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Lo
spezzone che aveva colpito la casa di Tamburo, quasi a
confine con il loro orto, aveva messo in allarme tutti i
membri della famiglia dell’ingegner Chelini. Il
ferimento della moglie di Tamburo aveva suscitato nel
vicinato un forte stato di apprensione. L’intervento di
Salandra, che aveva fasciato in maniera quasi
professionale la gamba ferita della donna, Vienna, ne
aveva fortunatamente scongiurato la morte per
dissanguamento. Comunque era stato inevitabile il
trasporto della ferita in ospedale e questa operazione,
nel cuore della notte, era stata molto rischiosa perché
il “coprifuoco” decretava punizioni severissime per
coloro che avessero abbandonato la propria abitazione.
L’ingegnere, che era intervenuto alle prime richieste di
aiuto, non se l’era sentita di seguire Salandra che, a
bordo di un carretto di fortuna, nel cuore della notte,
aveva trasportato la povera Vienna all’ospedale.
E se la “cicogna fosse ritornata ed avesse sganciato
altri spezzoni? Questa preoccupazione assillò talmente
l’ingegnere che non riuscì a chiudere occhio per tutto
il resto della notte.
Al mattino, sordo a tutti i chiacchiericci legati al
drammatico evento notturno, il signor Giuseppe Chelini,
memore della sua duplice esperienza bellica, maturò una
decisione importantissima: ne avrebbe parlato a pranzo
con i propri congiunti.
Faceva caldo quella mattina di luglio. I figli
dell’ingegner Chelini, Rodolfo e Ferdinando, avevano
trascorso tutta la mattinata nel cortile della casa di
Tamburo, attualmente ridotta a rimessa per macchine
agricole da Ridolo Menichetti, l’esercente dell’Enoagricola
di via Dante. Rodolfo aveva ascoltato dalla viva voce
del Tamburini il racconto dello spezzonamento e del
salvataggio della moglie Vienna.
- Speriamo che la SAFFA mi ripari quanto prima la casa –
ripeteva continuamente Tamburo, operaio della Saffa ed
affittuario della casa e dell’orto che coltivava ad “avanzatempo”.
Ferdinando, invece, sentendosi ormai un adulto grazie
alla sua precoce stazza fisica, aveva rovistato in lungo
ed in largo il cortile e l’orto del Tamburini con
l’intento di trovare qualche scheggia da mostrare a suo
padre.
A mezzogiorno, avvisati dal suono della campana del
campanile della chiesa delle Vedute, Rodolfo e
Ferdinando rientrarono a casa, si lavarono le mani e
poi, come d’abitudine, apparecchiarono la tavola avendo
cura di sistemare in maniera quasi perfetta i coperti.
Mamma Rosita aveva preparato un bel risotto che da mesi
surrogava la pastasciutta per mancanza di pasta
alimentare. Per secondo aveva lessato fagiolini, carote
e patate. In un angolo della tavola, ben nascosto da un
tovagliolo, c’era mezzo panone di grano che il Fenzi, il
contadino della zia Evangelina Chelini, portava ogni
settimana. Il pane di farina di grano, in quel luglio
1944, era una preziosità: se qualcuno, entrando in casa,
lo avesse visto, ne sarebbe rimasto scandalizzato ed
offeso. La tessera annonaria assegnava ad ogni persona
un etto e mezzo di pane i cui ingredienti fondamentali
erano farina di grano non burattata, farina di
granoturco e patate lesse. In un altro angolo della
tavola, in bella mostra, il filoncino del pane della
tessera.
Alle 12,30 il babbo si mise a tavola seguito dai figli.
La signora Rosita mise in tavola il tegame di terracotta
in cui aveva cucinato il risotto e la schiumarola, si
fece, da buona cristiana, un segno di croce e si mise a
tavola. L’ingegnere servì a tutti il risotto ancora
fumante; la mamma, invece, lo spolverò con formaggio
grattugiato. Tutti mangiarono con gusto ed appetito. Il
signor Giuseppe posava il suo sguardo fulminante ora sul
tegame ora sui figli ora sui quadretti appesi alle
pareti della sala da pranzo.
Quando tutti ebbero consumato il risotto, la signora si
alzò per togliere i piatti dove era stato servito il
riso.
- Per piacere, Rosita – intervenne l’ingegnere – aspetta
un momento. Ho da dirvi una cosa molto importante.
La signora lo guardò tradendo un inconsueto
trasalimento. “Cosa sarà successo di tanto grave?”
pensava.
L’ingegnere riprese:
- Temo che la “cicogna” ritornerà nelle prossime notti a
farci visita. Vinna e Tamburo potevano essere morti. E
se lo spezzone fosse caduto sulla nostra casa? A quest’ora
saremmo tutti al cimitero. Sentite: domani dobbiamo
lasciare la nostra casa. Non posso esporre al rischio la
vita di Rodolfo e Ferdinando. Appena avremo finito di
pranzare andrò dal Fenzi, il contadino di mia sorella
Evangelina, per dirgli che domani ci trasferiremo nella
sua casa. Insieme vedremo dove potremo sistemare una
camera per noi tutti.
Rodolfo e Ferdinando si guardarono compiaciuti di
sottecchi pregustando le infinite avventure che
avrebbero potuto architettare in piena campagna. La
signora Rosita ritenne molto opportuno accogliere senza
batter ciglio la proposta del marito: ne andava di mezzo
la salvaguardia della vita dei propri figli.
Il babbo, prima di passare al secondo, si alzò da tavola
ed andò ad accendere la radio per ascoltare le ultime
notizie.
Verso le 13,30 l’ingegnere inforcò la sua grande
bicicletta nera e si diresse vero la Madonnina dello
Zucchi. Qui giunto svoltò a sinistra, attraversò il rio
sopra il ponticello di legno. costeggiò Villa Nieri,
proseguì lungo il viottolo che seguiva l’itinerario di
un largo fossato, attraversò il ponticello che
scavalcava il fossato e si trovò davanti alla casa del
Fenzi. Qualcuno, dall’interno della casa, lo aveva
scorto. Il capoccio e la massaia scesero nell’aia e
salutarono con molta affabilità l’ingegnere. Poco dopo
scesero anche i tre figli: Emilia, Agostino e Filiberto.
- Benvenuto, ingegnere ! – dissero – Qual buon vento lo
ha portato fin qui a quest’ora?
L’ingegnere, come era suo solito, non rispose subito:
allungò, anzi, si stirò le braccia sul manubrio, chinò
la testa, sgranò gli occhi, fece fare al viso un quarto
di giro del collo e spiegò:
- Eh, cari miei, stanotte io e miei familiari potevamo
essere stati uccisi da quell’aereo che ha sganciato una
bomba che, fortuna per noi, è caduta accanto alla casa
di Tamburo.
La massaia nell’udire queste brutte nuove, non faceva
che ripetere:
- Uh, Gesù mio! Uh, Gesù mio!
- Perciò – concluse l’ingegnere – bisogna che io
trasferisca nella vostra casa i miei familiari.
- Ma noi siamo contentissimi di ospitarvi. E poi, questa
casa, è di vostra sorella e quindi come se fosse vostra.
Andiamo su in casa, ingegnere, e così sistemeremo subito
la faccenda.
Il signor Chelini appoggiò la sua bici al muro della
stalla e seguì il capoccio e la massaia al primo piano
della casa colonica.
La cucina era abbastanza grande ed anche la tavola,
lunghissima, sarebbe stata più che sufficiente per due
famiglie.
- Par la cucina – disse l’ingegnere - non ci dovrebbero
essere problemi. Basta che ci concediate l’uso di un
fornello. Il tavolo basta per tutti. Anche per l’acquaio
non ci dovrebbero essere problemi: rigovernerete a
turno.
Dalla cucina passarono alla prima camera.
- Se vi andasse bene questa, signor ingegnere, il
problema sarebbe subito risolto. Ci porteremmo altre due
brandine per i figlioli. Noi questa camera già
ammobiliata non la usiamo.
- Va benissimo – incalzò senza un attimo di esitazione
l’ingegnere – Domattina mia moglie e i miei figli si
trasferiranno qui. Io, invece, finché sarà possibile,
resterò a Fucecchio. Ho una grande paura degli
sciacalli.
Il capoccio si avvicinò di più al sor Giuseppe e, sotto
voce, gli fece questa confidenza:
- Lì, accanto alla villa del Costagli, c’è il figlio del
contadino Sabatini che fa il meccanico, Se lei volesse
mettere al sicuro il suoi averi si potrebbe fare così:
io ho una cassetta portamunizioni di metallo. Lei ci
potrebbe mettere dentro tutto quello che vuole; poi si
chiama il figliolo del Sabatini e gliela facciamo
stagnare. Io, nel frattempo, scaverei una buca in un
luogo vicino alla casa e ce la sotterreremmo.
Mentre il capoccio parlava, l’ingegnere non faceva che
annuire con i movimenti del volto. Poi propose:
- Se vi va bene, domani mattina, mentre i figli e la
moglie sistemano le loro cose nella camera che ci avete
assegnato, voi potreste scavare la buca mentre il
Sabatini sigilla la cassetta di metallo. Ci pensate voi
a mettervi d’accordo col Sabatini?
- Non dubiti, ingegnere. Ci penso io.
Ritornarono in cucina. La massaia, che si era
allontanata, stava risalendo le scale con una brocca
d’acqua fresca dentro la quale galleggiava una bottiglia
di vino.
- Prima di ritornare a casa, signor ingegnere –
intervenne la massaia – dovete rinfrescarvi un po'.
Sedetevi un attimo che vi servo un bel bicchiere di vino
fresco.
La donna prese da una credenza due bicchieri che
servivano per le grandi occasioni e li riempì di vino
dorato e freschissimo: uno per l’ngegnere e l’altro per
il marito. L’ingegnere rimase colpito dal color giallo
intenso di quel vino. Prima lo assaporò e poi lo bevve
pian piano per apprezzarne la beva e la freschezza.
Subito dopo, con il bicchiere in mano, l’ingegnere si
alzò, si portò di fronte alla mezzina d’ acqua appena
attinta dal pozzo e ne riempì il bicchiere che bevve
quasi con avidità.
- Ora, sì, che sto bene. Vi ringrazio. E arrivederci a
domani mattina.
- Ma perché non si trattiene un al altro pochino? Questo
caldo è pericoloso. Ci parli un po' di questa guerra. Ci
passerà di qui da noi?
- Temo proprio di sì, capoccio.
- Però non dovrebbe durare più di qualche giorno –
osservò il capoccio.
- Anche su codesto ho i miei dubbi. Gli americani hanno
concentrato tutto il grosso del loro esercito sul fronte
marchigiano-romagnolo. Noi verremo liberati soltanto
quando gli americani avranno sfondato sull’Adriatico.
Il capoccio non capì molto delle spiegazioni
dell’ingegnere. Si limitò a scuotere la testa e continuò
a credere che comunque la guerra, se fosse passata anche
da noi, sarebbe stata brevissima.
Non appena l’ingegnere si fu congedato, riprese la sua
bici e ritornò in fretta a Fucecchio.
A cena, anche i figli seppero del loro sfollamento nella
casa colonica della zia Evangelina e non se ne
dimostrarono per niente dispiaciuti.
Appena Rodolfo e Ferdinando si furono coricati, i
coniugi Chelini si rinchiusero nella loro camera e
cominciarono a tirar fuori tutti i loro ori e le loro
numerose banconote, La signora Rosita inventariò tutto
in un quaderno a quadretti del figlio Rodolfo che aveva
conseguito la licenza elementare proprio nel giugno
appena trascorso e che aveva anche superato l’esame di
ammissione alla scuola media. L’ingegnere mise gli ori
selezionati e catalogati in certe buste che poi sigillò
con cura, La moglie , per maggior sicurezza consegnò al
marito una diecina di sacchetti di stoffa che aveva
confezionato nel pomeriggio subito dopo il ritorno del
marito dalla casa colonica dei Fenzi. In quei sacchetti
finirono anche alcuni rotoli di banconote. Tutti i
sacchetti vennero sistemati nella cartella di pelle che
l’ingegnere si portava sempre dietro.
- E per la biancheria, come facciamo Giuseppe? – chiese
la signora Rosita.
- Bastano alcuni lenzuoli. Se poi vi manca qualcosa ve
lo porterò io con il portabagagli.
Verso le 7,30 del mattino la famiglia Chelini, a piedi,
si trasferì in Padulino preso la casa colonica del Fenzi,
contadino di Evangelina sorella dell’ingegnere. La
biancheria e i pochi capi di vestiario vennero sistemati
sui portabagagli delle biciclette dei due coniugi.
I Fenzi andarono loro incontro e li incrociarono non
appena i Chelini ebbero sorpassato la villa del Nieri
dove già operava un gruppo di soldati tedeschi.
Il capoccio e la massaia salutarono con gioia i
famigliari dell’ingegnere e vollero per forza portar
loro le biciclette. Il signor Giuseppe si tenne per sé
la cartella di pelle con tutto il tesoro.
Giunti sull’aia ci trovarono il Sabatini. L’ingegnere
dirottò moglie e figli nella casa del Fenzi, mentre lui
seguì il Sabatini che prese la cassetta di metallo
preparata dal capoccio e si avviò verso la sua casa a
pochissime decine di metri. Il Sabatini aveva preparato
un coperchio di lamiera. Il Chelini introdusse dentro la
cassetta metallica tutti i sacchetti di stoffa ed il
Sabatini vi stagnò sopra il coperchio di lamiera già
predisposto. Poi, seguendo un itinerario particolare,
raggiunsero il Fenzi che aveva già scavato una buca
profonda un metro. Vi calarono la cassetta e poi il
Fenzi provvide a ricoprirla e a mimetizzarla con zolle
di terra che recavano ciuffi di erba gremigna. Nessuno
si accorse di niente. Il Chelini manciò adeguatamente il
Sabatini e salì al primo piano per assistere alla
sistemazione della camera.
Quella mattina la signora Rosita venne dispensata dalle
sue attività di cuoca.
- Oggi sarete nostri ospiti e anche lei ingegnere si
deve fermare almeno a pranzo.
I Chelini ringraziarono senza nulla obiettare. Da tempo
non si vedevano nove persone a tavola.
Dopo aver mangiato, l’ingegnere rientrò a Fucecchio.
Rodolfo e Ferdinando furono costretti alla solita
pennichella pomeridiana. Non dormirono nemmeno un
secondo. Alle sedici la mamma andò a.. . svegliarli.
Dimentichi della merenda i due fratelli volarono
nell’aia e presero il viottolo che conduceva alla villa
del Nieri. Proprio sul viottolo incrociarono un militare
tedesco, forse un sottufficiale che mostrò di gradire
quell’incontro.
- Voi, essere di qui? – chiese il militare.
- No, capoluogo – rispose prontamente Ferdinando che non
aveva cessato per un attimo di esaminare il mitra in
dotazione al tedesco.
- Volere sparare? – chiese il soldato. In quel momento
un uccellino si posò su di un cavo dell’alta tensione,
ad una ventina di metri di distanza. Il militare, senza
aspettare la risposta di Ferdinando, disse:
- Guardare! Guardare!
Nel volgere di un paio di secondi, prese la mira e sparò
un solo colpo. L’uccellino cadde a terra morto e con lui
il cavo dell’alta tensione che quasi sfiorò l’erba del
campo vicino.
Rodolfo allibì di fronte ad un tiratore così bravo.
Ferdinando, invece, applaudì il militare che ne fu
visibilmente compiaciuto.
- Prendere! Prendere! – disse il tedesco ai due fratelli
indicando l’uccellino. Ferdinando capì a volo e andò
subito a raccogliere il pennuto.
A cena Rodolfo e Ferdinando narrarono l’episodio
dell’uccellino colpito dal tedesco a tutti i commensali
ascoltarono con vivo interesse il racconto fatto dai due
ragazzi. A Emilia scapparono due lacrime.
Il capoccio, ad un tratto, chiese a Rodolfo:
- Ma tu hai paura dei tedeschi?
- Un po', sì – rispose Rodolfo.
- Una sera – proseguì la madre – me lo vidi arrivare in
casa di corsa, bianco come un panno lavato. Era
terrorizzato.
- Avevo paura che quel tedesco mi venisse a prendere e
mi portasse via – spiegò Rodolfo.
- O cosa gli avevi fatto ? – chiese il capoccio.
- Siccome un fucecchiese che io non conoscevo gli aveva
rubato la bicicletta, lui pretendeva che io gli dicessi
chi era il ladro. Il soldato si arrabbiò e cominciò a
minacciarmi. Appena si rivolse ad altri presenti, lì, in
via Landini Marchiani, io scappai come un razzo e ogni
tanto mi giravo per vedere se mi inseguiva.
Ferdinando aveva ascoltato la ricostruzione di quei
momenti di spavento in silenzio.
Al mattino, verso le 8,30 giunse in bicicletta, ma da
un’altra strada, il signor Chelini. Aveva montato sulla
bicicletta un altro portabagagli. Su quello posteriore
aveva un grosso involto. Lo portò subito in camera e
raccomandò alla moglie di custodirlo gelosamente. Era un
fascio di foglie di tabacco conciato che era riuscito a
farsi dare ai seccatoi. Di là aveva proseguito fino al
ponticello del Sollazzi ed aveva seguito la via che da
Morellino porta a Talino e quindi al Fenzi.
La moglie capì a volo a cosa sarebbero servite quelle
foglie essendo il marito un accanito fumatore. Le scorte
di pacchetti di sigarette ormai introvabili si stavano
effettivamente esaurendo.
- Domani, quando ritorni, portami tutto lo zucchero che
trovi in casa. Senti un po' qualche bottegaio se può
vendertene alcuni chili, se ce l’hanno.
Il giorno dopo l’ingegnere ritornò recando con sé un
piccolo involto di zucchero, quello che aveva trovato in
casa. La moglie si mostrò particolarmente dispiaciuta. I
suoi figli non erano abituati a consumare il latte o il
caffelatte senza zucchero.
- O Rosita, non darti pensiero per lo zucchero. Quando
lo avrai finito di insegnerò un sistema per dolcificare
bevande ed alimenti senza zucchero e senza miele.
- Se lo dici tu?! – tagliò corto la signora.
- I ragazzi come si comportano ? – chiese l’ingegnere.
- Si divertono tanto. Sono sempre in giro per la
campagna. Partono sempre con due borse vuote e quando
ritornano quelle borse sono piene di frutta caduta dagli
alberi, di zucchine ormai immangiabili..
- E di che cosa se ne fanno?
- Le portano al maialino del Fenzi.
- E perché?
- Per non farlo grugnire.
- Non ho capito niente – sbuffò l’ingegnere.
- Vedi, Giuseppe: i tedeschi hanno già cominciato a
razziare qualsiasi tipo di animale. Se si accorgessero
che nel porcile c’è un maialino non esiterebbero un
istante a prenderlo, a ucciderlo e a mangiarselo. Quando
i tedeschi capitano da queste parti, da una porticina
posta sul retro vuotiamo nel truogolo la roba portata
dai nostri figli. Il maialino, quando mangia non ci
pensa nemmeno lontanamente a grugnire.
Durante le sue visite quotidiane l’ingegnere informava
la moglie ed i Fenzi di quanto stava accadendo a
Fucecchio ed in Italia.
La notte del 18 luglio, poco prima delle ore 23,
Rodolfo, Ferdinando e la madre Rosita vennero svegliati
dalla deflagrazione di alcune cannonate. I Fenzi che
erano sull’aia si resero subito conto che le cannonate
più vicine erano esplose per la via di Padule in
prossimità dei “seccatoi”. Era il primo cannoneggiamento
angloamericano dalle colline a sud di S. Miniato che non
era stata ancora occupata ( lo sarà soltanto il 24
luglio)
Al mattino, verso le ore 7,30. giunse trafelato
l’ingegnere.
- Sono già morte tre persone: una per la via di Empoli
vecchia e due nei pressi dei seccatoi. La guerra, cari
miei, è già arrivata. Mi raccomando, ragazzi, appena
sentite un sibilo buttatevi per terra e possibilmente
dentro una fossa o dentro una buca di cannonata.
L’ingegnere, subito dopo si portò in cucina e senza
preamboli disse al Fenzi:
- Bisogna costruire subito un rifugio per proteggerci
dalle cannonate se non vogliamo morire. I
cannoneggiamenti contrappunteranno da oggi tutte le
nostre giornate.
- Ma io non me ne intendo di queste cose.
- Vi insegnerò io e subito. Usciamo. Vi indicherò dove
farlo e come farlo. Prendete dei bastoncelli , un
pennato ed un martello.
I due uomini, seguiti dai giovani Fenzi, Agostino e
Filiberto, si portarono sul retro della casa.
- Se in fondo al campo c’è una fossa, quello sarà un
luogo idoneo – affermò l’ingegnere
L’ingegnere prese i bastoni ed entrambi si portarono in
fondo al campo. Arrivarono di corsa anche i figli
Rodolfo e Ferdinando. L’ingegnere mostrò quanto doveva
essere largo e profondo il rifugio e dove dovevano
trovarsi i due ingressi. Poi, per indicare con esattezza
il percorso a zig-zag del rifugio, piantò i bastoncelli
sui vertici della linea spezzata. L’ingegnere raccomandò
al Fenzi di sbrigarsi.
- Io ritornerò nel pomeriggio per provvedere alla
copertura del rifugio. Voi procuratemi travi,
travicelli, tronchi d’albero , tavole di legno.
Il Chelini salutò frettolosamente la moglie e riprese la
strada per Fucecchio.
Il Fenzi, avvalendosi della collaborazione dei figli
riuscì a condurre in porto l’impresa. Subito dopo il
pranzo , lui, la moglie e i figli portarono in
prossimità del rifugio assi, travi, travicelli, tronchi
d’albero. L’ingegnere, giunto verso le ore 15, diresse
con maestria la copertura del rifugio. Verso le 19 il
rifugio era già pronto.
La moglie Rosita voleva trattenere il marito, ma lui fu
irremovibile: ritornò a Fucecchio.
Il cannoneggiamento di quella notte fu molto più
distruttivo di quello della nottata precedente. Ne
fecero le spese alcuni fabbricati di via Castruccio che
pagò alla guerra il suo primo tributo di vittime:
quattro morti e una mezza dozzina di feriti. I Fenzi, i
Chelini ed anche i Sabatini, dopo la prima
deflagrazione, raggiunsero il rifugio e vi rimasero fin
alle una di notte.
La mattina del 21 luglio l’ingegnere raggiunse di nuovo
la famiglia.
- Oggi rimarrò con voi. Ieri ho sentito circolare una
brutta notizia – disse il Chelini – E’ probabile che
oggi anche alla popolazione del capoluogo venga ordinato
lo sfollamento come due giorni fa venne prescritto a
quella di S. Pierino.
Verso le 16,30 dalla finestra della camera assegnata
alla famiglia Chelini i due coniugi videro nei pressi
della villa Nieri la testa di un corteo interminabile.
Dopo pochi minuti quel corteo raggiunse la Villa del
Costagli e poi la casa del Fenzi. Erano famiglie intere
con valige, con borse , con sacchi. I Costagli non
dissero di no a nessuno. Chi non trovava un posto
proseguiva e raggiungeva altre case coloniche. Il Fenzi
mise a disposizione tutti i locali del piano terra del
suo fabbricato ed anche il fienile raggiungibile con la
scala a pioli. L’ingegnere, affabilissimo, smistò nei
vari spazi le famiglie di Bussino (marito, moglie,
nipote e genero), di Telempio ( i coniugi, due figli
maschi ed una figlia), di Alcide Rossetti, detto
Pistola, ( i coniugi, il figlio Sergio e la figlia
Sonia) e quella di un calzolaio.
La famiglia di Becio, il Maggiolini di piazza Niccolini,
composta da sette persone ( i coniugi, tre figli maschi
e due femmine), preferì sistemarsi sotto il ponticello
in muratura, quello che consentiva lo scavalcamento del
fossato che separava la villa del Costagli dalla casa
del Fenzi.
La fiumana di Fucecchiesi continuò a passare dai
viottoli di Padulino fin verso le ore 20. Quella sera
saltò la cena sia per la famiglia Fenzi sia per la
famiglia Chelini. Era necessario mettere a loro agio gli
sfollati che si erano fermati nella casa colonica
Fenzi-Chelini. Erano necessarie alcune dotazioni: un
fornello per cuocere le vivande, un giaciglio dove
dormire, dei recipienti dove conservare l’acqua per
qualsiasi uso. L’ingegnere, man mano che si spostava da
una famiglia all’altra indicava agli uomini dove era
opportuno nascondersi in caso di rastrellamento: in
prossimità della casa, sul retro, c’erano dei campi di
saggina e di granturco che sarebbero stati idonei per
nascondervisi. L’ingegnere suggerì di costruire un altro
rifugio perché quello esistente non poteva contenere
tutte le persone che si trovavano rifugiate nella casa
colonica.
Fortunatamente scese la notte. La stanchezza ebbe il
sopravvento su tutto. Quasi tutti dormirono sui
pavimenti cosparsi di paglia. Al mattino, molto presto,
le donne raggiunsero le loro case in paese per prelevare
fornelli, carbone, bottiglie vuote, alcune stoviglie e
generi alimentari messi da parte. Le pattuglie tedesche
capirono e non rimandarono nessuno indietro.
Ritornarono le donne con i fornelli e con le poche
cibarie che avevano messo da parte. Dopo pochissimi
giorni le scorte finirono. Il Fenzi, per quanto si
prodigasse, non poteva campare tutti : anche le sue
riserve di farina di grano si esaurirono.
Gli sfollati cominciarono ad andare a rubare il grano
rimasto abbicato nei campi. Portavano i covoni sull’aia
e lo battevano con il correggiato. Anche i figli dei
Chelini, quando i cannoni tacevano, andavano a prelevare
i covoni di grano. Il Fenzi glieli batteva con il
correggiato e poi aiutandosi con un grande “staccio”
(vaglio) separava i chicchi del grano dalla pula. Il
grano veniva sistemato in sacchetti da cinque e dieci
chili. La signora Rosita con
l’aiuto dei figli il primo di agosto venne in paese , si
mise in coda nel cortile del mulino di Via Landini
Marchiani che veniva azionato dal motore a scoppio di un
trattore ed aspettò il suo turno per circa quattro ore .
I figli preferirono uscire nella piazza Montanelli per
rendersi conto di quanto era accaduto. Le immagini delle
devastazioni di cui avrebbero parlato ai Fenzi li
immobilizzarono per alcuni minuti. Rimasero molto
impressionati alla vista dell’edicola di piazza
Montanelli ridotta in malo modo. Lo spostamento d’aria
di una cannonata l’aveva letteralmente divelta e poi
schiacciata al suolo come se qualcuno , un gigante,
l’avesse rincalcata per terra colpendola con un pugno
sulla parte alta della tettoia.
Quando rientrarono nel cortile del mulino la gente in
attesa stava parlando dei danni e delle vittime prodotte
dalle cannonate.
- Da voi quante persone sono morte? – chiese una donna
sulla quarantina rivolta a Ferdinando, quattordicenne,
un vero torello.
- Alla villa del Costagli è morto un macellaio, certo
Antonio Cenci. Si trovava dietro il portone della villa
e ci si era appoggiato con le spalle. Lui si sentiva al
sicuro. La scheggia di una cannonata ha attraversato la
porta e gli ha sfondato un polmone, forse dalla parte
del cuore. E’ morto sul colpo.
Mentre stavano concludendo questo resoconto funebre, i
due fratelli percepirono un forte rumore di automezzi.
Uscirono e videro entrare in piazza Montanelli,
provenienti da via Farini ( oggi Artuto Checchi ), una
colonna di camion italiani guidati da soldati tedeschi.
Il capocolonna chiese ad una donna vicina ai due
fratelli la strada per Pistoia. La donna gli indicò la
via dello stadio e aggiunse:
- Sempre a diritto.
Rodolfo e Ferdinando si portarono davanti al teatro
Pacini. L’ultimo camion si soffermò e l’autista gridò:
- Sono un prigioniero italiano. Voglio fuggire.
Indicatemi una strada e cercate di distrarre gli altri
camionisti.
Una donna, con abito marroncino gli disse :
- Rallenti e mi venga dietro – e al camionista tedesco
che precedeva l’italiano raccomandò:
– Veloce! Veloce! Tra poco bum bum.
Il tedesco capì e diede una bella accelerata. La donna
fece raggiungere all’italiano il retro del teatro e gli
indicò la via Cairoli. L’italiano effettuò una sterzata
in accelerazione e si dileguò subito in via Cesare
Battisti.
I fratelli rientrarono nel cortile del mulino. I
sacchetti della farina erano già pronti. Ferdinando e la
madre presero un sacchetto da 10 chilogrammi per
ciascuno; Rodolfo, invece, prese il sacchetto da cinque
chilogrammi.
Il giorno dopo si seppe che anche la via dello stadio
era diventata obiettivo di cannoneggiamento. L’ingegnere
fu irremovibile:
- I ragazzi a Fucecchio non dovranno andarci più. E tu,
Rosita, non devi più mettere piede nel mulino. Fra una
settimana, quando avremo finito la farina che avete
riportato, andrai a casa a prendere il macinacaffè, ma
non devi passare per la via dello stadio.
Mentre impartiva questi ordini, sull’aia, alla propria
consorte, l’ingegnere percepì il pianto di un ragazzo.
Nel frattempo uscì dalla porta della rimessa degli
attrezzi agricoli Nando Lucaccini, da tutti conosciuto
con il nomignolo di Bussino e famoso anche per il suo
lungo naso. Era visibilmente preoccupato.
- Che ti è successo Bussino? – gli chiese l’ingegnere.
- Il mio nipote Emilio, il figliolo della mia povera
Armida, piange perché gli è venuta una diarrea che non
riusciamo a fermare. Ci volevano i limoni, ma qui non ce
ne sono. Noi non sappiamo dove sbattere la testa.
- Io, un rimedio ce lo avrei, ma sicuramente tu non lo
prenderai sul serio.
- Ma che scherza davvero, ingegnere! Se me lo dicesse
Telempio che ha sempre voglia di far le burlette non lo
prenderei in considerazione, ma detto da lei,
ingegnere..!
- Aspettami un minuto, Bussino.
- Faccia pure, ingegnere.
Il Chelini si portò sui bordi del campo dove c’era un
filare di viti, staccò un “pigna di agresto” ( uva non
matura) e la portò a Nando.
- Lavala bene e falla mangiare a tuo nipote. Fra
mezz’ora la diarrea sarà scomparsa.
Bussino non voleva credere a quanto aveva udito. Ma dopo
un’ora chiamò l’ingegnere che si affacciò alla finestra
della sua camera:
- Grazie, ingegnere. L’agresto ha funzionato. Il mio
Emilio è guarito. Ora bisognerebbe che facesse un altro
miracolo.
Poi, abbassando il volume della voce, confessò:
- La mia moglie, povera donna, soffre di stitichezza. O
cosa si potrebbe fare?
- Aspettami.
L’ingegnere scese nell’aia e disse a Bussino:
- Vieni con me. Mi è parso d’aver visto in un campo non
lontano un filare di uva lugliola. Non è agresto.
Seguimi.
I due trovarono l’uva lugliola. L’ingegnere ne staccò
due ciocche ormai mature, le diede a Bussino e gli
spiegò:
- Stasera, lasciale all’aperto. Stanotte verranno
ricoperte dalla guazza. Domattina fagliele mangiare
bagnate dalla guazza.
- Lei, ingegnere dice bene; ma Telempio me le fa
sparire. In paese riusciva a rubare anche i conigli che
nottetempo venivano lasciati al fresco sui davanzali
delle finestre del primo e del secondo piano.
- Vai tranquillo. A Telempio ci penso io.
E funzionò anche l’uva lugliola.
Intanto ricominciò l’ennesimo cannoneggiamento. Tutti i
Chelini andarono a rintanarsi nel rifugio dove erano
state montate delle panche con l’uso di troppoli e di
assi da muratori.
Ferdinando non riusciva a frenare i suoi moti di
impazienza ogni volta che dovevano restare per ore
dentro il rifugio a prova di bomba. Rodolfo, invece,
amava ascoltare le conversazioni che vi si facevano.
Quella mattina erano venuti nel rifugio anche tutti i
familiari di Bussino. Il Fenzi che aveva imparato a
conoscere Bussino gli chiese a bruciapelo:
- O il tuo figliolo come mai non è con voi?
- E te lo dico alla svelta: ha il mal d’amore. Siccome
quando si sfollò, sotto la valle i tedeschi chiappavano
gli uomini, lui scappò e in Padulino si accodò ai
Toscani che abitano a confine con la nostra casa.
E il Fenzi:
- Ma che c’entra il mal d’amore?
- E c’entra. E c’entra. Il mio Norberto ha preso una
bella cotta con la figliola del Toscano. Ti basta, Fenzi?
Il Fenzi, a questo punto, cambiò argomento.
- Ieri sera Telempio mi disse che sarebbe venuto anche
lui nel rifugio appena ci fosse stato un nuovo
cannoneggiamento. E invece non è venuto.
- Meglio così – ribatté Bussino. Lui ha sempre voglia di
scherzare, anche ora che la gente muore sotto le bombe.
Tutte le volte che mi trova mi dice:” O vai ad aprire,
Bussino! Non hai sentito che ti hanno bussato?” A
Fucecchio, quando veniva nell’osteria di Renato di
Moschino diceva a tutti: “Io con Bussino non ci voglio
giocare a tre sette perché bussa troppo pianino”. Una
volta, di lunedì pomeriggio, quando i calzolai facevano
festa come i barbieri, venne a trovarmi nella mia
bottega in Cammullia. Io tagliavo le tavole e il mio
Norberto le inchiodava per farci le casse dove i
calzolai mettevano le scarpe da spedire. Lui mi chiese:
“O quant’è che fai le casse?” “Da sempre” risposi. “Ma
fai anche le casse da morto?” “O perché mi fai codesta
domanda?” “Quando te la prepari per te falla bella alta,
perché altrimenti codesto bel naso ti viene schiacciato
dal coperchio.” E poi lo sapete cosa fece? Sul davanzale
di una finestra della casa del ritrattista vide un
piatto e mi chiese: “ O Bussino ce l’hai una scala?”
“Diamine!” “Prestamela per cinque minuti e dammi anche
una fetta di pane.”
Prese la scala, scese in Cammullia, piazzò la scala
sotto la finestra con il piatto, salì sui pioli e quando
vide che nel piatto c’erano delle melanzane marinate lui
le prese con le mani e se le mangiò con il pane che gli
avevo dato standosene sulla scala. Vi avrei fatto vedere
la scenata che fece la moglie di Pietro il ritrattista
quando al momento di andare a tavola si accorse che le
sue melanzane marinate erano letteralmente sparite. O
l’altro giorno quando vendeva la carne, lo sapete cosa
fece? Con un cenno del capo fece capire al figlio Otello
che doveva mettersi dietro di lui. Poi , mentre prendeva
le stadere per pesare la carne, guardò dritto davanti a
sé e disse: “Eppure quel coso laggiù mi sembra un
carrarmato ameriano” Tutti volsero lo sguardo. Lui
agguantò un bel tocco di carne e se lo portò dietro al
sedere. Otello lo prese e rapido come un fulmine sparì.
Poi lui proseguì:” Ma guarda che bischero sono: avevo
scambiato quell’albero per un carrarmato ameriano”
Bussino, ora che aveva attaccato a sciorinare aneddoti,
non si sarebbe più fermato. Il Fenzi, allora, tagliò
corto:
- Telempio è un burlettone, ma in compenso è un
bonaccione. Gli basta un bicchiere di vino..
- Altro che un bicchiere ! – lo interruppe Bussino - Ad
una spugna come lui non ne basta nemmeno un fiasco.
- Eppure – proseguì il Fenzi – mi hanno detto che canta
molto bene e che fa parte della corale di chiesa e del
coro che accompagna le opere liriche quando vengono
rappresentate a Fucecchio.
- Sì, codesto è vero. Ha una bella voce di basso.
Ferdinando Chelini cominciò a sbuffare. Rodolfo aveva
ascoltato lo scambio di battute fra Bussino ed il Fenzi
con grandissimo interesse.
I cannoni tacevano ormai da circa un quarto d’ora. Anche
per far contento il suo Ferdinando, l’ingegnere disse
che forse il cannoneggiamento era finito e che si poteva
rientrare a casa.
Qualche giorno dopo, e precisamente il 5 e il 6 agosto,
gli sfollati presso la casa Fenzi si salvarono per
merito del rifugio a zig zag ideato dall’ingegner
Chelini, ricco di due esperienze belliche: la prima
guerra mondiale nel corso della quale era stato ferito
ad un braccio sul monte S. Gabriele; la seconda guerra
mondiale con una permanenza biennale in Albania. La
cicogna americana aveva individuato il panzer tedesco
che stazionava di fianco alla villa Nieri , ma che poi
si spostava per rispondere al fuoco delle artiglierie
“alleate” E le artiglierie condensarono i loro colpi
micidiali nell'area attigua a quella della villa Nieri.
Le case del Costagli e del Fenzi che si trovavano
appunto in un raggio di appena cento metri dalla villa
Nieri, diventarono esse pure un bersaglio dei cannoni
americani.
Nel tardo pomeriggio del 5 agosto, verso le ore 18, su
quell’area vennero indirizzate decine e decine di
granate. La villa del Costagli sembrava emergere da un
inferno di fiamme e di fumo. Anche Ferdinando, di solito
indifferente alle deflagrazioni, sbiancò in volto quando
sentì i proiettili esplodere a poche decine di metri di
distanza dal rifugio. Sembrava un finimondo. Quando il
cannoneggiamento cessò, anche l’aria fuori del rifugio
era irrespirabile. Dalla villa del Costagli giungevano
grida di aiuto.
Rodolfo appena ebbe messo piede fuori del rifugio volle
andare a vedere che cosa era successo. Giunto davanti al
muretto di cinta della casa Fenzi vide per terra il
cadavere del Rossino, la scatola cranica scoperchiata e
sul muretto brandelli di cervello appiccicati. Rodolfo
non ebbe il coraggio di proseguire. Ad una distanza di
una quindicina di metri dal cadavere del giovane
livornese dai capelli rossi, giacevano i cadaveri dei
fratelli Arturo e Nello Cambi. Fu Norberto Lucaccini, il
figlio di Bussino, a informarne tutti quelli della casa
del Fenzi. Lui stava venendo a portare una bottiglia di
latte al nipote Emilio. Aveva visto i due, cammulliesi
come lui, e aveva loro gridato di buttarsi a terra. Non
avevano fatto a tempo a gettarsi per terra ed erano
stati dilaniati dalle schegge. Al povero Brunero Orsi,
spettò come al solito, l’ingrato compito di portarli al
cimitero.
Ventiquattro ore dopo ci fu un altro cannoneggiamento
intensissimo. A sera, verso l’imbrunire si seppe che il
Conte Pirro, sfollato dentro la villa del Costagli, era
stato ferito gravemente al volto e ad una gamba e che
era stato portato all’ospedale.
Per due giorni la morte aveva visitato la villa del
Costagli e le case vicine. A cena nessuno ebbe voglia di
parlare. Soltanto Rodolfo e Ferdinando sembravano ormai
esorcizzati anche contro la paura della morte.
L’ingegnere, al termine della cena, rivolto al capoccio
chiese:
- Se permettete, stasera, dopo che le donne hanno
rigovernato, vorrei farlo in cucina il tabacco per le
mie sigarette.
- Faccia pure ingegnere. Ha bisogno di qualcosa?
Ho bisogno della vostra pazienza e basta.
Il Chelini, appena le donne ebbero rigovernato, si alzò,
andò nella su camera e poco dopo rientrò in cucina con
tre foglie conciate e un foglio protocollo. Depose una
foglia sul tavolo, l’allargò bene bene come se volesse
stirarla e poi l’arrotolò sulla grande tavola come se
volesse farne un lunghissimo sigaro. Quando il
lunghissimo sigaro fu pronto, tirò fuori dalla tasca dei
pantaloni le sue forbici e cominciò a tagliare quel
sigaro come se volesse farci degli anelli finissimi. Con
cura allungava quei sottilissimi fili sul foglio
protocollo che aveva aperto sulla tavola. Quando ebbe
finito di tagliare tutto il sigaro sminuzzò i fili di
tabacco in pezzetti lunghi uno o due centimetri. Ripeté
la stessa operazione con le altre tre foglie e poi
spiegò:
- Prima che i figli salgano in cucina metterò questa
fogliata di tabacco ad asciugare un po' sopra l’armadio.
Dopodomani il tabacco sarà pronto per essere trasformato
in sigarette trillate.
L’ingegnere prese la “fogliata” del tabacco ed andò a
sistemarlo, aiutandosi con una sedia, sopra l’armadio
della sua camera.
- A proposito, signora, domani faremo il pane – disse la
massaia.
- Vado a prendervi l’ultimo sacchetto di farina. Poi
anche noi dovremo abituarci a macinare il grano col
macinino.
Mentre il marito rientrava in cucina, la signora Rosita
andò a prendere l’ultimo sacchetto di farina che aveva
macinato in via Landini Marchiani.
- La nostra farina è finita, Giuseppe. Quando devo
andare a casa a prendere il a prendere il macinacaffè?
- Ci andrai il 10. E’ necessario liberarci
definitivamente dal turbamento che la vista dei cadaveri
e dei feriti ha prodotto in tutti noi.
Quando cominciarono a calare le prime ombre della notte,
Rodolfo e Ferdinando rientrarono in casa. Erano molto
contenti, nonostante gli episodi luttuosi di cui erano
stati testimoni.
- Cosa avete fatto? – chiese loro la signora Rosita.
- Siamo stati insieme a Sergio Rossetti. Lui è già un
maestro, ma ha detto che vuole diventare un medico degli
animali – rispose Ferdinando.
- O mamma, ti farei vedere come disegna bene! In quattro
e quattr’otto ha disegnato la villa del Costagli e la
casa del contadino, quella abitata dal Guerri e dal
Sabatini. E poi ci ha disegnato anche i campi e le
colline in lontananza. Io mi sono incantato a guardarlo
disegnare con una specie di carboncino.
Il giorno dopo giunse la notizia che il panzer addossato
alla villa Nieri era stato centrato dall’artiglieria
americana e che i corpi dei militari dall’interno erano
stati scaraventati fuori. Rodolfo voleva andare a vedere
il tutto, ma i genitori non ce lo mandarono.
All’alba del 10 agosto la moglie dell’ingegnere, sola
soletta, andò in paese nella sua casa posta in via Dante
per prendere il macinacaffè.
Alle nove era già di ritorno. Il marito era sull’aia che
parlava di carne bovina con Telempio. La signora,
turbata in volto, disse:
- Giuseppe, vieni subito con me in camera. Ho da dirti
una cosa importantissima.
Per le scale la signora Rosita cominciò a piangere e a
disperarsi:
- Perderemo la nostra casa. Dove andremo a vivere? Che
ne sarà dei nostri figli?
- Ma cosa è successo? La nostra casa è stata colpita
dalle cannonate? – chiese l’ingegnere.
- Peggio. Peggio – rispondeva la signora.
Quando furono in camera la donna esplose in un pianto
dirotto:
- Giuseppe, la nostra casa è stata minata dai tedeschi.
La faranno saltare in aria insieme ad altre case.
L’ingegnere che era stato sempre avaro di gesti
affettuosi, le mise una mano sulla spalla e, senza
rivelarle le proprie intenzioni, cercò di rassicurarla.
- Domattina – esordì all’improvviso il Chelini –
raggiungerò Fucecchio e cercherò di mettere in salvo
almeno i mobili delle camere. Li sistemerò nella fossa
in fondo all’orto. Lì dovrebbero essere al sicuro.
- Ma come potrai farcela da te solo? – chiese la moglie.
- Li smonterò in un baleno. Ormai li avevamo già
svuotati per salvare i capi abbigliamento e di
biancheria. Naturalmente rientrerò a pomeriggio
inoltrato. Mi raccomando: non state in pena per me.
All’alba l’ingegnere si mise in tasca un paio di
forbici, lasciò la casa del Fenzi e seguendo un percorso
molto lungo, fra i campi, riuscì a raggiungere via Dante
eludendo le pattuglie tedesche. Mentre stava per
attraversare via Dante si sentì chiamare. Riconobbe
immediatamente la voce del dottor Bertoncini.
L’ingegnere lo raggiunse nell’orto.
- I tedeschi mi hanno minato la casa. Io ho già tagliato
i fili. Dammici un’occhiata tu che di queste cose te ne
intendi più di me.
Il Chelini osservò attentamente il taglio e disse:
- Va benissimo, ma credo che non basti.
Il dottore non riuscì a tradire un moto di perplessità.
L’ingegnere proseguì interrogativamente:
- Ma le case contigue alla tua sono state minate?
- Credo proprio di sì.
- Ed allora bisogna sminarne almeno due, altrimenti
quando saltano in aria distruggono anche la tua. Andiamo
a vedere. Poi anche tu, Cecchino, devi dare una mano a
me. Pure la mia casa è stata minata,
- D’accordo.
Fu proprio il dottore il primo ad individuare i fili
della miccia che dall’esterno entravano nel fabbricato
di Mangiabambini. Entrarono in casa e li tagliarono. Poi
individuarono anche quelli della casa Lotti e tagliarono
anche quelli.
Furtivamente attraversarono via Dante ed entrarono
nell’abitazione dell’ingegnere. Le saponette della
dinamite erano state collocate in bella vista sotto due
vasi di vetro in salotto.
L’ingegnere osservò bene bene le saponette di dinamite e
i fili che ne fuoriuscivano; poi cercò un punto dove i
fili della miccia erano quasi nascosti dall’ombra e
proprio lì effettuò il taglio con le forbici che aveva
portato da casa. Terminata questa operazione,
l’ingegnere ed il dottore scesero nell’orto e
raggiunsero il retro della casa delle Bongi e quella
dell’ex segretario comunale Guerrieri, abitata dalle
Anghinelli. Ancora una volta “Bettordino” riuscì a
intravedere i fili della micce. Entrarono nelle due
abitazioni e tagliarono i fili.
- Io, Cecchino, devo trattenermi. Voglio mettere i
mobili smontati delle camere nella fossa del mio orto.
Se i tedeschi si accorgessero dello sminamento, almeno i
mobili vorrei salvarli.
- Io posso trattenermi un’altra oretta. Se mi dai un
cacciavite, ti aiuto a smontare gli armadi. Il
cassettone . una volta tolta la lastra di marmo, lo
possiamo portare giù intero. Anzi, portiamocelo subito.
In due sarà facilissimo.
E così fecero. Poi, man mano che il dottor Bertoncini
aveva smontato i pezzi portanti, l’ingegnere andava a
collocarli nella fossa. Verso le ore 11 il Bertoncini se
ne andò. L’ingegnere continuò imperterrito il suo
lavoro.
Verso le quindici riprese la via del ritorno. Si portò
verso la via Giotto da Bondone e attraverso i campi si
diresse verso la via delle Calle. Giunto in
corrispondenza dell’area attualmente occupata dal
Palazzetto dello sport, vide davanti ad un rifugio
Nello, la guardia, che conversava con il cognato
istriano. Nello si mostrò contento di rivedere
l’ingegnere.
- Ha bisogno di qualcosa, ingegnere? – chiese Nello
Dainelli.
- Ce ne sono tedeschi da queste parti?
- No, ingegnere. Fino alla via delle Calle non correrà
nessun pericolo. Stia attento soltanto alle cannonate.
- Speriamo che finisca presto questa brutta guerra.
Arrivederci, Nello. Arrivederci anche lei, signore –
disse il Chelini rivolgerndosi al cognato di Nello.
Quando giunse nei paraggi della via delle Calle,
l’attuale Viale Colombo, dovette pazientare non poco
prima di poter attraversare la strada. Da un campo di
saggina che confinava con la strada poteva spiare un
breve tratto della via. I platani, purtroppo gli
coprivano quasi tutta la visuale. Da quella via
passavano in continuazione veicoli tedeschi. Verso le
16,30 passò un vecchietto che trainava un carretto.
- Buon uomo, mi dite se vedete tedeschi nei due sensi
della strada.
L’uomo rallentò l’andatura, osservò ben bene e disse
sottovoce:
- Via libera.
L’ingegnere attraversò di corsa la strada e andò a
finire davanti alla casa dei fratelli Bacia. Lì seppe
della morte di Ada Pozzolini, la moglie del Faraoni,
avvenuta il 25 luglio. Dalla casa dei Bacia, in fondo
all’attuale via della Parte, l’ingegnere si portò in
direzione della fabbrica dei mattoni. Attraversò il Rio
in secca. Entrò nell’area della fabbrica dove trovò
moltissimi sfollati. Chiese se la strada del Sollazzi e
di Morellino era controllata dai tedeschi.
- Bisogna stare attenti soltanto quando si attraversa la
via di Padule, Comunque farà bene a passare sempre fra i
campi – gli fu risposto da uno dei numerosi sfollati.
L’ingegnere si fermò pochi minuti alla casa di Morellino
per salutare il professor Campani, già console italiano
ad Addis Abeba in Etiopia.
Rientrò alla casa colonica del Fenzi verso le 18. La
signora Rosita appena lo vide in lontananza gli corse
incontro.
- La nostra casa non dovrebbe saltare in aria. Ho
tagliato la miccia – disse l’ingegnere mostrando le
forbici che aveva sottratto alla moglie. L’attenzione
dell’ingegnere fu colpita dall’insolita animazione che
c’era nell’aia.
- E’ stata macellata poco fa una bestia ed ora stanno
vendendola a tutti gli sfollati delle case vicine che
sono stati avvisati.- spiegò la signora Rosita.
Telempio, con le stadere in mano, faceva scivolare il
pomello di ferro lungo le tacche del braccio della
stadera. e poi a voce alta:
- Un chilo e tre etti.
Un altro faceva il conto e riscuoteva.
I clienti non esitavano a prosternare la loro diffidenza
nei confronti di Telempio
- O Telempio, non ci fregare, eh! – esclamavano.
- O guardate. Questa è la tacca del chilo e queste sono
le tacche degli etti.
Rodolfo e Ferdinando si gustavano quelle scenette e
ridevano di gusto. A tutti gli angoli dell’aia c’erano
dei pali pronti a dare l’allarme nel caso che fossero
arrivati i tedeschi. Ma quella sera di tedeschi non se
ne vide neppure l’ombra.
- Ce ne sono stati qui dei cannoneggiamenti? – chiese
l’ingegnere.
- Ne abbiamo udito uno intenso dalla parte delle Calle –
ma non ne abbiamo saputo niente.
A cena l’ingegnere raccontò quanto lui ed il dottor
Francesco Bertoncini avevano fatto. Il Fenzi chiese
ancora una volta per quanto tempo ancora i tedeschi
avrebbero resistito a Fucecchio. L’ingegnere in vena di
confidenze disse chiaro e tondo che gli americani
avrebbero attraversato l’Arno soltanto quando i tedeschi
se ne fossero andati di loro volontà e che a loro non
interessava un bel nulla liberare il Valdarno. Ben altri
erano i loro progetti e soprattutto i loro traguardi. Il
capoccio si sentì rabbrividire, Era molto preoccupato
dalla presenza massiccia di tutti gli sfollati. Cosa
avrebbero mangiato una volta che si fossero esauriti i
covoni di grano che stazionavano ancora nei campi? E la
vendemmia come sarebbe andata a finire se i tedeschi non
si fossero ritirati?
Si era ormai giunti vicino alla metà del mese di agosto.
L’ingegnere raccontò di essersi fermato al ritorno nella
casa di Morellino. Sapeva che vi si trovava sfollato il
professor Campani, già console in Etiopia. Poi a guerra
inoltrata si era rifugiato a Fucecchio in via Mazzini
nella viareggina occupata attualmente da Marta Berti
vedova Chiti. I coniugi Campani, due mostri di cultura,
per tirare avanti davano ripetizioni su qualsiasi
disciplina scolastica. Conoscevano benissimo l’inglese,
il tedesco ed il francese. Tenevano con sé il nipotino
Michele Lubrano, il futuro giornalista della RAI-TV.
L’ingegnere si era fermato per chiedere all’ex console
cosa ne pensava di questa guerra cannoneggiata. Ed era
stato proprio lui a dirgli che gli americani avrebbero
attraversato l’Arno e sarebbero venuti a liberarci
soltanto quando i tedeschi si fossero ritirati.
- E quando si ritireranno, professore ? – aveva chiesto
l’ingegnere allo zio di Lubrano.
- Quando le truppe cosiddette alleate avranno rotto il
fronte nei paraggi di Rimini.
Mentre l’ingegnere riferiva queste notizie, la moglie di
Bussino gridò:
- I tedeschi!
Il Chelini si alzò da tavola e, seguito dal capoccio, da
Agostino e da Filiberto, scese al piano terra, svicolò
sul retro, camminò furtivo lungo il filare di viti che
costeggiava il campo e riuscì a raggiungere il campo
della saggina. Ce ne erano già tanti altri di uomini
rifugiati. Con un cenno della mano fecero capire
all’ingegnere che sarebbe stato più prudente raggiungere
il confinante campo di granturco. E il signor Chelini
seguito sempre dai Fenzi si portò nel campo di
granturco.
A casa del Fenzi la signora Rosita e la massaia fecero
sparire i coperti dei loro uomini per meglio simularne
l’assenza. I tedeschi entrarono nell’aia, rovistarono
nei locali del piano terra poi in quelli del primo
piano. I figli del Chelini erano ancora a tavola. Quando
entrarono i due militari smisero di mangiare. Uno dei
due soldati fissò intensamente Ferdinando e lo scambiò
per un adulto.
- Lui venire a lavorare con noi – disse.
- Ma è un bambino - gridò la massaia - Ha soltanto 9
anni.
- E’ vero – intervennero la madre di Ferdinando e la
figlia del Fenzi alzando nove diti – Ha soltanto nove
anni.
Il tedesco si lasciò convincere e insieme all’altro
ritornò sull’aia. Quella notte gli uomini, temendo un
possibile ritorno dei tedeschi, preferirono dormire
all’addiaccio, in piccoli capanni che avevano realizzato
in mezzo ai campi di saggina e di granturco.
L’ingegnere non riuscì a chiudere occhio. Anche nell’aia
della casa di Morellino aveva visto molte persone che
macinavano il grano tenendo stretto il macinacaffè fra
le gambe. Se almeno ogni macinatore avesse potuto
disporre di una morsa per tenervi stretto il macinino!
Non sarebbe stato faticoso, con la morsa, macinare il
grano. Finalmente, quando ormai l’alba era vicina
l’ingegnere venne fulminato da un lampo di genio.
“Eureka!” gridò dentro di sé. “Chiuderò ad ogni
estremità di due travicelli un macinino. Terrò fermi i
due travicelli con una tavoletta inchiodata. Ognuna
delle estremità poggerà su di una sedia. Il macinatore,
stando seduto, potrà macinare il grano senza dover
stringere le fiancate del macinino.”
Appena i compagni si svegliarono cercò loro di spiegare
l’invenzione, ma non capirono bene.
- Andiamo, ve lo farò vedere – disse l’ingegnere. Mentre
si dirigevano verso la casa, spingendo lo sguardo verso
Fucecchio, si accorsero che la torre di Castruccio non
c’era più. “Forse anche la mia casa sarà saltata”
rimuginò dentro di sé l’ingegnere, ma preferì non
lasciarsi divorare da questo pensiero.
Il Fenzi mise a disposizione due vecchi travicelli che
erano stati destinati a legna da ardere per l’inverno.
Portò anche dei chiodi, due tavolette e un martello. Nel
frattempo l’ingegnere aveva preso il suo macinino e
quello del Fenzi. Li strinse come in una morsa fra i due
travicelli e ne assicurò la stretta inchiodando due
tavolette a ponte fra i due travicelli.
L’invenzione riscosse il consenso dei presenti.
- Ora, sì ! – esclamarono.
La notizia del nuovo marchingegno per macinare il grano
si diffuse in un lampo. Verso le dieci venne a
rendersene conto anche Rolando Costagli che aveva il
braccio e la spalla destra ingessati.
- O cosa ti è successo? – gli chiese l’ingegnere.
Rolando, sorridendo, gli fece l’occhiolino ed il Chelini
capì subito l’antifona. Quell’ingessatura sarebbe stato
un efficace salvacondotto contro tutte le forme di
rastrellamento. Anche il figlio di Gaetano apprezzò la
funzionalità del nuovo marchingegno.
- Lei, caro ingegnere, bisognerebbe che inventasse anche
un sistema per fabbricare lo zucchero. Il conte Pirro,
ora ricoverato in gravi condizioni all’ospedale, non
voleva più consumare il caffelatte perché aveva finito
le scorte di zucchero.
- Poteva usare il miele.
- Glielo abbiamo detto anche noi, Ma a lui il sapore del
miele non andava bene.
- E allora potremmo adottare il procedimento usato dagli
albanesi. Però ci vogliono le barbabietole.
- Codesto non è un problema . Il mio contadino ne
coltiva sempre un paio di campi. Come si fa?
- Si prendono tre o quattro barbabietole, si sbucciano,
si lavano, si riducono in tocchetti e si mettono a
bollire in una pentola piena d’acqua. Quando l’acqua è
discesa a metà pentola, si toglie il recipiente dal
fuoco, si fa raffreddare il suo contenuto e si cola il
liquido dolcissimo in una zuppiera o in un’altra
pentola. Con quell’acqua dolcissima ci possiamo
zuccherare tutto.
- Questa è proprio bella! – esclamò quasi incredulo, ma
compiaciuto, Rolando.
Il piccolo Emilio Sedoni, che aveva assistito
all’incontro fra l’ingegnere ed il Costagli, appena
venne a conoscenza del segreto per fabbricare l’acqua
dolcissima corse dal nonno Bussino e gli gridò:
- O nonno, ora poteremo zuccherare il nostro latte senza
lo zucchero. L’ingegnere ci ha svelato un segreto.
E Bussino, di rimando:
- Ma quell’ingegnere è un vero fenomeno.
Mentre il piccolo Emilio era andato ad annunciare la
buona novella al nonno, l’ingegnere disse a Rolando.
- Domani pomeriggio portami quattro o cinque
barbabietole, Ci penserò io a fare l’acqua dolcissima e
poi te la farò sentire. Anche mia moglie è a corto di
zucchero e perciò farà comodo anche a noi questo
dolcificatore liquido.
Rolando tenne fede alla promessa fatta e portò cinque
barbabietole da zucchero.
Il Chelini e sua moglie si misero subito all’opera. Il
mattino dopo l’acqua dolcissima era già pronta e venne
molto apprezzata da tutti gli assaggiatori.
Dopo che gli americani avevano colpito il panzer
tedesco, la vita nella zona del Fenzi si era fatta molto
più tranquilla. Le cannonate che vi avevano sempre
infierito sembravano essersi dimenticate di questa zona
di guerra.. I due fratelli Chelini dovevano macinare il
grano per molte ore al giorno se volevano produrre la
farina necessaria per fare il pane. Inoltre dovevano
ogni giorno procurare alla famiglia alcuni covoni di
grano. E non dovevano neppure dimenticarsi del maialino.
Insomma i due ragazzi dovevano lavorare tutto il giorno.
Il giorno 16 agosto un signore con il manicotto della
croce rossa venne a cercare l’ingegner Chelini
- Ho una brutta notizia da comunicarle. Sua zia Violante
Dei nei Comparini è morta in ospedale, ma non per causa
di guerra. Se volete potete venire con me.
- Va bene. Veniamo subito. Ma la zia è già stata portata
alla cappellina?
- No, no. E’ sempre nella corsia al piano terra.
Rodolfo volle seguire in tutte le maniere il padre.
Per la strada non incontrarono nemmeno una pattuglia di
tedeschi. Salirono all’ospedale passando dalla strada
posta dietro la cappellina ed attraversato l’arcata che
congiunge il fabbricato dell’ospedale e quello del
manicomio si trovarono di fronte al professor Baccarini
che era risalito in quel momento dal rifugio posto
nell’interrato del manicomio.
- E voi, senza nessun permesso – li apostrofò il
professor Baccarini – come vi siete permessi di entrare
in questo ospedale?
E l’ingegnere di rimando:
- Sono venuto per rendere l’ultimo saluto alla salma di
una mia zia, altrimenti non avrei messo piede in questo
letamaio nemmeno per tutto l’oro del mondo.
L’uomo col manicotto della croce rossa, forse abituato a
questi diverbi, condusse i Chelini nella corsia dove si
trovava la salma della zia Violante del che era stata
ricoverata in ospedale a partire dal 12 luglio per
“marasma senile”. L’ingegnere e il figlio Rodolfo vi si
trattennero pochi minuti e poi rientrarono alla loro
base. La guerra non consentiva di onorare i defunti in
altra maniera.
Del rastrellamento del 20 agosto e dell’eccidio del
Padule perpetrato tre giorni dopo, nella casa del Fenzi
non si seppe quasi niente.
E finalmente la sera del primo settembre si seppe che
gli americani avevano attraversato l’Arno. La mattina
del due settembre, con l’animo pieno di angoscia, i
Chelini fecero ritorno a Fucecchio: avevano saputo che
in via Dante molte case erano saltate in aria. Quando
giunsero in Piazza XX Settembre ed intravidero la loro
casa sempre in piedi non riuscirono a contenere la loro
esultanza: la loro abitazione e quelle contigue non
erano saltate in aria.
- Mi raccomando – disse l’ingegnere – quando sarete in
salotto, non toccate le saponette della dinamite. Ci
penserò io a farle sparire. Entrarono in casa. Le
saponette della dinamite erano ancora sotto i due vasi
di vetro. L’ingegnere staccò i fili della miccia, tolse
i vasi di vetro, si mise le saponette in tasca e andò
nell’orto per sotterrarle e per recuperare i mobili
della camera. Incredibile a dirsi: i montanti degli
arredi erano stati centrati da un proiettile ed erano
stati resi inutilizzabili. Le saponette vennero
sotterrate e successivamente, nel mese di novembre,
furono gettate in Arno. Anche la casa del dottor
Bertoncini era rimasta in piedi. L’operazione di
sminamento era riuscita pienamente. Questa , fra le
mille altre amarezze, fu l’unica soddisfazione della
famiglia Chelini a guerra ormai finita.
Pochi giorni prima di Natale, nelle prime ore del
pomeriggio, qualcuno bussò al portone dell’ingegnere.
Era il Fenzi che teneva in mano un grosso involto.
Appena entrato in cucina, spiegò:
- Questo è per Rodolfo e Ferdinando. Per oltre due mesi,
ogni giorno, avete portato roba da mangiare al maialino
per non farlo grugnire. Questa salsicce , queste
braciole e queste bistecche sono per voi carissimi
ragazzi. Voi non ci crederete, ma lo sapete che cosa ho
dovuto fare dopo che voi siete ritornati a Fucecchio? Ho
dovuto allargare l’apertura della porta perché il
maialino era talmente ingrossato che non poteva più
uscire dallo stanzino.
I due ragazzi si guardarono sottecchi e si sorrisero
compiaciuti.
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