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Febbraio, febbraietto corto e maledetto
- Febbraio, febbraietto, corto e maledetto. E’ proprio
vero. Questa è una notte da inferno – disse Ottavio
Caverni rivolto alle due donne, presenti in cucina,
venute per assistere al parto di sua moglie Domenica.
Sotto il paiolo, quasi colmo d’acqua, appeso alla catena
del caminetto ardevano alcune piccole ceppe che il
Caverni via via attizzava con un ferro tutto annerito.
La luce del lume a petrolio a stento illuminava la
tavola sulla quale era stato appoggiato. Fuori pioveva e
soffiava il vento. Verso le undici cominciarono gli
scoppi fragorosi dei tuoni.
- Sant’Anna, Sant’Annetta, liberaci dal tuono e dalla
saetta – invocò una delle due donne.
- Forza, forza, che ce la fai – si sentiva gridare dalla
camera.
- Non ce la facc…
Il boato secco di un tuono soffocò la voce della
partoriente. Subito dopo la porta della camera si aprì.
La donna che assisteva l’ostetrica si affacciò e
visibilmente compiaciuta annunciò:
- E’ un maschietto! E’ andato tutto bene.
I tuoni, per un attimo, si placarono. Ottavio e le due
donne poterono udire chiaramente il vagito del neonato
Duilio.
Subito dopo la porta della camera fu aperta.
- Ora abbiamo bisogno del vostro aiuto – disse
l’ostetrica rivolta alle due donne che avevano atteso
l’evento insieme al Caverni.
I tuoni rantolavano ancora quella notte dell’8 febbraio
1923. Le due donne cominciarono a fare la spola fra la
cucina e la camera. Ben presto la cesta, posta in fondo
al tavolo e colma di biancheria, si vuotò. Ottavio
dovette versare altre mezzine piene di acqua nel paiolo.
Pioggia, vento e tuoni non accennavano a placarsi.
Poco prima della mezzanotte la “balia” – così venivano
chiamate allora le ostetriche – chiamò dalla camera il
Caverni:
- Ora potete venire a vedere il vostro bambino.
L’ostetrica prese in mano uno dei due lumi a petrolio
che avevano illuminato la camera e lo avvicinò al letto
dove giacevano la puerpera ed il neonato tutto quanto
arrotolato nelle alte fasce allora in uso. Ottavio
rimase colpito dagli occhietti del suo Duilio resi forse
più vividi dai bagliori del lume a petrolio.
- Brava, Domenica ! Sono proprio contento – disse con un
filo di commozione il buon Ottavio.
- Voglio vederlo anch’io, babbo – chiese Marino, il
primogenito dei coniugi Caverni, sbucato in camera.
La mamma gli sorrise.
- Sei contento di avere un fratellino?
- Sì, mamma. Speriamo, però, che non muoia come la mia
prima sorellina.
- Prega Gesù perché questo non ci succeda. Ora vai a
letto ché domattina devi andare a scuola.
Marino, che era stato svegliato dai tuoni e
dall’insolito trambusto notturno che si era verificato
nella sua casa posta nella colmata adiacente alla Via
delle Calle, obbedì e ritornò a letto.
Claudio, per niente infastidito dal rumore dei tuoni, si
addormentò placidamente.
Soltanto alle sei del mattino, quando smise di piovere,
l’ostetrica e le donne poterono ritornare alle loro
case.
Marino, quella mattina del 9 febbraio, nonostante la
nottataccia, era raggiante in volto. Avrebbe voluto
raccontare a tutti che gli era nato un fratellino, ma
nessuno nel 1923 mostrava interesse per eventi di quel
genere. Naturalmente a Marino non passò nemmeno per la
testa il proposito di raccontarlo al suo maestro, sempre
sprezzante nei confronti degli scolari con gli zoccoli.
Questa esultanza repressa mortificò per lungo tempo il
primogenito di Ottavio e Domenica Caverni.
Lo Stadio Comunale Filippo Corsini
La domenica del 1° maggio 1927, alla presenza della
principessa Giovanna di Savoia, venne inaugurato lo
Stadio Comunale Filippo Corsini.
I muri del paese errano stati tappezzati, in questa
occasione, di manifesti vistosi. Nei bar, nelle
trattorie e nelle osterie facevano bella mostra delle
locandine illustrate che annunciavano il lieto evento.
In casa Caverni non se ne era parlato nemmeno a tavola.
Gli unici interessi dei coniugi Ottavio e Domenica erano
il lavoro dei campi, la conduzione della stalla e
l’allargamento della famiglia.
Verso le ore 10,30 nell’aia dei Caverni si fermò un
calesse trainato da un cavallo. Il piccolo Duilio, che
aveva ormai quattro anni, cominciò a chiamare:
-Mamma! Mamma! Mamma!
Domenica, che era in cucina, si affacciò preoccupata
alla finestra convinta che fosse successo qualcosa a
Fernanda o al piccolo Quinto che di lì a poco avrebbe
compiuto due anni.
Appena Domenica vide il calesse, si rese conto che era
arrivato il padrone del podere, il professor Pellegrini.
La donna si rassettò alla meglio il fazzoletto che
portava perennemente in testa, scese le scale e
trafelata salutò:
- Buongiorno, signor padrone. Venga su a rinfrescarsi.
Poi, rivolta a Fernanda:
- Vai a chiamare subito babbo che è nel campo in fondo
alla viottola. Digli che venga subito a casa perché c’è
il padrone.
La piccola Fernanda – aveva appena sei anni – non se lo
fece ripetere due volte. Volò in fondo al viottolo e
dopo pochi minuti ricomparve sull’aia insieme al babbo.
Duilio si era rintanato in un angolo della casa e
guardava con insistenza il calesse, il cavallo ed il
conduttore. Il piccolo Quinto, invece, aveva preferito
prendere per mano la mamma.
- Buongiorno, sor padrone – salutò Ottavio – Qual buon
vento l’ha portato qui nel suo podere?
Il professore, togliendosi di bocca il sigaro toscano
che aveva acceso appena disceso dal calesse, spiegò:
- Non potevo mancare ad un avvenimento importante come
quello di oggi.
Ottavio parve cadere dalle nuvole. Il padrone proseguì:
- Oggi, nel primo pomeriggio, ci sarà l’inaugurazione
del nuovo stadio, il Filippo Corsini. Avremo come ospite
la Principessa Giovanna di Savoia.
- Allora, signor padrone, resta a mangiare con noi.
Faccio ammazzare subito un “conigliolo” e lo farò
friggere alla massaia – lo interruppe il Caverni.
- No, no, Ottavio. Mi hanno invitato già dei parenti. Ho
approfittato di questa occasione per venire a
sentire se avete bisogno di niente.
- Per il momento, no – rispose il Caverni.
- Ho visto che il grano è venuto su bene - proseguì il
professore – Il raccolto dovrebbe essere abbondante. E
il vostro figlio più grande dov’è?
- E’ andato alla Messa delle dieci, come tutte le
domeniche – rispose prontamente la madre.
- Quanti anni ha?
- Ne ha finiti tredici il 14 aprile – intervenne
nuovamente la massaia.
- Ma poi ha continuato a studiare?
- Non c’è stato verso, professore. Troppo mi sono
raccomandata, ma lui non voluto sentirmi.
- Peccato !- esclamò il padrone.
- Peccato davvero – ammise sconsolata la massaia –
Gliel’ho raccontato tante volte quello che dovetti fare
per imparare a leggere le lettere di Ottavio quando mi
scriveva dal fronte. Poi imparai anche a scrivere un
pochino. Avrei fatto qualsiasi sacrificio pur di fargli
prendere almeno la licenza di Avviamento.
- E tu, Ottavio, non ti sei fatto sentire?
- Io mi sarei fatto sentir volentieri a qualche altro;
ma non si può. I maestri ce l’hanno a morte con i
figlioli dei contadini. Dicono che sono zucconi, che non
capiscono niente. E come fa un bambino a prenderci
passione se si sente maltrattato?
Il Pellegrini cambiò argomento. Sapeva benissimo che
Ottavio , quando prendeva l’aire, diventa polemico fino
all’inverosimile.
Duilio, intanto, aveva abbandonato l’angolo della casa e
si era accostato al babbo. Anche se non capiva, lo
ascoltava ammirato. Fernanda, invece, si era unita alla
mamma e a Quinto. L’unica persona che ostentava una
indifferenza assoluta era il conducente del calesse, un
tipetto striminzito, cappello in testa e pipa spenta in
bocca. L’uomo non aveva lasciato le briglie, consapevole
che, di lì a poco, il padrone se ne sarebbe risalito sul
calesse e si sarebbero diretti verso il centro.
- Allora, Ottavio, non c’è proprio bisogno di niente?
- Per il momento, no.
Appena il padrone fece il gesto di voler risalire sul
calesse, Duilio cominciò a piangere a vita tagliata. Il
Pellegrini, turbato da quel pianto, si fermò, si volse
verso il ragazzino e gli chiese:
- Cosa mai ti è successo ?
Duilio, con l’indice della mano sinistra, indicò il
calesse. E, rivolto al babbo, piangendo, ebbe il
coraggio di dire.
- Voglio montare su quel carrettino.
Il buon Pellegrini, rivolto al conducente, disse:
- Portalo, anzi, portali fino alla Ferruzza e poi
ritorna qui sull’aia. Massaia, montateci anche voi con
il piccolino e la bambina.
Quando Duilio si trovò sul sedile del calesse con la
mamma, Fernanda e Quinto si sentì traboccare di
felicità. Alla Ferruzza incrociarono Marino che
ritornava dalla Messa delle dieci. Salì anche lui sul
calesse.
Duilio non dimenticò mai più quella mattina.
Ottavio, prima di congedarsi dal padrone, gli chiese:
- Ma ora che cosa ci faranno nel Piazzale ?
Il Pellegrini scosse la testa come a dire che non lo
sapeva.
Il primo impatto con la scuola elementare
Il mercoledì sera del 30 settembre 1929, i Caverni
avevano finito di vendemmiare.
Duilio si era divertito moltissimo a tagliare i bei
grappoli di uva bianca e nera insieme a tutti i
familiari ed ad alcuni conoscenti del vicinato. Duilio
era stato sempre accanto a Fernanda e al fratellino
Quinto.
Aveva osservato con molta curiosità i cinque o sei
paesani che durante la vendemmia erano venuti a chiedere
un pingello d’uva dorata. Ottavio non aveva rifiutato a
nessuno il classico pingello che i fucecchiesi avrebbero
attaccato ai chiodi piantati nei travicelli del
soffitto. Quell’uva sarebbe stata consumata in dicembre
e in gennaio come companatico nei giorni di miseria
nera. Per Capodanno, poi, tutti i fucecchiesi, per
propiziarsi una buona annata, dovevano mangiare – per
benedizione, si diceva – qualche acino d’uva. Per queste
ragioni i contadini non rifiutavano a nessuno le due
“ciocche” d’uva che pendevano da un rametto robusto
della vite : da qui il significato del vocabolo “pingello”.
Duilio era rimasto particolarmente colpito dalla figura
di un vecchietto, filiforme, un po' trasandato nel
vestire, con un paio di occhialini scuri scuri. Teneva
sotto il braccio sinistro una borsa di corda quasi piena
di uva. Il babbo Ottavio lo aveva chiamato per nome. Ma
che nome strano! Arcasio. Duilio aveva accennato ad un
sorriso.
Dopo cena, quella sera del 30 settembre, Ottavio chiese
alla moglie se aveva preparato tutto l’occorrente per
Duilio che l’indomani avrebbe fatto il suo ingresso
nella scuola elementare. Domenica rispose
affermativamente con un movimento della testa.
- Ce lo accompagni, tu, Domenica, nel Piazzale, a scuola
– chiese il capoccio
La massaia disse che non poteva perché l’indomani se la
doveva vedere con il cenerone per il bucato
quindicinale.
Intervenne Marino:
- Potrei andarci io. Muoio dalla voglia di rivedere la
maestra Franchini. Lei voleva bene a tutti.
- D’accordo. Poi , tutti i giorni, Duilio ci andrà con
Fernanda. Semmai, Marino, ai primi di novembre, nei
giorni di Fiera andrai a riprenderli tu. Non vorrei che
si fermassero nel piazzale e che succedesse loro
qualcosa.
La massaia si alzò, si portò accanto a Duilio e gli
confessò:
- Tu, figlio mio, sei nato fortunato perché puoi andare
a scuola. Imparerai a leggere e a scrivere. Chi non sa
leggere e scrivere è più sfortunato di tutte le altre
persone. Io ne so qualcosa.
La donna ritornò a sedersi al suo posto. La fiammella
del lume a petrolio attaccato ad una catenella appesa al
soffitto riverberava dei riflessi particolari sul volto
attento di Duilio. La mamma, rivolta al marito,
raccontò:
- Ricordi, Ottavio? Eri partito per la guerra mondiale.
Il nostro Marino aveva appena un anno. Tu, prima di
partire, mi raccomandasti mille volte di farti sapere
sempre come stava il bambino e quali lavori riuscivo a
compiere nel podere. Ma tu sapevi benissimo che io non
sapevo né leggere né scrivere. Quando tu mi scrivevi
dovevo andare sempre da una mia amica che aveva fatto la
seconda elementare. Lei, poveretta, mi leggeva le
lettere e poi ti rispondeva. Io non ce la facevo a
sopportare una situazione di questo genere. Le chiesi se
poteva insegnarmi a leggere e a scrivere. Lei, poverina,
tutte le sere, dopo cena, quando avevo messo a letto
Marino, veniva a casa nostra e mi insegnò a leggere e a
scrivere. Dopo appena un anno cominciai a scriverti da
me. Quella donna meriterebbe un monumento. Hai sentito,
Duilio? Perciò mi raccomando, Duilio: se vuoi rendermi
felice, non fare come Marino. Continua a studiare anche
dopo la quinta classe. Hai capito? Io farò qualsiasi
sacrificio per mantenerti a scuola. Me lo prometti?
Duilio, un po' trasecolato, accennò di sì con il viso.
Verso le otto Duilio , con Fernanda e Marino, lasciò la
sua casetta posta in fondo a via della Querciola e,
armato di cartella di fibra, si avviò verso la via delle
Calle. Era talmente preso dalla preoccupazione per la
scuola, che non si accorse nemmeno che il cielo era
nuvoloso e che i campi cominciavano ad essere
disseminati di foglie rossastre e gialle. Soltanto
quando passò davanti allo stadio comunale rimase
impressionato dai tre archi e dal muro che lo recingeva.
Superato lo stadio vide altri bambini, con il
grembiulino nero che andavano a scuola come lui.
Davanti alla scuola c’erano un paio di centinaia di
alunni ed alunne che schiamazzavano allegramente. A
Duilio, però, non sfuggirono due scolari che piangevano
a vita tagliata perché non volevano entrare in scuola.
Le loro mamme, inutilmente si affannavano per
convincerli ad entrare. Marino, temendo il peggio, disse
risoluto a Duilio:
- Non li guardare. Andiamo.
La classe prima era riservata alla maestra Franchini,
una romagnola claudicante, il volto dai lineamenti
marcati poco femminili, capelli ancora neri che
scendevano fino alla nuca. Duilio, appena la vide, così
seria ed arcigna in volto, provò una certa repulsione e
temette che Marino gli avesse detto delle bugie sul
conto di quella maestra.
- Guarda chi si rivede ! – esclamò sorridente la maestra
appena vide Marino.
Quel sorriso rincuorò subito il remigino Duilio.
- Scommetto – proseguì l’insegnante - che codesto bel
bambino è tuo fratello.
- E’ vero – rispose Marino.
- Come ti chiami – chiese la Franchini rivolta a Duilio.
Il fratello di Marino pronunciò il proprio nome con voce
fioca. La maestra che si era riseduta dietro la cattedra
invito Duilio ad avvicinarsi. Il piccolo Caverni salì
sulla pedana. La Franchini lo accarezzò, gli sfiorò i
capelli castani e poi:
- Aspetta un pochino, Duilio.
La maestra aprì la sua borsa, tirò fuori una caramella e
la donò al rincuorato scolaretto di via della Querciola.
Rivolta a Marino, disse:
- Se vuoi, dato che non è troppo alto, puoi metterlo in
un banco della prima fila.
Marino non se lo fece ripetere due volte: sistemò il
fratellino in un banco della prima fila, ringraziò la
maestra e poi salutò il suo Duilio che di li a poco vide
l’aula riempirsi di tanti scolaretti.
Quando rientrò a casa con la sorella Fernanda, si mostrò
abbastanza disteso e soddisfatto e fu orgoglioso di
mostrare come un piccolo trofeo la caramella che gli era
stata regalata dalla sua maestra.
Due fulmini a ciel sereno
La scuola elementare con il doppio turno, quello
mattutino e quello pomeridiano, rappresentava una vera
fatica per gli scolari che dovevano effettuare delle
lunghissime camminate per raggiungere il plesso
scolastico. Duilio e Fernanda, per ben quattro volte al
giorno dovevano percorrere la lunga distanza che
intercorreva tra la fine di Via della Querciola e Piazza
XX Settembre. L’orario scolastico degli anni venti
prevedeva tre ore di lezione al mattino e due nel primo
pomeriggio.
Quando Duilio e Fernanda nel tardo pomeriggio
rientravano nella loro casa colonica dovevano dare una
mano alla mamma e al babbo. Perciò soltanto quando
cominciava a far buio potevano salire in cucina. I due
scolaretti era molto stanchi. La mamma li sollecitava ad
eseguire i compiti che erano stati loro assegnati, ma…
Duilio e Fernanda erano completamente scarichi. Molte
volte, inoltre, dovevano eseguire esercizi che per loro
erano difficilissimi. Con pazienza aspettavano il
ritorno di Marino per avere un aiuto; ma anche Marino.
il più delle volte, di fronte a certe difficoltà andava
in tilt.
Il maestro di Duilio, poi, - la Franchini faceva
soltanto la prima elementare – era nervoso, collerico e
non esitava a manifestare giorno dopo giorno la sua
antipatia nei confronti degli scolari zoccoloni, cioè di
campagna. Li sistemava sempre negli ultimi banchi e non
lesinava loro maltrattamenti, offese ed anche le
bacchettate. Per gli “zoccoloni” la scuola era una
camera di torura. Bistrattati, derisi, puniti e
minacciati continuamente di bocciatura dal maestro, non
vedevano l’ora che arrivassero le vacanze e la fine
della scuola.
Duilio non riuscì ad abituarsi alle derisioni, alle
minacce ed ai maltrattamenti. Cominciarono a piovere
sulla sua testa anche le bocciature che significavano
ripetizione dell’anno scolastico e prolungamento
indefinito della permanenza nella scuola pubblica.
Il piccolo Caverni cominciò a nutrire un rancore
profondo per il suo insegnante ed un risentimento
incontenibile nei confronti della scuola. Mamma Domenica
cercava di confortarlo e lo incoraggiava a proseguire, a
non arrendersi, a prestar fede alla promessa che le
aveva fatto il 30 settembre 1929. Ma in cuor suo Duilio
si ripeteva: “ Meglio la zappa e la vanga che i
quaderni, i libri, la penna ed il lapis”. Cosa non
avrebbe dato per poter uscire e per sempre dalla camera
di tortura della scuola. Il sabato, con la scusa dei
lavori domestici, saltava le sfilate per le vie
cittadine in divisa da Piccolo Balilla. Il maestro aveva
richiamato il padre, Ottavio. Ottavio, facendosi forte
della grandezza del podere, riuscì a zittire
l’insegnante zelante di patriottismo fascista. Il
maestro, però, non si arrese. Siccome gli abitanti di
Querciola dipendevano dalla sezione di Ponte a Cappiano,
lo zelante insegnante raggiunse in bici la segreteria
del Partito Nazionale Fascista di quella frazione e
chiese ai dirigenti fascisti informazioni su Ottavio.
Gli risposero:
- Il Caverni non si è mai iscritto al P.N.F. Sappiamo
che era un rosso, però non ha mai seminato zizzania.
Soltanto una volta venne qui in sezione inferocito. Lo
avevano avvisato che una squadraccia sarebbe andato a
picchiarlo e a purgarlo ( con olio di ricino ). Lui
venne a dirci queste testuali parole : “ Dite a quelli
della squadraccia che mi ammazzino, perché se non mi
ammazzano io vengo qui e vi levo tutti dal mondo. Io ho
sempre pensato soltanto a lavorare. Perciò se qualcuno
viene a molestarmi, le castagne dal fuoco le levate
voi.” E senza aspettare spiegazioni se ne ritornò al suo
podere. Non è iscritto al Partito; però, e questo è
vero, pensa solo a lavorare. Meglio quindi non toccar il
can che dorme.
Il maestro capì a volo l’antifona e gettò alle ortiche
tutte quelle iniziative di ritorsione e le minacce che
aveva escogitato nei confronti della famiglia Caverni.
Il sabato fascista e la domenica rappresentavano per il
nostro Duilio due giorni di grande sollievo e di
liberazione dalle torture scolastiche. Lavorava nei
campi, nella stalla, nel pollaio, nell’orto e nel
porcile come un adulto. E lavorava volentieri. I
genitori non avevano alcuna ragione per affermare che il
loro Duilio era uno scansafatiche. Soltanto il maestro
lo gratificava con quella qualifica, tutte le volte che
il Caverni non presentava la lezione che doveva “fare a
casa”.
Il lunedì ricominciava l’inferno per Duilio. Ma quando
sarebbe finito l’inferno della scuola?
La classe terza diventò per Duilio uno scoglio
insormontabile.
Nel 1935, mentre si preparava ad affrontare finalmente
la classe quarta, un fulmine a ciel sereno sconquassò la
sua giovane esistenza: il 10 settembre 1935, mamma
Domenica, all’età di 44 anni, morì. La presenza al
funerale degli zii materni Gianni, Quinto, Gagliano,
Ferrante e Settimo riuscì a placare in parte lo
sconforto di Duilio che era già molto amareggiato
dall’approssimarsi dell’apertura del nuovo anno
scolastico che avveniva il 1° ottobre. Una settimana
dopo il funerale si avvertì nettamente, chiaramente
l’assenza di mamma Domenica. Molte volte Duilio venne
sorpreso nell’atto di piangere. Nessuno, però seppe
immaginare le ragioni di quel pianto. In quei momenti
Duilio parlava mentalmente con la mamma. Le diceva:
- Mamma, perdonami per quello che farò. Lo so che ti
avevo promesso di andare a scuola a tutti i costi. Ma io
non ce la faccio più a sopportare i maestri, il
direttore e i miei compagni di classe. Mamma, io a
scuola non voglio andarci più. Ormai so leggere e
scrivere e questo mi basta. Preferisco lavorare nei
campi piuttosto che sentirmi deridere. Non lo sopporto
più di essere offeso dal maestro. Non ce la faccio più a
sopportare le minacce di quel corvo nero del direttore.
Se tutti i preti fossero come lui non andrei più nemmeno
alla Messa della domenica.
Duilio, man mano che ci si avvicinava al primo ottobre
piangeva sempre più frequentemente e si faceva più
taciturno. Non cantava più.
Ricominciò la scuola. Ricominciarono le umiliazioni.
- Ti ho promosso in quarta per…vecchiaia – gli disse
verso la fine di ottobre il maestro mentre il povero
Duilio si arrabattava alla lavagna nella esecuzione di
una divisione a due cifre.
- Tu, non mi vedrai più – protestò mentalmente il
ragazzo.
A mezzogiorno, quando la campanella annunciò la fine
della mattinata, il cielo era completamente coperto.
Duilio si incamminò a passo, da solo, - quella mattina
il fratello Quinto era rimasto a casa - verso la propria
abitazione. Quando giunse alla Ferruzza, cominciò a
piovigginare. Quando giunse a casa era tutto bagnato. La
sorella Fernanda, la nuova massaia di casa benché
quattordicenne, appena lo vide in quelle condizioni
esclamò:
- Povero Duilio ! Vai subito in camera a spogliarti
mentre io ti preparo i “panni” asciutti ed un paio di
scarpe.
L’attenzione e le premure di Fernanda intenerirono il
cuore di Duilio ormai alle soglie dell’adolescenza.
Aveva perduto la madre, ma aveva trovato una “mammina”.
Nel pomeriggio continuò a piovere e fu il babbo medesimo
a suggerire a Duilio di non andare a scuola.
L’indomani mattina, quando all’alba Ottavio si alzò, il
cielo era completamente scoperto. Verso le sette anche
Duilio si alzò. Fernanda a quell’ora era già in cucina.
Marino era invece nella stalla. Quinto, il fratello
minore, nato nel 1925, stava compitando su di un libro
di lettura. Verso le otto Fernanda lo aiutò ad indossare
la blusetta nera e quando fu pronto si affacciò alla
finestra e chiamò:
- Duilio, sbrigati. E’ l’ora per la scuola.
Duilio finse di non sentire. Fernanda lo chiamò ancora.
Visto che Duilio non rispondeva, Fernanda scese nella
stalla dove trovò il fratello che stava aiutando Marino.
- Ma che non mi hai sentito? E’ l’ora per andare a
scuola. Tuo fratello Quinto ti sta aspettando.
- Io a scuola non ci vado più.
Fernanda andò a chiamare il padre. Ottavio, di fronte
alle rimostranze del figlio non ebbe il coraggio di
replicare.
- Va bene. Non ci andrai più. Tu Fernanda vai a dire a
Quinto che a scuola, stamani, ci dovrà andare da solo.
Grazie al consenso del padre, Duilio si sentiva
finalmente una persona rinata, felice, libera. Tutte le
mattine si alzava all’alba come il padre; lavorava fino
al tramonto del sole; nonostante il lutto ancora fresco
riusciva di nuovo a cantare; faceva qualsiasi cosa gli
venisse comandata dal padre o dalla “mammina” Fernanda.
Il maestro di Duilio seppe per via non ufficiale che il
suo scolaro aveva dato forfait alla scuola. Dopo un mese
ininterrotto di assenze di Duilio, l’insegnante notificò
la situazione al direttore don Ranieri Bertoncini. Il
direttore, senza perdere un’ora di tempo, vergò un
invito e lo fece recapitare quella mattina medesima ad
Ottavio tramite un bidello.
Il giorno dopo il Caverni raggiunse in bicicletta, verso
le ore dieci, la direzione didattica che si trovava nel
fabbricato della scuola elementare.
Il direttore gli chiese il perché di quel mese
ininterrotto di assenze del figlio Duilio.
Ottavio, che non aveva “peli sulla lingua” gli rispose
candidamente che suo figlio non voleva più saperne della
scuola. Il direttore lo circuì per indurlo a convincere
il figliolo a ritornare a scuola e a prendere la licenza
di quinta classe.
- Si ricordi bene, direttore, che Duilio è il figlio di
suo padre. E io, quando ho detto una cosa, non ci
ritorno sopra.
Il direttore lo salutò freddamente, ma in cuor suo aveva
già tramato qualcosa. Non era, il direttore, un tipo che
si arrendeva facilmente. Infatti, dopo una settimana,
mandò a chiamare Marino ormai ventunenne.
Marino, apparentemente più arrendevole del padre,
ascoltava, annuiva compiaciuto, ma quando il direttore
lo pregò di convincere il fratello Duilio a ritornare a
scuola, anche Marino si dimostrò irremovibile. Affermò:
- Se fossi stato io nei suoi panni, quel passo lo avrei
compiuto un paio d’anni prima. Duilio aveva resistito
per un patto che aveva fatto con nostra madre.
- Siete una famiglia di ostinati – gridò esasperato il
direttore alzandosi dalla sua scrivania – Tuo fratello
deve ritornare a scuola. Vedremo cosa saprete fare
quando manderò a casa vostra quelli con le giberne
bianche (i carabinieri). Diglielo a tuo padre !
Mogio, mogio, a testa reclinata, Marino uscì
dall’ufficio.
Giunto a casa, raggiunse il padre nel campo e gli rivelò
la minaccia del direttore.
- Come?! I carabinieri a casa nostra! Non sia mai detto
! Noi siamo delle persone oneste che cercano di lavorare
e basta, Glielo farò vedere io a quel corvo nero di che
panni si vestono i Caverni.
Raggiunse l’aia, e così vestito com’era, inforcò la
bicicletta e si diresse a gran carriera sul piazzale.
Ottavio doveva essere nerissimo in volto, visto lo
stupore che suscitò nel bidello che se ne stava a
prendere un po' di sole sulla soglia del portone di
destra.
Ottavio salì trafelato le scale, entrò nell’ufficio del
direttore senza chiedere il permesso e, senza lasciargli
la possibilità di aprire la bocca, disse tutto d’un
fiato:
- Se lei si azzarda a mandare i carabinieri a casa mia,
si prenoti un posto al camposanto perché io ritorno qui,
la piglio per la tromba del culo e la butto dalla
finestra.
Ottavio non volle ascoltare repliche. Così com’era
entrato, riuscì dall’ufficio e ritornò nei suoi campi.
A pranzo, Duilio venne a conoscenza di tutto quel
fattaccio e si sentì fiero di avere un padre ed un
fratello come Ottavio e Marino.
I carabinieri non vennero mai a casa del Caverni e
Duilio poté chiudere così definitivamente il capitolo
della scuola.
1940: doppia svolta nella vita di Duilio
Quasi tutte le sere, ora che era diventato un
giovanotto, e finalmente liberato dall’ingombro della
scuola. o meglio dei maestri e del direttore didattico,
Duilio andava a veglia nella bottega del Pipi, alla
Ferruzza. Qui si ritrovava con la sua cerchia di amici
e, benché il suo portamonete non tintinnasse di troppe
monete, si permetteva il lusso di qualche briscolata, di
una o due consumazioni e qualche innocente scorribanda
in paese al cinema. Nella prima decade di novembre tutto
il suo gruppo faceva ogni sera una capatina al Luna Park
nel Piazzale.
La bottega del Pipi che fungeva da negozio di generi
alimentari, da trattoria e da bar era per tutti un
centro di diffusione di informazioni. Lì si sapeva cosa
era accaduto o accedeva nel mondo, in Italia e a
Fucecchio. Era chiamata la Gazzetta della Ferruzza. Si
conoscevano in anteprima i fidanzamenti, i matrimoni, le
infedeltà coniugali, i rapporti clandestini tra coppie
di persone.
I fascisti più facinorosi, invece, magnificavano le
imprese belliche dell’Italia Fascista e le iniziative
populiste del Duce.
Duilio ci andava volentieri dal Pipi: lì poteva sapere
tutto. Fu lì che imparò la tecnica per adescare le
ragazze e il segreto dei rapporti sessuali. Dal Pipi,
insomma, aveva scoperto le pagine più vere e vive della
vita. Pur essendo uno spirito polemico, Duilio si
manteneva sempre abbottonato. Non rivelava mai a nessuno
i segreti del suo cuore e gli affari della sua famiglia.
Dal padre aveva imparato a diffidare di tutti. Ascoltava
tutti, ma non si sbottonava mai. Nel giugno del 1940,
quando da pochi giorni era scoppiata la guerra, i suoi
amici notarono con stupore le ripetute assenze nel
ritrovo del Pipi. Qualcuno le giustificava asserendo che
in quel periodo i contadini devono provvedere alla
mietitura e alla trebbiatura del grano. Agli inizi di
luglio, verso le 22,30, una sera, Duilio approdò con la
sua bici alla bottega del Pipi. Il suo volto era
raggiante.
- Hai fatto fortuna? – chiese uno della sua combriccola.
- Io credo che sia stato a letto con una donna.
Scommetto che l’ha portata ai “Seccatoi”. Il Maltinti è
diventato un suo amico – osservò un altro dalla faccia
molto sveglia.
Duilio ascoltava e sorrideva compiaciuto.
Il solito fascista facinoroso redarguì il gruppo di
Duilio osservando:
- L’Italia è in guerra e senti un po' a cosa pensano
questi qui.
Il fascista scosse disgustato la testa.
Duilio e i suoi compagni uscirono fuori e andarono a far
capannello nella Piazzetta della Ferruzza.
- Da quando sei “tornato di casa” lì, ai Seccatoi nel
podere del Principe Corsini non ti si riconosce più,
Duilio. Eppure sei sempre un contadino. Ma perché non ci
racconti cosa ti è accaduto di tanto importante.
Il Caverni si scherniva, ma non si sbottonava. Sapeva
recitare soltanto questa nenia tutte le volte che i
compagni lo assillavano con le loro investigazioni:
- Speriamo che la guerra finisca presto. Nel 1942 sarò
richiamato per il servizio militare. Io alla guerra non
ci vorrei andare.
* * *
Nel gennaio del 1940 la famiglia Caverni si era
trasferita nel podere del Corsini formato dai campi che
dall’attuale Viale Napoleone vanno a confinare con il
fabbricato degli Essiccatoi , essi pure di proprietà dei
Corsini. Ottavio aveva sofferto quando dovette informare
il professor Pellegrini che lui si sarebbe trasferito
per la via di Padule. Gli spigò. al professore, che lo
aveva fatto per i figli. Forse avrebbero potuto trovare
un posto di lavoro agli essiccatoi e, soprattutto, i
figli avrebbero avuto anche l’opportunità di conoscere
tanta gente visto che il podere confinava con il paese.
E Duilio proprio i Seccatoi aveva conosciuto una
ragazzina che lo riempiva di gioia al solo vederla.
Tutti i giorni, poco prima delle una, Duilio usciva di
casa, faceva appena venti passi e vedeva uscire da una
porticina un nugolo di ragazze che lavorano il tabacco
nei “Seccatoi”. Era rimasto affascinato da una di quelle
ragazze, non più alta di lui, dai capelli quasi biondi,
cadenti sulle spalle e dagli occhi cerulei; ma ciò che
maggiormente lo affascinava era il sorriso permanente
che illuminava il volto di quella ragazzina e quel suo
modo di incedere, a passetti corti ma cadenzati, quasi
briosi. La ragazzina sprigionava una gioia di vivere a
cui Duilio non era abituato.
L’approccio con la ragazzina non era stato facile.
Duilio non voleva assolutamente dare in pasto quella
perla di ragazza alla volgarità dei suoi amici.
I due si erano piaciuti ed avevano convenuto di
incontrarsi la sera, dopo cena, alle Botteghe dove lei
abitava. La ragazza aveva avvisato i genitori. I
rapporti dei due innamorati dovevano rimanere
clandestini soltanto per il mondo. Duilio l’avrebbe
sposata anche subito, ma mancava di tutto. Da parte sua
Duilio aveva preso soltanto un impegno anche con i
futuri suoceri:
- Appena avrò finito il servizio militare, ci
fidanzeremo ufficialmente e nel giro di pochi mesi ci
sposeremo. Io senza la vostra figlia non saprei vivere.
E la cartolina di precetto per il servizio militare gli
fu recapitata regolarmente all’inizio del mese di
settembre del 1942
I due innamorati avevano continuato a vedersi, senza che
nessuno se ne accorgesse, fino al 17 settembre 1942, la
vigilia della partenza di Duilio per il servizio
militare.
La mattina del 18 Duilio si presentò al Distretto
Militare di Pistoia accompagnato dal padre.
Duilio era stato assegnato al corpo dei bersaglieri. A
Ottavio non era affatto piaciuta quella assegnazione.
Siccome al Distretto operava un suo amico di Fucecchio,
tramite questa amicizia riuscì a far destinare Duilio al
corpo delle guardie di frontiera.
Il “capoccio” Caverni, ora che aveva sistemato un po'
meglio il figliolo, lo salutò, gli fece le solite
raccomandazioni di rito e rientrò a Fucecchio dove nel
frattempo era ritornato in licenza, per merito dei
Seccatoi, il figlio Marino, richiamato in guerra fin dal
1940. Purtroppo i due fratelli non poterono salutarsi.
Marino infatti rientrò a Fucecchio la sera del 18
settembre 1942.
Duilio, da Pistoia, venne mandato a Savona per
esercitarsi a svolgere le sue funzioni di guardia di
frontiera. Ma proprio durante una di queste
esercitazioni si ferì seriamente al ginocchio destro.
Dall’infermeria di Savona venne trasferito
immediatamente nell’ospedale militare di Genova dal
quale venne dimesso alla fine di marzo con una licenza
di convalescenza di due mesi.
A Fucecchio si rivide con la sua ragazza e con la
brigata del Pipi ( al secolo, Taviani ). Proprio nella
bottega del Pipi seppe che nell’Ospedale Militare di S.
Gallo, dove doveva presentarsi al controllo al termine
della convalescenza, operava come medico il figliolo del
Gattino (il Moriani), un insuese doc. Ottavio non si
lasciò sfuggire questa ghiotta occasione. Tramite alcuni
intermediari riuscì a contattare il Gattino, che a sua
volta indusse il figlio ad essere molto benevolo nei
confronti di Duilio. Nel 1943 la guerra ”metteva al
brutto” per gli Italiani. Il nostro esercito faceva
acqua su tutti i fronti.
Il 30 maggio il dottor Moriani, al termine della visita
di controllo presso il S. Gallo, assegnò altri due mesi
di convalescenza al nostro Duilio..
Il 25 luglio 1943 non aveva prodotto una grande
esultanza in Duilio. Lui pensava al 30 luglio, giorno in
cui doveva ripresentarsi al controllo. Se non gli
avessero rinnovato la convalescenza sarebbe stato
mandato sicuramente a combattere.
Dopo il 25 luglio, i due o tre fascisti facinorosi non
si fecero più vedere nella bottega del Pipi. La loro
assenza, conseguente all’arresto di Mussolini, convertì
tutti gli altri avventori in antifascisti doc. Duilio,
benché figlio di un “rosso” ante 1921, preferiva non
atteggiarsi a campione di antifascismo.
Il 30 luglio. al termine della scadenza di licenza di
convalescenza, Duilio si ripresentò per la visita di
controllo all’ospedale Militare di Firenze, il San
Gallo. L’ufficiale medico Moriani, appena rimase solo
col Caverni, gli confessò:
- Ti ho dato altri due mesi di convalescenza. Spero che
siano proprio gli ultimi. La guerra dovrebbe finire fra
una diecina di giorni..
Duilio lo ringraziò e promise che sarebbe ritornato a
Firenze per portargli una coppia di “panoni” bianchi.
I due si strinsero calorosamente la mano.
Duilio, giulivo come un Pasqua, prima che calasse la
notte era già di nuovo a Fucecchio..
Soltanto al babbo e alla fidanzata rivelò quello che gli
aveva confidato il medico fucecchiese al San Gallo.
Dall’8 settembre 1943 al 18 luglio 1944
L’8 settembre, il giorno in cui la radio italiana
annunciò l’armistizio e quindi la fine dello stato di
belligeranza con i nostri nemici ( francesi, inglesi,
americani e russi), Duilio era a lavorare nei campi del
podere posti tra la Ferruzza e i “Seccatoi”.
- Caverni, - gli gridò qualcuno che stava andando in
Padule – la guerra è finita.
Duilio non ci credeva. Era troppo bello tutto questo. Il
suo pensiero corse subito alla sua ragazza.
“Finalmente potremo sposarci”
Lasciò il campo, informò dell’avvenimento il babbo, il
fratello Quinto e la sorella Fernanda e salì in camera a
“cambiarsi”.
Mentre usciva di casa, diretto alla Ferruzza ed
eventualmente in paese, Fernanda gli disse:
- Allora, presto ritornerà a casa anche il nostro
Marino.
Marino prestava servizio come sedentario in un
reggimento di stanza nella vicina Pistoia.
Alla Ferruzza c’era un po' di baldoria. La gente
festeggiava il lieto evento di pace. Il Pipi, però,
cercava in tutte le maniere di disilludere tutti i suoi
avventori.
- I Tedeschi – sosteneva – ce lo faranno pagar caro il
nostro tradimento. Da quello che ha detto la radio ho
capito benissimo che è finita la guerra contro gli ex
nemici, ma che ne è cominciata un’altra: quella contro i
tedeschi. Per questo, io ci andrei piano con i
festeggiamenti. Mi auguro con tutto il cuore di
sbagliare, ma io ci vedo scuro in tutta questa faccenda.
Duilio non prese troppo sul serio le considerazioni del
Pipi ed anche lui si lasciò trascinare dalla “foga” dei
festaioli. Anche per Duilio la guerra era finita.
Nei giorni successivi all’8 settembre cominciarono a
rientrare a casa molti soldati fucecchiesi. Verso il 13
settembre rientrò da Pistoia anche Marino. Nemmeno lui
indossava abiti militari.
- Si preparano tempi difficili, cari miei. Se non mi
fossi rifugiato, dopo l’8 settembre, in una casa di
contadini a quest’ora sarei in viaggio per la Germania.
Arrigo di Capace e Rodolfo Sgherri che erano con me a
Pistoia sono stati fatti prigionieri dai Tedeschi e
deportati in un campo di lavoro in Germania.
Babbo Ottavio, di fronte all’evidenza dei fatti narrati
dal figlio Marino, si mostrò molto preoccupato.
- Speriamo che Dio ce la mandi buona – disse.
La situazione cominciò a capovolgersi per tutti gli
italiani dopo il 12 settembre, il giorno in cui venne
liberato, da un gruppo di paracadutisti tedeschi, l’ex
capo del governo Benito Mussolini tenuto prigioniero a
Campo imperatore sul Gran Sasso.
I Tedeschi, nel frattempo avevano occupato tutta
l’Italia centrale e settentrionale e si erano spinti
fino in Campania.
Il 23 settembre il territorio nazionale annoverò ben
quattro Stati. il Regno d’Italia, la Città del Vaticano,
la Repubblica di S. Marino e la Repubblica Sociale
Italiana detta comunemente la Repubblica di Salò con a
capo il redivivo Benito Mussolini. Fucecchio faceva
parte della Repubblica Sociale Italiana ed era quindi
soggetto alla sue leggi e al suo esercito.
Uno dei primi provvedimenti emanati dalla Repubblica
Sociale fu il richiamo di tutti i militari di leva e di
quelli che avevano abbandonato l’esercito italiano ed
erano ritornati a casa. Per i renitenti alla leva e per
quanti avevano militato nell’esercito italiano fino
all’8 settembre e si rifiutavano di arruolarsi
nell’esercito della R.S.I. furono previste delle pene
severissime. Quasi tutti i fucecchiesi idonei alle armi
preferirono darsi alla macchia. Soltanto alcuni
antifascisti degli anni ’20 cercarono di dar vita ad un
gruppo doi partigiani.
Nella bottega del Pipi ritornarono i fascistelli
facinorosi spariti dopo il 25 luglio; ma il gruppo di
giovani di cui aveva fatto parte anche Duilio Caverni,
non si fecero più vedere.
La R.S.I. poteva disporre per il reclutamento coatto dei
militari renitenti dei pochi carabinieri rimasti jlle
caserme dei paesi e delle città e dei “polizei” , un
corpo di polizia creato appunto dallo stato mussoliniano.
Soltanto nella tarda primavera e nell’estate del 1944,
il nucleo dei carabinieri e dei polizei venne infoltito
da militari tedeschi.
I renitenti, comunque, non rischiavano più di tanto.
Duilio e Marino Caverni non ebbero mai bisogno di andare
a rifugiarsi nei boschi delle Cerbaie o nei canneti del
Padule. In paese ed in campagna era stato organizzato
dai familiari dei renitenti un servizio di vigilanza che
funzionava alla perfezione. Quando veniva avvistata la
squadra dei polizei integrata da un paio di carabinieri
veniva dato l’allarme e i renitenti sapevano dove andare
a nascondersi senza correre il rischio di essere
trovati.
Quando a metà giugno arrivarono i tedeschi per bloccare
l’avanzata degli angloamericani lungo la linea
dell’Arno, la musica per i renitenti cambiò
radicalmente.
I tedeschi, qualche volta con l’ausilio dei polizei
italiani davano la caccia agli uomini durante la notte
ed effettuavano rastrellamenti in grande stile un’ora
prima dell’alba.
A partire dal 1944 anche Quinto era diventato un
appetibile candidato per l’esercito mussoliniano essendo
ormai diciannovenne.
Duilio si sentiva braccato. Il suo cuore si era quasi
impietrito. Il richiamo alla vita e alla libertà si era
fatto più imperioso di quello all’amore. Era diventata
in lui predominante la preoccupazione di salvare la
vita. La ragazza delle Botteghe, intelligente, lo aveva
capito e perciò nel marzo del ’44 pregò vivamente Duilio
di non esporsi mai più al pericolo della propria vita
cercando di raggiungerla alle Botteghe.
- Passerà anche la guerra. E quando sarà passata
ricominceremo a frequentarci. E se piacerà a Dio, ci
sposeremo e metteremo su la nostra famiglia – gli disse
la ragazza. E quella fu l’ultima volta in cui si videro.
Verso la fine di giugno, Pietro Boschi, custode dei “Seccatoi”,
disse a Ottavio Caverni:
- Ho saputo che i tuoi figlioli Duilio e Quinto, di
notte vanno a dormire verso il Padule all’aria aperta.
Se lo vogliono possono venire a dormire qui ai “Seccatoi”.
Ci sono ancora i letti rifatti dei “fuochisti” e
potrebbero dormire in quei letti.
- E se di notte vengono i Tedeschi ? – chiese il Caverni.
- Se vengono – spiegò il Boschi – dovranno bussare o
abbattere una porta. Avrei tutto il tempo per avvisarli
e per farli nascondere in certi ripostigli che solo io
conosco.
Ottavio ne parlò con Marino, quarantenne in attesa di un
figlio, con Duilio e con Quinto.
Duilio e Quinto accolsero con un certo entusiasmo la
proposta del Boschi. Ai due giovani si aggregò anche il
quarantacinquenne Alfredo Maltinti che con la sua
famiglia abitava nella stessa casa colonica dei Caverni.
Marino, invece, disse che preferiva rischiare pur di
rimanere vicino alla sposa.
A partire dal primo di luglio, Duilio e Quinto, tutte le
sere, verso le ore 22, andavano a dormire nei “Seccatoi”
che non distavano dalla loro casa più di venti metri.
Il 2 luglio, verso le ore 7, i cacciabombardieri inglesi
centrarono il nostro ponte sull’Arno.
A metà luglio gli angloamericani si insediarono sulle
colline saminiatesi.
I tedeschi, nel frattempo, avevano piazzato batterie di
cannoni ed alcuni carrarmati in punti strategici di
Fucecchio. Si udiva il brontolio dei cannoni sulla
sponda sinistra dell’Arno. La guerra era ormai alle
porte.
Ottavio, per precauzione, memore dei suoi trascorsi in
artiglieria durante la prima guerra mondiale, a pochi
metri di stanza dalla casa, aveva realizzato un rifugio.
- Fra poco gli Ameri’ani cominceranno a riempirci di
cannonate – affermava sconsolato il povero Ottavio.
Quella notte d’inferno
Faceva caldo la sera del 18 luglio.
Verso le 20 si portarono sull’aia i membri della
famiglia Caverni e quelli della famiglia Maltinti che
occupava l’altra metà della casa colonica del Principe
Corsini. Si parlò dell’handicappato di Ponzano fucilato
dai Tedeschi. Verso e ore 22, Ottavio, insospettito dal
prolungato silenzio notturno. dopo aver dato uno sguardo
al cielo pieno di stelle, consigliò:
- Sarà bene ritirarci.
Poi, rivolto a Duilio, Quinto ed Alfredo proseguì:
- Voi, ragazzi, andate subito ai “Seccatoi”. Sento che
sta per succedere qualcosa.
Il gruppo si sciolse rapidamente. I tre giovani
scivolarono nei “Seccatoi” passando attraverso una
porticina laterale.
Ottavio, appena raggiunta la camera, si coricò
immediatamente seguito poco dopo dalla figlia Fernanda,
da Marino e dalla nuora.
Il Caverni non riusciva ad addormentarsi. Alle 22,30 fu
scosso da un sibilo e da un boato fragoroso. La casa
traballò. Un polverone incredibile misto a fumo invase
tutte le stanze della casa. La nuora di Ottavio urlava
dallo spavento. Fernanda piangeva e gridava:
- Si muore tutti.
I Maltinti gridavano:
- E’ stata colpita la nostra cucina. Moriremo tutti.
Anche Marino tremava come un cencio. Soltanto Ottavio
riuscì a conservare la calma. Altro boati coprirono le
grida di spavento.
- Scendiamo a basso ! – gridò Ottavio.
Tra uno schianto e l’altro urlò:
- Appena vi do il segnale, corriamo tutti nel rifugio.
Se un’altra cannonata colpisce la casa, faremo la fine
del topo.
I cannoni per un minuto tacquero.
- Andiamo – urlò Ottavio.
Tutti corsero al rifugio. Marino era preoccupato per la
sorte dei fratelli. Loro non disponevano di un rifugio.
- Babbo – disse Marino – io vado a vedere se è successo
qualcosa a quei ragazzi.
Appena fu uscito dal rifugio, Marino intravide nel
viottolo la sagoma del fratello Quinto. Era ricoperto di
polvere ed ansava rumorosamente.
- Cosa ti è successo, Quinto ? – gli chiese Marino.
- Quando abbiamo sentito tutte quelle cannonate, abbiamo
abbandonato i Seccatoi per restare vicini a voi. Appena
siamo usciti dalla porticina ci è esplosa una cannonata
a pochi metri di distanza. Io mi sono ritrovato in un
fossone, tutto coperto di terra. Il fumo non mi faceva
respirare. Credevo di morire.
- E gli altri due dove sono ? – chiese Marino.
- Erano dietro a me quando la terribile esplosione mi ha
scaraventato nella fossa.
La campana dell’orologio della Collegiata scandì le
22,30.
Il fumo e la polvere si erano diradati. Marino incurante
del pericolo si diresse verso la porticina dei Seccatoi,
seguito dal traballante Quinto.
Il cielo era pieno di stelle.
Non fu difficile per Marino riconoscere in quel corpo
accasciato per terra, sulla soglia della porticina
laterale dei Seccatoi, il fratello Duilio. Era in
mutande e teneva ancora con la mano destra una maglietta
di lana grigia sulla spalla sinistra.
- Duilio ! Duilio – gridò Marino.
Quinto, alla vista del cadavere del fratello, fuggì
terrorizzato in Padule.
Anche le stelle piansero sul corpo martoriato di Duilio,
sbocciato alla vita con lo schianto di un tuono e
richiamato da un boato ancor più fragoroso nel Regno dei
morti.
L’indomani, di buon mattino, fu ritrovato in fondo ad
una fossa, ad un metro di distanza da Duilio, anche il
cadavere di Alfredo Maltinti.
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