GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Duilio Caverni

 

Febbraio, febbraietto corto e maledetto


- Febbraio, febbraietto, corto e maledetto. E’ proprio vero. Questa è una notte da inferno – disse Ottavio Caverni rivolto alle due donne, presenti in cucina, venute per assistere al parto di sua moglie Domenica. Sotto il paiolo, quasi colmo d’acqua, appeso alla catena del caminetto ardevano alcune piccole ceppe che il Caverni via via attizzava con un ferro tutto annerito. La luce del lume a petrolio a stento illuminava la tavola sulla quale era stato appoggiato. Fuori pioveva e soffiava il vento. Verso le undici cominciarono gli scoppi fragorosi dei tuoni.
- Sant’Anna, Sant’Annetta, liberaci dal tuono e dalla saetta – invocò una delle due donne.
- Forza, forza, che ce la fai – si sentiva gridare dalla camera.
- Non ce la facc…
Il boato secco di un tuono soffocò la voce della partoriente. Subito dopo la porta della camera si aprì. La donna che assisteva l’ostetrica si affacciò e visibilmente compiaciuta annunciò:
- E’ un maschietto! E’ andato tutto bene.
I tuoni, per un attimo, si placarono. Ottavio e le due donne poterono udire chiaramente il vagito del neonato Duilio.
Subito dopo la porta della camera fu aperta.
- Ora abbiamo bisogno del vostro aiuto – disse l’ostetrica rivolta alle due donne che avevano atteso l’evento insieme al Caverni.
I tuoni rantolavano ancora quella notte dell’8 febbraio 1923. Le due donne cominciarono a fare la spola fra la cucina e la camera. Ben presto la cesta, posta in fondo al tavolo e colma di biancheria, si vuotò. Ottavio dovette versare altre mezzine piene di acqua nel paiolo. Pioggia, vento e tuoni non accennavano a placarsi.
Poco prima della mezzanotte la “balia” – così venivano chiamate allora le ostetriche – chiamò dalla camera il Caverni:
- Ora potete venire a vedere il vostro bambino.
L’ostetrica prese in mano uno dei due lumi a petrolio che avevano illuminato la camera e lo avvicinò al letto dove giacevano la puerpera ed il neonato tutto quanto arrotolato nelle alte fasce allora in uso. Ottavio rimase colpito dagli occhietti del suo Duilio resi forse più vividi dai bagliori del lume a petrolio.
- Brava, Domenica ! Sono proprio contento – disse con un filo di commozione il buon Ottavio.
- Voglio vederlo anch’io, babbo – chiese Marino, il primogenito dei coniugi Caverni, sbucato in camera.
La mamma gli sorrise.
- Sei contento di avere un fratellino?
- Sì, mamma. Speriamo, però, che non muoia come la mia prima sorellina.
- Prega Gesù perché questo non ci succeda. Ora vai a letto ché domattina devi andare a scuola.
Marino, che era stato svegliato dai tuoni e dall’insolito trambusto notturno che si era verificato nella sua casa posta nella colmata adiacente alla Via delle Calle, obbedì e ritornò a letto.
Claudio, per niente infastidito dal rumore dei tuoni, si addormentò placidamente.
Soltanto alle sei del mattino, quando smise di piovere, l’ostetrica e le donne poterono ritornare alle loro case.
Marino, quella mattina del 9 febbraio, nonostante la nottataccia, era raggiante in volto. Avrebbe voluto raccontare a tutti che gli era nato un fratellino, ma nessuno nel 1923 mostrava interesse per eventi di quel genere. Naturalmente a Marino non passò nemmeno per la testa il proposito di raccontarlo al suo maestro, sempre sprezzante nei confronti degli scolari con gli zoccoli. Questa esultanza repressa mortificò per lungo tempo il primogenito di Ottavio e Domenica Caverni.


Lo Stadio Comunale Filippo Corsini

La domenica del 1° maggio 1927, alla presenza della principessa Giovanna di Savoia, venne inaugurato lo Stadio Comunale Filippo Corsini.
I muri del paese errano stati tappezzati, in questa occasione, di manifesti vistosi. Nei bar, nelle trattorie e nelle osterie facevano bella mostra delle locandine illustrate che annunciavano il lieto evento.
In casa Caverni non se ne era parlato nemmeno a tavola. Gli unici interessi dei coniugi Ottavio e Domenica erano il lavoro dei campi, la conduzione della stalla e l’allargamento della famiglia.
Verso le ore 10,30 nell’aia dei Caverni si fermò un calesse trainato da un cavallo. Il piccolo Duilio, che aveva ormai quattro anni, cominciò a chiamare:
-Mamma! Mamma! Mamma!
Domenica, che era in cucina, si affacciò preoccupata alla finestra convinta che fosse successo qualcosa a Fernanda o al piccolo Quinto che di lì a poco avrebbe compiuto due anni.
Appena Domenica vide il calesse, si rese conto che era arrivato il padrone del podere, il professor Pellegrini.
La donna si rassettò alla meglio il fazzoletto che portava perennemente in testa, scese le scale e trafelata salutò:
- Buongiorno, signor padrone. Venga su a rinfrescarsi.
Poi, rivolta a Fernanda:
- Vai a chiamare subito babbo che è nel campo in fondo alla viottola. Digli che venga subito a casa perché c’è il padrone.
La piccola Fernanda – aveva appena sei anni – non se lo fece ripetere due volte. Volò in fondo al viottolo e dopo pochi minuti ricomparve sull’aia insieme al babbo.
Duilio si era rintanato in un angolo della casa e guardava con insistenza il calesse, il cavallo ed il conduttore. Il piccolo Quinto, invece, aveva preferito prendere per mano la mamma.
- Buongiorno, sor padrone – salutò Ottavio – Qual buon vento l’ha portato qui nel suo podere?
Il professore, togliendosi di bocca il sigaro toscano che aveva acceso appena disceso dal calesse, spiegò:
- Non potevo mancare ad un avvenimento importante come quello di oggi.
Ottavio parve cadere dalle nuvole. Il padrone proseguì:
- Oggi, nel primo pomeriggio, ci sarà l’inaugurazione del nuovo stadio, il Filippo Corsini. Avremo come ospite la Principessa Giovanna di Savoia.
- Allora, signor padrone, resta a mangiare con noi. Faccio ammazzare subito un “conigliolo” e lo farò friggere alla massaia – lo interruppe il Caverni.
- No, no, Ottavio. Mi hanno invitato già dei parenti. Ho approfittato di questa occasione per venire a
sentire se avete bisogno di niente.
- Per il momento, no – rispose il Caverni.
- Ho visto che il grano è venuto su bene - proseguì il professore – Il raccolto dovrebbe essere abbondante. E il vostro figlio più grande dov’è?
- E’ andato alla Messa delle dieci, come tutte le domeniche – rispose prontamente la madre.
- Quanti anni ha?
- Ne ha finiti tredici il 14 aprile – intervenne nuovamente la massaia.
- Ma poi ha continuato a studiare?
- Non c’è stato verso, professore. Troppo mi sono raccomandata, ma lui non voluto sentirmi.
- Peccato !- esclamò il padrone.
- Peccato davvero – ammise sconsolata la massaia – Gliel’ho raccontato tante volte quello che dovetti fare per imparare a leggere le lettere di Ottavio quando mi scriveva dal fronte. Poi imparai anche a scrivere un pochino. Avrei fatto qualsiasi sacrificio pur di fargli prendere almeno la licenza di Avviamento.
- E tu, Ottavio, non ti sei fatto sentire?
- Io mi sarei fatto sentir volentieri a qualche altro; ma non si può. I maestri ce l’hanno a morte con i figlioli dei contadini. Dicono che sono zucconi, che non capiscono niente. E come fa un bambino a prenderci passione se si sente maltrattato?
Il Pellegrini cambiò argomento. Sapeva benissimo che Ottavio , quando prendeva l’aire, diventa polemico fino all’inverosimile.
Duilio, intanto, aveva abbandonato l’angolo della casa e si era accostato al babbo. Anche se non capiva, lo ascoltava ammirato. Fernanda, invece, si era unita alla mamma e a Quinto. L’unica persona che ostentava una indifferenza assoluta era il conducente del calesse, un tipetto striminzito, cappello in testa e pipa spenta in bocca. L’uomo non aveva lasciato le briglie, consapevole che, di lì a poco, il padrone se ne sarebbe risalito sul calesse e si sarebbero diretti verso il centro.
- Allora, Ottavio, non c’è proprio bisogno di niente?
- Per il momento, no.
Appena il padrone fece il gesto di voler risalire sul calesse, Duilio cominciò a piangere a vita tagliata. Il Pellegrini, turbato da quel pianto, si fermò, si volse verso il ragazzino e gli chiese:
- Cosa mai ti è successo ?
Duilio, con l’indice della mano sinistra, indicò il calesse. E, rivolto al babbo, piangendo, ebbe il coraggio di dire.
- Voglio montare su quel carrettino.
Il buon Pellegrini, rivolto al conducente, disse:
- Portalo, anzi, portali fino alla Ferruzza e poi ritorna qui sull’aia. Massaia, montateci anche voi con il piccolino e la bambina.
Quando Duilio si trovò sul sedile del calesse con la mamma, Fernanda e Quinto si sentì traboccare di felicità. Alla Ferruzza incrociarono Marino che ritornava dalla Messa delle dieci. Salì anche lui sul calesse.
Duilio non dimenticò mai più quella mattina.
Ottavio, prima di congedarsi dal padrone, gli chiese:
- Ma ora che cosa ci faranno nel Piazzale ?
Il Pellegrini scosse la testa come a dire che non lo sapeva.

Il primo impatto con la scuola elementare

Il mercoledì sera del 30 settembre 1929, i Caverni avevano finito di vendemmiare.
Duilio si era divertito moltissimo a tagliare i bei grappoli di uva bianca e nera insieme a tutti i familiari ed ad alcuni conoscenti del vicinato. Duilio era stato sempre accanto a Fernanda e al fratellino Quinto.
Aveva osservato con molta curiosità i cinque o sei paesani che durante la vendemmia erano venuti a chiedere un pingello d’uva dorata. Ottavio non aveva rifiutato a nessuno il classico pingello che i fucecchiesi avrebbero attaccato ai chiodi piantati nei travicelli del soffitto. Quell’uva sarebbe stata consumata in dicembre e in gennaio come companatico nei giorni di miseria nera. Per Capodanno, poi, tutti i fucecchiesi, per propiziarsi una buona annata, dovevano mangiare – per benedizione, si diceva – qualche acino d’uva. Per queste ragioni i contadini non rifiutavano a nessuno le due “ciocche” d’uva che pendevano da un rametto robusto della vite : da qui il significato del vocabolo “pingello”. Duilio era rimasto particolarmente colpito dalla figura di un vecchietto, filiforme, un po' trasandato nel vestire, con un paio di occhialini scuri scuri. Teneva sotto il braccio sinistro una borsa di corda quasi piena di uva. Il babbo Ottavio lo aveva chiamato per nome. Ma che nome strano! Arcasio. Duilio aveva accennato ad un sorriso.
Dopo cena, quella sera del 30 settembre, Ottavio chiese alla moglie se aveva preparato tutto l’occorrente per Duilio che l’indomani avrebbe fatto il suo ingresso nella scuola elementare. Domenica rispose affermativamente con un movimento della testa.
- Ce lo accompagni, tu, Domenica, nel Piazzale, a scuola – chiese il capoccio
La massaia disse che non poteva perché l’indomani se la doveva vedere con il cenerone per il bucato quindicinale.
Intervenne Marino:
- Potrei andarci io. Muoio dalla voglia di rivedere la maestra Franchini. Lei voleva bene a tutti.
- D’accordo. Poi , tutti i giorni, Duilio ci andrà con Fernanda. Semmai, Marino, ai primi di novembre, nei giorni di Fiera andrai a riprenderli tu. Non vorrei che si fermassero nel piazzale e che succedesse loro qualcosa.
La massaia si alzò, si portò accanto a Duilio e gli confessò:
- Tu, figlio mio, sei nato fortunato perché puoi andare a scuola. Imparerai a leggere e a scrivere. Chi non sa leggere e scrivere è più sfortunato di tutte le altre persone. Io ne so qualcosa.
La donna ritornò a sedersi al suo posto. La fiammella del lume a petrolio attaccato ad una catenella appesa al soffitto riverberava dei riflessi particolari sul volto attento di Duilio. La mamma, rivolta al marito, raccontò:
- Ricordi, Ottavio? Eri partito per la guerra mondiale. Il nostro Marino aveva appena un anno. Tu, prima di partire, mi raccomandasti mille volte di farti sapere sempre come stava il bambino e quali lavori riuscivo a compiere nel podere. Ma tu sapevi benissimo che io non sapevo né leggere né scrivere. Quando tu mi scrivevi dovevo andare sempre da una mia amica che aveva fatto la seconda elementare. Lei, poveretta, mi leggeva le lettere e poi ti rispondeva. Io non ce la facevo a sopportare una situazione di questo genere. Le chiesi se poteva insegnarmi a leggere e a scrivere. Lei, poverina, tutte le sere, dopo cena, quando avevo messo a letto Marino, veniva a casa nostra e mi insegnò a leggere e a scrivere. Dopo appena un anno cominciai a scriverti da me. Quella donna meriterebbe un monumento. Hai sentito, Duilio? Perciò mi raccomando, Duilio: se vuoi rendermi felice, non fare come Marino. Continua a studiare anche dopo la quinta classe. Hai capito? Io farò qualsiasi sacrificio per mantenerti a scuola. Me lo prometti?
Duilio, un po' trasecolato, accennò di sì con il viso.
Verso le otto Duilio , con Fernanda e Marino, lasciò la sua casetta posta in fondo a via della Querciola e, armato di cartella di fibra, si avviò verso la via delle Calle. Era talmente preso dalla preoccupazione per la scuola, che non si accorse nemmeno che il cielo era nuvoloso e che i campi cominciavano ad essere disseminati di foglie rossastre e gialle. Soltanto quando passò davanti allo stadio comunale rimase impressionato dai tre archi e dal muro che lo recingeva. Superato lo stadio vide altri bambini, con il grembiulino nero che andavano a scuola come lui.
Davanti alla scuola c’erano un paio di centinaia di alunni ed alunne che schiamazzavano allegramente. A Duilio, però, non sfuggirono due scolari che piangevano a vita tagliata perché non volevano entrare in scuola. Le loro mamme, inutilmente si affannavano per convincerli ad entrare. Marino, temendo il peggio, disse risoluto a Duilio:
- Non li guardare. Andiamo.
La classe prima era riservata alla maestra Franchini, una romagnola claudicante, il volto dai lineamenti marcati poco femminili, capelli ancora neri che scendevano fino alla nuca. Duilio, appena la vide, così seria ed arcigna in volto, provò una certa repulsione e temette che Marino gli avesse detto delle bugie sul conto di quella maestra.
- Guarda chi si rivede ! – esclamò sorridente la maestra appena vide Marino.
Quel sorriso rincuorò subito il remigino Duilio.
- Scommetto – proseguì l’insegnante - che codesto bel bambino è tuo fratello.
- E’ vero – rispose Marino.
- Come ti chiami – chiese la Franchini rivolta a Duilio.
Il fratello di Marino pronunciò il proprio nome con voce fioca. La maestra che si era riseduta dietro la cattedra invito Duilio ad avvicinarsi. Il piccolo Caverni salì sulla pedana. La Franchini lo accarezzò, gli sfiorò i capelli castani e poi:
- Aspetta un pochino, Duilio.
La maestra aprì la sua borsa, tirò fuori una caramella e la donò al rincuorato scolaretto di via della Querciola. Rivolta a Marino, disse:
- Se vuoi, dato che non è troppo alto, puoi metterlo in un banco della prima fila.
Marino non se lo fece ripetere due volte: sistemò il fratellino in un banco della prima fila, ringraziò la maestra e poi salutò il suo Duilio che di li a poco vide l’aula riempirsi di tanti scolaretti.
Quando rientrò a casa con la sorella Fernanda, si mostrò abbastanza disteso e soddisfatto e fu orgoglioso di mostrare come un piccolo trofeo la caramella che gli era stata regalata dalla sua maestra.





Due fulmini a ciel sereno

La scuola elementare con il doppio turno, quello mattutino e quello pomeridiano, rappresentava una vera fatica per gli scolari che dovevano effettuare delle lunghissime camminate per raggiungere il plesso scolastico. Duilio e Fernanda, per ben quattro volte al giorno dovevano percorrere la lunga distanza che intercorreva tra la fine di Via della Querciola e Piazza XX Settembre. L’orario scolastico degli anni venti prevedeva tre ore di lezione al mattino e due nel primo pomeriggio.
Quando Duilio e Fernanda nel tardo pomeriggio rientravano nella loro casa colonica dovevano dare una mano alla mamma e al babbo. Perciò soltanto quando cominciava a far buio potevano salire in cucina. I due scolaretti era molto stanchi. La mamma li sollecitava ad eseguire i compiti che erano stati loro assegnati, ma… Duilio e Fernanda erano completamente scarichi. Molte volte, inoltre, dovevano eseguire esercizi che per loro erano difficilissimi. Con pazienza aspettavano il ritorno di Marino per avere un aiuto; ma anche Marino. il più delle volte, di fronte a certe difficoltà andava in tilt.
Il maestro di Duilio, poi, - la Franchini faceva soltanto la prima elementare – era nervoso, collerico e non esitava a manifestare giorno dopo giorno la sua antipatia nei confronti degli scolari zoccoloni, cioè di campagna. Li sistemava sempre negli ultimi banchi e non lesinava loro maltrattamenti, offese ed anche le bacchettate. Per gli “zoccoloni” la scuola era una camera di torura. Bistrattati, derisi, puniti e minacciati continuamente di bocciatura dal maestro, non vedevano l’ora che arrivassero le vacanze e la fine della scuola.
Duilio non riuscì ad abituarsi alle derisioni, alle minacce ed ai maltrattamenti. Cominciarono a piovere sulla sua testa anche le bocciature che significavano ripetizione dell’anno scolastico e prolungamento indefinito della permanenza nella scuola pubblica.
Il piccolo Caverni cominciò a nutrire un rancore profondo per il suo insegnante ed un risentimento incontenibile nei confronti della scuola. Mamma Domenica cercava di confortarlo e lo incoraggiava a proseguire, a non arrendersi, a prestar fede alla promessa che le aveva fatto il 30 settembre 1929. Ma in cuor suo Duilio si ripeteva: “ Meglio la zappa e la vanga che i quaderni, i libri, la penna ed il lapis”. Cosa non avrebbe dato per poter uscire e per sempre dalla camera di tortura della scuola. Il sabato, con la scusa dei lavori domestici, saltava le sfilate per le vie cittadine in divisa da Piccolo Balilla. Il maestro aveva richiamato il padre, Ottavio. Ottavio, facendosi forte della grandezza del podere, riuscì a zittire l’insegnante zelante di patriottismo fascista. Il maestro, però, non si arrese. Siccome gli abitanti di Querciola dipendevano dalla sezione di Ponte a Cappiano, lo zelante insegnante raggiunse in bici la segreteria del Partito Nazionale Fascista di quella frazione e chiese ai dirigenti fascisti informazioni su Ottavio. Gli risposero:
- Il Caverni non si è mai iscritto al P.N.F. Sappiamo che era un rosso, però non ha mai seminato zizzania. Soltanto una volta venne qui in sezione inferocito. Lo avevano avvisato che una squadraccia sarebbe andato a picchiarlo e a purgarlo ( con olio di ricino ). Lui venne a dirci queste testuali parole : “ Dite a quelli della squadraccia che mi ammazzino, perché se non mi ammazzano io vengo qui e vi levo tutti dal mondo. Io ho sempre pensato soltanto a lavorare. Perciò se qualcuno viene a molestarmi, le castagne dal fuoco le levate voi.” E senza aspettare spiegazioni se ne ritornò al suo podere. Non è iscritto al Partito; però, e questo è vero, pensa solo a lavorare. Meglio quindi non toccar il can che dorme.
Il maestro capì a volo l’antifona e gettò alle ortiche tutte quelle iniziative di ritorsione e le minacce che aveva escogitato nei confronti della famiglia Caverni.
Il sabato fascista e la domenica rappresentavano per il nostro Duilio due giorni di grande sollievo e di liberazione dalle torture scolastiche. Lavorava nei campi, nella stalla, nel pollaio, nell’orto e nel porcile come un adulto. E lavorava volentieri. I genitori non avevano alcuna ragione per affermare che il loro Duilio era uno scansafatiche. Soltanto il maestro lo gratificava con quella qualifica, tutte le volte che il Caverni non presentava la lezione che doveva “fare a casa”.
Il lunedì ricominciava l’inferno per Duilio. Ma quando sarebbe finito l’inferno della scuola?
La classe terza diventò per Duilio uno scoglio insormontabile.
Nel 1935, mentre si preparava ad affrontare finalmente la classe quarta, un fulmine a ciel sereno sconquassò la sua giovane esistenza: il 10 settembre 1935, mamma Domenica, all’età di 44 anni, morì. La presenza al funerale degli zii materni Gianni, Quinto, Gagliano, Ferrante e Settimo riuscì a placare in parte lo sconforto di Duilio che era già molto amareggiato dall’approssimarsi dell’apertura del nuovo anno scolastico che avveniva il 1° ottobre. Una settimana dopo il funerale si avvertì nettamente, chiaramente l’assenza di mamma Domenica. Molte volte Duilio venne sorpreso nell’atto di piangere. Nessuno, però seppe immaginare le ragioni di quel pianto. In quei momenti Duilio parlava mentalmente con la mamma. Le diceva:
- Mamma, perdonami per quello che farò. Lo so che ti avevo promesso di andare a scuola a tutti i costi. Ma io non ce la faccio più a sopportare i maestri, il direttore e i miei compagni di classe. Mamma, io a scuola non voglio andarci più. Ormai so leggere e scrivere e questo mi basta. Preferisco lavorare nei campi piuttosto che sentirmi deridere. Non lo sopporto più di essere offeso dal maestro. Non ce la faccio più a sopportare le minacce di quel corvo nero del direttore. Se tutti i preti fossero come lui non andrei più nemmeno alla Messa della domenica.
Duilio, man mano che ci si avvicinava al primo ottobre piangeva sempre più frequentemente e si faceva più taciturno. Non cantava più.
Ricominciò la scuola. Ricominciarono le umiliazioni.
- Ti ho promosso in quarta per…vecchiaia – gli disse verso la fine di ottobre il maestro mentre il povero Duilio si arrabattava alla lavagna nella esecuzione di una divisione a due cifre.
- Tu, non mi vedrai più – protestò mentalmente il ragazzo.
A mezzogiorno, quando la campanella annunciò la fine della mattinata, il cielo era completamente coperto. Duilio si incamminò a passo, da solo, - quella mattina il fratello Quinto era rimasto a casa - verso la propria abitazione. Quando giunse alla Ferruzza, cominciò a piovigginare. Quando giunse a casa era tutto bagnato. La sorella Fernanda, la nuova massaia di casa benché quattordicenne, appena lo vide in quelle condizioni esclamò:
- Povero Duilio ! Vai subito in camera a spogliarti mentre io ti preparo i “panni” asciutti ed un paio di scarpe.
L’attenzione e le premure di Fernanda intenerirono il cuore di Duilio ormai alle soglie dell’adolescenza. Aveva perduto la madre, ma aveva trovato una “mammina”. Nel pomeriggio continuò a piovere e fu il babbo medesimo a suggerire a Duilio di non andare a scuola.
L’indomani mattina, quando all’alba Ottavio si alzò, il cielo era completamente scoperto. Verso le sette anche Duilio si alzò. Fernanda a quell’ora era già in cucina. Marino era invece nella stalla. Quinto, il fratello minore, nato nel 1925, stava compitando su di un libro di lettura. Verso le otto Fernanda lo aiutò ad indossare la blusetta nera e quando fu pronto si affacciò alla finestra e chiamò:
- Duilio, sbrigati. E’ l’ora per la scuola.
Duilio finse di non sentire. Fernanda lo chiamò ancora. Visto che Duilio non rispondeva, Fernanda scese nella stalla dove trovò il fratello che stava aiutando Marino.
- Ma che non mi hai sentito? E’ l’ora per andare a scuola. Tuo fratello Quinto ti sta aspettando.
- Io a scuola non ci vado più.
Fernanda andò a chiamare il padre. Ottavio, di fronte alle rimostranze del figlio non ebbe il coraggio di replicare.
- Va bene. Non ci andrai più. Tu Fernanda vai a dire a Quinto che a scuola, stamani, ci dovrà andare da solo.
Grazie al consenso del padre, Duilio si sentiva finalmente una persona rinata, felice, libera. Tutte le mattine si alzava all’alba come il padre; lavorava fino al tramonto del sole; nonostante il lutto ancora fresco riusciva di nuovo a cantare; faceva qualsiasi cosa gli venisse comandata dal padre o dalla “mammina” Fernanda.
Il maestro di Duilio seppe per via non ufficiale che il suo scolaro aveva dato forfait alla scuola. Dopo un mese ininterrotto di assenze di Duilio, l’insegnante notificò la situazione al direttore don Ranieri Bertoncini. Il direttore, senza perdere un’ora di tempo, vergò un invito e lo fece recapitare quella mattina medesima ad Ottavio tramite un bidello.
Il giorno dopo il Caverni raggiunse in bicicletta, verso le ore dieci, la direzione didattica che si trovava nel fabbricato della scuola elementare.
Il direttore gli chiese il perché di quel mese ininterrotto di assenze del figlio Duilio.
Ottavio, che non aveva “peli sulla lingua” gli rispose candidamente che suo figlio non voleva più saperne della scuola. Il direttore lo circuì per indurlo a convincere il figliolo a ritornare a scuola e a prendere la licenza di quinta classe.
- Si ricordi bene, direttore, che Duilio è il figlio di suo padre. E io, quando ho detto una cosa, non ci ritorno sopra.
Il direttore lo salutò freddamente, ma in cuor suo aveva già tramato qualcosa. Non era, il direttore, un tipo che si arrendeva facilmente. Infatti, dopo una settimana, mandò a chiamare Marino ormai ventunenne.
Marino, apparentemente più arrendevole del padre, ascoltava, annuiva compiaciuto, ma quando il direttore lo pregò di convincere il fratello Duilio a ritornare a scuola, anche Marino si dimostrò irremovibile. Affermò:
- Se fossi stato io nei suoi panni, quel passo lo avrei compiuto un paio d’anni prima. Duilio aveva resistito per un patto che aveva fatto con nostra madre.
- Siete una famiglia di ostinati – gridò esasperato il direttore alzandosi dalla sua scrivania – Tuo fratello deve ritornare a scuola. Vedremo cosa saprete fare quando manderò a casa vostra quelli con le giberne bianche (i carabinieri). Diglielo a tuo padre !
Mogio, mogio, a testa reclinata, Marino uscì dall’ufficio.
Giunto a casa, raggiunse il padre nel campo e gli rivelò la minaccia del direttore.
- Come?! I carabinieri a casa nostra! Non sia mai detto ! Noi siamo delle persone oneste che cercano di lavorare e basta, Glielo farò vedere io a quel corvo nero di che panni si vestono i Caverni.
Raggiunse l’aia, e così vestito com’era, inforcò la bicicletta e si diresse a gran carriera sul piazzale. Ottavio doveva essere nerissimo in volto, visto lo stupore che suscitò nel bidello che se ne stava a prendere un po' di sole sulla soglia del portone di destra.
Ottavio salì trafelato le scale, entrò nell’ufficio del direttore senza chiedere il permesso e, senza lasciargli la possibilità di aprire la bocca, disse tutto d’un fiato:
- Se lei si azzarda a mandare i carabinieri a casa mia, si prenoti un posto al camposanto perché io ritorno qui, la piglio per la tromba del culo e la butto dalla finestra.
Ottavio non volle ascoltare repliche. Così com’era entrato, riuscì dall’ufficio e ritornò nei suoi campi.
A pranzo, Duilio venne a conoscenza di tutto quel fattaccio e si sentì fiero di avere un padre ed un fratello come Ottavio e Marino.
I carabinieri non vennero mai a casa del Caverni e Duilio poté chiudere così definitivamente il capitolo della scuola.


1940: doppia svolta nella vita di Duilio

Quasi tutte le sere, ora che era diventato un giovanotto, e finalmente liberato dall’ingombro della scuola. o meglio dei maestri e del direttore didattico, Duilio andava a veglia nella bottega del Pipi, alla Ferruzza. Qui si ritrovava con la sua cerchia di amici e, benché il suo portamonete non tintinnasse di troppe monete, si permetteva il lusso di qualche briscolata, di una o due consumazioni e qualche innocente scorribanda in paese al cinema. Nella prima decade di novembre tutto il suo gruppo faceva ogni sera una capatina al Luna Park nel Piazzale.
La bottega del Pipi che fungeva da negozio di generi alimentari, da trattoria e da bar era per tutti un centro di diffusione di informazioni. Lì si sapeva cosa era accaduto o accedeva nel mondo, in Italia e a Fucecchio. Era chiamata la Gazzetta della Ferruzza. Si conoscevano in anteprima i fidanzamenti, i matrimoni, le infedeltà coniugali, i rapporti clandestini tra coppie di persone.
I fascisti più facinorosi, invece, magnificavano le imprese belliche dell’Italia Fascista e le iniziative populiste del Duce.
Duilio ci andava volentieri dal Pipi: lì poteva sapere tutto. Fu lì che imparò la tecnica per adescare le ragazze e il segreto dei rapporti sessuali. Dal Pipi, insomma, aveva scoperto le pagine più vere e vive della vita. Pur essendo uno spirito polemico, Duilio si manteneva sempre abbottonato. Non rivelava mai a nessuno i segreti del suo cuore e gli affari della sua famiglia. Dal padre aveva imparato a diffidare di tutti. Ascoltava tutti, ma non si sbottonava mai. Nel giugno del 1940, quando da pochi giorni era scoppiata la guerra, i suoi amici notarono con stupore le ripetute assenze nel ritrovo del Pipi. Qualcuno le giustificava asserendo che in quel periodo i contadini devono provvedere alla mietitura e alla trebbiatura del grano. Agli inizi di luglio, verso le 22,30, una sera, Duilio approdò con la sua bici alla bottega del Pipi. Il suo volto era raggiante.
- Hai fatto fortuna? – chiese uno della sua combriccola.
- Io credo che sia stato a letto con una donna. Scommetto che l’ha portata ai “Seccatoi”. Il Maltinti è diventato un suo amico – osservò un altro dalla faccia molto sveglia.
Duilio ascoltava e sorrideva compiaciuto.
Il solito fascista facinoroso redarguì il gruppo di Duilio osservando:
- L’Italia è in guerra e senti un po' a cosa pensano questi qui.
Il fascista scosse disgustato la testa.
Duilio e i suoi compagni uscirono fuori e andarono a far capannello nella Piazzetta della Ferruzza.
- Da quando sei “tornato di casa” lì, ai Seccatoi nel podere del Principe Corsini non ti si riconosce più, Duilio. Eppure sei sempre un contadino. Ma perché non ci racconti cosa ti è accaduto di tanto importante.
Il Caverni si scherniva, ma non si sbottonava. Sapeva recitare soltanto questa nenia tutte le volte che i compagni lo assillavano con le loro investigazioni:
- Speriamo che la guerra finisca presto. Nel 1942 sarò richiamato per il servizio militare. Io alla guerra non ci vorrei andare.

* * *
Nel gennaio del 1940 la famiglia Caverni si era trasferita nel podere del Corsini formato dai campi che dall’attuale Viale Napoleone vanno a confinare con il fabbricato degli Essiccatoi , essi pure di proprietà dei Corsini. Ottavio aveva sofferto quando dovette informare il professor Pellegrini che lui si sarebbe trasferito per la via di Padule. Gli spigò. al professore, che lo aveva fatto per i figli. Forse avrebbero potuto trovare un posto di lavoro agli essiccatoi e, soprattutto, i figli avrebbero avuto anche l’opportunità di conoscere tanta gente visto che il podere confinava con il paese.
E Duilio proprio i Seccatoi aveva conosciuto una ragazzina che lo riempiva di gioia al solo vederla. Tutti i giorni, poco prima delle una, Duilio usciva di casa, faceva appena venti passi e vedeva uscire da una porticina un nugolo di ragazze che lavorano il tabacco nei “Seccatoi”. Era rimasto affascinato da una di quelle ragazze, non più alta di lui, dai capelli quasi biondi, cadenti sulle spalle e dagli occhi cerulei; ma ciò che maggiormente lo affascinava era il sorriso permanente che illuminava il volto di quella ragazzina e quel suo modo di incedere, a passetti corti ma cadenzati, quasi briosi. La ragazzina sprigionava una gioia di vivere a cui Duilio non era abituato.
L’approccio con la ragazzina non era stato facile. Duilio non voleva assolutamente dare in pasto quella perla di ragazza alla volgarità dei suoi amici.
I due si erano piaciuti ed avevano convenuto di incontrarsi la sera, dopo cena, alle Botteghe dove lei abitava. La ragazza aveva avvisato i genitori. I rapporti dei due innamorati dovevano rimanere clandestini soltanto per il mondo. Duilio l’avrebbe sposata anche subito, ma mancava di tutto. Da parte sua Duilio aveva preso soltanto un impegno anche con i futuri suoceri:
- Appena avrò finito il servizio militare, ci fidanzeremo ufficialmente e nel giro di pochi mesi ci sposeremo. Io senza la vostra figlia non saprei vivere.
E la cartolina di precetto per il servizio militare gli fu recapitata regolarmente all’inizio del mese di settembre del 1942
I due innamorati avevano continuato a vedersi, senza che nessuno se ne accorgesse, fino al 17 settembre 1942, la vigilia della partenza di Duilio per il servizio militare.
La mattina del 18 Duilio si presentò al Distretto Militare di Pistoia accompagnato dal padre.
Duilio era stato assegnato al corpo dei bersaglieri. A Ottavio non era affatto piaciuta quella assegnazione. Siccome al Distretto operava un suo amico di Fucecchio, tramite questa amicizia riuscì a far destinare Duilio al corpo delle guardie di frontiera.
Il “capoccio” Caverni, ora che aveva sistemato un po' meglio il figliolo, lo salutò, gli fece le solite raccomandazioni di rito e rientrò a Fucecchio dove nel frattempo era ritornato in licenza, per merito dei Seccatoi, il figlio Marino, richiamato in guerra fin dal 1940. Purtroppo i due fratelli non poterono salutarsi. Marino infatti rientrò a Fucecchio la sera del 18 settembre 1942.
Duilio, da Pistoia, venne mandato a Savona per esercitarsi a svolgere le sue funzioni di guardia di frontiera. Ma proprio durante una di queste esercitazioni si ferì seriamente al ginocchio destro. Dall’infermeria di Savona venne trasferito immediatamente nell’ospedale militare di Genova dal quale venne dimesso alla fine di marzo con una licenza di convalescenza di due mesi.
A Fucecchio si rivide con la sua ragazza e con la brigata del Pipi ( al secolo, Taviani ). Proprio nella bottega del Pipi seppe che nell’Ospedale Militare di S. Gallo, dove doveva presentarsi al controllo al termine della convalescenza, operava come medico il figliolo del Gattino (il Moriani), un insuese doc. Ottavio non si lasciò sfuggire questa ghiotta occasione. Tramite alcuni intermediari riuscì a contattare il Gattino, che a sua volta indusse il figlio ad essere molto benevolo nei confronti di Duilio. Nel 1943 la guerra ”metteva al brutto” per gli Italiani. Il nostro esercito faceva acqua su tutti i fronti.
Il 30 maggio il dottor Moriani, al termine della visita di controllo presso il S. Gallo, assegnò altri due mesi di convalescenza al nostro Duilio..
Il 25 luglio 1943 non aveva prodotto una grande esultanza in Duilio. Lui pensava al 30 luglio, giorno in cui doveva ripresentarsi al controllo. Se non gli avessero rinnovato la convalescenza sarebbe stato mandato sicuramente a combattere.
Dopo il 25 luglio, i due o tre fascisti facinorosi non si fecero più vedere nella bottega del Pipi. La loro assenza, conseguente all’arresto di Mussolini, convertì tutti gli altri avventori in antifascisti doc. Duilio, benché figlio di un “rosso” ante 1921, preferiva non atteggiarsi a campione di antifascismo.
Il 30 luglio. al termine della scadenza di licenza di convalescenza, Duilio si ripresentò per la visita di controllo all’ospedale Militare di Firenze, il San Gallo. L’ufficiale medico Moriani, appena rimase solo col Caverni, gli confessò:
- Ti ho dato altri due mesi di convalescenza. Spero che siano proprio gli ultimi. La guerra dovrebbe finire fra una diecina di giorni..
Duilio lo ringraziò e promise che sarebbe ritornato a Firenze per portargli una coppia di “panoni” bianchi.
I due si strinsero calorosamente la mano.
Duilio, giulivo come un Pasqua, prima che calasse la notte era già di nuovo a Fucecchio..
Soltanto al babbo e alla fidanzata rivelò quello che gli aveva confidato il medico fucecchiese al San Gallo.

Dall’8 settembre 1943 al 18 luglio 1944

L’8 settembre, il giorno in cui la radio italiana annunciò l’armistizio e quindi la fine dello stato di belligeranza con i nostri nemici ( francesi, inglesi, americani e russi), Duilio era a lavorare nei campi del podere posti tra la Ferruzza e i “Seccatoi”.
- Caverni, - gli gridò qualcuno che stava andando in Padule – la guerra è finita.
Duilio non ci credeva. Era troppo bello tutto questo. Il suo pensiero corse subito alla sua ragazza.
“Finalmente potremo sposarci”
Lasciò il campo, informò dell’avvenimento il babbo, il fratello Quinto e la sorella Fernanda e salì in camera a “cambiarsi”.
Mentre usciva di casa, diretto alla Ferruzza ed eventualmente in paese, Fernanda gli disse:
- Allora, presto ritornerà a casa anche il nostro Marino.
Marino prestava servizio come sedentario in un reggimento di stanza nella vicina Pistoia.
Alla Ferruzza c’era un po' di baldoria. La gente festeggiava il lieto evento di pace. Il Pipi, però, cercava in tutte le maniere di disilludere tutti i suoi avventori.
- I Tedeschi – sosteneva – ce lo faranno pagar caro il nostro tradimento. Da quello che ha detto la radio ho capito benissimo che è finita la guerra contro gli ex nemici, ma che ne è cominciata un’altra: quella contro i tedeschi. Per questo, io ci andrei piano con i festeggiamenti. Mi auguro con tutto il cuore di sbagliare, ma io ci vedo scuro in tutta questa faccenda.
Duilio non prese troppo sul serio le considerazioni del Pipi ed anche lui si lasciò trascinare dalla “foga” dei festaioli. Anche per Duilio la guerra era finita.
Nei giorni successivi all’8 settembre cominciarono a rientrare a casa molti soldati fucecchiesi. Verso il 13 settembre rientrò da Pistoia anche Marino. Nemmeno lui indossava abiti militari.
- Si preparano tempi difficili, cari miei. Se non mi fossi rifugiato, dopo l’8 settembre, in una casa di contadini a quest’ora sarei in viaggio per la Germania. Arrigo di Capace e Rodolfo Sgherri che erano con me a Pistoia sono stati fatti prigionieri dai Tedeschi e deportati in un campo di lavoro in Germania.
Babbo Ottavio, di fronte all’evidenza dei fatti narrati dal figlio Marino, si mostrò molto preoccupato.
- Speriamo che Dio ce la mandi buona – disse.
La situazione cominciò a capovolgersi per tutti gli italiani dopo il 12 settembre, il giorno in cui venne liberato, da un gruppo di paracadutisti tedeschi, l’ex capo del governo Benito Mussolini tenuto prigioniero a Campo imperatore sul Gran Sasso.
I Tedeschi, nel frattempo avevano occupato tutta l’Italia centrale e settentrionale e si erano spinti fino in Campania.
Il 23 settembre il territorio nazionale annoverò ben quattro Stati. il Regno d’Italia, la Città del Vaticano, la Repubblica di S. Marino e la Repubblica Sociale Italiana detta comunemente la Repubblica di Salò con a capo il redivivo Benito Mussolini. Fucecchio faceva parte della Repubblica Sociale Italiana ed era quindi soggetto alla sue leggi e al suo esercito.
Uno dei primi provvedimenti emanati dalla Repubblica Sociale fu il richiamo di tutti i militari di leva e di quelli che avevano abbandonato l’esercito italiano ed erano ritornati a casa. Per i renitenti alla leva e per quanti avevano militato nell’esercito italiano fino all’8 settembre e si rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della R.S.I. furono previste delle pene severissime. Quasi tutti i fucecchiesi idonei alle armi preferirono darsi alla macchia. Soltanto alcuni antifascisti degli anni ’20 cercarono di dar vita ad un gruppo doi partigiani.
Nella bottega del Pipi ritornarono i fascistelli facinorosi spariti dopo il 25 luglio; ma il gruppo di giovani di cui aveva fatto parte anche Duilio Caverni, non si fecero più vedere.
La R.S.I. poteva disporre per il reclutamento coatto dei militari renitenti dei pochi carabinieri rimasti jlle caserme dei paesi e delle città e dei “polizei” , un corpo di polizia creato appunto dallo stato mussoliniano. Soltanto nella tarda primavera e nell’estate del 1944, il nucleo dei carabinieri e dei polizei venne infoltito da militari tedeschi.
I renitenti, comunque, non rischiavano più di tanto. Duilio e Marino Caverni non ebbero mai bisogno di andare a rifugiarsi nei boschi delle Cerbaie o nei canneti del Padule. In paese ed in campagna era stato organizzato dai familiari dei renitenti un servizio di vigilanza che funzionava alla perfezione. Quando veniva avvistata la squadra dei polizei integrata da un paio di carabinieri veniva dato l’allarme e i renitenti sapevano dove andare a nascondersi senza correre il rischio di essere trovati.
Quando a metà giugno arrivarono i tedeschi per bloccare l’avanzata degli angloamericani lungo la linea dell’Arno, la musica per i renitenti cambiò radicalmente.
I tedeschi, qualche volta con l’ausilio dei polizei italiani davano la caccia agli uomini durante la notte ed effettuavano rastrellamenti in grande stile un’ora prima dell’alba.
A partire dal 1944 anche Quinto era diventato un appetibile candidato per l’esercito mussoliniano essendo ormai diciannovenne.
Duilio si sentiva braccato. Il suo cuore si era quasi impietrito. Il richiamo alla vita e alla libertà si era fatto più imperioso di quello all’amore. Era diventata in lui predominante la preoccupazione di salvare la vita. La ragazza delle Botteghe, intelligente, lo aveva capito e perciò nel marzo del ’44 pregò vivamente Duilio di non esporsi mai più al pericolo della propria vita cercando di raggiungerla alle Botteghe.
- Passerà anche la guerra. E quando sarà passata ricominceremo a frequentarci. E se piacerà a Dio, ci sposeremo e metteremo su la nostra famiglia – gli disse la ragazza. E quella fu l’ultima volta in cui si videro.
Verso la fine di giugno, Pietro Boschi, custode dei “Seccatoi”, disse a Ottavio Caverni:
- Ho saputo che i tuoi figlioli Duilio e Quinto, di notte vanno a dormire verso il Padule all’aria aperta. Se lo vogliono possono venire a dormire qui ai “Seccatoi”. Ci sono ancora i letti rifatti dei “fuochisti” e potrebbero dormire in quei letti.
- E se di notte vengono i Tedeschi ? – chiese il Caverni.
- Se vengono – spiegò il Boschi – dovranno bussare o abbattere una porta. Avrei tutto il tempo per avvisarli e per farli nascondere in certi ripostigli che solo io conosco.
Ottavio ne parlò con Marino, quarantenne in attesa di un figlio, con Duilio e con Quinto.
Duilio e Quinto accolsero con un certo entusiasmo la proposta del Boschi. Ai due giovani si aggregò anche il quarantacinquenne Alfredo Maltinti che con la sua famiglia abitava nella stessa casa colonica dei Caverni. Marino, invece, disse che preferiva rischiare pur di rimanere vicino alla sposa.
A partire dal primo di luglio, Duilio e Quinto, tutte le sere, verso le ore 22, andavano a dormire nei “Seccatoi” che non distavano dalla loro casa più di venti metri.
Il 2 luglio, verso le ore 7, i cacciabombardieri inglesi centrarono il nostro ponte sull’Arno.
A metà luglio gli angloamericani si insediarono sulle colline saminiatesi.
I tedeschi, nel frattempo, avevano piazzato batterie di cannoni ed alcuni carrarmati in punti strategici di Fucecchio. Si udiva il brontolio dei cannoni sulla sponda sinistra dell’Arno. La guerra era ormai alle porte.
Ottavio, per precauzione, memore dei suoi trascorsi in artiglieria durante la prima guerra mondiale, a pochi metri di stanza dalla casa, aveva realizzato un rifugio.
- Fra poco gli Ameri’ani cominceranno a riempirci di cannonate – affermava sconsolato il povero Ottavio.


Quella notte d’inferno

Faceva caldo la sera del 18 luglio.
Verso le 20 si portarono sull’aia i membri della famiglia Caverni e quelli della famiglia Maltinti che occupava l’altra metà della casa colonica del Principe Corsini. Si parlò dell’handicappato di Ponzano fucilato dai Tedeschi. Verso e ore 22, Ottavio, insospettito dal prolungato silenzio notturno. dopo aver dato uno sguardo al cielo pieno di stelle, consigliò:
- Sarà bene ritirarci.
Poi, rivolto a Duilio, Quinto ed Alfredo proseguì:
- Voi, ragazzi, andate subito ai “Seccatoi”. Sento che sta per succedere qualcosa.
Il gruppo si sciolse rapidamente. I tre giovani scivolarono nei “Seccatoi” passando attraverso una porticina laterale.
Ottavio, appena raggiunta la camera, si coricò immediatamente seguito poco dopo dalla figlia Fernanda, da Marino e dalla nuora.
Il Caverni non riusciva ad addormentarsi. Alle 22,30 fu scosso da un sibilo e da un boato fragoroso. La casa traballò. Un polverone incredibile misto a fumo invase tutte le stanze della casa. La nuora di Ottavio urlava dallo spavento. Fernanda piangeva e gridava:
- Si muore tutti.
I Maltinti gridavano:
- E’ stata colpita la nostra cucina. Moriremo tutti.
Anche Marino tremava come un cencio. Soltanto Ottavio riuscì a conservare la calma. Altro boati coprirono le grida di spavento.
- Scendiamo a basso ! – gridò Ottavio.
Tra uno schianto e l’altro urlò:
- Appena vi do il segnale, corriamo tutti nel rifugio. Se un’altra cannonata colpisce la casa, faremo la fine del topo.
I cannoni per un minuto tacquero.
- Andiamo – urlò Ottavio.
Tutti corsero al rifugio. Marino era preoccupato per la sorte dei fratelli. Loro non disponevano di un rifugio.
- Babbo – disse Marino – io vado a vedere se è successo qualcosa a quei ragazzi.
Appena fu uscito dal rifugio, Marino intravide nel viottolo la sagoma del fratello Quinto. Era ricoperto di polvere ed ansava rumorosamente.
- Cosa ti è successo, Quinto ? – gli chiese Marino.
- Quando abbiamo sentito tutte quelle cannonate, abbiamo abbandonato i Seccatoi per restare vicini a voi. Appena siamo usciti dalla porticina ci è esplosa una cannonata a pochi metri di distanza. Io mi sono ritrovato in un fossone, tutto coperto di terra. Il fumo non mi faceva respirare. Credevo di morire.
- E gli altri due dove sono ? – chiese Marino.
- Erano dietro a me quando la terribile esplosione mi ha scaraventato nella fossa.
La campana dell’orologio della Collegiata scandì le 22,30.
Il fumo e la polvere si erano diradati. Marino incurante del pericolo si diresse verso la porticina dei Seccatoi, seguito dal traballante Quinto.
Il cielo era pieno di stelle.
Non fu difficile per Marino riconoscere in quel corpo accasciato per terra, sulla soglia della porticina laterale dei Seccatoi, il fratello Duilio. Era in mutande e teneva ancora con la mano destra una maglietta di lana grigia sulla spalla sinistra.
- Duilio ! Duilio – gridò Marino.
Quinto, alla vista del cadavere del fratello, fuggì terrorizzato in Padule.
Anche le stelle piansero sul corpo martoriato di Duilio, sbocciato alla vita con lo schianto di un tuono e richiamato da un boato ancor più fragoroso nel Regno dei morti.
L’indomani, di buon mattino, fu ritrovato in fondo ad una fossa, ad un metro di distanza da Duilio, anche il cadavere di Alfredo Maltinti.

 

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