GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

La maestra Ersilia Pucci nei Serri, al centro di due vicende incredibilmente violente

 

La maestra fucecchiese ERSILIA PUCCI nei Serri (1904-1992), diplomatasi nel 1921 a 17 anni a Fucecchio, al centro di due vicende incredibilmente violente

La insegnante fucecchiese, nipote del compianto Maestro Biagetti, ha vissuto sulla propria pelle due atti di terrorismo: uno di matrice nera ed uno, a distanza di 22 anni, di matrice rossa.
Questa è la narrazione dell’atto di terrorismo fascista narrato dalla medesima insegnante nell’inedito manoscritto PER RICORDARE DUE FAMIGLIE DI FERRO
Poggio Tempesti in quel periodo ebbe una sua storia. Fu nell'estate del 1921. Era una località abitata da tre o quattro famiglie. Erano accesi socialisti; non era né una novità né un'eccezione: anche mio zio Fioravante e mio padre lo erano come quasi tutti gli altri contadini della zona. Ma quello che è peggio, era una località di gente violenta e talvolta ci furono sparatorie.
Non ricordo come avvenne. In quell'anno 1921 a Poggio Tempesti ci fu ucciso un fascista, certo Gino Pacini. Era cugino delle signorine Pacini di Vinci, abitando accanto al palazzo Innocenti e quando poi fui destinata là colla mia scuola divennero care amiche.
Dopo quella uccisione la località fu chiamata Poggio Pacini. Passato il 1943, caduto il Fascismo, io ero altrove, ma certamente sarà ritornato il nome di prima.
Il funerale, imponente, fu fatto a Fucecchio. Ricordo che insieme alle mie cugine Biagetti ed altre compagne di studio, assistemmo da un terrazzo di Piazza Montanelli. Tutti gettavano fiori su quella bara. Ebbi tanta compassione per quel giovane sconosciuto. Pensavo ai discorsi che udivo in casa mia, contro ciò che era stato il suo ideale che gli era costato la vita, gettando anch'io di cuore, i fiori su quella bara; ci pensai tanto a quel sacrificio. Non immaginavo davvero cosa sarebbe accaduto quella sera.
Dopo il funerale, la salma venne accompagnata a destinazione: non ricordo se nel cimitero di Fucecchio o di Cerreto Guidi.
All'imbrunire un gruppo di fascisti ritornava al paese. Fra questi c'era un giovane alto e moro, con l'aspetto autoritario, un certo Gherardi. I suoi familiari erano gente distinta e signorile, molto stimati e rispettati in paese dove avevano una farmacia. Il farmacista era il fratello maggiore, già sposato e con due figli, di cui Alina era nella mia classe. Ma lui non so che occupazione avesse, oltre ad essere un accanito cacciatore. Come ho detto, quel gruppo di fascisti rientravano al paese dopo aver accompagnato Gino Pacini alla sua destinazione.
Prima di entrare nell'abitato, dal lato di levante, in prossimità del Convento dei Frati, incontrarono mio zio Fioravante in bicicletta che andava a casa in via Pistoiese da dove venivano loro. Figurarsi l'incontro! Quei fascisti, eccitati dall'avvenimento, incontrare lui, Capo della Lega dei contadini della zona!
Per primo si fece avanti il Gherardi:
- Oh, capiti proprio al momento giusto! Era tanto che ti volevo.
E giù, botte. Con lui, tutti gli altri gli furono addosso con pugni e manganellate e lo lasciarono in un fossetto che costeggiava la strada. Non dava più segni di vita. Per caso era presente il nostro amico e vicino di casa, Dante Banti, che corse subito ad avvertirci. Partirono immediatamente i mie genitori e noi a casa a piangere e a disperarci.
Ricordo che, esaurita dagli ultimi giorni di scuola intensa (dell'ultimo anno), mi prese una crisi nervosa, con un tremito forte, mai provato, facendo scuotere il letto dove mi avevano portata. In casa tutti erano preoccupatissimi in attesa di notizie.
Poi babbo e mamma arrivarono e raccontarono. L'avevano trovato tutto insanguinato e tramortito con la testa piena di ferite e lividi per le botte; ferito dappertutto.
Fu portato all'ospedale ove trovarono urgenza e premura altrove: non c'era tempo per occuparsi di lui. Mia madre cominciò a reclamare piangendo perché qualcuno l'assistesse: e fu medicato.
Per il grave ferimento o per altra causa gli venne una infezione alla testa e fu in pericolo di vita per vari giorni.
Fu un gravissimo fatto anche per noi della famiglia paterna, per le condizioni di mio zio e per la paura riguardo a mio padre.
Poi zio Fiore guarì e l'episodio fu chiuso. Ma a casa nostra, anche noi vivevamo nel terrore perché pure mio padre era socialista ed era "tenuto d'occhio". Ma non si esponeva troppo: questo per i suoi diversi compiti, a differenza di zio che riuniva i contadini della Lega in una stanza alla Ferruzza e faceva "discorsi" nelle riunioni: da contadino come loro, s'intende. Parlava giusto, certo: erano rivendicazioni che dovevano difendere loro stessi; ma erano come cose clandestine e ci voleva prudenza.
Mio padre aveva incarico diverso e più cauto comportamento: faceva parte del Consiglio Comunale che allora era socialista col sindaco Angelo Cecconi, ma le sue mansioni non richiedevano eccessivo zelo.
Ricordo quando lasciava il lavoro nei campi per andare alla riunione del Consiglio.
Si viveva nel terrore dopo l'avventura di mio zio. Spesso la sera o nelle prime ore della notte si sentiva il camion dei fascisti che, come al solito, partiva dal centro del paese, da Fucecchio"basso" cioè dalla Piazza Montanelli per qualche spedizione punitiva o per altro. Si stava attenti dal portico di casa nostra vicina al paese. Mio padre aveva predisposto un passaggio segreto per una eventuale fuga.
Si viveva nel terrore: quel terrore che avrei conosciuto ancor più tragicamente, per causa opposta, vent'anni dopo. Per questo credo d'avere avuto esperienze per poter valutare gli avvenimenti dei miei primi quaranta anni di vita con più conoscenza, comprensione ed imparzialità di quelli che li hanno vissuti in una sola corrente. Io vissi anche l'altra faccia della medaglia e il secondo periodo superò tutte le sofferenze del primo.

A Vinci, nel 1924, la nostra Ersilia Pucci conobbe Gualtiero Serri, impiegato del locale Ufficio Postale, se ne innamorò e lo sposò nel 1929 nonostante l’iniziale avversione dei familiari che di Gualtiero non condividevano affatto l’adesione al Partito Nazionale Fascista. Gualtiero era un romagnolo di Premilcuore, residenza della sorella di Benito Mussolini, a due passi da Predappio. E naturalmente Ersilia sposò anche le idee del suo Gualtiero: si iscrisse al P.N.F. e vi ricopri alcune cariche molto marginali.
Gualtiero ed Ersilia, innamoratissimi del valore e del culto della Patria, non erano degli apostoli del P.N.F. ma due servitori fedeli della Patria e soprattutto del prossimo. Trasferitisi in servizio nel 1942 a Premilcuore, paese nativo di Gualtiero, negli anni caldi della seconda guerra mondiale subirono un feroce attentato, e non solo, da parte dei partigiani rossi di quella zona.
Questa la narrazione dettagliata dell’attentato tratta dall’inedito manoscritto della fucecchiese maestra Ersilia Pucci.

Come ho detto in precedenza, solo tre fratelli Serri seguirono il mestiere del padre Federico. Pilade non fece il muratore. Lui non era alto di statura come gli altri fratelli e parenti che erano soprannominati "biscioni".
Certi particolari li aveva ereditati dalla madre, come i capelli neri ma lisci, gli occhi penetranti e la statura. Quando ebbe l'età di scegliersi un mestiere o una via nella vita, benché le macchine allora fossero piuttosto rare, ebbe modo di diventare un bravo autista e intanto farsi quella limitata istruzione che, a quel tempo, era sufficiente per discrete sistemazioni.
A Premilcuore abitava un certo Briccolani. Non so con esattezza se fosse conte o semplicemente benestante. So che aveva là una tenuta formata da diversi poderi. Pilade fu preso dal sig. Briccolani come amministratore dei suoi poderi. Oltre a questo era l'autista personale nei frequenti viaggi da Premilcuore a Firenze dove di solito abitava. Pilade lasciò la casa paterna ed abitò nel Palazzo Briccolani in centro del paese, a strapiombo sul fiume Rabbi.
Da allora, la casa Serri fu sempre piena di ogni ben di Dio: verdure, frutta, animali, formaggio e raveggioli per gli squisiti tortelli verdi che faceva la Tina.
Pilade seppe fare il suo lavoro con onestà e competenza; si guadagnò la fiducia del padrone e la benevolenza dei contadini che lo colmavano di regalie.
Era un tipo un po' strano ed esigente fra tutti i fratelli Serri quando era in famiglia, ma sia lui che tutti i Serri, cominciando dal padre Federico, furono stimati a Premilcuore per onestà e rettitudine come "persone perbene".
Abitò con i Briccolani per molto tempo a Firenze. Infatti, quando io e Gualtiero ci sposammo nel 1929, lui ci indicò e ci fissò l'albergo per un paio di giorni nella nostra sosta di Firenze.
Poi il nostro viaggio seguitò, ma non molto. Non fu un viaggio di nozze, come anche le più modeste persone usano fare scegliendo le località. Noi arrivammo a Premilcuore, ci trattenemmo alcuni giorni in famiglia e poi ritornammo a casa, ad Anchiano, dove c'era oltre la scuola, l'abitazione per l'insegnante, unica abitazione della località. Nel frattempo, mia sorella Beppina, già maestra, mi fece da supplente.
Per ritornare a dire di Pilade, anche lui visse piuttosto tragicamente il burrascoso periodo del fine guerra e, purtroppo, senza averne responsabilità, per errore. Anche lui, come Ubaldo, non si era mai occupato di politica. Ogni tanto i partigiani pretendevano rifornimenti dai contadini dei poderi di montagna e anche da quelli della Tenuta Briccolani. Pilade li aveva avvertiti di aiutarli secondo le possibilità, senza reagire, ché il loro sacrificio sarebbe stato riconosciuto; ma non voleva né litigi né tragedie. Suppongo che ne avesse avuta facoltà dal padrone. Per tutto il tempo della guerra non ebbe noie. Si arrivò alla tragica sera del 5 febbraio 1944. I partigiani, dopo vari precedenti assalti, erano ritornati più numerosi e ben bene armati a Premilcuore. Prima di attaccare la Caserma dei Carabinieri, di depredare la Banca e l'Ufficio Postale e di distruggere varie abitazioni, fra cui la nostra, fecero irruzione nel Bar di Pino Romualdi detto "Paina" sotto i portici in Piazza del Municipio. Questo Bar aveva l'ingresso dalla Piazza, sotto il loggiato, ed aveva di dietro lo strapiombo sul fiume. Appena entrati, domandarono chi era il Serri. Pilade si fece avanti. Sapeva che non aveva niente da temere e perciò non aveva paura. Fu invitato a mettersi al muro. I presenti intuirono e si allontanarono. Tutto nel breve tempo di pochi istanti: una scarica di mitra e Pilade cadde al suolo. Allora tutti fuggirono. Rimase lì, solo. Ma la scarica non fu mortale. I proiettili che gli trapassarono il viso da una guancia all'altra certamente erano destinati alla testa e quelli che gli trapassarono le cosce erano senza dubbio destinati all'addome: una mira un po' troppo bassa, forse per insufficiente perizia dello sparatore. Comunque, appena si riebbe un po', sapendo che c'era un'uscita nel retro del Bar ed una ripida discesa che portava al fiume, si trascinò fuori e a ruzzoloni arrivò in fondo. Per lo sforzo, la perdita di sangue e lo spavento svenne e rimase lì. Quella sera e durante la notte nevicò (La ricordo bene quella nevicata!). Questo fu la sua salvezza perché la neve ed il freddo fecero coagulare il sangue sulle ferite arrestando l'emorragia.
All'alba una persona, passando sul ponte di ponente, vide che in fondo al dirupo, sulla riva del fiume, c'era un uomo. Fu dato l'allarme, portato all'ospedale e salvato. Tutto questo succedeva mentre noi, (Ersilia, il marito Gualtiero ed il figlio Franco di 12 anni) avvertiti in tempo dal nostro vicino di casa, certo Galeotti, eravamo saliti in soffitta da una botola e avevamo tirato sù la scala a pioli. Fu una notte di terrore. Non si sapeva cosa stava succedendo in paese.
Purtroppo avevamo sotto di noi il fracasso che distruggeva casa nostra. Si sentivano fuori dei colpi come cannonate. Si seppe dopo che nell'assalto alla Caserma, dalla collina di fronte, fu sparato con un cannoncino. La facciata rimase per parecchio tempo con profonde buche circolari. Si sentivano camion in arrivo. Ci dissero dopo che erano rinforzi di militi da Forlì. Si sparava alla grande. L'operazione fu qualificata infatti come atto di guerra.
La mattina dopo, il Brigadiere dei CC Zanon fece il sopralluogo nella nostra casa devastata pensando di trovarci tutti morti. Ci chiamò per nome, si dichiarò, e allora ci affacciammo alla botola. Era fasciato alla testa, ferito nella sparatoria.
Solo allora sapemmo della triste storia di Pilade. Non era grave; non fu mai grave.
Tutto era distrutto, tutto in rovina e mobili e materassi gettati dalle finestre nella strada. I nostri documenti importanti ed i nostri risparmi, in previsione, li tenevamo dentro il quadro della Madonna sopra al capezzale del letto e quel quadro rimase intatto, attaccato al suo posto. La Cassa della Posta, già da tempo la tenevamo sopra un angolo dell'armadio, in camera, invece che nell'Ufficio. Anche quell'armadio fu spaccato, specchio, sportelli; restò ritto un angolo come un moncherino verso l'alto e lì sopra c'era la busta di spago che conteneva la cassa dell'Ufficio. Cose strane, incredibili, come volute da qualcosa o da qualcuno.
Tutto era distrutto ma non ci pensava nessuno di noi perché eravamo tutti vivi, mentre l'agguato nel Bar era destinato a Gualtiero e, se riusciva, a quell'ora era già morto. Ancora cose inspiegabili. Poco dopo Pilade abbandonò il Palazzo Briccolani e ritornò nella casa paterna.

La vicenda di Ersilia Pucci e di Gualtiero Serri ebbe un seguito incredibile. Sulla base di accuse mendaci, Ersilia e Gualtiero perdettero il loro posto di lavoro: Gualtiero venne addirittura carcerato.
La grandissima Ersilia, forte della propria innocenza, scavalcando i propri avvocati difensori, riuscì a dimostrare con prove incontrovertibili la mendacità delle accuse dei “rossi”. Gualtiero , subito dopo il processo venne rimesso in libertà. La indomita Ersilia, dopo aver affrontato vittoriosamente il tribunale, andò a Roma ad affrontare i Ministeri da cui lei e Gualtiero dipendevano: e rivinse la sua seconda battaglia. Ersilia e Gualtiero vennero reintegrati nei loro posti di lavoro: la scuola e l’Ufficio Postale.
 

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