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Primo dicembre 1944
Queste poche pagine che io inizio oggi, da tanto tempo
volevo scrivere per ricordare le giornate trascorse in
questa tremenda estate del 1944.
Quante volte mi sono promessa di annotare le mie
impressioni dei giorni di guerra, perché i miei figli
ricordino e i nostri fratelli lontani sappiano quanto
abbiamo sofferto e quanto è più dolorosa la sofferenza
di sentirsi lontani centinaia di chilometri da loro nei
giorni di pericolo.
Dal mese di giugno non ho più notizie di Alfredo e di
Giuseppe. Dai nonni Maria e Attilio abbiamo ricevuto
l’ultima lettera il 7 luglio e poi silenzio, angoscioso
silenzio da tutte le parti ! E questa è una delle
peggiori atrocità della guerra, dopo s’intende, dopo il
pendolo della morte.
Non era possibile scappare al Nord, dopo il 21 giugno,
giorno di San Luigi: prima giornata di terrore per il
popoloso Fucecchio ! Abbandonare il paese in cinque
persone voleva dire perdere la casa, vestiario e tutta
quella poca di roba, tanto cara, benché modesta. Non sto
a descrivere lo spavento e le scene di terrore di questi
primi bombardamenti: tutti purtroppo li abbiamo provati.
Berto, previdente, m’impose di allontanarmi da casa.
Per una fortunata combinazione trovai una cameretta
presso buoni contadini ed in poche ore si decise il
trasloco di parte della mobilia e delle cose più
necessarie.
Accompagnai la mamma e Clara il 23 giugno presso la
famiglia che ci ospitò per due mesi e mezzo...
Berto e Gino con carretti. a mano, trasportarono poi
tutto quanto si riteneva di poter salvare dai
bombardamenti e credendo, ingenuamente, che solo quello
fosse il pericolo.
Non si conosceva ancora il rombo del cannone alleato e i
bravi delle S.S. tedesche, scelti per rapine,
distruzioni e saccheggi! Così credemmo di lasciare al
sicuro due bauli pieni di biancheria, la radio e tante
altre cose, murati in cantina, ben coperti da assi e
cemento, ricoperti poi da migliaia dl pine e legna,
tanto da formare una catasta.
Poveri ingenui! Niente è sicuro quando passa quell’orda
di delinquenti!
Fu dunque il 23 giugno che ebbe inizio l’evacuazione del
paese verso la campagna.
Lunghe file di carretti stracarichi trasportavano
masserie e indumenti; ma tutti fecero come noi:
sfollavano donne e bambini; in paese rimangono gli
uomini a guardia delle case e di quanto murato e tutti
ritenevano di avere messo al sicuro e in salvo gli
oggetti più preziosi.
Vane speranze.
La notte del 24, il rumore di un aereo isolato ci tiene
col fiato sospeso e, infatti, si sentono cadere spezzoni
sul paese e, qualcuno, anche in piena campagna.
Addio placido sonno.
Da quella notte ebbero principio le visite di questo
aereo “Fantasma” che disturbava tutti, lasciando cadere
spezzoni in ogni luogo e spaventando anche chi si era
rifugiato in campagna.
Berto dorme ancora a Fucecchio ed io, sola, la sera mi
sgomento perché noto lo spavento della mamma e non so
come rassicurarla. Si passano le nottate fuori, fra i
campi o nella stalla, benché in nessun posto ci si senta
sicuri.
Durante il giorno, comincia la caccia agli uomini da
parte dei tedeschi.
Io sono sempre in agitazione continua :ho più paura dei
tedeschi che dei bombardamenti notturni; tanto più che
Berto percorre le strade per venire da noi, almeno una
volta al giorno e tanto lui che Gino sono incuranti del
pericolo che corrono.
Tremende giornate che non saprò mai descrivere con
esattezza! Si vedevano uomini nascosti come talpe nei
rifugi scavati sotto terra; trasandati, laceri e sudici:
la paura di essere presi li rendeva come folli.
Tedeschi armati giravano anche per la campagna e
rastrellavano uomini giovani e anziani.
Qualcuno veniva rilasciato dopo pochi giorni di lavoro,
qualcun altro, anzi parecchi non sono più tornati.
Una protezione sovrumana, io credo, ha salvato Gino e
Berto da queste retate.
I primi di luglio ci tolsero la luce e l’acqua.
Rimanemmo senza giornali e senza notizie via radio e
ansiosi di notizie, segregati da tutto il resto del
mondo, trascorremmo tante e tante tristi giornate.
Il 17 luglio potei scrivere due lettere e raccomandarle
e un sergente tedesco che partiva per Verona e che mi
fece solenne promessa di impostarle. Così, pensai, i
nonni ,Alfredo e gli altri familiari avranno nostre
notizie.
* *
La notte dal 19 al 20 luglio, le prime cannonate
cominciarono a piovere su Fucecchio.
Per prima fu colpita, proprio quella notte, la modesta
casa di un operaio tipografo il quale poveretto ebbe la
tremenda disgrazia di perdere la mamma, la sposa di
venticinque anni e la piccola figlia di due anni e
mezzo.
Confesso che passai più di una settimana sotto l’incubo
di una fine imminente tanto mi pareva grave ed
inevitabile il pericolo. La paura, l’ossessione si
impadronirono di tutto il mio essere, tanto da rendermi
irriconoscibile a me stessa ed ai miei familiari.
Pensavo che potevo perdere la mia bambina, oppure morire
io e lasciarla, lei più bisognosa d’ogni altro di cure,
sola.
Temevo per mia madre e tanta responsabilità sentivo
verso di lei. Che avrei fatto e detto ai miei fratelli
che me l’avevano affidata ?
In caso di disgrazia come avrei avuto il coraggio di
presentarmi a loro senza di lei?
Questo timore mi ossessionava al punto da rendermi quasi
folle. Una preghiera fervida rivolgevo a Dio ed ai miei
morti:
- Fate che ci si salvi tutti! Fate che tutti si possa
ritornare nelle nostre case, sani e salvi!
E di tutto il resto non mi importava più nulla.
Oh quella prima notte di terrore passata in cantina,
sdraiati sulla nuda terra e qualcuno, nella speranza di
essere più al sicuro, perfino sotto i tini.
Tentavamo di farci reciprocamente coraggio, ma si
tremava vetta a vetta.
Berto dormiva ancora a Fucecchio; Gino abbastanza
coraggioso, si rifugiò nella stalla; io ero con Clara e
la nonna in compagnia di altri sfollati e dei... topi,
che giravano nel buio rasentandoci il viso e le braccia.
Si calcolava, con la nostra inesperienza, che le
cannonate durassero tre o quattro giorni, o meglio
notti, al massimo una settimana; poi, pensavamo,
l’esercito alleato avrebbe messo in definitiva fuga i
tedeschi.
Vana speranza.
Ben quaranta lunghissimi giorni e quaranta interminabili
notti durò questa tortura.
Si credeva e si dubitava proprio di non giungere alla
fine !
Ancor oggi non so come abbiamo fatto e potuto resistere.
Venne perfino l’ordine di sfollare tutto il paese.
Eravamo in prima linea e i tedeschi imposero a tutti,
uomini e donne, d’allontanarsi dalle loro case.
Non fu certo per gentile precauzione :vollero avere
nelle loro mani tutto, senza controlli e senza
testimonianze sulle loro malefatte giornaliere.
Un migliaio di persone si rifugiò nell’ospedale di S.
Pietro Igneo, sperando di mettersi al sicuro più e
meglio che in campagna.
C’era il permesso di recarsi un’ora, al mattino, in
paese e tutti ne approfittavano per constatare la
situazione della propria casa.
Noi abbiamo avuto la disgrazia di ospitare per due mesi
il comando e parecchi soldati tedeschi; i quali fecero
tutti i loro comodi e ridussero gli appartamenti in
condizioni indecenti oltre a tutti i dispetti pensabili
e impensabili e ai rubamenti. La mattina del 26 luglio,
Berto mi incoraggia e mi consiglia di recarmi con lui a
casa per vedere quel famoso “tesoro nascosto”, sperando
che nessuno si sia accorto che, sotto la catasta di
legna e il cemento, c’è tutto il nostro “bene,,!
A piedi, perché le biciclette si tenevano nascoste dato
che i tedeschi le rubavano, si percorse la lunga strada
che ci separava dalla nostra casa; e giunti alla nostra
abitazione, purtroppo dovemmo constatare che i tedeschi
avevano smurato ogni cosa, scassinato i bauli e preso
ciò che faceva loro comodo, comprese tre trapunte nuove
di zecca e che adoperavano per coricarcisi. Descrivere
in quali condizioni erano l’appartamento e la cantina è
impossibile: sono cose che bisogna vedere di persona per
credere e constatare. Canaglie!
Tremando di sdegno e di paura, m’avvicinai ad un tedesco
pregandolo di lasciarmi prendere e portar via quanto era
rimasto della mia roba. Acconsentì e stette a guardarmi
fisso fisso, mentre radunavo la roba sparsa per il
pavimento: vestiti gettati nella buca del carbone,
brandelli delle mia bella coperta di seta rosa,
strappata e gettata nel sudiciume.Di tutto feci un
fagotto ed a fatica lo trasportai con l’aiuto di Berto,
sotto lo sguardo ironico dei soldati tedeschi.
Purtroppo non si contentarono di assistere a questo
spettacolo doloroso, ma imposero a Berto di consegnargli
l’orologio e, siccome lui indugiava ad eseguire
l’ordine, glielo strapparono con violenza dal braccio.
Quale sofferenza vederci depredare da gente armata e non
poter reagire per evitare il peggio!
Tornammo al nostro rifugio in campagna, avviliti e
furenti; ma non c’era altro rimedio che la rassegnazione
e accontentarci di ciò che avevamo potuto salvare.
Un altro giorno andai a casa per vedere se c’era ancora
qualcosa da poter salvare e mal me ne incolse!
Un soldataccio col muso duro di vero tedesco al cento
per cento, tentò di rinchiudermi in cantina; appena me
ne accorsi mi misi ad urlare e strepitare talmente
forte, che l’uomo, chissà come e perché, mi lasciò
andare ed io detti un sospiro di liberazione; ma ero
così impaurita e tremante che mi ci volle del bello e
del buono per capire che ero libera e non correvo più
alcun rischio. Tacqui con Berto: non volevo che compisse
un atto inconsulto e, dato che non si era trovato
presente al fattaccio, preferii non dirgli niente.
L’avevo scampata bella, ma prima di rinfrancarmi ed
essere in condizione di camminare, mi ci vollero decine
e decine di minuti.
* *
Così, con alternative di speranze e di timori, passavamo
le nostre giornate; giornate d’ozio e d’inerzia,
alternate da notti di terrore e d’insonnia.
Poche e rare le ore di sonno tranquille.
La notte di S. Anna, 27 luglio, fu la peggiore.
Ormai eravamo rassegnati a morire.
Cercherò di raccontare in breve ciò che avvenne, benché
nessuna parola possa dare un’idea precisa dei fatti
accaduti.
Il caseggiato dei contadini che ci ospitavano è
abbastanza ampio: oltre la casa vera e propria, sull’ala
sinistra c’è un grande e vasto fienile con tanto di
porticato tutt’intorno; di fronte c’erano i pagliai e,
dietro la casa colonica, cataste di legna. Nell’ala
destra avevamo la nostra camera che aveva, sotto, il
porticato dove i tedeschi avevano messo i loro carri
armati nascosti da frasche e fronde munite di folto
fogliame.
La sera del 26, una bella serata col cielo pieno di
stelle e, caso strano, tranquilla, vedemmo i soldati
tedeschi mettersi a caricare un camion, tenuto nascosto,
fino a quel momento, come i carri armati. Era la
refurtiva razziata durante la giornata.
Col pianto alla gola, vedevo caricare biciclette nuove,
radio, casse di sapone, candele, centinaia e centinaia
di lenzuola, salviette di spugna, biancheria finissima,
scarpe nuove di ogni genere e qualità e tanto tanto
cuoio.
Quel camion conteneva non solo cose di grande valore, ma
anche tutti i sacrifici di centinaia e centinaia di
persone che avevano lavorato e stentato per acquistarli,
e tutto sarebbe partito per la Germania.
Eppure bisognava tacere e inghiottire la pillola amara
senza rifiatare.
Probabilmente la vedetta-spia alleata ,dovette notare
qualcosa di insolito oppure fu pura e semplice
coincidenza. Sta di fatto che, la notte stessa, una
cannonata centrò in pieno il motore del camion carico di
tutto quel ben di Dio ed anche numerose cassette di
munizioni.
La deflagrazione fu tremenda: tutta la casa tremò e i
vetri andarono in frantumi: uno scoppio pauroso e
purtroppo avvenuto proprio di fronte alla cantina nella
quale c’eravamo, come al solito, rifugiati per dormire.
La deflagrazione ci fece sobbalzare e ci riempì di
terrore. Allarmati scappammo di cantina e, sotto il tiro
dei cannoni, scappammo fuori per tentare di trovare
scampo nel ricovero sotterraneo che avevamo scavato
lontano dalla casa, ma lungo pochi metri. Era scoppiato
un grande incendio e le fiamme, raggiunte le casse delle
munizioni, le facevano saltare come fuochi d’artificio:
unite al loro fragore, c’era quello dello scoppio delle
granate che piovevano dal cielo e che cadevano come
grandine durante un temporale estivo.
I soldati tedeschi scapparono tutti e non si videro più.
L’incendio in pochi minuti dilagò tremendo: attaccò i.
pagliai e il fienile si trasformò in un rogo, le cataste
di legna presero fuoco e tutta la casa fu avvolta dalle
fiamme.
Le cannonate continuavano incessanti.
Eravamo dentro il rifugio in 24 persone, tutte in attesa
che si compisse il fatale destino. Non si poteva
scappare perché le cannonate non ci davano tregua ed era
appena l’una di notte.
Fu la notte più lunga della nostra vita !
I contadini piangevano dirottamente, tanto da straziarci
il cuore.
Tutti temevamo che l’incendio distruggesse tutto il
fabbricato, così anche noi saremmo rimasti soltanto con
i due stracci sudici che avevamo addosso e con gli
zoccoli sgangherati.
Come avremmo potuto raggiungere l’alta Italia, unico
rifugio di salvezza che ci restava. Questo pensavamo
mentre, da una fessura del rifugio, si vedevano le
fiamme avvolgere la casa.
E pensavamo a voi, cari genitori e fratelli, ai cari
amici che temevamo di non rivedere mai più.
Come Dio volle, il fuoco dell’artiglieria americana
cessò. Erano le cinque del mattino e, fortunatamente,
eravamo sani e salvi. Uscimmo dal rifugio e cominciammo
a gettare secchi d’acqua sul fuoco che, per nostra
fortuna, non era stato brutto come credevamo. In breve
spegnemmo gli ultimi focolai ed il male non fu così
grave come pensavamo: la nostra povera roba era salva !
Ringraziammo il Signore, mentre ci guardavamo increduli
d’averla ancora una volta scampata !
Ci guardammo intorno: il fienile era crollato, e così
due camere, la stalla e bruciati i pagliai e le cataste
delle legna. Fortunatamente il meglio della casa era
intatto !
Uniche vittime fra gli esseri viventi, due povere mucche
!
Racconto ora tutto questo perché sono trascorsi tanti
giorni: prima non avrei potuto farlo.
In mezzo a tante tragedie accadute, ho notato che Gino e
Clara si sono mantenuti sempre calmi; Berto non ha perso
mai il coraggio ed io, benché molto meno coraggiosa, ho
fatto il possibile per controllare me stessa anche e
soprattutto per calmare la mamma che era sempre più
terrorizzata e chissà quante volte avrà rimpianto
d’essere venuta incontro alla guerra.
Io ho fatto tutto il possibile per evitarle d’esporsi al
pericolo, proprio come facevo per la mia bambina.
Lei e Clara passavano giornate intere rinchiuse al
sicuro mentre io e Berto si girava per procurarci da
mangiare. Si trovava di tutto, ma bisognava andare ad
acquistare il cibo sotto il tiro delle cannonate.
I contadini, che fino a poco tempo prima si vedevano
depredare dai tedeschi polli, conigli, piccioni, vitelli
e via dicendo si accontentavano di poco e ci regalavano
perfino la frutta; ma ora che i tedeschi se n’erano
andati ed era finito il periodo di emergenza, ci
facevano pagare a caro prezzo qualsiasi cosa, come per
farci scontare il benessere elargitoci durante il
periodo della grande paura.
Sarebbe troppo lungo descrivere minutamente ogni singolo
fatto accaduto durante quei tristi giorni; ma qualche
accenno a certe situazioni bisogna renderli noti perché
chi non è stato qui possa comprendere com’era la
situazione in tutto il paese.
Nell’Ospedale dove erano ricoverate diverse centinaia di
persone fra ammalati e sani, dilagava il malcontento per
il cattivo trattamento a cui erano sottoposti: cibo
scarso e, peggio che mai, mancanza di medicinali.
Si verificarono alcuni casi di febbre alta che ben
presto si trasformò in tifo.
Seppi che una mia vicina di casa era ammalata e aveva
febbre alta e forse, per lei, c’era poca speranza di
guarigione.
L’affetto che le porto mi spinge ad andare a vederla.
Purtroppo, qualche volta e senza volerlo, siamo degli
incoscienti. Una mattina mi recai all’ospedale per farle
visita.
- Cosa sono - mi dicevo - trenta , quaranta minuti di
cammino?
Tanto ci voleva da dove ero sfollata per arrivare in
paese. Ma non si trattava di una semplice passeggiata.
* *
Dalla casa di campagna dove abitavo all’Ospedale di
Fucecchio, c’erano trenta-quaranta minuti di cammino,
non di strada vera e propria, ma attraverso campi e
fossi. Ad ogni rumore sospetto o un temuto scarico di
cannonate, mi sdraiavo in una fossa e proseguivo solo
quando ero sicura, del passato pericolo.
All’andata andò tutto bene e si trattò d’una piacevole
camminata.
Ma giunta in ospedale, lo spettacolo dei mille
ricoverati era così pietoso, che ne rimasi meravigliata
e disgustata.
Materassi stesi per terra in ogni luogo ed angolo; gente
sana sdraiata e sonnolenta e tutti con certi visi
pallidi e terrei, da far sgomento. Occhi spaventati
pieni di mute interrogazioni.
Entrai nelle corsie.
Sostai un attimo e, girando lo sguardo attonito,
compresi in quale stato d’animo, passavano le giornate
quei poveri disgraziati, in maggioranza ammalati o
feriti.
Su un materasso steso per terra, un moribondo destò la
mia più grande pietà: era un mio caro conoscente che
morì poche ore dopo per setticemia. Era infermo da
parecchio tempo e affetto da gravi malanni, ma la morte
è sempre una cosa terribile!
Mi sembrò, a vedere tutti quei poveri sofferenti
disperati, di essere in quel famoso Lazzeretto, tanto
bene descritto dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”
Infatti lo spettacolo che presentavano corridoi e
corsie, era tale e quale da reggere il paragone.
Suore e dottori, purtroppo impauriti, erano al riparo
nei rifugi sotterranei, mentre i feriti si lamentavano
ed erano lasciati nel sudiciume di fasciature fatte e
cambiate troppo raramente ed erano avvolti in lenzuola
altrettanto luride.
La moltitudine dei ricoverati rendeva l’aria fetida e
irrespirabile; inoltre era poco edificante la visione di
vasi da notte pieni di escrementi insieme ad utensili da
cucina e a barattoli da marmellata vuoti e sporchi.
Se qualcuno me l’avesse raccontato, avrei commentato che
era affetto da manie denigratorie; ma purtroppo l’avevo
constatato di persona e con i miei stessi occhi.
Non era stato organizzato né un servizio d’ordine né di
pulizia che, date le eccezionali circostanze, avrebbe
dovuto essere rispettato per evitare guai maggiori.
Bisogna convenire, che chi di dovere, non erano persone
né coraggiose e tanto meno caritatevoli ed altruiste
Quel triste, abominevole spettacolo, mi fece
maggiormente apprezzare il nostro sano rifugio di
campagna: almeno nelle ore di calma vi si respirava aria
pura e sana.
Visitai la mie cara amica ammalata che, con mio grande
sollievo, trovai meglio di quanto credevo; ma mi si
strinse il cuore a vederla in quel luogo nauseante e,
tanto volentieri se avessi potuto, me la sarei portata
con me fuori all’aria libera e salubre dei campi,
lontana da quella gente dolorante e non curata.
Purtroppo le buone intenzioni non bastano ed io non
potei far altro che ritornarmene dove ero sistemata,
dopo averla teneramente abbracciata e confortata come
meglio m’era riuscito.
Il ritorno fu assai peggiore del viaggio d’andata e per
poco non ci rimisi la vita.
Da un passante seppi che in una casa di contadini
vendevano carne di vitella appena macellata e decisi dì
farne acquisto.
M’incamminai verso la località indicata, quando un
sibilo sinistro e purtroppo ben noto, mi colpì le
orecchie: ricominciavano i tiri dell’artiglieria. Benché
confusa, mi diedi a correre sfrenatamente e raggiunsi la
casa-macelleria; mi riparai con altre persone
nell’andito, quando una granata scoppiò davanti la casa
e riempì lo stanzone, dove avevamo trovato rifugio, di
fumo, terriccio e altre macerie tanto fitti da accecarmi
o quasi.
La gente urlava, pregava, piangeva, si disperava ed io
temevo di perdere il controllo dei miei poveri nervi:
infatti ci mancò poco perché le granate seguitavano a
cadere nell’aia, una dietro l’altra e sembrava che gli
artiglieri avessero preso di mira proprio il nostro
rifugio. Non avevo fermezza, non sapevo dove
accucciarmi, mentre pensavo ai miei cari che, non
vedendomi tornare, non avrebbero neppure saputo dove
cercarmi. Poi un sibilo più lacerante del solito, uno
schianto tremendo sopra il capo ed io chiusi gli occhi
mormorando:
- Mio Dio, salvatemi!
Tutto un angolo della casa, tetto compreso, erano
crollati sotto l’impatto dell’ultima cannonata.
Ed io ero fortunatamente viva in mezzo ad un nuvolo di
polvere e di macerie !
Appena me ne liberai presi la corsa e, attraverso i
campi, saltando fossi veri e immaginari, tanto ero
spaventata, tornai dai miei cari i quali, dal mio
aspetto stralunato, s’avvidero che avevo passato un
bruttissimo momento. Non avevo più fiato, mi sdraiai sul
letto e per alcune ore non ebbi la forza di fare il
minimo movimento. Eravamo nell’ultima settimana di
agosto e benché Berto facesse del suo meglio per
infondermi coraggio, io ero alla fine di tutta la
pazienza: non ce la. facevo più e mi domandavo
continuamente:
- Quando? Quando finirà questa maledetta guerra?
Proprio in quell’ultima settimana la morte passò nella
nostra casa facendo ancora una vittima.
Una povera vecchietta di ottantaquattro anni che se ne
stava seduta presso il pozzo, intenta a fare la calza,
fu colei che ci rimise la vita.
Una cannonata schiantò di colpo un grosso albero,
proprio davanti al posto in cui si trovava; una scheggia
la colpì di netto staccandole un piede e provocando
un’emorragia che in due ore la condusse nella tomba.
Povera nonnina!
Tante persone incautamente e per l’assuefazione fatta al
pericolo, erano lì fuori con lei: c’erano bambini, donne
giovani e vecchie che fortunatamente rimasero illesi; la
scheggia mortale colpì proprio la più vecchia ed essa
chiuse la sua esistenza in quel tragico modo!
* *
Venerdì 1° settembre: entrata degli alleati in
Fucecchio.
Dopo una notte insonne e delle più movimentate, quell’ultima
notte da sfollati, la passammo seduti sulle reti senza
chiudere occhio. I tedeschi, durante tutta la giornata,
avevano minato numerose case che cominciarono a crollare
durante la nottata.
Fu quello il segnale che quella sarebbe stata la
giornata tanto sospirata: finalmente finivano i nostri
incubi.
Verso le undici del mattino, i primi carri armati
americani, attraversarono il paese e, il dopo pranzo
cominciarono a dilagare per la campagna : fu un
passaggio continuo di carri e soldati.
Tutti in massa ci affrettammo a ritornare in paese;
tutti s’affannavano per vedere le proprie case. E
intanto, incontri di amici e parenti, riabbracci e baci
e via, verso le case abbandonate da tanto tempo, pieni
di speranze e di buoni propositi. Ma l’entusiasmo dura
poco, si presentavano i problemi più ardui e urgenti per
riprendere la vita quotidiana normale.
Eravamo stati spogliati di tutto ed ora dovevamo
cominciare a fare sacrifici su sacrifici per riprendere
a vivere alla meno peggio.
Bisognava rimboccarci le maniche e lavorare per
recuperare un po' di ciò che avevamo perduto, ma eravamo
tranquilli, sereni: i bombardamenti non si sentivano
più, il pericolo maggiore era lontano.
Ma pensavamo a coloro che erano lontani ed erano, ora,
soggetti agli stessi pericoli e sofferenze che avevamo
passato.
Pregavamo per loro, nella speranza che il Signore
riudisse le nostre preghiere.
Purtroppo, la guerra, mostro disumano e feroce,
continuava oltre la cosiddetta “linea Gotica”.
Coloro che si erano rifugiati al nord, avrebbero subito
le nostre stesse sofferenze.
Il tempo trascorreva lento, inesorabile. Così, trascorsi
ottobre e a novembre, inviai a mezzo Croce Rossa
messaggi ai nostri cari a Milano con la speranza, che
almeno a Natale avrebbero saputo che eravamo ancora
vivi, in buona salute e con il pensiero rivolto a loro.
Ciò li avrebbe tranquillizzati e così avrebbero
trascorso un po’ meglio le feste natalizie.
Il nostro fu, invece, un ben triste Natale, perché
lontani, senza notizie dei genitori e dei fratelli.
Siamo nel 1945. L’anno nuovo ci porterà la pace?
La vita si fa sempre più difficile, la lotta per
l’esistenza , qualche volta superiore alle forze di una
debole donna.
Ma bisogna resistere, lottare, vincere tutte le nostre
debolezze e continuare a vivere o, meglio, a
sopravvivere.
Il pensiero va ai nostri cari che vivono a Milano.
Che ne è di essi? Sono vivi?
Senza loro notizie, la nostra vita è un inferno.
Le poste hanno, almeno da noi, cominciato a funzionare
regolarmente, ma, su, al nord, la guerra continua ad
imperversare.
Il tempo scorre maledettamente lento e le giornate sono
interminabili. Così scorre tutto il mese di gennaio,
viene il primo febbraio e finalmente i1 2.
Festa della Candelora: no, vi siete sbagliati perché è
la nostra festa, solenne e massiccia.
Perché?
Perché abbiamo ricevuto un messaggio, anzi due !
Sì, due messaggi che ci recarono un’immensa gioia!
Rigiravamo questi foglietti fra le mani mentre le mani e
le gambe ci tremavano ed il cuore ci saltava nel petto!
Papà e Guido sono sani e salvi, a Milano, ci inviano i
loro saluti e baci: ma il messaggio è del mese di
novembre 1944 !
Saranno ancora vivi? Lo speriamo con tutto il cuore.
L’altro messaggio è di Francesco Anselmi, un caro amico
di tanto tempo fa.
Abbiamo risposto immediatamente. Speriamo che arrivi
presto.
15 marzo 1945.
Abbiamo ricevuto dai nostri cari di Milano un altro
messaggio
E’ in data del 28 ottobre.
Quattro mesi e mezzo ci ha messo per giungerci !
La nostra unica speranza è di ricevere notizie più
recenti, ed al più presto, e quella ancora maggiore di
poterci rivedere e vivere sani e tranquilli, tutti
insieme.
Quanti sogni e quanti buoni propositi si fanno: speriamo
che si avverino ed al più presto possibile.
Ma l’unico vero desiderio è quello di rivederci.
Ora non ci resta altro da fare: lavorare, lavorare e
rimetterci in sesto.
Così siamo giunti al 1° aprile 1945.
Purtroppo anche questa Pasqua non ci ha portato la pace
desiderata. Sembra un fatto imminente, decisivo, ma
passano giorni e settimane e la guerra continua..
Io sono particolarmente nervosa; capisco di essere
diventata insopportabile e temo di ammalarmi di nervi;
ma non posso farci niente. La vita è sempre tanto
difficile ed ho delle crisi di disperazione, senza,
apparentemente, nessun motivo; oddio, un motivo c’è: la
guerra che continua ed il pensiero dei miei cari
lontani. Eppure non ho più vent’anni e non posso più
esigere la dedizione di quei tempi e, soprattutto, non
dimostrare i miei più intimi sentimenti pessimistici.
Faccio male, lo so; lo riconosco; ma qualche volta non
riesco a mascherare ciò che provo.
La Pasqua non è stata né lieta né tranquilla.
Il pensiero è sempre rivolto ai nostri cari lontani.
26 aprile
La notizia di Milano liberata ci porta tanta gioia e
tante speranze.
Sono contenta che i milanesi non abbiano provato il
cannone ed il saccheggio come noi e che tante industrie
siano salve.
La guerra volge al suo termine : il nemico è
schiacciato.
29 aprile: l’Italia è finalmente libera e ne esultiamo,
anche se troppo dolore e sacrifici ci è costata.
Cinque lunghi, interminabili anni di guerra tremenda,
orribile.
E con quale conclusione?
Chi si è arricchito con speculazioni e contrabbando e
borsa nera, ostentando furberia e adattamento ai tempi e
chi è rimasto più povero di prima perché è vissuto col
lavoro delle sue braccia e quindi è rimasto denutrito,
senza nemmeno l’indispensabile perché depredato di quel
poco che aveva.
La disoccupazione e la borsa nera hanno dato il colpo di
grazia agli onesti riducendoli a zero.
Ci vorrà tanta buona volontà per risalire la china; ma
con la pace, la salute e la gioventù che si affaccia
alla vita, riusciremo a superare tutte le difficoltà.
Purtroppo è andata peggio a chi ci ha rimesso la vita ed
il mio pensiero e le mie preghiere sono tutte per loro!
Maria Poli in Pernice
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