GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

1° settembre 1944 - Liberazione del Valdarno e morte di Ferrante  Ferradini - di Rino Ferradini

 

Avevo 18 anni. La mia famiglia risiedeva a quel tempo in un podere della Fattoria di Giuseppe Nieri, detto il Moro dello “Gneri”. Il podere si trovava a S. Croce sull’Arno in Via S. Andrea n. 37.
Nella nostra casa colonica si era insediato fin dal febbraio del 1944 un distaccamento del Comando Tedesco a presidio del fronte sull’Arno.
Il 30 agosto gli ufficiali ci salutarono prima di congedarsi per sempre.
- Guerra per voi finita – mi confidò l’ufficiale austriaco con il quale avevo fraternizzato dal momento del suo arrivo.
- State attenti alle mine !- mi raccomandò prima di stringermi commosso la mano in segno di addio.
All’alba del 1° settembre 1944, quando scesi sull’aia, non c’era più nemmeno l’ombra di una pattuglia tedesca.
- Ci siamo ! – urlai a mio padre, Ferrante, e a mio zio Settimo, vedovo, affacciati ad una finestra di cucina. Anche mamma Rosa e mia sorella Rina, undicenne, udirono il mio annuncio e si affacciarono sorridenti all’altra finestra.
- Non ce n’è più nemmeno uno di tedeschi. Aveva detto la verità, ieri, l’ufficiale austriaco – spiegai esultante tutto d’un fiato.
I miei famigliari non volevano crederci.
Verso le ore 7 un’immensa nuvola di polvere proveniente da S. Romano rotolò sulla riva sinistra dell’Arno.
Un chilometrica colonna di mezzi corazzati, di camion e di soldati alleati, preceduta da un folto e rapido gruppo di artificieri addetti allo sminamento della pista da percorrere, guadò l’Arno in prossimità di Castelfranco di Sotto. Finalmente anche il Valdarno posto sulla sponda destra dell’Arno era stato liberato.
Indescrivibile ed incontenibile fu la gioia delle popolazioni e delle migliaia di sfollati che si erano rifugiati nella campagna.
In preda all’euforia raggiunsi di corsa il punto del guado. Sul luogo già si erano riversate centinaia e centinaia di persone festanti che facevano ala al passaggio della colonna alleata. I soldati a bordo dei carrarmati e quelli che si trovavano sulle cabine dei camion contraccambiavano i nostri saluti e i nostri Evviva con il lancio di sigarette, di cioccolate e di gomme da masticare.
Alle ore 10,30, dopo che avevo fatto ritorno a casa, io e mio padre inforcammo la bicicletta e e venimmo a Fucecchio per vedere se i genitori ed i fratelli di mio padre che abitavano alla Ferruzza erano ancora vivi e come stavano.
I Ferradini erano tutti vivi. La loro casa colonica, la prima che si trova sulla sinistra della via delle Calle per chi parte dalla Ferruzza in direzione di Cappiano, era rimasta illesa. Anche la casa dei miei nonni era piena di sfollati che ci accolsero con tanto entusiasmo.
- Domattina toglieremo l’incomodo. Ritorneremo in paese. Non ci dimenticheremo mai della generosità dei Ferradini - ci confidarono molti di essi presenti sull’aia.
Prima che ci congedassimo, la nonna paterna ,col volto visibilmente preoccupato, ci chiese:
- Di zio Quinto sapete niente?
- No – rispose mio padre – Ci andremo oggi a trovarlo a Ponte a Egola, dopo che avremo mangiato un boccone. Stasera ti farò sapere qualcosa. O ritorno io o ci mando Rino.
- Ci vengo io, nonna, a farti sapere come stanno Quinto e i suoi famigliari – le dissi per rassicurarla.
- Mi raccomando, Ferrante, stai attento alle mine quando attraversi l’Arno – soggiunse la nonna.
Ritornammo a casa. Le strade e le aie delle case, fino a ieri deserte, brulicavano di persone in preda ad una eccitazione inusuale. Sembrava un sogno rivedere tanta gente all’aperto.
Al tocco e mezzo io e mio padre ripartimmo in bicicletta diretti questa volta a Ponte a Egola. La pista sminata riservata ai civili era delimitata da fettucce colorate fissate ad appositi picchetti. Per sentirci più sicuri, sia io che mio padre, passavamo sopra le impronte lasciate dai cingolati e dai camiom alleati.
Anche zio Quinto e i suoi congiunti erano tutti salvi ed incolumi.
Al ritorno dovemmo passare da un altro guado, più lontano dalla nostra casa, perché quello attraversato nel primo pomeriggio era stato chiuso al traffico della popolazione civile. Ci portammo allora verso Castelfranco. Saranno state le ore 17. Mentre ci dirigevamo verso l’altro guado si accodarono a noi il calzolaio Magnani Lido, un reduce della Capagna Russa, e il mediatore Martini Venturino di S. Maria a Monte.
Mentre a piedi scalzi attraversavamo l’Arno, incrociammo il Morelli di Saettino il quale ci disse:
-Quando salirete sull’argine, non impressionatevi: ci troverete un tedesco morto. Doveva essere molto giovane. State attenti. Il corpo di questo tedesco si trova dentro la zona minata, al di là del nastro segnalatore.
Lo ringraziammo.
Incuriosito accelerai l’andatura. Appena cominciai ad inerpicarmi sull’argine vidi il cadavere del presunto tedesco, bocconi per terra, pantaloni corti, le spalle rivolte al cielo, mentre con la mano destra stringeva ancora il bastone di una bomba a mano tedesca. Lo osservai meglio: per poco non svenni.
- Non è un tedesco ! E’ Rolando, Rolando del Frediani. E’ un mio compagno – gridai esterrefatto.
Volevo avvicinarmi per toccarlo, ma mio padre urlò:
-Stai fermo! Ci sono le mine.
Il Magnani in preda all’emozione, balbettava:
- Non è possibile ! Non è possibile ! Era il mio garzone. Spostati, ragazzo. Fammi vedere!
Il Magnani si portò al mio fianco, si chinò, guardò meglio ed ammise:
- E’ proprio lui. Ma forse è soltanto ferito, poverino.
Il buon calzolaio, allora, varcò il nastro segnalatore per constatare se il Frediani era ferito o morto; ma appena il suo piede toccò terra fummo tutti e quattro scaraventati sulla pista dell’argine da una violenta esplosione.
Quando, incolume, mi rialzai vidi che il Magnani e mio padre rimanevano immobili. Erano morti. Il Magnani era letteralmente sventrato; mio padre, benché cadavere, non presentava segni di ferite. Lo chimai disperatamente: non rispondeva. Poi mi accorsi che la sua tempia sinistra era stata perforata da una piccola scheggia della mina.
Il Martini, nel frattempo, si era dileguato.
Mi trovai solo in mezzo a tre cadaveri: mio padre, il calzolaio Magnani ed il mio compagno Rolando. Mi sentii sprofondare in una tristezza abissale. Proprio in quel giorno di grande esultanza mi sentii schiacciato dalla forza bruta di un destino tanto crudele.
Raggiunsi quasi alla cieca una casa vicina, chiesi aiuto, ma nessuno si mosse: erano tutti paralizzati dalla paura delle mine.
Ritornai sull’argine, mi caricai sulle spalle il cadavere del mio povero babbo e riuscii a raggiungere la Fattoria Pacchiani distante un centinaio di metri. Qui trovai delle anime buone che mi aiutarono a pulire e comporre decentemente la salma di mio padre. Qualcuno nel frattempo era andato ad avvisare mia madre, mia sorella e mio zio. Quando giunsero alla Fattoria spingendo un carretto il sole tardava ancora a coricarsi dietro il Monte Pisano.
Senza alcuna esitazione decidemmo di portare la salma del babbo a Fucecchio nella sua casa paterna. Lo adagiammo sul pianale del carretto e, attraverso “i mezzi”, oltrepassato il cimitero di Santa Croce sull’Arno, imboccammo Via Stieta. Proprio su questa strada, mentre il sole cominciava a calarsi dietro il Monte Pisanno, incontrammo Pietro Sollazzi in bicicletta. Il bravo Pietro si fermò, si informò sull’accaduto e ci porse le sue condoglianze. Poi ognuno riprese il proprio cammino. Io spingevo il carretto e dietro di me la mamma trasecolata, la mia sorella Rina che quel giorno aveva sfoggiato un bel vestitino per festeggiare la liberazione e lo zio vedovo, molto turbato.
Quando giungemmo alla Ferruzza erano già calate le ombre della sera.
Lo stupore, al nostro arrivo, fu pari all’incredulità.
- Stamani era vivo, qui, con noi ed ora…
Allestimmo la camera ardente in una stanza a pianterreno. La salma venne vegliata anche dagli sfollati rimasti nella casa Ferradini.
Durante la veglia notturna passammo in rassegna i problemi che avremmo dovuto affrontare e risolvere al mattino: il reperimento di una cassa funebre e di un sacerdote per l’officiatura delle esequie, le modalità da seguire per il trasporto della salma al cimitero ed il conseguente interramento della medesima.
Uno sfollato ci informò che di casse da morto a Fucecchio non ce n’era nemmeno una. Rimanemmo costernati. Liseo Mateoni, lì con noi alla veglia funebre, si alzò e ci disse:
- Non preoccupatevi. La cassa ve la farò io.
Detto questo, sparì. Al mattino la cassa, fatta con tavole grezze inchiodate, era pronta. La nonna paterna mandò a chiamare don Ranieri Bertoncini che era sfollato in via di Burello nella casa colonica di cui è attualmente proprietario Ermanno Lotti. Don Bertoncini non se lo fece ripetere due volte e con moltissima sollecitudine venne a consolarci e a benedire la salma di mio padre.
Nel primo pomeriggio, a spalla, portammo la salma di mio padre al cimitero suscitando curiosità e perplessità in tutti gli sfollati che stavano rientrando in paese. Nell’area posta dietro il grande cancello di ingresso, attualmente occupata da cappelle private, approfondimmo una fossa preesistente e vi interrammo la cassa fatta nottetempo da Liseo.
Ora mio padre riposa, insieme a mia figlia Rossella, in un loculo del padiglione delle vittime civili di quest’ultima guerra. Sulla sinistra del loculo di mio padre, più in basso, c’è anche il loculo dove riposa la salma di Rolando Frediani, il mio compagno di giochi che il Morelli di Saettino aveva erroneamente scambiato per un giovane militare tedesco.
Per Rolando, per mio padre Ferrante e per il Magnani il giorno della Liberazione, il 1° Settembre 1944, fu un giorno purtroppo tragico.


Ferradini Rino



 

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