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Nell’altro appartamento
della fabbricato colonico a confine con la nostra casa
viveva la famiglia di Emilio Billi, classe 1886. Essa
era formata da Emilio, da sua moglie Iole e dai figli
Primo ed Ettorina. Emilio era una persona molto
riservata ed animata da una volontà di ferro. Non
perdeva mai la calma. Non lo vedevo mai irritato né in
preda alla paura e alla disperazione. Insieme al figlio
Primo faceva il durissimo lavoro del renaiolo nel letto
dell’Arno che scorreva a poca distanza dalle nostre
abitazioni. Giorno dopo giorno, anno dopo anno essi
trasportavano fin sopra l’argine i carichi di rena
scavata appunto nel letto del fiume. Il sole aveva cotto
la loro pelle. Il loro incarnato era scurissimo, ma il
loro cuore era limpido, trasparente e disponibile sempre
a prestare aiuto a tutto il vicinato. Iole, la madre di
famiglia, era una paziente ed attivissima donna di casa:
mai le ho sentito profferire parole di rammarico o di
lamentela. Mia madre era la sua confidente, la sua amica
prediletta.
Un giorno – io frequentavo la prima classe – mia madre
regalò a Iole un coniglio dato che noi in quel periodo
ne avevamo moltissimi. Il giorno dopo vedemmo entrare in
casa nostra Iole con una bella reina di circa due
chilogrammi. La reina era un pregiato pesce del nostro
Arno. L’avevano pescata Emilio e Primo che erano anche
due appassionati ed abili pescatori. Era l’anno 1939.
Cinque anni dopo, nel mese di ottobre – la guerra , a
Fucecchio, era finita ormai da due mesi – stavo
armeggiando nella mia casa con una tavoletta di legno e
due ruote da carrozzella: volevo realizzare un
monopattino. Ce la stavo mettendo tutta per far vedere a
mio fratello Marcello – un costruttore nato – che anche
il suo aiuto sarei riuscito a realizzare quel benedetto
e santo monopattino che avevo in testa. Proprio nel
momento in cui stavo per fissare alla tavoletta la prima
ruota, sobbalzai per una esplosione che mi ricordava da
vicino quelle delle cannonate che fino a tutto agosto
avevano seminato morte e rovine nella nostra sfortunata
Samo. La tavoletta e la ruota mi caddero per terra. E
dopo la deflagrazione udii delle grida di aiuto. Non mi
fu difficile riconoscere la voce di Iole. Mi precipitai
nell’aia della sua casa e vidi per terra un corpo
disteso in un lago di sangue.
- E’ Emilio ! E’ il mi’ Emilio. Corri a chiamare subito
qualcuno.
Cominciai a gridare “Aiuto!”
Arrivarono molte persone. Emilio non era morto. Si
muoveva ed accennava a parlare.
D’urgenza venne condotto all’ospedale.
Lì riuscì a raccontare di avere trovato un ordigno – una
mina – e nel tentativo di disinnescarla gli era esplosa
fra le mani.
Inutili furono i tentativi dei medici di salvarlo.
Qualche giorno dopo, il 31 ottobre 1944 alla lunga lista
dei morti della zona venne aggiunto anche il nome di
Emilio Billi.
Alvaro Zingoni
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