|
Nel
1940 abitavo con i miei genitori in Via Cesare Battisti,
proprio di fronte all’edificio che oggi ospita il
Consorzio Agrario, ma che all’epoca era la sede della
fabbrica delle carte da gioco “VINDOBONA”.
Come tutti i ragazzi di allora, nonostante avessimo già
raggiunto ed alcuni anche superato i dodici anni,
giocavamo ancora a palline, con la trottola, oppure con
piastrelle che ricavavamo dai residui del marmo che
Ampelio Ceccanti, marmista appunto, depositava nella
“Via dello scarico” (per intenderci quella che oggi è
divenuta la bella strada di circonvallazione che
costeggia la piazza Aldo Moro).
I giorni passavano tranquillamente e non appena
terminati i compiti (frequentavo la 2^ classe della
Scuola di Avviamento Professionale di Pontedera), con
gli amici ci ritrovavamo nella strada, allora
frequentata da rarissime macchine, per decidere sul da
farsi per il resto della serata. La mancanza di
automobili era però compensata da un traffico abbastanza
sostenuto di barrocci, in special modo quelli che erano
addetti al trasporto dei fiaschi delle vetrerie di
Empoli. Questi barrocci erano costruiti e si
presentavano come enormi ceste nelle quali venivano
magistralmente accomodati i fiaschi ed i risultati
dovevano essere più che ottimi perché, considerando lo
stato delle strade non tutte asfaltate e piene di buche,
miracolosamente il contenuto giungeva a destinazione
intatto. Altre note caratteristiche del tempo erano
costituite da alcuni “vecchini” che con i loro sudici
carrettini trainati da un ciuco o portati a mano
passavano a ripulire le strade dalle “covate” che
lasciavano i cavalli nella loro lenta marcia attaccati
ai barrocci. Era questo un commercio che “rendeva”
poiché chi aveva un orto, o comunque un po' di terra,
acquistava molto volentieri il “sugo” per concimare.
Le nostre visite più frequenti e interessanti le
facevamo da un falegname di nome Alessandro Pacini che
aveva il laboratorio nei pressi di casa mia, il quale in
cambio di qualche piccolo servizio ci ricompensava con
tavolette e pezzetti di legno che noi poi trasformavamo
in altrettanti giocattoli. Alessandro era un uomo molto
buono e paziente con noi ragazzi. Di spirito allegro e
pronto alla battuta, ci divertiva molto e quindi lo
facevamo “nero” con le nostre domande petulanti; mentre
lavorava cantava sempre, e noi con lui, facendo cori a
non finire. I barrocciai dalla strada ci dicevano "fate
piovere" e giù risate !
Alessandro non aveva moglie e questa situazione
significava, in regime fascista, per l’interessato dover
pagare la tassa sui “celibi”. Noi ragazzi non capivamo
perfettamente cosa volesse dire questa "tassa";
comunque... prendevamo in giro Alessandro poiché doveva
sborsare quattrini, e lui era un pò "tirato".
In ogni modo era un “personaggio” della nostra strada e
gli eravamo molto affezionati. Negli anni successivi ho
conservato con lui una grande amicizia fino alla sua
morte avvenuta in età molto avanzata, non molto tempo
fa. Altri nostri poli di attrazione erano l’argine, il
pallaio del Trinci e naturalmente la fornace dei mattoni
che allora veniva a scavare la terra dove attualmente si
corre il Palio delle Contrade.
L’argilla era caricata su alcuni vagoncini i quali,
trainati da un cavallo, scorrevano su un binario che
passava attraverso due tunnel, posti rispettivamente
sotto la “via dello scarico” e sotto la “via del ponte”.
Una volta che i vagoncini erano stati trasportati ai
piedi della fornace, venivano agganciati da un argano e
su di un piano inclinato munito di binari binari e
tirati dentro la fornace vera e propria. Qualche volta i
predetti. vagoncini uscivano .di carreggiata e noi
ragazzi, da veri incoscienti, godevamo nel vedere gli
uomini faticare enormemente per rimetterli in linea di
marcia.
Nelle belle serate di primavera, dopo aver partecipato
alle funzioni religiose per il Maggio nella Chiesa delle
Vedute, andavamo per la via del Ponte o sull’argine per
osservare il faro che dalla torre situata sulla rocca di
S. Miniato illuminava con il suo potente fascio di luce
tutto l’orizzonte (si diceva che poteva essere visto fin
sulla costa livornese).
Quasi tutti i lunedì sera, come era tradizione in molte
famiglie fucecchiesi, con i miei genitori andavo a cena
sul greto dell’Arno, approfittando delle belle giornate
di primavera inoltrata e così fino ai primi giorni
dell’autunno. La mia mamma e la mia nonna preparavano un
bel fritto a base di coniglio e patate che veniva
consumato in compagnia di buon pane fresco, comprato a
S. Pierino da Celestino, e il tutto annaffiato da un
fiasco di generoso vino.
Anche se oggi, nell’era del consumismo, queste piccole
gioie possono sembrare bazzecole, quarant’anni fa
costituivano i piaceri più grandi ai quali si potesse
aspirare, non pensando, almeno per il momento, alla
bufera che si andava addensando sulle nostre teste che
avrebbe radicalmente cambiato la vita di tutti noi.
Il 10 Giugno 1940 fu, all’inizio, un giorno come
tutti gli altri, almeno all’apparenza, ma da qualche
frase raccolta dai discorsi dei nostri genitori, anche
noi ragazzi ci rendevamo conto che qualcosa di grosso
stava per accadere; infatti nel pomeriggio Mussolini
doveva tenere un importante discorso che veniva
radiotrasmesso alla Nazione.
Siccome in quel periodo non era da tutti possedere in
casa un apparecchio radio, ci recammo nell’abitazione di
Corrado Settesoldi, nostro vicino, che ne aveva uno e ci
accingemmo ad ascoltare il messaggio del Duce.
Al momento che Mussolini pronunciò le fatidiche parole
“la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli
ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia..”,
l’uditorio femminile scoppiò in lacrime.
A questo punto penso che, nonostante non ne fossimo
pienamente consapevoli, anche per noi ragazzi si
chiudeva un periodo felice e se ne apriva un altro pieno
di incognite e di lutti. I giorni spensierati dei giochi
terminavano così in modo brusco e violento, poiché,
anche se per il momento almeno nel nostro piccolo centro
nulla cambiava, era l’atmosfera stessa delle famiglie e
gli umori degli anziani che mutavano. I nostri genitori,
infatti, cominciavano a preoccuparsi seriamente del
futuro, in special modo per noi giovani.
Nonostante fosse stato imposto, fin dal primo giorno di
guerra, l’oscuramento, la sera del 10 giugno ci fu una
fiaccolata che percorse le vie del paese.
Nei mesi che seguirono giungeva a noi solo l’eco di
quello che succedeva nei vari settori di guerra. E posso
affermare che, se non fosse stato per i bollettini
giornalieri del Comando Supremo, le restrizioni
annonarie che già si facevano avanti e la presenza di un
distaccamento di soldati, tutto sembrava andare come
prima.
Anche per il gruppetto di amici del quale facevano
parte, oltre naturalmente al sottoscritto, Osvaldo Cioni,
Mario Barontini, Fabio Bellagamba, Luciano Panzani,
Renzo Gargani, Marcello Nieri, Luigino Briganti, Giacomo
e Paolo Mannini, Franco Bagnoli, escludendo gli impegni
scolastici, la vita si svolgeva pressoché uguale. Il
distaccamento militare, che per noi ragazzi costituiva
una piacevole novità, era composto, se la memoria non
m’inganna, da un reparto di artiglieria someggiata,
seguito qualche tempo dopo da elementi della divisione
“Pistoia”.
Passavano intanto i giorni ed i mesi e le cose non
andavano più secondo i piani primitivi. La guerra, nei
suoi brutti aspetti, cominciava a lambire anche le
nostre città, recando ovunque morte e distruzione. Le
restrizioni annonarie rendevano la vita difficile anche
nei piccoli paesi come il nostro, malgrado fosse in
parte favorito dalla vicinanza della campagna dove era
sempre possibile trovare una dozzina d’uova o un chilo
di farina, pagandoli magari molto cari. Per dar da
mangiare a noi ragazzi “che dovevamo crescere” i nostri
genitori si sacrificavano al punto da far finta di
essere sazi, mentre invece avrebbero ricominciato da
capo, tanta era la fame che si era accumulata da tempo
in ognuno di noi.
Più il tempo scorreva e più la situazione si
ingarbugliava, sia sui fronti di guerra che all’interno;
infatti nel 1942 nonostante dall’ “alto” si provvedesse
ad effettuare una certa mascheratura, fra le righe non
era difficile capire che la sorte della Nazione era
segnata e che molto presto saremmo divenuti, nostro
malgrado, spettatori e protagonisti di una delle più
gravi calamità della nostra storia. La gente dopo due
anni di sacrifici e di lutti era stanca e non ne poteva
più della guerra.
Dal punto di vista alimentare le cose andavano di male
in peggio. Il caffè, lo zucchero, l’olio, il burro erano
pressoché scomparsi e il pane, alimento base insieme
alla pasta, era ridotto ad una razione giornaliera di
pochi grammi. La pasta si poteva in parte surrogare con
il riso, anch’esso razionato, ma il pane (appena 150
grammi per persona al giorno) era immangiabile: un
impasto giallo che fresco poteva, con un certo sforzo,
essere mandato giù, ma già la sera era diventato duro
come un sasso. La carne era cosa rara e pertanto per
riempire i vuoti stomaci dovevamo rivolgerci alle patate
(quando c’erano) ed alla farina dolce con castagnacci e
polente a non finire.
In tutto questo trambusto continuavo la mia vita di
studente pendolare fra Fucecchio e Pontedera e, siccome
frequentavo una scuola a carattere
meccanico-aeronautico, sognavo giorno e notte gli aerei
e mi interessava tutto ciò che trattasse di aeronautica.
Contrassi diversi abbonamenti a riviste specializzate
(che tuttora gelosamente conservo) poiché desideravo
acquisire quante più nozioni possibili sugli aerei che
in quel periodo volavano nei cieli di tutto il mondo.
Quando il tempo me lo permetteva, insieme ad altri
compagni di scuola interessati come me alle vicende
aeronautiche, ci recavamo al campo di aviazione di
Pontedera per vedere gli aerei da caccia Fiat CR 42
biplani allineati ai bordi del campo; oppure ci recavamo
in prossimità dei capannoni della Piaggio, dove, sui
banchi di prova stavano continuamente in moto i motori.
che venivano poi montati sugli aerei. Il rumore era
assordante e pertanto questi banchi di prova erano
situati all’aperto sotto tettoie appositamente
attrezzate.
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera, in quel tempo una
delle industrie aeronautiche più importanti della
Nazione, fu raggiunto un giorno dal Re Vittorio Emanuele
III° e la città visse alcune ore di intensa e sincera
emozione poiché nell’Italia degli anni 40 la visita di
un “re” costituiva sempre un’ondata di spontanea
partecipazione mista, magari, ad una punta di curiosità.
Per noi studenti era una buona occasione per non andare
a scuola ed infatti, perfettamente inquadrati, ci
disponemmo ad accogliere il sovrano nel migliore dei
modi.
Dopo molto tempo, ed alquanto provati da un sole cocente
che inesorabilmente ci picchiava sulla testa, finalmente
avvistammo le staffette preannuncianti l’arrivo del
corteo reale.
Preceduta e scortata da motociclisti giunse la macchina
scoperta con a bordo il Re il quale, ricordo come fosse
ora, portava meccanicamente le mani alla visiera del
berretto militare per salutare i reparti delle Forze
Armate schierati in un perfetto present’arm e la gente
che faceva ala al passaggio delle macchine. Mi colpì la
piccola statura del Re poiché dentro la macchina si
vedeva appena la metà del suo volto.
Alla fine della manifestazione, stanchi ma soddisfatti,
tornammo verso casa e in quel momento non potevo
immaginare che per me quella fu la prima e l’ultima
volta in cui ebbi l’occasione di vedere il Re Vittorio
Emanuele III dal “vivo”.
In quel periodo la Piaggio metteva a punto e collaudava
i quadrimotori da bombardamento P.108, superbi
apparecchi che avrebbero potuto reggere il confronto con
i migliori aerei stranieri, se fossero giunti al momento
opportuno ed. in numero adeguato. Questo, invece, non
avvenne e la loro uscita non poté avere un peso
determinante nelle sorti del conflitto. Ciononostante,
noi ragazzi, quando dalle finestre della scuola, situata
non molto distante in linea d’aria dal campo di
aviazione, li vedevamo passare a bassa quota sulle
nostre teste, sentivamo un brivido di emozione
attraversarci il corpo e invidiavamo gli aviatori che
potevano possedere sì belle macchine.
Un brutto giorno, però,- era il 25 marzo 1942 - dopo
aver sentito l’urlo dei motori di uno di essi in fase di
decollo e mentre lo aspettavamo dopo pochi minuti sopra
di noi, udimmo invece un forte boato in quanto
l’apparecchio era caduto al suolo e tutti i componenti
l’equipaggio erano morti.
Alla fine. delle lezioni corremmo verso il luogo della
sciagura e non sto a descrivere l’impressione che avemmo
di fronte a tanta rovina. La zona era pattugliata da
avieri e ad uno di essi mi rivolsi per avere notizie
sull’accaduto. La risposta che ebbi fu molto vaga e,
considerato il momento, non poteva che essere così. Però
fra le righe capii che l’incidente era avvenuto per una
“mancata” di motore in fase di decollo, fase molto
critica che portò l’aereo a “scivolare” d’ala e toccare
il suolo in modo violento. La punta dell’ala. sinistra
aveva infatti “arato” un campo ed il grosso quadrimotore
era andato a schiantarsi vicinissimo ad una casa
colonica.
Alle squadre di soccorso si presentò uno spettacolo
terrificante. L’aereo era in pezzi disseminati in un
raggio di centinaia di metri ed era. rimasta pressoché
intatta solo la parte terminale della fusoliera con il
timone di direzione.
Rimasi molto colpito da questa. disgrazia e con tutti
gli alunni delle scuole di Pontedera partecipai ai
funerali dei poveri avieri che si svolsero alcuni giorni
più tardi in forma solenne.
Non molto tempo prima, il 7 agosto 1941, anche nei
pressi dell’aeroporto di Pisa un altro P. 108, sempre in
fase di messa a punto, precipitò al suolo. Era pilotato
da Bruno Mussolini.
Nonostante che Pontedera costituisse un obiettivo
militare di una certa importanza, le strutture per la
sua difesa contraerea facevano piangere. I rifugi per la
popolazione erano trappole, come quello costruito in
prossimità della mia scuola, nel luogo dove ora sorge il
cinema Massimo. Quando suonava la sirena d’allarme,
infatti, preferivamo scappare verso la campagna anziché
entrare in quella pericolosa trincea coperta appena da
pochi sacchetti di sabbia.
La ”contraerea” era composta da una vecchia
mitragliatrice piazzata sulle sponde del fiume Era, in
prossimità dei giardini della “Montagnola”, e gestita da
altrettanto vecchi militari dell’UNPA (Unione Nazionale
Protezione Antiaerea). E cosa ti combinarono questi
bravi soldati?...... Un giorno, in pieno allarme, mentre
eravamo acquattati in una fossa dietro la “Montagnola”
udimmo un rumore di aereo e contemporaneamente la
vecchia mitragliatrice che si era messa a gracchiare.
Facemmo appena in tempo a vedere un piccolo aereo
dipinto di rosso che subito ci sparì in direzione del
campo di aviazione. Grida di urrà da parte dei
“vecchi”.. soldati, mentre un altro dramma si svolgeva
sulla pista di atterraggio dell’aeroporto di Pontedera.
Sapemmo infatti, a sera, mentre attendevamo l’arrivo del
treno in stazione, che quel giorno, era nato un
grossolano equivoco, fortunatamente senza gravi
conseguenze. Infatti, quando il picchetto di avieri era
corso verso l’apparecchio, riuscito ad atterrare
incolume, per catturare il .“nemico”, si era trovato di
fronte ad un nostro ufficiale, il quale,
arrabbiatissimo, mise tutti sull’attenti reclamando a
gran voce spiegazioni.
Chissà perché un aereo italiano volava in tempo di
allarme, senza contrassegni e senza essersi fatto
segnalare. Mistero !
Forse per un soffio e ringraziando l’inefficienza della
contraerea di Pontedera si era evitato un altro
incidente simile, ma in misura più grave, procurato
dalle nostre batterie allorquando abbatterono, nei primi
giorni di guerra, l’aereo di Italo Balbo nel cielo di
Tobruk.
Passarono così altri mesi e le tristi vicende che
travagliavano l’intera umanità, agirono su noi ragazzi
come una catapulta facendoci passare di colpo da un
regno di giochi e di spensieratezza ad una repentina
presa di coscienza di tutti problemi del momento.
Nella primavera del 1943 mi trasferii di casa, con la
famiglia, in Piazza Umberto I° (piazza dell’0spedale,
poi piazza della Repubblica e attuale Piazza Lavagnini),
ma nonostante questo, mantenni sempre i soliti legami di
amicizia con il gruppo degli amici “ingiuesi”.
Per me fu un piccolo trauma, perché avevo sempre abitato
nel paese basso, però mi inserii presto ed alla fine fui
felice di avere un’abitazione in posizione panoramica.
La casa confinava, come attualmente, con il muro di
cinta dell’ospedale; noi alloggiavamo al secondo piano,
mentre al primo abitava la proprietaria e la famiglia
del “Morino”: quest’ultimo gestiva la fiaschetteria
situata al piano terra della casa. Sul dietro avevo un
terrazzo, proprio di fronte alla Fattoria Corsini, e lo
sguardo poteva spaziare fino alle colline di S. Miniato
ed oltre, creando veramente una bella vista. Non lo era
altrettanto il limitrofo giardino del “Sanatorio” che a
quel tempo ospitava persone affette da tubercolosi.
Sul lato destro confinavo con le finestre della famiglia
Tommasoni e del M° Andrea Taviani, mentre in basso era
situato il resto dell’appartamento di David Matteucci
che rispondeva nel suo grande orto-giardino.
David era un buontempone e molto probabilmente doveva
seccarlo l’idea di invecchiare poiché cantava sempre il
ritornello preso in prestito dal “Barbiere di Siviglia”
di Gioacchino Rossini:
Ah, vecchiaia maledetta, sei da tutti disprezzata
In quel periodo abitavano con lui sua figlia e i nipoti
Gaia e Giangiacomo Micheletti, quest’ultimo sempre
immerso nei libri.
Come ho già accennato, dopo un periodo di “rodaggio”,
trovai nella mia nuova sistemazione il piacere della
“scoperta” e la vicinanza dell’Ospedale doveva in
seguito, come vedremo, risultarmi utile nel ritrovare la
casa intatta e con tutta la roba al suo posto, dopo il
periodo dell’emergenza.
In “alto”, intanto, avevano da sbrigare ben altri e più
gravi problemi che il 25 luglio 1943 culminarono con la
caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini.
Ricordo che la mattina del 26 luglio, lunedì, essendo
già terminate le scuole, mi ero trattenuto a letto più
del solito e la mia nonna, che, come tutte le mattine,
andava alla prima Messa nella Chiesa dei Frati, al suo
ritorno mi svegliò e mi disse che era successo qualcosa
di grosso.
Mi alzai in fretta e corsi in Piazza Montanelli dove nel
frattempo si era radunata una piccola folla in attesa
dell’arrivo dell’autobus dalla stazione e, con essa, dei
giornali.
L’edicola era a quel tempo gestita da Alfredo Sabatini
il quale, non appena scaricarono i pacchi, si dette un
gran daffare per aprirli poiché la gente pressava per
avere il quotidiano. Io, nel frattempo, ero sgattaiolato
in prima fila: per fargli accelerare i tempi gli prestai
il temperino che avevo in tasca per tagliare gli spaghi
ed ebbi così LA NAZIONE fresca fresca che annunciava a
caratteri di scatola le “dimissioni” di Mussolini e la
designazione di Badoglio a Capo del Governo.
Scorrendo le pagine del giornale, che tuttora conservo,
comprendevo ben poco di quel grosso terremoto politico
che era avvenuto in Italia e del quale cominciamo solo
ora, a distanza di quasi cinquant’anni, a conoscerne i
retroscena, le manovre, gli inganni e gli intrighi con i
quali la classe politica di quel tempo si distinse, ed
in modo del tutto negativo, di fronte agli occhi del
mondo. Fu un momento molto difficile per il popolo
italiano che stava cadendo dalla padella nella brace.
La vecchia classe dirigente, che fino a ieri aveva
servito volente o nolente il fascismo, cercava ora di
prendere le distanze e i “distinguo” si sprecavano.
I più furbi e forse i più compromessi con il “regime” si
resero introvabili; altri accettarono la nuova realtà
preparandosi a voltar nuovamente gabbana, se il vento
avesse ricominciato a soffiare diversamente. Trovabile,
e come sempre sulla breccia, suo malgrado, era invece la
maggioranza del popolo italiano per il quale si
preparavano giorni d’inferno in quanto veniva odiato
dagli antichi “camerati” tedeschi che si sentivano
traditi e guardato con distacco e forse anche con
disprezzo dagli “alleati” che non si fidavano affatto
dei bei discorsi del Maresciallo Badoglio.
Ma torniamo al 26 luglio. Abituati gli Italiani ad una
dialettica pressoché inesistente per venti anni, nel
leggere ora sul giornale che l’oggetto dei loro pensieri
“non comandava più”, atteggiavano la faccia ad
incredulità, a paura di esprimere qualsiasi giudizio, e
voglia matta di scappare in un luogo appartato per
manifestare, in separata sede, la propria soddisfazione
ed il proprio giubilo per il grande evento. Un pensiero
unico credo che albergasse nella mente di ognuno: la
fine del fascismo era preludio alla fine del conflitto.
Povere illusioni !!
Mio padre lavorava in quel periodo a Firenze allo
stabilimento FIAT, dove venivano montati i motori degli
aerei da bombardamento, i B.R. 20, ed essendo andato via
molto presto col treno, non avevo avuto modo di parlare
con lui dei fatti accaduti. Per tutto il giorno, con mia
madre e mia nonna si stette in apprensione perché
temevamo che in città scoppiassero disordini e quindi
non vedevamo l'ora che arrivasse la sera per poter
riavere fra noi mio padre. Andai sul ponte ad attenderlo
poiché si recava alla stazione in bicicletta. E quale fu
la mia contentezza quando lo vidi apparire dalla curva
di S. Pierino !
Alle mie affannose domande, rispose che a Firenze non
era successo niente di particolare e che tutto si era
svolto, almeno in quel primo giorno di cambiamento della
classe dirigente, in modo abbastanza normale.
Qualcosa avvenne invece a Fucecchio il 28 luglio 1943.
Era giorno di mercato e Piazza Montanelli, dove allora
si svolgeva, era affollata di banchi e di gente. Ad un
certo momento qualcuno cominciò a urlare che la guerra
era finita, scatenando una reazione a catena che si
propagò dappertutto influenzando anche i più apatici.
La consolante espressione “la guerra è finita” da lungo
tempo e fin troppo attesa, era stata finalmente detta.
Purtroppo, poco dopo si rivelò falsa, ma nei primi
istanti di piena euforia le persone non capivano più
niente, tanta era la gioia; le donne piangevano, i
ragazzi ballavano, la sirena della SAFFA (la Bea), che
fino ad allora aveva annunciato soltanto gli allarmi
aerei, cominciò a suonare e gli operai uscirono in
corteo inneggiando alla fine della guerra.
La manifestazione, dapprima pacifica, si trasformò in
rabbia e fu devastata la casa del fascio in piazza
Montanelli; dalle scuole furono asportati e bruciati i
ritratti di Mussolini; stessa sorte toccò alla caserma
Mariani in Piazza dei Caduti.
Mi ricordo che, ad un certo momento, l’avvocato Alberto
Doddoli parlò alla folla per cercare di placare gli
animi, ma questo fatto gli costò il fermo da parte della
polizia con l’accusa di aver fomentato i disordini. Nel
pomeriggio, dopo i fatti incresciosi della mattina, un
reparto dell’esercito prese posizione a Fucecchio per
ristabilire l’ordine e furono operati anche alcuni
arresti.
La gente si era illusa che la caduta del fascismo
volesse dire anche fine della guerra e libertà, ma aveva
fatto i conti senza l’oste, poiché chi aveva in quel
momento in mano le sorti del Paese aveva disposto
diversamente.
Ufficialmente la guerra continuava e sempre di più si
avvicinava a Fucecchio.
Nell’estate 1943 non andavamo certamente al mare o ai
monti, ma nemmeno all’Arno come gli anni precedenti,
poiché avevamo paura che bombardassero il ponte. Già
erano passate altissime molte formazioni di aerei
americani scambiati, chissà perché, per velivoli
giapponesi (forse perché luccicavano al sole e la
fantasia popolare voleva che gli aerei del “sol levante”
fossero argentei).
I tedeschi, da parte loro, avevano già provveduto a fare
dei grossi buchi nelle pigne del nostro ponte per
metterci l’esplosivo nel caso lo avessero dovuto
abbandonare di fronte all’avanzata nemica. Fu in questa
occasione che per la prima volta vidi uno scalpello
pneumatico azionato da un compressore.
In questa estate 1943 dovevo prepararmi per gli esami di
ammissione all’Istituto Tecnico Industriale di Pisa, ma
nonostante l’impegno scolastico non potevo fare a meno
di interessarmi, insieme agli amici del mio gruppo,
delle vicende politiche che maturavano nel nostro Paese.
Piano piano, e quasi senza accorgersene, le
vicissitudini della guerra, la paura, la fame stavano
influendo sulla personalità di noi ragazzi accelerando
quel processo di formazione costante e progressivo che
si manifesta in maniera più o meno sviluppata a seconda
dei periodi in cui esso avviene. Appunto per questo, in
presenza di tali e tanti fatti impensabili per i ragazzi
di oggi, ci ritrovammo con mentalità da adulti pur
avendo soltanto 15 anni..
Il nostro girovagare per le vie di Fucecchio con
l’orecchio sempre teso ad afferrare qualche notizia
sulle tristi vicende del nostro Paese, giornali-radio
ascoltati al Bar Fiore e la preoccupazione che leggevamo
sui volti della gente, costituivano il quadro, in verità
poco edificante, di quei giorni.
Alcune persone anziane, dopo aver sentito i bollettini
di guerra affermavano: “Vangano!”.
Dapprima non afferravamo il senso di questa terminologia
agricola, ma un giorno un. amico mi spiegò che la
battuta “vangano” era riferita alle truppe dell’Asse che
arretravano sempre, come infatti fa il contadino quando
vanga la terra.
Allietate da qualche barzelletta, per le quali noi
Italiani siamo maestri anche in tempi difficili, e
raggelate da cose veramente serie, come la fame che ci
accompagnava dalla mattina alla sera, quando,
finalmente, leggeri leggeri ci coricavamo per non
pensarci più, passavano lentamente le afose giornate di
quell’estate 1943.
Fu proprio in una di quelle giornate che per la prima
volta sentii accelerare i battiti del cuore al passaggio
di una ragazzetta con un bel faccino tondo, qualche
lentiggine sul naso che le conferiva un’aria sbarazzina
e con i capelli raccolti in due trecce che le scendevano
sulle spalle. Facemmo presto amicizia e da quel momento
uscii più frequentemente di casa per trovare il modo di
incontrarla. Era la prima “cotta” ed anche se in seguito
il destino ci portò a percorrere strade diverse, rimase
in me un segno ed un gradito ricordo.
Si approssimava intanto a grandi passi il mese di
settembre, il “settembre ‘43”, ma prima della fine di
Agosto e nonostante vi fossero trattative in corso, gli
“Alleati” regalarono alla disgraziata città di Pisa un
terribile bombardamento che provocò centinaia fra morti
e feriti e distrusse moltissimi edifici da Porta
Fiorentina a Piazza della Stazione, Corso Italia, la
stessa stazione ferroviaria e la relativa strada
ferrata.
Questa incursione terroristica, come tante altre, fu
operata dagli Anglo- Americani (lo sapemmo molti anni
dopo) non tanto per distruggere obiettivi militari, ma
per indurre il governo Badoglio a firmare la resa senza
condizioni.
In questo bombardamento trovarono la morte due nostre
concittadine, le Bongi, madre e figlia, che gestivano un
ristorante nei pressi della Stazione.
Degli enormi danni arrecati dall’incursione alla città,
mi resi conto alcuni giorni più tardi, quando dovetti
recarmi a Pisa per pagare la tassa di iscrizione agli
esami di ammissione che dovevo sostenere verso la fine
di settembre. Il treno non poteva entrare in stazione
devastata dalle bombe e doveva necessariamente fermarsi
molto prima per sbarcare i viaggiatori, i quali dovevano
poi raggiungere a piedi il centro cittadino.
Anch’io dovetti fare questa manovra e quando giunsi in
piazza della Stazione uno spettacolo terrificante si
presentò ai miei occhi: dappertutto macerie, un’auto
bruciata, un cavallo sventrato ed un gran puzzo di
cadaveri che stagnava per l’aria.
C’erano alcune squadre dell’Esercito che gettavano calce
sulle macerie, sui rifugi crollati dove ormai non c’era
più speranza di trovare in vita qualcuno. Le rare
persone che passavano venivano invitate a fare in fretta
e a mettere fazzoletti bagnati alle vie respiratorie per
sentire il meno possibile il fetore che emanava dalle
rovine.
Mentre all’inizio di Corso Italia “scalavo” le macerie
che ancora la ostruivano, un tubo del gas si ruppe e
subito l’aria diventò irrespirabile. Alla meglio riuscii
a guadagnare la fine del Corso e passai il Ponte di
Mezzo. Sembrava di entrare in un altro mondo; in Borgo
Stretto alcune botteghe erano addirittura aperte ed
entrai da Salza a bere un bicchierino e a mangiare una
pasta (di farina dolce).
La segreteria della scuola, posta invia Contessa Matilde
fuori Porta a Lucca, dove tuttora si trova, era aperta,
ma trovai solo gente spaurita sempre con l’orecchio teso
ad ogni minimo segnale di allarme e che non vedeva l’ora
di poter scappare dalla città per raggiungere la
campagna.
Sbrigai in fretta le mie pratiche, per altra via
raggiunsi il treno e, finalmente, casa mia.
Nei nostri piccoli centri, che già si stavano riempiendo
di sfollati da Pisa e Livorno, respiravamo un clima più
tranquillo sempre però rapportato alle peggiori
condizioni in cui si trovavano gli abitanti delle grandi
città.
Ma venne l’8 settembre e per la seconda volta ci
illudemmo che la guerra fosse davvero finita. La gente
scese nelle strade per manifestare il proprio tripudio
ed alla sera alcune case, in barba all’ancora vigente
oscuramento, misero fuori dalle finestre le stecche con
le lampadine che nell’anteguerra erano servite in
occasione della Festa Patronale e per altre processioni.
In Piazza Montanelli fu acceso un falò per inneggiare
alla fine della guerra. Anche questa parentesi,
purtroppo, si chiuse molto presto e per il nostro Paese
si stava avvicinando il periodo più nero della sua
storia.
L’8 settembre segnava non la fine della guerra da noi
tutti sperata, ma l’inizio, dopo la fuga del governo
“legale”, della guerra civile, delle repressioni
naziste, della lotta casa per casa su tutto il
territorio nazionale.
A poco a poco si spensero le illusioni e le speranze.
Radio Londra, da noi ancora ascoltata liberamente al Bar
Fiore, annunciò la resa dell’Italia dicendo che la
flotta italiana si era rifugiata a Malta e che aveva
subito nel corso del suo trasferimento, “solo” la
perdita della corazzata “Roma”. Questo “solo” del
commentatore di Radio Londra ci fece rabbia e lo
trattammo di “bischero”, poiché la perdita di questa
nostra bella nave era costata la vita del suo comandante
e di centinaia di uomini dell’equipaggio.
Ragionando un po’ sopra le vicende degli ultimi giorni,
concludevamo che gli ”Alleati” per accelerare la fine
della guerra, ora che l’Italia era passata dalla loro
parte, avrebbero potuto operare sbarchi in più punti e
tagliare così la penisola a strisce per impedire ai
tedeschi di ritirarsi oltre le Alpi.
Ogni giorno andavamo sul Poggio Salamartano per sentire
se dalla parte di Livorno giungessero rumori di scoppi,
preludio, questi, al tanto sospirato sbarco alleato.
Poveri noi! A tante speranze da parte di una popolazione
ormai stremata da tre anni di guerra, facevano riscontro
i piani del comando Anglo-Americano il quale aveva
relegato il fronte italiano a zona di secondaria
importanza. Pertanto non sarebbero sbarcati né a Livorno
né a Genova, bensì a Salerno, dando così modo ai
tedeschi, che in quel frangente si dimostrarono più
tempisti dei loro avversari, di scendere in forze dal
Brennero e costringere gli alleati a segnare il passo.
In quei giorni quasi tutte le mattine andavo con la SITA
a Montecalvoli da un professore di matematica sfollato
da Pontedera, il quale mi preparava per gli esami di
ammissione all’Istituto Tecnico Industriale di Pisa e,
non appena terminata la mia lezione, scendevo a piedi a
Montecalvoli Basso per aspettare la corriera e ritornare
a casa.
Se non vado errato, era il 9 o 10 settembre 1943 e
l’autobus di Tocchino, proveniente da Livorno, che
doveva giungere verso le 11, non arrivava in nessun
modo; mentre ragionavamo sul da farsi insieme ad altre
persone, dalla parte di Pontedera vedemmo arrivare
gruppi di nostri soldati. Alcuni erano in divisa ed
altri in borghese, senza armi e con una gran voglia di
far presto.
Domandammo loro che cosa era successo e qualcuno
raccontò che i tedeschi erano entrati nelle caserme di
Pisa, li avevano disarmati intimorendoli a tal punto da
costringerli al momento propizio a squagliarsela verso i
rispettivi paesi di origine. Qualche anno più tardi
vedemmo scene di questo tipo nel bellissimo film
interpretato, da Alberto Sordi “Tutti a casa”.
Per assopire un po’ la fame, mangiai un po’ di. galletta
che un signore molto gentilmente mi offrì e finalmente
verso le tre del pomeriggio giunse l’autobus e Tocchino
raccontò che anche a Livorno i tedeschi avevano
disarmato i nostri reparti, lasciati nel più completo
abbandono dalla codardia degli alti comandi.
Era lo sfacelo del nostro esercito, che solo in alcuni
casi salvò il proprio onore per iniziative personali di
qualche eroico ufficiale o sottufficiale i quali con i
propri uomini combatterono duramente contro i tedeschi.
Anche questa giornata. di settembre passò aumentando in
me i timori per un futuro peggiore. Il mattino seguente,
trovandomi in Piazza Montanelli molto presto, vidi
giungere dalla Via di Santa Croce in un nuvolone di
polvere (di asfalto nelle strade ne era rimasto ben
poco), una camionetta dell’Esercito Italiano con
l’autista ed un Tenente che gli sedeva al fianco, mentre
nel cassoncino stavano alcuni soldati stanchi e
letteralmente coperti di polvere.
Il Tenente, sceso dalla macchina, si rivolse ad alcune
persone come me presenti in piazza, domandando concitato
dove poteva trovare un telefono. Dopo averci pensato
sopra, credemmo opportuno di indirizzarlo all’Ufficio
Postale che in quel tempo era situato in Via Farini e
gestito da Castria. L’ufficiale a questo punto ebbe un
attimo di esitazione e disse:
“Mah ! Non ho più tempo” e ringraziando ordinò di
ripartire.
La camionetta si diresse alla volta di Empoli e sparì in
un nuvolone di polvere, così come era arrivata. Io non
seppi come andò a finire l’avventura di questi nostri
soldati; fatto sta che di lì a poco passarono alcuni
motociclisti tedeschi, ed anche loro si indirizzarono
alla volta di Empoli.
Un altro episodio dell’ ”8 Settembre” al quale
partecipai, da osservatore ben s’intende, si svolse una
domenica mattina, successiva alla firma dell’armistizio.
Poco dopo le 11, al momento che uscivamo dalla Messa
ascoltata nella Chiesa delle Vedute, transitò una
colonna di camion italiani della divisione “Pistoia”,
ancora verniciati di giallo perché provenienti
dall’Africa, guidati da militari nostri, ma guardati da
militari tedeschi in pieno assetto di guerra. Questi
“mezzi” erano stati requisiti, ed infatti, in testa alla
lunga teoria di camion, vi era un carro cingolato con la
croce nera nazista; altri militari tedeschi erano
scaglionati in altri punti della colonna. Quest’ultima,
forse diretta a Montecatini, si infilò in “su fossi”, ma
a questo punto avvenne un fatto strano. Alcuni mezzi
deviarono dall’edicola per Via Farmi e qui rimasero
imbottigliati, data la strettezza della strada.
Dall’ultimo camion (ricordo che era uno SPA) si affacciò
il militare italiano che lo guidava il quale, non avendo
a bordo nessun tedesco, chiese a gran voce alla gente
accorsa come poteva fare per sfuggire alla sicura
prigionia.
Subito alcuni fucecchiesi tolsero la catena fra i due
capitelli di fronte all’attuale Farmacia Serafini
(allora Montanelli) e fu detto al soldato di fare marcia
indietro. Se non vado errato un nostro concittadino, il
Bisbi, salì sul predellino del camion e “guidò” il
militare verso la Via di Sotto Poggio, la Via del Padule
e .......... la salvezza.
Subito le gente si accorse di aver osato troppo e in
poco tempo la piazza fu sgombra, poiché i tedeschi,
accortisi di essere stati gabbati, si misero in caccia.
Fioccarono, sì, i comandi gutturali dei sottufficiali
nazisti, comandi che in seguito ebbero modo di conoscere
tanti nostri poveri concittadini arrestati, deportati o
fucilati, ma al momento la cosa finì lì.
Fra la fine di settembre e i primi di ottobre 1943
dovetti affrontare gli esami di ammissione all’Istituto
Tecnico Industriale di Pisa. A seguito dei bombardamenti
fattisi più frequenti e per maggior sicurezza di
insegnanti ed allievi, le aule d’esame erano state
trasferite presso la Certosa di Calci e fu proprio tra
le mura di quel meraviglioso Monastero che ci recammo a
compiere la nostra fatica.
Andavamo con il treno fino a Navacchio e dopo, fatti
diversi chilometri a piedi, giungevamo alla Certosa. Qui
ci aspettavano i professori i quali, un po’ per la
paura, un po’ considerando i sacrifici che dovevamo fare
per raggiungerli, si dimostravano ben disposti nei
nostri confronti e ci aiutavano in tutti i modi.
Il pomeriggio, dopo aver consumato un frugalissimo pasto
che ci portavamo da casa, ce ne ritornavamo presso la
stazione e, con il treno, finalmente a Fucecchio.
Durammo così una decina di giorni, ed uno di questi,
mentre mi interrogavano in matematica, ci godemmo il
triste spettacolo di un nuovo bombardamento di Pisa.
Come Dio volle anche gli esami finirono, e fui promosso
alla prima classe dell’Istituto Tecnico Industriale
Aeronautico. L’inizio dell’anno scolastico non tardò ad
arrivare, ma per noi studenti che abitavamo fuori Pisa
ere impensabile un’assidua frequenza alle lezioni e
quindi ci apprestammo a studiare a casa in privato per
poi, alla fine dell’anno, dare nuovamente gli esami.
Nel novembre ‘43, mentre Piazza XX Settembre era gremita
di “baracconi” e di gente per l’annuale fiera, una
formazione di aerei americani sorvolò a bassa quota
Fucecchio con grande paura di tutti e andò a sganciare
il proprio carico di morte sul ponte di Castelfranco e
dintorni, provocando diverse vittime e danni.
Si avvicinava intanto il Natale e la guerra si stava
pericolosamente spostando verso di noi. Non passava
giorno che le formazioni da bombardamento
anglo—americane solcassero il cielo delle nostra Toscana
con incursioni sempre più vicine al mio paese. Il
secondo giorno di Natale, verso il tocco, stavo
terminando di desinare (allora non erano pranzi e si
finiva molto presto), quando la mia attenzione fu
attratta da un rombo potente di motori; andai sul
terrazzo, situato nella parte posteriore della mia casa
di allora che guardava le torri della Fattoria Corsini,
per vedere cosa stava succedendo. In quel momento suonò
l’allarme aereo ed i miei familiari si apprestarono a
lasciare la casa per fuggire verso i campi; io invece
rimasi sul terrazzo nonostante le loro insistenze,
poiché volevo guardare di che tipo erano gli aerei in
arrivo.
Di lì o poco dalle parte di Pisa apparve una grossa
formazione di “B 26 Marauder” ad una quota molto bassa,
cosa questa abbastanza insolita, e con direzione
Firenze. L’urlo dei motori non si era ancora sopito che
un lugubre rimbombo solcò l’aria. La terra tremò e non
ci volle tanto a capire che gli aerei’ avevano sganciato
molto vicino a noi. Empoli infatti era stato il
bersaglio degli americani ed il loro passaggio fu
segnato da gravi lutti e rovine. Per tutto il pomeriggio
fu un gran via vai di mezzi che scaricavano feriti al
nostro Ospedale, dato che quello di Empoli non ce la
faceva più a riceverne, e nel nostro animo fu per sempre
cancellato quel poco di festa e di serenità. che la
giornata, bene o male, all’inizio aveva infuso in tutti
noi.
Da quel momento la paura prese la popolazione in una
misura maggiore, poiché non era più la guerra lontana
dei resoconti dei giornali, della radio o dei soldati in
licenza, bensì ce la trovavamo alla porta di casa,
nell’area del nostro paese.
Il pensiero andava in special modo, in quei giorni che
avrebbero dovuto essere di festa, alle povere famiglie
colpite negli affetti più cari ed in cuor nostro
albergava un solo pensiero fisso e costante: la fine
della guerra.
Iniziò tristemente il 1944 ed io continuavo a studiare,
con qualche rara scappata a Pisa con l’unico mezzo
allora a disposizione, cioè la bicicletta, poiché i
treni non funzionavano più a causa dei frequenti
bombardamenti. Andavo alle scuola per informarmi sui
programmi e sull’andamento in verità molto precario
dell’anno scolastico e con i miei compagni studiavamo un
po' alla meglio fra un allarme aereo e l’altro.
Frequenti si erano fatte in quel periodo le incursioni
da parte degli aerei americani, i quali prendevano di
mira i ponti sull’Arno; i caccia bombardieri P/47
THUNTDERBOLT sganciavano le loro bombe anche in
prossimità del nostro ponte, senza peraltro colpirlo.
Gli ordigni cadevano o sulla spiaggia vicino a San
Pierino o in Ponzano, oppure nei campi, ma sempre molto
lontani dall’obiettivo.
Un giorno però caddero in paese, nel giardino della
fattoria Bombicci, dove ora si trova, il Teatro
Excelsior, con grande paura degli abitanti delle case
limitrofe. La fantasia popolare, che in quei giorni
lavorava molto, attribuiva gli errori dei caccia
bombardieri ai loro piloti che sarebbero stati in
allenamento ed il nostro ponte serviva da “test”. Fatto
sta che ogni giorno eravamo sotto pressione e ad orari
precisi i quattro caccia bombardieri arrivavano
puntualmente si Fucecchio, facendo la loro picchiata
dalla parte di Montellori e sganciando le bombe in
direzione del ponte verso San Pierino.
L’inverno 1944 stava finendo ed un pomeriggio di quell’inizio
di primavera, mentre seguivamo con la testa in sù il
passaggio ad alta quota di una formazione di bombardieri
che andavano a portare il loro carico di morte verso
l’interno della Toscana, vedemmo un oggetto luccicante
staccarsi dalla formazione stessa e sul principio
pensammo ad una bomba. Ci accorgemmo invece che era una
cosa più leggera che fluttuava per l’aria, cadendo non
troppo in fretta. Con lo sguardo seguimmo la traiettoria
ed il “coso” finì a San Pierino in un campo vicina alle
vecchia Chiesa ubicata sulla strada provinciale per la
stazione e della quale ora non rimane più niente.
Molta gente aveva visto quel “qualcosa” cadere e
pertanto quando arrivammo sul posto una piccola folla
stava intorno all’oggetto che non tardammo ad
identificare per un serbatoio supplementare, sganciato
forse da un caccia di scorta alla formazione (i caccia
infatti per aumentare la loro autonomia utilizzavano i
serbatoi supplementari per il carburante, dei quali si
liberavano non appena vuoti).
Siccome i miei studi vertevano proprio su quegli
argomenti, insieme agli amici interessati come me alle
caratteristiche dei materiali, ci mettemmo ad esaminare
il serbatoio il quale, pur essendo caduto da grande
altezza, si era per poco deformato. La lamiera aveva uno
spessore leggero e sembrava alluminio, mentre invece era
di acciaio speciale e resistentissimo che al momento noi
in Italia non ci sognavamo neppure. Anche la retina di
ottone che serviva da filtro per la benzina era di una
tenacità a tutta prova. Come potevamo far fronte al
grande potenziale bellico americano proprio non saprei e
gli effetti non tardarono a farsi vedere con le
conseguenze che tutti sappiamo.
Con il passar del tempo noi, non più ragazzi, ci
interessavamo sempre e con maggior erudizione delle cose
che ci circondavano, compresa la situazione bellica che
andava deteriorandosi giorno dopo giorno. Il nostro
quotidiano appuntamento avveniva sulle sedie di vimini
del Bar Fiore sotto la tenda e senza prendere mai
niente, perché non potevamo spendere i soldi nei vizi,
tanto è vero che il buon Fiore ogni tanto veniva a
dirci:
- Cari ragazzi, voi siete dei gran consumatori, ma di
seggiole !
Così facevamo una bella risata e per un istante
dimenticavamo i nostri guai.
Dal luglio ‘43 frequentava il bar Fiore anche un
tunisino con suo figlio, un po’ più piccolo di noi e
facemmo presto amicizia. Abitavano, mi sembra, in una
casa al Roccone e si sussurrava, fra i se e i ma, che
questo tunisino ora stato portato in Italia dopo la
ritirata delle nostre truppe dal Nord Africa per parlare
in lingua araba nelle trasmissioni dedicate alle
popolazioni delle terre che avevamo da poco abbandonate.
Non so se questo sia vero oppure no, comunque il
“personaggio”, che forse molti fucecchiesi ricorderanno,
era un signore molto educato e compìto ed anche al bar
si dilettava a scrivere, naturalmente in lingua araba,
in un grosso volume rilegato in cuoio, che portava
sempre con sé. A noi giovani destò meraviglia ed
apprendemmo per la prima volta che il sistema di
scrittura arabo va da destra a sinistra. Di questo
tunisino e di suo figlio perdemmo le tracce dopo il
passaggio del fronte.
* * *
Man mano che la bella stagione avanzava, si
intensificarono gli allarmi aerei e le incursioni dei
cacciabombardieri alleati, con mitragliamenti nella
nostra zona ed in tutta la Toscana. Le rare volte che io
e i miei compagni andavamo a Pisa in bicicletta alla
scuola, passando sotto monte, cioè da Uliveto, Caprona
ecc., dovevamo a più riprese lasciare nelle strade il
cavallo d’acciaio e gettarci nelle fosse onde evitare di
essere mitragliati dai caccia che scendevano in
picchiata su qualunque cosa si muovesse nel loro raggio
di azione. Grande paura e soprattutto grandi
preoccupazioni per i nostri genitori che a casa,
sapendoci esposti a così gravi pericoli, trepidavano ed
attendevano minuto per minuto l’ora del nostro ritorno.
Il mercoledì del 7 giugno 1944, giorno di mercato a
Fucecchio (allora si svolgeva in Piazza Montanelli),
mentre la gente era indaffarata intorno ai banchi ed
anche noi ragazzi eravamo a bighellonare a caccia di
notizie, improvvisamente e senza che fosse stato il
segnale d’allarme, uno SPITFIRE passò bassissimo sul
paese e poco dopo udimmo le sue mitragliatrici “cantare”
in direzione della Ferruzza. Impauriti ci gettammo nel
più vicino portone ed io ricordo di essere entrato nella
Calzoleria del Moretti. Passato l’attimo di
sbigottimento, insieme ad altre persone partimmo alla
volta della Ferruzza per andare a vedere che cos’era
successo e man mano che ci avvicinavamo al luogo del
mitragliamento un fumo sempre più acre avvolgeva l’aria.
Era la LANCIA AUGUSTA di Agostino Bartolesi che stava
bruciando essendo stata raggiunta da una raffica in
prossimità del ponte di Bearello (oggi scomparso). Lo
sfortunato nostro compaesano era mezzo morto dalla
paura, ma nonostante il grande dispiacere per la perdita
della preziosa macchina in cuor suo era contento per lo
scampato pericolo. Intorno alla Lancia, che intanto
finiva di bruciare, si era formato un capannello di
gente e fra tutto que1 parlare venne fuori che il
Bartolesi era incappato in un pilota “buono”, poiché
prima lo sorvolò a bassa quota e forse notando che non
si trattava di un’auto non militare “concesse" che
l’autista si mettesse in salvo prima di dare il colpo di
grazia alla macchina. Noi amici ricercammo nei dintorni
ed infatti trovammo diversi bossoli di mitragliatrice ed
alcuni proiettili conficcati nel terreno.
Ogni occasione insomma era buona per farci respirare
quell’atmosfera di suspence che ci rendeva in ogni
momento partecipi del grave momento bellico del quale
tutti o quasi nella stessa misura subivamo nostro
malgrado le più amare conseguenze.
I tedeschi man mano che il fronte si avvicinava ci
“onoravano" di una loro sempre più massiccia presenza in
paese.
Ospitavamo reparti della “Herman Goering” i quali si
erano installati un po’ dappertutto, in special modo
alla Fattoria Corsini ed io, dal terrazzo ubicato
posteriormente alla casa dove allora abitavo in Piazza
Umberto I°, notavo i loro movimenti. Molte volte quando
i cacciabombardieri americani picchiavano per sganciare
le loro bombe sul nostro ponte, alcuni militari tiravano
loro raffiche di mitra senza peraltro colpirli, ma
questo fatto mi preoccupava poiché avevo paura che gli
aerei, individuata la fonte degli spari, dirigessero il
fuoco contro di loro, con grave pericolo per noi che
eravamo casi vicini alla fattoria Corsini. I tedeschi
avevano anche installata una mitragliera contraerea in
Montellori che disturbava non poco i cacciabombardieri
nelle loro picchiate sul nostro ponte.
L’anno scolastico era terminato, eravamo ormai in
estate, quella che doveva per noi diventare “La lunga
estate del ‘44”, l’estate dell’emergenza e della
liberazione.
Nei primi giorni di giugno Roma era stata liberata dagli
alleati ed i tedeschi si ritiravano verso il nord con
tutti i mezzi a loro disposizione. Camion e macchine di
tutte le nazionalità, cavalli, soldati a piedi che in
grosse colonne intasavano l’antica Via Francigena che
dalla capitale porta al nord passando appunto dal centro
di Fucecchio..
Ricordo che una domenica pomeriggio, mentre assistevamo
al passaggio di una lunga teoria di cavalli che
trainavano ogni sorta di materiale bellico, un gruppo di
questi quadrupedi evidentemente razziati si bloccò e ,
nonostante le sollecitazioni e le urla dei soldati non
intendevano più muoversi. Erano cavalli “italiani” i
quali ovviamente non capivano il tedesco e ci vollero
due parole ed uno schiocco di frusta di GREGORIO per
farli rimettere in moto.
Durante il passaggio della colonna suonarono le sirene
per l’allarme aereo e tutti scappammo verso la campagna.
I tedeschi si mimetizzarono alla meglio sotto i tetti
delle case per non farsi notare dai piloti americani, ma
per fortuna quel giorno non ricevemmo loro visite.
Il luglio di quell’anno cadeva di domenica e mia madre,
come di consueto, era andata alla Messa nella Chiesa
delle Monache. Io quel giorno mi ero trattenuto in casa
e quando suonò l’allarme aereo mi precipitai sul
terrazzo per appostarmi in osservatorio e aspettare
l’arrivo quasi certo degli aerei americani. Come si vede
a tutto si fa l’abitudine e quello che oggi può sembrare
paradossale, era allora normale routine aspettare
addirittura gli aerei che portavano la morte.... era
davvero grossa, comunque era così.
I caccia bombardieri non si fecero attendere poiché
anche allora noi italiani brillavamo per il disservizio
non avendo mezzi adeguati per “sentire” gli aerei in
tempo utile. Infatti a Fucecchio suonava l’allarme
quando i velivoli provenienti dalla Sardegna erano già
su Santa Croce. In ogni modo quella mattina gli alleati
volevano farla finita una volta per tutte con il nostro
bel ponte. Vennero in otto a differenza delle altre
volte che venivano sempre in quattro. Mentre alcuni si
gettarono a capofitto contro le mitragliere di
Montellori facendole tacere, i rimanenti si avventarono
sul ponte centrandolo in pieno, tanto che di esso
rimasero in piedi solo mozziconi sbruciacchiati delle
pigne. Il ponte, orgoglio della nostra cittadina, non
esisteva più !
Quando ritornò dalla messa, mia madre raccontò che la
Chiesa delle Monache aveva tremato per le esplosioni
delle bombe, ma nonostante la grande paura nessuno si
mosse. Il sacerdote don Marradi (il Nanetto per i
fucecchiesi), che celebrava la Messa al momento del
bombardamento non batté ciglio e solo all’ ”Ite Missa
est” aggiunse: “Vi annuncio che finalmente il ponte è
stato distrutto”.
Queste parole, che pure rappresentavano una nota amara,
si inserivano molto bene in quel momento di incubi,
poiché credemmo che da allora in avanti avremmo vissuto
senza i quotidiani appuntamenti con gli aerei americani
e le loro bombe C’era invece da passare il periodo
peggiore, cioè l’emergenza.
Da un po’ di tempo si erano trasferiti in casa mia
“sfollati” dal paese basso: mio zio Alberto Pellegrini
con mia zia Leontina, poiché le loro abitazione, situata
in via Nazario Sauro sopra la macelleria di TELLE non
gli dava garanzia di sicurezza, essendo molto prossima
al quadrivio. La Piazza dell’Ospedale era invece
ritenuta più sicura, in quanto sui tetti del S. Pietro
Igneo erano state dipinte grosse croci rosse con la
speranza che chi di dovere ne tenesse debito conto.
Queste regole però nel corso della guerra non furono
correttamente rispettate dalle parti in conflitto ed in
molti casi anche gli ospedali furono rasi al suolo dagli
eventi bellici. Per nostra fortuna non fu il caso di
Fucecchio.
Una mattina mio padre, mio zio ed io uscimmo di casa per
andare in Piazza Montanelli a comprare il giornale.
Giunti però in Piazza dei Caduti, improvvisamente una
donna che veniva da Via Donateschi tutta trafelata urlò
di scappare perché i tedeschi “prendevano gli uomini”.
Noi facemmo immediatamente dietro front per riguadagnare
l’uscio di casa tra un fuggi fuggi generale. Ironia
della sorte, però, ci imbattemmo con nostra grande paura
in un soldato tedesco, il quale non si sognava
minimamente di “rastrellare” la gente, ma guardava
pigramente le poche cose esposte nella vetrina del
negozio di Faustina in via S. Giovanni.
L’impressione fu comunque per noi grande e con il fiato
mozzo finalmente raggiungemmo la nostra casa chiudendo
con cura la porta con i paletti e restando in attesa
degli eventi. Intanto la “retata” fruttava ai tedeschi
tanti nostri poveri concittadini, che vennero rinchiusi
nel frantoio della Fattoria Corsini.
Ricordo che furono presi, fra gli altri, alcuni miei
amici: Ottavio Banti e suo cugino Ulisse, il mio
compagno di scuola Cappelletti; io li notavo aggrappati
alle sbarre delle finestre del frantoio stando sotto le
persiane di casa mia, che avevo abbassate per non far
notare movimenti sospetti dietro di esse.
Questa giornata fu una delle più brutte di tutto il
periodo bellico, poiché i tedeschi cominciavano a fare
sul serio in fatto di repressioni antitaliane e questa
retata sembra la giustificassero, in seguito, come
ritorsione perché “qualcuno” aveva fatto loro un
attentato.
Ma veniamo alla cronaca della giornata. Non appena. in
casa, con i miei ci demmo da fare per nasconderci il
meglio possibile e non essere presi in trappola, almeno
per quanto riguardava noi “uomini”. Pensammo alla
soffitta, verso la quale si eccedeva da una porta, che,
camuffata sapientemente, sarebbe forse passata
inosservata anche alle più attente ricerche dei tedeschi
Così facemmo, e non appena che io, mio padre e mio zio
avemmo chiuso la porta, le donne rimaste nella stanza
adiacente, cioè mia madre, mia nonna e mia zia,
appoggiarono in corrispondenza della porta di accesso
alla soffitta un armadio per nascondere la porta stessa.
Ma siccome il diavolo ci mise la coda, mentre spostavano
l’armadio, che fra parentesi era molto pesante, le
povere donne ruppero un piede dello stesso, sicché il
mobile si mise a dondolare. Dietro l’uscio della
soffitta noi non potevamo aiutarle gran che e quindi
dovettero arrangiarsi alla meglio, per risistemare
l’equilibrio e come Dio volle l’occultamento della porta
avvenne senza altri intoppi.
Affacciandomi all’abbaino della soffitta con
circospezione vidi i soldati tedeschi nella piazza che
picchiavano con il calcio dei fucili sulla porta
dell’Ospedale, che molto prudentemente il personale
aveva provveduto a chiudere. Infatti molti uomini si
erano rifugiati nelle corsie, confondendosi con i veri
ammalati e con gli infermieri.
Le scene che potevo seguire dal mio “osservatorio” le
avremmo viste poi nel corso degli anni in tanti film;
calci di fucile in azione sulle porte, ordini secchi e
gutturali di stile teutonico gettati ai quattro venti
dai solerti sottufficiali della “Goering”, la divisione
tedesca che in quella “estate ‘44” calpestava il suolo
fucecchiese. Alla fine entrarono in ospedale, ma forse
paghi della retata non insistettero oltre e verso sera
con circospezione uscimmo dal nostro rifugio per
mangiare qualcosa. Dimenticavo di dire che verso
mezzogiorno ci fu anche un bombardamento di bimotori
americani sui depositi di carburante e materiali vari
che i tedeschi avevano allestiti nei boschi di Poggio
Adorno e mentre gli aerei ci passavano bassi sulla testa
udii mio padre mormorare:
“Che sgancino pure, così la facciamo finita in questo
inferno!”
Io non potevo essere ovviamente d’accordo su questa
soluzione finale, poiché la gioventù in qualsiasi
momento ha il sopravvento e sovrasta le avversità stando
magari in ponte fra l’incoscienza ed il desiderio di
vivere.
La vicenda delle ”retate” ci portò in famiglia ad
esaminare l’opportunità di andare per un po’ via dal
paese, almeno gli “uomini”, e fu così che io, mio padre
e mio zio andammo ospiti de un contadino che aveva la
casa in una collina sopra Gavena.
La nostra, però, fu una sistemazione molto precaria,
poiché mia madre o mia nonna dovevano venire a troverci
facendo l’intero percorso a piedi passando da Via delle
Fornaci, Casa del Vento e via di seguito, allo scopo di
rifornirci delle cose di cui avevamo bisogno, non
volendo approfittare in tutto della gentilezza di chi ci
ospitava.
Passarono altri giorni ed uno di questi mi feci coraggio
e ritornai in paese per rivedere la mia casa. Scesi
anche in Piazza Montanelli, che trovai pressoché deserta
e mi prese un senso di tristezza tale da farmi pentire
di essere ritornato a Fucecchio. A questo punto in
famiglia prendemmo la decisione di sfollare tutti e
definitivamente; prese le cose che ritenemmo più
importanti, chiudemmo casa.
Anche come sfollati correvamo dei pericoli, poiché i
tedeschi erano dappertutto. Io e mio padre rischiammo
più volte di essere presi. Una prima volta ci salvò
l’intervento di una donna, che tempestivamente ci
avverti della retata, ma dovemmo pernottare in bosco fra
la paura e le zanzare che ci pinzavano in tutte
le parti del corpo. Io per giunta, oltre ad essere poco
vestito, essendo nella stagione estiva, portavo i
pantaloni corti per sembrare ancora più giovane della
mia etè reale. Questo in altre occasioni mi era servito,
perché i tedeschi domandavano a mia madre:
- Quanti anni avere tuo figlio?.
- Tredici! - rispondeva lei, mentre invece ne avevo
sedici. I soldati scuotevano la testa e dicevano:
- Gli italiani o troppo giovani o troppo vecchi per fare
la guerra.
Un’altra volta i tedeschi mi presero per davvero, allo
scopo di aiutarli a “razziare” galline che il contadino
teneva allo “scianto” proprio per impedire a chi non era
pratico di acchiapparle. Figuriamoci se le galline si
lasciavano prendere de me! In ogni modo ero in ballo e
dovevo ballare; finsi quindi di accondiscendere alle
richieste del soldato, ma al momento che lui si
distrasse un po’ mi gettai a capofitto nel bosco e corsi
finché ebbi fiato. Riconobbi poi di aver fatto una
grande scemenza, poiché non pensai alle conseguenze del
mio gesto; ma ormai era tardi e non potevo più tornare
indietro. Mi sdraiai nel folto della macchia, cercando
di fasciare alla meglio i piedi e le gambe graffiate dai
rovi, poiché per fare più in fretta avevo tolto gli
zoccoli viaggiando scalzo fra gli arbusti. In quella
posizione, sdraiato, mentre ammiravo il bel cielo
azzurro di fine luglio, improvvisamente una lepre passò
vicinissima, si fermò un attimo per niente impaurita
dalla mia presenza e, dopo un po’, leggera leggera
scomparve nella folta vegetazione.
Quella vista mi inebriò, sia perché voglio molto bene
agli animali, sia perché in quel momento molto
particolare la natura mi dimostrò che, nonostante tutto,
in qualsiasi circostanza ed a dispetto degli uomini che
si fanno la guerra, segue il suo corso regolare così
com’è sempre stato fin dagli albori della vita sul
nostro pianeta.
Dopo questa avventura iniziammo la costruzione di un
rifugio nel bosco dei Bulleri. Al nostro se ne
aggiunsero poi altri, finché formammo una piccola
comunità di sfollati. Le giornate passavano ed. il
fronte si avvicinava. Una mattina ci alzammo e
constatammo che la torre sulla rocca di San Miniato non
c’era più. I tedeschi si erano ritirati al di qua
dell’Arno, facendo saltare tutte le opere che a loro
parere potevano servire agli scopi bellici degli
alleati. Da quel momento iniziò il periodo
dell’emergenza vero e proprio con l’arrivo delle prime
cannonate da parte degli anglo-americani.
I tedeschi non avevano quasi più niente e si cibavano
con le pesche che abbondavano nei campi costeggianti
l’Arno; i loro ranci si erano fatti talmente rari che
passavano giorni e giorni senza che vedessimo il solito
sidecar recapitare il magro pasto ai poveri soldati
affamati.
Le cannonate si erano frattanto moltiplicate, non ci
davano tregua e passavamo molte ore ai giorno rintanati
nei rifugi entro i quali sentivamo lo spostamento d’aria
dei proiettili esplosi gravare sui nostri stomaci come
tante presse.
Anche i viveri scarseggiavano, l’acqua in special modo;
trovandoci in collina non era molta, poiché di pozzi,
non ve ne erano e dovevamo attingerla da una vecchia
cisterna di acqua piovana con pericolo di contrarre
malattie infettive, essendo un’estate molto calda e con
assoluta mancanza di precipitazioni piovose.
Un giorno ci giunse notizia che una cannonata aveva
ucciso una bestia che un contadino teneva nascosta nel
bosco per non farsela razziare dai tedeschi e che al
momento stava vendendo la carne a tutti i “poveri
affamati” che affollavano i poggi ed i boschi della
nostra zona. Anche mio padre andò ad acquistarne un bel
pezzo al quale tutti facemmo una gran festa, poiché era
molto tempo che non ne vedevamo e la fame, quella vera,
è brutta, molto brutta!
Quando le cannonate o gli aerei da ricognizione alleati
ce lo permettevano, tutti concorrevano alla preparazione
dei pasti quotidiani, chi in un modo, chi nell’altro. Le
donne si davano da fare per procurare la legna da
ardere, gli uomini accumulavano il grano od i fagioli
sull’aia per poi procedere, con il “correggiato”, alla
relativa “battitura”, noi ragazzi davamo una mano un po’
a tutti.
Ma la funzione più impellente ed importante era
riservata alla macinatura del grano. Non avendo mulini
nelle vicinanze del nostro luogo di accampamento ed
essendosi esaurite le scorte di farina, dovevamo
necessariamente ricorrere ai vecchi e gloriosi macinini
da caffè, funzionanti ovviamente a mano. Eravamo tutti
impegnati in questa “faccenda” ed a turno facevamo
girare la piccola manovella fino a che il braccio aveva
forza.
In quel momento il “macinino” era la nostra macchina
della sopravvivenza!
Dopo diversi giorni di intenso lavoro, il perno centrale
del mio “mulino” aveva talmente allargato il suo
alloggiamento che per un momento tememmo di non poterlo
più adoperare. Invece mio padre, con mezzi di fortuna,
ricostruì il pezzo consumato e potemmo quindi continuare
le nostre brave macinate.
Quando accendevamo il forno della casa colonica che ci
ospitava per cuocere il pane o altra roba, il fumo che
usciva dal camino stuzzicava gli americani che ci
scaricavano addosso una gragnola di colpi forse pensando
che quel tenue segno di vita significasse la presenza di
soldati tedeschi.
Nelle notti stellate, quando tacevano le artiglierie,
udivamo in prossimità dell’Arno il crepitare delle
mitragliatrici, segno questo che le pattuglie “alleate”
e tedesche si scambiavano colpi in azioni di disturbo
che gli uni o gli altri operavano ai danni
dell’avversario.
Il fronte si era fermato sulla linea del nostro fiume ed
oramai eravamo diventati “veterani”. A tutto si fa
l’abitudine!
Nei momenti di tregua la nostra piccola comunità si
riuniva per fare due chiacchiere. Noi ragazzi
ragionavamo del più e del meno; i più anziani,
specialmente quelli che “avevano fatto la prima guerra
mondiale”, atteggiandosi a strateghi, formulavano le più
strampalate congetture sulle ragioni ed i perché gli
alleati non avanzavano, dato che il fronte era retto da
uno sparuto gruppo di tedeschi con qualche carro armato.
Poveri strateghi casalinghi! Priorità belliche,
interessi, dispute fra alleati e cose varie troppo
lontane per la nostra vista stavano di fronte a noi in
tutta la loro immensa grandezza! E noi poveri cristi, lì
ad aspettare il tanto sospirato giorno della
“liberazione”. Soltanto oggi, a distanza di quaranta
anni, cominciano ad emergere alcune verità, e non tutte,
di quei tragici giorni che sconvolsero la nostra vita.
I tedeschi, in considerazione della bella posizione
panoramica delle colline che sovrastano l’Arno da
Fucecchio fino a tutto l’empolese e oltre, avevano
impiantato due osservatori; uno molto vicino al luogo
dove avevamo i rifugi, in un poggio chiamato
”l’uccelliera”, ed un altro in località “Poggio al
Vento”, nelle cantine di una casa colonica (oggi ridotta
ad un rudere). Questo secondo osservatorio fu per loro
fatale poiché un proiettile d’artiglieria proveniente
dalle colline dietro S. Miniato (uno dei tanti che gli
americani ci elargivano giornalmente), andò ad infilarsi
nel pertugio che i soldati avevano praticato nella
cantina per osservare la pianura verso l’Arno. Fu una
strage e a noi giunse notizia che i componenti del
piccolo drappello (sembra una decina) morirono tutti.
Ogni settimana mia nonna, sfidando le cannonate e i
possibili brutti umori dei tedeschi, prendeva lungo il
bosco, scendeva in Barbugiana e, da Via di Sotto la
Valle, passando attraverso l’orto del “Funaio” e
l’Ospedale, raggiungeva la nostra casa per vedere se era
tutto a posto. All’arrivo trovava il Morino, sua moglie
Fulvia e altra gente di S. Andrea i quali, anziché
sfollare in campagna, avevano preferito trovare sicuro
rifugio nel nostro Ospedale che in quel momento era
stracolmo di ammalati e non, e di feriti che venivano
assistiti dal Prof. Baccarini e dal personale con i
pochi mezzi a loro disposizione.
Tutte le abitazioni nei dintorni dell’Ospedale avevano
apposto sulla porta d’ingresso una croce rossa e quindi
tutta la Sant’Andrea passava come zona ospedaliera.
Almeno per quanto mi riguarda, in questo caso i tedeschi
rispettarono il simbolo perché in casa mia non mancò
niente. Fulvia infatti ripeteva sempre a mia nonna:
- Ida, se vi manca qualcosa l’ho presa io perché in casa
non é entrato nessuno.
Nel corso delle sue frequenti visite a Fucecchio, mia
nonna poteva apprendere anche le notizie riguardanti il
paese e i pochi abitanti rimasti. Purtroppo erano sempre
brutte, con tanti lutti che colpivano gente amica o
comunque conoscenti e mia nonna, conoscendo il carattere
molto sensibile di mia madre, le teneva nascoste,
dicendole però in disparte a mio padre. Io, facendo
finta di niente, ascoltavo i loro discorsi e fu proprio
in una di queste occasioni che appresi con molto dolore
della morte, a seguito di una ferita da scheggia di
proiettile, della povera Livia Cioni madre del mio amico
Osvaldo, grande amica della mia mamma.
Passammo giorni tristi ed anche mia madre si accorse che
qualcosa di grosso era accaduto. A questo punto mia
nonna si decise a parlare e fu tanto il dolore che mia
madre provò per questa notizia, che per diversi giorni
non toccò cibo. Non poteva credere - e per questo non si
dava pace - che la sua più grande amica, quasi una
sorella, non ci fosse più.
Altri lunghi giorni di paure e di attesa passarono e
finalmente il 1° settembre ‘44 gli alleati si decisero a
passare l’Arno senza colpo ferire. Tutto il fronte si
era rimesso in movimento e si arrestò sulle montagne al
di sopra di Pistoia.
Era fatta! Le nostre peregrinazioni sembravano finite.
Gli alleati, con il loro enorme potenziale bellico,
dilagarono per i nostri paesi e a notare tutto ciò,
ritengo che a quel punto anche i più irriducibili
avversari degli anglo-amenicani si dovettero ricredere.
La vittoria dell’Asse era stata solo un miraggio.
Alla notizia, e se anche questa non ci fosse stata lo
avremmo capito lo stesso tanto era il frastuono dei
mezzi sulla via che porta a Empoli, dell’arrivo dei
tanto sospirati alleati, scendemmo dalle colline e
avvenne il primo incontro con i soldati inglesi dell’8^
Armata montati su cingolati SCOUTS. I militari scesero
dai loro carri, fu loro offerto del vino che
ricambiarono con cioccolate a noi ragazzi e sigarette.
In quell’occasione fumai la mia prima, vera sigaretta.
Eravamo tutti contenti e nello stesso tempo frastornati;
.non riuscivamo ancora a renderci conto che per noi il
peggio era forse passato. Come uscire da un tunnel molto
buio e ritrovare improvvisamente la luce che ti acceca.
Io e mio padre non reggevamo più e decidemmo di tornare
subito a casa per vedere se negli ultimi giorni, nei
quali le cannonate si erano moltiplicate, la nostra
abitazione avesse subito dei danni. Mia madre e mia
nonna rimasero invece sul luogo che ci aveva ospitati
per due mesi, aiutando a mettere in ordine e preparare
i1 pranzo che avrebbe sancito la fine dell’emergenza.
Arrivato a Fucecchio con mio padre, ci colpì la
desolazione, le macerie, le case sventrate dalle
cannonate e dalle mine che i tedeschi in ritirata
avevano fatto brillare.
Non c’era più la bella torre di Castruccio, quelle della
fattoria Corsini colpite in modo irreparabile. Vetri
rotti, finestre sgangherate dagli spostamenti d’aria,
calcinacci, polvere dappertutto; questo il quadro che sì
presentò ai nostri occhi quando entrammo in casa.
Un piccolo frugale pasto, due parole con conoscenti ed
amici e finalmente a letto, un vero letto dopo quasi due
mesi di paglia distesa sulla nuda terra. Nella notte
scoppiò un violento temporale e mio padre fu costretto
ad alzarsi per fermare alla meglio le finestre che
sbattevano. Io non mi accorsi di niente poiché ero
caduto in un sonno profondo.
Il giorno dopo tornammo alla casa dove eravamo stati
ospiti nei lunghi giorni dell’emergenza e facemmo un
abbondantissimo pranzo nel cucinone della casa colonica
con lo sguardo rivolto di tanto in tanto al cielo terso
di settembre poiché il tetto era stato spazzato via
dalle cannonate.
Alla sera rientrammo tutti in paese e mia madre, aiutata
da mia nonna, dette inizio alla sistemazione delle
stanze.
Nella notte un aereo non identificato gettò spezzoni
incendiari in varie zone di Fucecchio. Furono colpiti,
tra gli altri, il Teatro Pacini, la segheria Gori in via
Trento che cominciò a bruciare e per un istante
ripiombammo nella paura. Ci alzammo da letto e ci
rifugiammo all’Ospedale dove era stato aperto un
ricovero sotto il pavimento della portineria.
Fu un caso isolato e fine a se stesso, comunque servì a
ricordarci che tutto non era ancora finito.
Dopo qualche giorno iniziò la distribuzione di una
piccola razione di pane bianchissimo che tutti
accogliemmo con gran gioia. Era un impasto che non
sapeva di niente e molto diverso dal “nostro” pane
abituale, comunque tutto ciò segnava un punto a favore
della “rinascita”.
Un altro motivo di preoccupazione si presentava però
all’orizzonte: l’epidemia di tifo che fece allungare il
già triste elenco dei decessi causati dalle vicende
belliche. Mia nonna che aveva avuto la “spagnola” dopo
la prima guerra mondiale e l’aveva scampata, disse:
- Io non ho paura, perché “una” che supera la spagnola
poi non prende più niente.
Aveva infatti ragione perché nel corso della sua lunga
vita non la vidi mai ingerire una medicina. Era un
“ferro”, come si diceva allora.
Non essendoci farmaci appropriati, il tifo colpì
parecchia gente ed anch’io ne fui contagiato. Passai
giorni terribili con febbri altissime e si temette per
la mia stessa vita. Ero assistito dal Dr. Di Pasquale,
allora giovane medico dell’Ospedale di Fucecchio, ed
anche lui nutriva poche speranze. Diceva:
- Speriamo nella forte fibra del ragazzo e nella sua
giovane età !
Questo però lo seppi dopo, poiché le febbri altissime mi
avevano ridotto ad uno stato di semi-incoscienza.
Un giorno, però, il dottore disse ai miei genitori che
se fossero riusciti a trovare alcune iniezioni che in
quel momento erano in possesso solo degli americani,
forse ce l’avrei fatta e si poteva sperare nella
guarigione in un tempo relativamente breve.
A Fucecchio questa specialità non si trovava nemmeno
all’Ospedale e allora mio padre, saputo che gli
americani avevano impiantata una grossa farmacia a
Montecatini Terme, inforcò la bicicletta e si diresse
verso quella località. Trovate le iniezioni, anzi un
tipo ancora più perfezionato di quello indicato dal
dottore, ritornò a casa ed io potei iniziare la terapia.
Dopo la prima “puntura”, fu come mettere “l’olio nel
lume”: cominciai a migliorare e, dopo una lunga
convalescenza, ritornai a essere quello di prima.
Nei giorni passati a letto non potevo mangiare niente e
quindi sognavo le cose più svariate, in special modo
quelle che normalmente non mi erano mai piaciute.
Promettevo a me stesso, ad esempio, che quando fossi
uscito dalla tremenda malattia sarei andato da Maso di
Gorpino a mangiare mezza teglia di migliaccio con la
ricotta che non avevo mai potuto soffrire, perché la
farina dolce l’avevo accettata solo nei periodi di
grande fame negli anni della guerra.
Naturalmente, dopo che le cose si furono aggiustate, non
feci niente di tutto questo e ricominciai la mia vita
normale di sempre, anche se questa grave malattia fu per
me una ulteriore esperienza di vita, fortunatamente a
lieto fine. Purtroppo così non fu per diversi miei
compaesani, i quali, dopo averla scampata dalla guerra e
dalle cannonate, morirono in conseguenza dell’epidemia
di tifo.
Ma torniamo alle vicende belliche non ancora concluse.
Gli alleati si erano fermati agli Appennini e in diverse
zone i pochi tedeschi, che li tenevano a bada,
riuscirono a dar loro seri grattacapi, in special modo
nell’inverno quando, nel settore del fronte tenuto dai
brasiliani che non erano abituati al freddo dei nostri
monti, riuscirono a sfondare e per poco non rientrarono
a Pistoia. Questo fatto ci tenne in apprensione e
fortuna per noi che i tedeschi erano ormai stremati per
la mancanza di aviazione e di truppe fresche.
Riprese anche l’anno scolastico ed io, insieme agli
amici Fabio Bellagamba, Luciano Marradi, Gino Pernice e
Piero Cappelletti, continuai la frequenza all’Istituto
Tecnico Industriale, specializzazione Aeronautica di
Pisa. Insieme a noi venivano a Pisa, per frequentare
l’Istituto tecnico per Geometri, Piero Rabani e Mario
Barontini.
Per l’assoluta mancanza di mezzi di trasporto, dovemmo
necessariamente cercare alloggio a Pisa, nelle rare case
rimaste in piedi dopo la furia dei bombardamenti. I miei
amici trovarono sistemazione presso alcune famiglie ed
io fui molto gentilmente ospitato in casa della nostra
concittadina, signora Gabbanini, proprietaria della
Cartoleria Goliardica di Pisa.
Partivamo in bicicletta il lunedì mattina alle quattro,
carichi di provviste per tutta la settimana, perché in
città mancava tutto, e tornavamo a casa il sabato
successivo.
Il viaggio era una vera avventura, poiché avevamo
biciclette equipaggiate con copertoni molto logori che
si foravano spessissimo, le camere d’aria scoppiavano
costringendoci a fare lunghi tratti a piedi per trovare
un meccanico che con mezzi di fortuna provvedesse ad
effettuare precarie riparazioni.
Per poterci spostare da una località all’altra occorreva
un lasciapassare che le autorità alleate rilasciavano
solo a chi poteva dimostrare di avere realmente bisogno
di viaggiare, come, infatti, era il caso nostro. Ci
venivano, ad esempio, richiesti i documenti per poter
transitare da una sponda all’altra dell’Arno, a Pisa,
sulla passarella gettata dagli americani sulle rovine
del vecchio Ponte di Mezzo. Questo ci succedeva quando
andavamo a curiosare sui fatti che avvenivano in Corso
Italia, i cui edifici ancora in piedi erano stati
requisiti dai comandi alleati e trasformati in
altrettanti luoghi di divertimento per i loro soldati.
Qui avvenivano le cose più strane e colorite del
momento.
Verso sera giungevano camion carichi di “segnorine”
raccolte un po’ dovunque, fino a Lucca, le quali,
“scortate” quasi tutte dalle relative mamme, si
apprestavano a deliziare le serate delle soldataglie
ubriache. Tutte le razze del globo erano presenti:
indiani, americani negri e bianchi, meticci, brasiliani,
neozelandesi e chi più ne ha, più ne metta, ma tutti
egualmente con le tasche piene di AN LIRE, sigarette,
cioccolate, noccioline, bastanti per “comprarsi” una
notte d’amore con le povere affamate ragazze italiane.
La faccenda, ovviamente, non piaceva ai pisani i quali,
assistendo allo “scarico” delle “segnorine” dai camion,
ricoprivano le malcapitate di colorati epiteti che in
questa sede non è caso di riproporre.
Quando calava la notte, oltre l’ora del coprifuoco, non
era “igienico” circolare per Pisa, anche con il
permesso, poiché i negri ubriachi fradici non riuscivano
più a distinguere se uno era uomo o donna ed allora chi
capitava loro a tiro... passava un brutto.... quarto
d’ora
Nelle scuole mancava tutto. Il materiale didattico così
prezioso negli istituti industriali dove lo studio é
sempre legato alle esperienze dirette, era pressoché
nullo. I tavoli pieni di fori e di rughe ci rendevano la
vita difficile, dovendo eseguire grandi e complicati
disegni di macchine; comunque dovevamo arrangiarci alla
bene meglio.
L’inverno passò e con la primavera ripresero le
operazioni belliche, in special modo quelle aeree.
Con gli amici, nel pomeriggio, dopo aver fatto i
compiti, andavamo spesso nei pressi dell’aeroporto di
Pisa, pieno zeppo di aerei americani che decollavano
continuamente in nutriti gruppi per andare a colpire gli
obiettivi nemici sulla linea Gotica e oltre. Alcune
volte assistevamo al rientro di velivoli colpiti dalla
contraerea tedesca che effettuavano atterraggi di
fortuna sulle piste dell’aeroporto.
Un giorno di primavera inoltrata passò nel cielo di Pisa
una formazione di quadrimotori americani tanto grande da
oscurare il sole e il loro scorrazzare durò più di
un’ora. Gli abitanti della città, memori dei terribili
bombardamenti subiti quando gli “alleati” erano nostri
“nemici”, scesero nelle strade e noi con loro, per
vedere il passaggio degli aerei, con addosso un leggero
senso di timore. Nei volti della gente si leggeva questo
timore, retaggio delle antiche paure non ancora sopite,
nonostante la certezza che ora non sarebbero cadute
bombe.
Questa grande attività aerea era, però, il preludio
della grande offensiva che avrebbe portato gli alleati a
compiere il lungo balzo fino alle Alpi fino… alla
vittoria finale.
Una mattina, con il cuore in tumulto, ascoltammo da una
radio di fortuna, installata in un negozio di Borgo
Largo, queste parole:
“ Qui radio Milano Libera ”
Era il 25 aprile 1945.
Alcuni giorni dopo sapemmo della insurrezione del Nord,
della fine di Mussolini e dei suoi gerarchi e vidi la
fotografia di Piazzale Loreto sulla prima pagina del
giornale “IL TIRRENO” che tuttora conservo. Tutto il
giornale era composto di una sola pagina.
Il grande incubo era finito!
Nella gente, in tutti noi esplose una gran voglia di
vivere e di dimenticare gli anni bui che ci avevano
preceduti. E la vita, seppure con grandi difficoltà,
ricominciò.
Nella nostra zona, in special modo a Fucecchio, si
formarono diverse orchestre composte da validi elementi
locali. Cito fra gli altri, Maggino Lorenzini, Enrico
Novelli, Agostino Sordi detto “Pane”, Vitaliano Barsotti,
Valerio Menichetti, “Brucio”, “Nanni”, “Canapino”,
Pietrino di “Mangiabambini” ecc, che ci fecero ballare
nelle feste in piazza, nei veglioni al “Pacini” ed al
Circolo con i nuovi ritmi americani di Glenn Niller,
Duke Ellington, Armstrong, Benny Goodmann.
Non eravamo più ragazzi. Gli anni da poco passati ci
avevano gettati in anticipo nel mondo degli adulti con
tutte le responsabilità e conseguenze ad esso legate.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. La vita
di ognuno di noi é cosparsa di periodi lieti e periodi
tristi, di gioie e dispiaceri che tutti, in un modo o
nell’altro, superiamo mentre i giorni passano, anche
troppo velocemente, ed in men che non si dica ci
ritroviamo con un bel bagaglio di primavere sulle
spalle.
A chiusura di queste pagine, mentre il mio pensiero va
ai miei familiari e ad alcuni amici citati in questi
“ricordi”, che oggi non ci sono più, si impongono due
righe di riflessione da parte di uno che era ragazzo nel
1943.
Sono stati davvero anni inutili, da gettare al vento o
da dimenticare quelli di cui abbiamo parlato, così
burrascosi e pieni di insidie?
Io ritengo di no, poiché, nonostante le avversità, la
miseria morale e materiale in cui eravamo caduti, noi,
non più giovani, non possiamo fare a meno di ricordare
con una punta di nostalgia i nostri “anni verdi”,
trascorsi, sì, in un periodo storico movimentato e
rischioso, ma pur sempre significativi e pieni di quel
sapore romantico che avvolge la prima giovinezza di
ognuno.
Enzo PACCIANI
|