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La
vanga
Già catturati dai tedeschi, e riusciti quindi ad evitare
con una rocambolesca fuga il probabile inserimento nella
lista degli ostaggi che furono in seguito uccisi nel
Padule di Fucecchio, io e mio padre, Rino, quel giorno
riuscimmo ad arrivare dai sotterranei della casa di “zio
prete”, dove ci eravamo nascosti, fino al terreno che
circondava la casa di nonno Enrico fuori porta
Castruccio, muniti di vanga e paniere, con l’intenzione
di “cavare patate” per procurarci da mangiare.
Il paese e la zona circostante erano stati s
completamente evacuati dalla popolazione civile e soli
esseri umani nei paraggi erano pochi soldati tedeschi
contrapposti all’armata alleata attesta sulla opposta
riva dell’Arno.
Eravamo intenti alla nostra opera, quando,
all’improvviso, apparve su in alto un ricognitore
americano, la “cicogna” come veniva chiamata, che
fungeva da direttore di tiro delle artiglierie appostate
sulle colline di S. Miniato.
Ormai esperti in materia, inizialmente non demmo
importanza alla cosa; incominciarono infatti, di lì a
pochi secondi, ad arrivare le prime cannonate dirette
verso di noi, però ancora distanti, come previsto. Era
certo però che ci avevano visti e subito segnalati,
scambiati. di sicuro per soldati tedeschi, i soli che
potevano aggirarsi in quel luogo.
I tiri, dapprima distanti, si fecero gradatamente sempre
più vicini, tanto che ad un certo punto, piantammo la
vanga in terra e, lasciando il paniere già quasi colmo
di patate, corremmo nella vicina cantina di quello che
rimaneva della nostra casa mezza diroccata o sepolta
dalle macerie dell’antica torre medioevale di Castruccio
Castracani, fatta saltare dai guastatori tedeschi pochi
giorni prima e che confinava proprio con la nostra
proprietà.
Nel medesimo istante in cui riuscimmo ad entrare nella
cantina, lo spostamento d’aria di una cannonata
vicinissima ci fece cadere per terra ed un intenso fumo
misto a polvere rossastra invase il locale dove ci
eravamo rifugiati. Quindi più niente. Dopo qualche
minuto uscimmo all’aperto convinti di riprendere il
lavoro interrotto, ma, con grande sorpresa, constatammo
che un proiettile aveva centrato in pieno il piatto
della vanga con cui pochi istanti prima stavamo tirando
fuori dalla terra le nostre patate, ed aveva distrutto,
naturalmente, tutto quanto per un vasto raggio.
A ricordo e testimonianza di ciò conserviamo tuttora la
vanga, o meglio ciò che è rimasto di essa, squarciata e
deformata dal colpo di proiettile che l’aveva centrata
in pieno, esattamente come la palla di un fucile centra
in pieno il bersaglio al tiro a segno, inchiodandola al
terreno e trasformandola in un pezzo da museo di “arte
moderna”
Livorno, agosto 1981
Sfollamento in Padule e fine inutile di un ponte
Da quando aerei in picchiata avevano cominciato a
bombardare il ponte sull’Arno, anche noi eravamo
sfollati con altre famiglie presso la casa Pellegrini,
situata a metà circa fra la via delle Calle e la via di
Padule all’altezza dei Seccatoi, lasciando così
l’abitazione dei nonni paterni presso i quali già da
tempo ero ospite insieme ai miei genitori a seguito del
nostro precedente sfollamento da Livorno quotidianamente
martellata dai bombardamenti aerei americani.
L’alloggio che ci era stato gentilmente concesso
consisteva in un abbastanza ampio locale al pianoterra,
con pavimento in terra battuta, pareti a mattoni senza
intonaco con fessure che parevano fatte apposta per
sostituire lo finestre che non c’erano, soffitto in
travi di quercia con tarli in piena attività e
conseguente pioggerella di pulviscolo di legno. Qua e là
alcune gabbie di conigli, attrezzi vari, vanghe,
zapponi, una frullana, qualche seggiola spogliata, due
filate di bigonce, un torchio per stringere la vinacce,
(lo strettoio).
La porta d’ingresso si poteva chiudere dall’interno
mediante un vecchio uscio senza cardini, con la parte
inferiore resa porosa dall’umidità e rosicchiata dai
topi, .pressandola contro l’apertura per mezzo di un
pesante ramo di acacia.
Avevamo accatastato il tutto in un angolo in maniera da
guadagnare più spazio possibile per potervi sistemare il
nostro giaciglio per la notte, consistente in un
materassino di vegetale che serviva da unico cuscino per
la mia testa e per quella dei miei genitori e nonni
mentre il resto del corpo stava sdraiato sul fieno che
avevamo disteso per terra.
Pentole e tegami, che ci eravamo portati dietro
unitamente ad altri utensili ed effetti personali,
facevano bella mostra di sé sopra le gabbie da conigli;
da mangiare si faceva all’esterno, sotto la pergola di
uva lugliola, che sovrastava la porta d’accesso; le
nostre necessità corporali, certamente venivano
soddisfatte, ma non ricordo bene dove.
Le altre stanze e annessi vari erano occupate da diverse
altre famiglia, sfollate come noi, per cui si costituiva
una comunità di circa una trentina di persone fra adulti
e bambini.
Oltre alla famiglia Pellegrini che ci aveva ospitati,
composta dal padrone di casa Gianni, dalla moglie,
dall’anziano padre “Miglio” (Emilio) e dalla figlia
Virginia (che nutriva una tenera simpatia nei miei
riguardi, simpatia che io naturalmente contraccambiavo),
ricordo il Faraoni che abitava accanto, la moglie Ada,
che di lì a pochi giorni doveva morire tra le nostre
braccia trafitta alla gola da una scheggia di cannonata,
le figlie Giovanna e Franchina e la nonna paterna.
C’erano, tra gli altri, anche nostri parenti, come zio
Leone, fratello di nonno Enrico, con la moglie Isabella
e le figlie Lina e Emilia - quest’ultima col marito Gino
Bagnali e i bambini -. C’era anche Italia Frediani
sorella di Duilio di “Pipone” a la sorella di Gianni
Pellegrini col figlio Don Livio Tognetti che tutte le
sere ci riuniva sull’aia per recitare il rosario.
Ci faceva compagnia anche un barbiere sfollato da
Livorno con la sua famiglia che curava lo sfoltimento
delle nostre criniere e dei pollai del vicinato.
Eravamo nella seconda decade di luglio, il grano era già
stato segato ed i covoni sostavano, ammucchiati in
biche, al centro dei campi. Una di queste biche era
stata resa vuota all’interno per potercisi nascondere
ogni volta che i tedeschi da vano la caccia agli uomini.
Come nascondiglio non ebbe però vita lunga: infatti dopo
qualche giorno i tedeschi, scoperto il trucco,
incominciarono a sparare contro questi cumuli di covoni
tanto che qualcuno di questi andò anche a fuoco e quindi
provvedemmo a disfarlo e a ricostruirlo come era in modo
da non lasciare traccia per ciò che era servito.
Lo incursioni intese a distruggere il ponte sull’Arno
venivano effettuate da cacciabombardieri inglesi due
volte al giorno ad orario prestabilito: al mattino verso
le 11 e la sera tra le 4 e le 5.
Arrivavano ogni volta otto apparecchi in formazione che,
disponendosi prima a favore di sole e quindi in fila
indiana, si tuffavano uno dietro l’altro sul ponte
sganciandovi ognuno due bombe. La mira lasciava alquanto
a desiderare tanto è vero che qualche bomba finì vicino
al “pollaio” dal Trinci per la via d’Empoli ed una
addirittura in fattoria Bombicci.
Noi che intanto si trascorrevano gli intervalli tra
quelle esibizioni “spigolando” fra i campi ed
accumulando a poco a poco un discreto quantitativo di
grano, che in seguito ci servì assai per farne
“ciaccini” al posto del pane che non c’era più, dopo
averlo reso farina col macinino da caffè, assistemmo ai
bombardamenti per una decina di giorni, per tutto il
tempo cioè che ci volle a quei provetti piloti affinché
una sola bomba, fra tutte quelle sganciate, colpisse il
ponte danneggiandolo ed interrompendolo dalla parte
verso il paese.
La voragine provocata dalla bomba sul piano stradale del
ponte non lese però le sue eccezionali strutture,
infatti qualcuno in poco tempo riempì quella fossa o
grossa buca ed il ponte fu riattivato; pochi giorni dopo
però i guastatori tedeschi lo distrussero completamente
facendolo saltare col tritolo non senza prima aver
sperato invano che gli inglesi fossero riusciti a
demolirlo con gli aerei in picchiata facendogli
risparmia re un bel po’ di esplosivo.
Per l’ennesima volta si dimostrò così quanto sciocche e
criminali siano sempre state tutte le guerre: il ponte
evidentemente non serviva a nessuno delle due parti in
lotta, infatti ambedue volevano distruggerlo per cui se
lo avessero lasciato in pace i loro piani certamente non
sarebbero cambiati ed una imponente opera d’arte, quale
era il nostro ponte sull’Arno, sarebbe stata
risparmiata.
Cattura e fuga (luglio 1944)
Quella mattina giunsero così all’improvviso i tedeschi
che le donne, a questo preposte, non ebbero il tempo di
preavvisarci, per cui né io né mio padre riuscimmo a
scappare per i campi, come facevamo tutte le volte che
arrivavano, e si rimase intrappolati nel nostro alloggio
di casa Pellegrini, vicino al padule, non senza averne
chiuso ed appuntellato l’uscio dall’interno.
Un paio di tedeschi, però, di lì a pochi istanti
cominciò a prenderlo a pedate ed a colpi di calcio di
fucile, allora, visto che non c’era nulla da fare e che
non c’erano altre vie d’uscita, per evitare il peggio,
pensai che era meglio togliere il puntello ed aprire la
porta facendo finta di cadere dalle nuvole come per
dire:
- Toh, guarda chi c’è ! ”
Così feci, ma appena quelli mi videro, senza profferire
parola, col fucile puntato, mi indicarono, col classico
gesto dell’indice della mano sinistra ritmicamente
piegato all’indietro, che dovevo andare con loro ed io,
inconsciamente, voltandomi verso la catasta delle
bigonce, dietro le quali intanto mio padre si era
nascosto:
- Babbo, mi vogliono ! - esclamai, come per avvisarlo
che mi sarei dovuto assentare, e così fu preso anche
lui.
Feci qualche puerile tentativo per evitare la cattura,
infatti approfittando di un foruncolo che avevo dietro
una coscia, protetto da una abbondante fasciatura, feci
notare al tedesco che non potevo camminare. Quello,
sorpreso, credendo fossi ferito, mi fece togliere le
fasce, ma non appena si accorse che si trattava di un
banale foruncolo, sbottò in una fragorosa risata e mi
ingiunse col fucile di andare con lui.
Fatta qualche decina di passi, mentre mio padre
camminava precedendo l’altro tedesco, mi fermai e,
tirando fuori dalla tasca dei pantaloncini corti il
tesserino della G.I.L., glielo feci vedere come per
dimostrargli che ero dalla loro parte e che quindi
poteva anche lasciarmi andare, ma non sentì ragioni e mi
accennò, seccato, di proseguire. A questo punto pensai
di avere avuto una poco felice idea e che mi era anzi
andata proprio bene, non tanto perché, se avevo quella
tessera logicamente avrei dovuto collaborare a maggior
ragione con loro, quanto perché se quel tedesco avesse
degnato di uno sguardo il tesserino che gli mostravo
avrebbe potuto constatare dalla data di nascita che la
mia posizione nei riguardi del servizio militare non era
regolare, con tutte le conseguenze possibili e
inimmaginabili per i provvedimenti che avrebbe potuto
adottare. Infatti da circa un paio di mesi ero stato
chiamato alle armi dalla R.S.I. ma non mi ero presentato
dandomi alla macchia. Incoraggiato dal fatto che con i
pantaloncini corti sembravo un ragazzino stavo poco
nascosto e, per procurare da mangiare alla famiglia,
giravo abbastanza imprudentemente.
Non ci portarono molto lontani; ci si fermò infatti di
fianco alla via delle Calle dove già altri uomini,
catturati e dislocati due a due ogni cento metri circa,
stavano scavando trincee.
Insieme ad un giovane contadino di nome Mario
Pellegrini, se ben ricordo, che abitava in un podere lì
vicino, ebbi l’incarico di scavare una piazzola a
semicerchio della profondità di un uomo di media
statura.
Mio padre intanto, dotato di accetta, stava eliminando i
filari di viti che erano lì intorno, ma dopo un paio
d’ore, accennando al tedesco che ci stava di guardia, un
po’ a gesti e un po’ a parole, fece capire di essere
stanco per non essere abituato a quei lavori così
pesanti, lui che nella vita civile faceva l’impiegato
postale e, mostrandogli le galle che gli era no venute
nelle mani, riuscì, intavolando, si fa per dire, una
amichevole conversazione, a farsi prendere talmente a
ben volere che quel soldato gli fece cenno di
allontanarsi. Prima però mi passò vicino suggerendomi di
lasciar trascorrere un po' di tempo e poi di tentare la
stessa cosa visto che il tedesco sembrava ben disposto.
“Nicht gut, ich bin student” (Non sto bene, io sono
studente) avere le mani tenere, dissi al mio “angelo
custode” dopo un’oretta circa, ma quello mi fece capire
o meglio mi dette ad intendere che non appena avessi
terminato di abbattere tutte le viti e i pioppi dintorno
alla piazzola scavata, mi avrebbe mandato via. Forte di
questa promessa buttai giù tutto quanto mi aveva
ordinato con una lena tale che nessun boscaiolo di
mestiere avrebbe potuto starmi dietro, dopo di che mi
rivolsi nuovamente al tedesco per fargli notare che
avevo terminato e che quindi, come mi aveva promesso,
potevo andare via. Purtroppo, ingenuamente, avevo
sbagliato tattica:
- Sehr gut, sehr gut” (molto bene, molto bene), e
consegnandomi una frullana, mi ordinò di tagliare tutto
il bellissimo campo di granturco davanti alla piazzola
in modo che nulla avrebbe potuto ostacolare la
traiettoria della mitragliatrice destinata ad esservi
posta. A tale proposito posso dire che le “armi” che in
seguito furono piazzate in quelle trincee altro non
erano se non covoni di grano infilati in pali di legno
alcuni dei quali sormontati da elmetti tedeschi in modo
da dare l’impressione, agli aerei alleati, che lì
esisteva una munita linea difensiva.
Presi quindi in consegna la frullana ed incominciai
l’opera di distruzione di quel campo di granturco
iniziando dal centro e proseguendo verso una delle fosse
laterali che lo delimitavano.
Arrivato sull’orlo della fossa mi girai verso il tedesco
e notai che in quel momento, dopo aver appoggiato il
fucile ad un pioppo, stava pisciando e mi voltava le
spalle.
Senza pensarci due volte, scaraventai a terra la
frullana e, come una molla, mi gettai a capofitto nella
fossa percorrendola “gattoni, gattoni”, fino alla prima
curvatura e proseguendo poi, rialzato in piedi, fossa
per fossa, con una velocità indescrivibile, fino a
raggiungere l’argine del primo canale del padule. Qui mi
fermai, detti una rapida occhiata in giro e mi infilai
in un “trombo” di cemento che, seminascosto dall’erba
alta, penetrava nell’argine e lo attraversava come
proseguimento della fossa. Ci rimasi fino al tramonto
poi, uscito all’aperto, feci un po’ di rifornimento di
fave secche da cavalli che erano fortunatamente lungo
una proda lì vicino e ritornai dentro a sgranocchiarla
in attesa del buio.
Uscii di nuovo, questa volta per avviarmi, sempre di
fossa in fossa, verso casa dove i miei insieme agli
altri sfollati stavano in trepida attesa avendo saputo
della mia fuga perché il tedesco era venuto a casa a
cercarmi. Mi avevano pertanto preparato un nascondiglio
in previsione che sarebbero venuti di nuovo a cercarmi e
chissà questa volta con quali propositi; era situato
sopra il fienile accanto alla casa e vi si accedeva
mediante una lunga scala di legno a pioli che veniva
quindi ritirata, una volta arrivati all’interno, in modo
che nessuno poteva arrivarci senza il suo ausilio.
Quella sera mi nascosi lassù insieme a mio padre e agli
altri uomini che erano sfuggiti alla cattura con
l’intenzione comunque di ritornare in padule prima di
giorno.
Alle prime luci dell’alba, infatti , io, mio padre e gli
altri ci nascondemmo fra i rovi in una fossa poco
lontano ma in posizione tale da poter osservare la casa
e ciò che poteva accadervi senza essere scoperti.
Da poco si era fatto giorno, quando improvvisamente
arrivarono quattro tedeschi che, penetrati in casa di
sicuro per sorprenderci, ne uscirono poco dopo con
polli, conigli, fiaschi di vino e tutto quanto faceva
loro comodo, posero il tutte sul calesse che era nella
stalla, vi attaccarono il cavallino bianco di Gianni e
se ne andarono incuranti di sua moglie e sua figlia che
gesticolavano ed imploravano, attaccandosi alle briglie,
che almeno il cavallino non glielo portassero via.
Intanto, sempre nascosti, ci si stava saziando con i
ceci crudi e con le solite fave secche raccolte lungo le
prode dei campi. Quando fu scuro, con circospezione, ci
si riavvicinò a casa dove ci rassicurarono che anche gli
altri tedeschi erano andati via con gli uomini in
precedenza catturati e con tutto ciò che avevano potuto
razziare dalle case dei contadini del vicinato lasciando
quella “munitissima linea difensiva” nelle sicure mani
di quei “fidatissimi” covoni di grano infilati nei pali.
Quella sera però non mi sentivo ancora sicuro a dormire
sopra il fienile perché temevo che da un momento
all’altro sarebbero venuti di nuovo a sorprenderci nel
sonno dato lo scherzo mancino fatto a quel tedesco con
la mia fuga; decisi pertanto di andare a ritrovare quel
tubo di cemento ed adattarlo come tranquillo giaciglio
per la notte.
Dormii là dentro per tre notti di seguito insieme ai
miei genitori che vollero seguirmi, intendendo con ciò
evitare eventuali rappresaglie nei loro confronti se i
tedeschi, una volta venuti a casa a cercarmi, non mi
avessero trovato.
Si dormiva uno in fila all’altro perché il diametro di
quel tubo era assai stretto: io ero il capo fila dalla
parte dell’apertura che guardava verso il paese, dopo di
me, più all’interno, veniva mia madre e, dopo di lei,
mio padre. Ricordo che durante la prima notte, ad una
certa ora, qualcun altro entrò nel tubo dalla parte
opposta e si mise a dormire come noi; non potei rendermi
conto di chi fosse perché la posizione in cui eravamo ed
il buio totale non lo permettevano.
Al risveglio del mattino seguente, quel tale o quei tali
non c’erano più.
Durante il giorno, mentre con mio padre stava
all’esterno del tubo fra l’erba che in quel punto era
alta, mamma si recava di nascosto verso casa dove nonna
Liduina le preparava qualcosa da mangiare per noi.
Dopo tre giorni e tra notti decidemmo finalmente di
ritornare a casa considerato che ormai i tedeschi non si
erano fatti più vivi in quei paraggi.
Quella sera stessa del nostro rientro mentre tutti
insieme, dopo il tramonto, sedevamo sul muretto
dell’aia, vicino al pagliaio, insieme a Don Livio,
nipote di Gianni, intenti a recitare il rosario, si
intravidero per la prima volta, dietro le colline di S.
Miniato, i sinistri bagliori del fronte che si
avvicinava e si udirono i primi opprimenti brontolii
delle cannonate.
Cannonate in Padule
Un colpo, un sibilo: uno scoppio; mi sveglio di
soprassalto. Di nuovo un colpo, un altro sibilo: una
esplosione e il devastante rumore di un crollo; mi alzo
in fretta dal giaciglio di casa Pellegrini per
precipitarmi con gli altri dentro la fossa che quella
sera avevamo appena terminato di adattare a rifugio dopo
averla approfondita a ricoperta di tronchi di pioppo con
sopra un discreto spessore di terra e fascine.
Erano le ore piccole del 19 luglio 1944: iniziava così
la lunga serie di cannonate che dovevano accompagnarci
fino al 2 settembre di quell’anno.
Il cannoneggiamento durò quasi tutta la notte, le
granate scoppiavano ora distanti, ora vicine, ora
vicinissime e in questo caso, ad ogni conseguente
sussulto del terreno una parte di terra che avevamo
accatastato sopra di noi ci cadeva sulle teste filtrando
fra un tronco e l’altro dalle fessure. Ad un certo
momento si udirono distintamente grida e urla disperate
di molta gente provenire dai seccatoi distanti, in linea
d’aria, poco più di un centinaio di metri: era stata
colpita in pieno la casa colonica a ridosso dei seccatoi
stessi, quasi all’inizio della via di padule, causando
morti e feriti.
Alle prime luci dall’alba, quando tutto si fece
silenzio, uscii all’aperto e constatando come dintorno
erano cadute moltissime cannonate e quali danni avevano
provocato, capii che non potevamo affidarci a quella
specie di rifugio che al massimo poteva ripararci dalle
schegge e pensai che forse era meglio ritornare lassù a
casa nostra dove potevamo contare su una profonda
cantina e sulla posizione stessa della casa che,
trovandosi a ridosso della torre medioevale di
Castruccio e del settecentesco muraglione che le stava
di fianco, mi sembrava molto più sicura, mentre qui
eravamo completamente allo scoperto e troppo vicini al
nodo stradale della Ferruzza.
Decisi, perciò, di andare verso casa attraverso i campi
per non incappare nei tedeschi e vedere se era possibile
trasferirci tutti lassù.
Passai dalla fontina e, per la via vecchia della
Ferruzza, arrivai a casa dove l’agghiacciante episodio,
di cui fui spettatore, mi fece desistere dal proposito
di rientrare: quella stessa notte un proiettile di.
grosso calibro aveva colpito la casa dove era il forno
di Biagino ed aveva provocato il ferimento di Sandrino
Monti e la morte della moglie Sonia, della figlia Denia
e della mamma Giuseppa.
I muri della casa colpita erano rimasti in piedi dalla
parte che guardava fuori porta verso la campagna, dalla
parte di S. Andrea invece erano letteralmente scoppiati
e le scale di accesso crollate. Per recuperare quei
poveri corpi non ci fu altro rimedio che calarli da una
finestra per mezzo della catena con cui si tirava su la
mezzina dell’acqua dalla cisterna e che ero corso a
prendere nell’orto di casa mia.
Ci furono feriti anche fra quanti si erano rifugiati
nell’andito di Giannina Pellegrini e fra questi ricordo
la figlia di “Palle” raggiunta alle gambe dallo schegge
di quella esplosione.
Tutto questo provocò in me un effetto talmente negativo
che giudicai opportuno ritornare in padule, decisione
che i miei approvarono e che del resto due giorni dopo
avremmo dovuto adottare lo stesso in quanto ci fu lo
sfollamento obbligatorio di tutta la popolazione civile
da parte del comando tedesco.
Ci si organizzò alla meglio per ripararci dalle
cannonate andando ad occupare la stalla e le altre
stanze sul retro della casa considerata la parte più al
riparo. Anche noi, come gli altri, avevamo, distribuito
ad ognuno le proprie mansioni: nonno Enrico era addetto
principalmente a procurarci da mangiare; spesso qualche
contadino dei paraggi ammazzava una bestia e allora
ritornava con grossi tagli di carne, altrimenti portava
qualche pannocchia di granturco, spigolature di grano,
fagiolini, ceci, frutta e quanto altro poteva trovare
nei dintorni, come quella volta che ritornò con una
pecora intera uccisa, insieme a tante altre, da una
cannonata che aveva preso il branco che Beppe Santini,
cugino di mio padre, teneva al pascolo a ridosso dei
prati di padule.
Nonna Liduina era adibita alla cucina; mamma Amely
stessa, approfittando degli intervalli che gli americani
ci concedevano fra un cannoneggiamento e l’altro ed
eludendo i tedeschi, riusciva ad entrare in paese, già
evacuato dalla popolazione civile, ed andava, passando
dal Poggetto, fino in via Donateschi al forno di Gere,
che vi era rimasto nascosto, per portargli la carne e
riceverne in cambio pasta e riso fino al giorno in cui i
tedeschi lo uccisero insieme alla moglie Emilia per aver
tentato di sottrarre una vicina ai loro turpi desideri.
La mia mansione, come quella di mio padre e di tutti gli
uomini più validi, era invece quella di sfuggire ai
continui rastrellamenti che venivano effettuati in quei
giorni per cui, in definitiva, a rendersi veramente
utili erano solo gli anziani e le donne.
Durante i cannoneggiamenti preferivo stare al riparo
dietro la casa piuttosto che in quella fossa sotto i
tronchi di pioppo, ma quando arrivavano i tedeschi ed
eravamo costretti a scappare per i campi, andavo a
nascondermi nelle fosse con l’erba più alta dove per
difendermi contemporaneamente dalle schegge delle
cannonate che fioccavano da tutte le parti, spesso
dovevo scavarmi con le mani una buca nel ciglione per
infilarci almeno la testa.
In pochi giorni eravamo ormai diventati esperti in fatto
di cannonate: ne conoscevamo gli orari, se ne
distinguevano perfettamente i colpi in partenza da
quelli in arrivo, se di piccolo o di grosso calibro, se
il tiro era lungo o corto e istintivamente si abbassava
la testa quando al colpo di partenza non faceva seguito
il fischio; segno evidente che il proiettile stava per
cadere vicinissimo come quello che la sera del 24 luglio
cadendo nello spazio tra la casa e il fienile, provocò
la morte istantanea di Ada Faraoni che, intenta a
mettere al riparo le galline ricevute in custodia dal
Detti, quello del mulino, ne ebbe la gola trapassata da
una scheggia.
La notte da incubo che seguì mi sembrava il presagio
della fine del mondo: lo donne vegliavano la salma
composta nella stalla dopo averne riempito di cotone il
grosso squarcio che aveva straziato la gola; Don Livio,
in un angolo, recitava le orazioni di circostanza; io,
come un automa, collaboravo alla costruzione della
rudimentale cassa di legno che il giorno dopo, posta su
un carretto trainato a mano, ci servì per trasportare al
camposanto il corpo martoriato della povera Ada,
incuranti di una pattuglia di tedeschi incontrata al
chiesino dello Zucchi che, fortunatamente, si fece da
parte e rese omaggio a quel carretto salutando
militarmente.
Giudicando, dopo questo nuovo episodio, assai pericoloso
rimanere in quei paraggi, seguendo anche l’esempio di
altri che preferivano andare a rifugiarsi sulle alture
oltre il padule, presi il carretto che era servito a
trasportare Ada al cimitero, lo riempii delle nostre
masserizie, mi misi alla stanghe e con i miei che
spingevano arrivai tutto d’un fiato oltre i ponti di
padule quando due aerei, apparsi tanto improvvisamente
che ci dettero appena il tempo di abbandonare il
carretto sulla strada e gettarci precipitosamente nella
fossa laterale, si tuffarono in picchiata sui ponti
sganciando quattro bombe insieme ad una sventagliata di
mitragliatrice che colpì il carretto in vari punti e di
cui conservo ancora un proiettile che si era conficcato
nel cerchione in ferro di una ruota.
Una di quelle bombe aveva centrato la strada, le altre
erano finite nei campi ma i ponti erano rimasti intatti.
Non appena gli aerei scomparvero nella direzione da cui
erano venuti, feci fare dietro front al carretto, mi
attaccai di nuovo alle stanghe e, con i miei a farmi da
trapelo, arrivai fino al cratere provocato dalla bomba
sulla strada per cui non essendoci la possibilità di
passare oltre approfittando di un viottolo che dalla
strada scendeva nei campi, vi condussi il carretto per
aggirare l’ostacolo. Purtroppo la terra era stata arata
ed enormi zolle impedivano al carretto di andare avanti
malgrado i miei sforzi, finché dopo una mezz’ora di vani
tentativi, arrivarono due contadini spinti sul posto
dalla curiosità di vedere l’effetto di quelle bombe, i
quali, accortisi della nostra critica situazione, ci
aiutarono riuscendo così tutti insieme a riportare il
carretto sulla strada dopo aver aggirato l’ostacolo.
Tornammo di nuovo a casa Pellegrini decisi questa volta
a rimanervi qualunque cosa fosse accaduta.
Il giorno dopo, sulle prime ore del pomeriggio, arrivò
una pattuglia di tedeschi composta da due sergenti
armati di machin-pistole e da due giovanissimi soldati
armati di fucile. Nessuno di noi scappò perché l’occhio
clinico di cui eravamo dotati ci fece intuire che
dovevano essere preposti a chissà quale compito ma
certamente non alla cattura di uomini.
Chiesero asilo a Gianni come se avessero saputo che era
il padrone di casa: gli fu concesso “con tutti gli
onori” per ovvie ragioni di opportunità, depositarono
armi e bagagli, si rinfrescarono al pillone vicino al
pozzo e si rifocillarono con un bel coniglio e patate
arrosto che Gianni aveva intanto preparato,
innaffiandogli il tutto con un fiasco di vino ed
accompagnando il gesto dalla mescita con un "vi
mettesse fogo" appena sussurrato sotto i baffi.
Dopo il pranzo, approfittando dalla mia discreta
conoscenza della lingua tedesca per gli studi che allora
praticavo in quel di San Miniato, intavolai una
conversazione con un sergente che ricordo brutto come il
peccato ma assai educato e colto e che si dimostrava
interessato ad approfondire la conoscenza della lingua
italiana. Mi fece vedere le foto della sua famiglia,
imitato dai colleghi e, parlando delle armi in loro
possesso, colse l’occasione per mostrarmi la sua
precisione e rapidità di tiro riuscendo a colpire con
estrema facilità alcuni barattoli vuoti da me gettati in
aria come nei film dei “cappelloni” che avrei visto
molti anni dopo.
L’altro sergente, dichiaratosi ex acrobata di circo, con
tanto di rasatura e collottola alla Erich Von Stroheim,
volle darmi una dimostrazione delle proprie capacità:
estratto il pugnale dalla guaina, lo pose per terra
addossandolo al muro di casa, quindi, voltandogli le
spalle e inarcando la schiena all’indietro, arrivò a
prenderlo con la bocca al che io, per non dimostrarmi da
meno, ed a quei tempi ne ero assai capace, lo imitai
all’istante con conseguente suo malcelato disappunto.
La giornata proseguì con una partita di “melanzane al
volo” interrotta per “invasione di campo” da parte di un
cannoneggiamento che durò un paio d’ore e al termine del
quale il sergente “brutto” intese confidarmi, in un
discreto italiano, che la tattica dell’esercito tedesco
era quella di ritirarsi lentamente fino a poca distanza
dal territorio del Reich dove gli americani sarebbero
stati fatti tutti “kaput” alludendo evidentemente alla
prevista arma segreta di Hitler, quella del famoso “ Dio
mi perdoni gli ultimi cinque minuti di guerra”; dopo di
che il quartetto si riordinò di tutto punto, ci salutò e
scomparve in direzione di Stabbia.
La notte che seguì mi fece capire che quella pattuglia
era passata in avanscoperta, infatti verso la
mezzanotte, dopo l’ennesimo cannoneggiamento durato più
a lungo del solito, mentre da poco ci eravamo assopiti
sulla paglia vicino alla mangiatoia, arrivò un grosso
reparto di tedeschi che si accampò intorno alla casa.
Qualche soldato entrò anche nella stalla sdraiandosi
vicino a noi dopo averci controllati con le torce
elettriche. Anch’io ebbi il viso illuminato per qualche
istante ma non aprii neppure un occhio, un soldato mi si
sdraiò accanto senza profferire parola depositando
elmetto, maschera antigas, e fucile fra me a lui:
trascorsi tuta la notte senza muovermi facendo finta di
dormire, lui invece dormì sul serio. All’alba si
alzarono tutti, quelli in casa e quelli fuori, si
rifocillarono, presero armi e bagagli e proseguirono
nella stessa direzione dove era scomparsa la pattuglia
che li aveva preceduti.
In piedi, su un sidecar già in movimento, un gigantesco
ufficiale della retroguardia, rivolto verso di noi, che
sull’uscio della stalla assistevamo alla loro partenza,
ci urlò di abbandonare la casa entro due ore e di andare
in direzione di Montecatini.
Il filo rosso
Due volte avevamo tentato di lasciare casa Pellegrini
nella vana speranza di trovare un rifugio migliore per
difenderci dalle cannonate e dai tedeschi, ambedue le
volte dovemmo rinunciarci per tragici o quanto meno
negativi episodi che pareva si accanissero. contro di
noi.
Quel giorno ci trovavamo di nuovo impegnati, nostro
malgrado, a lasciare il padule, costretti dal teutonico
ordine di un ufficiale della “Herman Goering” panzer
division che non ammetteva riserve:
“Weg von hier! Weg Von Hier!
Binnen zwei stunden!
Gehen in der riehtung von Montecatini !“
(Via di qua! Via di qua!
Entro due ore!
Andare in direzione di Montecatini!)
Convinto, qualora avessimo preso alla lettera quel
comando, a chissà quali e quante peripezie saremmo
andati incontro, decisi, d’accordo con i miei, di
eseguirlo solo a metà: bisognava in ogni caso andare via
di là per cui, raccolto in fretta il minimo
indispensabile, ci apprestammo a lasciare il padule per
tentare il rientro a casa nostra lassù, fuori porta
Castruccio, e cercare di rimanervi nascosti
contrariamente all’ordine tedesco di andare verso nord e
contravvenendo alla evacuazione coatta del paese e
dintorni in atto ormai da diversi giorni.
Andai avanti in maniera di poter indicare ai miei che mi
seguivano se la strada era libera o meno. Passando per i
campi dietro ai Seccatoi, ci accingevamo ad attraversare
la via di Stabbia, quando un rumore di motori
proveniente dalla Ferruzza ci fece arrestare e facemmo
appena in tempo a nasconderci nella fossa che
costeggiava la strada, un istante dopo compariva infatti
un camion carico di tedeschi seguito da altri pieni di
materiale vario e cucine da campo che riuscii a
intravedere attraverso i ciuffi di erba della fossa
nella quale eravamo sprofondati.
Quando l’ultimo camion - saranno stati una diecina -
sparì oltre il chiesino dello Zucchi, feci cenno ai miei
che potevano attraversare la strada e, su per la salita
della Fontina, proseguimmo verso casa accompagnati, in
quell’ora di silenzio assoluto, tacendo il cannone,
soltanto dal lieve rumore dell’acqua che usciva dalla
polla della fonte.
Giunti all’altezza della casa del “Morino”, abbandonata
come tutte le altre, feci sostare i miei dentro la
stalla ormai vuota del “Nano” e, rasentando il
muraglione di sostegno della Via Nuova, arrivai davanti
all’uscio di “Bastianino” da dove potevo osservare la
nostra casa che era di fronte. Constatai, purtroppo, che
la bottega del “Saurino”, situata accanto all’ingresso
di casa, mostrava evidenti segni che era stata adibita a
corpo di guardia e fuori della porta, distante un paio
di metri dalla torre, inchiodato al muro, c’era un
avviso che in italiano informava che chiunque fosse
stato trovato sul posto sarebbe stato passato
immediatamente per le armi.
Per un buon quarto d’ora feci capolino dal muro che
separava la via vecchia della Ferruzza dalla via Nuova e
quando ebbi la certezza che di tedeschi in quel momento
non c’era neppure l’ombra, forse perché assenti per
chissà quale motivo, tornai indietro a chiamare i miei,
li feci addossare al muro e dopo aver provveduto ad
aprire la porta di casa che presentava diverse forzature
provocate da colpi di calcio di fucile e di scarpe
ferrate, attraversando la strada uno alla volta, dopo il
rituale sguardo a destra e a manca, riuscimmo a chiudere
l’uscio dietro di noi.
Si scese subito in cantina dove, qualche tempo prima del
nostro sfollamento in padule, avevamo predisposto una
specie di rifugio anticrollo, consistente in un
puntellamento di tronchi di pino contro la volta dalla
parte più profonda della cantina stessa. Predisponemmo
le reti dei letti per potercisi sdraiare, naturalmente
senza i materassi, che, sempre in precedenza, avevamo
nascosti in uno dei tanti anfratti della casa e
precisamente su nella piccionaia alla quale si accedeva
mediante una scala posticcia attraverso una botola nel
solaio, apertura che venne opportunamente mascherata con
un pezzo di soffitto finto. In un piccolo sottoscala
avevamo, tra l’altro, nascosto la radio e il grammofono
con i dischi di Caruso, Titta Ruff o e Montanelli; nel
vespaio sotto il pavimento del salotto ai piano terra,
nonno aveva messo le pelli e il cuoio; in uno stanzino
che serviva da intercapedine fra due gabinetti erano
stati disposti tutti i servizi di porcellana e gli
oggetti di valore; nel più profondo cunicolo della
cantina avevamo inserito due bauli di biancheria,
coperte di lana e vestiario. Tutti questi nascondigli
erano stati mascherati con opportuni accorgimenti dal
bravo Guido Ciurli, il muratore nostro amico e
dirimpettaio delle .cui prestazioni nonno Enrico si
serviva da tanto tempo. In vari punti dell’orto avevamo,
sempre in precedenza, nascosto, interrandole,: alcune
damigiane piene di grano e svariati bottiglioni. d’olio,
per cui, considerando che c’erano da cavare le patate e
1e piante erano cariche di frutta e che quindi in
qualche modo potevamo mangiare, si pensò che rimanere
nascosti in cantina sarebbe stata forse la maniera
migliore per aspettare la fine delle cannonate e
l’arrivo degli alleati.
Volli salire comunque su al primo piano per dare
un’occhiata furtiva da sotto le persiane di cucina verso
S. Andrea, da dove vidi avvicinarsi tre uomini; aspettai
che arrivassero sotto casa e mi accorsi che erano
“repubblichini” in borghese con al braccio la fascia di
“Polizei”. Aprii con cautela lo sportello della
persiana, sottovoce mi azzardai a chiamarli e, fidandomi
di loro che conoscevo di vista essendo del paese, gli
feci cenno di venire alla porta di casa, scesi giù,
aprii l’uscio e li feci entrare nell’andito, dove
intanto erano saliti dalla cantina anche i miei nonni e
genitori. Li facemmo partecipi della nostra fuga dal
padule e della intenzione di rimanere nascosti in casa
nostra.
Rimasero esterrefatti e ci definirono pazzi per essere
non solo gli unici civili rimasti in paese,
contrariamente alle disposizioni del comando tedesco e
passibili pertanto di essere passati per le armi, come
evidenziava. del resto il cartello posto proprio sul
muro della nostra casa, ma principalmente perché la
torre Castruccio, adiacente alla casa, era minata e
quanto prima doveva saltare. Ci fecero notare infatti
come i tedeschi di guardia alla torre se ne erano andati
il che significava che il brillamento era vicino e che
loro stessi avevano avuto l’ordine di perlustrare i
paraggi per accertarsi che non ci fosse nessuno. Così ci
“consigliarono” di lasciare immediatamente la casa per
tornare da dove eravamo venuti se non volevamo rischiare
di essere fucilati o rimanere sepolti sotto le macerie
della torre di Castruccio. Se ne andarono dicendo di far
finta di non averci mai visti.
Al momento di chiudere la porta mi ricordai di quel filo
rosso che, proveniente dal sotterraneo della torre,
attraversava la strada fino al capitello divisorio fra
la via Nuova e la via della Ferruzza e proseguiva giù
per la discesa, credo fino alla Ferruzza stessa e, che
al momento del nostro rientro in casa, avevo notato e mi
ero riservato di prenderne un bel po’ pensando che, a
guerra finita, sarebbe potuto servire, magari, per
sostenere un filare di viti del nostro orto: solo allora
capii che era il “trait d’union” tra l’esplosivo e il
punto di contatto per far saltare la torre. Senza
pensarci un istante, mi precipitai in cantina a prendere
un paio di forbici e, dopo essermi accertato che i tre
repubblichini non c’erano più, uscii fuori e, per non
tagliare il filo proprio lì davanti alla casa, corsi al
capitello, scesi le scarelle e lo tagliai, non senza
qualche difficoltà sia per la sua resistenza, essendo
all’interno di rame, ma anche per la mia eccitazione per
il gesto che stavo compiendo. Lo arrotolai per almeno
una ventina di metri e proprio davanti alla casa della
“Patacchina” lo tagliai di nuovo, lo raccolsi e andai di
filato nell’orto a gettarlo fra l’erba alta.
Purtroppo il taglio di quel filo rosso non servì a
salvare la torre bensì a ritardarne la fine. A questo
proposito penso che tra gli allora rifugiati in
ospedale, che in quei giorni pullulava di feriti da
schegge di cannonate e malati. di tifo, ci sarà ancora
oggi chi ricorderà come era trapelata la voce che la
torre sarebbe saltata in un determinato giorno e che ciò
non avvenne. Qualcuno lo attribuì al motivo che i
tedeschi, amanti dell’arte, ci avevano ripensato e non
ne avevano fatto più di niente. Ma quando dopo circa una
settimana la torre saltò ( 10 agosto 1944) nessuno si
immaginò che quel ritardo, forse, era stato da me
provocato. L’unica persona alla quale, alla fine
dell’emergenza, confidai l’episodio fu l’amico e
compagno di studi Ennio Guerrieri.
Finita la guerra, quel filo rosso servì per molti anni a
sostenere un filare di viti.
“ Zum schuz von Papst “
In pochi istanti feci il punto della situazione:
1°) tutta la popolazione civile dal capoluogo e delle
zone limitrofe era ormai evacuata per ordine del comando
tedesco;
2°) eventuali civili presenti sarebbero stati passati
per le armi, (un avviso in tal senso era stato
inchiodato proprio sul muro di casa, accanto alla porta
della bottega del “Saurino” adibita a corpo di guardia,
anche se al momento sguarnita);
3°) la nostra casa si trovava sotto l’incombente mole
della torre minata;
4°) il filo che doveva provocarne il brillamento l’avevo
tagliato, in parte asportato e nascosto in fondo
all’orto.
Il pericolo era tale che questa volta dovevamo
precipitosamente squagliarcela per evitare conseguenze
sicuramente disastrose. Cercammo tuttavia di sistemare
prima in cantina quanto più mobilia possibile, compresa
quella che in precedenza avevamo già portato via da
Livorno. Nel giro di un paio di ore riuscimmo ad
ammassarne tanta nella parte che ritenevamo più sicura
in caso di crollo perché situata nella parte più
distante dalla torre. Lasciammo su, nella camera antica
dei miei nonni, soltanto il pesante armadio di quercia
ed il grande letto di ferro a baldacchino per la
impossibilità di rimuoverli.
Aperta con cautela la porta di casa, per dare
un’occhiata furtiva verso S. Andrea oltre l’arco della
torre e considerando che ormai non era più il caso di
ritornare in campagna per iniziare chi sa quali e quante
peripezie, decidemmo di inoltrarci in paese. Usciti
pertanto, con i soliti fagotti di cose indispensabili,
ci avviammo in S. Andrea per andare a bussare alla porta
di zio prete, la cui abitazione distava circa un
centinaio di metri.
Sapevamo che il comando tedesco aveva eccezionalmente
accordato a Don Ferdinando, fratello di mio nonno
Enrico, la possibilità di rimanere in casa con la
sorella Gatina, sua perpetua, e per questo aveva
provveduto ad apporre all’esterno della porta d’ingresso
un drappo bianco con la croce gialla e la scritta:
“ZUM SCHUZ VON PAPST” alla cui elaborazione aveva
provveduto la prof.ssa Annunziata (Tina) Montanelli.
In men che non si dica facemmo fuori quel tratto di
strada, nonno bussò all’uscio finché questo lentamente
si dischiuse ed apparve zio prete che, sorpreso e
sconcertato, ci fece subito entrare chiedendoci cosa
fosse successo o se eravamo diventati matti. Lo mettemmo
al corrente della nostra situazione e gli chiedemmo
ospitalità.
Per tutti era una cosa impossibile ma, considerando che
aveva già in casa, oltre alla sorella, unica persona
concessagli, la nipote Assuntina, moglie di Corradino,
con i figli Carla ed il piccolo Carlo, si dichiarò
disposto, confidando nell’aiuto dei buon Dio, a far
rimanere mamma ed i miei nonni. Per me e per babbo
sarebbe stato troppo rischioso: guai se i tedeschi
avessero scoperto che “SOTTO LA PROTEZIONE DEL PAPA” si
nascondevano dei civili contravvenenti all’ordine di
evacuazione e per di più uomini validi. Ci consigliò di
aspettare la notte per cercare di infilarci nel vicino
Ospedale fingendoci infermieri e consegnandoci, allo
scopo, due bianchi bracciali di tela con la croce rossa
che provvedemmo ad infilarci. Cercammo intanto di
sistemare un giaciglio per i nostri familiari in uno dei
profondi locali situati nel tufo della vasta cantina di
quella antica abitazione. Appena si fece scuro uscimmo
di casa accompagnati dalle lacrime di mamma e di nonna
e, gattonando i muri della strada e della piazza
contigua, ci avvicinammo alla cancellata dell’ospedale
che in pochi istanti scavalcammo per proseguire verso il
retro dell’edificio principale, quello cioè meno esposto
alle cannonate.
Giù per la discesa, prospiciente il vallino, arrivammo
al porticato situato sotto i giardini dell’Ospedale
dove, in una confusione indescrivibile, ci apparve un
tragico scenario di manzoniana memoria: il lungo e
stretto porticato era gremito di vecchi, sfollati dal
sovrastante ricovero, e di malati, distesi sulla paglia
che contemporaneamente serviva da lattiera anche a un
discreto numero di bovini che nell’ospedale stesso
venivano abbattuti per il vettovagliamento. Tutti gli
altri locali disponibili, compresi i sotterranei,
rigurgitavano di feriti da cannonate o malati di tifo
per l’epidemia dilagante, ma erano anche pieni di finti
malati e di finti infermieri dei quali anche noi ormai
facevamo parte.
Per tre giorni e tre notti rimasi con mio padre in
quell’ambiente che altrimenti non potrei ricordare se
non come un vero e proprio “mattatoio” per animali e per
uomini: quasi ogni giorno infatti veniva abbattuto un
vitello per darlo a mangiare, così come ogni giorno
moriva qualcuno per il tifo, per le ferite o per lo
cannonate che spesso cadevano anche all’interno
dell’Ospedale come quella che provocò la morte di Beppe
di Biagino e di Giannino Galleni.
All’alba del quarto giorno si sparse la voce che i
tedeschi stavano per circondare l’Ospedale perché
avevano avuto il sospetto che vi si fossero rifugiati, a
ragione, molti uomini. Il preavviso ci colse mentre
eravamo ancora semiaddormentati sul nudo pavimento della
bottega del Cheli, dove ci eravamo rifugiati per la
notte, entrando dal retro comunicante con i giardini
dell’Ospedale.
Ad una certa ora di quella stessa notte, eravamo già
stati svegliati dallo sferragliare del solito carro
armato tedesco che, rasentando la porta sbarrata, dietro
la quale eravamo sdraiati, stava transitando per S.
Andrea per andare a prendere posizione, come ogni notte,
alla seconda curva dalla via Nuova, a ridosso del muro
di cinta del terreno di nostra proprietà, da dove si
metteva a sparare qualche colpo isolato verso le colline
di S. Miniato, provocando un intenso cannoneggiamento
nei paraggi da parte degli alleati, mentre il carro già
si era defilato per andare a ripetere l’operazione in un
altro luogo distante ed appropriato provocando, anche lì
ferro e fuoco quando ormai aveva di nuovo cambiato
posizione. Quel giochetto durò diverse notti finché il
carro fu colpito di giorno mentre sostava inoperoso, al
riparo del boschetto della Villa Nieri, in attesa della
notte per ripetere le sue scorribande.
Solitamente si trascorreva la notte, insieme ad altre
persone, nella bottega del Cheli perché situata in
posizione favorevole in caso di fuga dall’Ospedale, come
infatti quella mattina avvenne.
Scendemmo a precipizio giù per il ”Vallino” fino alla
Cappellina e da sotto gli orti di Valdarnese andammo a
ripararci nei pressi della casa del Banti vicino alla
Fontina da dove ci giungevano intanto gli echi delle
mitragliate dei tedeschi che, evidentemente, erano
entrati nell’Ospedale.
Gli spari cessarono quasi subito per il cannoneggiamento
che ebbe inizio per cui potemmo riprendere la fuga fino
a via della Ferruzza e, per quella scorciatoia che la
collegava alla via Nuova, proseguimmo “sotto poggio”
fino alle piagge di zio prete, scalate le quali e
oltrepassato il muraglione di contenimento del
sovrastante giardino, entrammo in casa proprio un
istante prima che l’ultima cannonata di quella serie
centrasse in pieno la limonaia dove i miei avevano
sistemato una vecchia stufa per cucinare. Meno male che,
dopo i primi colpi in arrivo, si erano rifugiati, come
al salito, in cantina dove anche noi ci eravamo
precipitosamente infilati, riabbracciandoli sorpresi e
contenti. La cucina economica, intanto, era rimasta
sepolta e letteralmente schiacciata come un foglio dalle
macerie della limonaia completamente distrutta insieme
al pentolone dei fagioli che nonna vi aveva lasciato
sopra a bollire.
Nel tardo pomeriggio di quel giorno, per mezzo di una
galena, la cui antenna ero riuscito a sistemare in
giardino mimetizzandola con i fili di ferro di sostegno
della pergola, riuscii a captare una flebile voce che
preannunziava l’avvenuta liberazione di Firenze dopo che
i tedeschi avevano fatto saltare case, ponti e torri.
(Solo dopo l’emergenza si venne a sapere che quel giorno
era il 2 di agosto - noi avevamo ormai perso la
cognizione del tempo- La liberazione di Fucecchio doveva
avvenire esattamente un mese dopo).
Tale notizia mi parve la logica conferma che anche la
torre di Castruccio sicuramente sarebbe saltata quello
stesso giorno, come del resto già si vociferava fra i
rifugiati in Ospedale, se il “sabotaggio” da me compiuto
alcuni giorni prima non lo avesse impedito.
Pur coscienti dei gravi rischi che correvamo, per i
tedeschi che ci potevano scoprire da un momento
all’altro e per il tifo che ci poteva aggredire,
avendolo già in casa (vedi Carlo e Carla), avevamo
tuttavia sistemato anche i nostri giacigli per la notte
nei sotterranei della casa dove eravamo decisi a
rimanere fino alla liberazione predisponendovi,
pertanto, con certosina pazienza e tanta fatica, un
nascondiglio, nella malaugurata ipotesi che i tedeschi
ci avessero cercati, consistente precisamente in una
grotta sufficiente a contenere almeno tre persone,
ricavata nel pavimento di tufo, opportunamente camuffata
con vecchie tavole ricoperte di legna in fascine e dove,
nell’occasione, eravamo riusciti a nascondere anche le
nostre biciclette.
La mattina in cui portarono all’Ospedale una figlia di
Beppe del “Gattino”, ferita alle gambe dalle schegge di
una cannonata, mentre nell’andito dietro il portone
d’ingresso eravamo intenti ad origliarne il passaggio,
udimmo avvicinarsi il caratteristico passo ferrato di un
soldato tedesco che, arrivato davanti all’uscio, bussò.
Insieme a babbo e a nonno ebbi l’occasione di inaugurare
quel nascondiglio che servì egregiamente alla bisogna.
Zio prete aprì e il soldato volle controllare tutta la
casa, scese anche in cantina e noi lo intravedemmo
attraverso le fascine. Constatando, però, che, oltre al
prete, c’erano solo donne e due ragazzi a letto, isolati
in una stanza buia al pianoterra perché colpiti dal
tifo, forse anche per questo, ritenne opportuno non
trattenersi oltre e se ne andò.
Quotidianamente, nelle ore più opportune rispetto alle
cannonate ed eludendo i tedeschi, fiduciosi della ormai
acquisita esperienza al riguardo, eravamo costretti,
scendendo dalle piagge, ad andare per i campi alla
ricerca di qualcosa da mangiare. Si ritornava quasi
sempre con frutta, patate, pannocchie di granturco e
spighe di grano che, in cantina, durante i
cannoneggiamenti, provvedevamo a schiccolare ed a
ridurre in farina col macinino da caffè per farne una
specie di pane.
Ricordo a proposito una di queste “uscite”, mentre
insieme a babbo e a nonno intenti ad attraversare il
viale dello stadio in direzione della casa di “Pelaghino’,
all’altezza del gigantesco pino, simbolo della proprietà
di quel podere da parte del Principe Corsini, dalla
curva della Ferruzza sbucò all’improvviso un camion
tedesco: gettando via quel poco che avevamo potuto
raccapezzare,
istintivamente incuranti l’uno dell’altro, ci lanciammo
su per le piagge arrampicandoci verso casa dove
giungemmo trafelati io e mio padre non senza esserci
presi una lunga sventagliata. di mitra, fortunatamente
andata a vuoto, partita dal camion quando raggiunse il
punto in cui avevamo attraversato.
Stavamo riprendendo fiato quando ci si accorse che nonno
non era ancora. arrivato a casa, ci colse pertanto il
tragico dubbio che fosse rimasto colpito; mi gettai di
nuovo giù perle piagge finché, arrivato a quelle del
“Morino”, vidi mio nonno che, placido placido, come se
nulla fosse accaduto, stava risalendo il viottolo che
conduceva al rifugio abbandonato di Gargano, dove era
andato a nascondersi. Dopo aver provveduto a recuperare
quanto in precedenza avevamo gettato via, ritornammo
insieme a casa felici per l’ennesimo scampato pericolo.
Per l’acqua da bere ci si serviva di un paio di
damigiane che solitamente all’alba, sempre con grande
rischio, passando per la scoscesa via della Greppa,
andavamo a riempire alla “pompa” in fondo alla valle.
Una mattina, al termine della ripida risalita, con i due
recipienti pieni d’acqua, stavo facendo capolino, come
sempre, prima di entrare in S. Andrea, quando mi accorsi
che due tedeschi venivano nella mia direzione; mi sentii
perduto considerando che non c’era più il tempo
materiale per tornare indietro, affacciandomi di nuovo,
però, li vidi fermi a guardare l’interno del magazzino
sventrato di “Pelo”; quel tanto mi bastò per
sgattaiolare nella adiacente piazza con le due
damigianine che lasciai davanti alla cancellata
dell’Ospedale, dietro al muro della quale mi nascosi,
dopo averlo scavalcato, in attesa che i due
transitassero. Fortunatamente non si voltarono da quella
parte e non le videro pur avendole lasciate in bella
evidenza nella piazza deserta. Riuscii così a portarle a
casa col prezioso contenuto.
Quella notte una esplosione tremenda, ben diversa dalle
centinaia che eravamo abituati a sorbirci, squarciò il
più assoluto silenzio che in quell’ora regnava. Tutto
ebbe un sussulto; caddero oggetti e suppellettili; noi
che da poco eravamo assopiti, ci guardammo attoniti,
senza profferire parola, alla pallida luce della candela
che avevo provveduto ad accendere, mentre dalle aperture
che servivano per arieggiare i sotterranei stava
penetrando una calda nube di polvere nel silenzio che si
era ricostituito. Pensammo che un proiettile di grosso
calibro doveva essere caduto vicino e che forse aveva
colpito i piani superiori della casa. Nessuno riuscì più
a prendere sonno per l’ansia di attendere il giorno e
vedere che cosa era successo.
Alle prime luci dell’alba corsi al piano superiore e da
una finestra che dava in S. Andrea, con un sobbalzo ed
una dolorosa stretta al cuore, constatai che la torre
non c’era più.
Scioccato, incurante di tutto o di tutti, uscii fuori
per precipitarmi in quella direzione ed arrampicarmi
sull’enorme ammasso di macerie in cima alle quali
troneggiava, con le mani sui fianchi, un guastatore
tedesco dalla nera divisa visibilmente soddisfatto per
la distruzione compiuta.
Infischiandomi di lui, che del resto fortunatamente mi
ignorò, gli andai accanto quasi per sfida e, da lassù,
potei vedere in tutta la sua tragica realtà,
l’indimenticabile scenario della mia casa natale
distrutta.
Discesi il versante nord della “montagna”, costituita
dai resti di quelle che era stata la possente mole della
torre di Castruccio che da secoli sfidava il tempo e
caratterizzava il profilo della parte più alta di
Fucecchio e da quelli delle case del Pellegrini o di
Biagino che alla torre erano collegate, per infilarmi
tra i pericolanti ruderi di ciò che rimaneva del nostro
antico focolare domestico.
Una enorme quantità di materiale ora precipitato sulla
nostra casa sottostante seppellendone completamente la
metà e danneggiando gravemente la parte rimasta in tutte
le sue strutture principali dalle quali l’immane
spostamento d’aria aveva strappato porte e finestre e
divelto persino le relative soglie di pietra che erano
letteralmente volate via.
Il tetto della parte rimasta in piedi era ricoperto da
uno spesso strato di detriti che ne avevano
completamente sbriciolato embrici e tegole e spezzato
travi e travicelli.
Dopo un rapido e circospetto giro fra i traballanti
locali di quanto era rimasto miracolosamente in bilico,
passai nell’orto invaso da travi e pietre e mattoni e
dove tutto ora tinto di rosso dalla coltre di polvere
che vi si era adagiata, per raccogliere il primo
“mattone” di quella lunghissima serie che in seguito,
particolarmente a guerra finita, durante mesi e mesi di
estenuante solitario lavoro, riuscii ad accumulare per
poter procedere alla ricostruzione della mia amata casa
natale.
Per fare ritorno dai miei, approfittai di un
camminamento che i tedeschi avevano in precedenza
ottenuto praticando dei varchi attraverso i muri che
“sotto poggio” dividevano le varie proprietà a partire
dalla nostra per arrivare fino a quella di zio prete. Il
camminamento era intercalato da piazzole scavate ad
altezza d’uomo, che spesso ci servirono come riparo
dalle cannonate in quanto da quel giorno, sfruttando
l’inaspettato passaggio abbandonato, ci si recava nel
nostro terreno per prendere qualcosa da mangiare.
Fu proprio durante una di queste nostro spedizioni (vedi
l’episodio in merito dal titolo “La Vanga”) che gli
alleati ad un certo momento, dopo che la ”cicogna” ci
aveva segnalati, ci presero letteralmente a cannonate
mentre con mio padre ero intento, con la vanga, a cavar
patate, scambiati certamente per soldati tedeschi
intenti a predisporre fortificazioni.
Corremmo a rifugiarci nella cantina che aveva resistito
al crollo della casa per rimanervi fino al termine del
prolungato ed intenso cannoneggiamento. Usciti quindi
all’aperto ci rendemmo conto che tre proiettili erano
caduti nell’orto: uno, esploso a pochi metri di distanza
dalla casa, aveva fatto franare per un lungo tratto il
massiccio muro di cinta che, a sua volta, caduto su
quello adiacente dell’Andreini ne aveva provocato il
crollo; un altro proiettile aveva fatto crollare parte
del settecentesco muraglione dal Pellegrini in
corrispondenza del grandioso secolare leccio, tuttora
vivo e vegeto, sovrastante la nostra proprietà; un terzo
proiettile infine, centrando perfettamente la venga che
pochi istanti prima avevamo lasciata infilata nel
terreno, prima di correre in cantina., la deformò in
maniera tale da renderla un vero o proprio pezzo da
museo, tanto è vero che, mentre sto scribacchiando
queste righe, posso darle uno sguardo, avendola appesa
ad una parete del mio studio, dove la conservo a
ricordo, opportunamente collocata in una piccola bacheca
insieme alla spoletta del proiettile che la ”modellò” e
che ritrovammo conficcata nella terra; una targhetta in
ottone ne ricorda la data: “15 agosto 1944”.
Proseguimmo con estenuante monotonia quel nostro vivere
nei sotterranei interrotto soltanto dagli ormai
altrettanto monotoni cannoneggiamenti che si
susseguivano quasi rispettando determinati orari, per
cui, rispettandoli anche noi, potevamo uscire all’aperto
per andare alla ricerca dei soliti viveri di fortuna
badando solamente a non essere scoperti dai pochi
tedeschi che potevano aggirarsi in quei luoghi. Solo
qualche sparuto guastatore infatti poteva ancora
girovagare per il paese dove già era saltato tutto
quanto eventualmente poteva servire a contrastare
l’avanzata degli alleati, ma questi, anziché diminuire
rincaravano ancora le dosi, rovesciando sul capoluogo e
dintorni bombardamenti sempre più intensi e prolungati.
Proprio in conseguenza di un cannoneggiamento che in
quei giorni si abbatté con estrema violenza sulle
antiche mura dell’Abbazia di S. Salvatore, le clarisse
uscirono dall’annesso Monastero di Clausura e, guidate
dalla Madre Badessa, corsero a rifugiarsi nell’Ospedale.
Fui testimone di questa fuga da sotto le persiane di una
finestra di zio prete.
Arrivammo così alla fine del mese di agosto finché Padre
Nazzareno Poletti, del Convento dei Frati Minori di
Fucecchio, inforcando una bicicletta da donna, con tanto
di bandiera bianca, oltrepassando l’Arno in secca,
riuscì ad arrivare alle linee americane e ad informare
il comando alleato che i tedeschi non c’erano più per
cui, volendo, potevano “venire a liberarci”.
Gli alleati evidentemente “accettarono l’invito”,
infatti il giorno dopo arrivarono non senza aver
completato però l’opera di distruzione iniziata dai
tedeschi, con un interminabile ed inaudito
cannoneggiamento da gran finale, che. rovesciò ferro o
fuoco sulle antiche torri della Rocca del Principe
Corsini, fino a qualche giorno rimaste miracolosamente
intatte, danneggiandole irreparabilmente.
Era il 1°
settembre de1 1944 (Livorno, marzo 1983)
Di qua, di là dall’Arno: maturità e ricostruzione,
gioia e delusione
E pensare che eravamo sfollati da Livorno a. causa degli
incessanti bombardamenti aerei che la martoriavano, per
prendere stabile dimora a Fucecchio in casa dei miei
nonni ritenuta sicura ed al riparo dalla furia
devastatrice della guerra. Ironia della sorte: proprio
questa casa, come ormai noto, qualche tempo dopo, doveva
rimanere sepolta dalle macerie della torre di Castruccio
fatta saltare dai tedeschi in ritirata e gli americani
mi ci avrebbero addirittura preso a cannonate nell’orto
insieme a mio padre.
Il grande palazzo in pieno centro storico .di Livorno,
dove era situato il nostro appartamento, doveva invece
rimanere miracolosamente intatto tra le apocalittiche
distruzioni degli edifici circostanti ( ad est la
cattedrale; da ovest i palazzi di Via Piave; a sud la
Sinagoga; a nord i palazzi di Via San Francesco )
provocate dagli oltre cento bombardamenti a tappeto
anglo-americani che rasero al suolo l’intero centro
della città. Per la “mia” casa di Fucecchio nutrivo un
amore sviscerato perché c’ero nato, perché i nonni mi ci
avevano allevato e coccolato, quale nipote unico, fino
all’età scolare, per tutto il periodo cioè che mio padre
aveva il suo lavoro a Roma. Quando si trasferì a Livorno,
i miei genitori, com’è naturale, mi presero con loro per
potersi finalmente godere il frutto del loro amore, mai
immaginandosi quale dispiacere avrebbero provocato in me
che dovevo lasciare il mio “regno”.
Andammo ad abitare appunto quell’appartamento
dell’allora nuovissimo e grande palazzo di Via San
Francesco che considerai sempre la mia “prigione”. Da
qualsiasi finestra mi affacciavo vedevo solo e sempre i
muri e le finestre dei palazzi di fronte, per cui
continuamente sognavo il mio giardino, il mio orto ed i
vasti panorami che si potevano godere dalle finestre e
dal terrazzo della “mia” casa di Fucecchio. Soltanto
quando i nonni venivano a Livorno per stare un po’ con
noi la mia tristezza si diradava per farsi nuovamente
più fitta al momento dalla loro partenza. Andavo a
scuola e contavo i giorni che mancavano alle vacanze di
Natale, alle vacanze di Pasqua, a quelle estive che
immancabilmente tutte trascorrevo da loro. Tanto grande
e incontenibile era la gioia delle mie partenze per
Fucecchio quanto grande era il dolore dei ritorni a
Livorno.
Questa altalena di stati d’animo mi accompagnò fino a
grande tanto che gli anni trascorsi a Fucecchio, durante
lo sfollamento, pur essendoci la guerra ed in cui
recarsi giornalmente in bicicletta al liceo scientifico
di San Miniato era un’avventura, sono rimasti per me i
più belli ed i più nostalgici. Per questo dal momento in
cui vidi la mia casa distrutta, il desiderio più grande
fu quello di poterla vedere ricostruita.
Passata la “bufera” dovevamo pertanto cercare di
risolvere in qualche maniera il difficile problema della
sistemazione, sia pure provvisoria, di quella residua
parte della casa rimasta in piedi sebbene gravemente
danneggiata. La prima cosa da fare, mentre il Comune
aveva già organizzato una squadra di operai per cercare
di aprire un varco nella montagna di macerie costituita
dalle rovine della torre e che ostruiva la strada, fu.
quella di liberare il tetto dallo spesso strato di
materiale che vi era caduto. Lavorandoci di buona lena
mattina e sera, in circa una settimana riuscii a
ripulirlo gettando di sotto tutto ciò che era
inutilizzabile, lasciando al loro posto soltanto i
travicelli interi ed i pochissimi embrici e tegoli
rimasti intatti disponendoli subito in maniera da
coprire almeno una minima parte del tetto affinché
magari lì sotto non ci piovesse. Qualche giorno dopo la
liberazione, infatti, incominciò a piovere e il nostro
“rudere” si inzuppò fino alle fondamenta.
Mio padre, che intanto era ritornato a Livorno,
incominciava il suo va e vieni settimanale in bicicletta
per recarsi al lavoro e portarci ogni volta le prime
cibarie americane. Arrivava il sabato sera e ripartiva
il lunedì mattina prima dell’alba. La nostra casa di
Livorno non era ora abitabile perché, pur essendo
rimasta intatta, vi si era insediato un comando alleato
e poi era situata nella cosiddetta “zona nera” ancora
interdetta ai civili. Solo qualche tempo dopo riuscì a
trovare un alloggio di fortuna presso una famiglia amica
preposta alla custodia di quello che era rimasto del
grande Seminario “Gavi”, quasi distrutto dai
bombardamenti, per cui anche mamma poté ritornare a
Livorno con lui. Ogni quindici giorni venivano a
trovarmi servendosi della solita bicicletta claudicante
per le numerose “vulcanizzature” dei suoi copertoni, che
babbo inforcava con mamma sulla canna e valigia sul
portabagagli.
Le giornate che trascorrevano con noi servivano ad
aiutarmi nell’opera di riadattamento della casa cui
ormai mi dedicavo anima e corpo per potercisi
ristabilire; ma per fare questo era necessario riuscire
almeno a coprire il tetto.
Grazie ad un carretto avuto in prestito da Maso di
Batone che faceva il manovale, con quattro viaggi
effettuati in un solo giorno, io alle stanghe e babbo a
spingere, mi procurai diverse centinaia di embrici
rimasti interi, trovati fra quelli letteralmente
sbriciolati dalle cannonate nelle enormi cataste che
giacevano presso la fornace situata di fianco all’argine
dell’Arno. In pochi giorni riuscii a coprire tutto il
tetto, avendo cura di porre anche delle grosse pietre in
vicinanza delle grondaie perché i1 vento non rendesse
vana la mia fatica.
E così dalla casa di zio prete, dove eravamo ancora
ospitati, ci trasferimmo nella nostra dopo aver
provveduto ad eliminare anche i numerosi detriti che
avevano invaso tutte le stanze penetrandovi, oltre che
dal tetto sfondato, dalle porte e dalle finestre che non
avevano più un vetro intatto riservandoci di procedere
in seguito alle successive riparazioni.
In quei giorni dovevo provvedere anche ad un altro
genere di riparazioni: si trattava di sostenere l’esame
di filosofia, materia da “riparare” infatti proprio a
settembre per essere definitivamente promosso all’ultimo
anno di liceo. Rimasi a Fucecchio anche a guerra finita
con l’intenzione di conseguire il diploma di maturità
prima di ritornare a Livorno ma principalmente lo feci
per potermi dedicare alla ricostruzione della mia casa.
Ebbe così inizio la mia lunga ed estenuante corsa intesa
a raggiungere i due obbiettivi.
Dopo aver provveduto a “riparare” quella disciplina
(leggi filosofia) che, precorrendo i tempi, già
contestavo perché la mia intenzione, una volta
conseguita la “maturità” era quella di iscrivermi alla
facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Pisa
e non ritenevo logico il dover dedicare tanto tempo
all’assorbimento dei contrastanti pensieri dei vari Kant,
Bacone, Cartesio e molteplice compagnia che, secondo me,
ben poco servivano per imparare a fare il . ...
veterinario, iniziai l’ultimo anno di liceo dedicando la
mattina alla scuola ed il pomeriggio, finché durava la
luce del giorno, agli enormi e molteplici lavori
riguardanti le disastrose condizioni della casa, per
terminare la giornata studiando alla fioca luce del
puzzolente ed affumicante lume a petrolio finché non fu
riattivata la luce elettrica.
Mi alzavo verso le sei e mezzo per essere preciso
all’appuntamento giù in Piazza Montanelli, sotto
l’orologio del palazzo Baschieri, da dove, in
bicicletta, lo “squadrone” fucecchiese, composto dal
sottoscritto, da Giorgio Lotti, Mino Dei, Piero
Guerrieri (Radicchio), Sergio Leardi (Pelo), Lelio
Marchetti ed altri, cui, una volta raggiunto S. Pierino,
si univa Mauro Vivaldi (Cicalone), insieme alle
“squadre” provenienti da S. Croce e da Castelfranco, nel
giro di un’ora, dopo un difficoltoso percorso di strade
dissestate e di dura e lunga salita, che dovevamo fare a
piedi, raggiungeva la scuola lassù a San Miniato Alto.
Si depositavano per questo le biciclette presso il
fienile di un contadino, situato ai piedi della collina,
per risparmiare la fatica di portarsele sù a mano e per
evitare, al ritorno, frequenti guasti meccanici o
quantomeno il logorio dei freni nella discesa con
conseguente pericolo di più o meno disastrose cadute cui
molti di noi, nei primi tempi, eravamo incappati.
Naturalmente dovevamo attraversare anche l’Arno che
aveva il ponte distrutto. Per tutto l’autunno e
l’inverno seguente eravamo costretti a lunghe file per
poterlo “passare” con l’ausilio dei barcaioli di S.
Pierino che ci traghettavano due alla volta, per mezzo
dei loro barchini da rena. Quando c’era la piena il
passaggio avveniva a nostro rischio e pericolo, una alla
volta, nel barchino governato da due barcaioli che, con
le lunghe aste, costeggiando la sponda, risalivano il
fiume per un centinaio di metri per poi, passando ai
remi, con improvvisa e possente decisione, darsi
all’attraversamento della enorme massa d’acqua che
correva impetuosa verso le rovine del ponte, riuscendo
sempre, con spettacolare regolarità, ad attraccare alla
riva opposta esattamente di fronte al punto di partenza,
avendo calcolato, con estrema precisione, la misura del
trascinamento del barchino effettuato dalla corrente
durante l’attraversamento a forza di remi.
Dopo la piena, quando le limacciose acque erano calate,
andare e tornare da scuola era veramente difficile: con
le già pesanti biciclette, zavorrate dalle cartelle
pieni di libri e dagli immancabili ombrelli di scorta
legati alla canna con lo spago, vestiti come palombari
(camiciole di lana, camicia di flanella, maglione,
giacchetta e pellicciotto, mutandoni di lana, pantaloni
alla zuava, due paia di calzettoni dentro grossi
scarponi da sci, topa in testa) le prendevamo in spalla
e, per poterci imbarcare da una riva e sbarcare
dall’altra, dovevamo per forza sprofondare fino al
ginocchio nel fango per tratti più o meno lunghi e
scoscesi a seconda di quanto le acque si erano ritirate.
Quando, finalmente, nella successiva primavera, entrò in
funzione il traghetto che agiva con la corda (cavo
metallico dopo), le cose migliorarono ed il passaggio
dell’Arno diventò agevole e addirittura spassoso:
incominciò infatti il periodo in cui il nostro
quotidiano va e vieni era costantemente rinvivito dalle
possenti “baritonali” arie del sottoscritto e da quelle
di “basso” di Renato Spagli accompagnate dal melodioso
coro dei “gregari”.
In occasione delle continue pressanti richieste di miei
assoli vocali, cui aderivo nelle tiepide serate
esibendomi spesso nei giardini del piazzale, qualcuno mi
“scoprì” e mi suggerì di mettermi a studiare canto. Ai
lavori preliminari, intesi ad approntare quanto più
materiale possibile per poter procedere un giorno alla
ricostruzione della mia casa ed ai contemporanei studi
per raggiungere il diploma di maturità si aggiunsero,
così, anche i serali vocalizzi e i monologhi di
“Rigoletto” eseguiti presso il Cav. Giuseppe Montanelli
che incominciai a frequentare insieme allo Spagli.
Il ritorno da scuola, salvo forature o guasti, avveniva
intorno alle due del pomeriggio; poiché i miei nonni
erano abituati a desinare al mezzogiorno, mangiavo da
solo con nonna che mi serviva e col micio sotto il
tavolo perché “ruscolava” sempre qualcosa.
Dopo la consueta mezz’oretta che trascorrevo al
riattivato “Bar di Fiore” per la tradizionale partitina
a bigliardo, dopo aver provveduto inizialmente al lavori
di provvisorio “rattoppamento” della casa, riuscii in
seguito a disporre finalmente di un muratore e di un
falegname (Guido Ciurli e Pietrino Masi) che ripararono
in maniera abbastanza valida se non definitiva, pareti e
pavimenti disastrati nonché porte e finestre distrutte o
danneggiate. Cominciò da allora l’inesauribile e mio
quotidiano solitario lavoro di rimozione della immane
massa di macerie che aveva sepolto metà dalla casa e che
raggiungeva in altezza il tetto della parte rimasta in
piedi.
Per mezzo di una carriola scaricavo i detriti
inutilizzabili nella scorciatoia tra il mio muro di
cinta e quello dell’ Andreini. tanto che il piano
stradale, nel giro di qualche mese, si alzò di un buon
metro e mezzo per tutta la sua lunghezza. Nello stesso
tempo, man mano che procedevo, facevo la cernita dei
mezzi mattoni e di quelli interi che accatastavo
nell’orto e che in un secondo tempo, dopo averli
scalcinati uno ad uno col pennato, portai tutti in
cantina per ripararli dalla pioggia.
Recuperavo travicelli e grossi travi intere che riuscivo
a trascinare, con la forza dei miei vent’anni, giù in
cantina dove, nelle frequenti giornate invernali di
pioggia, provvedevo a trattare quelle spezzate ed
inutilizzabili in maniera da poterle sfruttare per far
fuoco attraverso varie fasi di riduzione consistenti
nell’iniziale squarcio a metà per mezzo di due grosse
zeppe di ferro inserite alternativamente negli schianti
del legno a suon di martellate per poi farle in quattro
parti e magari in otto a seconda della loro mole; segavo
quindi i pezzi ottenuti e li riducevo ulteriormente con
l’accetta per poterli agevolmente inserire nel forno
dalla cucina economica. Accumulai in questa maniera
tanta legna da ardere che fu sufficiente a scaldarsi per
dieci invernate. Ma principalmente riuscii a riempire la
capace cantina fino all’inverosimile con diverse
migliaia di mattoni, tutti preventivamente scalcinati,
con una ventina di travi e centinaia di travicelli.
Questo mio tenace, pesante e certosino lavoro durò un
anno intero e terminò contemporaneamente al completo
raggiungimento del diploma di maturità: infatti anche
quella volta, e fu l’ultima, mi avevano fatto riparare a
ottobre la sola e ormai per me proverbiale “filosofia”,
che tanto tenacemente avevo contestato.
Qualche tempo dopo si ottennero i danni di guerra;
l’importo fu talmente irrisorio che servì appena a
compensare l’esoso ingegnere che ne aveva curato la
pratica. Mio nonno, non ritenendo conveniente procedere
alla ricostruzione di quella parte della casa distrutta,
vendette il terreno a Dionisio “di Biagino”, facendogli
praticamente omaggio di tutto il materiale che avevo
accumulato in quei lunghi mesi con grande passione e
speranza; gli fu sufficiente a completare i muri e
l’armatura del tetto della casa che si fece costruire.
P.S.
Trascorrono altri anni.
I nostri interessi ed il mio in particolare sono
definitivamente a Livorno.
Mio nonno, rimasto solo, da tempo abita con noi e
giudica controproducente il possedere quella casa con
estenuante quotidiano “ritornello” suggeritogli da
Pietrino “il Sensale”.
Io e mio padre a lungo contrastiamo tale giudizio, ma
desideriamo cambiare “motivo”.
Nonno la spunta: vendita definitiva all’Avv. Piero
Malvolti di tutta la rimanente nostra antica proprietà.
Livorno, giugno 1963 Enrico Tognetti
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