GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Diario di Enrico Tognetti

 

La vanga

Già catturati dai tedeschi, e riusciti quindi ad evitare con una rocambolesca fuga il probabile inserimento nella lista degli ostaggi che furono in seguito uccisi nel Padule di Fucecchio, io e mio padre, Rino, quel giorno riuscimmo ad arrivare dai sotterranei della casa di “zio prete”, dove ci eravamo nascosti, fino al terreno che circondava la casa di nonno Enrico fuori porta Castruccio, muniti di vanga e paniere, con l’intenzione di “cavare patate” per procurarci da mangiare.
Il paese e la zona circostante erano stati s completamente evacuati dalla popolazione civile e soli esseri umani nei paraggi erano pochi soldati tedeschi contrapposti all’armata alleata attesta sulla opposta riva dell’Arno.
Eravamo intenti alla nostra opera, quando, all’improvviso, apparve su in alto un ricognitore americano, la “cicogna” come veniva chiamata, che fungeva da direttore di tiro delle artiglierie appostate sulle colline di S. Miniato.
Ormai esperti in materia, inizialmente non demmo importanza alla cosa; incominciarono infatti, di lì a pochi secondi, ad arrivare le prime cannonate dirette verso di noi, però ancora distanti, come previsto. Era certo però che ci avevano visti e subito segnalati, scambiati. di sicuro per soldati tedeschi, i soli che potevano aggirarsi in quel luogo.
I tiri, dapprima distanti, si fecero gradatamente sempre più vicini, tanto che ad un certo punto, piantammo la vanga in terra e, lasciando il paniere già quasi colmo di patate, corremmo nella vicina cantina di quello che rimaneva della nostra casa mezza diroccata o sepolta dalle macerie dell’antica torre medioevale di Castruccio Castracani, fatta saltare dai guastatori tedeschi pochi giorni prima e che confinava proprio con la nostra proprietà.
Nel medesimo istante in cui riuscimmo ad entrare nella cantina, lo spostamento d’aria di una cannonata vicinissima ci fece cadere per terra ed un intenso fumo misto a polvere rossastra invase il locale dove ci eravamo rifugiati. Quindi più niente. Dopo qualche minuto uscimmo all’aperto convinti di riprendere il lavoro interrotto, ma, con grande sorpresa, constatammo che un proiettile aveva centrato in pieno il piatto della vanga con cui pochi istanti prima stavamo tirando fuori dalla terra le nostre patate, ed aveva distrutto, naturalmente, tutto quanto per un vasto raggio.
A ricordo e testimonianza di ciò conserviamo tuttora la vanga, o meglio ciò che è rimasto di essa, squarciata e deformata dal colpo di proiettile che l’aveva centrata in pieno, esattamente come la palla di un fucile centra in pieno il bersaglio al tiro a segno, inchiodandola al terreno e trasformandola in un pezzo da museo di “arte moderna”
Livorno, agosto 1981


Sfollamento in Padule e fine inutile di un ponte

Da quando aerei in picchiata avevano cominciato a bombardare il ponte sull’Arno, anche noi eravamo sfollati con altre famiglie presso la casa Pellegrini, situata a metà circa fra la via delle Calle e la via di Padule all’altezza dei Seccatoi, lasciando così l’abitazione dei nonni paterni presso i quali già da tempo ero ospite insieme ai miei genitori a seguito del nostro precedente sfollamento da Livorno quotidianamente martellata dai bombardamenti aerei americani.
L’alloggio che ci era stato gentilmente concesso consisteva in un abbastanza ampio locale al pianoterra, con pavimento in terra battuta, pareti a mattoni senza intonaco con fessure che parevano fatte apposta per sostituire lo finestre che non c’erano, soffitto in travi di quercia con tarli in piena attività e conseguente pioggerella di pulviscolo di legno. Qua e là alcune gabbie di conigli, attrezzi vari, vanghe, zapponi, una frullana, qualche seggiola spogliata, due filate di bigonce, un torchio per stringere la vinacce, (lo strettoio).
La porta d’ingresso si poteva chiudere dall’interno mediante un vecchio uscio senza cardini, con la parte inferiore resa porosa dall’umidità e rosicchiata dai topi, .pressandola contro l’apertura per mezzo di un pesante ramo di acacia.
Avevamo accatastato il tutto in un angolo in maniera da guadagnare più spazio possibile per potervi sistemare il nostro giaciglio per la notte, consistente in un materassino di vegetale che serviva da unico cuscino per la mia testa e per quella dei miei genitori e nonni mentre il resto del corpo stava sdraiato sul fieno che avevamo disteso per terra.
Pentole e tegami, che ci eravamo portati dietro unitamente ad altri utensili ed effetti personali, facevano bella mostra di sé sopra le gabbie da conigli; da mangiare si faceva all’esterno, sotto la pergola di uva lugliola, che sovrastava la porta d’accesso; le nostre necessità corporali, certamente venivano soddisfatte, ma non ricordo bene dove.
Le altre stanze e annessi vari erano occupate da diverse altre famiglia, sfollate come noi, per cui si costituiva una comunità di circa una trentina di persone fra adulti e bambini.
Oltre alla famiglia Pellegrini che ci aveva ospitati, composta dal padrone di casa Gianni, dalla moglie, dall’anziano padre “Miglio” (Emilio) e dalla figlia Virginia (che nutriva una tenera simpatia nei miei riguardi, simpatia che io naturalmente contraccambiavo), ricordo il Faraoni che abitava accanto, la moglie Ada, che di lì a pochi giorni doveva morire tra le nostre braccia trafitta alla gola da una scheggia di cannonata, le figlie Giovanna e Franchina e la nonna paterna. C’erano, tra gli altri, anche nostri parenti, come zio Leone, fratello di nonno Enrico, con la moglie Isabella e le figlie Lina e Emilia - quest’ultima col marito Gino Bagnali e i bambini -. C’era anche Italia Frediani sorella di Duilio di “Pipone” a la sorella di Gianni Pellegrini col figlio Don Livio Tognetti che tutte le sere ci riuniva sull’aia per recitare il rosario.
Ci faceva compagnia anche un barbiere sfollato da Livorno con la sua famiglia che curava lo sfoltimento delle nostre criniere e dei pollai del vicinato.
Eravamo nella seconda decade di luglio, il grano era già stato segato ed i covoni sostavano, ammucchiati in biche, al centro dei campi. Una di queste biche era stata resa vuota all’interno per potercisi nascondere ogni volta che i tedeschi da vano la caccia agli uomini.
Come nascondiglio non ebbe però vita lunga: infatti dopo qualche giorno i tedeschi, scoperto il trucco, incominciarono a sparare contro questi cumuli di covoni tanto che qualcuno di questi andò anche a fuoco e quindi provvedemmo a disfarlo e a ricostruirlo come era in modo da non lasciare traccia per ciò che era servito.
Lo incursioni intese a distruggere il ponte sull’Arno venivano effettuate da cacciabombardieri inglesi due volte al giorno ad orario prestabilito: al mattino verso le 11 e la sera tra le 4 e le 5.
Arrivavano ogni volta otto apparecchi in formazione che, disponendosi prima a favore di sole e quindi in fila indiana, si tuffavano uno dietro l’altro sul ponte sganciandovi ognuno due bombe. La mira lasciava alquanto a desiderare tanto è vero che qualche bomba finì vicino al “pollaio” dal Trinci per la via d’Empoli ed una addirittura in fattoria Bombicci.
Noi che intanto si trascorrevano gli intervalli tra quelle esibizioni “spigolando” fra i campi ed accumulando a poco a poco un discreto quantitativo di grano, che in seguito ci servì assai per farne “ciaccini” al posto del pane che non c’era più, dopo averlo reso farina col macinino da caffè, assistemmo ai bombardamenti per una decina di giorni, per tutto il tempo cioè che ci volle a quei provetti piloti affinché una sola bomba, fra tutte quelle sganciate, colpisse il ponte danneggiandolo ed interrompendolo dalla parte verso il paese.
La voragine provocata dalla bomba sul piano stradale del ponte non lese però le sue eccezionali strutture, infatti qualcuno in poco tempo riempì quella fossa o grossa buca ed il ponte fu riattivato; pochi giorni dopo però i guastatori tedeschi lo distrussero completamente facendolo saltare col tritolo non senza prima aver sperato invano che gli inglesi fossero riusciti a demolirlo con gli aerei in picchiata facendogli risparmia re un bel po’ di esplosivo.
Per l’ennesima volta si dimostrò così quanto sciocche e criminali siano sempre state tutte le guerre: il ponte evidentemente non serviva a nessuno delle due parti in lotta, infatti ambedue volevano distruggerlo per cui se lo avessero lasciato in pace i loro piani certamente non sarebbero cambiati ed una imponente opera d’arte, quale era il nostro ponte sull’Arno, sarebbe stata risparmiata.


Cattura e fuga (luglio 1944)

Quella mattina giunsero così all’improvviso i tedeschi che le donne, a questo preposte, non ebbero il tempo di preavvisarci, per cui né io né mio padre riuscimmo a scappare per i campi, come facevamo tutte le volte che arrivavano, e si rimase intrappolati nel nostro alloggio di casa Pellegrini, vicino al padule, non senza averne chiuso ed appuntellato l’uscio dall’interno.
Un paio di tedeschi, però, di lì a pochi istanti cominciò a prenderlo a pedate ed a colpi di calcio di fucile, allora, visto che non c’era nulla da fare e che non c’erano altre vie d’uscita, per evitare il peggio, pensai che era meglio togliere il puntello ed aprire la porta facendo finta di cadere dalle nuvole come per dire:
- Toh, guarda chi c’è ! ”
Così feci, ma appena quelli mi videro, senza profferire parola, col fucile puntato, mi indicarono, col classico gesto dell’indice della mano sinistra ritmicamente piegato all’indietro, che dovevo andare con loro ed io, inconsciamente, voltandomi verso la catasta delle bigonce, dietro le quali intanto mio padre si era nascosto:
- Babbo, mi vogliono ! - esclamai, come per avvisarlo che mi sarei dovuto assentare, e così fu preso anche lui.
Feci qualche puerile tentativo per evitare la cattura, infatti approfittando di un foruncolo che avevo dietro una coscia, protetto da una abbondante fasciatura, feci notare al tedesco che non potevo camminare. Quello, sorpreso, credendo fossi ferito, mi fece togliere le fasce, ma non appena si accorse che si trattava di un banale foruncolo, sbottò in una fragorosa risata e mi ingiunse col fucile di andare con lui.
Fatta qualche decina di passi, mentre mio padre camminava precedendo l’altro tedesco, mi fermai e, tirando fuori dalla tasca dei pantaloncini corti il tesserino della G.I.L., glielo feci vedere come per dimostrargli che ero dalla loro parte e che quindi poteva anche lasciarmi andare, ma non sentì ragioni e mi accennò, seccato, di proseguire. A questo punto pensai di avere avuto una poco felice idea e che mi era anzi andata proprio bene, non tanto perché, se avevo quella tessera logicamente avrei dovuto collaborare a maggior ragione con loro, quanto perché se quel tedesco avesse degnato di uno sguardo il tesserino che gli mostravo avrebbe potuto constatare dalla data di nascita che la mia posizione nei riguardi del servizio militare non era regolare, con tutte le conseguenze possibili e inimmaginabili per i provvedimenti che avrebbe potuto adottare. Infatti da circa un paio di mesi ero stato chiamato alle armi dalla R.S.I. ma non mi ero presentato dandomi alla macchia. Incoraggiato dal fatto che con i pantaloncini corti sembravo un ragazzino stavo poco nascosto e, per procurare da mangiare alla famiglia, giravo abbastanza imprudentemente.
Non ci portarono molto lontani; ci si fermò infatti di fianco alla via delle Calle dove già altri uomini, catturati e dislocati due a due ogni cento metri circa, stavano scavando trincee.
Insieme ad un giovane contadino di nome Mario Pellegrini, se ben ricordo, che abitava in un podere lì vicino, ebbi l’incarico di scavare una piazzola a semicerchio della profondità di un uomo di media statura.
Mio padre intanto, dotato di accetta, stava eliminando i filari di viti che erano lì intorno, ma dopo un paio d’ore, accennando al tedesco che ci stava di guardia, un po’ a gesti e un po’ a parole, fece capire di essere stanco per non essere abituato a quei lavori così pesanti, lui che nella vita civile faceva l’impiegato postale e, mostrandogli le galle che gli era no venute nelle mani, riuscì, intavolando, si fa per dire, una amichevole conversazione, a farsi prendere talmente a ben volere che quel soldato gli fece cenno di allontanarsi. Prima però mi passò vicino suggerendomi di lasciar trascorrere un po' di tempo e poi di tentare la stessa cosa visto che il tedesco sembrava ben disposto.
“Nicht gut, ich bin student” (Non sto bene, io sono studente) avere le mani tenere, dissi al mio “angelo custode” dopo un’oretta circa, ma quello mi fece capire o meglio mi dette ad intendere che non appena avessi terminato di abbattere tutte le viti e i pioppi dintorno alla piazzola scavata, mi avrebbe mandato via. Forte di questa promessa buttai giù tutto quanto mi aveva ordinato con una lena tale che nessun boscaiolo di mestiere avrebbe potuto starmi dietro, dopo di che mi rivolsi nuovamente al tedesco per fargli notare che avevo terminato e che quindi, come mi aveva promesso, potevo andare via. Purtroppo, ingenuamente, avevo sbagliato tattica:
- Sehr gut, sehr gut” (molto bene, molto bene), e consegnandomi una frullana, mi ordinò di tagliare tutto il bellissimo campo di granturco davanti alla piazzola in modo che nulla avrebbe potuto ostacolare la traiettoria della mitragliatrice destinata ad esservi posta. A tale proposito posso dire che le “armi” che in seguito furono piazzate in quelle trincee altro non erano se non covoni di grano infilati in pali di legno alcuni dei quali sormontati da elmetti tedeschi in modo da dare l’impressione, agli aerei alleati, che lì esisteva una munita linea difensiva.
Presi quindi in consegna la frullana ed incominciai l’opera di distruzione di quel campo di granturco iniziando dal centro e proseguendo verso una delle fosse laterali che lo delimitavano.
Arrivato sull’orlo della fossa mi girai verso il tedesco e notai che in quel momento, dopo aver appoggiato il fucile ad un pioppo, stava pisciando e mi voltava le spalle.
Senza pensarci due volte, scaraventai a terra la frullana e, come una molla, mi gettai a capofitto nella fossa percorrendola “gattoni, gattoni”, fino alla prima curvatura e proseguendo poi, rialzato in piedi, fossa per fossa, con una velocità indescrivibile, fino a raggiungere l’argine del primo canale del padule. Qui mi fermai, detti una rapida occhiata in giro e mi infilai in un “trombo” di cemento che, seminascosto dall’erba alta, penetrava nell’argine e lo attraversava come proseguimento della fossa. Ci rimasi fino al tramonto poi, uscito all’aperto, feci un po’ di rifornimento di fave secche da cavalli che erano fortunatamente lungo una proda lì vicino e ritornai dentro a sgranocchiarla in attesa del buio.
Uscii di nuovo, questa volta per avviarmi, sempre di fossa in fossa, verso casa dove i miei insieme agli altri sfollati stavano in trepida attesa avendo saputo della mia fuga perché il tedesco era venuto a casa a cercarmi. Mi avevano pertanto preparato un nascondiglio in previsione che sarebbero venuti di nuovo a cercarmi e chissà questa volta con quali propositi; era situato sopra il fienile accanto alla casa e vi si accedeva mediante una lunga scala di legno a pioli che veniva quindi ritirata, una volta arrivati all’interno, in modo che nessuno poteva arrivarci senza il suo ausilio.
Quella sera mi nascosi lassù insieme a mio padre e agli altri uomini che erano sfuggiti alla cattura con l’intenzione comunque di ritornare in padule prima di giorno.
Alle prime luci dell’alba, infatti , io, mio padre e gli altri ci nascondemmo fra i rovi in una fossa poco lontano ma in posizione tale da poter osservare la casa e ciò che poteva accadervi senza essere scoperti.
Da poco si era fatto giorno, quando improvvisamente arrivarono quattro tedeschi che, penetrati in casa di sicuro per sorprenderci, ne uscirono poco dopo con polli, conigli, fiaschi di vino e tutto quanto faceva loro comodo, posero il tutte sul calesse che era nella stalla, vi attaccarono il cavallino bianco di Gianni e se ne andarono incuranti di sua moglie e sua figlia che gesticolavano ed imploravano, attaccandosi alle briglie, che almeno il cavallino non glielo portassero via.
Intanto, sempre nascosti, ci si stava saziando con i ceci crudi e con le solite fave secche raccolte lungo le prode dei campi. Quando fu scuro, con circospezione, ci si riavvicinò a casa dove ci rassicurarono che anche gli altri tedeschi erano andati via con gli uomini in precedenza catturati e con tutto ciò che avevano potuto razziare dalle case dei contadini del vicinato lasciando quella “munitissima linea difensiva” nelle sicure mani di quei “fidatissimi” covoni di grano infilati nei pali.
Quella sera però non mi sentivo ancora sicuro a dormire sopra il fienile perché temevo che da un momento all’altro sarebbero venuti di nuovo a sorprenderci nel sonno dato lo scherzo mancino fatto a quel tedesco con la mia fuga; decisi pertanto di andare a ritrovare quel tubo di cemento ed adattarlo come tranquillo giaciglio per la notte.
Dormii là dentro per tre notti di seguito insieme ai miei genitori che vollero seguirmi, intendendo con ciò evitare eventuali rappresaglie nei loro confronti se i tedeschi, una volta venuti a casa a cercarmi, non mi avessero trovato.
Si dormiva uno in fila all’altro perché il diametro di quel tubo era assai stretto: io ero il capo fila dalla parte dell’apertura che guardava verso il paese, dopo di me, più all’interno, veniva mia madre e, dopo di lei, mio padre. Ricordo che durante la prima notte, ad una certa ora, qualcun altro entrò nel tubo dalla parte opposta e si mise a dormire come noi; non potei rendermi conto di chi fosse perché la posizione in cui eravamo ed il buio totale non lo permettevano.
Al risveglio del mattino seguente, quel tale o quei tali non c’erano più.
Durante il giorno, mentre con mio padre stava all’esterno del tubo fra l’erba che in quel punto era alta, mamma si recava di nascosto verso casa dove nonna Liduina le preparava qualcosa da mangiare per noi.
Dopo tre giorni e tra notti decidemmo finalmente di ritornare a casa considerato che ormai i tedeschi non si erano fatti più vivi in quei paraggi.
Quella sera stessa del nostro rientro mentre tutti insieme, dopo il tramonto, sedevamo sul muretto dell’aia, vicino al pagliaio, insieme a Don Livio, nipote di Gianni, intenti a recitare il rosario, si intravidero per la prima volta, dietro le colline di S. Miniato, i sinistri bagliori del fronte che si avvicinava e si udirono i primi opprimenti brontolii delle cannonate.

Cannonate in Padule

Un colpo, un sibilo: uno scoppio; mi sveglio di soprassalto. Di nuovo un colpo, un altro sibilo: una esplosione e il devastante rumore di un crollo; mi alzo in fretta dal giaciglio di casa Pellegrini per precipitarmi con gli altri dentro la fossa che quella sera avevamo appena terminato di adattare a rifugio dopo averla approfondita a ricoperta di tronchi di pioppo con sopra un discreto spessore di terra e fascine.
Erano le ore piccole del 19 luglio 1944: iniziava così la lunga serie di cannonate che dovevano accompagnarci fino al 2 settembre di quell’anno.
Il cannoneggiamento durò quasi tutta la notte, le granate scoppiavano ora distanti, ora vicine, ora vicinissime e in questo caso, ad ogni conseguente sussulto del terreno una parte di terra che avevamo accatastato sopra di noi ci cadeva sulle teste filtrando fra un tronco e l’altro dalle fessure. Ad un certo momento si udirono distintamente grida e urla disperate di molta gente provenire dai seccatoi distanti, in linea d’aria, poco più di un centinaio di metri: era stata colpita in pieno la casa colonica a ridosso dei seccatoi stessi, quasi all’inizio della via di padule, causando morti e feriti.
Alle prime luci dall’alba, quando tutto si fece silenzio, uscii all’aperto e constatando come dintorno erano cadute moltissime cannonate e quali danni avevano provocato, capii che non potevamo affidarci a quella specie di rifugio che al massimo poteva ripararci dalle schegge e pensai che forse era meglio ritornare lassù a casa nostra dove potevamo contare su una profonda cantina e sulla posizione stessa della casa che, trovandosi a ridosso della torre medioevale di Castruccio e del settecentesco muraglione che le stava di fianco, mi sembrava molto più sicura, mentre qui eravamo completamente allo scoperto e troppo vicini al nodo stradale della Ferruzza.
Decisi, perciò, di andare verso casa attraverso i campi per non incappare nei tedeschi e vedere se era possibile trasferirci tutti lassù.
Passai dalla fontina e, per la via vecchia della Ferruzza, arrivai a casa dove l’agghiacciante episodio, di cui fui spettatore, mi fece desistere dal proposito di rientrare: quella stessa notte un proiettile di. grosso calibro aveva colpito la casa dove era il forno di Biagino ed aveva provocato il ferimento di Sandrino Monti e la morte della moglie Sonia, della figlia Denia e della mamma Giuseppa.
I muri della casa colpita erano rimasti in piedi dalla parte che guardava fuori porta verso la campagna, dalla parte di S. Andrea invece erano letteralmente scoppiati e le scale di accesso crollate. Per recuperare quei poveri corpi non ci fu altro rimedio che calarli da una finestra per mezzo della catena con cui si tirava su la mezzina dell’acqua dalla cisterna e che ero corso a prendere nell’orto di casa mia.
Ci furono feriti anche fra quanti si erano rifugiati nell’andito di Giannina Pellegrini e fra questi ricordo la figlia di “Palle” raggiunta alle gambe dallo schegge di quella esplosione.
Tutto questo provocò in me un effetto talmente negativo che giudicai opportuno ritornare in padule, decisione che i miei approvarono e che del resto due giorni dopo avremmo dovuto adottare lo stesso in quanto ci fu lo sfollamento obbligatorio di tutta la popolazione civile da parte del comando tedesco.
Ci si organizzò alla meglio per ripararci dalle cannonate andando ad occupare la stalla e le altre stanze sul retro della casa considerata la parte più al riparo. Anche noi, come gli altri, avevamo, distribuito ad ognuno le proprie mansioni: nonno Enrico era addetto principalmente a procurarci da mangiare; spesso qualche contadino dei paraggi ammazzava una bestia e allora ritornava con grossi tagli di carne, altrimenti portava qualche pannocchia di granturco, spigolature di grano, fagiolini, ceci, frutta e quanto altro poteva trovare nei dintorni, come quella volta che ritornò con una pecora intera uccisa, insieme a tante altre, da una cannonata che aveva preso il branco che Beppe Santini, cugino di mio padre, teneva al pascolo a ridosso dei prati di padule.
Nonna Liduina era adibita alla cucina; mamma Amely stessa, approfittando degli intervalli che gli americani ci concedevano fra un cannoneggiamento e l’altro ed eludendo i tedeschi, riusciva ad entrare in paese, già evacuato dalla popolazione civile, ed andava, passando dal Poggetto, fino in via Donateschi al forno di Gere, che vi era rimasto nascosto, per portargli la carne e riceverne in cambio pasta e riso fino al giorno in cui i tedeschi lo uccisero insieme alla moglie Emilia per aver tentato di sottrarre una vicina ai loro turpi desideri.
La mia mansione, come quella di mio padre e di tutti gli uomini più validi, era invece quella di sfuggire ai continui rastrellamenti che venivano effettuati in quei giorni per cui, in definitiva, a rendersi veramente utili erano solo gli anziani e le donne.
Durante i cannoneggiamenti preferivo stare al riparo dietro la casa piuttosto che in quella fossa sotto i tronchi di pioppo, ma quando arrivavano i tedeschi ed eravamo costretti a scappare per i campi, andavo a nascondermi nelle fosse con l’erba più alta dove per difendermi contemporaneamente dalle schegge delle cannonate che fioccavano da tutte le parti, spesso dovevo scavarmi con le mani una buca nel ciglione per infilarci almeno la testa.
In pochi giorni eravamo ormai diventati esperti in fatto di cannonate: ne conoscevamo gli orari, se ne distinguevano perfettamente i colpi in partenza da quelli in arrivo, se di piccolo o di grosso calibro, se il tiro era lungo o corto e istintivamente si abbassava la testa quando al colpo di partenza non faceva seguito il fischio; segno evidente che il proiettile stava per cadere vicinissimo come quello che la sera del 24 luglio cadendo nello spazio tra la casa e il fienile, provocò la morte istantanea di Ada Faraoni che, intenta a mettere al riparo le galline ricevute in custodia dal Detti, quello del mulino, ne ebbe la gola trapassata da una scheggia.
La notte da incubo che seguì mi sembrava il presagio della fine del mondo: lo donne vegliavano la salma composta nella stalla dopo averne riempito di cotone il grosso squarcio che aveva straziato la gola; Don Livio, in un angolo, recitava le orazioni di circostanza; io, come un automa, collaboravo alla costruzione della rudimentale cassa di legno che il giorno dopo, posta su un carretto trainato a mano, ci servì per trasportare al camposanto il corpo martoriato della povera Ada, incuranti di una pattuglia di tedeschi incontrata al chiesino dello Zucchi che, fortunatamente, si fece da parte e rese omaggio a quel carretto salutando militarmente.
Giudicando, dopo questo nuovo episodio, assai pericoloso rimanere in quei paraggi, seguendo anche l’esempio di altri che preferivano andare a rifugiarsi sulle alture oltre il padule, presi il carretto che era servito a trasportare Ada al cimitero, lo riempii delle nostre masserizie, mi misi alla stanghe e con i miei che spingevano arrivai tutto d’un fiato oltre i ponti di padule quando due aerei, apparsi tanto improvvisamente che ci dettero appena il tempo di abbandonare il carretto sulla strada e gettarci precipitosamente nella fossa laterale, si tuffarono in picchiata sui ponti sganciando quattro bombe insieme ad una sventagliata di mitragliatrice che colpì il carretto in vari punti e di cui conservo ancora un proiettile che si era conficcato nel cerchione in ferro di una ruota.
Una di quelle bombe aveva centrato la strada, le altre erano finite nei campi ma i ponti erano rimasti intatti. Non appena gli aerei scomparvero nella direzione da cui erano venuti, feci fare dietro front al carretto, mi attaccai di nuovo alle stanghe e, con i miei a farmi da trapelo, arrivai fino al cratere provocato dalla bomba sulla strada per cui non essendoci la possibilità di passare oltre approfittando di un viottolo che dalla strada scendeva nei campi, vi condussi il carretto per aggirare l’ostacolo. Purtroppo la terra era stata arata ed enormi zolle impedivano al carretto di andare avanti malgrado i miei sforzi, finché dopo una mezz’ora di vani tentativi, arrivarono due contadini spinti sul posto dalla curiosità di vedere l’effetto di quelle bombe, i quali, accortisi della nostra critica situazione, ci aiutarono riuscendo così tutti insieme a riportare il carretto sulla strada dopo aver aggirato l’ostacolo.
Tornammo di nuovo a casa Pellegrini decisi questa volta a rimanervi qualunque cosa fosse accaduta.
Il giorno dopo, sulle prime ore del pomeriggio, arrivò una pattuglia di tedeschi composta da due sergenti armati di machin-pistole e da due giovanissimi soldati armati di fucile. Nessuno di noi scappò perché l’occhio clinico di cui eravamo dotati ci fece intuire che dovevano essere preposti a chissà quale compito ma certamente non alla cattura di uomini.
Chiesero asilo a Gianni come se avessero saputo che era il padrone di casa: gli fu concesso “con tutti gli onori” per ovvie ragioni di opportunità, depositarono armi e bagagli, si rinfrescarono al pillone vicino al pozzo e si rifocillarono con un bel coniglio e patate arrosto che Gianni aveva intanto preparato, innaffiandogli il tutto con un fiasco di vino ed accompagnando il gesto dalla mescita con un "vi mettesse fogo" appena sussurrato sotto i baffi.
Dopo il pranzo, approfittando dalla mia discreta conoscenza della lingua tedesca per gli studi che allora praticavo in quel di San Miniato, intavolai una conversazione con un sergente che ricordo brutto come il peccato ma assai educato e colto e che si dimostrava interessato ad approfondire la conoscenza della lingua italiana. Mi fece vedere le foto della sua famiglia, imitato dai colleghi e, parlando delle armi in loro possesso, colse l’occasione per mostrarmi la sua precisione e rapidità di tiro riuscendo a colpire con estrema facilità alcuni barattoli vuoti da me gettati in aria come nei film dei “cappelloni” che avrei visto molti anni dopo.
L’altro sergente, dichiaratosi ex acrobata di circo, con tanto di rasatura e collottola alla Erich Von Stroheim, volle darmi una dimostrazione delle proprie capacità: estratto il pugnale dalla guaina, lo pose per terra addossandolo al muro di casa, quindi, voltandogli le spalle e inarcando la schiena all’indietro, arrivò a prenderlo con la bocca al che io, per non dimostrarmi da meno, ed a quei tempi ne ero assai capace, lo imitai all’istante con conseguente suo malcelato disappunto.
La giornata proseguì con una partita di “melanzane al volo” interrotta per “invasione di campo” da parte di un cannoneggiamento che durò un paio d’ore e al termine del quale il sergente “brutto” intese confidarmi, in un discreto italiano, che la tattica dell’esercito tedesco era quella di ritirarsi lentamente fino a poca distanza dal territorio del Reich dove gli americani sarebbero stati fatti tutti “kaput” alludendo evidentemente alla prevista arma segreta di Hitler, quella del famoso “ Dio mi perdoni gli ultimi cinque minuti di guerra”; dopo di che il quartetto si riordinò di tutto punto, ci salutò e scomparve in direzione di Stabbia.
La notte che seguì mi fece capire che quella pattuglia era passata in avanscoperta, infatti verso la mezzanotte, dopo l’ennesimo cannoneggiamento durato più a lungo del solito, mentre da poco ci eravamo assopiti sulla paglia vicino alla mangiatoia, arrivò un grosso reparto di tedeschi che si accampò intorno alla casa. Qualche soldato entrò anche nella stalla sdraiandosi vicino a noi dopo averci controllati con le torce elettriche. Anch’io ebbi il viso illuminato per qualche istante ma non aprii neppure un occhio, un soldato mi si sdraiò accanto senza profferire parola depositando elmetto, maschera antigas, e fucile fra me a lui: trascorsi tuta la notte senza muovermi facendo finta di dormire, lui invece dormì sul serio. All’alba si alzarono tutti, quelli in casa e quelli fuori, si rifocillarono, presero armi e bagagli e proseguirono nella stessa direzione dove era scomparsa la pattuglia che li aveva preceduti.
In piedi, su un sidecar già in movimento, un gigantesco ufficiale della retroguardia, rivolto verso di noi, che sull’uscio della stalla assistevamo alla loro partenza, ci urlò di abbandonare la casa entro due ore e di andare in direzione di Montecatini.

Il filo rosso

Due volte avevamo tentato di lasciare casa Pellegrini nella vana speranza di trovare un rifugio migliore per difenderci dalle cannonate e dai tedeschi, ambedue le volte dovemmo rinunciarci per tragici o quanto meno negativi episodi che pareva si accanissero. contro di noi.
Quel giorno ci trovavamo di nuovo impegnati, nostro malgrado, a lasciare il padule, costretti dal teutonico ordine di un ufficiale della “Herman Goering” panzer division che non ammetteva riserve:
“Weg von hier! Weg Von Hier!
Binnen zwei stunden!
Gehen in der riehtung von Montecatini !“
(Via di qua! Via di qua! Entro due ore! Andare in direzione di Montecatini!)
Convinto, qualora avessimo preso alla lettera quel comando, a chissà quali e quante peripezie saremmo andati incontro, decisi, d’accordo con i miei, di eseguirlo solo a metà: bisognava in ogni caso andare via di là per cui, raccolto in fretta il minimo indispensabile, ci apprestammo a lasciare il padule per tentare il rientro a casa nostra lassù, fuori porta Castruccio, e cercare di rimanervi nascosti contrariamente all’ordine tedesco di andare verso nord e contravvenendo alla evacuazione coatta del paese e dintorni in atto ormai da diversi giorni.
Andai avanti in maniera di poter indicare ai miei che mi seguivano se la strada era libera o meno. Passando per i campi dietro ai Seccatoi, ci accingevamo ad attraversare la via di Stabbia, quando un rumore di motori proveniente dalla Ferruzza ci fece arrestare e facemmo appena in tempo a nasconderci nella fossa che costeggiava la strada, un istante dopo compariva infatti un camion carico di tedeschi seguito da altri pieni di materiale vario e cucine da campo che riuscii a intravedere attraverso i ciuffi di erba della fossa nella quale eravamo sprofondati.
Quando l’ultimo camion - saranno stati una diecina - sparì oltre il chiesino dello Zucchi, feci cenno ai miei che potevano attraversare la strada e, su per la salita della Fontina, proseguimmo verso casa accompagnati, in quell’ora di silenzio assoluto, tacendo il cannone, soltanto dal lieve rumore dell’acqua che usciva dalla polla della fonte.
Giunti all’altezza della casa del “Morino”, abbandonata come tutte le altre, feci sostare i miei dentro la stalla ormai vuota del “Nano” e, rasentando il muraglione di sostegno della Via Nuova, arrivai davanti all’uscio di “Bastianino” da dove potevo osservare la nostra casa che era di fronte. Constatai, purtroppo, che la bottega del “Saurino”, situata accanto all’ingresso di casa, mostrava evidenti segni che era stata adibita a corpo di guardia e fuori della porta, distante un paio di metri dalla torre, inchiodato al muro, c’era un avviso che in italiano informava che chiunque fosse stato trovato sul posto sarebbe stato passato immediatamente per le armi.
Per un buon quarto d’ora feci capolino dal muro che separava la via vecchia della Ferruzza dalla via Nuova e quando ebbi la certezza che di tedeschi in quel momento non c’era neppure l’ombra, forse perché assenti per chissà quale motivo, tornai indietro a chiamare i miei, li feci addossare al muro e dopo aver provveduto ad aprire la porta di casa che presentava diverse forzature provocate da colpi di calcio di fucile e di scarpe ferrate, attraversando la strada uno alla volta, dopo il rituale sguardo a destra e a manca, riuscimmo a chiudere l’uscio dietro di noi.
Si scese subito in cantina dove, qualche tempo prima del nostro sfollamento in padule, avevamo predisposto una specie di rifugio anticrollo, consistente in un puntellamento di tronchi di pino contro la volta dalla parte più profonda della cantina stessa. Predisponemmo le reti dei letti per potercisi sdraiare, naturalmente senza i materassi, che, sempre in precedenza, avevamo nascosti in uno dei tanti anfratti della casa e precisamente su nella piccionaia alla quale si accedeva mediante una scala posticcia attraverso una botola nel solaio, apertura che venne opportunamente mascherata con un pezzo di soffitto finto. In un piccolo sottoscala avevamo, tra l’altro, nascosto la radio e il grammofono con i dischi di Caruso, Titta Ruff o e Montanelli; nel vespaio sotto il pavimento del salotto ai piano terra, nonno aveva messo le pelli e il cuoio; in uno stanzino che serviva da intercapedine fra due gabinetti erano stati disposti tutti i servizi di porcellana e gli oggetti di valore; nel più profondo cunicolo della cantina avevamo inserito due bauli di biancheria, coperte di lana e vestiario. Tutti questi nascondigli erano stati mascherati con opportuni accorgimenti dal bravo Guido Ciurli, il muratore nostro amico e dirimpettaio delle .cui prestazioni nonno Enrico si serviva da tanto tempo. In vari punti dell’orto avevamo, sempre in precedenza, nascosto, interrandole,: alcune damigiane piene di grano e svariati bottiglioni. d’olio, per cui, considerando che c’erano da cavare le patate e 1e piante erano cariche di frutta e che quindi in qualche modo potevamo mangiare, si pensò che rimanere nascosti in cantina sarebbe stata forse la maniera migliore per aspettare la fine delle cannonate e l’arrivo degli alleati.
Volli salire comunque su al primo piano per dare un’occhiata furtiva da sotto le persiane di cucina verso S. Andrea, da dove vidi avvicinarsi tre uomini; aspettai che arrivassero sotto casa e mi accorsi che erano “repubblichini” in borghese con al braccio la fascia di “Polizei”. Aprii con cautela lo sportello della persiana, sottovoce mi azzardai a chiamarli e, fidandomi di loro che conoscevo di vista essendo del paese, gli feci cenno di venire alla porta di casa, scesi giù, aprii l’uscio e li feci entrare nell’andito, dove intanto erano saliti dalla cantina anche i miei nonni e genitori. Li facemmo partecipi della nostra fuga dal padule e della intenzione di rimanere nascosti in casa nostra.
Rimasero esterrefatti e ci definirono pazzi per essere non solo gli unici civili rimasti in paese, contrariamente alle disposizioni del comando tedesco e passibili pertanto di essere passati per le armi, come evidenziava. del resto il cartello posto proprio sul muro della nostra casa, ma principalmente perché la torre Castruccio, adiacente alla casa, era minata e quanto prima doveva saltare. Ci fecero notare infatti come i tedeschi di guardia alla torre se ne erano andati il che significava che il brillamento era vicino e che loro stessi avevano avuto l’ordine di perlustrare i paraggi per accertarsi che non ci fosse nessuno. Così ci “consigliarono” di lasciare immediatamente la casa per tornare da dove eravamo venuti se non volevamo rischiare di essere fucilati o rimanere sepolti sotto le macerie della torre di Castruccio. Se ne andarono dicendo di far finta di non averci mai visti.
Al momento di chiudere la porta mi ricordai di quel filo rosso che, proveniente dal sotterraneo della torre, attraversava la strada fino al capitello divisorio fra la via Nuova e la via della Ferruzza e proseguiva giù per la discesa, credo fino alla Ferruzza stessa e, che al momento del nostro rientro in casa, avevo notato e mi ero riservato di prenderne un bel po’ pensando che, a guerra finita, sarebbe potuto servire, magari, per sostenere un filare di viti del nostro orto: solo allora capii che era il “trait d’union” tra l’esplosivo e il punto di contatto per far saltare la torre. Senza pensarci un istante, mi precipitai in cantina a prendere un paio di forbici e, dopo essermi accertato che i tre repubblichini non c’erano più, uscii fuori e, per non tagliare il filo proprio lì davanti alla casa, corsi al capitello, scesi le scarelle e lo tagliai, non senza qualche difficoltà sia per la sua resistenza, essendo all’interno di rame, ma anche per la mia eccitazione per il gesto che stavo compiendo. Lo arrotolai per almeno una ventina di metri e proprio davanti alla casa della “Patacchina” lo tagliai di nuovo, lo raccolsi e andai di filato nell’orto a gettarlo fra l’erba alta.
Purtroppo il taglio di quel filo rosso non servì a salvare la torre bensì a ritardarne la fine. A questo proposito penso che tra gli allora rifugiati in ospedale, che in quei giorni pullulava di feriti da schegge di cannonate e malati. di tifo, ci sarà ancora oggi chi ricorderà come era trapelata la voce che la torre sarebbe saltata in un determinato giorno e che ciò non avvenne. Qualcuno lo attribuì al motivo che i tedeschi, amanti dell’arte, ci avevano ripensato e non ne avevano fatto più di niente. Ma quando dopo circa una settimana la torre saltò ( 10 agosto 1944) nessuno si immaginò che quel ritardo, forse, era stato da me provocato. L’unica persona alla quale, alla fine dell’emergenza, confidai l’episodio fu l’amico e compagno di studi Ennio Guerrieri.
Finita la guerra, quel filo rosso servì per molti anni a sostenere un filare di viti.

“ Zum schuz von Papst “

In pochi istanti feci il punto della situazione:
1°) tutta la popolazione civile dal capoluogo e delle zone limitrofe era ormai evacuata per ordine del comando tedesco;
2°) eventuali civili presenti sarebbero stati passati per le armi, (un avviso in tal senso era stato inchiodato proprio sul muro di casa, accanto alla porta della bottega del “Saurino” adibita a corpo di guardia, anche se al momento sguarnita);
3°) la nostra casa si trovava sotto l’incombente mole della torre minata;
4°) il filo che doveva provocarne il brillamento l’avevo tagliato, in parte asportato e nascosto in fondo all’orto.
Il pericolo era tale che questa volta dovevamo precipitosamente squagliarcela per evitare conseguenze sicuramente disastrose. Cercammo tuttavia di sistemare prima in cantina quanto più mobilia possibile, compresa quella che in precedenza avevamo già portato via da Livorno. Nel giro di un paio di ore riuscimmo ad ammassarne tanta nella parte che ritenevamo più sicura in caso di crollo perché situata nella parte più distante dalla torre. Lasciammo su, nella camera antica dei miei nonni, soltanto il pesante armadio di quercia ed il grande letto di ferro a baldacchino per la impossibilità di rimuoverli.
Aperta con cautela la porta di casa, per dare un’occhiata furtiva verso S. Andrea oltre l’arco della torre e considerando che ormai non era più il caso di ritornare in campagna per iniziare chi sa quali e quante peripezie, decidemmo di inoltrarci in paese. Usciti pertanto, con i soliti fagotti di cose indispensabili, ci avviammo in S. Andrea per andare a bussare alla porta di zio prete, la cui abitazione distava circa un centinaio di metri.
Sapevamo che il comando tedesco aveva eccezionalmente accordato a Don Ferdinando, fratello di mio nonno Enrico, la possibilità di rimanere in casa con la sorella Gatina, sua perpetua, e per questo aveva provveduto ad apporre all’esterno della porta d’ingresso un drappo bianco con la croce gialla e la scritta:
“ZUM SCHUZ VON PAPST” alla cui elaborazione aveva provveduto la prof.ssa Annunziata (Tina) Montanelli.
In men che non si dica facemmo fuori quel tratto di strada, nonno bussò all’uscio finché questo lentamente si dischiuse ed apparve zio prete che, sorpreso e sconcertato, ci fece subito entrare chiedendoci cosa fosse successo o se eravamo diventati matti. Lo mettemmo al corrente della nostra situazione e gli chiedemmo ospitalità.
Per tutti era una cosa impossibile ma, considerando che aveva già in casa, oltre alla sorella, unica persona concessagli, la nipote Assuntina, moglie di Corradino, con i figli Carla ed il piccolo Carlo, si dichiarò disposto, confidando nell’aiuto dei buon Dio, a far rimanere mamma ed i miei nonni. Per me e per babbo sarebbe stato troppo rischioso: guai se i tedeschi avessero scoperto che “SOTTO LA PROTEZIONE DEL PAPA” si nascondevano dei civili contravvenenti all’ordine di evacuazione e per di più uomini validi. Ci consigliò di aspettare la notte per cercare di infilarci nel vicino Ospedale fingendoci infermieri e consegnandoci, allo scopo, due bianchi bracciali di tela con la croce rossa che provvedemmo ad infilarci. Cercammo intanto di sistemare un giaciglio per i nostri familiari in uno dei profondi locali situati nel tufo della vasta cantina di quella antica abitazione. Appena si fece scuro uscimmo di casa accompagnati dalle lacrime di mamma e di nonna e, gattonando i muri della strada e della piazza contigua, ci avvicinammo alla cancellata dell’ospedale che in pochi istanti scavalcammo per proseguire verso il retro dell’edificio principale, quello cioè meno esposto alle cannonate.
Giù per la discesa, prospiciente il vallino, arrivammo al porticato situato sotto i giardini dell’Ospedale dove, in una confusione indescrivibile, ci apparve un tragico scenario di manzoniana memoria: il lungo e stretto porticato era gremito di vecchi, sfollati dal sovrastante ricovero, e di malati, distesi sulla paglia che contemporaneamente serviva da lattiera anche a un discreto numero di bovini che nell’ospedale stesso venivano abbattuti per il vettovagliamento. Tutti gli altri locali disponibili, compresi i sotterranei, rigurgitavano di feriti da cannonate o malati di tifo per l’epidemia dilagante, ma erano anche pieni di finti malati e di finti infermieri dei quali anche noi ormai facevamo parte.
Per tre giorni e tre notti rimasi con mio padre in quell’ambiente che altrimenti non potrei ricordare se non come un vero e proprio “mattatoio” per animali e per uomini: quasi ogni giorno infatti veniva abbattuto un vitello per darlo a mangiare, così come ogni giorno moriva qualcuno per il tifo, per le ferite o per lo cannonate che spesso cadevano anche all’interno dell’Ospedale come quella che provocò la morte di Beppe di Biagino e di Giannino Galleni.
All’alba del quarto giorno si sparse la voce che i tedeschi stavano per circondare l’Ospedale perché avevano avuto il sospetto che vi si fossero rifugiati, a ragione, molti uomini. Il preavviso ci colse mentre eravamo ancora semiaddormentati sul nudo pavimento della bottega del Cheli, dove ci eravamo rifugiati per la notte, entrando dal retro comunicante con i giardini dell’Ospedale.
Ad una certa ora di quella stessa notte, eravamo già stati svegliati dallo sferragliare del solito carro armato tedesco che, rasentando la porta sbarrata, dietro la quale eravamo sdraiati, stava transitando per S. Andrea per andare a prendere posizione, come ogni notte, alla seconda curva dalla via Nuova, a ridosso del muro di cinta del terreno di nostra proprietà, da dove si metteva a sparare qualche colpo isolato verso le colline di S. Miniato, provocando un intenso cannoneggiamento nei paraggi da parte degli alleati, mentre il carro già si era defilato per andare a ripetere l’operazione in un altro luogo distante ed appropriato provocando, anche lì ferro e fuoco quando ormai aveva di nuovo cambiato posizione. Quel giochetto durò diverse notti finché il carro fu colpito di giorno mentre sostava inoperoso, al riparo del boschetto della Villa Nieri, in attesa della notte per ripetere le sue scorribande.
Solitamente si trascorreva la notte, insieme ad altre persone, nella bottega del Cheli perché situata in posizione favorevole in caso di fuga dall’Ospedale, come infatti quella mattina avvenne.
Scendemmo a precipizio giù per il ”Vallino” fino alla Cappellina e da sotto gli orti di Valdarnese andammo a ripararci nei pressi della casa del Banti vicino alla Fontina da dove ci giungevano intanto gli echi delle mitragliate dei tedeschi che, evidentemente, erano entrati nell’Ospedale.
Gli spari cessarono quasi subito per il cannoneggiamento che ebbe inizio per cui potemmo riprendere la fuga fino a via della Ferruzza e, per quella scorciatoia che la collegava alla via Nuova, proseguimmo “sotto poggio” fino alle piagge di zio prete, scalate le quali e oltrepassato il muraglione di contenimento del sovrastante giardino, entrammo in casa proprio un istante prima che l’ultima cannonata di quella serie centrasse in pieno la limonaia dove i miei avevano sistemato una vecchia stufa per cucinare. Meno male che, dopo i primi colpi in arrivo, si erano rifugiati, come al salito, in cantina dove anche noi ci eravamo precipitosamente infilati, riabbracciandoli sorpresi e contenti. La cucina economica, intanto, era rimasta sepolta e letteralmente schiacciata come un foglio dalle macerie della limonaia completamente distrutta insieme al pentolone dei fagioli che nonna vi aveva lasciato sopra a bollire.
Nel tardo pomeriggio di quel giorno, per mezzo di una galena, la cui antenna ero riuscito a sistemare in giardino mimetizzandola con i fili di ferro di sostegno della pergola, riuscii a captare una flebile voce che preannunziava l’avvenuta liberazione di Firenze dopo che i tedeschi avevano fatto saltare case, ponti e torri. (Solo dopo l’emergenza si venne a sapere che quel giorno era il 2 di agosto - noi avevamo ormai perso la cognizione del tempo- La liberazione di Fucecchio doveva avvenire esattamente un mese dopo).
Tale notizia mi parve la logica conferma che anche la torre di Castruccio sicuramente sarebbe saltata quello stesso giorno, come del resto già si vociferava fra i rifugiati in Ospedale, se il “sabotaggio” da me compiuto alcuni giorni prima non lo avesse impedito.
Pur coscienti dei gravi rischi che correvamo, per i tedeschi che ci potevano scoprire da un momento all’altro e per il tifo che ci poteva aggredire, avendolo già in casa (vedi Carlo e Carla), avevamo tuttavia sistemato anche i nostri giacigli per la notte nei sotterranei della casa dove eravamo decisi a rimanere fino alla liberazione predisponendovi, pertanto, con certosina pazienza e tanta fatica, un nascondiglio, nella malaugurata ipotesi che i tedeschi ci avessero cercati, consistente precisamente in una grotta sufficiente a contenere almeno tre persone, ricavata nel pavimento di tufo, opportunamente camuffata con vecchie tavole ricoperte di legna in fascine e dove, nell’occasione, eravamo riusciti a nascondere anche le nostre biciclette.
La mattina in cui portarono all’Ospedale una figlia di Beppe del “Gattino”, ferita alle gambe dalle schegge di una cannonata, mentre nell’andito dietro il portone d’ingresso eravamo intenti ad origliarne il passaggio, udimmo avvicinarsi il caratteristico passo ferrato di un soldato tedesco che, arrivato davanti all’uscio, bussò. Insieme a babbo e a nonno ebbi l’occasione di inaugurare quel nascondiglio che servì egregiamente alla bisogna.
Zio prete aprì e il soldato volle controllare tutta la casa, scese anche in cantina e noi lo intravedemmo attraverso le fascine. Constatando, però, che, oltre al prete, c’erano solo donne e due ragazzi a letto, isolati in una stanza buia al pianoterra perché colpiti dal tifo, forse anche per questo, ritenne opportuno non trattenersi oltre e se ne andò.
Quotidianamente, nelle ore più opportune rispetto alle cannonate ed eludendo i tedeschi, fiduciosi della ormai acquisita esperienza al riguardo, eravamo costretti, scendendo dalle piagge, ad andare per i campi alla ricerca di qualcosa da mangiare. Si ritornava quasi sempre con frutta, patate, pannocchie di granturco e spighe di grano che, in cantina, durante i cannoneggiamenti, provvedevamo a schiccolare ed a ridurre in farina col macinino da caffè per farne una specie di pane.
Ricordo a proposito una di queste “uscite”, mentre insieme a babbo e a nonno intenti ad attraversare il viale dello stadio in direzione della casa di “Pelaghino’, all’altezza del gigantesco pino, simbolo della proprietà di quel podere da parte del Principe Corsini, dalla curva della Ferruzza sbucò all’improvviso un camion tedesco: gettando via quel poco che avevamo potuto raccapezzare,
istintivamente incuranti l’uno dell’altro, ci lanciammo su per le piagge arrampicandoci verso casa dove giungemmo trafelati io e mio padre non senza esserci presi una lunga sventagliata. di mitra, fortunatamente andata a vuoto, partita dal camion quando raggiunse il punto in cui avevamo attraversato.
Stavamo riprendendo fiato quando ci si accorse che nonno non era ancora. arrivato a casa, ci colse pertanto il tragico dubbio che fosse rimasto colpito; mi gettai di nuovo giù perle piagge finché, arrivato a quelle del “Morino”, vidi mio nonno che, placido placido, come se nulla fosse accaduto, stava risalendo il viottolo che conduceva al rifugio abbandonato di Gargano, dove era andato a nascondersi. Dopo aver provveduto a recuperare quanto in precedenza avevamo gettato via, ritornammo insieme a casa felici per l’ennesimo scampato pericolo.
Per l’acqua da bere ci si serviva di un paio di damigiane che solitamente all’alba, sempre con grande rischio, passando per la scoscesa via della Greppa, andavamo a riempire alla “pompa” in fondo alla valle.
Una mattina, al termine della ripida risalita, con i due recipienti pieni d’acqua, stavo facendo capolino, come sempre, prima di entrare in S. Andrea, quando mi accorsi che due tedeschi venivano nella mia direzione; mi sentii perduto considerando che non c’era più il tempo materiale per tornare indietro, affacciandomi di nuovo, però, li vidi fermi a guardare l’interno del magazzino sventrato di “Pelo”; quel tanto mi bastò per sgattaiolare nella adiacente piazza con le due damigianine che lasciai davanti alla cancellata dell’Ospedale, dietro al muro della quale mi nascosi, dopo averlo scavalcato, in attesa che i due transitassero. Fortunatamente non si voltarono da quella parte e non le videro pur avendole lasciate in bella evidenza nella piazza deserta. Riuscii così a portarle a casa col prezioso contenuto.
Quella notte una esplosione tremenda, ben diversa dalle centinaia che eravamo abituati a sorbirci, squarciò il più assoluto silenzio che in quell’ora regnava. Tutto ebbe un sussulto; caddero oggetti e suppellettili; noi che da poco eravamo assopiti, ci guardammo attoniti, senza profferire parola, alla pallida luce della candela che avevo provveduto ad accendere, mentre dalle aperture che servivano per arieggiare i sotterranei stava penetrando una calda nube di polvere nel silenzio che si era ricostituito. Pensammo che un proiettile di grosso calibro doveva essere caduto vicino e che forse aveva colpito i piani superiori della casa. Nessuno riuscì più a prendere sonno per l’ansia di attendere il giorno e vedere che cosa era successo.
Alle prime luci dell’alba corsi al piano superiore e da una finestra che dava in S. Andrea, con un sobbalzo ed una dolorosa stretta al cuore, constatai che la torre non c’era più.
Scioccato, incurante di tutto o di tutti, uscii fuori per precipitarmi in quella direzione ed arrampicarmi sull’enorme ammasso di macerie in cima alle quali troneggiava, con le mani sui fianchi, un guastatore tedesco dalla nera divisa visibilmente soddisfatto per la distruzione compiuta.
Infischiandomi di lui, che del resto fortunatamente mi ignorò, gli andai accanto quasi per sfida e, da lassù, potei vedere in tutta la sua tragica realtà, l’indimenticabile scenario della mia casa natale distrutta.
Discesi il versante nord della “montagna”, costituita dai resti di quelle che era stata la possente mole della torre di Castruccio che da secoli sfidava il tempo e caratterizzava il profilo della parte più alta di Fucecchio e da quelli delle case del Pellegrini o di Biagino che alla torre erano collegate, per infilarmi tra i pericolanti ruderi di ciò che rimaneva del nostro antico focolare domestico.
Una enorme quantità di materiale ora precipitato sulla nostra casa sottostante seppellendone completamente la metà e danneggiando gravemente la parte rimasta in tutte le sue strutture principali dalle quali l’immane spostamento d’aria aveva strappato porte e finestre e divelto persino le relative soglie di pietra che erano letteralmente volate via.
Il tetto della parte rimasta in piedi era ricoperto da uno spesso strato di detriti che ne avevano completamente sbriciolato embrici e tegole e spezzato travi e travicelli.
Dopo un rapido e circospetto giro fra i traballanti locali di quanto era rimasto miracolosamente in bilico, passai nell’orto invaso da travi e pietre e mattoni e dove tutto ora tinto di rosso dalla coltre di polvere che vi si era adagiata, per raccogliere il primo “mattone” di quella lunghissima serie che in seguito, particolarmente a guerra finita, durante mesi e mesi di estenuante solitario lavoro, riuscii ad accumulare per poter procedere alla ricostruzione della mia amata casa natale.
Per fare ritorno dai miei, approfittai di un camminamento che i tedeschi avevano in precedenza ottenuto praticando dei varchi attraverso i muri che “sotto poggio” dividevano le varie proprietà a partire dalla nostra per arrivare fino a quella di zio prete. Il camminamento era intercalato da piazzole scavate ad altezza d’uomo, che spesso ci servirono come riparo dalle cannonate in quanto da quel giorno, sfruttando l’inaspettato passaggio abbandonato, ci si recava nel nostro terreno per prendere qualcosa da mangiare.
Fu proprio durante una di queste nostro spedizioni (vedi l’episodio in merito dal titolo “La Vanga”) che gli alleati ad un certo momento, dopo che la ”cicogna” ci aveva segnalati, ci presero letteralmente a cannonate mentre con mio padre ero intento, con la vanga, a cavar patate, scambiati certamente per soldati tedeschi intenti a predisporre fortificazioni.
Corremmo a rifugiarci nella cantina che aveva resistito al crollo della casa per rimanervi fino al termine del prolungato ed intenso cannoneggiamento. Usciti quindi all’aperto ci rendemmo conto che tre proiettili erano caduti nell’orto: uno, esploso a pochi metri di distanza dalla casa, aveva fatto franare per un lungo tratto il massiccio muro di cinta che, a sua volta, caduto su quello adiacente dell’Andreini ne aveva provocato il crollo; un altro proiettile aveva fatto crollare parte del settecentesco muraglione dal Pellegrini in corrispondenza del grandioso secolare leccio, tuttora vivo e vegeto, sovrastante la nostra proprietà; un terzo proiettile infine, centrando perfettamente la venga che pochi istanti prima avevamo lasciata infilata nel terreno, prima di correre in cantina., la deformò in maniera tale da renderla un vero o proprio pezzo da museo, tanto è vero che, mentre sto scribacchiando queste righe, posso darle uno sguardo, avendola appesa ad una parete del mio studio, dove la conservo a ricordo, opportunamente collocata in una piccola bacheca insieme alla spoletta del proiettile che la ”modellò” e che ritrovammo conficcata nella terra; una targhetta in ottone ne ricorda la data: “15 agosto 1944”.
Proseguimmo con estenuante monotonia quel nostro vivere nei sotterranei interrotto soltanto dagli ormai altrettanto monotoni cannoneggiamenti che si susseguivano quasi rispettando determinati orari, per cui, rispettandoli anche noi, potevamo uscire all’aperto per andare alla ricerca dei soliti viveri di fortuna badando solamente a non essere scoperti dai pochi tedeschi che potevano aggirarsi in quei luoghi. Solo qualche sparuto guastatore infatti poteva ancora girovagare per il paese dove già era saltato tutto quanto eventualmente poteva servire a contrastare l’avanzata degli alleati, ma questi, anziché diminuire rincaravano ancora le dosi, rovesciando sul capoluogo e dintorni bombardamenti sempre più intensi e prolungati. Proprio in conseguenza di un cannoneggiamento che in quei giorni si abbatté con estrema violenza sulle antiche mura dell’Abbazia di S. Salvatore, le clarisse uscirono dall’annesso Monastero di Clausura e, guidate dalla Madre Badessa, corsero a rifugiarsi nell’Ospedale. Fui testimone di questa fuga da sotto le persiane di una finestra di zio prete.
Arrivammo così alla fine del mese di agosto finché Padre Nazzareno Poletti, del Convento dei Frati Minori di Fucecchio, inforcando una bicicletta da donna, con tanto di bandiera bianca, oltrepassando l’Arno in secca, riuscì ad arrivare alle linee americane e ad informare il comando alleato che i tedeschi non c’erano più per cui, volendo, potevano “venire a liberarci”.
Gli alleati evidentemente “accettarono l’invito”, infatti il giorno dopo arrivarono non senza aver completato però l’opera di distruzione iniziata dai tedeschi, con un interminabile ed inaudito cannoneggiamento da gran finale, che. rovesciò ferro o fuoco sulle antiche torri della Rocca del Principe Corsini, fino a qualche giorno rimaste miracolosamente intatte, danneggiandole irreparabilmente.
Era il 1° settembre de1 1944 (Livorno, marzo 1983)

Di qua, di là dall’Arno: maturità e ricostruzione, gioia e delusione

E pensare che eravamo sfollati da Livorno a. causa degli incessanti bombardamenti aerei che la martoriavano, per prendere stabile dimora a Fucecchio in casa dei miei nonni ritenuta sicura ed al riparo dalla furia devastatrice della guerra. Ironia della sorte: proprio questa casa, come ormai noto, qualche tempo dopo, doveva rimanere sepolta dalle macerie della torre di Castruccio fatta saltare dai tedeschi in ritirata e gli americani mi ci avrebbero addirittura preso a cannonate nell’orto insieme a mio padre.
Il grande palazzo in pieno centro storico .di Livorno, dove era situato il nostro appartamento, doveva invece rimanere miracolosamente intatto tra le apocalittiche distruzioni degli edifici circostanti ( ad est la cattedrale; da ovest i palazzi di Via Piave; a sud la Sinagoga; a nord i palazzi di Via San Francesco ) provocate dagli oltre cento bombardamenti a tappeto anglo-americani che rasero al suolo l’intero centro della città. Per la “mia” casa di Fucecchio nutrivo un amore sviscerato perché c’ero nato, perché i nonni mi ci avevano allevato e coccolato, quale nipote unico, fino all’età scolare, per tutto il periodo cioè che mio padre aveva il suo lavoro a Roma. Quando si trasferì a Livorno, i miei genitori, com’è naturale, mi presero con loro per potersi finalmente godere il frutto del loro amore, mai immaginandosi quale dispiacere avrebbero provocato in me che dovevo lasciare il mio “regno”.
Andammo ad abitare appunto quell’appartamento dell’allora nuovissimo e grande palazzo di Via San Francesco che considerai sempre la mia “prigione”. Da qualsiasi finestra mi affacciavo vedevo solo e sempre i muri e le finestre dei palazzi di fronte, per cui continuamente sognavo il mio giardino, il mio orto ed i vasti panorami che si potevano godere dalle finestre e dal terrazzo della “mia” casa di Fucecchio. Soltanto quando i nonni venivano a Livorno per stare un po’ con noi la mia tristezza si diradava per farsi nuovamente più fitta al momento dalla loro partenza. Andavo a scuola e contavo i giorni che mancavano alle vacanze di Natale, alle vacanze di Pasqua, a quelle estive che immancabilmente tutte trascorrevo da loro. Tanto grande e incontenibile era la gioia delle mie partenze per Fucecchio quanto grande era il dolore dei ritorni a Livorno.
Questa altalena di stati d’animo mi accompagnò fino a grande tanto che gli anni trascorsi a Fucecchio, durante lo sfollamento, pur essendoci la guerra ed in cui recarsi giornalmente in bicicletta al liceo scientifico di San Miniato era un’avventura, sono rimasti per me i più belli ed i più nostalgici. Per questo dal momento in cui vidi la mia casa distrutta, il desiderio più grande fu quello di poterla vedere ricostruita.
Passata la “bufera” dovevamo pertanto cercare di risolvere in qualche maniera il difficile problema della sistemazione, sia pure provvisoria, di quella residua parte della casa rimasta in piedi sebbene gravemente danneggiata. La prima cosa da fare, mentre il Comune aveva già organizzato una squadra di operai per cercare di aprire un varco nella montagna di macerie costituita dalle rovine della torre e che ostruiva la strada, fu. quella di liberare il tetto dallo spesso strato di materiale che vi era caduto. Lavorandoci di buona lena mattina e sera, in circa una settimana riuscii a ripulirlo gettando di sotto tutto ciò che era inutilizzabile, lasciando al loro posto soltanto i travicelli interi ed i pochissimi embrici e tegoli rimasti intatti disponendoli subito in maniera da coprire almeno una minima parte del tetto affinché magari lì sotto non ci piovesse. Qualche giorno dopo la liberazione, infatti, incominciò a piovere e il nostro “rudere” si inzuppò fino alle fondamenta.
Mio padre, che intanto era ritornato a Livorno, incominciava il suo va e vieni settimanale in bicicletta per recarsi al lavoro e portarci ogni volta le prime cibarie americane. Arrivava il sabato sera e ripartiva il lunedì mattina prima dell’alba. La nostra casa di Livorno non era ora abitabile perché, pur essendo rimasta intatta, vi si era insediato un comando alleato e poi era situata nella cosiddetta “zona nera” ancora interdetta ai civili. Solo qualche tempo dopo riuscì a trovare un alloggio di fortuna presso una famiglia amica preposta alla custodia di quello che era rimasto del grande Seminario “Gavi”, quasi distrutto dai bombardamenti, per cui anche mamma poté ritornare a Livorno con lui. Ogni quindici giorni venivano a trovarmi servendosi della solita bicicletta claudicante per le numerose “vulcanizzature” dei suoi copertoni, che babbo inforcava con mamma sulla canna e valigia sul portabagagli.
Le giornate che trascorrevano con noi servivano ad aiutarmi nell’opera di riadattamento della casa cui ormai mi dedicavo anima e corpo per potercisi ristabilire; ma per fare questo era necessario riuscire almeno a coprire il tetto.
Grazie ad un carretto avuto in prestito da Maso di Batone che faceva il manovale, con quattro viaggi effettuati in un solo giorno, io alle stanghe e babbo a spingere, mi procurai diverse centinaia di embrici rimasti interi, trovati fra quelli letteralmente sbriciolati dalle cannonate nelle enormi cataste che giacevano presso la fornace situata di fianco all’argine dell’Arno. In pochi giorni riuscii a coprire tutto il tetto, avendo cura di porre anche delle grosse pietre in vicinanza delle grondaie perché i1 vento non rendesse vana la mia fatica.
E così dalla casa di zio prete, dove eravamo ancora ospitati, ci trasferimmo nella nostra dopo aver provveduto ad eliminare anche i numerosi detriti che avevano invaso tutte le stanze penetrandovi, oltre che dal tetto sfondato, dalle porte e dalle finestre che non avevano più un vetro intatto riservandoci di procedere in seguito alle successive riparazioni.
In quei giorni dovevo provvedere anche ad un altro genere di riparazioni: si trattava di sostenere l’esame di filosofia, materia da “riparare” infatti proprio a settembre per essere definitivamente promosso all’ultimo anno di liceo. Rimasi a Fucecchio anche a guerra finita con l’intenzione di conseguire il diploma di maturità prima di ritornare a Livorno ma principalmente lo feci per potermi dedicare alla ricostruzione della mia casa.
Ebbe così inizio la mia lunga ed estenuante corsa intesa a raggiungere i due obbiettivi.
Dopo aver provveduto a “riparare” quella disciplina (leggi filosofia) che, precorrendo i tempi, già contestavo perché la mia intenzione, una volta conseguita la “maturità” era quella di iscrivermi alla facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Pisa e non ritenevo logico il dover dedicare tanto tempo all’assorbimento dei contrastanti pensieri dei vari Kant, Bacone, Cartesio e molteplice compagnia che, secondo me, ben poco servivano per imparare a fare il . ... veterinario, iniziai l’ultimo anno di liceo dedicando la mattina alla scuola ed il pomeriggio, finché durava la luce del giorno, agli enormi e molteplici lavori riguardanti le disastrose condizioni della casa, per terminare la giornata studiando alla fioca luce del puzzolente ed affumicante lume a petrolio finché non fu riattivata la luce elettrica.
Mi alzavo verso le sei e mezzo per essere preciso all’appuntamento giù in Piazza Montanelli, sotto l’orologio del palazzo Baschieri, da dove, in bicicletta, lo “squadrone” fucecchiese, composto dal sottoscritto, da Giorgio Lotti, Mino Dei, Piero Guerrieri (Radicchio), Sergio Leardi (Pelo), Lelio Marchetti ed altri, cui, una volta raggiunto S. Pierino, si univa Mauro Vivaldi (Cicalone), insieme alle “squadre” provenienti da S. Croce e da Castelfranco, nel giro di un’ora, dopo un difficoltoso percorso di strade dissestate e di dura e lunga salita, che dovevamo fare a piedi, raggiungeva la scuola lassù a San Miniato Alto. Si depositavano per questo le biciclette presso il fienile di un contadino, situato ai piedi della collina, per risparmiare la fatica di portarsele sù a mano e per evitare, al ritorno, frequenti guasti meccanici o quantomeno il logorio dei freni nella discesa con conseguente pericolo di più o meno disastrose cadute cui molti di noi, nei primi tempi, eravamo incappati.
Naturalmente dovevamo attraversare anche l’Arno che aveva il ponte distrutto. Per tutto l’autunno e l’inverno seguente eravamo costretti a lunghe file per poterlo “passare” con l’ausilio dei barcaioli di S. Pierino che ci traghettavano due alla volta, per mezzo dei loro barchini da rena. Quando c’era la piena il passaggio avveniva a nostro rischio e pericolo, una alla volta, nel barchino governato da due barcaioli che, con le lunghe aste, costeggiando la sponda, risalivano il fiume per un centinaio di metri per poi, passando ai remi, con improvvisa e possente decisione, darsi all’attraversamento della enorme massa d’acqua che correva impetuosa verso le rovine del ponte, riuscendo sempre, con spettacolare regolarità, ad attraccare alla riva opposta esattamente di fronte al punto di partenza, avendo calcolato, con estrema precisione, la misura del trascinamento del barchino effettuato dalla corrente durante l’attraversamento a forza di remi.
Dopo la piena, quando le limacciose acque erano calate, andare e tornare da scuola era veramente difficile: con le già pesanti biciclette, zavorrate dalle cartelle pieni di libri e dagli immancabili ombrelli di scorta legati alla canna con lo spago, vestiti come palombari (camiciole di lana, camicia di flanella, maglione, giacchetta e pellicciotto, mutandoni di lana, pantaloni alla zuava, due paia di calzettoni dentro grossi scarponi da sci, topa in testa) le prendevamo in spalla e, per poterci imbarcare da una riva e sbarcare dall’altra, dovevamo per forza sprofondare fino al ginocchio nel fango per tratti più o meno lunghi e scoscesi a seconda di quanto le acque si erano ritirate.
Quando, finalmente, nella successiva primavera, entrò in funzione il traghetto che agiva con la corda (cavo metallico dopo), le cose migliorarono ed il passaggio dell’Arno diventò agevole e addirittura spassoso: incominciò infatti il periodo in cui il nostro quotidiano va e vieni era costantemente rinvivito dalle possenti “baritonali” arie del sottoscritto e da quelle di “basso” di Renato Spagli accompagnate dal melodioso coro dei “gregari”.
In occasione delle continue pressanti richieste di miei assoli vocali, cui aderivo nelle tiepide serate esibendomi spesso nei giardini del piazzale, qualcuno mi “scoprì” e mi suggerì di mettermi a studiare canto. Ai lavori preliminari, intesi ad approntare quanto più materiale possibile per poter procedere un giorno alla ricostruzione della mia casa ed ai contemporanei studi per raggiungere il diploma di maturità si aggiunsero, così, anche i serali vocalizzi e i monologhi di “Rigoletto” eseguiti presso il Cav. Giuseppe Montanelli che incominciai a frequentare insieme allo Spagli.
Il ritorno da scuola, salvo forature o guasti, avveniva intorno alle due del pomeriggio; poiché i miei nonni erano abituati a desinare al mezzogiorno, mangiavo da solo con nonna che mi serviva e col micio sotto il tavolo perché “ruscolava” sempre qualcosa.
Dopo la consueta mezz’oretta che trascorrevo al riattivato “Bar di Fiore” per la tradizionale partitina a bigliardo, dopo aver provveduto inizialmente al lavori di provvisorio “rattoppamento” della casa, riuscii in seguito a disporre finalmente di un muratore e di un falegname (Guido Ciurli e Pietrino Masi) che ripararono in maniera abbastanza valida se non definitiva, pareti e pavimenti disastrati nonché porte e finestre distrutte o danneggiate. Cominciò da allora l’inesauribile e mio quotidiano solitario lavoro di rimozione della immane massa di macerie che aveva sepolto metà dalla casa e che raggiungeva in altezza il tetto della parte rimasta in piedi.
Per mezzo di una carriola scaricavo i detriti inutilizzabili nella scorciatoia tra il mio muro di cinta e quello dell’ Andreini. tanto che il piano stradale, nel giro di qualche mese, si alzò di un buon metro e mezzo per tutta la sua lunghezza. Nello stesso tempo, man mano che procedevo, facevo la cernita dei mezzi mattoni e di quelli interi che accatastavo nell’orto e che in un secondo tempo, dopo averli scalcinati uno ad uno col pennato, portai tutti in cantina per ripararli dalla pioggia.

Recuperavo travicelli e grossi travi intere che riuscivo a trascinare, con la forza dei miei vent’anni, giù in cantina dove, nelle frequenti giornate invernali di pioggia, provvedevo a trattare quelle spezzate ed inutilizzabili in maniera da poterle sfruttare per far fuoco attraverso varie fasi di riduzione consistenti nell’iniziale squarcio a metà per mezzo di due grosse zeppe di ferro inserite alternativamente negli schianti del legno a suon di martellate per poi farle in quattro parti e magari in otto a seconda della loro mole; segavo quindi i pezzi ottenuti e li riducevo ulteriormente con l’accetta per poterli agevolmente inserire nel forno dalla cucina economica. Accumulai in questa maniera tanta legna da ardere che fu sufficiente a scaldarsi per dieci invernate. Ma principalmente riuscii a riempire la capace cantina fino all’inverosimile con diverse migliaia di mattoni, tutti preventivamente scalcinati, con una ventina di travi e centinaia di travicelli.
Questo mio tenace, pesante e certosino lavoro durò un anno intero e terminò contemporaneamente al completo raggiungimento del diploma di maturità: infatti anche quella volta, e fu l’ultima, mi avevano fatto riparare a ottobre la sola e ormai per me proverbiale “filosofia”, che tanto tenacemente avevo contestato.
Qualche tempo dopo si ottennero i danni di guerra; l’importo fu talmente irrisorio che servì appena a compensare l’esoso ingegnere che ne aveva curato la pratica. Mio nonno, non ritenendo conveniente procedere alla ricostruzione di quella parte della casa distrutta, vendette il terreno a Dionisio “di Biagino”, facendogli praticamente omaggio di tutto il materiale che avevo accumulato in quei lunghi mesi con grande passione e speranza; gli fu sufficiente a completare i muri e l’armatura del tetto della casa che si fece costruire.
P.S.
Trascorrono altri anni.
I nostri interessi ed il mio in particolare sono definitivamente a Livorno.
Mio nonno, rimasto solo, da tempo abita con noi e giudica controproducente il possedere quella casa con estenuante quotidiano “ritornello” suggeritogli da Pietrino “il Sensale”.
Io e mio padre a lungo contrastiamo tale giudizio, ma desideriamo cambiare “motivo”.
Nonno la spunta: vendita definitiva all’Avv. Piero Malvolti di tutta la rimanente nostra antica proprietà.


Livorno, giugno 1963    Enrico Tognetti

 

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