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C’era una volta… per la
via Santa Croce, nell’area dove oggi si trova la
concessionaria della FIAT, una bella casa colonica con
la piccionaia a torre coperta con quattro spioventi che
le conferiva una certa maestosità. In questa casa posta
quasi al centro di un podere di dieci ettari, di
proprietà della Fattoria Della Bianca, viveva la
numerosa famiglia di Lucchesi Giovanni, classe 1892, il
poderoso artigliere da montagna che nel corso della
prima guerra mondiale aveva fatto il presenta d’arme in
cima alla vetta con la bocca del cannone che era
riuscito a portarvi con la forza delle proprie braccia.
Giovanni, uno degli scolari prediletti di padre Carlo
Catarsi nella prima decade del 1900, riusciva ad
incutere timore e rispetto soltanto a guardarlo. Dal
prodigioso frate del nostro Convento La Vergine il
valente artigliere non solo aveva appreso l’arte del
leggere, dello scrivere e del far di conto, ma anche
quella del comportarsi con dignità e senza timori
reverenziali nei confronti del prossimo.
- Quando parlerai con qualcuno, - gli ripeteva spesso
padre Carlo - non abbassare mai lo sguardo: guardalo,
fissalo negli occhi senza nessun timore. Anche tu,
Giovanni, sei un figlio di Dio come tutti gli altri
esseri umani.
Giovanni fece tesoro di questo insegnamento sia al tempo
della Prima Guerra Mondiale sia dopo, quando con
Annunziata Toni aveva costituito la propria famiglia.
Verso la fine del 1936 cominciarono ad abbattersi sulla
famiglia di Giovanni Lucchesi i primi fulmini di una
sventura che avrà la sua macabra conclusione il 4
novembre 1944.
Due delle quattro figlie di Nanni - così veniva chiamato
il capoccio dei Lucchesi – e precisamente Silvana (1922)
e Vanda (1923) furono colpite da coliche addominali. Il
dottor Bertoncini, nonostante la sua esperienza e
competenza specifica per le malattie addominali, non
riusciva a venirne a capo. Le coliche persistevano e le
terapie tentate si rivelavano inefficaci.
Una domenica, nel primo pomeriggio, le ragazze
cominciarono a lamentarsi come non mai.
- Nunzia – disse Giovanni rivolto alla moglie - così non
si può andare avanti. Preparami il vestito nuovo. Io, le
figliole, voglio farle visitare dal professor Baccarini.
Nunzia non profferì parola. Sapeva benissimo che quando
il suo Nanni aveva preso una decisione, non sarebbe
ritornato indietro. Perciò non gli chiese nemmeno come
avrebbe fatto a portare a casa il primario del nostro
ospedale.
L’abito scuro, la cravatta nera ed il cappello
trasformarono la fisionomia di Nanni. Sembrava
addirittura un intellettuale. A piedi raggiunse piazza
Montanelli e poi, senza alcuna esitazione, entrò nel
fabbricato del Circolo dei Signori, oggi Caserma dei
carabinieri, salì le due rampe di scalini, entrò nel
salone bar e rivolto ad un cameriere:
- Per piacere mi chiama il professor Baccarini. Gli dica
che ho urgente bisogno di parlare con lui.
Il professore non si fece attendere. Di fronte ad un
uomo della stazza di Nanni, il Baccarini, un veterano
della guerra mondiale, prima ancora di chiedere a Nanni
la ragione di quel colloquio, esclamò:
- Lei, perbacco, doveva essere un granatiere.
E Nanni di rimando, guardando negli occhi il Baccarini:
- Sissignore. E un granatiere speciale. Riuscii a
portare la bocca del nostro cannone in cima alla vetta
per uno speciale presenta d’arme.
- Ma, allora, - lo interruppe il professore - tu sei
quell’artigliere fucecchiese che Beltrame dipinse per
l’Illustrazione Italiana!
Nanni abbassò la testa e proseguì:
-La Patria che io ho sempre servito fedelmente mi ha
conferito per quell’ atto una speciale onorificenza.
Il professore, appena udì la parola Patria, per lui
sacra, troncò l’intermezzo e chiese:
- Per quale ragione mi ha fatto chiamare?
Nanni, in maniera concisa eppur particolareggiata, parlò
delle coliche che avevano colpito le due figlie.
- Oggi, professore, le mie figlie stanno particolarmente
male. Mi appello alla sua cortesia e al suo amore per il
prossimo. Venga a visitarmele.
- Dove abita?
- Per la via di Santa Croce, poco dopo la Fabbrica dei
Fiammiferi.
- Va bene. Vengo. Mi aspetti un momento qui.
Il Baccarini ritornò da Nanni seguito da altri due
medici: Aglietti e Cipollaro. I quattro uscirono dal
Circolo, si portarono in via Landini Marchiani e subito
dopo imboccarono la via di Santa Croce.
Il Professore, colpito dall’imponenza, dalla eleganza e
dall’eloquio di Nanni, volle sapere per filo e per segno
dove aveva operato come granatiere durante la Prima
Guerra Mondiale. Giunto davanti alla Fabbrica dei
Fiammiferi, il dottor Aglietti chiese al Lucchesi:
- Quant’è distante la sua casa ?
- Circa tre o quattrocento metri.
Il professore che non era pratico della zona chiese dove
si trovavano. E per la prima volta vide in diretta le
palazzine della SAFFA. Mentre i medici ciceroneggiavano
con il professore, Nanni vide passare, in bicicletta, un
ragazzo della zona Samo, lo chiamò e lo pregò di andare
ad avvisare sua moglie che stavano per arrivare il
Baccarini ed altri due medici.
Giunti davanti alla casa, il professore si fermò qualche
attimo ad osservarne la struttura e la collocazione in
prossimità dell’Arno.
- Bella! – esclamò – D’estate deve essere un incanto.
- Professore – disse Nanni senza affettazione – lei e la
sua famiglia potrete venirci tutte le volte che vorrete
e noi saremo felici di ospitarvi e di mettere la nostra
casa a vostra disposizione.
Nunzia, avvisata da quel ragazzo con il quale Nanni
aveva parlato in prossimità della SAFFA, in pochi minuti
aveva rassettato la cucina e la camera delle due figlie
in maniera esemplare. Aglietti, Cipollaro ed il
professor Baccarini, appena messo piede in cucina, non
poterono frenare la loro meraviglia. Nunzia, soddisfatta
e compiaciuta per l’operazione condotta a termine dal
suo Nanni, si limitò a salutare. Sul tavolo in massello
facevano spicco su due tovaglioli bianchi di bucato una
bottiglia di vinsanto ed una di vermut attorniate da una
mezza dozzina di piccoli bicchieri prelevati sicuramente
dalla vetrina della credenza.
I tre medici seguiti da Nunzia entrarono in camera. Il
Baccarini salutò le due ragazze sofferenti.
- O vediamo un po' – disse il Baccarini mentre scopriva
Silvana. Nanni si ritirò in cucina.
Palpò ripetutamente certe zone dell’addome; poi invitò
Cipollaro ed Aglietti a fare altrettanto:
- E allora? – chiese loro.
- Mi sembra una colica appendicolare – sentenziò il
dott. Cipollaro.
- Sono dello stesso parere – affermò il dottor Ottorino
Aglietti.
- Avete ragione – confermò il professore – qui occorre
un intervento chirurgico immediato. Ritirò su il
lenzuolo e la coperta e chiamò:
- Nanni !
Il Lucchesi entrò subito in camera.
- Questa – proseguì il professore, dobbiamo subito
ricoverarla ed operarla quanto prima. Voi massaia fate
degli impacchi con acqua quasi calda. Serviranno a
sfiammarla un po'.
- Ed ora guardiamo la sorella.
I dottori Aglietti e Cipollaro anche questa volta
sospettarono una colica appendicolare. Baccarini scosse
la testa ed affermò:
- Siete molto lontani: questa ragazza è affetta da ernia
ombelicale. Dovrò operare anche lei per evitare che
l’ernia si strozzi.
I tre medici, dopo essersi lavati le mani alla toilette
di cui ogni camera era dotata, si accomodarono al tavolo
di cucina dove furono rinfrescati ripetutamente. Dopo il
rinfresco il professore trasse dalla tasca destra della
giacca un ricettario bianco dove prescrisse il ricovero
immediato delle due figlie di Nanni.
- Ed ora, Nanni, ritornerai in paese con noi, visto che
dovrai chiamare la Misericordia o la Croce Rossa per il
ricovero delle tue figliole.
Durante il ritorno a Fucecchio il prof. Baccarini
dichiarò la sua fede nel P.N.F.
- Ricorderai anche tu come venivamo trattati dai “rossi”
alla fine della guerra. Per un attimo credetti che essi
riuscissero a chiudere un’epoca e ad abbattere
inesorabilmente la borghesia. Io, Lucchesi, mi sento un
borghese e desidero ardentemente che la mia classe non
perisca. Al Fascismo attribuisco il grande merito di
avere salvato la mia classe e di avere imposto a tutti
gli italiani il culto della Patria.
Il bravo capoccio ascoltava, ma non annuiva né
controbatteva. Aveva le idee chiare nella testa, ma non
voleva essere assolutamente ciarliero, come lo era
invece Angiolino, l’ex sindaco rosso ora calzolaio della
famiglia Lucchesi. Angiolino andava volentieri a
riportare le scarpe riparate nella famiglia Lucchesi,
una famiglia di compagni, sempre benevoli nei suoi
confronti: non mancava mai per Angiolino il mezzino del
vino e una grande fogliata di ciccioli quando veniva
ucciso il maiale. E Angiolino si intratteneva e parlava,
parlava auspicando eventi tali da far crollare il regime
di Benito Mussolini, il socialista sacrilego.
- E della guerra scatenata dalla Germania, che ne pensi
Nanni? – chiese Baccarini quando furono in prossimità
della chiesa delle Vedute.
- Odio le guerre: sia quelle civili sia quelle militari.
Il mio maestro, padre Carlo, mi fece capire sin da
ragazzo che il Lupo di Gubbio si può ammansire senza
ricorrere alla guerra dichiarata.
Baccarini tacque. Poi al momento di salutarsi, il
professore gli disse:
- Ci rivediamo in ospedale. Vieni a trovarmi. E digli
che te l’ho detto io.
Nanni e Nunzia, per tutta la durata del ricovero, non
solo andavano a trovare le loro figlie in ospedale, ma
andavano a far visita anche alla famiglia del professore
che abitava a pochi metri dall’ospedale. Il professore
non aveva voluto nemmeno una lira quando con i due
colleghi era andato a visitare le due Lucchesi. Ed ora
Nanni e Nunzia cercavano in ogni maniera di sdebitarsi
recando alla famiglia del Baccarini le primizie della
stagione, animali da cortile, vinsanto e dichiarandosi
disposti a fare loro anche il bucato.
Due settimane dopo che le due Lucchesi erano ritornate
guarite a casa, Nanni invitò a pranzo, di domenica,
tutta la famiglia del professore. Quel pranzo fu una
vera festa sia per la famiglia Baccarini sia per la
famiglia Lucchesi. Il professore volle essere informato
dettagliatamente sulle lezioni che padre Carlo gli aveva
fatto durante l’adolescenza.
Al colmo dell’entusiasmo, Nanni si lasciò scappare
questo giudizio:
- Ma se il nostro fattore fosse come lei, professore,
quanto sarebbe più bella la vita!
- Ho capito tutto, Nanni – tagliò corto il professore e
cambiò discorso.
Il figlio minore del Lucchesi, Franco, in quel momento
tradì un moto di stizza. Benché avesse appena dieci
anni, ammaestrato dall’ex sindaco Angiolino, seguiva con
grande interesse le conversazioni di natura politica e
sociale. Se ne era accorta anche Maria Grazia, la figlia
minore del professore, di otto anni, forse desiderosa di
giocare sull’aia insieme a Franco; ma lui non voleva
perdere neppure una parola di quanto dicevano suo padre
ed il professore.
Prima che anche l’Italia entrasse nella seconda guerra
mondiale, Giovanni Lucchesi era diventato un confidente
del professor Baccarini. Qualche volta il professore
andava a casa dei Lucchesi in bicicletta; molte volte
mandava Caleino a chiamare Nanni.
Il 10 giugno 1940 anche l’Italia entrò in guerra. La
casa del Lucchesi rimase quasi vuota. Silvana e Vanda si
erano sposate. Anche Angiolina, la maggiore, ormai
venticinquenne, si era sposata. I loro mariti vennero
“richiamati” sotto le armi. Partì anche il figlio
maggiore di Nanni, Orolindo, di anni 28, arruolato nel
reggimento dei granatieri di Sardegna. Il povero Nanni,
quarantasettenne, poteva giovarsi solo dell’aiuto della
mamma Isola, della moglie Annunziata e del giovane
Franco di appena dieci anni.
Una sera, a tavola, Nanni, senza mezzi termini, disse:
- Voglio che le nostre figlie e la nuora rientrino qui
nella nostra casa. Noi le aiuteremo ad allevare i figli
e a sopportare meglio la lontananza dei loro mariti;
loro ci potranno dare una mano nella coltivazione del
podere.
Due settimane dopo la casa dei Lucchesi era di nuovo
animata da voci stridule e da braccia operose. Questa
variazione non venne fatta registrare all’ufficio
anagrafico del comune di Fucecchio. Quando il grano
venne trebbiato, il famoso fattore della Fattoria Della
Bianca, con uno scrupolo quasi maniacale, denunciò sulla
ricevuta tutti i sacchi di grano riempiti. Il Principe
Corsini, invece, aveva autorizzato i fattori, a
registrare sulle ricevute un numero decisamente
inferiore di sacchi di grano rispetto a quello reale per
consentire ai suoi contadini di “giocare” sul numero di
scarto dei sacchi di grano.
Il Lucchesi, attenendosi alle regole previste, aveva
prelevato un numero di sacchi di grano corrispondente al
numero delle persone che formavano il nuovo nucleo
familiare e spedì il rimanente all’Annona così come
previsto dai Regolamenti di guerra.
L’Annona, sulla base delle ricevute del Fattore e
tenendo conto dello stato di famiglia dove comparivano
soltanto i coniugi Lucchesi, la madre di Nanni, il
figlio Franco e la giovanissima Rosita di sette anni
denunciò alla Magistratura il povero Nanni, reo di
sottrazione di grano alla Patria.
Fu questa un’altra bella tegola che cadde tra capo e
collo del bravo Giovanni Lucchesi. Il confidente
professor Baccarini era partito per la guerra e Nanni
non intendeva infastidirlo con la stesura di una
lettera, nonostante che almeno una volta al mese il
professore, tenente colonnello medico, si facesse vivo
con una sua missiva. A questo punto il capoccio dei
Lucchesi decise di rivolgersi ad Angiolino Cecconi, l’ex
sindaco rosso.
- Senti, Nanni – gli suggerì Angiolino – ti conviene
metterti nelle mani di un grande avvocato. Il nostro
Gaetano Pacchi ti difenderà da par suo. E vedrai che non
ti farà spendere una cifra astronomica. Lui, ti ricordi,
è dei nostri. Io ti scriverò subito una lettera di
presentazione e tu dopodomani, prendi il treno, vai a
Firenze, gli dai questa mia lettera e vedrai che lui
riuscirà a toglierti dai guai: ne puoi essere certo.
Nanni obbedì. Andò a Firenze, presentò la lettera
all’avvocato, felice di salutare ed aiutare un suo
concittadino, e si sentì dire:
- Non sei il solo ad essere stato denunciato: siete una
dozzina. Non preoccupatevi. In una maniera e nell’altra
vi tirerò fuori da questo ginepraio.
E così fu.
Nel marzo del 1942 il prof. Baccarini, in licenza, andò
con tutta la sua famiglia a pranzo dal Lucchesi.
Giovanni, questa volta, raccontò tutto al suo professore
che in più di una occasione strabuzzò i suoi occhi
cerulei mentre alcuni ciuffi della sua grigia mascagna
spenzolavano sulla sua fronte corrugata.
Al termine del pranzo il professore, alto e magro,
leggermente incurvato sulle spalle, prese a braccetto
Nanni e gli disse:
- Scendiamo a fare due passi.
Giunti sull’aia proseguì:
- Voglio metterti a parte di un dubbio che mi tormenta.
So che nei prossimi mesi verranno mandate in Russia
altre divisioni italiane che formeranno con le
preesistenti l’A.R.M.I.R: (Armata Italiana in Russia).
Io vorrei aggregarmici come volontario perché la mia
serenità è turbata dal tarlo del comunismo. Io darei
anche la mia vita per poterlo distruggere. Tu non mi
capirai quando affermo che il peggior pericolo per
l’umanità, secondo me, è costituito dalla presenza del
comunismo.
Nanni non poteva, anzi non voleva controbattere le idee
del professore. Per il capoccio il comunismo, anzi la
vittoria del comunismo rappresentava l’unica speranza
per la costruzione di un mondo migliore in cui a tutti
sarebbe stata assicurata una buona fetta di benessere e
di assistenza. E allora non trovò di meglio che
affidarsi ad argomentazioni di natura familiare.
- Ma ci pensa, professore, cosa potrebbe succedere alla
sua famiglia se in Russia ci morisse! Per alcuni mesi,
la signora e le figlie riscuoterebbero la solidarietà
dei suoi colleghi e di tutti i suoi amici; ma poi?
Finirebbero sicuramente sul lastrico.
- Ci ho pensato, Lucchesi. Ho fatto i conti. Potrebbero
vivere decentemente. Soltanto un’inflazione galoppante
potrebbe ridurle al lastrico come tu hai detto.
- Padre Carlo, una volta, mi raccontò della rovinosa
ritirata dell’esercito di Napoleone. E se succedesse
anche a noi e ai tedeschi?
- Questo non lo ritengo possibile. Il comandante dell’A.R.M.I.R.
generale Gariboldi è troppo bravo e sicuramente non si
farà mai mettere nel sacco.
Franco, la sera, chiese al padre di cosa aveva parlato
con il professore. Nanni glielo spiegò.
- Ma ce l’hai fatta a convincerlo a rimanere a casa? –
chiese il ragazzo.
- Spero proprio di sì.
Ma due settimane dopo seppero che il professore era
partito per la Russia con la qualifica di comandante
della Sanità dell’ARMIR.
Alla fine di novembre del 1942, diciassette giorni prima
che l’ARMIR venisse accerchiata, Baccarini, con una fuga
rocambolesca che gli costò il congelamento delle gambe,
riuscì ad uscire dall’inferno russo e a riparare in
Croazia . E proprio in Croazia il professore incontrò il
figlio maggiore di Nanni, Orolindo.
- Da quanto tempo non vedi tua moglie?- gli chiese il
professor Baccarini.
- Da più di un anno.
- Chi è il tuo tenente medico?
- E’ questo che sta passando?
- Signor tenente – disse il professore.
Il tenente si girò, scattò sull’attenti, fece il saluto
e disse:
- Agli ordini, signor colonnello.
- Domani mattina mandi da me il qui presente granatiere
Lucchesi Orolindo.
L’indomani mattina Orolindo si guadagnò una licenza di
convalescenza di 15 giorni per deperimento organico. Il
professore prima di consegnargli la licenza, gli affidò
una lettera chiusa.
- Questa è per tuo padre.
Diceva
Caro Giovanni,
la campagna di Russia è stata disastrosa. Mi sono
salvato per puro miracolo. Le mie gambe, parzialmente
congelate, recheranno i segni della mia fuga dalla
Russia per tutta la vita. I russi sono combattenti
motivatissimi. Nel mio bilancio preventivo avevo omesso,
per ignoranza, la possibile motivazione dei russi. La
nostra unica motivazione era, invece, la ridicola
volontà di conquistare il mondo.
A tuo figlio ho potuto dare soltanto 15 giorni di
convalescenza. La patria ha bisogno di granatieri. E
anche gli altri avrebbero diritto a fare una capatina in
mezzo alle loro famiglie. Mi adopererò comunque perché
anche altri granatieri della compagnia di tuo figlio
possano godere di un privilegio analogo a quello del tuo
Orolindo.
Saluta calorosamente la tua signora. Ti prego di andare
a rassicurare la mia famiglia che sto bene e informala
che ho spedito loro una lettera.
Tuo Baccarini
Se questa lettera fosse capitata fra le mani di un
tribunale militare sicuramente il professore, per
effetto dell’espressione la ridicola volontà di
conquistare il mondo, si sarebbe guadagnato una sicura
condanna.
La licenza di Orolindo volò. Sapeva benissimo che sua
moglie si trovava nella casa avita dei Lucchesi.
Orolindo si diede da fare come non mai nel podere.
Informò tutta la famiglia che presto sarebbe rientrato
in Italia e che con tutta probabilità sarebbe stato
destinato a Roma.
Ai primi di giugno del 1943 anche nella zona di Samo
arrivarono da Livorno, martoriata da bombardamenti aerei
a tappeto, molte famiglie di sopravvissuti livornesi. I
Lucchesi aiutarono con ogni mezzo quei poveri sfollati
che avevano trovato rifugio in altre case della zona di
Samo.
Il 25 luglio e l’8 settembre del 1943 Orolindo era a
Roma. Il suo reggimento, in previsione dell’attacco dei
tedeschi, l’8 settembre 1943 si predispose non solo per
contenere l’eventuale attacco degli ex alleati, ma anche
per respingerli fuori di Roma.
Ma insieme ai soldati tedeschi, a Roma, giunse per i
granatieri anche l’ordine di non opporre resistenza ai
tedeschi e di arrendersi.
- Chi può – disse il comandante ai granatieri – fugga
prima che i tedeschi ci facciano tutti prigionieri.
Orolindo uscì dalla caserma, si procurò degli abiti
civili e, approfittando del caos generale, riuscì nel
volgere di pochi giorni a rientrare a Fucecchio.
Anche Nello Lupi, il marito di Silvana, di stanza
nell’isola d’Elba, riuscì a rientrare a casa e a
riprendere la sua attività di pastore e, questa volta,
in proprio: le pecore e le capre erano sue. Ma questa
attività durò pochissime settimane.
Il 23 settembre 1943, Benito Mussolini, l’ex dittatore
del Regno d’Italia, dopo essere stato liberato da un
gruppo di tedeschi, istituì la Repubblica Sociale
Italiana di cui anche Fucecchio faceva parte. E
naturalmente l’ex Duce costituì immediatamente un
esercito al comando del Maresciallo Graziani - che
avrebbe dovuto combattere a fianco di quello dei
tedeschi. Di questo esercito avrebbero dovuto far parte
tutti i soldati reduci che erano rientrati a casa e
quelli iscritti nelle liste di leva. I membri della
polizia della Repubblica Sociale Italiana - che si
contrapponeva al Regno d’Italia - vennero chiamati
polizei ed anche repubblichini. Ad essi era demandato il
compito di trovare i reduci e i renitenti alla leva. I
renitenti venivano addirittura impiccati con il filo di
ferro. Eppure la maggior parte dei giovani di leva
preferì correre il rischio dell’impiccagione piuttosto
che arruolarsi nell’esercito di Mussolini. I reduci,
invece, se catturati, venivano spediti direttamente nei
campi di lavoro in Germania se si rifiutavano aderire
all’esercito repubblicano.
Una sera - si era nel marzo del 1944 – venne a far
visita al Lucchesi, Angiolino Cecconi.
- So bene di chiederti troppo, Nanni – esordì Angiolino
– ma non lo faccio per me. Bisognerebbe che tu ospitassi
due giovani che sono ricercati perché non vogliono
prestar servizio militare nell’esercito repubblichino.
Io credo che il periodo non dovrebbe essere troppo
lungo. Appena gli americani avranno sfondato il fronte a
Cassino, la liberazione dell’Italia dovrebbe avvenire in
due o tre mesi.
Nanni non poteva dare una risposta immediata.
- Io, caro Angiolino, esporrò al rischio di una
rappresaglia tutti i miei familiari nel caso che i due
giovani venissero trovati.
- Hai perfettamente ragione, ma io ho pensato che in
questa zona i polizei non ci verranno mai. Siete troppo
fuori mano.
- E chi sarebbero questi due giovani?
- Uno è il figliolo del Bandini, Raffaello. Lo conoscete
bene, no? L’altro è il Mancini Aurelio, il figliolo
dell’impiegato della SAFFA. Allora?
- Puoi farli venire domani sera, ma ad una condizione
precisa. I loro familiari non devono mettere mai piede
nemmeno nella nostra strada. Se i giovani avranno
bisogno di qualcosa, ci penseremo noi a far avvertire i
genitori. Domattina farò loro preparare una stanza nel
piano alto del fienile. Non li potrà vedere nessuno.
- Per il vitto e l’alloggio, sarai risarcito non appena
la guerra sarà finita – concluse Angiolino.
Il giorno dopo, all’imbrunire arrivarono i due giovani.
Con l’uso di una scala a pioli salirono nella loro cella
nascosta dal fieno. Nanni disse loro:
- Ci troverete anche due vasi per i vostri bisogni
corporali. Di notte potrete anche scendere nella
concimaia utilizzando la scala che troverete nel
fienile. Vi ci abbiamo messo anche due secchi di acqua,
un tavolinetto, bicchieri, una bottiglia, una catinella.
Non dovrete assolutamente fumare. Tutte le volte che
saliremo a prelevare il fieno per le bestie vi
chiederemo di cosa avrete immediato bisogno.
Il fronte di Cassino venne sfondato soltanto l’11
maggio. I tedeschi non lasciarono trapelare nessun
segnale di ritirata. Soltanto dopo la liberazione di
Roma avvenuta il 4 giugno 1944 la via di Santa Croce
cominciò ad essere frequentata quasi tutti i giorni da
carriaggi, camion , carri armati, pezzi da artiglieria
pesante e leggera.
La casa del Lucchesi, che si imponeva alla vista per la
sua colombaia – una specie di torretta – e per i due
cipressi che segnavano l’apertura del viottolo sul lato
sinistro della via di Santa Croce per chi si dirige in
quella direzione, diventò una meta per la sosta di
gruppi di tedeschi. Il tronco dei cipressi divenne un
utile palo su cui i militari germanici affiggevano la
loro segnaletica. Quando per la prima volta vi si fermò
un drappello con una mezza dozzina di cavalli, i due
ospiti del fienile temettero a lungo per la loro
incolumità. I tedeschi, naturalmente, pretesero l’uso
della stalla, le biade e soprattutto il fieno. E questa
volta la previdenza di Nanni risultò vincitrice. Il
Lucchesi, infatti, aveva anche preparato un pagliaio di
fieno accanto a quello di paglia. Quindi non fu
necessario salire sulla cascina per prelevarlo. Al
mattino i tedeschi se ne andarono. Nanni, allora, salì
sul fienile ed invitò espressamente i due giovani ad
andarsene. La loro permanenza sarebbe stata pericolosa
per loro stessi e per tutta la famiglia Lucchesi. Nanni
disse loro:
- Ditemi dove devo accompagnarvi e vi assicuro che non
vi succederà niente.
Raffaello Bandini chiese:
- Portaci lì a casa mia. I miei ci indicheranno dove
potremo rifugiarci.
Per effettuare l’attraversamento della via provinciale,
quella che noi chiamiamo comunemente la via di S. Croce,
Nanni si fece aiutare dalla sua Rosita che aveva ormai
11 anni. L’operazione andò a buon fine. Quando il
Lucchesi ritornò nella propria abitazione tirò un bel
respiro di sollievo. Quel giorno i tedeschi non si
fermarono nella sua casa.
Erano da poco calate le prime ombre della notte e già
Nanni si preparava per andare a coricarsi, quando la
quiete di tutti i famigliari venne scossa dal rombo del
motore di un aereo che sorvolò la zona di Samo a
bassissima quota. Poco dopo si udì una esplosione.
L’aereo aveva lasciato cadere un paio di spezzoni in
prossimità del confine fra il comune di Fucecchio e
quello di Santa Croce.
L’aereo, denominato il “clandestino”, tutte le sere
veniva a turbare i sonni delle famiglie della zona Samo.
Giovanni, ancora una volta, dovette ricorrere ai rimedi.
Consultatosi con i figli, decise di approntare un
rifugio antiaereo nel quale sarebbero rimasti fino a
quando il “clandestino” non avesse preso la via del
ritorno. Il rifugio venne realizzato in prossimità della
casa. Fu posta grandissima cura sulla copertura della
lunga fossa che era stata scavata per consentire a tutti
i membri della famiglia Lucchesi di potercisi rifugiare.
Travi, travicelli e tronchi d’albero ricoperti di terra
e di pellicce d’erba dovevano far fronte alla eventuale
esplosione di uno o due spezzoni che vi fossero caduti
sopra.
I tedeschi di passaggio che quotidianamente stazionavano
nella casa di Nanni non dettero mai nessun peso al
clandestino. Incuranti dello sgradito ospite, volevano
mangiare e gozzovigliare sull’aia. Gli animali da
cortile del Lucchesi si assottigliavano con grande
rapidità.
Una sera, durante una cena all’aperto sull’aia della
casa del Lucchesi, il comandante del drappello di
tedeschi ruppe una forchetta. Se ne mostrò così
mortificato che dovette essere a più riprese rincuorato
dalla mamma di Nanni. Quella mortificazione aveva quasi
dell’incredibile. Quando mai i tedeschi si erano
mostrati dispiaciuti per i danni che causavano? Mezz’ora
dopo, forse per l’effetto delle abbondanti libagioni, il
medesimo comandante si esibì in una sceneggiata che
preoccupò non poco il capoccio. Il comandante invitò i
suoi commilitoni a portarsi con i bicchieri vuoti in
cantina. Qui giunti, - non era ancora notte – il
comandante estrasse dal piccolo fodero la pistola
d’ordinanza e colpì in basso una piccola botte di vino
bianco. Il vino zampillò dal buco come fosse una
sorgente. I soldati, con gran baldoria riempirono
ripetutamente i loro bicchieri. Il Comandante, ebbro di
vino, ordinò l’alt. Di nuovo estrasse la pistola e
questa volta centrò una piccola damigiana di vinsanto. E
di nuovo ci fu la ressa sotto lo zampillo del nuovo tipo
di vino. Nanni, incollerito ma silenzioso, fissava la
grande botte. “ Se mi prende di mira quella siamo
rovinati” pensò. Dopo essersi riempiti le viscere con il
vinsanto il comandante e i soldati abbandonarono la
cantina.
Alla fine di giugno i tedeschi cominciarono a piazzare
le loro artiglierie leggere in prossimità dell’Arno e
quindi anche nel podere dei Lucchesi. Erano cominciati i
bombardamenti quotidiani del nostro ponte sull’Arno,
destinato comunque a crollare dato che era stato minato
dai tedeschi. E proprio dalla mitragliera sistemata in
un campo di Nanni ed affidata ad un collaborazionista
italiano venne colpito uno dei cacciabombardieri che
cercava di colpire il nostro ponte.
Fin dai primi di luglio i tedeschi che stazionavano in
casa del Lucchesi ripetevano continuamente:
- Qui guerra. Andate via. Qui kaput.
Verso il dieci luglio un ufficiale tedesco ordinò a
Gianni:
- Domani tutti via. E’ un ordine. Qui Arno: qui fronte
di guerra.
L’ordine venne impartito nel primo pomeriggio. Che fare?
Nanni si ricordò del Baccarini. Senza un attimo di
esitazione, avvertì la moglie ed andò subito
all’ospedale a trovare il professore. Il Baccarini,
appena lo vide, esclamò raggiante:
- Nemmeno a farlo apposta! Avevo proprio bisogno di te.
Ma dimmi che cosa ti è successo? Perché sei venuto qui?
Nanni espose la sua situazione critica dopo l’ultimatum
dell’ufficiale tedesco.
- Son venuto a chiederle consiglio ed aiuto, professore
– concluse Nanni.
E Baccarini:
- Domani mattina venite tutti quanti qui in ospedale. Ti
avrei mandato a chiamare perché voglio dotare l’ospedale
di un macello. Perciò ho bisogno di una persona che mi
procuri le bestie. Tuo genero, Nello, l’ho già arruolato
come macellaio dell’ospedale.
- Per codesto non ci sono problemi. Mio genero, Nello, è
proprio del mestiere. Ma gli altri? – chiese Nanni.
- Le tue donne ci faranno molto comodo in cucina . Suor
Albina ne sarà contentissima. Il tuo Orolindo, quello
che mandai in licenza dalla Croazia, ci provvederà di
grano e lo dovrà battere con il correggiato. Digli che
non si dimentichi di portarne almeno uno di correggiati.
- E il mio Franco che ha solo 14 anni? – intervenne di
nuovo di Nanni.
- Ma quello sembra già un giovanotto. Gli darò un camice
bianco e lo metterò al pronto soccorso a ricevere i
feriti. Le bestie della tua stalla portale in ospedale.
Vi verranno regolarmente pagate.
- Ma se i tedeschi le vedono mentre le porto in
ospedale, me le prenderanno.
- Montanelli! Caleino ! – chiamò il professore.
- Comandi, professore.
- Vai dalla professoressa Montanelli e dille che venga
subito da me in ospedale.
- Da Tina, la figliola di Igia ? – chiese per
rassicurarsi l’infermiere che aveva una finestra fra gli
incisivi superiori.
- Sì, da lei – ribatté il professore.
Dopo cinque minuti ritornarono Caleino e Tina,
professoressa di lingue straniere e particolarmente
addestrata nell’uso della lingua francese e di quella
tedesca.
- Signorina – esordì il Baccarini – lei deve andare con
questo signore. Lui porterà tutte le bestie della sua
stalla all’ospedale dove saranno macellate per uso degli
ammalati. Se i soldati tedeschi tentassero di
prendergliele lei deve far loro capire che le bestie
serviranno ai malati. Tu, Caleino, prepara dei camici
per Giovanni, per Nello, per Orolindo e per Franco.
Faglieli indossare ai tuoi uomini, Nanni. E lei,
signorina, ce lo fa questo piacere?
Tina non replicò: obbedì.
Era veramente spettacolare il corteo dei bovini scortati
da quattro uomini in camice bianco con tanto di croce
rossa sul braccio sinistro. Per due volte i tedeschi di
passaggio si fermarono e tentarono di impossessarsi dei
bei bovini, ma la professoressa con il suo tedesco
fluido e con le sue argomentazioni suasive, mai
indisponenti, riuscì a far arrivare le bestie fino
all’ospedale. Ad accogliere il corteo c’erano il
professore e David Matteucci promosso sul campo
presidente dell’ospedale. Il Matteucci aveva
predisposto, sotto due dei vuoti del portico di mattoni
a bella vista che scendeva dall’ospedale fin quasi alla
stanza mortuaria, la stalla e il macello per le bestie
che sarebbero servite per l’ospedale.
Baccarini era soddisfatto: l’emergenza carne era stata
risolta in maniera assai brillante.
- Per l’approvvigionamento di grano cosa pensi di fare,
Orolindo ? – gli chiese il primario dell’ospedale.
- Nelle ore che riterrò le più opportune andrò a rubare
i covoni grano e poi li batterò sul lastricato che è
davanti alla casina delle suore. Domattina porterò anche
un vaglio.
- Vi aspetto tutti quanti domattina. Suor Albina è
felice di poter contare sull’aiuto delle vostre donne.
Non portate biancheria né stoviglie. Ad ognuno di voi
sarà assegnato un posto letto.
L’abbandono della casa da parte dei Lucchesi fu assai
penoso. L’unica che si rifiutò di lasciare la casa fu
Isola, la mamma di Nanni.
- Preferisco mille volte morire piuttosto che lasciare
la mia casa.
L’ufficiale tedesco parve capire le ragioni dell’anziana
donna e non prescrisse per lei nessun provvedimento
disciplinare.
Tutti gli altri Lucchesi abbandonarono la loro casa e si
sistemarono in ospedale. Inizialmente, specialmente
Franco, venne colpito dalla vista delle corsie vuote e
dal sovraffollamento dei corridoi dell’interrato e del
piano terra pieni di ammalati. Attualmente
nell’interrato si trovano la radiologia, la cardiologia,
i magazzini, la sala gessi. La notte del 18 luglio 1944
e soprattutto quella del 19 luglio scioccarono il
giovane Franco, appena quattordicenne.
Il 18 cominciarono i primi cannoneggiamenti sul
capoluogo e ci furono i primi feriti e i primi morti.
Franco, addetto al ricevimento dei feriti dovette
sopportare la vista di corpi smembrati, di ventri
squarciati. La sala operatoria in questa prima fase fu
efficiente.
Quando il 21 venne proclamato lo sfollamento
obbligatorio del paese la ricezione ospedaliera divenne
caotica. Numerosissime famiglie, per non abbandonare la
propria casa nelle mani degli sciacalli tedeschi e
fucecchiesi, volevano essere ospitate in ospedale.
Baccarini, benché reso quasi claudicante dal
congelamento delle gambe contratto nella ritirata dalla
Russia assunse atteggiamenti da Comandante militare e si
rifiutò di accogliere le richieste di ospitalità
avanzate dalle numerosissime famiglie che avevano fatto
sosta davanti all’ospedale. Egli sentiva l’obbligo di
dover tutelare prima di tutto la vita delle numerose
persone che sarebbero state ferite più o meno gravemente
dalle cannonate. Inoltre tutto l’ ”anticrollo”, lo
scantinato che si trova va sotto il padiglione delle
“tranquille” attualmente adibito a centrale termica per
tutti i reparti dell’ospedale era già affollato da molte
famiglie bene di Fucecchio: erano le famiglie dei
medici, dei professionisti più in vista, quelle di
alcuni impiegati che contavano, quelle di alcuni
negozianti del paese alto. Soltanto pochissime famiglie
furono sistemate sotto il porticato che, a sostegno
della terrazza retrostante l’ospedale, scendeva fin
quasi alla cappellina.
Nanni si vedeva tutti i giorni con il professore e con
David Matteucci. Quest’ultimo sosteneva che con tutta
probabilità non era necessario trovare altre bestie da
macello. David era convinto che la guerra a Fucecchio
non si sarebbe protratta per più di due settimane.
Il Lucchesi, a giorni alterni, seguendo un percorso
abbastanza lungo e complicato e avvalendosi del
bracciale con la croce rossa, riusciva a raggiungere la
propria casa e a conferire con la mamma che era
diventata la cuoca dei tedeschi che alloggiavano di
volta in volta nella sua casa. Ed Isola sapeva
sbrigarsela con quei soldati e sapeva mostrarsi anche
autoritaria. La donna, apprensiva, raccomandava sempre
al suo Nanni:
- Non preoccuparti per me. Io saprò cavarmela. Perciò
non venire a trovarmi. E’ troppo pericoloso per te
questo spostamento. Hai capito?
Ma Nanni faceva orecchi da mercante.
Al ritorno si fermava sempre, dopo aver attraversato la
via provinciale, nel rifugio dei Billi dove alloggiavano
anche alcuni sfollati livornesi. Il rifugio, oltre a
ripararli dalle cannonate li proteggeva anche dalle
voglie malsane dei tedeschi. L’attenzione di Nanni venne
attratta da una sfollata bionda, sempre accuratamente
acconciata, ben vestita e soprattutto procace. Le sue
labbra tumide e ben disegnate e soprattutto le sue
rotondità eccitavano le brame del robusto Lucchesi.
Ai primi di agosto la situazione ospedaliera era
diventata drammatica. I farmaci si erano esauriti. Le
richieste di medicinali avanzate ai tedeschi dal
professor Baccarini non venivano mai esaudite. I
militari si limitavano a portare a Montecatini, ogni
cinque giorni, la biancheria da sterilizzare. I bravi
infermieri cercarono di incettare farmaci, ma
soprattutto disinfettanti, nei negozi del paese e nelle
farmacie che, però, erano stati letteralmente ripuliti
dagli sciacalli.
Al pronto soccorso si disinfettava ormai con l’ittiolo e
con la benzina. Ogni giorno arrivavano feriti e morti.
In sala operatoria il professore cercava di compiere i
miracoli; la mancanza di farmaci antinfettivi produceva
la setticemia che in tempi più o meno rapidi conduceva
alla morte. E come se questo non bastasse, a metà agosto
si diffuse in ospedale una epidemia di dissenteria che
si trasformò ben presto in epidemia da tifo. L’unico
deterrente rivelatosi efficace nella prevenzione delle
febbri tifoidee era costituito dalle mele cotte. Le
donne dei Lucchesi dovevano cuocerne in continuazione
teglioni su teglioni. Orolindo venne incaricato di
reperire nelle campagne vicine ogni tipo di mele e di
incettarle a tutti i costi. Anche Nanni, ogni volta che
si portava in Samo non dimenticava mai di riportarne un
paio di sacchetti o di panieri. Ma a chi venivano
distribuite tutte quelle mele cotte? Ai degenti e
soprattutto alle famiglie bene che vivevano nello
scantinato sotto il reparto delle “tranquille”.
Il povero Franco dovette sobbarcarsi anche un altro
servizio, molto delicato e ripugnante: dovette
provvedere al trasporto e all’interramento nei vallini
dell’ospedale degli arti amputati in sala operatoria.
La mattinata del 19 agosto fu veramente sconvolgente per
il giovane Franco Lucchesi. Una cannonata colpì il muro
esterno del reparto delle tranquille e provocò una
vittima illustre: l'impiegato comunale Giovanni Galleni.
Baccarini non riuscì a reprimere una reazione di rabbia.
Il Maccai (Galleni Giovanni) era un suo amico. Poco dopo
il cannone esplose le sue bordate in S. Antonio, cioè in
fondo a via Valdarnese, oggi via Franco Bracci. Franco
vide arrivare il corpo martoriato di Giuseppe Biagi,
trasportato a mano su di una tavola da pane, dal
fratello Dionisio e da Ovidio Falorni; e subito dopo,
ancora vivo ma moribondo, il corpo smembrato del
Lombetti, al secolo Calugi Agostino. Franco venne poi
mandato a cercare un infermiere nell’interrato. Qui
giunto vide spirare Pirro Masetti, il conte, In quel
medesimo letto, l’11 agosto, aveva assistito al trapasso
di Giuseppe Billeri, il padre di Scandiano, abitante
anche lui nella zona Samo. Il Billeri era stato
ricoverato in ospedale il 6 agosto perché ferito nella
sua stalla da una scheggia. Franco, la sera del 10
agosto aveva fatto la spola fra il giaciglio di Emilio
Billi e quello del povero Billeri che stava agonizzando.
Poco dopo la mezzanotte del 10 agosto Giuseppe Billeri
spirò sotto lo sguardo vigile e velato di dolore di
Franco Lucchesi . E proprio Franco gli aveva chiuso gli
occhi per il riposo eterno.
Anche Franco era sconvolto. Quelle scene di dolore e di
morte, di sangue e di sporcizia, di trambusto e di
grande disordine traumatizzavano il bravissimo giovane.
Per fortuna la sera veniva rasserenato dalla compagnia
di Luciana, la sorella minore di Tina, la professoressa
che nella sua veste di interprete si era tanto adoperata
per salvare il salvabile dalle razzie e dalla violenza
omicida dei tedeschi. Luciana lo faceva parlare; gli
faceva raccontare quanto aveva fatto e visto durante la
giornata, gli chiedeva se aveva visto le sorelle, il
fratello e soprattutto il cognato Nello. Nello era il
punto “debole” della catena interiore di Franco. Quando
Nello corteggiava Silvana, molte volte aveva portato
Franco, bambino, al cinema ora da “Baino” ora da
“Gemma”. L’esperienza cinematografica aveva avuto per
Franco il sapore di una fiaba meravigliosa. Nello aveva
conquistato il cuore del giovanissimo cognato. Luciana
allora gli faceva raccontare per l’ennesima volta la
trama dei film che aveva visto: quello sulla prima
guerra mondiale e I cavalieri dell’apocalisse.
- E come aveva fatto Nello a conoscere la tua sorella
Silvana? – gli chiedeva ancora Luciana.
- Lui (Nello) di notte teneva le sue pecore nella nostra
stalla. Era uno di casa. Cantava bene e con passione. E
quanti regalini faceva a mia sorella! Quando Nello e
Silvana si sposarono, c’era anche il professor Baccarini
in chiesa. Mamma mi disse che il professore fece la
parte del testimone. E a me il professore regalò una
bella penna stilografica, la prima della mia vita.
- O Michele, il Pieri, l’hai visto oggi?
- Diamine, Vado sempre a trovarlo. Se tutti fossero come
lui l’ospedale funzionerebbe molto meglio. Benché abbia
una gamba sciagattata taglia e sega per tutto il santo
giorno tutto ciò che può alimentare le cucine economiche
della cucina dell’ospedale.
- O Concetta, la moglie di Michele, l’hai veduta?
- Sì, l’ho vista, ma non la posso patire. Lo comanda
troppo a bacchetta quel povero uomo.
- E il Bagnoli continua ancora a fare le casse da morto?
- Anche lui è infaticabile. Lavora sempre in silenzio.
Riesce a fare dei miracoli con quelle tavolettine delle
cassette e con tutto quello che riesce a racimolare fra
le macerie. Mi ha detto che ha tanti figlioli: un sacco
di femmine e quattro maschi. La sua moglie, però, non
viene mai ad infastidirlo.
- Lo sai come la chiamano la moglie di Nello Bagnoli?
- No.
- La chiamano La Radio, perché sa tutto di tutti e parla
un po' troppo.
- O i comandanti li hai visti?
- Ho visto soltanto Paccheo. Mi ha sorriso. Gazzarrino e
Caleo non li ho visti. Caleo è proprio buffo. Tutte le
volte che lo incontro mi ripete sempre la solita
battuta: ”Per ogni cannonata un bicchiere di vino. E
sarò salvo!”
Luciana , facendolo parlare, scaricava Franco di tutte
le tensioni che aveva accumulato durante il giorno. E
Franco si addormentava pacificamente.
Appena si alzava, Franco andava subito a trovare
Pollino, Emilio Billi, vicino di casa, che era stato
ferito ad una spalla da una cannonata il 10 agosto 1944.
Pollino, barcaiolo e renaiolo, non si stancava di
ripetere a Franco:
- Se ritornerò a casa sano e salvo lo dovrò alla tua
mamma e alle tue sorelle. Se non fosse stato per loro
anch’io sarei stato colpito dalla setticemia. E invece,
grazie a tutti gli impacchi che loro mi fanno
all’insaputa di tutti, ora sto molto bene e spero di
essere mandato a casa molto presto.
Il 22 agosto, Franco vide portare in ospedale Nardi
Mario, di tredici anni, ed il padre, lui pure ferito, ma
lievemente. Il ragazzo aveva la gamba destra in
bruttissime condizioni. Si lamentava continuamente.
Mario sorrise quando vide avvicinarsi al suo letto il
giovane Franco Lucchesi. Il Nardi gli chiese:
- Ci hai qualcuno in ospedale?
- Fortunatamente non ci ho nessuno. Io presto servizio
al pronto soccorso: annoto i nomi dei feriti che
arrivano e devo anche sotterrare le gambe, le braccia ed
anche le mani che vengono amputate– rispose prontamente
Franco.
- Forse anche la mia gamba destra dovrà essere tagliata
e tu dovrai sotterrarla.
- Ma dove siete stati feriti tu e il tuo babbo? – chiese
Franco Lucchesi, particolarmente interessato alla
vicenda di questo suo quasi coetaneo.
- Io e la mia famiglia fin dal 21 luglio, invece di
abbandonare il paese, ci eravamo rifugiati da Ganino, il
contadino delle monache, quello che ha la casa dietro il
Poggetto, ai piedi del monastero.. Lui ci aveva aveva
ospitati in casa sua. Appena sentivamo partire le
cannonate da S. Miniato correvamo subito nel rifugio che
il Landi aveva scavato in un ciglione a confine
dell’aia. L’aveva rinforzato con tronchi d’albero, con
pali della luce e con tanta terra. Il rifugio aveva due
entrate che, però, guardavano S. Miniato. Verso la fine
di luglio una cannonata esplose in prossimità della
prima entrata e la vampata sbruciacchiò le gambe a me, a
Ganino e a suo figlio Piero, mio compagno di classe in
quinta elementare. Andammo tutti e tre all’ospedale. A
me e a Ganino i dottori dissero che non era niente;
Piero, invece, doveva andare un giorno sì ed un giorno a
medicarsi l’ustione: gliela lavavano con la benzina e
poi gli ci mettevano sopra una pomata.
Mario riprese fiato e continuò:
- Ganino, la sera stessa del ferimento, decise di andare
a rifugiarsi nel convento delle monache, dato che era il
loro contadino. Le cantine del convento erano
sicurissime. Lui ci disse: “Se volete venire anche voi,
io glielo domando e di no non me lo diranno.” Mio padre
rifiutò quella offerta e chiese a Ganino se potevamo
rimanere lì a casa sua e se potevamo usare il suo
rifugio. Lui ci rispose subito di sì. Era stata la mamma
a dissuadere il babbo. La nostra casa era a tre passi
dall’aia di Ganino, Per andarci non era necessario
scendere nel Vicolo delle Carbonaie. Bastava
attraversare un orto. Oggi, nel primo pomeriggio, c’è
stato un cannoneggiamento. Io , il mio babbo e la mia
mamma, quando gli americani hanno cominciato a sparare,
eravamo nella casa di Ganino. “Andiamo tutti nel
rifugio” ci ha detto il babbo. La mamma si è rifiutata.
Io, allora, sono andato dietro al babbo. Mentre stavamo
per imboccare il rifugio, io e babbo siamo stati colpiti
dalle schegge di una cannonata alle gambe. Ed ora, come
vedi, eccomi qui.
Mario, affaticato e dolorante, socchiuse gli occhi.
Franco lo accarezzò sulla fronte madida per l’alta
temperatura e si allontanò in silenzio.
L’indomani al povero Mario venne amputa la gamba destra.
Inenarrabile fu il dolore del povero Nardi per la
mancanza di anestetici.
Piero Landi, quando il 24 agosto andò in ospedale a
farsi medicare la ferita non mancò di fare una visitina
all’amico Mario. Il giorno dopo ci andarono anche Ganino,
sua moglie e la figliola Licia. Ci sarebbe andato
volentieri anche l’altro figlio di Ganino, Michele, ma
lui doveva stare sempre lontano perché ricercato come
renitente alla leva.
Franco Lucchesi andava a trovare il povero Nardi anche
tre o quattro volte al giorno. Il Lucchesi aveva udito
la sentenza che il professor Baccarini aveva emesse nei
confronti Mario Nardi:
- Povero figliolo! Anche lui verrà ucciso dalla
setticemia.
Franco non voleva rassegnarsi alla morte di quel ragazzo
che, almeno all’apparenza, doveva essere tanto buono.
La mattina del 27 agosto, com’era sua abitudine, prima
di andare a casa a trovare la mamma, Nanni Lucchesi
passò da Franco per avvertirlo e per chiedergli se aveva
bisogno di qualcosa.
- Babbo, qui si dice che la guerra è ormai alla fine:
perciò aspetta altri due o tre giorni. Ne parlavano ieri
sera Giangi (Giangiacomo Micheletti), sua sorella Gaia e
Giovanni Matteucci, il figliolo della sora Dina, la
Frediani. Sarebbe imperdonabile se ti succedesse una
disgrazia proprio ora che siamo alla fine.
Franco sapeva benissimo che suo padre, quando aveva
deciso, non avrebbe receduto, tuttavia aveva voluto
provarci anche se l’esito fu prevedibilmente negativo.
Prima che attraversasse la strada provinciale, Nanni fu
visto e chiamato dalla moglie di Emilio Billi.
- Ti conviene star lontano da casa tua, Nanni. Non ci
andare. Ci troveresti due tedeschi arrabbiatissimi. Uno
di loro è stato preso a schiaffi da quella sfollata che
piace tanto anche a te. Lui voleva cavalcarla, ma lei
non solo si è rifiutata, ma lo ha addirittura
schiaffeggiato. Non capisco perché non l’abbiano
ammazzata. Lei gli ha detto: “Io fare spia al
Comandante”. I due si sono impauriti e se ne sono andati
incolleriti. Chissà che il Comandante non se la cavalchi
a nostra insaputa. Lei tutti i giorni si dilegua per un
paio di ore. Dice che va alla ricerca di un suo figlio
catturato dai tedeschi: è sicura che sia riuscito a
sfuggire ai tedeschi e che si trovi nel comune di
Fucecchio. Io, caro Nanni, a questa storia ci ho sempre
creduto poco.
- Ma io cosa ci rientro in tutta questa faccenda?
- Sì, che ci rientri. Quel soldato tedesco potrebbe
sfogarla su di te la rabbia di essere stato respinto e
schiaffeggiato.
A questo punto la moglie di Emilio, che nel frattempo
era stata rassicurata da Nanni sulle buone condizioni di
salute del marito ferito e ricoverato in ospedale,
chiamò anche Oscar Banti per dissuadere Giovanni.
- O “Oscare”, diglielo un pochino a Nanni, tu ci
andresti a casa sua?
- Nemmeno per tutto l’oro del mondo. Sono troppo
arrabbiati. Sicuramente, Nanni, se ci vai, se la
riprenderanno con te.
Da buon fucecchiese cocciuto, Nanni, senza replicare e
senza giustificarsi, raggiunse la sua casa e la mamma.
I tedeschi che vi stazionavano erano calmi. Nanni
raccontò alla mamma quanto gli avevano raccontato la
moglie del Billi e il Banti. La madre confermò che i due
tedeschi erano giunti a casa agitatissimi e che lei se
ne era rimasta zitta. Dopo una mezz’ora era scesa dalla
cucina ed aveva mostrato alla mezza dozzina di militari
un teglione con pollo e patate in procinto di essere
arrostiti. Aveva chiesto:
- Va bene?
- Ja! Ja| - avevano risposto e si erano messi a ripulire
le armi. Abituati alla presenza del figlio Giovanni lo
avevano salutato come sempre. All’ora di pranzo, proprio
Nanni aveva apparecchiato come di consueto all’aperto,
quasi davanti alla porta di casa. I tedeschi avevano
messo in tavola il loro pane nero a forma di massello.
Nanni aveva predisposto sei coperti e tre fiaschi di
vino bianco con una caraffa d’acqua attinta con un
secchio dal pozzo. La mamma, poco dopo, servì i in un
bel vassoio il pollo arrosto con patate. I tedeschi
spolverarono tutto e tracannarono due di quei tre
fiaschi di vino. Erano mezzo sbronzi. Quando Nanni si
accinse a sparecchiare la tavola, proprio il tedesco che
era stato schiaffeggiato, disse perentorio:
- Io volere prosciutto.
- Non ne abbiamo più. Li avete finiti tutti.
- Tu, bugiardo.
- Io dire la verità.
Isola che aveva udito gli urlacci del tedesco si
affacciò alla finestra, intervenne a favore del figlio,
ma non ci fu niente da fare.
Il tedesco si alzò, prese il suo fucile mitragliatore e
minacciò:
- Se tu non dare prosciutto, io fare kaput o portare in
Alemagna.
Poi, accostando la bocca della canna del mitragliatore
sulla schiena di Nanni, gridò:
- Raus! Raus!
Nanni sapeva che quel comando preludeva allo sparo. Si
portò, allungando il passo, sull’angolo della casa che
dava sul campo di saggina, si voltò, guardò in alto,
finse di gridare alla mamma. Il tedesco abboccò e si
girò. Giovanni con la rapidità di un fulmine si infilò
nel campo di saggina.
Dal mitragliatore del tedesco partì una raffica. Nanni
non ne fu colpito. Dopo qualche attimo partì una seconda
raffica: venne centrato il polpaccio della gamba destra
di Nanni. Il povero Giovanni lanciò un grido di dolore.
Poi fu silenzio assoluto. I tedeschi credettero che
fosse morto. Lo credette anche mamma Isola. E invece,
nonostante la ferita profonda e la perdita di sangue,
Nanni riuscì a portarsi sulla provinciale, l’attraversò
e giunto sull’aia della casa di Emilio Billi si trovò
davanti il nipotino di quest’ultimo.
- Chiama subito la zia – lo supplicò il Lucchesi.
Il piccolo Billi, di quattro anni, benché impaurito
dall’immagine del Lucchesi ferito, andò a chiamare
subito la zia.
La zia, appena vide la ferita capì e corse al rifugio a
chiamare rinforzi. Giunse sul luogo del ferito, per
primo, Oscar Banti, ex graduato della guardia di
finanza.
- Qui non c’è tempo da perdere. Bisogna disinfettare la
ferita e fasciarlo ben bene. Trovatemi un carretto con
un materassino. Lo porterò all’ospedale.
Nanni si scusò ripetutamente con Oscar;
- Se ti avevo dato retta non sarebbe successo niente.
Fate sapere alla mia mamma che non sono morto e che sono
soltanto ferito al polpaccio della gamba destra. Chissà
come ci rimarranno male i miei quando mi vedranno
arrivare così malconcio in ospedale.
Venne a prestarle soccorso anche la sfollata procace. La
donna si avvicinò a Nanni ormai sistemato sul carretto,
si piegò su di lui, gli fece sentire il calore del suo
seno e gli accennò con un sorriso la sua disponibilità.
Oscar, quando giunse al cancello dell’ospedale, ordinò a
Caleino di far allontanare il giovane Franco: gli
avrebbero fatto vedere il padre il giorno dopo,
Il professore ci rimase di stucco quando si trovò sul
lettino il suo confidente. Per il professor Baccarini.
Nanni era una persona intangibile: non era possibile che
fosse stato colpito.
- Meno male che la pallottola pur essendo di quelle a
scoppio, non ha leso i vasi arteriosi, altrimenti in
ospedale vivo non ci saresti arrivato. Ora dovrai patire
un pochino perché cercherò di tirarti fuori la punta
della pallottola dirompente e alcune delle schegge che
si sono infilate nella gamba.
L’intervento fu lungo. La pallottola ed una diecina di
schegge vennero tolte. Rimanevano le altre. Ma senza un
esame radiografico come e dove individuarle? E la
radiologia era inattiva. Inoltre il pericolo più grave
era costituito dalla setticemia. Le infezioni erano
indominabili per mancanza di farmaci idonei.
Franco era stato mandato ad assistere Mario Nardi, quasi
coetaneo di Franco.
E Luciana, rivolta a Franco:
- Quanto anni ha questo ragazzo?
- Ha soltanto tredici anni. E’ stato ferito insieme al
suo babbo il 22 agosto mentre stava entrando nel rifugio
che era stato loro concesso da Ganino. Il professore ha
dovuto tagliargli la gamba destra. Povero Mario!
- La guerra, caro Franco, come dicono, è cieca e
colpisce nei momenti inaspettati anche le persone sulla
cui incolumità tu avresti fatto delle scommesse –
osservò la sorella di Tina.
Franco ebbe un sussulto. Si ricordò del babbo.
- Ma mio padre sarà rientrato? C’era anche lui laggiù in
Samo questa mattina.
Luciana depistò Franco rivolgendogli molte domande su
Mario Nardi.
Franco, però, non era tranquillo. Andò a trovare
Orolindo il quale gli raccontò che il babbo era rimasto
a dormire a casa con la nonna. Al mattino, verso le
6,30, il professor Baccarini venne a trovare Franco che
era già alzato. Gli mise una mano sulla spalla e gli
disse:
- So che sei un ragazzo molto forte. Ora verrai con me a
trovare tuo padre che ieri è stato ferito con un colpo
di fucile mitragliatore da un soldato tedesco ubriaco.
E’ soltanto ferito al polpaccio della gamba destra. La
ferita è brutta. L’unico pericolo che corre è la
setticemia. Speriamo che qualche buon santo lo protegga.
- Eccolo là tuo padre – disse il Baccarini.
Accanto al letto c’era il genero Nello Lupi. Franco durò
fatica a riconoscere il padre. Aveva il volto sbiancato,
gli occhi spenti, i capelli scarmigliati e sembrava
avesse perduto la voce. Sudava. E quando Nanni riconobbe
il figlio non ce la fece a sorridergli. Mosse soltanto
il viso come volesse dire di sì, come per confessargli
che se gli avesse obbedito nulla di tutto questo sarebbe
accaduto.
D’un tratto si avvicinò Caleino e gridò:
- Professore, corra! I tedeschi ci stanno portando via
le bestie dalla nostra stalla.
Il Professore allora gridò:
- Luciana Montanelli, vada subito a chiamare sua sorella
Tina.
Il professore e Caleo si precipitarono sotto il portico,
nel vano dove erano i bovini destinati al macello per
l’ospedale. Due ceffi di tedeschi, cercavano di stanare
le tre bestie che recalcitravano di fronte a quei due
biechi e truci razziatori.
- Queste sono dell’ospedale – urlò il Baccarini.
- Questo non vero. Tu aiutare partigiani.
Il professore trasalì, si tirò su i gambali dei
pantaloni e mostrò le gambe congelate urlando con
sdegno:
- Queste, Russia con tedeschi.
L’altro soldato, allora, notato lo stordimento del
camerata, insinuò.
- Grande signora bionda, cantina grande palazzo, avere
detto nostro comandante tu essere amico partigiani.
Il professore crollò a terra quasi svenuto. Un oltraggio
simile non se lo sarebbe mai aspettato. Lui capì
benissimo chi era la grande signora bionda. Tramortito,
ebbe solo la forza di dire a Nello e a Caleo:
- Lasciate perdere. Se c’è di mezzo un comandante
potrebbero capitarci addosso dei grossi guai. Avete
visto cos’è capitato al povero Lucchesi?
Quando sopraggiunse Tina, l’interprete dei tedeschi, le
bestie erano già lontane.
Baccarini che si era ripreso ammise:
- Aveva ragione, signorina, quando mi avvertì che la
moglie di quel nostro strano collega stava dalla parte
dei tedeschi. Meglio lasciar perdere. Quella ( la
bionda) potrebbe farci cadere addosso delle enormi
tegole. Nanni ci dirà dove potremo acquistare un paio di
bestie per i nostri ammalati.
Le condizioni del Lucchesi, nonostante le medicazioni e
le assidue cure del professore si facevano di giorno in
giorno più precarie. Nanni aveva ritrovato la forza di
parlare, ma disperava sulla sua guarigione nonostante le
rassicurazioni del primario e degli altri medici. Gli
avevano messo accanto, la mattina del 29 agosto il
tredicenne Mario Nardi, il ferito prediletto da Franco.
Nanni ne fu contento sebbene sapesse che Mario era
condannato a morte dalla setticemia.
Il primo settembre Fucecchio e tutto il Valdarno vennero
liberati dagli americani.
Il due settembre il porticato e l’anticrollo
dell’ospedale – il rifugio - si svuotarono di tutti gli
sfollati. Anche i Lucchesi rientrarono alla base e con
essi anche Pollino, il Billi, ormai guarito
definitivamente. Il Comitato di Liberazione nominò
sindaco Angiolo Cecconi. Baccarini stilò la richiesta di
una lunga lista di farmaci da sottoporre all’attenzione
degli americani. Alcuni volenterosi si recarono, giorno
dopo giorno, a Pontedera o a Montecatini a ritirare dei
farmaci miracolosi sia per la setticemia che per il
tifo. Michele Landi, il fratello di Piero, andò due
volte in bicicletta a Pontedera per procurare a Mario
Nardi certi farmaci ritenuti indispensabili e
miracolosi. L’infezione, purtroppo, aveva preso il
sopravvento.
Nanni venne sottoposto ad un altro intervento
chirurgico.
Nemmeno la penicillina bloccò la setticemia che stava
divorando il povero Nardi Mario e Masoni Gino: i due
morirono il 9 settembre sotto lo sguardo attonito del
povero Nanni.
Il 31 ottobre morì il povero Pollino, Billi Emilio. Il
10 ottobre aveva trovato una spoletta e nel tentativo di
ridurla a lumicino ad olio aveva tentato di bucarla con
un chiodo. Appena il martello percosse la testa del
chiodo la spoletta esplose e dilaniò la mano sinistra
del Billi. Franco, appena udita l’ esplosione, aveva
raggiunto la casa del Billi, aveva aiutato i presenti a
caricarlo su di un carretto sul quale era stato disteso
un materassino e lo aveva portato all’ospedale. Al
povero Pollino venne amputata la mano sinistra. Nanni
non seppe mai niente di questo secondo ricovero del
Billi che venne dimesso moribondo il giorno 30 ottobre.
Il giorno dopo Pollino morì nella propria abitazione.
La mattina del 1° novembre, Nanni disse al professore
che era venuto a visitarlo:
- Professore, non tradisca la mia fiducia. Lo sa meglio
di me che sono condannato. Mi mandi a morire a casa.
Cerchi solo di rassicurare i miei familiari.
Baccarini lo abbracciò, pianse e acconsentì.
- Ti farò assistere da un bravissimo infermiere. E’ un
forestiero, ma garantisco io per lui.
Nanni il 2 novembre ritornò nella sua casa, nella sua
camera, assistito giorno e notte dall’infermiere
forestiero. Moltissimi conoscenti ed amici venivano a
trovarlo. Il più assiduo era Oscar Banti. con cintura e
rivoltella senza fodero. La Giunta lo aveva nominato
guardia di pubblica sicurezza con pieni poteri su
chiunque avesse inteso rubare o fare del male al
prossimo. Nanni, sotto voce, gli chiese se la bella
forestiera era sempre in Samo.
- E’ sparita il 31 agosto.
Baccarini si teneva informato, ma non osava farsi vedere
perché era stato dichiarato collaborazionista della
Repubblica di Salò e dei tedeschi. Avrebbero potuto
linciarlo
Il 4 novembre 1944, alle ore 18, attorniato dalle
figlie, dai figli, dalla moglie, dalla mamma, dalla
nuora e dai generi, il poderoso granatiere si spense.
Franco andò ad avvisare subito il professore. Nottetempo
il Baccarini venne a rendere omaggio alla salma del
Lucchesi. A vegliare la salma c’era anche Oscar Banti.
Il professore lo trasse in disparte, manifestò il suo
desiderio di prender parte alle esequie, ma non nascose
al Banti il pericolo in cui sarebbe incorso.
- Me ne assumerò tutta intera la responsabilità. Verrò a
prenderla a casa e ce la riaccompagnerò non appena il
funerale sarà finito.
Al funerale, officiato dal “priorino” don Palmiro
Ghimenti, presero parte alcune centinaia di persone.
Insieme ai familiari, scortato da Oscar Banti, c’era
anche il professor Baccarini.
Due anni dopo la Fattoria della Bianca notificò alla
famiglia Lucchesi l’ordine di sfratto, poiché l’unico
maschio presente in famiglia, Franco, era minorenne. Due
anni dopo, nonostante l’intervento dei sindacati dei
mezzadri, i Lucchesi dovettero abbandonare la casa ed il
podere.
C’era una volta una bella casa corredata di piccionaia a
forma torre coperta con tetto a quattro spioventi… Oggi
quella casa non c’è più.
La novella della casa e della famiglia di Giovanni
Lucchesi ebbe, come si è letto, un incredibile triste
epilogo.
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