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12
maggio 1944
Tutte le mattine mi sveglia il passo ritmato di due
compagnie di soldati della divisione Goering che fanno
esercitazione alla periferia del nostro Paese. Lucidi,
tondi, ben rasati, impeccabili nella cadenza, cantano
canzoni militari della loro terra. Vedo i loro capelli
biondi perdersi tra il verde dei platani. E’ una ventata
di Prussia che passa nel nostro paese. Soffia il
maestrale e le voci di questi soldati si dileguano
presto nella campagna. Ritorna il silenzio di un paese
sfiorato dalla guerra. Eppure i Tedeschi sono ancora ad
Anzio. Roma non è ancora caduta, ma nell’aria c’è il
sapore della catastrofe imminente. Questa vigilia dà un
senso nuovo alle persone e alle cose che ci stanno
intorno. Tutto è provvisorio: le case, i nostri cari,
noi stessi, Questa provvisorietà ci rende quasi felici.
Non abbiamo più nulla da conservare. Siamo uomini
liberi. La guerra, questa macchina infernale, sovrasta
su tutto e svuota il contenuto dei nostri quotidiani
affanni.
Nel paese tutte le attività sono ridotte. Le
comunicazioni con Firenze sono difficoltose. I
cacciabombardieri alleati sono all’erta. Appena vedono
transitare un veicolo lo mitragliano.
18 maggio 1944
Un rumore di ferraglia ci ha svegliato nel cuore della
notte. Mi sono affacciato alla finestra che dà sulla
strada. La campagna è illuminata a giorno da una luna
piena. Vedo una fila di cavalli che trascinano carri
militari tedeschi, diretti a Nord verso il passo della
collina. La collina ha un aspetto strano ed antico,
sembra uscita da una stampa della guerra 15-18. Il
chiarore della luna accresce l’aspetto fantastico di
questi soldati. Ricordo il passaggio dei carri armati
Tigre appena due mesi prima: veloci, superbi,
implacabili, solcavano la stessa strada diretti a Sud. I
soldati dritti sulle torrette sembravano figure di
guerrieri discesi sulla terra a perpetuare la leggenda
dei Nibelunghi. In questo intervallo di carri armati a
sud e di cavalli a nord, si sta sviluppando il dramma
finale della Germania Nazista. Il fragore della colonna
in marcia e la curiosità del paesaggio non riesce a
farmi riprendere sonno. Mi alzo. Fuori comincia ad
albeggiare. Scorgo, dopo il passaggio di questi soldati
ippotrainati, frotte di tedeschi in bicicletta. Molte
biciclette sono di civili italiani. Certamente razziate
dalle truppe in fuga verso il Nord. Per me questa è la
prova più concreta della fine imminente. Il passaggio
della colonna cessa con la levata del sole. I
cacciabombardieri alleati, ormai padroni del cielo, si
sono alzati in volo e costringono i soldati ad
accamparsi tra i boschi ed ai margini delle strade
mimetizzati dalla vegetazione.
19 maggio 1944
Una giornata memorabile e densa di episodi comici e
drammatici. Si sparge 1a voce in paese che i tedeschi
cominciano a portare via tutto quanto a loro serve:
biciclette, auto, camion, viveri. Circola insistente la
voce che prelevano anche uomini abili al lavoro con
particolare preferenza per coloro che non hanno simpatie
per la Germania Nazista. Poiché la mia famiglia è
indiziata in questo senso, le donne di casa sono
angosciate per la mia sorte e per quella di mio padre e
ci raccomandano di non uscire di casa. abbiamo appena
finito di desinare, una scampanellata violenta e forti
colpi alla porta ripropongono ai nostri stomaci il
problema della digestione appena iniziata…! Mia sorella
si affaccia alla finestra e grida con voce strozzata:
“I Tedeschi ! I Tedeschi !”
Fuggiamo rapidamente in soffitta e fra ragnatele e
vecchi bauli cerchiamo un possibile nascondiglio.
Osservo il naso di mio padre che spunta fuori da una
vecchia cassapanca ! Mi sembra di giocare a rimpiattino
e di essere ritornato ragazzo. Non sono passati che
pochi minuti e sento di nuovo la voce di mia sorella che
ci invita ad uscire e ci rassicura dicendo:
- Quei Tedeschi sono buoni e vogliono solo il motore
della Topolino.
E poi aggiunge :
- Hanno un mandato di prelevamento dal loro comando e ci
rilasceranno una ricevuta.
La storia della ricevuta deve averla particolarmente
colpita in senso favorevole ed ha ristabilito
un’atmosfera di legalità che era completamente svanita
alla prima irruzione dei soldati nella casa. I Tedeschi
ci salutano. Sono due soldati ed un maresciallo. Uno di
loro parla assai bene l’italiano. Li accompagno al
garage. Con una cura meticolosa cominciano a smontare il
motore. Guardo rassegnato questa operazione. Sei mesi
prima le Autorità italiane ci portarono via le gomme;
oggi, i tedeschi prendono il motore.. Ci resta la
carcassa che certamente arrugginirà tra le robe vecchie
della nostra casa. E’ la guerra ! Sta scarnificando
anime e motori.. Queste sopraffazioni sulle cose e sulle
persone sono il segno che noi stiamo entrando nella fase
finale più acuta e drammatica del conflitto.
Il Maresciallo vede nel garage una fila di fiaschi
appoggiati al muro con la scritta “Vermut bianco”. Si
rivolge a me e mi domanda:
- Buono ?
- Credo – rispondo.
Poi mi ricordo delle manie di mio padre che mescola il
vero vermut con la menta, il tamarindo e chissà quali
altri misteriosi ingredienti per ottenere, secondo lui,
un gusto prelibato di questo vino. Allora soggiungo:
- Provi ad assaggiarlo.
Il tedesco attacca la bocca al fiasco e comincia a bere.
Dopo la prima boccata smette immediatamente e risponde
senza esitazione:
- Non buono.
Io capisco e mi stringo nelle spalle. Il vermut è salvo.
Forse lo berranno di nuovo i contadini del mio paese
nella bottega di mio padre nei giorni di mercato quando
sarà finita questa maledetta guerra. Intanto il motore è
smontato. Lo caricano sulla camionetta, lasciano il
foglio di ricevuta e se ne vanno. Resta nel garage la
malinconica carcassa della Topolino senza gomme e senza
motore. Quanta tristezza! Quella macchinetta mi ricorda
serene passeggiate nelle nostre campagne. Ormai queste
non sono più che un pallido ricordo.
21 maggio 1944
Cominciano i rastrellamenti dei giovani abili al lavoro.
Bisogna fuggire, e presto, dal paese. Vicino alla
frazione di Massarella dei contadini sono disposti ad
accoglierci insieme a mia madre. Partiamo in due con una
bicicletta, carichi di borse. Durante la ripida discesa
cosiddetta di Caino la dinamo del faro si sposta
bruscamente ed urta contro i raggi della ruota
anteriore: la bicicletta si blocca di colpo. Insieme a
mia moglie faccio un volo di parecchi metri e ci
abbattiamo entrambi feriti e doloranti sui campi sotto
alla strada. Aiutati da alcuni contadini ci trasciniamo
alla casa dove eravamo diretti che dista poche centinaia
di metri dal luogo dell’incidente. Mia moglie ha un
braccio fratturato ed escoriazioni e ferite in altre
parti del corpo; io sono ferito soltanto ad un
ginocchio. Il primo giorno del nostro esilio campestre
si è iniziato sotto una cattiva stella.
Mia moglie si è lamentata tutta la notte per le ferite
riportate. Non so che cosa decidere. Portarla
all’ospedale di Fucecchio è pericoloso e poi c’è la
difficoltà di trovare il mezzo materiale per
trasportarla. Non ci sono auto, non ci sono ambulanze.
E’ invece possibile incontrare pattuglie di tedeschi che
cercano uomini per lavorare. Intanto attraverso la radio
si apprende la notizia che il fronte ormai è caduto, che
Roma sta per essere conquistata. I Tedeschi sono in fuga
e si stanno attestando sull’Arno che dovrebbe costituire
l’avamposto della linea gotica. Siamo ormai nel mezzo
del conflitto e prevedo giorni duri. Mi rasserena il
pensiero di trovarmi in mezzo ai boschi in una zona
fuori dalle linee di comunicazione. Sono preoccupato per
la sorte dei miei genitori e di mia sorella che sono
restati in paese. Purtroppo questa illusione di
sicurezza, di incolumità per mia moglie e per me cade
nelle prime ore del pomeriggio. Abbiamo terminato da
poco il misurato pasto del mezzogiorno che si scatena
l’inferno. Un forte gruppo di fortezze volanti sta
sganciando bombe sui boschi che circondano la casa. E’
il finimondo. La casa sembra crollare per lo spostamento
d’aria. Il rumore degli alberi schiantati, le lingua di
fuoco che salgono a cielo a poche centinaia di metri
dalla nostra casa, l’odore acre del fumo e della terra
rivoltata dal furore dell’esplosivo ci fanno passare
momenti terribili. Passano alcuni minuti che sembrano
secoli e poi un silenzio assoluto, solenne. Il
bombardamento è finito. Nel pomeriggio alcuni contadini
c’informano che nella vicinanze c’è un grosso deposito
di munizioni dei tedeschi. Il bombardamento era
evidentemente diretto contro questo deposito. Mia moglie
mi fa rilevare la mia geniale intuizione per averla
portata ferita e dolorante nell’unico posto di tutto il
Comune ove esisteva un deposito di munizioni..! Sono
spiacente, depresso e preoccupato per quello che è
accaduto. Decido di rientrare in Fucecchio perché debbo
fare curare mia moglie. Ormai non posso più attendere.
Riesco a trovare nella vicina frazione di Massarella una
vecchia portantina a mano. Simile dovevano adoperarla i
monatti per trasportare a Milano, durante la peste
descritta dal Manzoni, gli ammalati! Non c’è comunque da
scegliere.
Per passare attraverso le pattuglie tedesche adotto un
vecchio stratagemma da filodrammatica di paese: uccido
un coniglio, lo faccio sbuzzare, e poi con il sangue
m’imbratto testa e mani, provvedo poi a farmi della
fasciature sulle parti dove scorre questo sangue e così
conciato mi avvio a piedi verso l’ospedale spingendo a
mano la portantina dove, effettivamente ferita e
dolorante, giaceva mia moglie. In prossimità di
Fucecchio incontro un ufficiale tedesco con due soldati.
Mi rivolge alcune domande. Parla tedesco. Io non
comprendo. Faccio dei segni indicando mia moglie dentro
la barella e le mie ferite e ripeto accompagnando
continuamente le parole con grandi gesti della mano:
“caduti, caduti”. L’ufficiale mi fa segno di proseguire.
evidentemente commosso dal sangue copioso che mi
irrigava la fronte. Arrivo finalmente all’ospedale dove
regna una confusione indescrivibile. Riesco a
rintracciare un medico. E’ un mio vecchio caro amico che
assiste subito mia moglie ingessandole il braccio; poi
ci accompagna a casa di mio suocero.
Colà vengo a sapere che i miei genitori e mia sorella
sono ospitati nel convento di clausura delle clarisse.
Le mura possenti del convento mi confortano per la
sicurezza dei miei.
7 giugno 1944
E’ giunta ieri la notizia che gli Alleati sono entrati
in Roma. Sembra che la guerra sia finita. I Tedeschi si
stanno ritirando precipitosamente su tutto il fronte. Le
notizie per la Germania Nazista sono catastrofiche. La
linea Gustav è ormai crollata. La VI^ Armata sta
avanzando su tutti i punti del fronte. Si ha la netta
sensazione che Kesserling abbia perduto la partita. La
disfatta si legge negli occhi degli ufficiali e dei
sodati tedeschi. Dalla vecchia casa di mio suocero,
posta in alto sulla collina, si domina un magnifico
tratto della piana dell’Arno. Questa incipiente estate
si presenta particolarmente torrida. C’è nell’aria
l’odore di una primavera ormai matura e di gialle spighe
di grano. Guardo questo stupendo paesaggio cui fanno da
cornice le boscose colline delle Cerbaie, il Monte
Pisano e, più lontano, gli Appennini e le Apuane. Non vi
è traccia di guerra ancora nella pianura e nelle case:
questo paesaggio è intatto. Le ferite della guerra, per
ora, sono soltanto nella carne degli uomini che
combattono al fronte; da noni sono solo nei nostri
pensieri. Eppure c’è un desiderio di ritrovarsi nel
mezzo al conflitto, di toccare il fondo. Sembra che una
nemesi storica sovrasti sulle persone e sulle cose.
Morire per poi rivivere !
La nostra gioventù sotto il fascismo, la monotonia del
regime, l’ubbidienza in divisa, la camicia nera del
sabato fascista, il saluto romano, il bollettino di
guerra ascoltato in piedi, i figli della Lupa, i
Balilla, gli Avanguardisti, la Milizia Volontaria, le
Giovani Italiane, le guardie ai labari. gli squadristi,
le facce odiose e noiose dei gerarchi, tutta la retorica
del regime con i suoi gesti, con le sue montature mi
passano rapidamente davanti come una fantastica visione.
Nonostante le bombe degli aerei alleati che spazzano via
le nostre case, che possono uccidere noi e i nostri
cari, l’idea di conquistare la libertà e di nutrire la
speranza che tutte questa false strutture della nostra
vita potranno presto scomparire, mi rendono eccitato ed
euforico in attesa del battesimo del fuoco.
La sera del mio arrivo mi trattengo in colloquio con
l’amico ingegner Bagnoli che abita in una casa attigua a
quella di mio suocero. Costui forse non si è ancora reso
conto della situazione e cioè che noi siamo già sul
fronte e che i tedeschi hanno ormai perduto la guerra.
L’ingegner Bagnoli è irriducibilmente attaccato ai suoi
vecchi pensieri e non riesce a liberarsene.. Non è un
fascista, ma è ancora succube del cosiddetto complesso
di inferiorità per la macchina tedesca. A lui i Tedeschi
piacciono sia quando avanzano sia allorché si ritirano,
quando mangiano, dormono, vestono. E’ vittima come
tanti, del capolavoro della efficienza militare della
Wermacht. Parla delle armi segrete d Hitler come se
questo gli avesse fatto delle particolari e personali
confidenze via radio da Berlino a Fucecchio. Dice che
bisogna resistere moralmente insieme alle armate
germaniche e che solo grazie alla vittoria tedesca
l’Italia si può salvare...! Stiamo parlando di questi
argomenti sul muro che cinge la casa di mio suocero e
che è prospiciente alla piana dell’Arno. Improvvisamente
si odono alcuni scoppi ed a meno di un chilometro si
scorgono dei bagliori come se vi fossero dei piccoli
incendi. Purtroppo non sono i fuochi di S.Giovanni che
dovrebbero illuminare la pianura fra pochi giorni per
celebrare l’inizio della mietitura del grano. Si tratta
di cannonate che gli alleati cominciano a sparare
battendo dalle colline di S. Miniato le postazioni
tedesche sulla linea destra dell’Arno. Il fronte è ormai
su di noi. L’ingegnere mio amico scompare tagliando
improvvisamente il colloquio dopo avermi detto:
“Aspettami, vado ad avvertire in casa di quello che sta
succedendo e torno dubito”. Non lo vidi più se non dopo
il passaggio della guerra. Mi riferirono che stette per
due mesi nascosto in cantina per aiutare..... moralmente
la Germania Nazista e che l’1 settembre andò incontro
agli alleati che nel frattempo erano entrati in Paese.
Si dette poi un gran da fare per costituire il Comitato
di Liberazione locale.
Intanto le cannonate si fanno più frequenti e più vicine
Abbiamo appena. preso il sonno allorché uno scoppio
violento ci veglia di soprassalto e subito dopo si
alzano urla e pianti di donne dalle case antistanti a
quella di mio suocero dalla parte della strada. Un uomo
è stato ucciso da una cannonata, E’ il primo drammatico
messaggio del fronte. La guerra è lì. Intorno a noi
cominciano i morti. E’ una notte terribile, proprio
perché è la prima della serie. Il cannoneggiamento dura
oltre la mezzanotte.
Improvvisamente tutto tace. Anche le grida di pianto
sono cessate Dall’orto si sente solo il canto stridulo
dei grilli ed il gracidare di qualche ranocchio che
chiama l’amata dai fossi risecchi: cominciano le notti
della calda estate. L’anno passato nella chiesa delle
monache si celebrava. la funzione del giugno. La gente
di paese era ancora allegra e spensierata nonostante la
guerra. Ora la battaglia è qui: le strade deserte, il
buio assoluto della notte, le pattuglie tedesche hanno
creato l’inconfondibile atmosfera del fronte.
Luglio 1944
Anche la guerra ha una sua monotonia. I Tedeschi sparano
sulle colline di S.Miniato, alla stessa ora, tutti i
giorni; gli alleati replicano con lo stesso numero di
colpi; talvolta i secondi sembrano l’eco dei primi. Una
eco che porta morte e rovine.
Gli aerei alleati compiono con la buona luce del mattino
le rituali incursioni che finiscono per distruggere il
Ponte sull’Arno. La guerra taglia le braccia agli
uomini, i ponti ai paesi, svena città e villaggi,
distrugge lo spirito. L’uomo ritorna ai suoi primitivi
istinti di conservazione. Siamo costretti a vivere in
tane e grotte come uomini preistorici. Strano progresso
civile è il nostro! Dopo avermi imbottito per vent’anni
il cervello sull’Italia maestra di diritto e di civiltà,
regina del Mediterraneo, mi trovo oggi nella cantina di
mio suocero fra vecchie botti e fiaschi vuoti timoroso
che 1’ ultimo soldato semisconfitto del terzo Reich mi
prenda per il bavero per farmi scavare la fossa dove
potrebbero finire per sempre le mie povere membra.
Luglio 1944
Ormai la permanenza in casa di mio suocero è divenuta un
pericolo troppo grave sia per i proiettili di
artiglieria che battono tutta la zona, sia per i
tedeschi che ogni giorno divengono più sospettosi e più
aggressivi, Decido quindi di riunirmi ai miei genitori,
a mia sorella e a mio nonno nell’antico convento di S.
Salvatore delle Monache Clarisse.
Parto con mia moglie all’imbrunire. La strada è deserta
e riesco a raggiungere il convento senza difficoltà.
Solo la guerra poteva rompere la clausura di queste
monache che vivono in assoluta solitudine. Abbiamo
ottenuto una dispensa dal Vescovo della Diocesi di S.
Miniato che ha dato a noi e ad altri miei parenti libero
accesso al Convento. Paradossale questa nostra epoca in
cui un carro armato può distruggere un paese e nel
contempo la chiesa riesce a mantenere una certa
integrità territoriale noi suoi monasteri ancora con le
dispense vescovili!
Luglio 1944
Un ufficiale tedesco con alcuni soldati ha fatto un
sopralluogo al Convento probabilmente per conoscere se
vi sono uomini abili tra i civili ivi ospitati. Mio
padre, mio zio Bruno, ed io con il guardiano, siamo
fuggiti nel labirinto dei sotterranei e ci siamo
nascosti. Mio nonno ormai vecchio ed inutilizzabile per
i tedeschi, è restato di sopra con le donne. Mia moglie,
troppo giovane, è stata consigliata di vestirsi da
monaca. Il sopralluogo dura circa mezz’ora e sembra
un’eternità. L’abilità dialettica della Madre Badessa,
una siciliana accorta, riesce ad allontanare i sospetti
dell’Ufficiale tedesco. La pattuglia si allontana e noi
ritorniamo ai piani di sopra. La visita dei tedeschi ha
creato un diversivo alla monotonia della giornata, Tutti
parlano dell’avvenimento con dovizia di particolari e
ciascuno racconta a modo suo l’episodio.
Luglio 1944
Notte tranquilla. Le artiglierie hanno taciuto; ho
udito, in una parentesi di sonno, il latrato lontano di
un cane nella pianura. Stamani il canto di alcuni
galletti mi ha svegliato. Vecchie voci di pace campestre
di cui il cannone ci aveva fatto dimenticare
l’esistenza!!
Luglio 1944
Lo giornate di sole torrido si susseguono senza sosta.
Il chiostro del convento è l’unico angolo fresco dove si
può leggere o meditare con tranquillità. Quante pace!
Quanto silenzio! La forza mistica e spirituale delle
Chiesa trae certamente origine da questi meravigliosi
silenzi, da queste pietre nude ed austere, da questa
semplicità ed umiltà di vita. Quando fuori del Convento
si agitano le passioni umane, le ambizioni, su questo
chiostro si posano silenti spiriti di angeli che ti
portano nell’anima una pace assoluta! Sono questi i
momenti nei quali si comprende la stupida inutilità
della carneficina. Uomini contro Uomini! Case distrutte.
Popoli disfatti dalla miseria e dai lutti! Madri
disperate nel rimpianto dei figli scomparsi per sempre!
Mutilati sulle carrozzine che gireranno le strade del
mondo, muti testimoni della nostra idiozia! Oggi un
americano contro un tedesco, un giapponese contro un
inglese, un russo contro un tedesco, un italiano contro
un italiano. E domani ancora di nuovo nemici gli alleati
di ieri e alleati i nemici di oggi pronti a stritolarsi
di nuovo a distruggere uomini e case, a creare nuovi
lutti e nuove rovine con lo stesso pretesto di un ideale
di giustizia. Io credo che se gli uomini politici
pregassero sovente nel silenzio dei chiostri di antichi
monasteri, tanti lutti all’umanità potrebbero essere
evitati. In questi monasteri è racchiusa la saggezza di
secoli.
21 Luglio 1944
Il comando di zona tedesco ha dato l’ordine che tutti i
civili di qualunque età e sesso debbano, entro 24 ore,
lasciare il paese. Potranno restare solo i malati,
ricoverati in ospedale e le monache del Convento. Chi
non partirà nel termine previsto verrà fucilato. Le
scene che seguono a quest’ordine sono indescrivibili. La
gente sembra impazzita. Tutti cercano di riunire le loro
povere cose. Ricchi e poveri accomunati. insieme per lo
strade nella tragica realtà di quest’ora. E’ tutto un
incrociarsi di urla, di richiami, di grida, di
imprecazioni. Vedo un gruppo di giovinastri che
percorrono con aria spavalda le strade del paese. E’ la
teppa, sono i corvi che aspettano l’esodo dei cittadini
per piombare sulle case e rubare quanto vi è ancora
rimasto. Purtroppo non ci resta che seguire il nostro
destino. La peggiore Via Crucis della guerra ha inizio.
Ritorniamo alla nostra casa temporaneamente abbandonata
e carichiamo in una carretta tutto quanto pensiamo possa
esserci utile in questa fuga senza una meta. Un ultimo
sguardo dove ho vissuto trent’anni, Le mie povere cose
assumono un aspetto terribilmente umano e vivo: il
pianoforte dove ho suonato le canzoni dei miei sogni, la
piccola biblioteca con i vecchi libri letti e riletti
negli afosi meriggi dei miei ozi estivi, la mia camera,
la grande terrazza sfiorata sul viale dai vecchi
platani. In questo giorno queste cose e questi ricordi
mi sembrano una favola dolce e lontana che scompare
sempre più rapidamente nella drammatica realtà del
momento,
Partiamo. Mi fa pena vedere piangere mio nonno che
lascia la vecchia casa dove ha trascorso tutta una vita,
piangere questo vecchio a cui non avevo mai visto
sfuggire una lacrima. La guerra è di una crudeltà
inaudita sugli uomini e sulle cose.
Su1 vecchio carretto con le ruote di gomma adibito un
tempo al servizio della bottega di mio padre, ci
trasciniamo tutti i nostri oggetti che abbiamo potuto
frettolosamente raccogliere. Ci dirigiamo verso il
Padule dalla parte opposta del Fronte in una zona
tagliata fuori dalle grandi linee di comunicazione.
Pensiamo di rifugiarci nella villa che mio suocero
possiede su uno dei primi colli antistanti il Padule.
Camminiamo insieme ad una lunga teoria di persone nei
cui volti è ritratta la nostra stessa angoscia. Nel
vedere quella massa di gente che si spinge in avanti
confusamente senza una meta mi sovviene nella mente una
di quelle vecchio oleografie che ritraevano le turbe dei
servi della gleba condannate ai lavori forzati sotto il
regime degli Zar. Queste sono le nostre conquiste
sociali! Questo, ciò che il fascismo ci ha regalato dopo
oltre vent’anni di dittatura!
Non abbiamo finito di percorrere la strada che
fiancheggia i prati del padule allorché dall’alto dello
colline di S. Miniato comincia contro di noi un pesante
attacco di artiglieria.
I proiettili scoppiano da tutte le parti. Si odono grida
e urla di terrore e la folla si butta sdraiata nelle
fosse con la bocca sulla terra. Noi ci ripariamo alla
meglio dietro un argine. Mia madre prega sommessamente.
Ho la sensazione che difficilmente potremo uscire tutti
incolumi da quell’inferno. Improvvisamente il fuoco
cessa. Forse gli americani ci avevano scambiati per una
colonna di soldati tedeschi in marcia. L’equivoco è
costato alcuni morti e diversi feriti. Vedo ambulanze
improvvisate che portano i feriti all’ospedale. Siamo
appena arrivati alla villa, il bombardamento ricomincia
di nuovo. Siamo affranti, stanchi, disperati. Ci
trasciniamo sul dietro della casa e raggiungiamo a
carponi alcune buche scavate dai contadini nei giorni
precedenti. L’istinto di conservazione alimenta
nell’uomo inesauribili risorse. Ci adattiamo a dormire
in queste buche. Le notti seguenti le passiamo nella
cantina del contadino di mio suocero che, dopo molte
insistenze, acconsente a farci dormire in una stanza
chiamata “l’infernaccio”. Il nome è tutto un programma.
Il significato di quel nome lo comprendiamo durante la
notte allorché vedo transitare da un capo all’altro
della stanza topi grossi come polli ..... Mi bastano tre
notti passate nell’ ”infernaccio”, per affrontare con i
miei la prova del rientro in convento. Infatti da una
infermiera dell’ospedale ho saputo che molte persone
sono rimaste in paese, ed ho saputo anche che i miei
parenti sono rientrati in convento. Inoltre, anche
quaggiù in padule, si corre il rischio quotidiano del
rastrellamento tedesco e delle cannonate alleate che
battono ormai tutta la campagna.
Agosto 1944
Riprendiamo la via del ritorno. La strada è deserta.
Incontriamo un gruppo di tedeschi che non ci degnano di
uno sguardo. Passiamo ansiosi al convento. Una monaca ci
apre. Ci accolgono con affetto, ci danno il loro pane
bianco e soffice, beviamo l’acqua pura del loro pozzo,
ci preparano un buon letto. Quale dolce riposo dopo le
terribili giornate del padule e le notti dell’
infernaccio.
Agosto 1944
Ricomincia la consueta vita del convento. Dopo un mese
di guerra combattuta nel nostro paese le restrizioni
alimentari divengono sempre più acute. La carne
scomparsa, il pane ormai scarseggia e dobbiamo
procurarci la farina macinando a forza di braccia il
grano con un’antica macina del convento. La fame
comincia a farsi sentire. Le monache tengono nell’orto
un bellissimo suino che avrebbe dovuto essere ucciso a
ottobre. Noi civili ospiti del convento facciamo voti
affinché una cannonata colpisca l’animale, senza
dilaniarlo troppo. Purtroppo questo sembra essere
protetto da qualche prestigiosa divinità. Le cannonate
scoppiano dovunque ma il suino sopravvive, con grande
rammarico per i nostri stomaci.
Agosto 1944
Stanotte è piovuto a lungo. Stamattina il cielo sembra
lavato ed i colori della campagna sono vivi e nitidi.
Per godermi meglio questo spettacolo, salgo in alto agli
ultimi piani dell’immenso edificio del convento e porto
con me un vecchio cannocchiale di mio padre. Non
dimenticherò mai lo spettacolo drammatico che si offre
ai miei occhi: Fucecchio è irriconoscibile. Questo
lindo, grazioso ed ordinato paese è ormai ridotto ad un
mucchio di rovine. Ovunque case sventrate dalle
cannonate e dalle bombe degli aerei, pali della luce
divelti, negozi con le porte sfondate, carogne di gatti
e di cani per le strade piene di immondizie, tetti con
immensi fori che lasciano vedere le povere intimità
delle stanze. Ovunque un aspetto di morte e desolazione
ed un. silenzio assoluto, irreale, che contrasta con la
nitida luce del sole e del cielo in questa giornata di
fine agosto.
Improvvisamente odo il rumore pesante di alcuni passi.
Sono due soldati tedeschi che, mitra a tracolla,
passeggiano avanti e indietro sorvegliando altri
soldati, genieri e guastatori che stanno certamente
posando cariche di mine nei punti nevralgici del paese.
Il silenzio è così intenso che mi sembra di udire il
loro respiro. Ritorno più a basso. Le ferite della
guerra sono ormai dentro di noi e su tutte le cose. Non
c’è più un angolo di pace dove tu possa posare gli
occhi. Ovunque la visione ossessiva della guerra che sta
frantumando tutto. Quotidianamente le notizie luttuose
arrivano fino al convento. E’ morto il tale, il tal
altro è stato ucciso e così via, ogni giorno con una
monotonia da Ufficio di Statistica. Che orrore i primi
morti! e poi quale cinismo nell’accogliere le notizie
dei giorni successivi! Anche la morte in queste
circostanze si svuota di drammaticità e diviene un fatto
di ordinaria amministrazione.
Agosto 1944
Mio zio Bruno ed io siamo soliti fare la siesta nelle
prime ore del pomeriggio in alcune stanze sotto il
campanile della chiesa del convento, Le mura perimetrali
sono possenti e di danno un senso di sicurezza. Sto
sonnecchiando ed ascolto i silenzi dell’afoso pomeriggio
estivo, mi addormento frugando con la fantasia nel
passato.
Un mio parente ha scritto un libro dal titolo “Medio Evo
in un castello fiorentino” che tratta appunto la storia
di Fucecchio e si dilunga sulle origini di questo
convento. Sogno:
Mi sembra d’intravedere nell’orto antistante il
campanile, un monaco Vallombrosano ( tali erano appunto
i frati che abitavano questo convento ai primi del 1200
) che passeggia lentamente leggendo il breviario, giù
nella pianura, tra viottole scoscese e sentieri
campestri e selvaggi che si aprono tra le paludi sono in
agguato i soldati dei capitani di ventura. Portano la
guerra in tutte le contrade, sterminino lutti e rovine.
Il loro passo, nelle buie notti invernali fa trattenere
il respiro ai monaci chiusi nelle loro celle.
Improvvisamente odo un rumore infernale che mi sveglia
di soprassalto. Altro che soldati di ventura e monaci
Vallombrosani.... ! I tedeschi hanno minato un muro per
aprire un passaggio tra i due lati del colle per battere
con lo stesso carro armato su due fronti. La vecchia
casa del Pergentino è crollata. Il pollaio delle monache
distrutto. Una ventina di polli uccisi.
Comincerà da oggi l’orgia dei polli…! Pranzo e cena
piatto unico: pollo. I primi due giorni i nostri
stomaci, provati da lunghi ed ansiosi desideri di carne
sono entusiasti per i nuovi pasti, poi comincia la
nausea. I nazisti sono riusciti a farmi odiare anche la
carne di pollo mentre assediato in un convento rischiavo
di morire di fame. E’ uno dei tanti paradossi di questa
guerra.
Intanto si sparge la voce che i tedeschi stanno
ritirandosi su tutto il fronte. Si dice che resteranno
solo alcuni gruppi di guastatori per far saltare le case
ed i piccoli ponti secondari rimasti ancora in piedi sul
padule. Tutte le vie di comunicazione debbono essere
distrutte. E’ l’ultimo atto di barbarie. La conclusione
finale del dramma del nostro paese. Crollano le case in
collina, crolla le vecchia torre di Castruccio nella via
di S. Andrea, crollano antichi palazzi, si spezzano
sotto la furia distruttrice delle mine, le fabbriche e
gli opifici giù in basso nella zona industriale. Il
volto del mio paese è sfigurato da una maschera di
sangue e di ferite profonde da cui forse non potrà più
guarire. Certamente non si potranno mai più ricostruire
certi angoli tra torri ed i vecchi palazzi nobili
costruiti sul colle, angoli nei quali il tempo aveva
creato delle suggestioni di luci e di ombre e di colori
d’incomparabile bellezza.
I tedeschi se ne vanno e portano con sé tutto. Portano
via cose, persone e paesaggi. Hanno seminato morte,
lutti e rovine. Sembra un destino! Ma i popoli che
calano dalle contrade del nord sfogano sempre i loro
complessi secolari sulle felici e calde genti del
Mediterraneo. E’ una nemesi storica che si ripete anche
oggi. I tedeschi lasciano dietro di sé il vuoto e
l’odio,
1 settembre 1944
I tedeschi sono fuggiti ai nord oltre le colline verso
Bologna. Arrivano i primi soldati americani. Masticano
chewing-gum, offrono sigarette, viveri e medicine,
Sembrano tutti belli questi soldati! Hanno il viso
aperto e disteso, C’è nei loro occhi e nei loro volti il
presagio della vittoria. Hanno la sicurezza del
combattere per liberare. Hanno la forza di compiere una
missione giusta. E’ un grande atto di solidarietà umana
il gesto di questi soldati che portano a noi, popolo
vinto, aiuti in viveri e medicinali. E’ un gesto che
ridà agli italiani la speranza e la fede in un domani.
Sino ad ora il vincitore ha sempre messo il vinto in
catene. L’America, invece, oggi ci aiuta e ci dà oggi la
libertà. E’ inutile polemizzare. Questa non è retorica.
Libertà vuoi dire libertà. Oggi io posso gridare
“Maledetto Hitler, sei un criminale” nessuno mi arresta,
nessuno mi deporta. Sono un uomo libero! Sono pazzo di.
gioia! Posso sentire la musica jazz senza essere
sospettato di frondismo capitalista. E’ finita l’epoca
degli indiziati! L’atmosfera da contro spionaggio,
l’equivoco delle parole. Ho riacquistato la dignità di
uomo, ringrazio questi soldati che mi hanno ridato
questo immenso dono. Ho la casa distrutta. La mia
famiglia ha perduto tutto. Siamo affamati. dobbiamo
ricominciare da capo. Ma ci sono le fondamenta morali
per ricominciare. C’è la libertà.
I miei figli, quando nasceranno, saranno figli della
loro madre e non della Lupa! Non andranno il sabato in
camicia nera, non subiranno l’umiliazione del saluto
obbligatorio, del bollettino in piedi, dello schiaffo
dello squadrista e della retorica delle “monture”,
impareranno ad essere migliori di noi, Perché nasceranno
con la verità nel cuore.
Piero Malvolti
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