GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

E alla fine arrivarono le salsicce del Fenzi

 

Lo spezzone che aveva colpito la casa di Tamburo, quasi a confine con il loro orto, aveva messo in allarme tutti i membri della famiglia dell’ingegner Chelini. Il ferimento della moglie di Tamburo aveva suscitato nel vicinato un forte stato di apprensione. L’intervento di Salandra, che aveva fasciato in maniera quasi professionale la gamba ferita della donna, Vienna, ne aveva fortunatamente scongiurato la morte per dissanguamento. Comunque era stato inevitabile il trasporto della ferita in ospedale e questa operazione, nel cuore della notte, era stata molto rischiosa perché il “coprifuoco” decretava punizioni severissime per coloro che avessero abbandonato la propria abitazione. L’ingegnere, che era intervenuto alle prime richieste di aiuto, non se l’era sentita di seguire Salandra che, a bordo di un carretto di fortuna, nel cuore della notte, aveva trasportato la povera Vienna all’ospedale.
E se la “cicogna fosse ritornata ed avesse sganciato altri spezzoni? Questa preoccupazione assillò talmente l’ingegnere che non riuscì a chiudere occhio per tutto il resto della notte.
Al mattino, sordo a tutti i chiacchiericci legati al drammatico evento notturno, il signor Giuseppe Chelini, memore della sua duplice esperienza bellica, maturò una decisione importantissima: ne avrebbe parlato a pranzo con i propri congiunti.
Faceva caldo quella mattina di luglio. I figli dell’ingegner Chelini, Rodolfo e Ferdinando, avevano trascorso tutta la mattinata nel cortile della casa di Tamburo, attualmente ridotta a rimessa per macchine agricole da Ridolo Menichetti, l’esercente dell’Enoagricola di via Dante. Rodolfo aveva ascoltato dalla viva voce del Tamburini il racconto dello spezzonamento e del salvataggio della moglie Vienna.
- Speriamo che la SAFFA mi ripari quanto prima la casa – ripeteva continuamente Tamburo, operaio della Saffa ed affittuario della casa e dell’orto che coltivava ad “avanzatempo”. Ferdinando, invece, sentendosi ormai un adulto grazie alla sua precoce stazza fisica, aveva rovistato in lungo ed in largo il cortile e l’orto del Tamburini con l’intento di trovare qualche scheggia da mostrare a suo padre.
A mezzogiorno, avvisati dal suono della campana del campanile della chiesa delle Vedute, Rodolfo e Ferdinando rientrarono a casa, si lavarono le mani e poi, come d’abitudine, apparecchiarono la tavola avendo cura di sistemare in maniera quasi perfetta i coperti. Mamma Rosita aveva preparato un bel risotto che da mesi surrogava la pastasciutta per mancanza di pasta alimentare. Per secondo aveva lessato fagiolini, carote e patate. In un angolo della tavola, ben nascosto da un tovagliolo, c’era mezzo panone di grano che il Fenzi, il contadino della zia Evangelina Chelini, portava ogni settimana. Il pane di farina di grano, in quel luglio 1944, era una preziosità: se qualcuno, entrando in casa, lo avesse visto, ne sarebbe rimasto scandalizzato ed offeso. La tessera annonaria assegnava ad ogni persona un etto e mezzo di pane i cui ingredienti fondamentali erano farina di grano non burattata, farina di granoturco e patate lesse. In un altro angolo della tavola, in bella mostra, il filoncino del pane della tessera.
Alle 12,30 il babbo si mise a tavola seguito dai figli. La signora Rosita mise in tavola il tegame di terracotta in cui aveva cucinato il risotto e la schiumarola, si fece, da buona cristiana, un segno di croce e si mise a tavola. L’ingegnere servì a tutti il risotto ancora fumante; la mamma, invece, lo spolverò con formaggio grattugiato. Tutti mangiarono con gusto ed appetito. Il signor Giuseppe posava il suo sguardo fulminante ora sul tegame ora sui figli ora sui quadretti appesi alle pareti della sala da pranzo.
Quando tutti ebbero consumato il risotto, la signora si alzò per togliere i piatti dove era stato servito il riso.
- Per piacere, Rosita – intervenne l’ingegnere – aspetta un momento. Ho da dirvi una cosa molto importante.
La signora lo guardò tradendo un inconsueto trasalimento. “Cosa sarà successo di tanto grave?” pensava.
L’ingegnere riprese:
- Temo che la “cicogna” ritornerà nelle prossime notti a farci visita. Vinna e Tamburo potevano essere morti. E se lo spezzone fosse caduto sulla nostra casa? A quest’ora saremmo tutti al cimitero. Sentite: domani dobbiamo lasciare la nostra casa. Non posso esporre al rischio la vita di Rodolfo e Ferdinando. Appena avremo finito di pranzare andrò dal Fenzi, il contadino di mia sorella Evangelina, per dirgli che domani ci trasferiremo nella sua casa. Insieme vedremo dove potremo sistemare una camera per noi tutti.
Rodolfo e Ferdinando si guardarono compiaciuti di sottecchi pregustando le infinite avventure che avrebbero potuto architettare in piena campagna. La signora Rosita ritenne molto opportuno accogliere senza batter ciglio la proposta del marito: ne andava di mezzo la salvaguardia della vita dei propri figli.
Il babbo, prima di passare al secondo, si alzò da tavola ed andò ad accendere la radio per ascoltare le ultime notizie.
Verso le 13,30 l’ingegnere inforcò la sua grande bicicletta nera e si diresse vero la Madonnina dello Zucchi. Qui giunto svoltò a sinistra, attraversò il rio sopra il ponticello di legno. costeggiò Villa Nieri, proseguì lungo il viottolo che seguiva l’itinerario di un largo fossato, attraversò il ponticello che scavalcava il fossato e si trovò davanti alla casa del Fenzi. Qualcuno, dall’interno della casa, lo aveva scorto. Il capoccio e la massaia scesero nell’aia e salutarono con molta affabilità l’ingegnere. Poco dopo scesero anche i tre figli: Emilia, Agostino e Filiberto.
- Benvenuto, ingegnere ! – dissero – Qual buon vento lo ha portato fin qui a quest’ora?
L’ingegnere, come era suo solito, non rispose subito: allungò, anzi, si stirò le braccia sul manubrio, chinò la testa, sgranò gli occhi, fece fare al viso un quarto di giro del collo e spiegò:
- Eh, cari miei, stanotte io e miei familiari potevamo essere stati uccisi da quell’aereo che ha sganciato una bomba che, fortuna per noi, è caduta accanto alla casa di Tamburo.
La massaia nell’udire queste brutte nuove, non faceva che ripetere:
- Uh, Gesù mio! Uh, Gesù mio!
- Perciò – concluse l’ingegnere – bisogna che io trasferisca nella vostra casa i miei familiari.
- Ma noi siamo contentissimi di ospitarvi. E poi, questa casa, è di vostra sorella e quindi come se fosse vostra. Andiamo su in casa, ingegnere, e così sistemeremo subito la faccenda.
Il signor Chelini appoggiò la sua bici al muro della stalla e seguì il capoccio e la massaia al primo piano della casa colonica.
La cucina era abbastanza grande ed anche la tavola, lunghissima, sarebbe stata più che sufficiente per due famiglie.
- Par la cucina – disse l’ingegnere - non ci dovrebbero essere problemi. Basta che ci concediate l’uso di un fornello. Il tavolo basta per tutti. Anche per l’acquaio non ci dovrebbero essere problemi: rigovernerete a turno.
Dalla cucina passarono alla prima camera.
- Se vi andasse bene questa, signor ingegnere, il problema sarebbe subito risolto. Ci porteremmo altre due brandine per i figlioli. Noi questa camera già ammobiliata non la usiamo.
- Va benissimo – incalzò senza un attimo di esitazione l’ingegnere – Domattina mia moglie e i miei figli si trasferiranno qui. Io, invece, finché sarà possibile, resterò a Fucecchio. Ho una grande paura degli sciacalli.
Il capoccio si avvicinò di più al sor Giuseppe e, sotto voce, gli fece questa confidenza:
- Lì, accanto alla villa del Costagli, c’è il figlio del contadino Sabatini che fa il meccanico, Se lei volesse mettere al sicuro il suoi averi si potrebbe fare così: io ho una cassetta portamunizioni di metallo. Lei ci potrebbe mettere dentro tutto quello che vuole; poi si chiama il figliolo del Sabatini e gliela facciamo stagnare. Io, nel frattempo, scaverei una buca in un luogo vicino alla casa e ce la sotterreremmo.
Mentre il capoccio parlava, l’ingegnere non faceva che annuire con i movimenti del volto. Poi propose:
- Se vi va bene, domani mattina, mentre i figli e la moglie sistemano le loro cose nella camera che ci avete assegnato, voi potreste scavare la buca mentre il Sabatini sigilla la cassetta di metallo. Ci pensate voi a mettervi d’accordo col Sabatini?
- Non dubiti, ingegnere. Ci penso io.
Ritornarono in cucina. La massaia, che si era allontanata, stava risalendo le scale con una brocca d’acqua fresca dentro la quale galleggiava una bottiglia di vino.
- Prima di ritornare a casa, signor ingegnere – intervenne la massaia – dovete rinfrescarvi un po'. Sedetevi un attimo che vi servo un bel bicchiere di vino fresco.
La donna prese da una credenza due bicchieri che servivano per le grandi occasioni e li riempì di vino dorato e freschissimo: uno per l’ngegnere e l’altro per il marito. L’ingegnere rimase colpito dal color giallo intenso di quel vino. Prima lo assaporò e poi lo bevve pian piano per apprezzarne la beva e la freschezza. Subito dopo, con il bicchiere in mano, l’ingegnere si alzò, si portò di fronte alla mezzina d’ acqua appena attinta dal pozzo e ne riempì il bicchiere che bevve quasi con avidità.
- Ora, sì, che sto bene. Vi ringrazio. E arrivederci a domani mattina.
- Ma perché non si trattiene un al altro pochino? Questo caldo è pericoloso. Ci parli un po' di questa guerra. Ci passerà di qui da noi?
- Temo proprio di sì, capoccio.
- Però non dovrebbe durare più di qualche giorno – osservò il capoccio.
- Anche su codesto ho i miei dubbi. Gli americani hanno concentrato tutto il grosso del loro esercito sul fronte marchigiano-romagnolo. Noi verremo liberati soltanto quando gli americani avranno sfondato sull’Adriatico.
Il capoccio non capì molto delle spiegazioni dell’ingegnere. Si limitò a scuotere la testa e continuò a credere che comunque la guerra, se fosse passata anche da noi, sarebbe stata brevissima.
Non appena l’ingegnere si fu congedato, riprese la sua bici e ritornò in fretta a Fucecchio.
A cena, anche i figli seppero del loro sfollamento nella casa colonica della zia Evangelina e non se ne dimostrarono per niente dispiaciuti.
Appena Rodolfo e Ferdinando si furono coricati, i coniugi Chelini si rinchiusero nella loro camera e cominciarono a tirar fuori tutti i loro ori e le loro numerose banconote, La signora Rosita inventariò tutto in un quaderno a quadretti del figlio Rodolfo che aveva conseguito la licenza elementare proprio nel giugno appena trascorso e che aveva anche superato l’esame di ammissione alla scuola media. L’ingegnere mise gli ori selezionati e catalogati in certe buste che poi sigillò con cura, La moglie , per maggior sicurezza consegnò al marito una diecina di sacchetti di stoffa che aveva confezionato nel pomeriggio subito dopo il ritorno del marito dalla casa colonica dei Fenzi. In quei sacchetti finirono anche alcuni rotoli di banconote. Tutti i sacchetti vennero sistemati nella cartella di pelle che l’ingegnere si portava sempre dietro.
- E per la biancheria, come facciamo Giuseppe? – chiese la signora Rosita.
- Bastano alcuni lenzuoli. Se poi vi manca qualcosa ve lo porterò io con il portabagagli.
Verso le 7,30 del mattino la famiglia Chelini, a piedi, si trasferì in Padulino preso la casa colonica del Fenzi, contadino di Evangelina sorella dell’ingegnere. La biancheria e i pochi capi di vestiario vennero sistemati sui portabagagli delle biciclette dei due coniugi.
I Fenzi andarono loro incontro e li incrociarono non appena i Chelini ebbero sorpassato la villa del Nieri dove già operava un gruppo di soldati tedeschi.
Il capoccio e la massaia salutarono con gioia i famigliari dell’ingegnere e vollero per forza portar loro le biciclette. Il signor Giuseppe si tenne per sé la cartella di pelle con tutto il tesoro.
Giunti sull’aia ci trovarono il Sabatini. L’ingegnere dirottò moglie e figli nella casa del Fenzi, mentre lui seguì il Sabatini che prese la cassetta di metallo preparata dal capoccio e si avviò verso la sua casa a pochissime decine di metri. Il Sabatini aveva preparato un coperchio di lamiera. Il Chelini introdusse dentro la cassetta metallica tutti i sacchetti di stoffa ed il Sabatini vi stagnò sopra il coperchio di lamiera già predisposto. Poi, seguendo un itinerario particolare, raggiunsero il Fenzi che aveva già scavato una buca profonda un metro. Vi calarono la cassetta e poi il Fenzi provvide a ricoprirla e a mimetizzarla con zolle di terra che recavano ciuffi di erba gremigna. Nessuno si accorse di niente. Il Chelini manciò adeguatamente il Sabatini e salì al primo piano per assistere alla sistemazione della camera.
Quella mattina la signora Rosita venne dispensata dalle sue attività di cuoca.
- Oggi sarete nostri ospiti e anche lei ingegnere si deve fermare almeno a pranzo.
I Chelini ringraziarono senza nulla obiettare. Da tempo non si vedevano nove persone a tavola.
Dopo aver mangiato, l’ingegnere rientrò a Fucecchio.
Rodolfo e Ferdinando furono costretti alla solita pennichella pomeridiana. Non dormirono nemmeno un secondo. Alle sedici la mamma andò a.. . svegliarli. Dimentichi della merenda i due fratelli volarono nell’aia e presero il viottolo che conduceva alla villa del Nieri. Proprio sul viottolo incrociarono un militare tedesco, forse un sottufficiale che mostrò di gradire quell’incontro.
- Voi, essere di qui? – chiese il militare.
- No, capoluogo – rispose prontamente Ferdinando che non aveva cessato per un attimo di esaminare il mitra in dotazione al tedesco.
- Volere sparare? – chiese il soldato. In quel momento un uccellino si posò su di un cavo dell’alta tensione, ad una ventina di metri di distanza. Il militare, senza aspettare la risposta di Ferdinando, disse:
- Guardare! Guardare!
Nel volgere di un paio di secondi, prese la mira e sparò un solo colpo. L’uccellino cadde a terra morto e con lui il cavo dell’alta tensione che quasi sfiorò l’erba del campo vicino.
Rodolfo allibì di fronte ad un tiratore così bravo. Ferdinando, invece, applaudì il militare che ne fu visibilmente compiaciuto.
- Prendere! Prendere! – disse il tedesco ai due fratelli indicando l’uccellino. Ferdinando capì a volo e andò subito a raccogliere il pennuto.
A cena Rodolfo e Ferdinando narrarono l’episodio dell’uccellino colpito dal tedesco a tutti i commensali ascoltarono con vivo interesse il racconto fatto dai due ragazzi. A Emilia scapparono due lacrime.
Il capoccio, ad un tratto, chiese a Rodolfo:
- Ma tu hai paura dei tedeschi?
- Un po', sì – rispose Rodolfo.
- Una sera – proseguì la madre – me lo vidi arrivare in casa di corsa, bianco come un panno lavato. Era terrorizzato.
- Avevo paura che quel tedesco mi venisse a prendere e mi portasse via – spiegò Rodolfo.
- O cosa gli avevi fatto ? – chiese il capoccio.
- Siccome un fucecchiese che io non conoscevo gli aveva rubato la bicicletta, lui pretendeva che io gli dicessi chi era il ladro. Il soldato si arrabbiò e cominciò a minacciarmi. Appena si rivolse ad altri presenti, lì, in via Landini Marchiani, io scappai come un razzo e ogni tanto mi giravo per vedere se mi inseguiva.
Ferdinando aveva ascoltato la ricostruzione di quei momenti di spavento in silenzio.
Al mattino, verso le 8,30 giunse in bicicletta, ma da un’altra strada, il signor Chelini. Aveva montato sulla bicicletta un altro portabagagli. Su quello posteriore aveva un grosso involto. Lo portò subito in camera e raccomandò alla moglie di custodirlo gelosamente. Era un fascio di foglie di tabacco conciato che era riuscito a farsi dare ai seccatoi. Di là aveva proseguito fino al ponticello del Sollazzi ed aveva seguito la via che da Morellino porta a Talino e quindi al Fenzi.
La moglie capì a volo a cosa sarebbero servite quelle foglie essendo il marito un accanito fumatore. Le scorte di pacchetti di sigarette ormai introvabili si stavano effettivamente esaurendo.
- Domani, quando ritorni, portami tutto lo zucchero che trovi in casa. Senti un po' qualche bottegaio se può vendertene alcuni chili, se ce l’hanno.
Il giorno dopo l’ingegnere ritornò recando con sé un piccolo involto di zucchero, quello che aveva trovato in casa. La moglie si mostrò particolarmente dispiaciuta. I suoi figli non erano abituati a consumare il latte o il caffelatte senza zucchero.
- O Rosita, non darti pensiero per lo zucchero. Quando lo avrai finito di insegnerò un sistema per dolcificare bevande ed alimenti senza zucchero e senza miele.
- Se lo dici tu?! – tagliò corto la signora.
- I ragazzi come si comportano ? – chiese l’ingegnere.
- Si divertono tanto. Sono sempre in giro per la campagna. Partono sempre con due borse vuote e quando ritornano quelle borse sono piene di frutta caduta dagli alberi, di zucchine ormai immangiabili..
- E di che cosa se ne fanno?
- Le portano al maialino del Fenzi.
- E perché?
- Per non farlo grugnire.
- Non ho capito niente – sbuffò l’ingegnere.
- Vedi, Giuseppe: i tedeschi hanno già cominciato a razziare qualsiasi tipo di animale. Se si accorgessero che nel porcile c’è un maialino non esiterebbero un istante a prenderlo, a ucciderlo e a mangiarselo. Quando i tedeschi capitano da queste parti, da una porticina posta sul retro vuotiamo nel truogolo la roba portata dai nostri figli. Il maialino, quando mangia non ci pensa nemmeno lontanamente a grugnire.
Durante le sue visite quotidiane l’ingegnere informava la moglie ed i Fenzi di quanto stava accadendo a Fucecchio ed in Italia.
La notte del 18 luglio, poco prima delle ore 23, Rodolfo, Ferdinando e la madre Rosita vennero svegliati dalla deflagrazione di alcune cannonate. I Fenzi che erano sull’aia si resero subito conto che le cannonate più vicine erano esplose per la via di Padule in prossimità dei “seccatoi”. Era il primo cannoneggiamento angloamericano dalle colline a sud di S. Miniato che non era stata ancora occupata ( lo sarà soltanto il 24 luglio)
Al mattino, verso le ore 7,30. giunse trafelato l’ingegnere.
- Sono già morte tre persone: una per la via di Empoli vecchia e due nei pressi dei seccatoi. La guerra, cari miei, è già arrivata. Mi raccomando, ragazzi, appena sentite un sibilo buttatevi per terra e possibilmente dentro una fossa o dentro una buca di cannonata.
L’ingegnere, subito dopo si portò in cucina e senza preamboli disse al Fenzi:
- Bisogna costruire subito un rifugio per proteggerci dalle cannonate se non vogliamo morire. I cannoneggiamenti contrappunteranno da oggi tutte le nostre giornate.
- Ma io non me ne intendo di queste cose.
- Vi insegnerò io e subito. Usciamo. Vi indicherò dove farlo e come farlo. Prendete dei bastoncelli , un pennato ed un martello.
I due uomini, seguiti dai giovani Fenzi, Agostino e Filiberto, si portarono sul retro della casa.
- Se in fondo al campo c’è una fossa, quello sarà un luogo idoneo – affermò l’ingegnere
L’ingegnere prese i bastoni ed entrambi si portarono in fondo al campo. Arrivarono di corsa anche i figli Rodolfo e Ferdinando. L’ingegnere mostrò quanto doveva essere largo e profondo il rifugio e dove dovevano trovarsi i due ingressi. Poi, per indicare con esattezza il percorso a zig-zag del rifugio, piantò i bastoncelli sui vertici della linea spezzata. L’ingegnere raccomandò al Fenzi di sbrigarsi.
- Io ritornerò nel pomeriggio per provvedere alla copertura del rifugio. Voi procuratemi travi, travicelli, tronchi d’albero , tavole di legno.
Il Chelini salutò frettolosamente la moglie e riprese la strada per Fucecchio.
Il Fenzi, avvalendosi della collaborazione dei figli riuscì a condurre in porto l’impresa. Subito dopo il pranzo , lui, la moglie e i figli portarono in prossimità del rifugio assi, travi, travicelli, tronchi d’albero. L’ingegnere, giunto verso le ore 15, diresse con maestria la copertura del rifugio. Verso le 19 il rifugio era già pronto.
La moglie Rosita voleva trattenere il marito, ma lui fu irremovibile: ritornò a Fucecchio.
Il cannoneggiamento di quella notte fu molto più distruttivo di quello della nottata precedente. Ne fecero le spese alcuni fabbricati di via Castruccio che pagò alla guerra il suo primo tributo di vittime: quattro morti e una mezza dozzina di feriti. I Fenzi, i Chelini ed anche i Sabatini, dopo la prima deflagrazione, raggiunsero il rifugio e vi rimasero fin alle una di notte.
La mattina del 21 luglio l’ingegnere raggiunse di nuovo la famiglia.
- Oggi rimarrò con voi. Ieri ho sentito circolare una brutta notizia – disse il Chelini – E’ probabile che oggi anche alla popolazione del capoluogo venga ordinato lo sfollamento come due giorni fa venne prescritto a quella di S. Pierino.
Verso le 16,30 dalla finestra della camera assegnata alla famiglia Chelini i due coniugi videro nei pressi della villa Nieri la testa di un corteo interminabile. Dopo pochi minuti quel corteo raggiunse la Villa del Costagli e poi la casa del Fenzi. Erano famiglie intere con valige, con borse , con sacchi. I Costagli non dissero di no a nessuno. Chi non trovava un posto proseguiva e raggiungeva altre case coloniche. Il Fenzi mise a disposizione tutti i locali del piano terra del suo fabbricato ed anche il fienile raggiungibile con la scala a pioli. L’ingegnere, affabilissimo, smistò nei vari spazi le famiglie di Bussino (marito, moglie, nipote e genero), di Telempio ( i coniugi, due figli maschi ed una figlia), di Alcide Rossetti, detto Pistola, ( i coniugi, il figlio Sergio e la figlia Sonia) e quella di un calzolaio.
La famiglia di Becio, il Maggiolini di piazza Niccolini, composta da sette persone ( i coniugi, tre figli maschi e due femmine), preferì sistemarsi sotto il ponticello in muratura, quello che consentiva lo scavalcamento del fossato che separava la villa del Costagli dalla casa del Fenzi.
La fiumana di Fucecchiesi continuò a passare dai viottoli di Padulino fin verso le ore 20. Quella sera saltò la cena sia per la famiglia Fenzi sia per la famiglia Chelini. Era necessario mettere a loro agio gli sfollati che si erano fermati nella casa colonica Fenzi-Chelini. Erano necessarie alcune dotazioni: un fornello per cuocere le vivande, un giaciglio dove dormire, dei recipienti dove conservare l’acqua per qualsiasi uso. L’ingegnere, man mano che si spostava da una famiglia all’altra indicava agli uomini dove era opportuno nascondersi in caso di rastrellamento: in prossimità della casa, sul retro, c’erano dei campi di saggina e di granturco che sarebbero stati idonei per nascondervisi. L’ingegnere suggerì di costruire un altro rifugio perché quello esistente non poteva contenere tutte le persone che si trovavano rifugiate nella casa colonica.
Fortunatamente scese la notte. La stanchezza ebbe il sopravvento su tutto. Quasi tutti dormirono sui pavimenti cosparsi di paglia. Al mattino, molto presto, le donne raggiunsero le loro case in paese per prelevare fornelli, carbone, bottiglie vuote, alcune stoviglie e generi alimentari messi da parte. Le pattuglie tedesche capirono e non rimandarono nessuno indietro.
Ritornarono le donne con i fornelli e con le poche cibarie che avevano messo da parte. Dopo pochissimi giorni le scorte finirono. Il Fenzi, per quanto si prodigasse, non poteva campare tutti : anche le sue riserve di farina di grano si esaurirono.
Gli sfollati cominciarono ad andare a rubare il grano rimasto abbicato nei campi. Portavano i covoni sull’aia e lo battevano con il correggiato. Anche i figli dei Chelini, quando i cannoni tacevano, andavano a prelevare i covoni di grano. Il Fenzi glieli batteva con il correggiato e poi aiutandosi con un grande “staccio” (vaglio) separava i chicchi del grano dalla pula. Il grano veniva sistemato in sacchetti da cinque e dieci chili. La signora Rosita con
l’aiuto dei figli il primo di agosto venne in paese , si mise in coda nel cortile del mulino di Via Landini Marchiani che veniva azionato dal motore a scoppio di un trattore ed aspettò il suo turno per circa quattro ore . I figli preferirono uscire nella piazza Montanelli per rendersi conto di quanto era accaduto. Le immagini delle devastazioni di cui avrebbero parlato ai Fenzi li immobilizzarono per alcuni minuti. Rimasero molto impressionati alla vista dell’edicola di piazza Montanelli ridotta in malo modo. Lo spostamento d’aria di una cannonata l’aveva letteralmente divelta e poi schiacciata al suolo come se qualcuno , un gigante, l’avesse rincalcata per terra colpendola con un pugno sulla parte alta della tettoia.
Quando rientrarono nel cortile del mulino la gente in attesa stava parlando dei danni e delle vittime prodotte dalle cannonate.
- Da voi quante persone sono morte? – chiese una donna sulla quarantina rivolta a Ferdinando, quattordicenne, un vero torello.
- Alla villa del Costagli è morto un macellaio, certo Antonio Cenci. Si trovava dietro il portone della villa e ci si era appoggiato con le spalle. Lui si sentiva al sicuro. La scheggia di una cannonata ha attraversato la porta e gli ha sfondato un polmone, forse dalla parte del cuore. E’ morto sul colpo.
Mentre stavano concludendo questo resoconto funebre, i due fratelli percepirono un forte rumore di automezzi. Uscirono e videro entrare in piazza Montanelli, provenienti da via Farini ( oggi Artuto Checchi ), una colonna di camion italiani guidati da soldati tedeschi. Il capocolonna chiese ad una donna vicina ai due fratelli la strada per Pistoia. La donna gli indicò la via dello stadio e aggiunse:
- Sempre a diritto.
Rodolfo e Ferdinando si portarono davanti al teatro Pacini. L’ultimo camion si soffermò e l’autista gridò:
- Sono un prigioniero italiano. Voglio fuggire. Indicatemi una strada e cercate di distrarre gli altri camionisti.
Una donna, con abito marroncino gli disse :
- Rallenti e mi venga dietro – e al camionista tedesco che precedeva l’italiano raccomandò:
– Veloce! Veloce! Tra poco bum bum.
Il tedesco capì e diede una bella accelerata. La donna fece raggiungere all’italiano il retro del teatro e gli indicò la via Cairoli. L’italiano effettuò una sterzata in accelerazione e si dileguò subito in via Cesare Battisti.
I fratelli rientrarono nel cortile del mulino. I sacchetti della farina erano già pronti. Ferdinando e la madre presero un sacchetto da 10 chilogrammi per ciascuno; Rodolfo, invece, prese il sacchetto da cinque chilogrammi.
Il giorno dopo si seppe che anche la via dello stadio era diventata obiettivo di cannoneggiamento. L’ingegnere fu irremovibile:
- I ragazzi a Fucecchio non dovranno andarci più. E tu, Rosita, non devi più mettere piede nel mulino. Fra una settimana, quando avremo finito la farina che avete riportato, andrai a casa a prendere il macinacaffè, ma non devi passare per la via dello stadio.
Mentre impartiva questi ordini, sull’aia, alla propria consorte, l’ingegnere percepì il pianto di un ragazzo. Nel frattempo uscì dalla porta della rimessa degli attrezzi agricoli Nando Lucaccini, da tutti conosciuto con il nomignolo di Bussino e famoso anche per il suo lungo naso. Era visibilmente preoccupato.
- Che ti è successo Bussino? – gli chiese l’ingegnere.
- Il mio nipote Emilio, il figliolo della mia povera Armida, piange perché gli è venuta una diarrea che non riusciamo a fermare. Ci volevano i limoni, ma qui non ce ne sono. Noi non sappiamo dove sbattere la testa.
- Io, un rimedio ce lo avrei, ma sicuramente tu non lo prenderai sul serio.
- Ma che scherza davvero, ingegnere! Se me lo dicesse Telempio che ha sempre voglia di far le burlette non lo prenderei in considerazione, ma detto da lei, ingegnere..!
- Aspettami un minuto, Bussino.
- Faccia pure, ingegnere.
Il Chelini si portò sui bordi del campo dove c’era un filare di viti, staccò un “pigna di agresto” ( uva non matura) e la portò a Nando.
- Lavala bene e falla mangiare a tuo nipote. Fra mezz’ora la diarrea sarà scomparsa.
Bussino non voleva credere a quanto aveva udito. Ma dopo un’ora chiamò l’ingegnere che si affacciò alla finestra della sua camera:
- Grazie, ingegnere. L’agresto ha funzionato. Il mio Emilio è guarito. Ora bisognerebbe che facesse un altro miracolo.
Poi, abbassando il volume della voce, confessò:
- La mia moglie, povera donna, soffre di stitichezza. O cosa si potrebbe fare?
- Aspettami.
L’ingegnere scese nell’aia e disse a Bussino:
- Vieni con me. Mi è parso d’aver visto in un campo non lontano un filare di uva lugliola. Non è agresto. Seguimi.
I due trovarono l’uva lugliola. L’ingegnere ne staccò due ciocche ormai mature, le diede a Bussino e gli spiegò:
- Stasera, lasciale all’aperto. Stanotte verranno ricoperte dalla guazza. Domattina fagliele mangiare bagnate dalla guazza.
- Lei, ingegnere dice bene; ma Telempio me le fa sparire. In paese riusciva a rubare anche i conigli che nottetempo venivano lasciati al fresco sui davanzali delle finestre del primo e del secondo piano.
- Vai tranquillo. A Telempio ci penso io.
E funzionò anche l’uva lugliola.
Intanto ricominciò l’ennesimo cannoneggiamento. Tutti i Chelini andarono a rintanarsi nel rifugio dove erano state montate delle panche con l’uso di troppoli e di assi da muratori.
Ferdinando non riusciva a frenare i suoi moti di impazienza ogni volta che dovevano restare per ore dentro il rifugio a prova di bomba. Rodolfo, invece, amava ascoltare le conversazioni che vi si facevano. Quella mattina erano venuti nel rifugio anche tutti i familiari di Bussino. Il Fenzi che aveva imparato a conoscere Bussino gli chiese a bruciapelo:
- O il tuo figliolo come mai non è con voi?
- E te lo dico alla svelta: ha il mal d’amore. Siccome quando si sfollò, sotto la valle i tedeschi chiappavano gli uomini, lui scappò e in Padulino si accodò ai Toscani che abitano a confine con la nostra casa.
E il Fenzi:
- Ma che c’entra il mal d’amore?
- E c’entra. E c’entra. Il mio Norberto ha preso una bella cotta con la figliola del Toscano. Ti basta, Fenzi?
Il Fenzi, a questo punto, cambiò argomento.
- Ieri sera Telempio mi disse che sarebbe venuto anche lui nel rifugio appena ci fosse stato un nuovo cannoneggiamento. E invece non è venuto.
- Meglio così – ribatté Bussino. Lui ha sempre voglia di scherzare, anche ora che la gente muore sotto le bombe. Tutte le volte che mi trova mi dice:” O vai ad aprire, Bussino! Non hai sentito che ti hanno bussato?” A Fucecchio, quando veniva nell’osteria di Renato di Moschino diceva a tutti: “Io con Bussino non ci voglio giocare a tre sette perché bussa troppo pianino”. Una volta, di lunedì pomeriggio, quando i calzolai facevano festa come i barbieri, venne a trovarmi nella mia bottega in Cammullia. Io tagliavo le tavole e il mio Norberto le inchiodava per farci le casse dove i calzolai mettevano le scarpe da spedire. Lui mi chiese: “O quant’è che fai le casse?” “Da sempre” risposi. “Ma fai anche le casse da morto?” “O perché mi fai codesta domanda?” “Quando te la prepari per te falla bella alta, perché altrimenti codesto bel naso ti viene schiacciato dal coperchio.” E poi lo sapete cosa fece? Sul davanzale di una finestra della casa del ritrattista vide un piatto e mi chiese: “ O Bussino ce l’hai una scala?” “Diamine!” “Prestamela per cinque minuti e dammi anche una fetta di pane.”
Prese la scala, scese in Cammullia, piazzò la scala sotto la finestra con il piatto, salì sui pioli e quando vide che nel piatto c’erano delle melanzane marinate lui le prese con le mani e se le mangiò con il pane che gli avevo dato standosene sulla scala. Vi avrei fatto vedere la scenata che fece la moglie di Pietro il ritrattista quando al momento di andare a tavola si accorse che le sue melanzane marinate erano letteralmente sparite. O l’altro giorno quando vendeva la carne, lo sapete cosa fece? Con un cenno del capo fece capire al figlio Otello che doveva mettersi dietro di lui. Poi , mentre prendeva le stadere per pesare la carne, guardò dritto davanti a sé e disse: “Eppure quel coso laggiù mi sembra un carrarmato ameriano” Tutti volsero lo sguardo. Lui agguantò un bel tocco di carne e se lo portò dietro al sedere. Otello lo prese e rapido come un fulmine sparì. Poi lui proseguì:” Ma guarda che bischero sono: avevo scambiato quell’albero per un carrarmato ameriano”
Bussino, ora che aveva attaccato a sciorinare aneddoti, non si sarebbe più fermato. Il Fenzi, allora, tagliò corto:
- Telempio è un burlettone, ma in compenso è un bonaccione. Gli basta un bicchiere di vino..
- Altro che un bicchiere ! – lo interruppe Bussino - Ad una spugna come lui non ne basta nemmeno un fiasco.
- Eppure – proseguì il Fenzi – mi hanno detto che canta molto bene e che fa parte della corale di chiesa e del coro che accompagna le opere liriche quando vengono rappresentate a Fucecchio.
- Sì, codesto è vero. Ha una bella voce di basso.
Ferdinando Chelini cominciò a sbuffare. Rodolfo aveva ascoltato lo scambio di battute fra Bussino ed il Fenzi con grandissimo interesse.
I cannoni tacevano ormai da circa un quarto d’ora. Anche per far contento il suo Ferdinando, l’ingegnere disse che forse il cannoneggiamento era finito e che si poteva rientrare a casa.
Qualche giorno dopo, e precisamente il 5 e il 6 agosto, gli sfollati presso la casa Fenzi si salvarono per merito del rifugio a zig zag ideato dall’ingegner Chelini, ricco di due esperienze belliche: la prima guerra mondiale nel corso della quale era stato ferito ad un braccio sul monte S. Gabriele; la seconda guerra mondiale con una permanenza biennale in Albania. La cicogna americana aveva individuato il panzer tedesco che stazionava di fianco alla villa Nieri , ma che poi si spostava per rispondere al fuoco delle artiglierie “alleate” E le artiglierie condensarono i loro colpi micidiali nell'area attigua a quella della villa Nieri. Le case del Costagli e del Fenzi che si trovavano appunto in un raggio di appena cento metri dalla villa Nieri, diventarono esse pure un bersaglio dei cannoni americani.
Nel tardo pomeriggio del 5 agosto, verso le ore 18, su quell’area vennero indirizzate decine e decine di granate. La villa del Costagli sembrava emergere da un inferno di fiamme e di fumo. Anche Ferdinando, di solito indifferente alle deflagrazioni, sbiancò in volto quando sentì i proiettili esplodere a poche decine di metri di distanza dal rifugio. Sembrava un finimondo. Quando il cannoneggiamento cessò, anche l’aria fuori del rifugio era irrespirabile. Dalla villa del Costagli giungevano grida di aiuto.
Rodolfo appena ebbe messo piede fuori del rifugio volle andare a vedere che cosa era successo. Giunto davanti al muretto di cinta della casa Fenzi vide per terra il cadavere del Rossino, la scatola cranica scoperchiata e sul muretto brandelli di cervello appiccicati. Rodolfo non ebbe il coraggio di proseguire. Ad una distanza di una quindicina di metri dal cadavere del giovane livornese dai capelli rossi, giacevano i cadaveri dei fratelli Arturo e Nello Cambi. Fu Norberto Lucaccini, il figlio di Bussino, a informarne tutti quelli della casa del Fenzi. Lui stava venendo a portare una bottiglia di latte al nipote Emilio. Aveva visto i due, cammulliesi come lui, e aveva loro gridato di buttarsi a terra. Non avevano fatto a tempo a gettarsi per terra ed erano stati dilaniati dalle schegge. Al povero Brunero Orsi, spettò come al solito, l’ingrato compito di portarli al cimitero.
Ventiquattro ore dopo ci fu un altro cannoneggiamento intensissimo. A sera, verso l’imbrunire si seppe che il Conte Pirro, sfollato dentro la villa del Costagli, era stato ferito gravemente al volto e ad una gamba e che era stato portato all’ospedale.
Per due giorni la morte aveva visitato la villa del Costagli e le case vicine. A cena nessuno ebbe voglia di parlare. Soltanto Rodolfo e Ferdinando sembravano ormai esorcizzati anche contro la paura della morte. L’ingegnere, al termine della cena, rivolto al capoccio chiese:
- Se permettete, stasera, dopo che le donne hanno rigovernato, vorrei farlo in cucina il tabacco per le mie sigarette.
- Faccia pure ingegnere. Ha bisogno di qualcosa?
Ho bisogno della vostra pazienza e basta.
Il Chelini, appena le donne ebbero rigovernato, si alzò, andò nella su camera e poco dopo rientrò in cucina con tre foglie conciate e un foglio protocollo. Depose una foglia sul tavolo, l’allargò bene bene come se volesse stirarla e poi l’arrotolò sulla grande tavola come se volesse farne un lunghissimo sigaro. Quando il lunghissimo sigaro fu pronto, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni le sue forbici e cominciò a tagliare quel sigaro come se volesse farci degli anelli finissimi. Con cura allungava quei sottilissimi fili sul foglio protocollo che aveva aperto sulla tavola. Quando ebbe finito di tagliare tutto il sigaro sminuzzò i fili di tabacco in pezzetti lunghi uno o due centimetri. Ripeté la stessa operazione con le altre tre foglie e poi spiegò:
- Prima che i figli salgano in cucina metterò questa fogliata di tabacco ad asciugare un po' sopra l’armadio. Dopodomani il tabacco sarà pronto per essere trasformato in sigarette trillate.
L’ingegnere prese la “fogliata” del tabacco ed andò a sistemarlo, aiutandosi con una sedia, sopra l’armadio della sua camera.
- A proposito, signora, domani faremo il pane – disse la massaia.
- Vado a prendervi l’ultimo sacchetto di farina. Poi anche noi dovremo abituarci a macinare il grano col macinino.
Mentre il marito rientrava in cucina, la signora Rosita andò a prendere l’ultimo sacchetto di farina che aveva macinato in via Landini Marchiani.
- La nostra farina è finita, Giuseppe. Quando devo andare a casa a prendere il a prendere il macinacaffè?
- Ci andrai il 10. E’ necessario liberarci definitivamente dal turbamento che la vista dei cadaveri e dei feriti ha prodotto in tutti noi.
Quando cominciarono a calare le prime ombre della notte, Rodolfo e Ferdinando rientrarono in casa. Erano molto contenti, nonostante gli episodi luttuosi di cui erano stati testimoni.
- Cosa avete fatto? – chiese loro la signora Rosita.
- Siamo stati insieme a Sergio Rossetti. Lui è già un maestro, ma ha detto che vuole diventare un medico degli animali – rispose Ferdinando.
- O mamma, ti farei vedere come disegna bene! In quattro e quattr’otto ha disegnato la villa del Costagli e la casa del contadino, quella abitata dal Guerri e dal Sabatini. E poi ci ha disegnato anche i campi e le colline in lontananza. Io mi sono incantato a guardarlo disegnare con una specie di carboncino.
Il giorno dopo giunse la notizia che il panzer addossato alla villa Nieri era stato centrato dall’artiglieria americana e che i corpi dei militari dall’interno erano stati scaraventati fuori. Rodolfo voleva andare a vedere il tutto, ma i genitori non ce lo mandarono.
All’alba del 10 agosto la moglie dell’ingegnere, sola soletta, andò in paese nella sua casa posta in via Dante per prendere il macinacaffè.
Alle nove era già di ritorno. Il marito era sull’aia che parlava di carne bovina con Telempio. La signora, turbata in volto, disse:
- Giuseppe, vieni subito con me in camera. Ho da dirti una cosa importantissima.
Per le scale la signora Rosita cominciò a piangere e a disperarsi:
- Perderemo la nostra casa. Dove andremo a vivere? Che ne sarà dei nostri figli?
- Ma cosa è successo? La nostra casa è stata colpita dalle cannonate? – chiese l’ingegnere.
- Peggio. Peggio – rispondeva la signora.
Quando furono in camera la donna esplose in un pianto dirotto:
- Giuseppe, la nostra casa è stata minata dai tedeschi. La faranno saltare in aria insieme ad altre case.
L’ingegnere che era stato sempre avaro di gesti affettuosi, le mise una mano sulla spalla e, senza rivelarle le proprie intenzioni, cercò di rassicurarla.
- Domattina – esordì all’improvviso il Chelini – raggiungerò Fucecchio e cercherò di mettere in salvo almeno i mobili delle camere. Li sistemerò nella fossa in fondo all’orto. Lì dovrebbero essere al sicuro.
- Ma come potrai farcela da te solo? – chiese la moglie.
- Li smonterò in un baleno. Ormai li avevamo già svuotati per salvare i capi abbigliamento e di biancheria. Naturalmente rientrerò a pomeriggio inoltrato. Mi raccomando: non state in pena per me.
All’alba l’ingegnere si mise in tasca un paio di forbici, lasciò la casa del Fenzi e seguendo un percorso molto lungo, fra i campi, riuscì a raggiungere via Dante eludendo le pattuglie tedesche. Mentre stava per attraversare via Dante si sentì chiamare. Riconobbe immediatamente la voce del dottor Bertoncini. L’ingegnere lo raggiunse nell’orto.
- I tedeschi mi hanno minato la casa. Io ho già tagliato i fili. Dammici un’occhiata tu che di queste cose te ne intendi più di me.
Il Chelini osservò attentamente il taglio e disse:
- Va benissimo, ma credo che non basti.
Il dottore non riuscì a tradire un moto di perplessità. L’ingegnere proseguì interrogativamente:
- Ma le case contigue alla tua sono state minate?
- Credo proprio di sì.
- Ed allora bisogna sminarne almeno due, altrimenti quando saltano in aria distruggono anche la tua. Andiamo a vedere. Poi anche tu, Cecchino, devi dare una mano a me. Pure la mia casa è stata minata,
- D’accordo.
Fu proprio il dottore il primo ad individuare i fili della miccia che dall’esterno entravano nel fabbricato di Mangiabambini. Entrarono in casa e li tagliarono. Poi individuarono anche quelli della casa Lotti e tagliarono anche quelli.
Furtivamente attraversarono via Dante ed entrarono nell’abitazione dell’ingegnere. Le saponette della dinamite erano state collocate in bella vista sotto due vasi di vetro in salotto.
L’ingegnere osservò bene bene le saponette di dinamite e i fili che ne fuoriuscivano; poi cercò un punto dove i fili della miccia erano quasi nascosti dall’ombra e proprio lì effettuò il taglio con le forbici che aveva portato da casa. Terminata questa operazione, l’ingegnere ed il dottore scesero nell’orto e raggiunsero il retro della casa delle Bongi e quella dell’ex segretario comunale Guerrieri, abitata dalle Anghinelli. Ancora una volta “Bettordino” riuscì a intravedere i fili della micce. Entrarono nelle due abitazioni e tagliarono i fili.
- Io, Cecchino, devo trattenermi. Voglio mettere i mobili smontati delle camere nella fossa del mio orto. Se i tedeschi si accorgessero dello sminamento, almeno i mobili vorrei salvarli.
- Io posso trattenermi un’altra oretta. Se mi dai un cacciavite, ti aiuto a smontare gli armadi. Il cassettone . una volta tolta la lastra di marmo, lo possiamo portare giù intero. Anzi, portiamocelo subito. In due sarà facilissimo.
E così fecero. Poi, man mano che il dottor Bertoncini aveva smontato i pezzi portanti, l’ingegnere andava a collocarli nella fossa. Verso le ore 11 il Bertoncini se ne andò. L’ingegnere continuò imperterrito il suo lavoro.
Verso le quindici riprese la via del ritorno. Si portò verso la via Giotto da Bondone e attraverso i campi si diresse verso la via delle Calle. Giunto in corrispondenza dell’area attualmente occupata dal Palazzetto dello sport, vide davanti ad un rifugio Nello, la guardia, che conversava con il cognato istriano. Nello si mostrò contento di rivedere l’ingegnere.
- Ha bisogno di qualcosa, ingegnere? – chiese Nello Dainelli.
- Ce ne sono tedeschi da queste parti?
- No, ingegnere. Fino alla via delle Calle non correrà nessun pericolo. Stia attento soltanto alle cannonate.
- Speriamo che finisca presto questa brutta guerra. Arrivederci, Nello. Arrivederci anche lei, signore – disse il Chelini rivolgerndosi al cognato di Nello.
Quando giunse nei paraggi della via delle Calle, l’attuale Viale Colombo, dovette pazientare non poco prima di poter attraversare la strada. Da un campo di saggina che confinava con la strada poteva spiare un breve tratto della via. I platani, purtroppo gli coprivano quasi tutta la visuale. Da quella via passavano in continuazione veicoli tedeschi. Verso le 16,30 passò un vecchietto che trainava un carretto.
- Buon uomo, mi dite se vedete tedeschi nei due sensi della strada.
L’uomo rallentò l’andatura, osservò ben bene e disse sottovoce:
- Via libera.
L’ingegnere attraversò di corsa la strada e andò a finire davanti alla casa dei fratelli Bacia. Lì seppe della morte di Ada Pozzolini, la moglie del Faraoni, avvenuta il 25 luglio. Dalla casa dei Bacia, in fondo all’attuale via della Parte, l’ingegnere si portò in direzione della fabbrica dei mattoni. Attraversò il Rio in secca. Entrò nell’area della fabbrica dove trovò moltissimi sfollati. Chiese se la strada del Sollazzi e di Morellino era controllata dai tedeschi.
- Bisogna stare attenti soltanto quando si attraversa la via di Padule, Comunque farà bene a passare sempre fra i campi – gli fu risposto da uno dei numerosi sfollati.
L’ingegnere si fermò pochi minuti alla casa di Morellino per salutare il professor Campani, già console italiano ad Addis Abeba in Etiopia.
Rientrò alla casa colonica del Fenzi verso le 18. La signora Rosita appena lo vide in lontananza gli corse incontro.
- La nostra casa non dovrebbe saltare in aria. Ho tagliato la miccia – disse l’ingegnere mostrando le forbici che aveva sottratto alla moglie. L’attenzione dell’ingegnere fu colpita dall’insolita animazione che c’era nell’aia.
- E’ stata macellata poco fa una bestia ed ora stanno vendendola a tutti gli sfollati delle case vicine che sono stati avvisati.- spiegò la signora Rosita.
Telempio, con le stadere in mano, faceva scivolare il pomello di ferro lungo le tacche del braccio della stadera. e poi a voce alta:
- Un chilo e tre etti.
Un altro faceva il conto e riscuoteva.
I clienti non esitavano a prosternare la loro diffidenza nei confronti di Telempio
- O Telempio, non ci fregare, eh! – esclamavano.
- O guardate. Questa è la tacca del chilo e queste sono le tacche degli etti.
Rodolfo e Ferdinando si gustavano quelle scenette e ridevano di gusto. A tutti gli angoli dell’aia c’erano dei pali pronti a dare l’allarme nel caso che fossero arrivati i tedeschi. Ma quella sera di tedeschi non se ne vide neppure l’ombra.
- Ce ne sono stati qui dei cannoneggiamenti? – chiese l’ingegnere.
- Ne abbiamo udito uno intenso dalla parte delle Calle – ma non ne abbiamo saputo niente.
A cena l’ingegnere raccontò quanto lui ed il dottor Francesco Bertoncini avevano fatto. Il Fenzi chiese ancora una volta per quanto tempo ancora i tedeschi avrebbero resistito a Fucecchio. L’ingegnere in vena di confidenze disse chiaro e tondo che gli americani avrebbero attraversato l’Arno soltanto quando i tedeschi se ne fossero andati di loro volontà e che a loro non interessava un bel nulla liberare il Valdarno. Ben altri erano i loro progetti e soprattutto i loro traguardi. Il capoccio si sentì rabbrividire, Era molto preoccupato dalla presenza massiccia di tutti gli sfollati. Cosa avrebbero mangiato una volta che si fossero esauriti i covoni di grano che stazionavano ancora nei campi? E la vendemmia come sarebbe andata a finire se i tedeschi non si fossero ritirati?
Si era ormai giunti vicino alla metà del mese di agosto. L’ingegnere raccontò di essersi fermato al ritorno nella casa di Morellino. Sapeva che vi si trovava sfollato il professor Campani, già console in Etiopia. Poi a guerra inoltrata si era rifugiato a Fucecchio in via Mazzini nella viareggina occupata attualmente da Marta Berti vedova Chiti. I coniugi Campani, due mostri di cultura, per tirare avanti davano ripetizioni su qualsiasi disciplina scolastica. Conoscevano benissimo l’inglese, il tedesco ed il francese. Tenevano con sé il nipotino Michele Lubrano, il futuro giornalista della RAI-TV. L’ingegnere si era fermato per chiedere all’ex console cosa ne pensava di questa guerra cannoneggiata. Ed era stato proprio lui a dirgli che gli americani avrebbero attraversato l’Arno e sarebbero venuti a liberarci soltanto quando i tedeschi si fossero ritirati.
- E quando si ritireranno, professore ? – aveva chiesto l’ingegnere allo zio di Lubrano.
- Quando le truppe cosiddette alleate avranno rotto il fronte nei paraggi di Rimini.
Mentre l’ingegnere riferiva queste notizie, la moglie di Bussino gridò:
- I tedeschi!
Il Chelini si alzò da tavola e, seguito dal capoccio, da Agostino e da Filiberto, scese al piano terra, svicolò sul retro, camminò furtivo lungo il filare di viti che costeggiava il campo e riuscì a raggiungere il campo della saggina. Ce ne erano già tanti altri di uomini rifugiati. Con un cenno della mano fecero capire all’ingegnere che sarebbe stato più prudente raggiungere il confinante campo di granturco. E il signor Chelini seguito sempre dai Fenzi si portò nel campo di granturco.
A casa del Fenzi la signora Rosita e la massaia fecero sparire i coperti dei loro uomini per meglio simularne l’assenza. I tedeschi entrarono nell’aia, rovistarono nei locali del piano terra poi in quelli del primo piano. I figli del Chelini erano ancora a tavola. Quando entrarono i due militari smisero di mangiare. Uno dei due soldati fissò intensamente Ferdinando e lo scambiò per un adulto.
- Lui venire a lavorare con noi – disse.
- Ma è un bambino - gridò la massaia - Ha soltanto 9 anni.
- E’ vero – intervennero la madre di Ferdinando e la figlia del Fenzi alzando nove diti – Ha soltanto nove anni.
Il tedesco si lasciò convincere e insieme all’altro ritornò sull’aia. Quella notte gli uomini, temendo un possibile ritorno dei tedeschi, preferirono dormire all’addiaccio, in piccoli capanni che avevano realizzato in mezzo ai campi di saggina e di granturco.
L’ingegnere non riuscì a chiudere occhio. Anche nell’aia della casa di Morellino aveva visto molte persone che macinavano il grano tenendo stretto il macinacaffè fra le gambe. Se almeno ogni macinatore avesse potuto disporre di una morsa per tenervi stretto il macinino! Non sarebbe stato faticoso, con la morsa, macinare il grano. Finalmente, quando ormai l’alba era vicina l’ingegnere venne fulminato da un lampo di genio.
“Eureka!” gridò dentro di sé. “Chiuderò ad ogni estremità di due travicelli un macinino. Terrò fermi i due travicelli con una tavoletta inchiodata. Ognuna delle estremità poggerà su di una sedia. Il macinatore, stando seduto, potrà macinare il grano senza dover stringere le fiancate del macinino.”
Appena i compagni si svegliarono cercò loro di spiegare l’invenzione, ma non capirono bene.
- Andiamo, ve lo farò vedere – disse l’ingegnere. Mentre si dirigevano verso la casa, spingendo lo sguardo verso Fucecchio, si accorsero che la torre di Castruccio non c’era più. “Forse anche la mia casa sarà saltata” rimuginò dentro di sé l’ingegnere, ma preferì non lasciarsi divorare da questo pensiero.
Il Fenzi mise a disposizione due vecchi travicelli che erano stati destinati a legna da ardere per l’inverno. Portò anche dei chiodi, due tavolette e un martello. Nel frattempo l’ingegnere aveva preso il suo macinino e quello del Fenzi. Li strinse come in una morsa fra i due travicelli e ne assicurò la stretta inchiodando due tavolette a ponte fra i due travicelli.
L’invenzione riscosse il consenso dei presenti.
- Ora, sì ! – esclamarono.
La notizia del nuovo marchingegno per macinare il grano si diffuse in un lampo. Verso le dieci venne a rendersene conto anche Rolando Costagli che aveva il braccio e la spalla destra ingessati.
- O cosa ti è successo? – gli chiese l’ingegnere.
Rolando, sorridendo, gli fece l’occhiolino ed il Chelini capì subito l’antifona. Quell’ingessatura sarebbe stato un efficace salvacondotto contro tutte le forme di rastrellamento. Anche il figlio di Gaetano apprezzò la funzionalità del nuovo marchingegno.
- Lei, caro ingegnere, bisognerebbe che inventasse anche un sistema per fabbricare lo zucchero. Il conte Pirro, ora ricoverato in gravi condizioni all’ospedale, non voleva più consumare il caffelatte perché aveva finito le scorte di zucchero.
- Poteva usare il miele.
- Glielo abbiamo detto anche noi, Ma a lui il sapore del miele non andava bene.
- E allora potremmo adottare il procedimento usato dagli albanesi. Però ci vogliono le barbabietole.
- Codesto non è un problema . Il mio contadino ne coltiva sempre un paio di campi. Come si fa?
- Si prendono tre o quattro barbabietole, si sbucciano, si lavano, si riducono in tocchetti e si mettono a bollire in una pentola piena d’acqua. Quando l’acqua è discesa a metà pentola, si toglie il recipiente dal fuoco, si fa raffreddare il suo contenuto e si cola il liquido dolcissimo in una zuppiera o in un’altra pentola. Con quell’acqua dolcissima ci possiamo zuccherare tutto.
- Questa è proprio bella! – esclamò quasi incredulo, ma compiaciuto, Rolando.
Il piccolo Emilio Sedoni, che aveva assistito all’incontro fra l’ingegnere ed il Costagli, appena venne a conoscenza del segreto per fabbricare l’acqua dolcissima corse dal nonno Bussino e gli gridò:
- O nonno, ora poteremo zuccherare il nostro latte senza lo zucchero. L’ingegnere ci ha svelato un segreto.
E Bussino, di rimando:
- Ma quell’ingegnere è un vero fenomeno.
Mentre il piccolo Emilio era andato ad annunciare la buona novella al nonno, l’ingegnere disse a Rolando.
- Domani pomeriggio portami quattro o cinque barbabietole, Ci penserò io a fare l’acqua dolcissima e poi te la farò sentire. Anche mia moglie è a corto di zucchero e perciò farà comodo anche a noi questo dolcificatore liquido.
Rolando tenne fede alla promessa fatta e portò cinque barbabietole da zucchero.
Il Chelini e sua moglie si misero subito all’opera. Il mattino dopo l’acqua dolcissima era già pronta e venne molto apprezzata da tutti gli assaggiatori.
Dopo che gli americani avevano colpito il panzer tedesco, la vita nella zona del Fenzi si era fatta molto più tranquilla. Le cannonate che vi avevano sempre infierito sembravano essersi dimenticate di questa zona di guerra.. I due fratelli Chelini dovevano macinare il grano per molte ore al giorno se volevano produrre la farina necessaria per fare il pane. Inoltre dovevano ogni giorno procurare alla famiglia alcuni covoni di grano. E non dovevano neppure dimenticarsi del maialino. Insomma i due ragazzi dovevano lavorare tutto il giorno.
Il giorno 16 agosto un signore con il manicotto della croce rossa venne a cercare l’ingegner Chelini
- Ho una brutta notizia da comunicarle. Sua zia Violante Dei nei Comparini è morta in ospedale, ma non per causa di guerra. Se volete potete venire con me.
- Va bene. Veniamo subito. Ma la zia è già stata portata alla cappellina?
- No, no. E’ sempre nella corsia al piano terra.
Rodolfo volle seguire in tutte le maniere il padre.
Per la strada non incontrarono nemmeno una pattuglia di tedeschi. Salirono all’ospedale passando dalla strada posta dietro la cappellina ed attraversato l’arcata che congiunge il fabbricato dell’ospedale e quello del manicomio si trovarono di fronte al professor Baccarini che era risalito in quel momento dal rifugio posto nell’interrato del manicomio.
- E voi, senza nessun permesso – li apostrofò il professor Baccarini – come vi siete permessi di entrare in questo ospedale?
E l’ingegnere di rimando:
- Sono venuto per rendere l’ultimo saluto alla salma di una mia zia, altrimenti non avrei messo piede in questo letamaio nemmeno per tutto l’oro del mondo.
L’uomo col manicotto della croce rossa, forse abituato a questi diverbi, condusse i Chelini nella corsia dove si trovava la salma della zia Violante del che era stata ricoverata in ospedale a partire dal 12 luglio per “marasma senile”. L’ingegnere e il figlio Rodolfo vi si trattennero pochi minuti e poi rientrarono alla loro base. La guerra non consentiva di onorare i defunti in altra maniera.
Del rastrellamento del 20 agosto e dell’eccidio del Padule perpetrato tre giorni dopo, nella casa del Fenzi non si seppe quasi niente.
E finalmente la sera del primo settembre si seppe che gli americani avevano attraversato l’Arno. La mattina del due settembre, con l’animo pieno di angoscia, i Chelini fecero ritorno a Fucecchio: avevano saputo che in via Dante molte case erano saltate in aria. Quando giunsero in Piazza XX Settembre ed intravidero la loro casa sempre in piedi non riuscirono a contenere la loro esultanza: la loro abitazione e quelle contigue non erano saltate in aria.
- Mi raccomando – disse l’ingegnere – quando sarete in salotto, non toccate le saponette della dinamite. Ci penserò io a farle sparire. Entrarono in casa. Le saponette della dinamite erano ancora sotto i due vasi di vetro. L’ingegnere staccò i fili della miccia, tolse i vasi di vetro, si mise le saponette in tasca e andò nell’orto per sotterrarle e per recuperare i mobili della camera. Incredibile a dirsi: i montanti degli arredi erano stati centrati da un proiettile ed erano stati resi inutilizzabili. Le saponette vennero sotterrate e successivamente, nel mese di novembre, furono gettate in Arno. Anche la casa del dottor Bertoncini era rimasta in piedi. L’operazione di sminamento era riuscita pienamente. Questa , fra le mille altre amarezze, fu l’unica soddisfazione della famiglia Chelini a guerra ormai finita.
Pochi giorni prima di Natale, nelle prime ore del pomeriggio, qualcuno bussò al portone dell’ingegnere. Era il Fenzi che teneva in mano un grosso involto.
Appena entrato in cucina, spiegò:
- Questo è per Rodolfo e Ferdinando. Per oltre due mesi, ogni giorno, avete portato roba da mangiare al maialino per non farlo grugnire. Questa salsicce , queste braciole e queste bistecche sono per voi carissimi ragazzi. Voi non ci crederete, ma lo sapete che cosa ho dovuto fare dopo che voi siete ritornati a Fucecchio? Ho dovuto allargare l’apertura della porta perché il maialino era talmente ingrossato che non poteva più uscire dallo stanzino.
I due ragazzi si guardarono sottecchi e si sorrisero compiaciuti.

 

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