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La
maestra fucecchiese ERSILIA PUCCI nei Serri (1904-1992),
diplomatasi nel 1921 a 17 anni a Fucecchio, al centro di
due vicende incredibilmente violente
La insegnante fucecchiese, nipote del compianto Maestro
Biagetti, ha vissuto sulla propria pelle due atti di
terrorismo: uno di matrice nera ed uno, a distanza di 22
anni, di matrice rossa.
Questa è la narrazione dell’atto di terrorismo fascista
narrato dalla medesima insegnante nell’inedito
manoscritto PER RICORDARE DUE FAMIGLIE DI FERRO
Poggio Tempesti in quel periodo ebbe una sua storia. Fu
nell'estate del 1921. Era una località abitata da tre o
quattro famiglie. Erano accesi socialisti; non era né
una novità né un'eccezione: anche mio zio Fioravante e
mio padre lo erano come quasi tutti gli altri contadini
della zona. Ma quello che è peggio, era una località di
gente violenta e talvolta ci furono sparatorie.
Non ricordo come avvenne. In quell'anno 1921 a Poggio
Tempesti ci fu ucciso un fascista, certo Gino Pacini.
Era cugino delle signorine Pacini di Vinci, abitando
accanto al palazzo Innocenti e quando poi fui destinata
là colla mia scuola divennero care amiche.
Dopo quella uccisione la località fu chiamata Poggio
Pacini. Passato il 1943, caduto il Fascismo, io ero
altrove, ma certamente sarà ritornato il nome di prima.
Il funerale, imponente, fu fatto a Fucecchio. Ricordo
che insieme alle mie cugine Biagetti ed altre compagne
di studio, assistemmo da un terrazzo di Piazza
Montanelli. Tutti gettavano fiori su quella bara. Ebbi
tanta compassione per quel giovane sconosciuto. Pensavo
ai discorsi che udivo in casa mia, contro ciò che era
stato il suo ideale che gli era costato la vita,
gettando anch'io di cuore, i fiori su quella bara; ci
pensai tanto a quel sacrificio. Non immaginavo davvero
cosa sarebbe accaduto quella sera.
Dopo il funerale, la salma venne accompagnata a
destinazione: non ricordo se nel cimitero di Fucecchio o
di Cerreto Guidi.
All'imbrunire un gruppo di fascisti ritornava al paese.
Fra questi c'era un giovane alto e moro, con l'aspetto
autoritario, un certo Gherardi. I suoi familiari erano
gente distinta e signorile, molto stimati e rispettati
in paese dove avevano una farmacia. Il farmacista era il
fratello maggiore, già sposato e con due figli, di cui
Alina era nella mia classe. Ma lui non so che
occupazione avesse, oltre ad essere un accanito
cacciatore. Come ho detto, quel gruppo di fascisti
rientravano al paese dopo aver accompagnato Gino Pacini
alla sua destinazione.
Prima di entrare nell'abitato, dal lato di levante, in
prossimità del Convento dei Frati, incontrarono mio zio
Fioravante in bicicletta che andava a casa in via
Pistoiese da dove venivano loro. Figurarsi l'incontro!
Quei fascisti, eccitati dall'avvenimento, incontrare
lui, Capo della Lega dei contadini della zona!
Per primo si fece avanti il Gherardi:
- Oh, capiti proprio al momento giusto! Era tanto che ti
volevo.
E giù, botte. Con lui, tutti gli altri gli furono
addosso con pugni e manganellate e lo lasciarono in un
fossetto che costeggiava la strada. Non dava più segni
di vita. Per caso era presente il nostro amico e vicino
di casa, Dante Banti, che corse subito ad avvertirci.
Partirono immediatamente i mie genitori e noi a casa a
piangere e a disperarci.
Ricordo che, esaurita dagli ultimi giorni di scuola
intensa (dell'ultimo anno), mi prese una crisi nervosa,
con un tremito forte, mai provato, facendo scuotere il
letto dove mi avevano portata. In casa tutti erano
preoccupatissimi in attesa di notizie.
Poi babbo e mamma arrivarono e raccontarono. L'avevano
trovato tutto insanguinato e tramortito con la testa
piena di ferite e lividi per le botte; ferito
dappertutto.
Fu portato all'ospedale ove trovarono urgenza e premura
altrove: non c'era tempo per occuparsi di lui. Mia madre
cominciò a reclamare piangendo perché qualcuno
l'assistesse: e fu medicato.
Per il grave ferimento o per altra causa gli venne una
infezione alla testa e fu in pericolo di vita per vari
giorni.
Fu un gravissimo fatto anche per noi della famiglia
paterna, per le condizioni di mio zio e per la paura
riguardo a mio padre.
Poi zio Fiore guarì e l'episodio fu chiuso. Ma a casa
nostra, anche noi vivevamo nel terrore perché pure mio
padre era socialista ed era "tenuto d'occhio". Ma non si
esponeva troppo: questo per i suoi diversi compiti, a
differenza di zio che riuniva i contadini della Lega in
una stanza alla Ferruzza e faceva "discorsi" nelle
riunioni: da contadino come loro, s'intende. Parlava
giusto, certo: erano rivendicazioni che dovevano
difendere loro stessi; ma erano come cose clandestine e
ci voleva prudenza.
Mio padre aveva incarico diverso e più cauto
comportamento: faceva parte del Consiglio Comunale che
allora era socialista col sindaco Angelo Cecconi, ma le
sue mansioni non richiedevano eccessivo zelo.
Ricordo quando lasciava il lavoro nei campi per andare
alla riunione del Consiglio.
Si viveva nel terrore dopo l'avventura di mio zio.
Spesso la sera o nelle prime ore della notte si sentiva
il camion dei fascisti che, come al solito, partiva dal
centro del paese, da Fucecchio"basso" cioè dalla Piazza
Montanelli per qualche spedizione punitiva o per altro.
Si stava attenti dal portico di casa nostra vicina al
paese. Mio padre aveva predisposto un passaggio segreto
per una eventuale fuga.
Si viveva nel terrore: quel terrore che avrei conosciuto
ancor più tragicamente, per causa opposta, vent'anni
dopo. Per questo credo d'avere avuto esperienze per
poter valutare gli avvenimenti dei miei primi quaranta
anni di vita con più conoscenza, comprensione ed
imparzialità di quelli che li hanno vissuti in una sola
corrente. Io vissi anche l'altra faccia della medaglia e
il secondo periodo superò tutte le sofferenze del primo.
A Vinci, nel 1924, la nostra Ersilia Pucci conobbe
Gualtiero Serri, impiegato del locale Ufficio Postale,
se ne innamorò e lo sposò nel 1929 nonostante l’iniziale
avversione dei familiari che di Gualtiero non
condividevano affatto l’adesione al Partito Nazionale
Fascista. Gualtiero era un romagnolo di Premilcuore,
residenza della sorella di Benito Mussolini, a due passi
da Predappio. E naturalmente Ersilia sposò anche le idee
del suo Gualtiero: si iscrisse al P.N.F. e vi ricopri
alcune cariche molto marginali.
Gualtiero ed Ersilia, innamoratissimi del valore e del
culto della Patria, non erano degli apostoli del P.N.F.
ma due servitori fedeli della Patria e soprattutto del
prossimo. Trasferitisi in servizio nel 1942 a
Premilcuore, paese nativo di Gualtiero, negli anni caldi
della seconda guerra mondiale subirono un feroce
attentato, e non solo, da parte dei partigiani rossi di
quella zona.
Questa la narrazione dettagliata dell’attentato tratta
dall’inedito manoscritto della fucecchiese maestra
Ersilia Pucci.
Come ho detto in precedenza, solo tre fratelli Serri
seguirono il mestiere del padre Federico. Pilade non
fece il muratore. Lui non era alto di statura come gli
altri fratelli e parenti che erano soprannominati "biscioni".
Certi particolari li aveva ereditati dalla madre, come i
capelli neri ma lisci, gli occhi penetranti e la
statura. Quando ebbe l'età di scegliersi un mestiere o
una via nella vita, benché le macchine allora fossero
piuttosto rare, ebbe modo di diventare un bravo autista
e intanto farsi quella limitata istruzione che, a quel
tempo, era sufficiente per discrete sistemazioni.
A Premilcuore abitava un certo Briccolani. Non so con
esattezza se fosse conte o semplicemente benestante. So
che aveva là una tenuta formata da diversi poderi.
Pilade fu preso dal sig. Briccolani come amministratore
dei suoi poderi. Oltre a questo era l'autista personale
nei frequenti viaggi da Premilcuore a Firenze dove di
solito abitava. Pilade lasciò la casa paterna ed abitò
nel Palazzo Briccolani in centro del paese, a strapiombo
sul fiume Rabbi.
Da allora, la casa Serri fu sempre piena di ogni ben di
Dio: verdure, frutta, animali, formaggio e raveggioli
per gli squisiti tortelli verdi che faceva la Tina.
Pilade seppe fare il suo lavoro con onestà e competenza;
si guadagnò la fiducia del padrone e la benevolenza dei
contadini che lo colmavano di regalie.
Era un tipo un po' strano ed esigente fra tutti i
fratelli Serri quando era in famiglia, ma sia lui che
tutti i Serri, cominciando dal padre Federico, furono
stimati a Premilcuore per onestà e rettitudine come
"persone perbene".
Abitò con i Briccolani per molto tempo a Firenze.
Infatti, quando io e Gualtiero ci sposammo nel 1929, lui
ci indicò e ci fissò l'albergo per un paio di giorni
nella nostra sosta di Firenze.
Poi il nostro viaggio seguitò, ma non molto. Non fu un
viaggio di nozze, come anche le più modeste persone
usano fare scegliendo le località. Noi arrivammo a
Premilcuore, ci trattenemmo alcuni giorni in famiglia e
poi ritornammo a casa, ad Anchiano, dove c'era oltre la
scuola, l'abitazione per l'insegnante, unica abitazione
della località. Nel frattempo, mia sorella Beppina, già
maestra, mi fece da supplente.
Per ritornare a dire di Pilade, anche lui visse
piuttosto tragicamente il burrascoso periodo del fine
guerra e, purtroppo, senza averne responsabilità, per
errore. Anche lui, come Ubaldo, non si era mai occupato
di politica. Ogni tanto i partigiani pretendevano
rifornimenti dai contadini dei poderi di montagna e
anche da quelli della Tenuta Briccolani. Pilade li aveva
avvertiti di aiutarli secondo le possibilità, senza
reagire, ché il loro sacrificio sarebbe stato
riconosciuto; ma non voleva né litigi né tragedie.
Suppongo che ne avesse avuta facoltà dal padrone. Per
tutto il tempo della guerra non ebbe noie. Si arrivò
alla tragica sera del 5 febbraio 1944. I partigiani,
dopo vari precedenti assalti, erano ritornati più
numerosi e ben bene armati a Premilcuore. Prima di
attaccare la Caserma dei Carabinieri, di depredare la
Banca e l'Ufficio Postale e di distruggere varie
abitazioni, fra cui la nostra, fecero irruzione nel Bar
di Pino Romualdi detto "Paina" sotto i portici in Piazza
del Municipio. Questo Bar aveva l'ingresso dalla Piazza,
sotto il loggiato, ed aveva di dietro lo strapiombo sul
fiume. Appena entrati, domandarono chi era il Serri.
Pilade si fece avanti. Sapeva che non aveva niente da
temere e perciò non aveva paura. Fu invitato a mettersi
al muro. I presenti intuirono e si allontanarono. Tutto
nel breve tempo di pochi istanti: una scarica di mitra e
Pilade cadde al suolo. Allora tutti fuggirono. Rimase
lì, solo. Ma la scarica non fu mortale. I proiettili che
gli trapassarono il viso da una guancia all'altra
certamente erano destinati alla testa e quelli che gli
trapassarono le cosce erano senza dubbio destinati
all'addome: una mira un po' troppo bassa, forse per
insufficiente perizia dello sparatore. Comunque, appena
si riebbe un po', sapendo che c'era un'uscita nel retro
del Bar ed una ripida discesa che portava al fiume, si
trascinò fuori e a ruzzoloni arrivò in fondo. Per lo
sforzo, la perdita di sangue e lo spavento svenne e
rimase lì. Quella sera e durante la notte nevicò (La
ricordo bene quella nevicata!). Questo fu la sua
salvezza perché la neve ed il freddo fecero coagulare il
sangue sulle ferite arrestando l'emorragia.
All'alba una persona, passando sul ponte di ponente,
vide che in fondo al dirupo, sulla riva del fiume, c'era
un uomo. Fu dato l'allarme, portato all'ospedale e
salvato. Tutto questo succedeva mentre noi, (Ersilia, il
marito Gualtiero ed il figlio Franco di 12 anni)
avvertiti in tempo dal nostro vicino di casa, certo
Galeotti, eravamo saliti in soffitta da una botola e
avevamo tirato sù la scala a pioli. Fu una notte di
terrore. Non si sapeva cosa stava succedendo in paese.
Purtroppo avevamo sotto di noi il fracasso che
distruggeva casa nostra. Si sentivano fuori dei colpi
come cannonate. Si seppe dopo che nell'assalto alla
Caserma, dalla collina di fronte, fu sparato con un
cannoncino. La facciata rimase per parecchio tempo con
profonde buche circolari. Si sentivano camion in arrivo.
Ci dissero dopo che erano rinforzi di militi da Forlì.
Si sparava alla grande. L'operazione fu qualificata
infatti come atto di guerra.
La mattina dopo, il Brigadiere dei CC Zanon fece il
sopralluogo nella nostra casa devastata pensando di
trovarci tutti morti. Ci chiamò per nome, si dichiarò, e
allora ci affacciammo alla botola. Era fasciato alla
testa, ferito nella sparatoria.
Solo allora sapemmo della triste storia di Pilade. Non
era grave; non fu mai grave.
Tutto era distrutto, tutto in rovina e mobili e
materassi gettati dalle finestre nella strada. I nostri
documenti importanti ed i nostri risparmi, in
previsione, li tenevamo dentro il quadro della Madonna
sopra al capezzale del letto e quel quadro rimase
intatto, attaccato al suo posto. La Cassa della Posta,
già da tempo la tenevamo sopra un angolo dell'armadio,
in camera, invece che nell'Ufficio. Anche quell'armadio
fu spaccato, specchio, sportelli; restò ritto un angolo
come un moncherino verso l'alto e lì sopra c'era la
busta di spago che conteneva la cassa dell'Ufficio. Cose
strane, incredibili, come volute da qualcosa o da
qualcuno.
Tutto era distrutto ma non ci pensava nessuno di noi
perché eravamo tutti vivi, mentre l'agguato nel Bar era
destinato a Gualtiero e, se riusciva, a quell'ora era
già morto. Ancora cose inspiegabili. Poco dopo Pilade
abbandonò il Palazzo Briccolani e ritornò nella casa
paterna.
La vicenda di Ersilia Pucci e di Gualtiero Serri ebbe un
seguito incredibile. Sulla base di accuse mendaci,
Ersilia e Gualtiero perdettero il loro posto di lavoro:
Gualtiero venne addirittura carcerato.
La grandissima Ersilia, forte della propria innocenza,
scavalcando i propri avvocati difensori, riuscì a
dimostrare con prove incontrovertibili la mendacità
delle accuse dei “rossi”. Gualtiero , subito dopo il
processo venne rimesso in libertà. La indomita Ersilia,
dopo aver affrontato vittoriosamente il tribunale, andò
a Roma ad affrontare i Ministeri da cui lei e Gualtiero
dipendevano: e rivinse la sua seconda battaglia. Ersilia
e Gualtiero vennero reintegrati nei loro posti di
lavoro: la scuola e l’Ufficio Postale.
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