GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Diario di Enzo Pacciani - Ricordi del 1940-1945

 

Nel 1940 abitavo con i miei genitori in Via Cesare Battisti, proprio di fronte all’edificio che oggi ospita il Consorzio Agrario, ma che all’epoca era la sede della fabbrica delle carte da gioco “VINDOBONA”.
Come tutti i ragazzi di allora, nonostante avessimo già raggiunto ed alcuni anche superato i dodici anni, giocavamo ancora a palline, con la trottola, oppure con piastrelle che ricavavamo dai residui del marmo che Ampelio Ceccanti, marmista appunto, depositava nella “Via dello scarico” (per intenderci quella che oggi è divenuta la bella strada di circonvallazione che costeggia la piazza Aldo Moro).
I giorni passavano tranquillamente e non appena terminati i compiti (frequentavo la 2^ classe della Scuola di Avviamento Professionale di Pontedera), con gli amici ci ritrovavamo nella strada, allora frequentata da rarissime macchine, per decidere sul da farsi per il resto della serata. La mancanza di automobili era però compensata da un traffico abbastanza sostenuto di barrocci, in special modo quelli che erano addetti al trasporto dei fiaschi delle vetrerie di Empoli. Questi barrocci erano costruiti e si presentavano come enormi ceste nelle quali venivano magistralmente accomodati i fiaschi ed i risultati dovevano essere più che ottimi perché, considerando lo stato delle strade non tutte asfaltate e piene di buche, miracolosamente il contenuto giungeva a destinazione intatto. Altre note caratteristiche del tempo erano costituite da alcuni “vecchini” che con i loro sudici carrettini trainati da un ciuco o portati a mano passavano a ripulire le strade dalle “covate” che lasciavano i cavalli nella loro lenta marcia attaccati ai barrocci. Era questo un commercio che “rendeva” poiché chi aveva un orto, o comunque un po' di terra, acquistava molto volentieri il “sugo” per concimare.
Le nostre visite più frequenti e interessanti le facevamo da un falegname di nome Alessandro Pacini che aveva il laboratorio nei pressi di casa mia, il quale in cambio di qualche piccolo servizio ci ricompensava con tavolette e pezzetti di legno che noi poi trasformavamo in altrettanti giocattoli. Alessandro era un uomo molto buono e paziente con noi ragazzi. Di spirito allegro e pronto alla battuta, ci divertiva molto e quindi lo facevamo “nero” con le nostre domande petulanti; mentre lavorava cantava sempre, e noi con lui, facendo cori a non finire. I barrocciai dalla strada ci dicevano "fate piovere" e giù risate !
Alessandro non aveva moglie e questa situazione significava, in regime fascista, per l’interessato dover pagare la tassa sui “celibi”. Noi ragazzi non capivamo perfettamente cosa volesse dire questa "tassa"; comunque... prendevamo in giro Alessandro poiché doveva sborsare quattrini, e lui era un pò "tirato".
In ogni modo era un “personaggio” della nostra strada e gli eravamo molto affezionati. Negli anni successivi ho conservato con lui una grande amicizia fino alla sua morte avvenuta in età molto avanzata, non molto tempo fa. Altri nostri poli di attrazione erano l’argine, il pallaio del Trinci e naturalmente la fornace dei mattoni che allora veniva a scavare la terra dove attualmente si corre il Palio delle Contrade.
L’argilla era caricata su alcuni vagoncini i quali, trainati da un cavallo, scorrevano su un binario che passava attraverso due tunnel, posti rispettivamente sotto la “via dello scarico” e sotto la “via del ponte”. Una volta che i vagoncini erano stati trasportati ai piedi della fornace, venivano agganciati da un argano e su di un piano inclinato munito di binari binari e tirati dentro la fornace vera e propria. Qualche volta i predetti. vagoncini uscivano .di carreggiata e noi ragazzi, da veri incoscienti, godevamo nel vedere gli uomini faticare enormemente per rimetterli in linea di marcia.
Nelle belle serate di primavera, dopo aver partecipato alle funzioni religiose per il Maggio nella Chiesa delle Vedute, andavamo per la via del Ponte o sull’argine per osservare il faro che dalla torre situata sulla rocca di S. Miniato illuminava con il suo potente fascio di luce tutto l’orizzonte (si diceva che poteva essere visto fin sulla costa livornese).
Quasi tutti i lunedì sera, come era tradizione in molte famiglie fucecchiesi, con i miei genitori andavo a cena sul greto dell’Arno, approfittando delle belle giornate di primavera inoltrata e così fino ai primi giorni dell’autunno. La mia mamma e la mia nonna preparavano un bel fritto a base di coniglio e patate che veniva consumato in compagnia di buon pane fresco, comprato a S. Pierino da Celestino, e il tutto annaffiato da un fiasco di generoso vino.
Anche se oggi, nell’era del consumismo, queste piccole gioie possono sembrare bazzecole, quarant’anni fa costituivano i piaceri più grandi ai quali si potesse aspirare, non pensando, almeno per il momento, alla bufera che si andava addensando sulle nostre teste che avrebbe radicalmente cambiato la vita di tutti noi.

Il 10 Giugno 1940 fu, all’inizio, un giorno come tutti gli altri, almeno all’apparenza, ma da qualche frase raccolta dai discorsi dei nostri genitori, anche noi ragazzi ci rendevamo conto che qualcosa di grosso stava per accadere; infatti nel pomeriggio Mussolini doveva tenere un importante discorso che veniva radiotrasmesso alla Nazione.
Siccome in quel periodo non era da tutti possedere in casa un apparecchio radio, ci recammo nell’abitazione di Corrado Settesoldi, nostro vicino, che ne aveva uno e ci accingemmo ad ascoltare il messaggio del Duce.
Al momento che Mussolini pronunciò le fatidiche parole “la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia..”, l’uditorio femminile scoppiò in lacrime.
A questo punto penso che, nonostante non ne fossimo pienamente consapevoli, anche per noi ragazzi si chiudeva un periodo felice e se ne apriva un altro pieno di incognite e di lutti. I giorni spensierati dei giochi terminavano così in modo brusco e violento, poiché, anche se per il momento almeno nel nostro piccolo centro nulla cambiava, era l’atmosfera stessa delle famiglie e gli umori degli anziani che mutavano. I nostri genitori, infatti, cominciavano a preoccuparsi seriamente del futuro, in special modo per noi giovani.
Nonostante fosse stato imposto, fin dal primo giorno di guerra, l’oscuramento, la sera del 10 giugno ci fu una fiaccolata che percorse le vie del paese.
Nei mesi che seguirono giungeva a noi solo l’eco di quello che succedeva nei vari settori di guerra. E posso affermare che, se non fosse stato per i bollettini giornalieri del Comando Supremo, le restrizioni annonarie che già si facevano avanti e la presenza di un distaccamento di soldati, tutto sembrava andare come prima.
Anche per il gruppetto di amici del quale facevano parte, oltre naturalmente al sottoscritto, Osvaldo Cioni, Mario Barontini, Fabio Bellagamba, Luciano Panzani, Renzo Gargani, Marcello Nieri, Luigino Briganti, Giacomo e Paolo Mannini, Franco Bagnoli, escludendo gli impegni scolastici, la vita si svolgeva pressoché uguale. Il distaccamento militare, che per noi ragazzi costituiva una piacevole novità, era composto, se la memoria non m’inganna, da un reparto di artiglieria someggiata, seguito qualche tempo dopo da elementi della divisione “Pistoia”.
Passavano intanto i giorni ed i mesi e le cose non andavano più secondo i piani primitivi. La guerra, nei suoi brutti aspetti, cominciava a lambire anche le nostre città, recando ovunque morte e distruzione. Le restrizioni annonarie rendevano la vita difficile anche nei piccoli paesi come il nostro, malgrado fosse in parte favorito dalla vicinanza della campagna dove era sempre possibile trovare una dozzina d’uova o un chilo di farina, pagandoli magari molto cari. Per dar da mangiare a noi ragazzi “che dovevamo crescere” i nostri genitori si sacrificavano al punto da far finta di essere sazi, mentre invece avrebbero ricominciato da capo, tanta era la fame che si era accumulata da tempo in ognuno di noi.
Più il tempo scorreva e più la situazione si ingarbugliava, sia sui fronti di guerra che all’interno; infatti nel 1942 nonostante dall’ “alto” si provvedesse ad effettuare una certa mascheratura, fra le righe non era difficile capire che la sorte della Nazione era segnata e che molto presto saremmo divenuti, nostro malgrado, spettatori e protagonisti di una delle più gravi calamità della nostra storia. La gente dopo due anni di sacrifici e di lutti era stanca e non ne poteva più della guerra.
Dal punto di vista alimentare le cose andavano di male in peggio. Il caffè, lo zucchero, l’olio, il burro erano pressoché scomparsi e il pane, alimento base insieme alla pasta, era ridotto ad una razione giornaliera di pochi grammi. La pasta si poteva in parte surrogare con il riso, anch’esso razionato, ma il pane (appena 150 grammi per persona al giorno) era immangiabile: un impasto giallo che fresco poteva, con un certo sforzo, essere mandato giù, ma già la sera era diventato duro come un sasso. La carne era cosa rara e pertanto per riempire i vuoti stomaci dovevamo rivolgerci alle patate (quando c’erano) ed alla farina dolce con castagnacci e polente a non finire.
In tutto questo trambusto continuavo la mia vita di studente pendolare fra Fucecchio e Pontedera e, siccome frequentavo una scuola a carattere meccanico-aeronautico, sognavo giorno e notte gli aerei e mi interessava tutto ciò che trattasse di aeronautica. Contrassi diversi abbonamenti a riviste specializzate (che tuttora gelosamente conservo) poiché desideravo acquisire quante più nozioni possibili sugli aerei che in quel periodo volavano nei cieli di tutto il mondo.
Quando il tempo me lo permetteva, insieme ad altri compagni di scuola interessati come me alle vicende aeronautiche, ci recavamo al campo di aviazione di Pontedera per vedere gli aerei da caccia Fiat CR 42 biplani allineati ai bordi del campo; oppure ci recavamo in prossimità dei capannoni della Piaggio, dove, sui banchi di prova stavano continuamente in moto i motori. che venivano poi montati sugli aerei. Il rumore era assordante e pertanto questi banchi di prova erano situati all’aperto sotto tettoie appositamente attrezzate.
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera, in quel tempo una delle industrie aeronautiche più importanti della Nazione, fu raggiunto un giorno dal Re Vittorio Emanuele III° e la città visse alcune ore di intensa e sincera emozione poiché nell’Italia degli anni 40 la visita di un “re” costituiva sempre un’ondata di spontanea partecipazione mista, magari, ad una punta di curiosità. Per noi studenti era una buona occasione per non andare a scuola ed infatti, perfettamente inquadrati, ci disponemmo ad accogliere il sovrano nel migliore dei modi.
Dopo molto tempo, ed alquanto provati da un sole cocente che inesorabilmente ci picchiava sulla testa, finalmente avvistammo le staffette preannuncianti l’arrivo del corteo reale.
Preceduta e scortata da motociclisti giunse la macchina scoperta con a bordo il Re il quale, ricordo come fosse ora, portava meccanicamente le mani alla visiera del berretto militare per salutare i reparti delle Forze Armate schierati in un perfetto present’arm e la gente che faceva ala al passaggio delle macchine. Mi colpì la piccola statura del Re poiché dentro la macchina si vedeva appena la metà del suo volto.
Alla fine della manifestazione, stanchi ma soddisfatti, tornammo verso casa e in quel momento non potevo immaginare che per me quella fu la prima e l’ultima volta in cui ebbi l’occasione di vedere il Re Vittorio Emanuele III dal “vivo”.
In quel periodo la Piaggio metteva a punto e collaudava i quadrimotori da bombardamento P.108, superbi apparecchi che avrebbero potuto reggere il confronto con i migliori aerei stranieri, se fossero giunti al momento opportuno ed. in numero adeguato. Questo, invece, non avvenne e la loro uscita non poté avere un peso determinante nelle sorti del conflitto. Ciononostante, noi ragazzi, quando dalle finestre della scuola, situata non molto distante in linea d’aria dal campo di aviazione, li vedevamo passare a bassa quota sulle nostre teste, sentivamo un brivido di emozione attraversarci il corpo e invidiavamo gli aviatori che potevano possedere sì belle macchine.
Un brutto giorno, però,- era il 25 marzo 1942 - dopo aver sentito l’urlo dei motori di uno di essi in fase di decollo e mentre lo aspettavamo dopo pochi minuti sopra di noi, udimmo invece un forte boato in quanto l’apparecchio era caduto al suolo e tutti i componenti l’equipaggio erano morti.
Alla fine. delle lezioni corremmo verso il luogo della sciagura e non sto a descrivere l’impressione che avemmo di fronte a tanta rovina. La zona era pattugliata da avieri e ad uno di essi mi rivolsi per avere notizie sull’accaduto. La risposta che ebbi fu molto vaga e, considerato il momento, non poteva che essere così. Però fra le righe capii che l’incidente era avvenuto per una “mancata” di motore in fase di decollo, fase molto critica che portò l’aereo a “scivolare” d’ala e toccare il suolo in modo violento. La punta dell’ala. sinistra aveva infatti “arato” un campo ed il grosso quadrimotore era andato a schiantarsi vicinissimo ad una casa colonica.
Alle squadre di soccorso si presentò uno spettacolo terrificante. L’aereo era in pezzi disseminati in un raggio di centinaia di metri ed era. rimasta pressoché intatta solo la parte terminale della fusoliera con il timone di direzione.
Rimasi molto colpito da questa. disgrazia e con tutti gli alunni delle scuole di Pontedera partecipai ai funerali dei poveri avieri che si svolsero alcuni giorni più tardi in forma solenne.
Non molto tempo prima, il 7 agosto 1941, anche nei pressi dell’aeroporto di Pisa un altro P. 108, sempre in fase di messa a punto, precipitò al suolo. Era pilotato da Bruno Mussolini.
Nonostante che Pontedera costituisse un obiettivo militare di una certa importanza, le strutture per la sua difesa contraerea facevano piangere. I rifugi per la popolazione erano trappole, come quello costruito in prossimità della mia scuola, nel luogo dove ora sorge il cinema Massimo. Quando suonava la sirena d’allarme, infatti, preferivamo scappare verso la campagna anziché entrare in quella pericolosa trincea coperta appena da pochi sacchetti di sabbia.
La ”contraerea” era composta da una vecchia mitragliatrice piazzata sulle sponde del fiume Era, in prossimità dei giardini della “Montagnola”, e gestita da altrettanto vecchi militari dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). E cosa ti combinarono questi bravi soldati?...... Un giorno, in pieno allarme, mentre eravamo acquattati in una fossa dietro la “Montagnola” udimmo un rumore di aereo e contemporaneamente la vecchia mitragliatrice che si era messa a gracchiare.
Facemmo appena in tempo a vedere un piccolo aereo dipinto di rosso che subito ci sparì in direzione del campo di aviazione. Grida di urrà da parte dei “vecchi”.. soldati, mentre un altro dramma si svolgeva sulla pista di atterraggio dell’aeroporto di Pontedera. Sapemmo infatti, a sera, mentre attendevamo l’arrivo del treno in stazione, che quel giorno, era nato un grossolano equivoco, fortunatamente senza gravi conseguenze. Infatti, quando il picchetto di avieri era corso verso l’apparecchio, riuscito ad atterrare incolume, per catturare il .“nemico”, si era trovato di fronte ad un nostro ufficiale, il quale, arrabbiatissimo, mise tutti sull’attenti reclamando a gran voce spiegazioni.
Chissà perché un aereo italiano volava in tempo di allarme, senza contrassegni e senza essersi fatto segnalare. Mistero !
Forse per un soffio e ringraziando l’inefficienza della contraerea di Pontedera si era evitato un altro incidente simile, ma in misura più grave, procurato dalle nostre batterie allorquando abbatterono, nei primi giorni di guerra, l’aereo di Italo Balbo nel cielo di Tobruk.
Passarono così altri mesi e le tristi vicende che travagliavano l’intera umanità, agirono su noi ragazzi come una catapulta facendoci passare di colpo da un regno di giochi e di spensieratezza ad una repentina presa di coscienza di tutti problemi del momento.
Nella primavera del 1943 mi trasferii di casa, con la famiglia, in Piazza Umberto I° (piazza dell’0spedale, poi piazza della Repubblica e attuale Piazza Lavagnini), ma nonostante questo, mantenni sempre i soliti legami di amicizia con il gruppo degli amici “ingiuesi”.
Per me fu un piccolo trauma, perché avevo sempre abitato nel paese basso, però mi inserii presto ed alla fine fui felice di avere un’abitazione in posizione panoramica.
La casa confinava, come attualmente, con il muro di cinta dell’ospedale; noi alloggiavamo al secondo piano, mentre al primo abitava la proprietaria e la famiglia del “Morino”: quest’ultimo gestiva la fiaschetteria situata al piano terra della casa. Sul dietro avevo un terrazzo, proprio di fronte alla Fattoria Corsini, e lo sguardo poteva spaziare fino alle colline di S. Miniato ed oltre, creando veramente una bella vista. Non lo era altrettanto il limitrofo giardino del “Sanatorio” che a quel tempo ospitava persone affette da tubercolosi.
Sul lato destro confinavo con le finestre della famiglia Tommasoni e del M° Andrea Taviani, mentre in basso era situato il resto dell’appartamento di David Matteucci che rispondeva nel suo grande orto-giardino.
David era un buontempone e molto probabilmente doveva seccarlo l’idea di invecchiare poiché cantava sempre il ritornello preso in prestito dal “Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini:
Ah, vecchiaia maledetta, sei da tutti disprezzata

In quel periodo abitavano con lui sua figlia e i nipoti Gaia e Giangiacomo Micheletti, quest’ultimo sempre immerso nei libri.
Come ho già accennato, dopo un periodo di “rodaggio”, trovai nella mia nuova sistemazione il piacere della “scoperta” e la vicinanza dell’Ospedale doveva in seguito, come vedremo, risultarmi utile nel ritrovare la casa intatta e con tutta la roba al suo posto, dopo il periodo dell’emergenza.
In “alto”, intanto, avevano da sbrigare ben altri e più gravi problemi che il 25 luglio 1943 culminarono con la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini.
Ricordo che la mattina del 26 luglio, lunedì, essendo già terminate le scuole, mi ero trattenuto a letto più del solito e la mia nonna, che, come tutte le mattine, andava alla prima Messa nella Chiesa dei Frati, al suo ritorno mi svegliò e mi disse che era successo qualcosa di grosso.
Mi alzai in fretta e corsi in Piazza Montanelli dove nel frattempo si era radunata una piccola folla in attesa dell’arrivo dell’autobus dalla stazione e, con essa, dei giornali.
L’edicola era a quel tempo gestita da Alfredo Sabatini il quale, non appena scaricarono i pacchi, si dette un gran daffare per aprirli poiché la gente pressava per avere il quotidiano. Io, nel frattempo, ero sgattaiolato in prima fila: per fargli accelerare i tempi gli prestai il temperino che avevo in tasca per tagliare gli spaghi ed ebbi così LA NAZIONE fresca fresca che annunciava a caratteri di scatola le “dimissioni” di Mussolini e la designazione di Badoglio a Capo del Governo.
Scorrendo le pagine del giornale, che tuttora conservo, comprendevo ben poco di quel grosso terremoto politico che era avvenuto in Italia e del quale cominciamo solo ora, a distanza di quasi cinquant’anni, a conoscerne i retroscena, le manovre, gli inganni e gli intrighi con i quali la classe politica di quel tempo si distinse, ed in modo del tutto negativo, di fronte agli occhi del mondo. Fu un momento molto difficile per il popolo italiano che stava cadendo dalla padella nella brace.
La vecchia classe dirigente, che fino a ieri aveva servito volente o nolente il fascismo, cercava ora di prendere le distanze e i “distinguo” si sprecavano.
I più furbi e forse i più compromessi con il “regime” si resero introvabili; altri accettarono la nuova realtà preparandosi a voltar nuovamente gabbana, se il vento avesse ricominciato a soffiare diversamente. Trovabile, e come sempre sulla breccia, suo malgrado, era invece la maggioranza del popolo italiano per il quale si preparavano giorni d’inferno in quanto veniva odiato dagli antichi “camerati” tedeschi che si sentivano traditi e guardato con distacco e forse anche con disprezzo dagli “alleati” che non si fidavano affatto dei bei discorsi del Maresciallo Badoglio.
Ma torniamo al 26 luglio. Abituati gli Italiani ad una dialettica pressoché inesistente per venti anni, nel leggere ora sul giornale che l’oggetto dei loro pensieri “non comandava più”, atteggiavano la faccia ad incredulità, a paura di esprimere qualsiasi giudizio, e voglia matta di scappare in un luogo appartato per manifestare, in separata sede, la propria soddisfazione ed il proprio giubilo per il grande evento. Un pensiero unico credo che albergasse nella mente di ognuno: la fine del fascismo era preludio alla fine del conflitto. Povere illusioni !!
Mio padre lavorava in quel periodo a Firenze allo stabilimento FIAT, dove venivano montati i motori degli aerei da bombardamento, i B.R. 20, ed essendo andato via molto presto col treno, non avevo avuto modo di parlare con lui dei fatti accaduti. Per tutto il giorno, con mia madre e mia nonna si stette in apprensione perché temevamo che in città scoppiassero disordini e quindi non vedevamo l'ora che arrivasse la sera per poter riavere fra noi mio padre. Andai sul ponte ad attenderlo poiché si recava alla stazione in bicicletta. E quale fu la mia contentezza quando lo vidi apparire dalla curva di S. Pierino !
Alle mie affannose domande, rispose che a Firenze non era successo niente di particolare e che tutto si era svolto, almeno in quel primo giorno di cambiamento della classe dirigente, in modo abbastanza normale.
Qualcosa avvenne invece a Fucecchio il 28 luglio 1943.
Era giorno di mercato e Piazza Montanelli, dove allora si svolgeva, era affollata di banchi e di gente. Ad un certo momento qualcuno cominciò a urlare che la guerra era finita, scatenando una reazione a catena che si propagò dappertutto influenzando anche i più apatici.
La consolante espressione “la guerra è finita” da lungo tempo e fin troppo attesa, era stata finalmente detta.
Purtroppo, poco dopo si rivelò falsa, ma nei primi istanti di piena euforia le persone non capivano più niente, tanta era la gioia; le donne piangevano, i ragazzi ballavano, la sirena della SAFFA (la Bea), che fino ad allora aveva annunciato soltanto gli allarmi aerei, cominciò a suonare e gli operai uscirono in corteo inneggiando alla fine della guerra.
La manifestazione, dapprima pacifica, si trasformò in rabbia e fu devastata la casa del fascio in piazza Montanelli; dalle scuole furono asportati e bruciati i ritratti di Mussolini; stessa sorte toccò alla caserma Mariani in Piazza dei Caduti.
Mi ricordo che, ad un certo momento, l’avvocato Alberto Doddoli parlò alla folla per cercare di placare gli animi, ma questo fatto gli costò il fermo da parte della polizia con l’accusa di aver fomentato i disordini. Nel pomeriggio, dopo i fatti incresciosi della mattina, un reparto dell’esercito prese posizione a Fucecchio per ristabilire l’ordine e furono operati anche alcuni arresti.
La gente si era illusa che la caduta del fascismo volesse dire anche fine della guerra e libertà, ma aveva fatto i conti senza l’oste, poiché chi aveva in quel momento in mano le sorti del Paese aveva disposto diversamente.
Ufficialmente la guerra continuava e sempre di più si avvicinava a Fucecchio.
Nell’estate 1943 non andavamo certamente al mare o ai monti, ma nemmeno all’Arno come gli anni precedenti, poiché avevamo paura che bombardassero il ponte. Già erano passate altissime molte formazioni di aerei americani scambiati, chissà perché, per velivoli giapponesi (forse perché luccicavano al sole e la fantasia popolare voleva che gli aerei del “sol levante” fossero argentei).
I tedeschi, da parte loro, avevano già provveduto a fare dei grossi buchi nelle pigne del nostro ponte per metterci l’esplosivo nel caso lo avessero dovuto abbandonare di fronte all’avanzata nemica. Fu in questa occasione che per la prima volta vidi uno scalpello pneumatico azionato da un compressore.
In questa estate 1943 dovevo prepararmi per gli esami di ammissione all’Istituto Tecnico Industriale di Pisa, ma nonostante l’impegno scolastico non potevo fare a meno di interessarmi, insieme agli amici del mio gruppo, delle vicende politiche che maturavano nel nostro Paese.
Piano piano, e quasi senza accorgersene, le vicissitudini della guerra, la paura, la fame stavano influendo sulla personalità di noi ragazzi accelerando quel processo di formazione costante e progressivo che si manifesta in maniera più o meno sviluppata a seconda dei periodi in cui esso avviene. Appunto per questo, in presenza di tali e tanti fatti impensabili per i ragazzi di oggi, ci ritrovammo con mentalità da adulti pur avendo soltanto 15 anni..
Il nostro girovagare per le vie di Fucecchio con l’orecchio sempre teso ad afferrare qualche notizia sulle tristi vicende del nostro Paese, giornali-radio ascoltati al Bar Fiore e la preoccupazione che leggevamo sui volti della gente, costituivano il quadro, in verità poco edificante, di quei giorni.
Alcune persone anziane, dopo aver sentito i bollettini di guerra affermavano: “Vangano!”.
Dapprima non afferravamo il senso di questa terminologia agricola, ma un giorno un. amico mi spiegò che la battuta “vangano” era riferita alle truppe dell’Asse che arretravano sempre, come infatti fa il contadino quando vanga la terra.
Allietate da qualche barzelletta, per le quali noi Italiani siamo maestri anche in tempi difficili, e raggelate da cose veramente serie, come la fame che ci accompagnava dalla mattina alla sera, quando, finalmente, leggeri leggeri ci coricavamo per non pensarci più, passavano lentamente le afose giornate di quell’estate 1943.
Fu proprio in una di quelle giornate che per la prima volta sentii accelerare i battiti del cuore al passaggio di una ragazzetta con un bel faccino tondo, qualche lentiggine sul naso che le conferiva un’aria sbarazzina e con i capelli raccolti in due trecce che le scendevano sulle spalle. Facemmo presto amicizia e da quel momento uscii più frequentemente di casa per trovare il modo di incontrarla. Era la prima “cotta” ed anche se in seguito il destino ci portò a percorrere strade diverse, rimase in me un segno ed un gradito ricordo.
Si approssimava intanto a grandi passi il mese di settembre, il “settembre ‘43”, ma prima della fine di Agosto e nonostante vi fossero trattative in corso, gli “Alleati” regalarono alla disgraziata città di Pisa un terribile bombardamento che provocò centinaia fra morti e feriti e distrusse moltissimi edifici da Porta Fiorentina a Piazza della Stazione, Corso Italia, la stessa stazione ferroviaria e la relativa strada ferrata.
Questa incursione terroristica, come tante altre, fu operata dagli Anglo- Americani (lo sapemmo molti anni dopo) non tanto per distruggere obiettivi militari, ma per indurre il governo Badoglio a firmare la resa senza condizioni.
In questo bombardamento trovarono la morte due nostre concittadine, le Bongi, madre e figlia, che gestivano un ristorante nei pressi della Stazione.
Degli enormi danni arrecati dall’incursione alla città, mi resi conto alcuni giorni più tardi, quando dovetti recarmi a Pisa per pagare la tassa di iscrizione agli esami di ammissione che dovevo sostenere verso la fine di settembre. Il treno non poteva entrare in stazione devastata dalle bombe e doveva necessariamente fermarsi molto prima per sbarcare i viaggiatori, i quali dovevano poi raggiungere a piedi il centro cittadino.
Anch’io dovetti fare questa manovra e quando giunsi in piazza della Stazione uno spettacolo terrificante si presentò ai miei occhi: dappertutto macerie, un’auto bruciata, un cavallo sventrato ed un gran puzzo di cadaveri che stagnava per l’aria.
C’erano alcune squadre dell’Esercito che gettavano calce sulle macerie, sui rifugi crollati dove ormai non c’era più speranza di trovare in vita qualcuno. Le rare persone che passavano venivano invitate a fare in fretta e a mettere fazzoletti bagnati alle vie respiratorie per sentire il meno possibile il fetore che emanava dalle rovine.
Mentre all’inizio di Corso Italia “scalavo” le macerie che ancora la ostruivano, un tubo del gas si ruppe e subito l’aria diventò irrespirabile. Alla meglio riuscii a guadagnare la fine del Corso e passai il Ponte di Mezzo. Sembrava di entrare in un altro mondo; in Borgo Stretto alcune botteghe erano addirittura aperte ed entrai da Salza a bere un bicchierino e a mangiare una pasta (di farina dolce).
La segreteria della scuola, posta invia Contessa Matilde fuori Porta a Lucca, dove tuttora si trova, era aperta, ma trovai solo gente spaurita sempre con l’orecchio teso ad ogni minimo segnale di allarme e che non vedeva l’ora di poter scappare dalla città per raggiungere la campagna.
Sbrigai in fretta le mie pratiche, per altra via raggiunsi il treno e, finalmente, casa mia.
Nei nostri piccoli centri, che già si stavano riempiendo di sfollati da Pisa e Livorno, respiravamo un clima più tranquillo sempre però rapportato alle peggiori condizioni in cui si trovavano gli abitanti delle grandi città.
Ma venne l’8 settembre e per la seconda volta ci illudemmo che la guerra fosse davvero finita. La gente scese nelle strade per manifestare il proprio tripudio ed alla sera alcune case, in barba all’ancora vigente oscuramento, misero fuori dalle finestre le stecche con le lampadine che nell’anteguerra erano servite in occasione della Festa Patronale e per altre processioni.
In Piazza Montanelli fu acceso un falò per inneggiare alla fine della guerra. Anche questa parentesi, purtroppo, si chiuse molto presto e per il nostro Paese si stava avvicinando il periodo più nero della sua storia.
L’8 settembre segnava non la fine della guerra da noi tutti sperata, ma l’inizio, dopo la fuga del governo “legale”, della guerra civile, delle repressioni naziste, della lotta casa per casa su tutto il territorio nazionale.
A poco a poco si spensero le illusioni e le speranze. Radio Londra, da noi ancora ascoltata liberamente al Bar Fiore, annunciò la resa dell’Italia dicendo che la flotta italiana si era rifugiata a Malta e che aveva subito nel corso del suo trasferimento, “solo” la perdita della corazzata “Roma”. Questo “solo” del commentatore di Radio Londra ci fece rabbia e lo trattammo di “bischero”, poiché la perdita di questa nostra bella nave era costata la vita del suo comandante e di centinaia di uomini dell’equipaggio.
Ragionando un po’ sopra le vicende degli ultimi giorni, concludevamo che gli ”Alleati” per accelerare la fine della guerra, ora che l’Italia era passata dalla loro parte, avrebbero potuto operare sbarchi in più punti e tagliare così la penisola a strisce per impedire ai tedeschi di ritirarsi oltre le Alpi.
Ogni giorno andavamo sul Poggio Salamartano per sentire se dalla parte di Livorno giungessero rumori di scoppi, preludio, questi, al tanto sospirato sbarco alleato. Poveri noi! A tante speranze da parte di una popolazione ormai stremata da tre anni di guerra, facevano riscontro i piani del comando Anglo-Americano il quale aveva relegato il fronte italiano a zona di secondaria importanza. Pertanto non sarebbero sbarcati né a Livorno né a Genova, bensì a Salerno, dando così modo ai tedeschi, che in quel frangente si dimostrarono più tempisti dei loro avversari, di scendere in forze dal Brennero e costringere gli alleati a segnare il passo.
In quei giorni quasi tutte le mattine andavo con la SITA a Montecalvoli da un professore di matematica sfollato da Pontedera, il quale mi preparava per gli esami di ammissione all’Istituto Tecnico Industriale di Pisa e, non appena terminata la mia lezione, scendevo a piedi a Montecalvoli Basso per aspettare la corriera e ritornare a casa.
Se non vado errato, era il 9 o 10 settembre 1943 e l’autobus di Tocchino, proveniente da Livorno, che doveva giungere verso le 11, non arrivava in nessun modo; mentre ragionavamo sul da farsi insieme ad altre persone, dalla parte di Pontedera vedemmo arrivare gruppi di nostri soldati. Alcuni erano in divisa ed altri in borghese, senza armi e con una gran voglia di far presto.
Domandammo loro che cosa era successo e qualcuno raccontò che i tedeschi erano entrati nelle caserme di Pisa, li avevano disarmati intimorendoli a tal punto da costringerli al momento propizio a squagliarsela verso i rispettivi paesi di origine. Qualche anno più tardi vedemmo scene di questo tipo nel bellissimo film interpretato, da Alberto Sordi “Tutti a casa”.
Per assopire un po’ la fame, mangiai un po’ di. galletta che un signore molto gentilmente mi offrì e finalmente verso le tre del pomeriggio giunse l’autobus e Tocchino raccontò che anche a Livorno i tedeschi avevano disarmato i nostri reparti, lasciati nel più completo abbandono dalla codardia degli alti comandi.
Era lo sfacelo del nostro esercito, che solo in alcuni casi salvò il proprio onore per iniziative personali di qualche eroico ufficiale o sottufficiale i quali con i propri uomini combatterono duramente contro i tedeschi.
Anche questa giornata. di settembre passò aumentando in me i timori per un futuro peggiore. Il mattino seguente, trovandomi in Piazza Montanelli molto presto, vidi giungere dalla Via di Santa Croce in un nuvolone di polvere (di asfalto nelle strade ne era rimasto ben poco), una camionetta dell’Esercito Italiano con l’autista ed un Tenente che gli sedeva al fianco, mentre nel cassoncino stavano alcuni soldati stanchi e letteralmente coperti di polvere.
Il Tenente, sceso dalla macchina, si rivolse ad alcune persone come me presenti in piazza, domandando concitato dove poteva trovare un telefono. Dopo averci pensato sopra, credemmo opportuno di indirizzarlo all’Ufficio Postale che in quel tempo era situato in Via Farini e gestito da Castria. L’ufficiale a questo punto ebbe un attimo di esitazione e disse:
“Mah ! Non ho più tempo” e ringraziando ordinò di ripartire.
La camionetta si diresse alla volta di Empoli e sparì in un nuvolone di polvere, così come era arrivata. Io non seppi come andò a finire l’avventura di questi nostri soldati; fatto sta che di lì a poco passarono alcuni motociclisti tedeschi, ed anche loro si indirizzarono alla volta di Empoli.
Un altro episodio dell’ ”8 Settembre” al quale partecipai, da osservatore ben s’intende, si svolse una domenica mattina, successiva alla firma dell’armistizio.
Poco dopo le 11, al momento che uscivamo dalla Messa ascoltata nella Chiesa delle Vedute, transitò una colonna di camion italiani della divisione “Pistoia”, ancora verniciati di giallo perché provenienti dall’Africa, guidati da militari nostri, ma guardati da militari tedeschi in pieno assetto di guerra. Questi “mezzi” erano stati requisiti, ed infatti, in testa alla lunga teoria di camion, vi era un carro cingolato con la croce nera nazista; altri militari tedeschi erano scaglionati in altri punti della colonna. Quest’ultima, forse diretta a Montecatini, si infilò in “su fossi”, ma a questo punto avvenne un fatto strano. Alcuni mezzi deviarono dall’edicola per Via Farmi e qui rimasero imbottigliati, data la strettezza della strada. Dall’ultimo camion (ricordo che era uno SPA) si affacciò il militare italiano che lo guidava il quale, non avendo a bordo nessun tedesco, chiese a gran voce alla gente accorsa come poteva fare per sfuggire alla sicura prigionia.
Subito alcuni fucecchiesi tolsero la catena fra i due capitelli di fronte all’attuale Farmacia Serafini (allora Montanelli) e fu detto al soldato di fare marcia indietro. Se non vado errato un nostro concittadino, il Bisbi, salì sul predellino del camion e “guidò” il militare verso la Via di Sotto Poggio, la Via del Padule e .......... la salvezza.
Subito le gente si accorse di aver osato troppo e in poco tempo la piazza fu sgombra, poiché i tedeschi, accortisi di essere stati gabbati, si misero in caccia. Fioccarono, sì, i comandi gutturali dei sottufficiali nazisti, comandi che in seguito ebbero modo di conoscere tanti nostri poveri concittadini arrestati, deportati o fucilati, ma al momento la cosa finì lì.
Fra la fine di settembre e i primi di ottobre 1943 dovetti affrontare gli esami di ammissione all’Istituto Tecnico Industriale di Pisa. A seguito dei bombardamenti fattisi più frequenti e per maggior sicurezza di insegnanti ed allievi, le aule d’esame erano state trasferite presso la Certosa di Calci e fu proprio tra le mura di quel meraviglioso Monastero che ci recammo a compiere la nostra fatica.
Andavamo con il treno fino a Navacchio e dopo, fatti diversi chilometri a piedi, giungevamo alla Certosa. Qui ci aspettavano i professori i quali, un po’ per la paura, un po’ considerando i sacrifici che dovevamo fare per raggiungerli, si dimostravano ben disposti nei nostri confronti e ci aiutavano in tutti i modi.
Il pomeriggio, dopo aver consumato un frugalissimo pasto che ci portavamo da casa, ce ne ritornavamo presso la stazione e, con il treno, finalmente a Fucecchio.
Durammo così una decina di giorni, ed uno di questi, mentre mi interrogavano in matematica, ci godemmo il triste spettacolo di un nuovo bombardamento di Pisa.
Come Dio volle anche gli esami finirono, e fui promosso alla prima classe dell’Istituto Tecnico Industriale Aeronautico. L’inizio dell’anno scolastico non tardò ad arrivare, ma per noi studenti che abitavamo fuori Pisa ere impensabile un’assidua frequenza alle lezioni e quindi ci apprestammo a studiare a casa in privato per poi, alla fine dell’anno, dare nuovamente gli esami.
Nel novembre ‘43, mentre Piazza XX Settembre era gremita di “baracconi” e di gente per l’annuale fiera, una formazione di aerei americani sorvolò a bassa quota Fucecchio con grande paura di tutti e andò a sganciare il proprio carico di morte sul ponte di Castelfranco e dintorni, provocando diverse vittime e danni.
Si avvicinava intanto il Natale e la guerra si stava pericolosamente spostando verso di noi. Non passava giorno che le formazioni da bombardamento anglo—americane solcassero il cielo delle nostra Toscana con incursioni sempre più vicine al mio paese. Il secondo giorno di Natale, verso il tocco, stavo terminando di desinare (allora non erano pranzi e si finiva molto presto), quando la mia attenzione fu attratta da un rombo potente di motori; andai sul terrazzo, situato nella parte posteriore della mia casa di allora che guardava le torri della Fattoria Corsini, per vedere cosa stava succedendo. In quel momento suonò l’allarme aereo ed i miei familiari si apprestarono a lasciare la casa per fuggire verso i campi; io invece rimasi sul terrazzo nonostante le loro insistenze, poiché volevo guardare di che tipo erano gli aerei in arrivo.
Di lì o poco dalle parte di Pisa apparve una grossa formazione di “B 26 Marauder” ad una quota molto bassa, cosa questa abbastanza insolita, e con direzione Firenze. L’urlo dei motori non si era ancora sopito che un lugubre rimbombo solcò l’aria. La terra tremò e non ci volle tanto a capire che gli aerei’ avevano sganciato molto vicino a noi. Empoli infatti era stato il bersaglio degli americani ed il loro passaggio fu segnato da gravi lutti e rovine. Per tutto il pomeriggio fu un gran via vai di mezzi che scaricavano feriti al nostro Ospedale, dato che quello di Empoli non ce la faceva più a riceverne, e nel nostro animo fu per sempre cancellato quel poco di festa e di serenità. che la giornata, bene o male, all’inizio aveva infuso in tutti noi.
Da quel momento la paura prese la popolazione in una misura maggiore, poiché non era più la guerra lontana dei resoconti dei giornali, della radio o dei soldati in licenza, bensì ce la trovavamo alla porta di casa, nell’area del nostro paese.
Il pensiero andava in special modo, in quei giorni che avrebbero dovuto essere di festa, alle povere famiglie colpite negli affetti più cari ed in cuor nostro albergava un solo pensiero fisso e costante: la fine della guerra.
Iniziò tristemente il 1944 ed io continuavo a studiare, con qualche rara scappata a Pisa con l’unico mezzo allora a disposizione, cioè la bicicletta, poiché i treni non funzionavano più a causa dei frequenti bombardamenti. Andavo alle scuola per informarmi sui programmi e sull’andamento in verità molto precario dell’anno scolastico e con i miei compagni studiavamo un po' alla meglio fra un allarme aereo e l’altro.
Frequenti si erano fatte in quel periodo le incursioni da parte degli aerei americani, i quali prendevano di mira i ponti sull’Arno; i caccia bombardieri P/47 THUNTDERBOLT sganciavano le loro bombe anche in prossimità del nostro ponte, senza peraltro colpirlo. Gli ordigni cadevano o sulla spiaggia vicino a San Pierino o in Ponzano, oppure nei campi, ma sempre molto lontani dall’obiettivo.
Un giorno però caddero in paese, nel giardino della fattoria Bombicci, dove ora si trova, il Teatro Excelsior, con grande paura degli abitanti delle case limitrofe. La fantasia popolare, che in quei giorni lavorava molto, attribuiva gli errori dei caccia bombardieri ai loro piloti che sarebbero stati in allenamento ed il nostro ponte serviva da “test”. Fatto sta che ogni giorno eravamo sotto pressione e ad orari precisi i quattro caccia bombardieri arrivavano puntualmente si Fucecchio, facendo la loro picchiata dalla parte di Montellori e sganciando le bombe in direzione del ponte verso San Pierino.
L’inverno 1944 stava finendo ed un pomeriggio di quell’inizio di primavera, mentre seguivamo con la testa in sù il passaggio ad alta quota di una formazione di bombardieri che andavano a portare il loro carico di morte verso l’interno della Toscana, vedemmo un oggetto luccicante staccarsi dalla formazione stessa e sul principio pensammo ad una bomba. Ci accorgemmo invece che era una cosa più leggera che fluttuava per l’aria, cadendo non troppo in fretta. Con lo sguardo seguimmo la traiettoria ed il “coso” finì a San Pierino in un campo vicina alle vecchia Chiesa ubicata sulla strada provinciale per la stazione e della quale ora non rimane più niente.
Molta gente aveva visto quel “qualcosa” cadere e pertanto quando arrivammo sul posto una piccola folla stava intorno all’oggetto che non tardammo ad identificare per un serbatoio supplementare, sganciato forse da un caccia di scorta alla formazione (i caccia infatti per aumentare la loro autonomia utilizzavano i serbatoi supplementari per il carburante, dei quali si liberavano non appena vuoti).
Siccome i miei studi vertevano proprio su quegli argomenti, insieme agli amici interessati come me alle caratteristiche dei materiali, ci mettemmo ad esaminare il serbatoio il quale, pur essendo caduto da grande altezza, si era per poco deformato. La lamiera aveva uno spessore leggero e sembrava alluminio, mentre invece era di acciaio speciale e resistentissimo che al momento noi in Italia non ci sognavamo neppure. Anche la retina di ottone che serviva da filtro per la benzina era di una tenacità a tutta prova. Come potevamo far fronte al grande potenziale bellico americano proprio non saprei e gli effetti non tardarono a farsi vedere con le conseguenze che tutti sappiamo.
Con il passar del tempo noi, non più ragazzi, ci interessavamo sempre e con maggior erudizione delle cose che ci circondavano, compresa la situazione bellica che andava deteriorandosi giorno dopo giorno. Il nostro quotidiano appuntamento avveniva sulle sedie di vimini del Bar Fiore sotto la tenda e senza prendere mai niente, perché non potevamo spendere i soldi nei vizi, tanto è vero che il buon Fiore ogni tanto veniva a dirci:
- Cari ragazzi, voi siete dei gran consumatori, ma di seggiole !
Così facevamo una bella risata e per un istante dimenticavamo i nostri guai.
Dal luglio ‘43 frequentava il bar Fiore anche un tunisino con suo figlio, un po’ più piccolo di noi e facemmo presto amicizia. Abitavano, mi sembra, in una casa al Roccone e si sussurrava, fra i se e i ma, che questo tunisino ora stato portato in Italia dopo la ritirata delle nostre truppe dal Nord Africa per parlare in lingua araba nelle trasmissioni dedicate alle popolazioni delle terre che avevamo da poco abbandonate. Non so se questo sia vero oppure no, comunque il “personaggio”, che forse molti fucecchiesi ricorderanno, era un signore molto educato e compìto ed anche al bar si dilettava a scrivere, naturalmente in lingua araba, in un grosso volume rilegato in cuoio, che portava sempre con sé. A noi giovani destò meraviglia ed apprendemmo per la prima volta che il sistema di scrittura arabo va da destra a sinistra. Di questo tunisino e di suo figlio perdemmo le tracce dopo il passaggio del fronte.
* * *
Man mano che la bella stagione avanzava, si intensificarono gli allarmi aerei e le incursioni dei cacciabombardieri alleati, con mitragliamenti nella nostra zona ed in tutta la Toscana. Le rare volte che io e i miei compagni andavamo a Pisa in bicicletta alla scuola, passando sotto monte, cioè da Uliveto, Caprona ecc., dovevamo a più riprese lasciare nelle strade il cavallo d’acciaio e gettarci nelle fosse onde evitare di essere mitragliati dai caccia che scendevano in picchiata su qualunque cosa si muovesse nel loro raggio di azione. Grande paura e soprattutto grandi preoccupazioni per i nostri genitori che a casa, sapendoci esposti a così gravi pericoli, trepidavano ed attendevano minuto per minuto l’ora del nostro ritorno.
Il mercoledì del 7 giugno 1944, giorno di mercato a Fucecchio (allora si svolgeva in Piazza Montanelli), mentre la gente era indaffarata intorno ai banchi ed anche noi ragazzi eravamo a bighellonare a caccia di notizie, improvvisamente e senza che fosse stato il segnale d’allarme, uno SPITFIRE passò bassissimo sul paese e poco dopo udimmo le sue mitragliatrici “cantare” in direzione della Ferruzza. Impauriti ci gettammo nel più vicino portone ed io ricordo di essere entrato nella Calzoleria del Moretti. Passato l’attimo di sbigottimento, insieme ad altre persone partimmo alla volta della Ferruzza per andare a vedere che cos’era successo e man mano che ci avvicinavamo al luogo del mitragliamento un fumo sempre più acre avvolgeva l’aria.
Era la LANCIA AUGUSTA di Agostino Bartolesi che stava bruciando essendo stata raggiunta da una raffica in prossimità del ponte di Bearello (oggi scomparso). Lo sfortunato nostro compaesano era mezzo morto dalla paura, ma nonostante il grande dispiacere per la perdita della preziosa macchina in cuor suo era contento per lo scampato pericolo. Intorno alla Lancia, che intanto finiva di bruciare, si era formato un capannello di gente e fra tutto que1 parlare venne fuori che il Bartolesi era incappato in un pilota “buono”, poiché prima lo sorvolò a bassa quota e forse notando che non si trattava di un’auto non militare “concesse" che l’autista si mettesse in salvo prima di dare il colpo di grazia alla macchina. Noi amici ricercammo nei dintorni ed infatti trovammo diversi bossoli di mitragliatrice ed alcuni proiettili conficcati nel terreno.
Ogni occasione insomma era buona per farci respirare quell’atmosfera di suspence che ci rendeva in ogni momento partecipi del grave momento bellico del quale tutti o quasi nella stessa misura subivamo nostro malgrado le più amare conseguenze.
I tedeschi man mano che il fronte si avvicinava ci “onoravano" di una loro sempre più massiccia presenza in paese.
Ospitavamo reparti della “Herman Goering” i quali si erano installati un po’ dappertutto, in special modo alla Fattoria Corsini ed io, dal terrazzo ubicato posteriormente alla casa dove allora abitavo in Piazza Umberto I°, notavo i loro movimenti. Molte volte quando i cacciabombardieri americani picchiavano per sganciare le loro bombe sul nostro ponte, alcuni militari tiravano loro raffiche di mitra senza peraltro colpirli, ma questo fatto mi preoccupava poiché avevo paura che gli aerei, individuata la fonte degli spari, dirigessero il fuoco contro di loro, con grave pericolo per noi che eravamo casi vicini alla fattoria Corsini. I tedeschi avevano anche installata una mitragliera contraerea in Montellori che disturbava non poco i cacciabombardieri nelle loro picchiate sul nostro ponte.
L’anno scolastico era terminato, eravamo ormai in estate, quella che doveva per noi diventare “La lunga estate del ‘44”, l’estate dell’emergenza e della liberazione.
Nei primi giorni di giugno Roma era stata liberata dagli alleati ed i tedeschi si ritiravano verso il nord con tutti i mezzi a loro disposizione. Camion e macchine di tutte le nazionalità, cavalli, soldati a piedi che in grosse colonne intasavano l’antica Via Francigena che dalla capitale porta al nord passando appunto dal centro di Fucecchio..
Ricordo che una domenica pomeriggio, mentre assistevamo al passaggio di una lunga teoria di cavalli che trainavano ogni sorta di materiale bellico, un gruppo di questi quadrupedi evidentemente razziati si bloccò e , nonostante le sollecitazioni e le urla dei soldati non intendevano più muoversi. Erano cavalli “italiani” i quali ovviamente non capivano il tedesco e ci vollero due parole ed uno schiocco di frusta di GREGORIO per farli rimettere in moto.
Durante il passaggio della colonna suonarono le sirene per l’allarme aereo e tutti scappammo verso la campagna. I tedeschi si mimetizzarono alla meglio sotto i tetti delle case per non farsi notare dai piloti americani, ma per fortuna quel giorno non ricevemmo loro visite.
Il luglio di quell’anno cadeva di domenica e mia madre, come di consueto, era andata alla Messa nella Chiesa delle Monache. Io quel giorno mi ero trattenuto in casa e quando suonò l’allarme aereo mi precipitai sul terrazzo per appostarmi in osservatorio e aspettare l’arrivo quasi certo degli aerei americani. Come si vede a tutto si fa l’abitudine e quello che oggi può sembrare paradossale, era allora normale routine aspettare addirittura gli aerei che portavano la morte.... era davvero grossa, comunque era così.
I caccia bombardieri non si fecero attendere poiché anche allora noi italiani brillavamo per il disservizio non avendo mezzi adeguati per “sentire” gli aerei in tempo utile. Infatti a Fucecchio suonava l’allarme quando i velivoli provenienti dalla Sardegna erano già su Santa Croce. In ogni modo quella mattina gli alleati volevano farla finita una volta per tutte con il nostro bel ponte. Vennero in otto a differenza delle altre volte che venivano sempre in quattro. Mentre alcuni si gettarono a capofitto contro le mitragliere di Montellori facendole tacere, i rimanenti si avventarono sul ponte centrandolo in pieno, tanto che di esso rimasero in piedi solo mozziconi sbruciacchiati delle pigne. Il ponte, orgoglio della nostra cittadina, non esisteva più !
Quando ritornò dalla messa, mia madre raccontò che la Chiesa delle Monache aveva tremato per le esplosioni delle bombe, ma nonostante la grande paura nessuno si mosse. Il sacerdote don Marradi (il Nanetto per i fucecchiesi), che celebrava la Messa al momento del bombardamento non batté ciglio e solo all’ ”Ite Missa est” aggiunse: “Vi annuncio che finalmente il ponte è stato distrutto”.
Queste parole, che pure rappresentavano una nota amara, si inserivano molto bene in quel momento di incubi, poiché credemmo che da allora in avanti avremmo vissuto senza i quotidiani appuntamenti con gli aerei americani e le loro bombe C’era invece da passare il periodo peggiore, cioè l’emergenza.
Da un po’ di tempo si erano trasferiti in casa mia “sfollati” dal paese basso: mio zio Alberto Pellegrini con mia zia Leontina, poiché le loro abitazione, situata in via Nazario Sauro sopra la macelleria di TELLE non gli dava garanzia di sicurezza, essendo molto prossima al quadrivio. La Piazza dell’Ospedale era invece ritenuta più sicura, in quanto sui tetti del S. Pietro Igneo erano state dipinte grosse croci rosse con la speranza che chi di dovere ne tenesse debito conto.
Queste regole però nel corso della guerra non furono correttamente rispettate dalle parti in conflitto ed in molti casi anche gli ospedali furono rasi al suolo dagli eventi bellici. Per nostra fortuna non fu il caso di Fucecchio.
Una mattina mio padre, mio zio ed io uscimmo di casa per andare in Piazza Montanelli a comprare il giornale. Giunti però in Piazza dei Caduti, improvvisamente una donna che veniva da Via Donateschi tutta trafelata urlò di scappare perché i tedeschi “prendevano gli uomini”. Noi facemmo immediatamente dietro front per riguadagnare l’uscio di casa tra un fuggi fuggi generale. Ironia della sorte, però, ci imbattemmo con nostra grande paura in un soldato tedesco, il quale non si sognava minimamente di “rastrellare” la gente, ma guardava pigramente le poche cose esposte nella vetrina del negozio di Faustina in via S. Giovanni.
L’impressione fu comunque per noi grande e con il fiato mozzo finalmente raggiungemmo la nostra casa chiudendo con cura la porta con i paletti e restando in attesa degli eventi. Intanto la “retata” fruttava ai tedeschi tanti nostri poveri concittadini, che vennero rinchiusi nel frantoio della Fattoria Corsini.
Ricordo che furono presi, fra gli altri, alcuni miei amici: Ottavio Banti e suo cugino Ulisse, il mio compagno di scuola Cappelletti; io li notavo aggrappati alle sbarre delle finestre del frantoio stando sotto le persiane di casa mia, che avevo abbassate per non far notare movimenti sospetti dietro di esse.
Questa giornata fu una delle più brutte di tutto il periodo bellico, poiché i tedeschi cominciavano a fare sul serio in fatto di repressioni antitaliane e questa retata sembra la giustificassero, in seguito, come ritorsione perché “qualcuno” aveva fatto loro un attentato.
Ma veniamo alla cronaca della giornata. Non appena. in casa, con i miei ci demmo da fare per nasconderci il meglio possibile e non essere presi in trappola, almeno per quanto riguardava noi “uomini”. Pensammo alla soffitta, verso la quale si eccedeva da una porta, che, camuffata sapientemente, sarebbe forse passata inosservata anche alle più attente ricerche dei tedeschi Così facemmo, e non appena che io, mio padre e mio zio avemmo chiuso la porta, le donne rimaste nella stanza adiacente, cioè mia madre, mia nonna e mia zia, appoggiarono in corrispondenza della porta di accesso alla soffitta un armadio per nascondere la porta stessa. Ma siccome il diavolo ci mise la coda, mentre spostavano l’armadio, che fra parentesi era molto pesante, le povere donne ruppero un piede dello stesso, sicché il mobile si mise a dondolare. Dietro l’uscio della soffitta noi non potevamo aiutarle gran che e quindi dovettero arrangiarsi alla meglio, per risistemare l’equilibrio e come Dio volle l’occultamento della porta avvenne senza altri intoppi.
Affacciandomi all’abbaino della soffitta con circospezione vidi i soldati tedeschi nella piazza che picchiavano con il calcio dei fucili sulla porta dell’Ospedale, che molto prudentemente il personale aveva provveduto a chiudere. Infatti molti uomini si erano rifugiati nelle corsie, confondendosi con i veri ammalati e con gli infermieri.
Le scene che potevo seguire dal mio “osservatorio” le avremmo viste poi nel corso degli anni in tanti film; calci di fucile in azione sulle porte, ordini secchi e gutturali di stile teutonico gettati ai quattro venti dai solerti sottufficiali della “Goering”, la divisione tedesca che in quella “estate ‘44” calpestava il suolo fucecchiese. Alla fine entrarono in ospedale, ma forse paghi della retata non insistettero oltre e verso sera con circospezione uscimmo dal nostro rifugio per mangiare qualcosa. Dimenticavo di dire che verso mezzogiorno ci fu anche un bombardamento di bimotori americani sui depositi di carburante e materiali vari che i tedeschi avevano allestiti nei boschi di Poggio Adorno e mentre gli aerei ci passavano bassi sulla testa udii mio padre mormorare:
“Che sgancino pure, così la facciamo finita in questo inferno!”
Io non potevo essere ovviamente d’accordo su questa soluzione finale, poiché la gioventù in qualsiasi momento ha il sopravvento e sovrasta le avversità stando magari in ponte fra l’incoscienza ed il desiderio di vivere.
La vicenda delle ”retate” ci portò in famiglia ad esaminare l’opportunità di andare per un po’ via dal paese, almeno gli “uomini”, e fu così che io, mio padre e mio zio andammo ospiti de un contadino che aveva la casa in una collina sopra Gavena.
La nostra, però, fu una sistemazione molto precaria, poiché mia madre o mia nonna dovevano venire a troverci facendo l’intero percorso a piedi passando da Via delle Fornaci, Casa del Vento e via di seguito, allo scopo di rifornirci delle cose di cui avevamo bisogno, non volendo approfittare in tutto della gentilezza di chi ci ospitava.
Passarono altri giorni ed uno di questi mi feci coraggio e ritornai in paese per rivedere la mia casa. Scesi anche in Piazza Montanelli, che trovai pressoché deserta e mi prese un senso di tristezza tale da farmi pentire di essere ritornato a Fucecchio. A questo punto in famiglia prendemmo la decisione di sfollare tutti e definitivamente; prese le cose che ritenemmo più importanti, chiudemmo casa.
Anche come sfollati correvamo dei pericoli, poiché i tedeschi erano dappertutto. Io e mio padre rischiammo più volte di essere presi. Una prima volta ci salvò l’intervento di una donna, che tempestivamente ci avverti della retata, ma dovemmo pernottare in bosco fra la paura e le zanzare che ci pinzavano in tutte
le parti del corpo. Io per giunta, oltre ad essere poco vestito, essendo nella stagione estiva, portavo i pantaloni corti per sembrare ancora più giovane della mia etè reale. Questo in altre occasioni mi era servito, perché i tedeschi domandavano a mia madre:
- Quanti anni avere tuo figlio?.
- Tredici! - rispondeva lei, mentre invece ne avevo sedici. I soldati scuotevano la testa e dicevano:
- Gli italiani o troppo giovani o troppo vecchi per fare la guerra.
Un’altra volta i tedeschi mi presero per davvero, allo scopo di aiutarli a “razziare” galline che il contadino teneva allo “scianto” proprio per impedire a chi non era pratico di acchiapparle. Figuriamoci se le galline si lasciavano prendere de me! In ogni modo ero in ballo e dovevo ballare; finsi quindi di accondiscendere alle richieste del soldato, ma al momento che lui si distrasse un po’ mi gettai a capofitto nel bosco e corsi finché ebbi fiato. Riconobbi poi di aver fatto una grande scemenza, poiché non pensai alle conseguenze del mio gesto; ma ormai era tardi e non potevo più tornare indietro. Mi sdraiai nel folto della macchia, cercando di fasciare alla meglio i piedi e le gambe graffiate dai rovi, poiché per fare più in fretta avevo tolto gli zoccoli viaggiando scalzo fra gli arbusti. In quella posizione, sdraiato, mentre ammiravo il bel cielo azzurro di fine luglio, improvvisamente una lepre passò vicinissima, si fermò un attimo per niente impaurita dalla mia presenza e, dopo un po’, leggera leggera scomparve nella folta vegetazione.
Quella vista mi inebriò, sia perché voglio molto bene agli animali, sia perché in quel momento molto particolare la natura mi dimostrò che, nonostante tutto, in qualsiasi circostanza ed a dispetto degli uomini che si fanno la guerra, segue il suo corso regolare così com’è sempre stato fin dagli albori della vita sul nostro pianeta.
Dopo questa avventura iniziammo la costruzione di un rifugio nel bosco dei Bulleri. Al nostro se ne aggiunsero poi altri, finché formammo una piccola comunità di sfollati. Le giornate passavano ed. il fronte si avvicinava. Una mattina ci alzammo e constatammo che la torre sulla rocca di San Miniato non c’era più. I tedeschi si erano ritirati al di qua dell’Arno, facendo saltare tutte le opere che a loro parere potevano servire agli scopi bellici degli alleati. Da quel momento iniziò il periodo dell’emergenza vero e proprio con l’arrivo delle prime cannonate da parte degli anglo-americani.
I tedeschi non avevano quasi più niente e si cibavano con le pesche che abbondavano nei campi costeggianti l’Arno; i loro ranci si erano fatti talmente rari che passavano giorni e giorni senza che vedessimo il solito sidecar recapitare il magro pasto ai poveri soldati affamati.
Le cannonate si erano frattanto moltiplicate, non ci davano tregua e passavamo molte ore ai giorno rintanati nei rifugi entro i quali sentivamo lo spostamento d’aria dei proiettili esplosi gravare sui nostri stomaci come tante presse.
Anche i viveri scarseggiavano, l’acqua in special modo; trovandoci in collina non era molta, poiché di pozzi, non ve ne erano e dovevamo attingerla da una vecchia cisterna di acqua piovana con pericolo di contrarre malattie infettive, essendo un’estate molto calda e con assoluta mancanza di precipitazioni piovose.
Un giorno ci giunse notizia che una cannonata aveva ucciso una bestia che un contadino teneva nascosta nel bosco per non farsela razziare dai tedeschi e che al momento stava vendendo la carne a tutti i “poveri affamati” che affollavano i poggi ed i boschi della nostra zona. Anche mio padre andò ad acquistarne un bel pezzo al quale tutti facemmo una gran festa, poiché era molto tempo che non ne vedevamo e la fame, quella vera, è brutta, molto brutta!

Quando le cannonate o gli aerei da ricognizione alleati ce lo permettevano, tutti concorrevano alla preparazione dei pasti quotidiani, chi in un modo, chi nell’altro. Le donne si davano da fare per procurare la legna da ardere, gli uomini accumulavano il grano od i fagioli sull’aia per poi procedere, con il “correggiato”, alla relativa “battitura”, noi ragazzi davamo una mano un po’ a tutti.
Ma la funzione più impellente ed importante era riservata alla macinatura del grano. Non avendo mulini nelle vicinanze del nostro luogo di accampamento ed essendosi esaurite le scorte di farina, dovevamo necessariamente ricorrere ai vecchi e gloriosi macinini da caffè, funzionanti ovviamente a mano. Eravamo tutti impegnati in questa “faccenda” ed a turno facevamo girare la piccola manovella fino a che il braccio aveva forza.
In quel momento il “macinino” era la nostra macchina della sopravvivenza!
Dopo diversi giorni di intenso lavoro, il perno centrale del mio “mulino” aveva talmente allargato il suo alloggiamento che per un momento tememmo di non poterlo più adoperare. Invece mio padre, con mezzi di fortuna, ricostruì il pezzo consumato e potemmo quindi continuare le nostre brave macinate.
Quando accendevamo il forno della casa colonica che ci ospitava per cuocere il pane o altra roba, il fumo che usciva dal camino stuzzicava gli americani che ci scaricavano addosso una gragnola di colpi forse pensando che quel tenue segno di vita significasse la presenza di soldati tedeschi.
Nelle notti stellate, quando tacevano le artiglierie, udivamo in prossimità dell’Arno il crepitare delle mitragliatrici, segno questo che le pattuglie “alleate” e tedesche si scambiavano colpi in azioni di disturbo che gli uni o gli altri operavano ai danni dell’avversario.
Il fronte si era fermato sulla linea del nostro fiume ed oramai eravamo diventati “veterani”. A tutto si fa l’abitudine!
Nei momenti di tregua la nostra piccola comunità si riuniva per fare due chiacchiere. Noi ragazzi ragionavamo del più e del meno; i più anziani, specialmente quelli che “avevano fatto la prima guerra mondiale”, atteggiandosi a strateghi, formulavano le più strampalate congetture sulle ragioni ed i perché gli alleati non avanzavano, dato che il fronte era retto da uno sparuto gruppo di tedeschi con qualche carro armato. Poveri strateghi casalinghi! Priorità belliche, interessi, dispute fra alleati e cose varie troppo lontane per la nostra vista stavano di fronte a noi in tutta la loro immensa grandezza! E noi poveri cristi, lì ad aspettare il tanto sospirato giorno della “liberazione”. Soltanto oggi, a distanza di quaranta anni, cominciano ad emergere alcune verità, e non tutte, di quei tragici giorni che sconvolsero la nostra vita.
I tedeschi, in considerazione della bella posizione panoramica delle colline che sovrastano l’Arno da Fucecchio fino a tutto l’empolese e oltre, avevano impiantato due osservatori; uno molto vicino al luogo dove avevamo i rifugi, in un poggio chiamato ”l’uccelliera”, ed un altro in località “Poggio al Vento”, nelle cantine di una casa colonica (oggi ridotta ad un rudere). Questo secondo osservatorio fu per loro fatale poiché un proiettile d’artiglieria proveniente dalle colline dietro S. Miniato (uno dei tanti che gli americani ci elargivano giornalmente), andò ad infilarsi nel pertugio che i soldati avevano praticato nella cantina per osservare la pianura verso l’Arno. Fu una strage e a noi giunse notizia che i componenti del piccolo drappello (sembra una decina) morirono tutti.
Ogni settimana mia nonna, sfidando le cannonate e i possibili brutti umori dei tedeschi, prendeva lungo il bosco, scendeva in Barbugiana e, da Via di Sotto la Valle, passando attraverso l’orto del “Funaio” e l’Ospedale, raggiungeva la nostra casa per vedere se era tutto a posto. All’arrivo trovava il Morino, sua moglie Fulvia e altra gente di S. Andrea i quali, anziché sfollare in campagna, avevano preferito trovare sicuro rifugio nel nostro Ospedale che in quel momento era stracolmo di ammalati e non, e di feriti che venivano assistiti dal Prof. Baccarini e dal personale con i pochi mezzi a loro disposizione.
Tutte le abitazioni nei dintorni dell’Ospedale avevano apposto sulla porta d’ingresso una croce rossa e quindi tutta la Sant’Andrea passava come zona ospedaliera. Almeno per quanto mi riguarda, in questo caso i tedeschi rispettarono il simbolo perché in casa mia non mancò niente. Fulvia infatti ripeteva sempre a mia nonna:
- Ida, se vi manca qualcosa l’ho presa io perché in casa non é entrato nessuno.
Nel corso delle sue frequenti visite a Fucecchio, mia nonna poteva apprendere anche le notizie riguardanti il paese e i pochi abitanti rimasti. Purtroppo erano sempre brutte, con tanti lutti che colpivano gente amica o comunque conoscenti e mia nonna, conoscendo il carattere molto sensibile di mia madre, le teneva nascoste, dicendole però in disparte a mio padre. Io, facendo finta di niente, ascoltavo i loro discorsi e fu proprio in una di queste occasioni che appresi con molto dolore della morte, a seguito di una ferita da scheggia di proiettile, della povera Livia Cioni madre del mio amico Osvaldo, grande amica della mia mamma.
Passammo giorni tristi ed anche mia madre si accorse che qualcosa di grosso era accaduto. A questo punto mia nonna si decise a parlare e fu tanto il dolore che mia madre provò per questa notizia, che per diversi giorni non toccò cibo. Non poteva credere - e per questo non si dava pace - che la sua più grande amica, quasi una sorella, non ci fosse più.
Altri lunghi giorni di paure e di attesa passarono e finalmente il 1° settembre ‘44 gli alleati si decisero a passare l’Arno senza colpo ferire. Tutto il fronte si era rimesso in movimento e si arrestò sulle montagne al di sopra di Pistoia.
Era fatta! Le nostre peregrinazioni sembravano finite.
Gli alleati, con il loro enorme potenziale bellico, dilagarono per i nostri paesi e a notare tutto ciò, ritengo che a quel punto anche i più irriducibili avversari degli anglo-amenicani si dovettero ricredere. La vittoria dell’Asse era stata solo un miraggio.
Alla notizia, e se anche questa non ci fosse stata lo avremmo capito lo stesso tanto era il frastuono dei mezzi sulla via che porta a Empoli, dell’arrivo dei tanto sospirati alleati, scendemmo dalle colline e avvenne il primo incontro con i soldati inglesi dell’8^ Armata montati su cingolati SCOUTS. I militari scesero dai loro carri, fu loro offerto del vino che ricambiarono con cioccolate a noi ragazzi e sigarette. In quell’occasione fumai la mia prima, vera sigaretta. Eravamo tutti contenti e nello stesso tempo frastornati; .non riuscivamo ancora a renderci conto che per noi il peggio era forse passato. Come uscire da un tunnel molto buio e ritrovare improvvisamente la luce che ti acceca.
Io e mio padre non reggevamo più e decidemmo di tornare subito a casa per vedere se negli ultimi giorni, nei quali le cannonate si erano moltiplicate, la nostra abitazione avesse subito dei danni. Mia madre e mia nonna rimasero invece sul luogo che ci aveva ospitati per due mesi, aiutando a mettere in ordine e preparare i1 pranzo che avrebbe sancito la fine dell’emergenza.
Arrivato a Fucecchio con mio padre, ci colpì la desolazione, le macerie, le case sventrate dalle cannonate e dalle mine che i tedeschi in ritirata avevano fatto brillare.
Non c’era più la bella torre di Castruccio, quelle della fattoria Corsini colpite in modo irreparabile. Vetri rotti, finestre sgangherate dagli spostamenti d’aria, calcinacci, polvere dappertutto; questo il quadro che sì presentò ai nostri occhi quando entrammo in casa.
Un piccolo frugale pasto, due parole con conoscenti ed amici e finalmente a letto, un vero letto dopo quasi due mesi di paglia distesa sulla nuda terra. Nella notte scoppiò un violento temporale e mio padre fu costretto ad alzarsi per fermare alla meglio le finestre che sbattevano. Io non mi accorsi di niente poiché ero caduto in un sonno profondo.
Il giorno dopo tornammo alla casa dove eravamo stati ospiti nei lunghi giorni dell’emergenza e facemmo un abbondantissimo pranzo nel cucinone della casa colonica con lo sguardo rivolto di tanto in tanto al cielo terso di settembre poiché il tetto era stato spazzato via dalle cannonate.
Alla sera rientrammo tutti in paese e mia madre, aiutata da mia nonna, dette inizio alla sistemazione delle stanze.

Nella notte un aereo non identificato gettò spezzoni incendiari in varie zone di Fucecchio. Furono colpiti, tra gli altri, il Teatro Pacini, la segheria Gori in via Trento che cominciò a bruciare e per un istante ripiombammo nella paura. Ci alzammo da letto e ci rifugiammo all’Ospedale dove era stato aperto un ricovero sotto il pavimento della portineria.
Fu un caso isolato e fine a se stesso, comunque servì a ricordarci che tutto non era ancora finito.
Dopo qualche giorno iniziò la distribuzione di una piccola razione di pane bianchissimo che tutti accogliemmo con gran gioia. Era un impasto che non sapeva di niente e molto diverso dal “nostro” pane abituale, comunque tutto ciò segnava un punto a favore della “rinascita”.
Un altro motivo di preoccupazione si presentava però all’orizzonte: l’epidemia di tifo che fece allungare il già triste elenco dei decessi causati dalle vicende belliche. Mia nonna che aveva avuto la “spagnola” dopo la prima guerra mondiale e l’aveva scampata, disse:
- Io non ho paura, perché “una” che supera la spagnola poi non prende più niente.
Aveva infatti ragione perché nel corso della sua lunga vita non la vidi mai ingerire una medicina. Era un “ferro”, come si diceva allora.
Non essendoci farmaci appropriati, il tifo colpì parecchia gente ed anch’io ne fui contagiato. Passai giorni terribili con febbri altissime e si temette per la mia stessa vita. Ero assistito dal Dr. Di Pasquale, allora giovane medico dell’Ospedale di Fucecchio, ed anche lui nutriva poche speranze. Diceva:
- Speriamo nella forte fibra del ragazzo e nella sua giovane età !
Questo però lo seppi dopo, poiché le febbri altissime mi avevano ridotto ad uno stato di semi-incoscienza.
Un giorno, però, il dottore disse ai miei genitori che se fossero riusciti a trovare alcune iniezioni che in quel momento erano in possesso solo degli americani, forse ce l’avrei fatta e si poteva sperare nella guarigione in un tempo relativamente breve.
A Fucecchio questa specialità non si trovava nemmeno all’Ospedale e allora mio padre, saputo che gli americani avevano impiantata una grossa farmacia a Montecatini Terme, inforcò la bicicletta e si diresse verso quella località. Trovate le iniezioni, anzi un tipo ancora più perfezionato di quello indicato dal dottore, ritornò a casa ed io potei iniziare la terapia.
Dopo la prima “puntura”, fu come mettere “l’olio nel lume”: cominciai a migliorare e, dopo una lunga convalescenza, ritornai a essere quello di prima.
Nei giorni passati a letto non potevo mangiare niente e quindi sognavo le cose più svariate, in special modo quelle che normalmente non mi erano mai piaciute. Promettevo a me stesso, ad esempio, che quando fossi uscito dalla tremenda malattia sarei andato da Maso di Gorpino a mangiare mezza teglia di migliaccio con la ricotta che non avevo mai potuto soffrire, perché la farina dolce l’avevo accettata solo nei periodi di grande fame negli anni della guerra.
Naturalmente, dopo che le cose si furono aggiustate, non feci niente di tutto questo e ricominciai la mia vita normale di sempre, anche se questa grave malattia fu per me una ulteriore esperienza di vita, fortunatamente a lieto fine. Purtroppo così non fu per diversi miei compaesani, i quali, dopo averla scampata dalla guerra e dalle cannonate, morirono in conseguenza dell’epidemia di tifo.

Ma torniamo alle vicende belliche non ancora concluse. Gli alleati si erano fermati agli Appennini e in diverse zone i pochi tedeschi, che li tenevano a bada, riuscirono a dar loro seri grattacapi, in special modo nell’inverno quando, nel settore del fronte tenuto dai brasiliani che non erano abituati al freddo dei nostri monti, riuscirono a sfondare e per poco non rientrarono a Pistoia. Questo fatto ci tenne in apprensione e fortuna per noi che i tedeschi erano ormai stremati per la mancanza di aviazione e di truppe fresche.
Riprese anche l’anno scolastico ed io, insieme agli amici Fabio Bellagamba, Luciano Marradi, Gino Pernice e Piero Cappelletti, continuai la frequenza all’Istituto Tecnico Industriale, specializzazione Aeronautica di Pisa. Insieme a noi venivano a Pisa, per frequentare l’Istituto tecnico per Geometri, Piero Rabani e Mario Barontini.
Per l’assoluta mancanza di mezzi di trasporto, dovemmo necessariamente cercare alloggio a Pisa, nelle rare case rimaste in piedi dopo la furia dei bombardamenti. I miei amici trovarono sistemazione presso alcune famiglie ed io fui molto gentilmente ospitato in casa della nostra concittadina, signora Gabbanini, proprietaria della Cartoleria Goliardica di Pisa.
Partivamo in bicicletta il lunedì mattina alle quattro, carichi di provviste per tutta la settimana, perché in città mancava tutto, e tornavamo a casa il sabato successivo.
Il viaggio era una vera avventura, poiché avevamo biciclette equipaggiate con copertoni molto logori che si foravano spessissimo, le camere d’aria scoppiavano costringendoci a fare lunghi tratti a piedi per trovare un meccanico che con mezzi di fortuna provvedesse ad effettuare precarie riparazioni.
Per poterci spostare da una località all’altra occorreva un lasciapassare che le autorità alleate rilasciavano solo a chi poteva dimostrare di avere realmente bisogno di viaggiare, come, infatti, era il caso nostro. Ci venivano, ad esempio, richiesti i documenti per poter transitare da una sponda all’altra dell’Arno, a Pisa, sulla passarella gettata dagli americani sulle rovine del vecchio Ponte di Mezzo. Questo ci succedeva quando andavamo a curiosare sui fatti che avvenivano in Corso Italia, i cui edifici ancora in piedi erano stati requisiti dai comandi alleati e trasformati in altrettanti luoghi di divertimento per i loro soldati. Qui avvenivano le cose più strane e colorite del momento.
Verso sera giungevano camion carichi di “segnorine” raccolte un po’ dovunque, fino a Lucca, le quali, “scortate” quasi tutte dalle relative mamme, si apprestavano a deliziare le serate delle soldataglie ubriache. Tutte le razze del globo erano presenti: indiani, americani negri e bianchi, meticci, brasiliani, neozelandesi e chi più ne ha, più ne metta, ma tutti egualmente con le tasche piene di AN LIRE, sigarette, cioccolate, noccioline, bastanti per “comprarsi” una notte d’amore con le povere affamate ragazze italiane.
La faccenda, ovviamente, non piaceva ai pisani i quali, assistendo allo “scarico” delle “segnorine” dai camion, ricoprivano le malcapitate di colorati epiteti che in questa sede non è caso di riproporre.
Quando calava la notte, oltre l’ora del coprifuoco, non era “igienico” circolare per Pisa, anche con il permesso, poiché i negri ubriachi fradici non riuscivano più a distinguere se uno era uomo o donna ed allora chi capitava loro a tiro... passava un brutto.... quarto d’ora
Nelle scuole mancava tutto. Il materiale didattico così prezioso negli istituti industriali dove lo studio é sempre legato alle esperienze dirette, era pressoché nullo. I tavoli pieni di fori e di rughe ci rendevano la vita difficile, dovendo eseguire grandi e complicati disegni di macchine; comunque dovevamo arrangiarci alla bene meglio.
L’inverno passò e con la primavera ripresero le operazioni belliche, in special modo quelle aeree.
Con gli amici, nel pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, andavamo spesso nei pressi dell’aeroporto di Pisa, pieno zeppo di aerei americani che decollavano continuamente in nutriti gruppi per andare a colpire gli obiettivi nemici sulla linea Gotica e oltre. Alcune volte assistevamo al rientro di velivoli colpiti dalla contraerea tedesca che effettuavano atterraggi di fortuna sulle piste dell’aeroporto.
Un giorno di primavera inoltrata passò nel cielo di Pisa una formazione di quadrimotori americani tanto grande da oscurare il sole e il loro scorrazzare durò più di un’ora. Gli abitanti della città, memori dei terribili bombardamenti subiti quando gli “alleati” erano nostri “nemici”, scesero nelle strade e noi con loro, per vedere il passaggio degli aerei, con addosso un leggero senso di timore. Nei volti della gente si leggeva questo timore, retaggio delle antiche paure non ancora sopite, nonostante la certezza che ora non sarebbero cadute bombe.
Questa grande attività aerea era, però, il preludio della grande offensiva che avrebbe portato gli alleati a compiere il lungo balzo fino alle Alpi fino… alla vittoria finale.
Una mattina, con il cuore in tumulto, ascoltammo da una radio di fortuna, installata in un negozio di Borgo Largo, queste parole:
“ Qui radio Milano Libera ”
Era il 25 aprile 1945.
Alcuni giorni dopo sapemmo della insurrezione del Nord, della fine di Mussolini e dei suoi gerarchi e vidi la fotografia di Piazzale Loreto sulla prima pagina del giornale “IL TIRRENO” che tuttora conservo. Tutto il giornale era composto di una sola pagina.
Il grande incubo era finito!
Nella gente, in tutti noi esplose una gran voglia di vivere e di dimenticare gli anni bui che ci avevano preceduti. E la vita, seppure con grandi difficoltà, ricominciò.
Nella nostra zona, in special modo a Fucecchio, si formarono diverse orchestre composte da validi elementi locali. Cito fra gli altri, Maggino Lorenzini, Enrico Novelli, Agostino Sordi detto “Pane”, Vitaliano Barsotti, Valerio Menichetti, “Brucio”, “Nanni”, “Canapino”, Pietrino di “Mangiabambini” ecc, che ci fecero ballare nelle feste in piazza, nei veglioni al “Pacini” ed al Circolo con i nuovi ritmi americani di Glenn Niller, Duke Ellington, Armstrong, Benny Goodmann.
Non eravamo più ragazzi. Gli anni da poco passati ci avevano gettati in anticipo nel mondo degli adulti con tutte le responsabilità e conseguenze ad esso legate.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. La vita di ognuno di noi é cosparsa di periodi lieti e periodi tristi, di gioie e dispiaceri che tutti, in un modo o nell’altro, superiamo mentre i giorni passano, anche troppo velocemente, ed in men che non si dica ci ritroviamo con un bel bagaglio di primavere sulle spalle.

A chiusura di queste pagine, mentre il mio pensiero va ai miei familiari e ad alcuni amici citati in questi “ricordi”, che oggi non ci sono più, si impongono due righe di riflessione da parte di uno che era ragazzo nel 1943.
Sono stati davvero anni inutili, da gettare al vento o da dimenticare quelli di cui abbiamo parlato, così burrascosi e pieni di insidie?
Io ritengo di no, poiché, nonostante le avversità, la miseria morale e materiale in cui eravamo caduti, noi, non più giovani, non possiamo fare a meno di ricordare con una punta di nostalgia i nostri “anni verdi”, trascorsi, sì, in un periodo storico movimentato e rischioso, ma pur sempre significativi e pieni di quel sapore romantico che avvolge la prima giovinezza di ognuno.
 


Enzo PACCIANI
 

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