GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

10 agosto 1944: fine della torre di Castruccio
racconto di Roberto Checchi

 

- Mi hanno detto che stanotte i tedeschi faranno saltare la Torre di Castruccio - ci disse mia madre mentre apriva l’uscio per ritornare a casa dei suoi genitori dove si era rifugiata insieme al mio fratello minore, Romano.
- Non ci credo - obiettò mio padre - Lo dicono tutti i giorni. Ma perché poi dovrebbero buttarla giù! Questo non lo capisco davvero! I tedeschi lo fanno apposta per impaurirci e tenerci buoni.
- Speriamo che tu abbia ragione, Antenore - sentenziò mia madre con espressione pacata e rassegnata al peggio.
- Mamma ha ragione - intervenni - L’ho sentito dire anch’io qui all’Ospedale. Anzi l’avrebbero già buttata giù se qualcuno non avesse tagliato i fili collegati con le cariche di esplosivo. Hanno minato anche il palazzo dell’avvocato Lotti, quello del Quaglierini e quello dell‘ingegner Bagnoli. Io le vedo tutti i giorni le cariche esplosive che i tedeschi hanno legato alle inferriate delle finestre del
pianterreno di quei palazzi.
- Mah, io non ci credo - ribatté mio padre mentre le mamma scendeva le scale che immettevano in via Castruccio.
- Stai attento ai tedeschi, Antenore! Non attraversare la strada finché non te lo dice Roberto.
Questa era la raccomandazione che tutti i santi giorni mia madre rivolgeva al babbo, quando alle ore 18 veniva a prendere il grano schiccolato e qualche capo di biancheria da lavare nella nostra abitazione posta in via Castruccio.
Pochi minuti dopo scendemmo anche noi. Varcata la soglia della porta, targata n. 29, guardai prima sulla mia destra dove scorsi soltanto mia madre che stava salendo i due scalini esterni della sua casa paterna e poi a sinistra dove non c’era nessuno. La Torre, in fondo alla strada sonnecchiava. Il lastricato di via Castruccio era disseminato di macerie. Lo sguardo indugiò sulle facciate dei
palazzi: le finestre erano tutte chiuse. Sembrava che la vita si fosse fermata.
- Ma che ci sono i tedeschi? - chiese a bassa voce mio padre insospettito da quelle insolita sosta.
- No, no. Puoi attraversare che non c’è nessuno. Mio padre attraversò la strada, spinse il battente accallato della porta della bottega del Cheli e scomparve. Anch’io mi accinsi ad attraversare via Castruccio ma, giunto in mezzo alla carreggiata mi fermai e guardai ancora una volta la Torre di Castruccio, con i suoi quattro merli per lato, che io avevo ribattezzato in cuor mio col nome Torre del Mare.
- Ma che ci fai in mezzo alla strada? Vieni dentro! – mi sussurrò il babbo senza sporgersi sulla strada.
Obbedii. Scendemmo nell’orto del Cheli, lo attraversammo, svoltammo a sinistra e risalimmo nel fabbricato che negli anni ‘50 avrebbe ospitato il Ricovero di Mendicità.
- Beate loro!- esclamò mio padre ammiccando alle tranquille che si spollinavano sul terrazzo recintato del loro padiglione incuranti del sole e della curiosità dei molti sfollati alloggiati nelle adiacenze dell‘Ospedale.
Io non ci feci caso. Le tranquille rappresentavano per me un pianeta sconosciuto che però non rientrava nell’orbita dei miei interessi.
Raggiunta la stanzetta che ci era stata assegnata, mi tolsi i sandali e mi sdraiai sul letto.
Mio padre si “trillò” una sigaretta col tabacco dei mozziconi che io ero solito raccogliere prima dello sfollamento e, beato come una Pasqua, cominciò a fumarla avidamente. Io seguivo divertito le volute di fumo azzurrognolo che si sfaldavano sul soffitto. Dispiaciuto per quello sfaldamento chiusi gli occhi e, con l’immaginazione, feci salire quelle nuvolette azzurrognole fino alla banderuola della Torre di Castruccio. La Torre era stato da sempre il mio sogno proibito.
Quante volte nella sartoria di mio padre, davanti alla barberia di Tarpina, avevo udito raccontare:
- Nelle giornate limpide, di lassù, dalla Torre, col cannocchiale, Danilo del Santini e i figlioli maggiori del dottor Andreini, Giorgio e Angelo, vedono il mare Tirreno.
Qualcuno arrivava persino ad assicurare che di 1assù, nei mesi di settembre e di ottobre, il mare si poteva vedere, ad occhio nudo.
Quante volte avevo desiderato di salirci, in cima alla Torre, per ammirare il mare che avevo visto soltanto sulle carte geografiche! Quante volte avevo supplicato mio padre:
- Babbo, chiedigli al Santini se mi ci fa salire in cima alla torre!
Ma mio padre aveva sempre fatto gli orecchi da mercante.
- Quando sarò grande - protestavo - ci andrò da me dal Santini a chiederglielo.
E intanto dovevo accontentarmi di andare sotto l’arco della Torre a giocare a sassolino sul ‘davanzale’di pietra che sporgeva a circa mezzo metro dalla parte destra interna dell’arcata della Torre: sembrava un sedile.
E, in occasione della processione del Corpus Domini, l’arcata intera della Torre veniva tamponata da un altare grandioso. Poi il tratto di strada che andava dall’angolo con via Valdarnese e la Torre veniva coperto, all’altezza dell’ultimo piano delle case del Biagi e del Santini, da un telone immenso che assicurava ombra e riparo al clero che dall‘altare della Torre impartiva a numerosissimi fedeli la benedizione con un decoratissimo ostensorio. Per la vigilia di Corpus Domini, di pomeriggio, i membri dell’omonima Compagnia, cominciavano a montare l’altare sotto la Torre. Non mi lasciavo mai sfuggire questa occasione. Da un magazzino di via Valdarnese — oggi Franco Bracci — i soci della Compagnia tiravano fuori grosse travi, un numero incredibile di travicelli e di tavoloni, caprette, scale, corde, chiodi, martelli, seghe. Il tutto veniva portato davanti alla Torre. Quando nel tardo pomeriggio la struttura lignea era realizzata, si procedeva allora all’allestimento dell’altare. Era questo il momento più emozionante. Alcuni incaricati andavano al solito magazzino da dove prelevavano pannelli dipinti, candelieri, candele, ceri, un tabernacolo, tovaglie, leggii, messali, tappeti, tendaggi e guide. L’operazione di assemblaggio era abbastanza rapida. A lavoro ultimato, non si vedeva più nessun segno della struttura lignea che sosteneva l’altare. La mattina del Corpus Domini, verso le ore 8, mentre il cappellaio Orazzino sistemava gli ultimi petali sulle campiture dei disegni tracciati sulla pavimentazione di via Castruccio con carbone da cucina, gli addetti della Compagnia del Corpus Domini provvedevano a stendere sopra il tetto del l’altare il telone di protezione. Era un’operazione gioiosa che richiedeva le braccia di tante persone piazzate a grappoli, dietro le finestre dell’ultimo piano delle case Biagi e Santini. Sopra il telone, dopo il passaggio della processione, il Santini buttava sempre qualche chilo di susine acerbe. E noi ragazzi non vedevamo il momento che fosse di nuovo tolto il telone per poterci mangiare quelle ... susine.
Mio padre, intanto, aveva finito dì fumare la sua sigaretta.
- Stasera gli americani ci lasciano in pace - disse mio padre mentre si stirava le braccia - Nemmeno una cannonata, per ora.
Io ero come stordito. Ripensavo alle frequenti visite che facevo alle due botteghine sistemate nei pressi della Torre, anzi una era proprio sotto l’arco della Torre. Ero un cliente ben conosciuto dalla Niccoletta e dalla Saurina. D’inverno non passava giorno che non andassi a comprare un soldino di castagne secche o qualche pallina di terracotta per giocarci a chiocchino o alle “capurielle.”
Quando scese la notte, andammo a coricarci. Era il 10 agosto.
Non riuscivo a chiudere occhio. In via Castruccio c’era un gran via vai di tedeschi. Noi li sentivamo gridare parole incomprensibili. Poi udimmo anche il rombo di un camion e lo sferragliare di un carrarmato.
Verso le ore ventitre si levò una leggera brezza e, come per incanto, mi addormentai. E sognai che ero salito finalmente in cima alla Torre di Castruccio col mio amico Renzo Conti che compiaciuto mi mostrava il mare con il braccio sinistro proteso in avanti.
- Lo vedi ? - mi chiedeva - Eccolo laggiù !
Non riuscivo a scorgere niente. Vedevo soltanto il monte Pisano e la piana di Pontedera. Poi, piano piano, dietro la linea di demarcazione della pianura, cominciai ad intravedere una striscia azzurra, prima filiforme e poi sempre più larga.
- Lo ved....
Un boato possente, smisurato mi fece sobbalzare. Poi udimmo di nuovo grida e scalpiccii in via Castruccio.
- L’hanno buttata giù davvero - convenne, sconsolato, mio padre. Poco dopo lo udii russare.
Io, invece, spiavo dalle fessure degli scuretti chiusi dell’unica finestra l’apparire dell’alba. Le strada era ripiombata nel silenzio. Mi appisolai. Il chicchiriare di un gallo, nascosto chissà dove, mi svegliò. Intravidi l’albore del giorno 11 agosto.
Senza fare rumore mi misi i pantaloncini corti, i sandali, la camicetta e scivolai in via Castruccio.
Laggiù, in fondo alla mia via, la Torre non c’era più.
In preda ad un forte turbamento, mi incamminai mestamente verso l’enorme cumulo di macerie. Neppure mi accorsi che i palazzi del Bagnoli, del Lotti e del Santini erano stati risparmiati.
Con estrema delicatezza, quasi temessi di farle male, scalai l’enorme cumulo di mattoni e travicelli.
Inutilmente dalle cima di questa sommità cercai di intravedere il .... mare.

Roberto Checchi

 

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