotino di quest’ultimo.
- Chiama subito la zia – lo supplicò il Lucchesi.
Il piccolo Billi, di quattro anni, benché impaurito dall’immagine del Lucchesi ferito, andò a chiamare subito la zia.
La zia, appena vide la ferita capì e corse al rifugio a chiamare rinforzi. Giunse sul luogo del ferito, per primo, Oscar Banti, ex graduato della guardia di finanza.
- Qui non c’è tempo da perdere. Bisogna disinfettare la ferita e fasciarlo ben bene. Trovatemi un carretto con un materassino. Lo porterò all’ospedale.
Nanni si scusò ripetutamente con Oscar;
- Se ti avevo dato retta non sarebbe successo niente. Fate sapere alla mia mamma che non sono morto e che sono soltanto ferito al polpaccio della gamba destra. Chissà come ci rimarranno male i miei quando mi vedranno arrivare così malconcio in ospedale.
Venne a prestarle soccorso anche la sfollata procace. La donna si avvicinò a Nanni ormai sistemato sul carretto, si piegò su di lui, gli fece sentire il calore del suo seno e gli accennò con un sorriso la sua disponibilità.
Oscar, quando giunse al cancello dell’ospedale, ordinò a Caleino di far allontanare il giovane Franco: gli avrebbero fatto vedere il padre il giorno dopo,
Il professore ci rimase di stucco quando si trovò sul lettino il suo confidente. Per il professor Baccarini. Nanni era una persona intangibile: non era possibile che fosse stato colpito.
- Meno male che la pallottola pur essendo di quelle a scoppio, non ha leso i vasi arteriosi, altrimenti in ospedale vivo non ci saresti arrivato. Ora dovrai patire un pochino perché cercherò di tirarti fuori la punta della pallottola dirompente e alcune delle schegge che si sono infilate nella gamba.
L’intervento fu lungo. La pallottola ed una diecina di schegge vennero tolte. Rimanevano le altre. Ma senza un esame radiografico come e dove individuarle? E la radiologia era inattiva. Inoltre il pericolo più grave era costituito dalla setticemia. Le infezioni erano indominabili per mancanza di farmaci idonei.
Franco era stato mandato ad assistere Mario Nardi, quasi coetaneo di Franco.
E Luciana, rivolta a Franco:
- Quanto anni ha questo ragazzo?
- Ha soltanto tredici anni. E’ stato ferito insieme al suo babbo il 22 agosto mentre stava entrando nel rifugio che era stato loro concesso da Ganino. Il professore ha dovuto tagliargli la gamba destra. Povero Mario!
- La guerra, caro Franco, come dicono, è cieca e colpisce nei momenti inaspettati anche le persone sulla cui incolumità tu avresti fatto delle scommesse – osservò la sorella di Tina.
Franco ebbe un sussulto. Si ricordò del babbo.
- Ma mio padre sarà rientrato? C’era anche lui laggiù in Samo questa mattina.
Luciana depistò Franco rivolgendogli molte domande su Mario Nardi.
Franco, però, non era tranquillo. Andò a trovare Orolindo il quale gli raccontò che il babbo era rimasto a dormire a casa con la nonna. Al mattino, verso le 6,30, il professor Baccarini venne a trovare Franco che era già alzato. Gli mise una mano sulla spalla e gli disse:
- So che sei un ragazzo molto forte. Ora verrai con me a trovare tuo padre che ieri è stato ferito con un colpo di fucile mitragliatore da un soldato tedesco ubriaco. E’ soltanto ferito al polpaccio della gamba destra. La ferita è brutta. L’unico pericolo che corre è la setticemia. Speriamo che qualche buon santo lo protegga.
- Eccolo là tuo padre – disse il Baccarini.
Accanto al letto c’era il genero Nello Lupi. Franco durò fatica a riconoscere il padre. Aveva il volto sbiancato, gli occhi spenti, i capelli scarmigliati e sembrava avesse perduto la voce. Sudava. E quando Nanni riconobbe il figlio non ce la fece a sorridergli. Mosse soltanto il viso come volesse dire di sì, come per confessargli che se gli avesse obbedito nulla di tutto questo sarebbe accaduto.
D’un tratto si avvicinò Caleino e gridò:
- Professore, corra! I tedeschi ci stanno portando via le bestie dalla nostra stalla.
Il Professore allora gridò:
- Luciana Montanelli, vada subito a chiamare sua sorella Tina.
Il professore e Caleo si precipitarono sotto il portico, nel vano dove erano i bovini destinati al macello per l’ospedale. Due ceffi di tedeschi, cercavano di stanare le tre bestie che recalcitravano di fronte a quei due biechi e truci razziatori.
- Queste sono dell’ospedale – urlò il Baccarini.
- Questo non vero. Tu aiutare partigiani.
Il professore trasalì, si tirò su i gambali dei pantaloni e mostrò le gambe congelate urlando con sdegno:
- Queste, Russia con tedeschi.
L’altro soldato, allora, notato lo stordimento del camerata, insinuò.
- Grande signora bionda, cantina grande palazzo, avere detto nostro comandante tu essere amico partigiani.
Il professore crollò a terra quasi svenuto. Un oltraggio simile non se lo sarebbe mai aspettato. Lui capì benissimo chi era la grande signora bionda. Tramortito, ebbe solo la forza di dire a Nello e a Caleo:
- Lasciate perdere. Se c’è di mezzo un comandante potrebbero capitarci addosso dei grossi guai. Avete visto cos’è capitato al povero Lucchesi?
Quando sopraggiunse Tina, l’interprete dei tedeschi, le bestie erano già lontane.
Baccarini che si era ripreso ammise:
- Aveva ragione, signorina, quando mi avvertì che la moglie di quel nostro strano collega stava dalla parte dei tedeschi. Meglio lasciar perdere. Quella ( la bionda) potrebbe farci cadere addosso delle enormi tegole. Nanni ci dirà dove potremo acquistare un paio di bestie per i nostri ammalati.
Le condizioni del Lucchesi, nonostante le medicazioni e le assidue cure del professore si facevano di giorno in giorno più precarie. Nanni aveva ritrovato la forza di parlare, ma disperava sulla sua guarigione nonostante le rassicurazioni del primario e degli altri medici. Gli avevano messo accanto, la mattina del 29 agosto il tredicenne Mario Nardi, il ferito prediletto da Franco. Nanni ne fu contento sebbene sapesse che Mario era condannato a morte dalla setticemia.
Il primo settembre Fucecchio e tutto il Valdarno vennero liberati dagli americani.
Il due settembre il porticato e l’anticrollo dell’ospedale – il rifugio - si svuotarono di tutti gli sfollati. Anche i Lucchesi rientrarono alla base e con essi anche Pollino, il Billi, ormai guarito definitivamente. Il Comitato di Liberazione nominò sindaco Angiolo Cecconi. Baccarini stilò la richiesta di una lunga lista di farmaci da sottoporre all’attenzione degli americani. Alcuni volenterosi si recarono, giorno dopo giorno, a Pontedera o a Montecatini a ritirare dei farmaci miracolosi sia per la setticemia che per il tifo. Michele Landi, il fratello di Piero, andò due volte in bicicletta a Pontedera per procurare a Mario Nardi certi farmaci ritenuti indispensabili e miracolosi. L’infezione, purtroppo, aveva preso il sopravvento.
Nanni venne sottoposto ad un altro intervento chirurgico.
Nemmeno la penicillina bloccò la setticemia che stava divorando il povero Nardi Mario e Masoni Gino: i due morirono il 9 settembre sotto lo sguardo attonito del povero Nanni.
Il 31 ottobre morì il povero Pollino, Billi Emilio. Il 10 ottobre aveva trovato una spoletta e nel tentativo di ridurla a lumicino ad olio aveva tentato di bucarla con un chiodo. Appena il martello percosse la testa del chiodo la spoletta esplose e dilaniò la mano sinistra del Billi. Franco, appena udita l’ esplosione, aveva raggiunto la casa del Billi, aveva aiutato i presenti a caricarlo su di un carretto sul quale era stato disteso un materassino e lo aveva portato all’ospedale. Al povero Pollino venne amputata la mano sinistra. Nanni non seppe mai niente di questo secondo ricovero del Billi che venne dimesso moribondo il giorno 30 ottobre. Il giorno dopo Pollino morì nella propria abitazione.
La mattina del 1° novembre, Nanni disse al professore che era venuto a visitarlo:
- Professore, non tradisca la mia fiducia. Lo sa meglio di me che sono condannato. Mi mandi a morire a casa. Cerchi solo di rassicurare i miei familiari.
Baccarini lo abbracciò, pianse e acconsentì.
- Ti farò assistere da un bravissimo infermiere. E’ un forestiero, ma garantisco io per lui.
Nanni il 2 novembre ritornò nella sua casa, nella sua camera, assistito giorno e notte dall’infermiere forestiero. Moltissimi conoscenti ed amici venivano a trovarlo. Il più assiduo era Oscar Banti. con cintura e rivoltella senza fodero. La Giunta lo aveva nominato guardia di pubblica sicurezza con pieni poteri su chiunque avesse inteso rubare o fare del male al prossimo. Nanni, sotto voce, gli chiese se la bella forestiera era sempre in Samo.
- E’ sparita il 31 agosto.
Baccarini si teneva informato, ma non osava farsi vedere perché era stato dichiarato collaborazionista della Repubblica di Salò e dei tedeschi. Avrebbero potuto linciarlo
Il 4 novembre 1944, alle ore 18, attorniato dalle figlie, dai figli, dalla moglie, dalla mamma, dalla nuora e dai generi, il poderoso granatiere si spense. Franco andò ad avvisare subito il professore. Nottetempo il Baccarini venne a rendere omaggio alla salma del Lucchesi. A vegliare la salma c’era anche Oscar Banti. Il professore lo trasse in disparte, manifestò il suo desiderio di prender parte alle esequie, ma non nascose al Banti il pericolo in cui sarebbe incorso.
- Me ne assumerò tutta intera la responsabilità. Verrò a prenderla a casa e ce la riaccompagnerò non appena il funerale sarà finito.
Al funerale, officiato dal “priorino” don Palmiro Ghimenti, presero parte alcune centinaia di persone. Insieme ai familiari, scortato da Oscar Banti, c’era anche il professor Baccarini.
Due anni dopo la Fattoria della Bianca notificò alla famiglia Lucchesi l’ordine di sfratto, poiché l’unico maschio presente in famiglia, Franco, era minorenne. Due anni dopo, nonostante l’intervento dei sindacati dei mezzadri, i Lucchesi dovettero abbandonare la casa ed il podere.
C’era una volta una bella casa corredata di piccionaia a forma torre coperta con tetto a quattro spioventi… Oggi quella casa non c’è più.
La novella della casa e della famiglia di Giovanni Lucchesi ebbe, come si è letto, un incredibile triste epilogo.

 

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