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- Mi
hanno detto che stanotte i tedeschi faranno saltare la
Torre di Castruccio - ci disse mia madre mentre apriva
l’uscio per ritornare a casa dei suoi genitori dove si
era rifugiata insieme al mio fratello minore, Romano.
- Non ci credo - obiettò mio padre - Lo dicono tutti i
giorni. Ma perché poi dovrebbero buttarla giù! Questo
non lo capisco davvero! I tedeschi lo fanno apposta per
impaurirci e tenerci buoni.
- Speriamo che tu abbia ragione, Antenore - sentenziò
mia madre con espressione pacata e rassegnata al peggio.
- Mamma ha ragione - intervenni - L’ho sentito dire
anch’io qui all’Ospedale. Anzi l’avrebbero già buttata
giù se qualcuno non avesse tagliato i fili collegati con
le cariche di esplosivo. Hanno minato anche il palazzo
dell’avvocato Lotti, quello del Quaglierini e quello
dell‘ingegner Bagnoli. Io le vedo tutti i giorni le
cariche esplosive che i tedeschi hanno legato alle
inferriate delle finestre del
pianterreno di quei palazzi.
- Mah, io non ci credo - ribatté mio padre mentre le
mamma scendeva le scale che immettevano in via
Castruccio.
- Stai attento ai tedeschi, Antenore! Non attraversare
la strada finché non te lo dice Roberto.
Questa era la raccomandazione che tutti i santi giorni
mia madre rivolgeva al babbo, quando alle ore 18 veniva
a prendere il grano schiccolato e qualche capo di
biancheria da lavare nella nostra abitazione posta in
via Castruccio.
Pochi minuti dopo scendemmo anche noi. Varcata la soglia
della porta, targata n. 29, guardai prima sulla mia
destra dove scorsi soltanto mia madre che stava salendo
i due scalini esterni della sua casa paterna e poi a
sinistra dove non c’era nessuno. La Torre, in fondo alla
strada sonnecchiava. Il lastricato di via Castruccio era
disseminato di macerie. Lo sguardo indugiò sulle
facciate dei
palazzi: le finestre erano tutte chiuse. Sembrava che la
vita si fosse fermata.
- Ma che ci sono i tedeschi? - chiese a bassa voce mio
padre insospettito da quelle insolita sosta.
- No, no. Puoi attraversare che non c’è nessuno. Mio
padre attraversò la strada, spinse il battente accallato
della porta della bottega del Cheli e scomparve. Anch’io
mi accinsi ad attraversare via Castruccio ma, giunto in
mezzo alla carreggiata mi fermai e guardai ancora una
volta la Torre di Castruccio, con i suoi quattro merli
per lato, che io avevo ribattezzato in cuor mio col nome
Torre del Mare.
- Ma che ci fai in mezzo alla strada? Vieni dentro! – mi
sussurrò il babbo senza sporgersi sulla strada.
Obbedii. Scendemmo nell’orto del Cheli, lo
attraversammo, svoltammo a sinistra e risalimmo nel
fabbricato che negli anni ‘50 avrebbe ospitato il
Ricovero di Mendicità.
- Beate loro!- esclamò mio padre ammiccando alle
tranquille che si spollinavano sul terrazzo recintato
del loro padiglione incuranti del sole e della curiosità
dei molti sfollati alloggiati nelle adiacenze dell‘Ospedale.
Io non ci feci caso. Le tranquille rappresentavano per
me un pianeta sconosciuto che però non rientrava
nell’orbita dei miei interessi.
Raggiunta la stanzetta che ci era stata assegnata, mi
tolsi i sandali e mi sdraiai sul letto.
Mio padre si “trillò” una sigaretta col tabacco dei
mozziconi che io ero solito raccogliere prima dello
sfollamento e, beato come una Pasqua, cominciò a fumarla
avidamente. Io seguivo divertito le volute di fumo
azzurrognolo che si sfaldavano sul soffitto. Dispiaciuto
per quello sfaldamento chiusi gli occhi e, con
l’immaginazione, feci salire quelle nuvolette
azzurrognole fino alla banderuola della Torre di
Castruccio. La Torre era stato da sempre il mio sogno
proibito.
Quante volte nella sartoria di mio padre, davanti alla
barberia di Tarpina, avevo udito raccontare:
- Nelle giornate limpide, di lassù, dalla Torre, col
cannocchiale, Danilo del Santini e i figlioli maggiori
del dottor Andreini, Giorgio e Angelo, vedono il mare
Tirreno.
Qualcuno arrivava persino ad assicurare che di 1assù,
nei mesi di settembre e di ottobre, il mare si poteva
vedere, ad occhio nudo.
Quante volte avevo desiderato di salirci, in cima alla
Torre, per ammirare il mare che avevo visto soltanto
sulle carte geografiche! Quante volte avevo supplicato
mio padre:
- Babbo, chiedigli al Santini se mi ci fa salire in cima
alla torre!
Ma mio padre aveva sempre fatto gli orecchi da mercante.
- Quando sarò grande - protestavo - ci andrò da me dal
Santini a chiederglielo.
E intanto dovevo accontentarmi di andare sotto l’arco
della Torre a giocare a sassolino sul ‘davanzale’di
pietra che sporgeva a circa mezzo metro dalla parte
destra interna dell’arcata della Torre: sembrava un
sedile.
E, in occasione della processione del Corpus Domini,
l’arcata intera della Torre veniva tamponata da un
altare grandioso. Poi il tratto di strada che andava
dall’angolo con via Valdarnese e la Torre veniva
coperto, all’altezza dell’ultimo piano delle case del
Biagi e del Santini, da un telone immenso che assicurava
ombra e riparo al clero che dall‘altare della Torre
impartiva a numerosissimi fedeli la benedizione con un
decoratissimo ostensorio. Per la vigilia di Corpus
Domini, di pomeriggio, i membri dell’omonima Compagnia,
cominciavano a montare l’altare sotto la Torre. Non mi
lasciavo mai sfuggire questa occasione. Da un magazzino
di via Valdarnese — oggi Franco Bracci — i soci della
Compagnia tiravano fuori grosse travi, un numero
incredibile di travicelli e di tavoloni, caprette,
scale, corde, chiodi, martelli, seghe. Il tutto veniva
portato davanti alla Torre. Quando nel tardo pomeriggio
la struttura lignea era realizzata, si procedeva allora
all’allestimento dell’altare. Era questo il momento più
emozionante. Alcuni incaricati andavano al solito
magazzino da dove prelevavano pannelli dipinti,
candelieri, candele, ceri, un tabernacolo, tovaglie,
leggii, messali, tappeti, tendaggi e guide. L’operazione
di assemblaggio era abbastanza rapida. A lavoro
ultimato, non si vedeva più nessun segno della struttura
lignea che sosteneva l’altare. La mattina del Corpus
Domini, verso le ore 8, mentre il cappellaio Orazzino
sistemava gli ultimi petali sulle campiture dei disegni
tracciati sulla pavimentazione di via Castruccio con
carbone da cucina, gli addetti della Compagnia del
Corpus Domini provvedevano a stendere sopra il tetto del
l’altare il telone di protezione. Era un’operazione
gioiosa che richiedeva le braccia di tante persone
piazzate a grappoli, dietro le finestre dell’ultimo
piano delle case Biagi e Santini. Sopra il telone, dopo
il passaggio della processione, il Santini buttava
sempre qualche chilo di susine acerbe. E noi ragazzi non
vedevamo il momento che fosse di nuovo tolto il telone
per poterci mangiare quelle ... susine.
Mio padre, intanto, aveva finito dì fumare la sua
sigaretta.
- Stasera gli americani ci lasciano in pace - disse mio
padre mentre si stirava le braccia - Nemmeno una
cannonata, per ora.
Io ero come stordito. Ripensavo alle frequenti visite
che facevo alle due botteghine sistemate nei pressi
della Torre, anzi una era proprio sotto l’arco della
Torre. Ero un cliente ben conosciuto dalla Niccoletta e
dalla Saurina. D’inverno non passava giorno che non
andassi a comprare un soldino di castagne secche o
qualche pallina di terracotta per giocarci a chiocchino
o alle “capurielle.”
Quando scese la notte, andammo a coricarci. Era il 10
agosto.
Non riuscivo a chiudere occhio. In via Castruccio c’era
un gran via vai di tedeschi. Noi li sentivamo gridare
parole incomprensibili. Poi udimmo anche il rombo di un
camion e lo sferragliare di un carrarmato.
Verso le ore ventitre si levò una leggera brezza e, come
per incanto, mi addormentai. E sognai che ero salito
finalmente in cima alla Torre di Castruccio col mio
amico Renzo Conti che compiaciuto mi mostrava il mare
con il braccio sinistro proteso in avanti.
- Lo vedi ? - mi chiedeva - Eccolo laggiù !
Non riuscivo a scorgere niente. Vedevo soltanto il monte
Pisano e la piana di Pontedera. Poi, piano piano, dietro
la linea di demarcazione della pianura, cominciai ad
intravedere una striscia azzurra, prima filiforme e poi
sempre più larga.
- Lo ved....
Un boato possente, smisurato mi fece sobbalzare. Poi
udimmo di nuovo grida e scalpiccii in via Castruccio.
- L’hanno buttata giù davvero - convenne, sconsolato,
mio padre. Poco dopo lo udii russare.
Io, invece, spiavo dalle fessure degli scuretti chiusi
dell’unica finestra l’apparire dell’alba. Le strada era
ripiombata nel silenzio. Mi appisolai. Il chicchiriare
di un gallo, nascosto chissà dove, mi svegliò. Intravidi
l’albore del giorno 11 agosto.
Senza fare rumore mi misi i pantaloncini corti, i
sandali, la camicetta e scivolai in via Castruccio.
Laggiù, in fondo alla mia via, la Torre non c’era più.
In preda ad un forte turbamento, mi incamminai
mestamente verso l’enorme cumulo di macerie. Neppure mi
accorsi che i palazzi del Bagnoli, del Lotti e del
Santini erano stati risparmiati.
Con estrema delicatezza, quasi temessi di farle male,
scalai l’enorme cumulo di mattoni e travicelli.
Inutilmente dalle cima di questa sommità cercai di
intravedere il .... mare.
Roberto Checchi
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