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Avevo 18 anni. La mia
famiglia risiedeva a quel tempo in un podere della
Fattoria di Giuseppe Nieri, detto il Moro dello “Gneri”.
Il podere si trovava a S. Croce sull’Arno in Via S.
Andrea n. 37.
Nella nostra casa colonica si era insediato fin dal
febbraio del 1944 un distaccamento del Comando Tedesco a
presidio del fronte sull’Arno.
Il 30 agosto gli ufficiali ci salutarono prima di
congedarsi per sempre.
- Guerra per voi finita – mi confidò l’ufficiale
austriaco con il quale avevo fraternizzato dal momento
del suo arrivo.
- State attenti alle mine !- mi raccomandò prima di
stringermi commosso la mano in segno di addio.
All’alba del 1° settembre 1944, quando scesi sull’aia,
non c’era più nemmeno l’ombra di una pattuglia tedesca.
- Ci siamo ! – urlai a mio padre, Ferrante, e a mio zio
Settimo, vedovo, affacciati ad una finestra di cucina.
Anche mamma Rosa e mia sorella Rina, undicenne, udirono
il mio annuncio e si affacciarono sorridenti all’altra
finestra.
- Non ce n’è più nemmeno uno di tedeschi. Aveva detto la
verità, ieri, l’ufficiale austriaco – spiegai esultante
tutto d’un fiato.
I miei famigliari non volevano crederci.
Verso le ore 7 un’immensa nuvola di polvere proveniente
da S. Romano rotolò sulla riva sinistra dell’Arno.
Un chilometrica colonna di mezzi corazzati, di camion e
di soldati alleati, preceduta da un folto e rapido
gruppo di artificieri addetti allo sminamento della
pista da percorrere, guadò l’Arno in prossimità di
Castelfranco di Sotto. Finalmente anche il Valdarno
posto sulla sponda destra dell’Arno era stato liberato.
Indescrivibile ed incontenibile fu la gioia delle
popolazioni e delle migliaia di sfollati che si erano
rifugiati nella campagna.
In preda all’euforia raggiunsi di corsa il punto del
guado. Sul luogo già si erano riversate centinaia e
centinaia di persone festanti che facevano ala al
passaggio della colonna alleata. I soldati a bordo dei
carrarmati e quelli che si trovavano sulle cabine dei
camion contraccambiavano i nostri saluti e i nostri
Evviva con il lancio di sigarette, di cioccolate e di
gomme da masticare.
Alle ore 10,30, dopo che avevo fatto ritorno a casa, io
e mio padre inforcammo la bicicletta e e venimmo a
Fucecchio per vedere se i genitori ed i fratelli di mio
padre che abitavano alla Ferruzza erano ancora vivi e
come stavano.
I Ferradini erano tutti vivi. La loro casa colonica, la
prima che si trova sulla sinistra della via delle Calle
per chi parte dalla Ferruzza in direzione di Cappiano,
era rimasta illesa. Anche la casa dei miei nonni era
piena di sfollati che ci accolsero con tanto entusiasmo.
- Domattina toglieremo l’incomodo. Ritorneremo in paese.
Non ci dimenticheremo mai della generosità dei Ferradini
- ci confidarono molti di essi presenti sull’aia.
Prima che ci congedassimo, la nonna paterna ,col volto
visibilmente preoccupato, ci chiese:
- Di zio Quinto sapete niente?
- No – rispose mio padre – Ci andremo oggi a trovarlo a
Ponte a Egola, dopo che avremo mangiato un boccone.
Stasera ti farò sapere qualcosa. O ritorno io o ci mando
Rino.
- Ci vengo io, nonna, a farti sapere come stanno Quinto
e i suoi famigliari – le dissi per rassicurarla.
- Mi raccomando, Ferrante, stai attento alle mine quando
attraversi l’Arno – soggiunse la nonna.
Ritornammo a casa. Le strade e le aie delle case, fino a
ieri deserte, brulicavano di persone in preda ad una
eccitazione inusuale. Sembrava un sogno rivedere tanta
gente all’aperto.
Al tocco e mezzo io e mio padre ripartimmo in bicicletta
diretti questa volta a Ponte a Egola. La pista sminata
riservata ai civili era delimitata da fettucce colorate
fissate ad appositi picchetti. Per sentirci più sicuri,
sia io che mio padre, passavamo sopra le impronte
lasciate dai cingolati e dai camiom alleati.
Anche zio Quinto e i suoi congiunti erano tutti salvi ed
incolumi.
Al ritorno dovemmo passare da un altro guado, più
lontano dalla nostra casa, perché quello attraversato
nel primo pomeriggio era stato chiuso al traffico della
popolazione civile. Ci portammo allora verso
Castelfranco. Saranno state le ore 17. Mentre ci
dirigevamo verso l’altro guado si accodarono a noi il
calzolaio Magnani Lido, un reduce della Capagna Russa, e
il mediatore Martini Venturino di S. Maria a Monte.
Mentre a piedi scalzi attraversavamo l’Arno, incrociammo
il Morelli di Saettino il quale ci disse:
-Quando salirete sull’argine, non impressionatevi: ci
troverete un tedesco morto. Doveva essere molto giovane.
State attenti. Il corpo di questo tedesco si trova
dentro la zona minata, al di là del nastro segnalatore.
Lo ringraziammo.
Incuriosito accelerai l’andatura. Appena cominciai ad
inerpicarmi sull’argine vidi il cadavere del presunto
tedesco, bocconi per terra, pantaloni corti, le spalle
rivolte al cielo, mentre con la mano destra stringeva
ancora il bastone di una bomba a mano tedesca. Lo
osservai meglio: per poco non svenni.
- Non è un tedesco ! E’ Rolando, Rolando del Frediani.
E’ un mio compagno – gridai esterrefatto.
Volevo avvicinarmi per toccarlo, ma mio padre urlò:
-Stai fermo! Ci sono le mine.
Il Magnani in preda all’emozione, balbettava:
- Non è possibile ! Non è possibile ! Era il mio
garzone. Spostati, ragazzo. Fammi vedere!
Il Magnani si portò al mio fianco, si chinò, guardò
meglio ed ammise:
- E’ proprio lui. Ma forse è soltanto ferito, poverino.
Il buon calzolaio, allora, varcò il nastro segnalatore
per constatare se il Frediani era ferito o morto; ma
appena il suo piede toccò terra fummo tutti e quattro
scaraventati sulla pista dell’argine da una violenta
esplosione.
Quando, incolume, mi rialzai vidi che il Magnani e mio
padre rimanevano immobili. Erano morti. Il Magnani era
letteralmente sventrato; mio padre, benché cadavere, non
presentava segni di ferite. Lo chimai disperatamente:
non rispondeva. Poi mi accorsi che la sua tempia
sinistra era stata perforata da una piccola scheggia
della mina.
Il Martini, nel frattempo, si era dileguato.
Mi trovai solo in mezzo a tre cadaveri: mio padre, il
calzolaio Magnani ed il mio compagno Rolando. Mi sentii
sprofondare in una tristezza abissale. Proprio in quel
giorno di grande esultanza mi sentii schiacciato dalla
forza bruta di un destino tanto crudele.
Raggiunsi quasi alla cieca una casa vicina, chiesi
aiuto, ma nessuno si mosse: erano tutti paralizzati
dalla paura delle mine.
Ritornai sull’argine, mi caricai sulle spalle il
cadavere del mio povero babbo e riuscii a raggiungere la
Fattoria Pacchiani distante un centinaio di metri. Qui
trovai delle anime buone che mi aiutarono a pulire e
comporre decentemente la salma di mio padre. Qualcuno
nel frattempo era andato ad avvisare mia madre, mia
sorella e mio zio. Quando giunsero alla Fattoria
spingendo un carretto il sole tardava ancora a coricarsi
dietro il Monte Pisano.
Senza alcuna esitazione decidemmo di portare la salma
del babbo a Fucecchio nella sua casa paterna. Lo
adagiammo sul pianale del carretto e, attraverso “i
mezzi”, oltrepassato il cimitero di Santa Croce
sull’Arno, imboccammo Via Stieta. Proprio su questa
strada, mentre il sole cominciava a calarsi dietro il
Monte Pisanno, incontrammo Pietro Sollazzi in
bicicletta. Il bravo Pietro si fermò, si informò
sull’accaduto e ci porse le sue condoglianze. Poi ognuno
riprese il proprio cammino. Io spingevo il carretto e
dietro di me la mamma trasecolata, la mia sorella Rina
che quel giorno aveva sfoggiato un bel vestitino per
festeggiare la liberazione e lo zio vedovo, molto
turbato.
Quando giungemmo alla Ferruzza erano già calate le ombre
della sera.
Lo stupore, al nostro arrivo, fu pari all’incredulità.
- Stamani era vivo, qui, con noi ed ora…
Allestimmo la camera ardente in una stanza a
pianterreno. La salma venne vegliata anche dagli
sfollati rimasti nella casa Ferradini.
Durante la veglia notturna passammo in rassegna i
problemi che avremmo dovuto affrontare e risolvere al
mattino: il reperimento di una cassa funebre e di un
sacerdote per l’officiatura delle esequie, le modalità
da seguire per il trasporto della salma al cimitero ed
il conseguente interramento della medesima.
Uno sfollato ci informò che di casse da morto a
Fucecchio non ce n’era nemmeno una. Rimanemmo
costernati. Liseo Mateoni, lì con noi alla veglia
funebre, si alzò e ci disse:
- Non preoccupatevi. La cassa ve la farò io.
Detto questo, sparì. Al mattino la cassa, fatta con
tavole grezze inchiodate, era pronta. La nonna paterna
mandò a chiamare don Ranieri Bertoncini che era sfollato
in via di Burello nella casa colonica di cui è
attualmente proprietario Ermanno Lotti. Don Bertoncini
non se lo fece ripetere due volte e con moltissima
sollecitudine venne a consolarci e a benedire la salma
di mio padre.
Nel primo pomeriggio, a spalla, portammo la salma di mio
padre al cimitero suscitando curiosità e perplessità in
tutti gli sfollati che stavano rientrando in paese.
Nell’area posta dietro il grande cancello di ingresso,
attualmente occupata da cappelle private, approfondimmo
una fossa preesistente e vi interrammo la cassa fatta
nottetempo da Liseo.
Ora mio padre riposa, insieme a mia figlia Rossella, in
un loculo del padiglione delle vittime civili di quest’ultima
guerra. Sulla sinistra del loculo di mio padre, più in
basso, c’è anche il loculo dove riposa la salma di
Rolando Frediani, il mio compagno di giochi che il
Morelli di Saettino aveva erroneamente scambiato per un
giovane militare tedesco.
Per Rolando, per mio padre Ferrante e per il Magnani il
giorno della Liberazione, il 1° Settembre 1944, fu un
giorno purtroppo tragico.
Ferradini Rino
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