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16 luglio - 6 settembre
1944
Il 17 Luglio finalmente partirono quei tedeschi, che si
erano accantonati nel mio villaggio. Due di loro avevano
preso dimora nella mia casa: il sergente Biagio ed il
soldato Augusto. Non presentavano la durezza del tedesco
“ tipo”. Erano quasi gentili, assai educati;
specialmente Biagio. Augusto aveva anche un cuore
sentimentale. Era giovanissimo, ma già ammogliato e con
prole. Spesso apriva un portacarte e contemplava le
fotografie del piccolo figlio e della propria moglie. Ma
gli piaceva anche Cesarina, la mia ragazza da casa.
Suonava con viva passione la fisarmonica. Ma, quando
apprese che i ragli e i miagolii del suo strumento non
deliziavano i miei timpani, si sfogò a suonare altrove.
Partiva con la fisarmonica non senza avere dato una
occhiata passionale a Cesarina, una occhiata di invito,
che voleva dire: “ Vieni a sentirmi almeno tu ”.
Cesarina è una ragazza molto seria, ma la fisarmonica le
piace; e spesso obbediva.
La sera precedente a quel 17 Luglio, mentre Augusto col
suo organetto gracidava, urlava, strideva, mugolava
presso una famiglia vicina, Biagio mi salvò da una
catastrofe certa, inevitabile. Erano circa le 23. Una
automobile, carica di tedeschi avvinazzati, si fermò
davanti al cancello del mio giardino. In un pessimo
italiano mi fu imposto di aprire. Volevano donne.
Chiamai Biagio in aiuto e dopo una discussione animata,
di cui nulla io capii, l’automobile ripartì, senza che
il cancello venisse aperto, con gran fracasso del motore
e delle ugole di quella barbara gente.
Biagio parlò allora molto seriamente. Mi disse che al
mattino la sua compagnia sarebbe andata via e mi
consigliò di non rimanere solo in quella abitazione con
le mie donne.
Passai una notte poco tranquilla. Non volevo abbandonare
la mia casa.
Avevo trovato qualche giorno prima un quartiere a
Firenze per portarvi tutta la famiglia e per rimanere io
solo a Ponte a Cappiano. A Firenze si diceva che
Alessandro Pavolini aveva ottenuto da Hitler grandi
cose: Firenze città bianca non difesa: libera! Ma la mia
moglie e le mie figlie, saputa la decisione da me presa
di non lasciare Ponte a Cappiano a nessun costo, per non
venire meno ai miei doveri di medico in quella zona,
rifiutarono recisamente di staccarsi da me. E così
eccomi solo in un villaggio di poche case, staccate dal
paese, esposto al pericolo della violenza dei tedeschi,
che superava di gran lunga qualsiasi altro pericolo.
La sera del 17 venne la prima cannonata: un sibilo e poi
lo scoppio in una piaggiola di un contadino, certo Carli,
a pochi metri da casa mia.
La casa non aveva alcun riparo. Esposta sopra una
collina, con un lato verso l’Arno, ove era il fronte,
poteva benissimo servire da osservatorio.
Quella prima cannonata e più ancora l’impressione viva
della sera precedente mi fecero finalmente decidere.
A cena era stato invitato l’ottimo amico don Vago. Dissi
a tutti di prepararsi a mangiare e intanto caricai sopra
un carretto reti e materassi. Passai col carretto dalla
piaggiola del Carli e mi diressi verso le “Cave del
Masoni”, rifugio ottimo, dove già si era sistemata una
simpatica brigata di amici con le loro famiglie.
“ Le Cave del Masoni ” dovrebbero passare alla storia di
Ponte a Cappiano come monumento di guerra. Belle
giornate vi passammo! Sono ampie “cave”, grotte secolari
che raffigurano quelle degli antichi romani. Chi dice
che siano naturali e chi le vuole costruite al tempo dei
Medici. Un archeologo potrebbe dirci molte cose. Per me
sarebbero state un delizioso allegrissimo ricovero, se
non fossi stato un medico.
Si entrava nelle Cave da certe buche in realtà molto
scomode. Ma proprio vero: le gioie si conquistano per le
vie del dolore. E chi arrivava a raddrizzare entro le
Cave le gambe e il groppone, bisognava che prima si
aggomitolasse e battesse quasi sempre la testa contro un
duro di ghiaia o di tufo. Arrivati, si respirava bene.
Un bel frescolino ristorava il corpo, quasi sempre
inumidito di sudore per il sole di estate. Allo stomaco
veniva un appetito insolito in quelle calde giornate.
Quando si mangiava, purtroppo i denti spesso tritavano
dei granellini di sabbia. Era la sabbia del soffitto; i
granellini cadevano abbondantemente su 1’ umido o su
l’arrosto. Ma si mangiava bene. E si beveva. E si
cantava. Si era allegri. Quello che era mio, era tuo. Si
viveva comunisticamente. La proprietà era assai
limitata. A dire il vero i1 capitalismo fu assai
generoso col proletariato, io appartenevo al
proletariato. Vi erano degli amministratori di beni, che
appartenevano al capitalismo. Non potrò mai dimenticare
1’ animo generoso di Osvaldo Fontana. E poi vi erano di
S. Croce e, fra questi, due autentici campioni: Dino
Giannoni e Giovanni Meacci. - Chi non conosce a Santa.
Croce? A S. Croce uno mangia e soprattutto beve per due.
Ma se questi ha con sé un amico, si mangia e si beve per
quattro a spese, bene si intende, di quello di S. Croce.
Dagli amici de “Le Cave,, fui accolto con vivo piacere e
furono subito sistemate alcune piazzole per me e per gli
altri di famiglia.
Era ancora giorno. Scaricai reti e materasse. E tornai a
casa. Stavano mangiando. Era quasi notte.. Al lumicino
di una candela masticai qualche cosa anche io. Intanto
con altri avevo portato tre carretti. Caricammo valige,
cassette, guanciali, lenzuoli, coperte e poi insieme con
i miei tornai a “Le Cave ,,. L’ora del coprifuoco era
passata da un pezzo. Dormivano, e noi ci sdraiammo fuori
in un campo.
La notte era magnifica. Il cielo sereno. La luna alta
mandava una luce, che dava l’impressione del giorno
all’alba. E finalmente l’alba venne. Con mia moglie
facemmo un’altra gita a casa con un carretto per
terminare di prendere il necessario.
Alle otto finalmente entrammo al rifugio. Di cannonate
ne avevamo sentite ancora, ma poche. Che gioia fu
l’entrata a “Le Cave”! La vera gioia si gusta nella
Comunità. E più siamo e più si vive. Miriam poi, la mia
figlia, era ultra felice. Le ridevano gli occhi e la
bocca, ma sopra tutto gli occhi, che ridevano anche
quando la bocca era seria.
Quello stare tutti insieme, quel non sentirsi più
padroni di nulla, quel godere di noi e di tutti, quel
vivere di tutte le gioie nostre e degli altri era una
cosa che si adattava molto al carattere nostro di
famiglia, ma più di tutti a Miriam. In pochi giorni ella
crebbe di 4 chili, cosa che non ero mai riuscito ad
ottenere con tutte le cure che le avevo prodigato. E
dire che Miriam era la mia preoccupazione. Come farà
quella bambina così gracile a sopportare i disagi de’
“Le Cave”? Cosa farà la sua sinusite frontale a quell’umido?
“Le Cave” erano umide e fredde. Bisognava dormire con la
coperta; e quando la mattina ci si svegliava, le coperte
e i guanciali restavano letteralmente bagnati. I
capelli, se non si coprivano, erano come tuffati nella
nebbia. Ho potuto constatare di fatto una cosa che già
sapevo in teoria: la importanza dello stato psichico sul
fisico delle persone. Per le cure ingrassanti credo che
nessuna supernutrizione, sia pure unita ad un assoluto
riposo, valga quanto il donare all’anima un periodo di
benessere e di soddisfazione. Lavorare con soddisfazione
credo che all’equilibrio delle calorie valga più del non
lavorare, del riposare, ma senza soddisfazione. Nel
benessere spirituale si deve assimilare molto di più.
Certamente per assimilare ci vuole prima di tutto il
materiale da assimilare. Ma del materiale non ne
mancava. I tedeschi avevano portato via molte bestie,
vacche, conigli e galline. Ma delle bestie rimaste i
contadini molte ne vendevano; non tutti forse con anima
generosa per fare mangiare noi. Ma l’importante è che la
carne non mancava. E poi c’era il prosciutto dei
capitalisti, e la ricotta del Macchi, e la frutta dei
campi, e il vino del Guidi e quello di Osvaldo e
1’anisetta del Giannoni e del Meacci. E quando si stava
per finire di mangiare, cominciava la gita degli
igienisti. I capigienisti erano tre: Vittorio Ancilotti,
Pietro Grassi e Gigi Assirelli. La loro igiene era
basata sulla lotta contro l’acqua.
L’acqua non fa sangue, essi dicevano; anzi diluisce il
sangue, come diluisce il vino. E giù un bicchiere di
vino da me, e poi un altro dal Guidi, e un altro da
Osvaldo e un altro ancora e poi un altro. Come sapevano
pupparlo quel vino! Tutti e tre avevano le stesse mosse.
Impugnavano il bicchiere elegantemente con quattro diti,
mignolo alzato, Poi lo portavano all’altezza del viso;
lo guardavano quel bicchiere di vino con occhi
sentimentali; e poi una decisione improvvisa; due o tre
sorsate, una schioccata di lingua al palato in
espressione di gusto e una strofinata alla bocca col
dorso della mano.
Dopo le bevute serali l’adunata era fuori da “ le Cave ”
in terrazza Ciano. Vittorio accordava il coro. E allora
gli animi e le voci modulavano vecchie cantate, fra le
quali quella del mazzolin di fiori meglio si adattava al
coro. Anche la canzone di Caterina però piaceva.
Giornate e nottate indimenticabili!
Quando si dormiva, di tanto in tanto si era svegliati da
una pedata di un compagno, che al buio si alzava per
andare a fare all’aperto...... i fatti suoi. Chi
russava, chi sospirava, chi rumoreggiava in altri modi
più o meno fisiologici, ma insomma si dormiva. Non
mancavano qualche volta le stranezze di Dino Giannoni.
Una notte dormivo saporitamente; sento Dino gridare:
“ Eccoli; eccoli; vieni via ci ammazzano” . Queste
parole pronunciate a voce alta, eccitata nella notte mi
fecero balzare sui letto, mentre il cuore batteva fitto
fitto. Mi aspettavo di vedere i tedeschi con la pistola
puntata. Invece... Dino sognava.
La mattina qualcuno veniva a chiamarmi per le visite,
che io facevo a piedi o in bicicletta. In un giorno
della settimana andavo all’ospedale di Fucecchio per i
miei tubercolotici, cosa che poi non potetti più fare
per i servizi che io avevo al mio ospedaletto e poi
anche perché all’ospedale di Fucecchio vi era una
discreta scorta di medici, fra i quali si trovava anche
Enzo Galleni, che io avevo avuto con me per circa due
anni e che era già pratico di pneumotorace ed altro.
Intanto le granate si facevano sempre più frequenti.
Quelle che esplodevano dopo un attimo dal colpo di
partenza ci riempivano l’anima di gioia.
“Questa e sparata da vicino” si diceva. “ Fra pochi
giorni saremo liberi”. Una volta azzardai dire che
saremmo stati liberati il 15 Agosto. Protesta generale..
Ma passa un giorno e passa l’altro; e l’ americano non
passa. E invece passano fitte le granate. I tedeschi
diventano ogni giorno più prepotenti, più ladri, più
violenti. Rubano, spezzano, minacciano, si ubriacano,
obbligano al lavoro, sequestrano le persone.
Anche a “Le Cave “viene il panico.
Una sera al buio si presenta una squadra armata. Subito
mi pescano. Mi qualifico per medico. E allora mi mettono
un’acetilene in mano perché faccia luce. Ad uno ad uno,
questi tedescacci visitano i giacigli, alzano le
materasse;. e di tanto in tanto ecco fuori un viso
sbalordito. Gianni Meacci, Osvaldo Fontana, Dino
Giannoni, e poi il figlio di Gigi e altri. Tutti al
lavoro. Il giorno dopo pescarono perfino Don Vago, il
nostro sacerdote, che faceva come me la spoletta fra un
rifugio e un altro per portare ovunque una parola di
conforto e la sua sacra benedizione.
Cominciarono presto i feriti e i morti. Qualche ferito
venne anche a “Le Cave “. Ma a “ Le Cave ” fra la terra
non era possibile medicare. Fra le altre cose non avevo
che scarso materiale: cinque o sei fasce in tutto, un
poco di alcool denaturato, e un poco di tintura di jodio.
Quasi tutti i ferri chirurgici del mio ambulatorio erano
già stati presi dai tedeschi. Avevo salvato i ferri
ostetrici, qualche bisturi e due pinze, che avevo preso
con me la prima sera.
La mattina del 28 Luglio mi trovavo a visitare dei
malati al rifugio del Fagni di Ponte a Cappiano. Vedo
arrivare un carretto con un ferito di S. Croce sull’
Arno. È l’addetto alle strade comunali, Guidi Paolo. I1
ferito è assai grave. A malincuore accetterebbe di
essere portato all’ospedale di Fucecchio. La strada da
percorrere sarebbe lunga e pericolosa.
Vedo là vicino a me a pochi metri il ponte di Usciana.
Si sa che prestissimo questi ponti dovranno saltare.
Sono già minati. Come si potrebbe fare allora a portare
questi feriti all’ospedale?
La levatrice, Umiliana Poggi, mi aveva già avvertito che
vi erano tre donne molto prossime al parto. Avrebbero
potuto partorire di giorno in giorno. Molte case della
zona erano già crollate. E queste partorienti stavano
nei rifugi. Non c’è dunque più dubbio: bisogna
attrezzare subito a Ponte a Cappiano un ospedaletto
civile da campo. Con me sono la Poggi e uno studente di
medicina, Mauro Benedetti. La mia proposta piace.
Faccio portare il Guidi, il ferito, in una stanza
terrena del così detto granaio di Ponte a Cappiano -
casone mediceo; e decidiamo di attrezzare un ospedaletto.
Ma intanto mancano le fasce. Quelle poche che avevo
erano state tutte consumate. Ma questa idea dell’ospedaletto
mi attrae moltissimo. La cosa poi è necessarissima,
indispensabile. Considero che non abbiamo un
medicamento, non una fiala di siero antitetanico, cosa
del resto generale per tutti i medici ed anche per gli
ospedali (i tedeschi se ne erano impossessati dovunque),
non una fiala di cardiotonici né di morfina né di altro.
Tutto esaurito.
Per prima cosa mi procuro di una cucina da campo, di
alcune pentole e di sapone. L’acqua è vicina. Trovo
alcune fasce; pochissime. Mando a prendere da mia moglie
due lenzuoli. Ne faccio molte bende, che metto a
bollire. Trovo del lisoformio e, dell’alcool.
Mi procuro di un tavolo, che chiameremo operatorio. E
finalmente medichiamo il ferito. Notiamo: una ferita da
scheggia di granata con ritenzione alla regione glutea
sinistra con foro di entrata al disotto del margine
superiore della cresta iliaca. Ferita lacera alla
regione occipitale. Ampia ferita lacera alla spalla
destra interessante tutta la fossa sopraspinosa. La
scheggia entrata dalla regione glutea la tolsi dalla
regione perineale. Il ferito è accuratamente medicato.
Si tratta ora di trovargli un letto. Si obbliga i
famigliari a provvedere una rete e un materasso. E
intanto si sdraia il ferito provvisoriamente sopra un
altro materasso prestato.
Corro subito a Fucecchio in bicicletta. Fucecchio è
deserta. Nessuno può abitarvi. L’unica famiglia, che ha
potuto rimanere, è quella del ‘farmacista Dott. Ranieri
Montanelli. Egli capisce le mie necessità, quelle del
mio ospedaletto, e generosamente mi fornisce tutto il
possibile. Trovo qualche fiala di siero antitetanico ad
anche del siero antidifterico.
Torno contento a Ponte a Cappiano. Bisogna procurare
tutti gli utensili da cucina (piatti, scodelle
bicchieri) e sopra tutto organizzare i servizi. Raccolgo
una squadra di ragazze che si chiameranno, per far loro
piacere e anche perché il titolo è più che giustificato,
crocerossine.
L’ospedaletto inizia così la sua vita: dal nulla.
Di notte dormo sempre a “Le Cave”. All’ospedaletto
restano Mauro Benedetti e la Poggi. La mattina mi reco
all’infermeria e faccio svariate medicature. Vi è molta
gente, che viene dai rifugi. La poca igiene e i molti
contatti hanno dato luogo ad una vera epidemia di
eczemi, foruncoli, piodermiti piaghe, bolle di ogni
genere. Per tutti c’è da medicare. La cucina dell’
infermeria funziona bene: latte, brodo e lesso non
mancano.
Dopo appena tre giorni di vita l’ospedaletto deve
disfare le tende e trasferirsi. Una cannonata scoperchia
una casa a tre o quattro- metri di distanza da noi.
Luoghi sicuri non ve ne sono. Il locale più sicuro
sarebbe stato nelle cantine della Villa Tonini
gentilmente subito concesse oppure nella villa Vanni. Ma
nelle une e nelle altre ci sono i tedeschi. Davanti a “
Le Cave ” è una casa colonica di Magnani Virgilio; è una
casa che si vede male; situata in una valle e per me
comodissima perché vicina a “Le Cave”.
Senz’altro si trasporta tutto al Magnani. Là è anche una
ottima sorgente d’acqua.
Ritorno a Fucecchio per i medicinali e ne trovo ancora.
E altri ancora ne
troverò nei giorni seguenti. Fra noi e la farmacia è
ormai stabilito un contatto quasi quotidiano per mezzo
di Leopoldo Brucini detto “Poldo di Bocino”.
Il nostro. “ Poldo ” è davvero degno di un monumento.
Per chi non lo conoscesse è facile il presentarlo: è il
tipico esemplare della onestà, della generosità,
dell’altruismo, della vera signorilità in miseria.
Quando a Ponte a Cappiano c’è da fare una cosa di
interesse pubblico, Poldo non manca mai; e chi lavora è
Poldo, chi fa tutto è Poldo. Nulla chiede. Di tutto si
contenta. E se deve amministrare dei soldi, è scrupoloso
fino al centesimo. E dire che il nostro Poldo al tempo
dello squadrismo fascista fu manganellato a sangue.
E’ vero: era l’alfiere della bandiera rossa, ma credo
che fosse anche di quella dei combattenti. Ma oggi Poldo
non è più l’alfiere; è un’autentica bandiera; il suo
nome è un simbolo di sacrificio, di onestà, di lavoro,
di fede. Al Magnani l’ospedaletto si organizzò in pieno.
Fu fatta una prima raccolta di danaro: al rifugio del
Fagni L. 3384; a quello de “ Le Cave ” L. 4515. Il
nostro cassiere fu nei primi tempi Don Vago. Mi è di
grande dispiacere il non potere citare ad uno ad uno i
generosi oblatori.
Queste liste, tenute da Don Vago, rimasero sotto le
macerie della parrocchia. Potrei qui citare i maggiori
oblatori, ma nel pensiero di poterne omettere qualcuno,
credo migliore cosa di astenermi da questo proposito. In
ogni maniera tutte le spese e tutti gli incassi saranno
riportati nello specchietto a parte. Ma posso dire che
quasi nessuno rifiutò il suo aiuto. Di quello che si dà
per me la quantità ha una relativa importanza. Chi più
ha è logico che più dia. Non mancano però (e anzi sono
molte) le eccezioni alla regola. Troppo spesso si trova
della gente che ha, ma che in alcuna maniera vuole dare.
Questa gente per me sarebbe bene segnalarla, perché chi
non dà, quando può dare, nulla mai dovrebbe avere:
neppure l’aria che si respira. L’egoismo e l’avarizia
non sono difetto amorale, ma sono difetto immorale. Non
per nulla Dante condanna gli avari nel quarto cerchio
dell’inferno.
“Qui vid’io gente, più che altrove, troppa “.
E quando Dante si rivolge a Virgilio:
... Maestro, tra questi cotali
dovr’io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cedesti mali
Virgilio risponde:
Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita, che i fe’ sozzi,
ad ogni conoscenza or li fa bruni.
I servizi dell’ospedaletto furono bene divisi: il sig.
Giulio Buonafalce di Pisa, sfollato a S. Croce con
l’intero ufficio delle ipoteche, fu il nostro cassiere
ed esattore:
La cucina fu affidata a Sabatini Vienna.
Infermieri fissi erano Sabatini Domenico e Benedetti
Mauro.
Infermiere Crocerossine:
Poggi Umiliana - Doddoli Fiorella - Doddoli Miriam
Checchi Gorizia nei Bocciardi - Bindi Bice - Nannini
Miretta
Manzi Giuliana vedova Checchi - Bimbi Nilia - Bindi
Luisa
Uomini addetti ai servizi (spesa, provvista di legna, di
acqua, etc.):
Sabatini Domenico - Banti Michele - Banti Elio
Banti Alvaro - il brigadiere dei carabinieri Consani
Gino.
Trasferito l’ospedaletto al Magnani, dovetti prendervi
anche io fissa dimora. Troppo pericoloso sarebbe stato
per me muovermi continuamente da “ Le Cave ” al Magnani.
Tutta la mia famiglia volle venire con me, nonostante a
“ Le Cave ” si fosse molto più vicini.
Di questo rifugio ne era già venuto il collaudo. Una
granata vi era scoppiata sopra. La conseguenza non fu
che una caduta di poca terra, proprio nel punto della
esplosione, cosa questa che suscitò le ire del nostro
Beppe Giannoni, il figlio maggiore di Dino; un ragazzino
dì poco più di dieci anni, che ha però la mentalità di
un giovanotto maturo, un ragazzino precoce che discute e
sostiene le sue opinioni di ribelle e che nell’avvenire
personificherà degnamente “ il cittadino che protesta ”.
Beppe sentita la bomba sopra il capo ed investito in
pieno dalla terra, mentre stava sdraiato, protestò a
piena gola:
“ Io lo dicevo, qui si muore tutti; qui mi fate morire;
ma io non voglio morire ” Beppe infatti è già ‘per il
sole dell’avvenire. E questo sole vuole vederlo in pieno
meriggio.
Della casa Magnani non era invece da fidarsi troppo.
Questa abitazione ha, è vero, dei muri e degli
impiantiti molto spessi, ma ha anche dei muri e degli
impiantiti molto deboli. D’altra parte ci era poco da
scegliere. Migliore località in quel momento non vi era.
Tenevo i feriti in una stanza, e in un’altra accanto
stavamo noi di famiglia, i Buonafalce e i Sabatini,
cuoca e infermiere. Precedentemente questi due locali
erano adibiti a stalle. La mia stanza era connessa con
la concimaia. Sarebbe inutile il trattare di tutti gli
sforzi che dovemmo fare per difenderci dalle mosche e
per rendere il più igienico possibile un ambiente così
infetto.
Con la buona volontà di Banti Michele, Banti Elio, Banti
Astutillo, Banti Alvaro, Manzi Gisberto, il brigadiere
Gino Consani e Magnani Giuseppe, fu costruito un
anticrollo per i feriti. Al piano di sopra si fece un
piccolo reparto ostetrico.
Fra i ricoverati più gravi era una certa Bilanceri Nara
di Castelfranco (Pisa), entrata il 31 Luglio con ferita
ampia e profonda da scheggia alla regione
sopraclavicolare destra alla regione mammaria destra e
dorsale e al gomito sinistro. Non potetti farle la
iniezione di siero antitetanico. Purtroppo dopo pochi
giorni dalla ferita comparvero sintomi di tetano
(contratture a guisa di scosse elettriche agli arti e
alla bocca). Non era ancora comparso il trisma, quando
mi misi all’affannosa ricerca del siero. Alla villa
Papini era un capitano medico tedesco. Ne ebbi da lui
due flaconi da 20.000 unità ciascuno.
Il giorno dopo ritornai dal capitano e ne ebbi altre
40.000 unità. Altre 40.000 unità ne ebbi da un
maresciallo di sanità che si trovava a S. Gregorio a
Torre.. Acido fenico non ne avevo. Iniettai il siero per
via endovenosa, endorachidea e intramuscolare. Il 13
Agosto, quando l’infezione antitetanica sembrava non
dare più segni di preoccupazione, la Bilanceri morì di
setticemia. Non aveva ancora compiuto 23 anni. Nella
notte precedente al giorno della morte io l’assistetti
quasi di continuo. Ma a nulla valsero le nostre cure.
Tutto il materiale di medicatura della Nara veniva volta
volta bruciato. Perdemmo così una infinità di bende e di
fasce.
Un altro ferito da ricordare è il seguente: Gufoni
Gisberto di Foscolo di S. Croce sull’Arno. Entra l’11
Agosto con ferita all’emitorace destro, da scheggia di
granata all’interno della regione ascellare posteriore
in corrispondenza della 3^, 4^ e 5^ costa. Enfisema
sottocutaneo dispnea, polso piccolissimo e frequente
stato fortemente anemico. Zaffai bene la ferita.
Praticai subito iniezioni di morfina e cardiotonici,
coagulanti, siero antitetanico, vaccino antipiogeno
polivalente Bruschettini e sulfamidici in ferita e per
via intermuscolare.
Tolsi la scheggia il giorno dopo dal 4° spazio
intercostolare di destra anteriormente. Notai i segni
clinici di un emotorace, che fu confermato anche dalla
puntura esplorativa in pleura. All’emotorace seguì una
pleurite essudativa con scarso essudato. Ritengo che
1’assenza di complicazioni sia stata conseguenza dei
sulfamidici e del vaccino polivalente iniettato in sede
di ferita e per via intramuscolare. I1 Gufoni escì il 5
Settembre in ottime condizioni. Lo rivisitai dopo molti
giorni. Lo pregai di farsi una radiografia a Firenze,
che dimostrò la ferita del polmone.
Il 6 Agosto fu un’altra giornata indimenticabile, ma più
per me personalmente e per mia moglie che per l’ospedaletto.
Stavo prendendo con dei vecchi un bagno generale in una
stanza del Magnani, quando un ragazzetto. di circa 12
anni, Macchi Mario, mi venne ad avvertire che dei
tedeschi smuravano dove io avevo nascosto tutti i miei
bauli: il frutto del mio lavoro, la quasi unica mia
ricchezza, il puro necessario alla vita. Era venuto ad
avvertirmi questo ragazzo e non il babbo perché gli
uomini erano allora ricercati dai tedeschi e molti
venivano anche portati via. Il babbo era nascosto. Mia
moglie, che da quel giorno io chiamai la mia Anita, non
lasciò finire il racconto. Piantò in asso i. secchi e il
marito e con Maria, una sfollata che tenevamo con noi,
corse a casa decisa ad affrontare i tedeschi. Non mi
dette il tempo di vestirmi. In un attimo mi diressi
anche io verso casa.
In quel momento si aprì un tremendo fuoco di
artiglieria. Correvo fra i rumori delle granate che
esplodevano e il sibilo delle schegge che passavano
vicine. Quando arrivai, i tedeschi erano già fuggiti
sgangherando la porta di cantina, intimoriti
dall’ordine, dato da mia moglie a Maria, di correre al
comando.
Bisognava portare via tutti i bauli. Trovai molti
generosi: Michele, Elio, Astutillo e Alvaro Banti,
Gisberto Manzi, il brigadiere Gino Consani, Rossi
Corrado, Pietro Grassi e vari altri. Le artiglierie
americane sparavano ancora. Ma tutti i bauli arrivarono
al Magnani. La mia Anita fu la protagonista di questa
vicenda.
Altra giornata indimenticabile fu quella del 10 Agosto.
Stavo medicando i miei feriti, quando arrivò, sopra un “
topolino ” che era il mio - quello presomi dai tedeschi
qualche giorno prima - un ferito gravissimo all’addome
con fuoriuscita dell’intestino. Non lo feci neppure
scaricare. Misi sugli intestini delle bende caldissime e
feci trasportare il ferito immediatamente all’ospedale
di Fucecchio. Intanto questo disgraziato urlava e ci
incitava ad andare immediatamente al mulino del Tognetti,
ove erano vari feriti e morti.
Quasi subito infatti vennero altri feriti. Posti non ne
avevo e non potei trattenerne che pochi. Uno di loro era
gravissimo. Fatte le opportune medicature, quasi tutti
questi feriti ad uno ad uno su dei carretti li mandai
all’ospedale di. Fucecchio. Trattenni il ferito grave,
un certo Maltinti di S. Croce, per il quale. andai io
stesso dai tedeschi, che erano a Ponte a Cappiano,
chiedendo un mezzo di trasporto adatto, un’autolettiga o
almeno un’automobile o un autocarro.
Essi telefonarono o fecero finzione di telefonare e mi
assicurarono che presto il mezzo di trasporto sarebbe
venuto. Intanto col mio infermiere e con Don Vago ci
recammo al mulino. Ci fermammo a medicare un’altra
ferita grave, Benvenuti Annunziata coniugata al così
detto Tambau.
Una cannonata l’aveva completamente amputata della gamba
e del piede di sinistra. Alla coscia destra era una
ferita lacera con frattura comminuta esposta del femore.
La poveretta era completamente dissanguata. L’avrebbe
forse salvata una immediata trasfusione di sangue.
Al mulino brandelli di carne di qua e di là - un tedesco
morto – altri morti in una casa. In un’altra casa due
feriti ancora vivi e salvabilissimi: una donna anziana
che non poteva camminare perché fratturata di recente al
femore destro in una caduta e un piccolo bambino di 8 o
9 anni, Sassetti Tullio. Egli viveva con la nonna. Ora
la nonna giaceva cadavere in un’altra stanza. I1
bambino, era ferito alle regioni glutee, la donna
anziana, Cardini
Adelina nei Tommi di Livorno, era ferita all’avambraccio
destro. Il bambino lo portò via il mio infermiere sulla
bicicletta e la Cardini fu trasportata con un carretto.
A me premeva molto il ferito, che avevo lasciato, il
Maltinti. Una scheggia di granata si doveva essere
insediata nella regione mediastinica. Passai dai
tedeschi a prendere notizie dell’automobile, che doveva
arrivare. Ebbi promesse. Intanto per non perdere tempo
portammo il ferito a Ponte a Cappiano presso gli stessi
tedeschi.
Nell’attesa mi recai per un attimo a rifocillare lo
stomaco in casa di Arrigo Meacci.
Cominciava a sparire il giorno. Era quasi notte, quando
i tedeschi mi annunziarono che l’attesa dell’automobile
sarebbe stata perfettamente inutile. In tutta questa
manovra dell’attesa essi certamente dovevano avere
macchinato una di quella loro gesta caratteristiche, che
soltanto dei sadici della morte, quali erano i tedeschi,
potevano compiere.
Noi italiani, orgogliosi del nostro patrimonio morale,
non possiamo e non potremo mai perdonare ai bastardi
repubblichini di essersi alleati ad un popolo come
quello. Hitler fu il tipico esempio di questo sadismo
assassino. Era abbastanza intelligente per i tedeschi da
divenirne un mito. Nessuno quindi può meravigliarsi se
durante la guerra 39 - 45 in un intero popolo, quello
tedesco, che egli aveva modellato sul proprio io, il
valore del combattente si mutò in barbarie ed il
supernazionalismo del Nietzche divenne mostruoso senso
di distruzione di tutto quello che non si chiamava
Germania.
La ragione del mio dubbio sopra esposto di avere quei
tedeschi divisato qualcosa di losco, facendomi attendere
una automobile poi negata, è evidente nel fatto che
narro. La squadra di tedeschi cui mi ero rivolto era
quella del così detti guastatori che facevano saltare i
ponti, le case, le torri e tutto ciò che ritenevano
opportuno.
Ad un’ora bene stabilita (ed in questa precisione gli
unni erano di una esattezza straordinaria) doveva
saltare la torre di Castruccio Castracani a Fucecchio,
da dove si doveva passare per arrivare all’ospedale.
Il disgraziato Maltinti era dolorante sopra un carretto,
ansioso di vedersi trasportato al luogo di cura. Non fu
possibile trovare chi lo portasse. La giornata era stata
assai tragica e molte furono le vittime. Le artiglierie
tedesche continuavano qua e là il loro fuoco
martellante. La notte era vicina. Si diceva che a “ La
Ferruzza ” le sentinelle tedesche sparavano contro
chiunque avesse tentato di entrare in Fucecchio.
Sopra un carretto era un ferito grave, che bisognava
salvare. Partimmo, ad accompagnarlo io, Arrigo Meacci e
il padre del ferito, vecchio e sofferente di angina
pectoris.
Si arrivò a “ La Ferruzza ” fra scoppi di granate nei
campi. La strada non fu mai battuta. A “ La Ferruzza ”
era completamente buio. Non si vedeva a pochi metri di
distanza. Il momento non fu senza emozione. Non si udì
alcuna voce. Imboccammo la salita. Ad un certo punto la
gutturale voce temuta si annunziò imperiosa e secca.
Veniva da dietro una casa di quell’abitato della
straducola che porta alla Chiesa.
Quel tedesco era l’addetto alla mina che doveva fare
saltare la Torre di Castruccio. Alla voce risposi “
feriti, ospedale, croce rossa ”. Sentii dirmi
ripetutamente “ ia ” e proseguimmo ignari di quello che
sarebbe accaduto. Altra voce dello stesso tedesco - che
stava nascosto - altro ia - e avanti.
Un rombo fragoroso, intenso altissimo, una pioggia di
pietroni e di vetri, e poi un polverone che ci
soffocava. Nel punto dove ci si trovava non potevamo
respirare. Ma i corpi nostri erano illesi. Ci gettammo a
precipizio giù per la discesa. Il padre del ferito era
rimasto un poco indietro. Ecco fuori dal suo
nascondiglio il tedesco, ed in perfetto italiano ci
annunziò:
- Io diceva grande crollo torre.
Il Maltinti non fu possibile portarlo all’ospedale prima
dell’alba. Purtroppo dopo quattro giorni morì.
Il 25 Agosto eravamo rimasti senza alcool, senza tintura
di iodio e non avevamo una goccia di siero antitetanico.
Ci avevano detto che a Pescia si trovava anche il siero.
Ci mancava pure il sale per il brodo e la carne.
All’alba del 26 partimmo in bicicletta per Pescia io e
il mio infermiere Domenico Sabatini e Banti Michele. Ci
fermammo un attimo a “ La Chiesina ” : si fu scongiurati
di non proseguire. I tedeschi “chiappavano ” o
uccidevano. Uno di loro era stato giustamente freddato
il giorno precedente. Ne era seguita una rappresaglia
quanto mai violenta. Di queste rappresaglie, di
uccisioni fatte nella maniera più crudele e più barbara,
che mente umana possa immaginare, ne erano state
compiute in grande quantità in zone vicine.
In località “ La Fattoria ” erano state uccise
innocentemente 5 persone il 6 Luglio, e un’altra fu
uccisa il 17 Luglio. Il 23 agosto pure a “ La Fattoria ”
vennero fucilate altre due vittime. Nello stesso giorno
al “Capannone” ne furono mitragliati dieci; e 19 a “
Pratogrande ”. Fra queste ultime erano la Settepassi
Sandra di anni 15 domiciliata a Massarella e altri ivi
sfollati:
- Pollastrini Emilia nei Malfatti con i figli Evandro di
anni 13 e Inghilesco di anni 9. Un’altra figlia Malfatti
era pure stata mitragliata. Rimase miracolosamente
ferita e potette salvarsi fingendo la morte con l’anima
straziata per la sorte dei suoi cari. Di Massarella
vennero fucilati Guidi Giuseppe col figlio Dante e poi
Guidi Angiolo, Guidi Quinto, Bandini Agostino e Cerrini
Enos sfollato a ”Madonna della Querce”
Proseguire per Pescia era dunque pericoloso. Ma noi
avevamo un foglio firmato dal comando tedesco e non ci
lasciammo intimorire. Giungemmo infatti senza alcuna
noia. In tutti coloro, che avvicinammo, si destò non
poca meraviglia. Scambio di notizie. A Pescia qualcuno
clandestinamente e non senza rischio poteva ancora
ascoltare la radio. Le cose andavano bene.
Il giorno della liberazione doveva essere vicinissimo.
Si fu accolti con molta gentilezza. Dal Prof. Anzilotti
ebbi in prestito alcuni ferri chirurgici, di cui sono
tuttora debitore. Sale se ne ebbe a volontà
gratuitamente. Trovammo anche dell’alcool, tintura di
iodio, acqua ossigenata, fasce ed altro. Il ritorno fu
meno felice del viaggio di andata. Arrivammo però all’ospedaletto
stanchi, ma sani e salvi.
Da pochi giorni al Magnani erano arrivati i tedeschi: il
comando di zona. Ero molto in pensiero per i miei
degenti, perché si diceva che ci avrebbero mandato via
tutti. Correva voce che avrebbero fatto sgombrare anche
quelli del rifugio de “ Le Cave ” e forse, tutta la zona
di Ponte a Cappiano. Invece sinceramente devo confessare
che quel comando di zona fu di gente onesta e davvero
cavalleresca. Il comandante era un maggiore, che,
secondo le informazioni raccolte, doveva essere di
origine ungherese: alto, non tanto magro, ma asciutto,
fronte alta aperta, viso sorridente, elegante nel
portamento. Parlava molto bene il francese e
discretamente l’italiano. Preferiva il francese. Era
stato in Italia anche prima delle guerra. Ci sapeva
nemici, ma non gli importava. Faceva il soldato, ma
nella maniera vera del soldato. Nelle sue note
caratteristiche forse sarà mancato 1’ “ ottimo ” di
servizio da parte di Kesserling. Se invece tutti i
soldati tedeschi avessero avuto le sue qualità, la
Germania avrebbe potuto resistere inutilmente, ma con
assai maggiore dignità e decoro e più a lungo.
Veduta la nostra dimora, egli sorrise bonariamente e poi
disse: “ici ce n’est pas possible de soigner des blessés
”. Vide la stanza delle partorienti e concluse:
“Il faut que vous vous transferez immédiatement; cette
installation n’est pas convenable pour vous”. Mi indicò
una bella villa vicina, sistemata sopra una collina.
Feci notare che la villa era stata requisita dai
tedeschi. Ma il maggiore osservò:
-C’est moi qui est le commandant ici. Ce palais sera
destiné à l’hopital .
Dinanzi ad una generosità, così insolita in quella
gente, rimasi perplesso. Obiettai che i feriti, le
partorienti e tutti noi saremmo stati sicuri nelle
cantine, ma che la zona era battutissima dalle
artiglierie, perché troppo esposta, e che difficili
sarebbero stati i servizi. Seccamente mi rispose: “ Mais
vous aurez le signe de la croix rouge!”
Notai che anche l’ospedale di Fucecchio aveva il segno
della croce rossa, ma l’ospedale era stato cannoneggiato
più di una volta. “ Evidemment ” egli rispose.
L’ospedale di Fucecchio era in mezzo a un caseggiato. I
segnali della croce rossa non potevano essere
rispettati. Gli americani, egli mi assicurò, osservano
scrupolosamente i regolamenti di guerra. Notai che nelle
vicinanze della villa vi erano sempre state appostate
delle batterie e che quindi gli americani potevano
benissimo non rispettare il segnale della croce rossa,
come era accaduto per l’ospedale di Fucecchio. Il
maggiore in modo risoluto rispose:
“ Mais je vous ai dit: c’est moi qui est le commandant
et vous pouvez y mettre les emblèmes de la croix rouge ”
La gentilezza di quell’uomo non poteva essere rifiutata.
Rimaneva però il dubbio del suo buon cuore data la sua
qualità di tedesco. Egli aveva trattato da vero
gentiluomo. Come si poteva credere a un tradimento?
Detti la notizia a tutto il personale dell’ospedaletto.
Nessuno ne rimase contento. Molto meno ne rimasi
contento io, che avevo il pensiero dei miei otto bauli,
i quali erano stati da me sistemati al Magnani
ottimamente. Bisognava però accettare il cortese invito,
ne andassero pure gli otto bauli. Alcuni mi dicevano:
-Non andiamo, dottore. La villa è minata. Ci fanno
saltare tutti in aria. La stessa cosa è stata fatta a S.
Miniato. Hanno riempito la Chiesa di fedeli, e poi la
Chiesa è saltata per aria.
Questa diceria fu invece smentita nei giorni che
seguirono. Ma di nefandezze tedesche ne era piena la
zona. In verità la notizia che la villa era minata
correva da vari giorni. Mi affidai al destino, sicuro
della mia coscienza.
All’alba di un mattino degli ultimi di Agosto, il 27 o
il 28, con l’aiuto generoso di diverse persone,
trasportammo i feriti e il materiale, compresi i miei
otto bauli, dal Magnani alla villa Vanni. Tutto si
svolse senza incidenti. Arrivò soltanto una piccola
cannonata ad un angolo della villa, forse per il troppo
movimento. Quella cannonata la interpretai come di
avvertimento.
Il Sig. Cesare Battini di S. Croce sull’Arno, che era
stato generoso anche nella sua offerta per l’ospedaletto,
ci fornì di sacchi rossi di tela. Altri ci dettero dei
grandi lenzuoli bianchi. Mettemmo due o tre bandieroni
sulla torretta coi segnali della croce rossa. Non arrivò
più un colpo di artiglieria.
Gli ufficiali del comando io li invitai, a spese
totalmente mie, a cena alla villa. Questo invito fu
molto penoso per me. Ricordo che al desinare di quel
giorno io non potei inghiottire un boccone. Ma nella mia
coscienza era una responsabilità troppo grande. Detti
sfogo dei miei sentimenti con gli amici che avevo
vicini. Dei tedeschi ne avevo una fobia che potrei
definire organica. I1 mio nome Curtatone e la mia
nascita avvenuta nove mesi dopo il 29 Maggio 1894
documentano quello che mi ha sempre assicurato mio
padre, che cioè io fui fecondato con germe antitedesco,
in un giorno di ricorrenza della battaglia di Curtatone
e Montanara e nella casa di Giuseppe Montanelli. Posso
anche dire che sono stato sempre contrario alla guerra.
Ma della guerra 15-18 - lo dico con orgoglio - fui un
ardentissimo volontario.
Quel maggiore però si era dimostrato un galantuomo.
D’altra parte a me piace che anche fra nemici ci sia un
senso di cavalleria. Mi ricordavo degli scambi di
pagnotte e di sigarette che facevamo sul Carso alle
trincee dei Razzi e della Morte fra noi e gli austriaci.
Quanto più cavallerescamente si combatteva allora!
Di quel comando tedesco, devo dirlo, non posso che
parlarne bene ; del maggiore, degli ufficiali e dei
soldati addetti al comando. Credo che fossero tutti
scontenti della guerra e di Hitler. Fra i soldati era un
certo Hans Kliemen. Era un ragazzone alto, biondo con
occhi chiari e grandi. che facilmente si arrossavano e
si inumidivano nelle emozioni. Aveva 22 anni. Era
studente di medicina ed era figlio di un medico. Il
padre suo era ufficiale medico nell’esercito che
combatteva contro i russi. Ma tanto Hans che suo padre,
a detta di lui, avrebbero mandato al diavolo Hitler e
tutto il nazi-fascismo. Nell’ultimo giorno che eravamo
al Magnani volle conoscermi. Si presentò. Espresse il
suo desiderio di trattenersi all’ospedaletto con me. Gli
manifestai il mio assoluto consenso; soltanto gli esposi
la opportunità di chiedere il permesso al maggiore. Egli
ne rimase persuaso e così fece.
Venne a trovarci anche alla villa Vanni. Mi assicurò di
avere avuto il permesso dal maggiore. Fu con noi una
intera giornata e si trattenne anche la notte. Quando
alla villa egli vide tutte le nefandezze e le
devastazioni ivi compiute dai suoi commilitoni, i suoi
occhi si arrossarono e lasciarono spargere delle lacrime
grosse. Le sue labbra pronunziarono queste testuali
parole:
“Germani Popolo di Vandali”
Le sue invettive contro Hitler e contro i suoi seguaci
furono abbondanti e, credo, sincerissime. Hans Kliemen
non poteva mentire.
Il giorno dopo verso mezzogiorno vennero a chiamarlo. Lo
volevano al comando. Kliemen partì subito, e dopo poco
ritornò, come al solito, con gli occhi rossi lacrimanti.
Era stato punito. Doveva lasciare subito il comando e
portarsi in prima linea. Aveva commesso una colpa
disciplinare, chiedendo il permesso al maggiore, senza
curarsi del proprio sottotenente. Il maggiore non aveva
dato importanza alla regola. Ma il sottotenente aveva
imposto ed ottenuto la punizione di Kliemen.
Decisi di accompagnarlo al comando. Lo assicurai che non
sarebbe stato punito. Chiesi dell’aiutante maggiore che
mi ricevette quasi subito. Espressi il desiderio di
parlare da solo al sottotenente. Quando il sottotenente
arrivò, il capitano aiutante maggiore, muovendo le
labbra a sorriso, mi domandò se proprio il colloquio
avrebbe dovuto svolgersi fra me e il sottotenente, soli
; sorridendo come lui, risposi che si poteva benissimo
trattare anche in tre. Dissi poche parole. Parlai da
padre. Chiarii che della punizione di Kliemen io mi
sentivo il capo responsabile. Dissi che il padre di
Kliemen era un collega. Esposi i miei doveri di collega.
Accennai alle stranezze della disciplina militare.
Le facce dei due ufficiali si guardarono sorridenti e
poi si rivolsero a me. Kliemen sarebbe stato richiamato
al comando. Contento uscii in un baleno per dare
l’annunzio a Kliemen. Kliemen non c’era più. Era già
partito per la prima linea.
Nella notte grandi esplosioni. Tutto ciò che era stato
minato saltava in aria. Al mattino i tedeschi non ci
erano più. La villa era in piedi. I miei feriti, le mie
donne di parto e tutti noi eravamo salvi. Corsi al
Magnani dove ara il comando. Kliemen era rientrato ed
era ripartito con gli altri, lasciando per me i suoi
saluti ed i suoi ringraziamenti.
Quanto volentieri io rivedrei questo soldato Era
tedesco, ma un tedesco di eccezione: antinazista e
nemico delle barbarie. Assaporata la liberazione, pensai
subito con gioia a quei tre soldati francesi
dell’esercito tedesco che da circa un mese vivevano
nell’ansia e nel terrore custoditi nei nascondigli da
alcuni di noi.
L’autore di questa impresa pericolosissima era stato
Gino Brucini. Dalla sua casa passavano molti soldati
tedeschi. Tre di loro, alsaziani e quindi di nazionalità
francese, espressero chiaramente al Brucini il desiderio
di disertare e di essere salvati. Si poteva dubitare
della loro sincerità e credere al tradimento. Ma il
Brucini coraggiosamente accettò la proposta. Li accolse
in casa sua. Un altro tedesco informava il Brucini di
tutte le mosse dei suoi compari ed il Brucini con molta
intelligenza spostava i tre fuggiaschi vestiti in
borghese Ora qua e ora là. Fummo subito informati io, il
Meacci, il Giannoni e il Fontana. Fu una gara in favore
di questi disgraziati nella cui testa pendeva ad ogni
istante la spada di Damocle. Il primo settembre il loro
grido di “libertà” venne con entusiasmo nelle loro
labbra.
L’ospedaletto civile da campo di Ponte a Cappiano ebbe
brevissima vita.
Io ringrazio i miei collaboratori e le gentili
collaboratrici, ringrazio gli oblatori, che mi permisero
di assolvere, come potei, la mia missione di medico.
Quello che facemmo fu poca cosa. Tengo però a dichiarare
che tutto fu fatto col massimo zelo e col massimo
disinteresse, in quel periodo 28 Luglio- 6 Settembre,
fino cioè alla completa estinzione dell’ospedaletto. Io
incassai L. 500 da Quirici Teresa per un raschiamento
uterino in seguito ad aborto incompleto al 2° mese
compiuto. Ottimo fu i1 contegno di tutti, in speciale
maniera del mio infermiere Domenico Sabatini e di Banti
Michele. Bravissime furono le crocerossine. Superiore ad
ogni elogio fu Attilio Don Vago, che confermò in quel
periodo le sue doti di missionario.
Quello che dalla gestione dell’ ospedaletto avanzò e
cioè la somma di L. 5349 fu versato al Comitato di
Liberazione Nazionale della sottosezione di Ponte a
Cappiano.
Sulla cucina dell’ ospedaletto gravarono, ma soltanto
parzialmente, la cuoca effettiva Vienna Sabatini,
l’infermiere effettivo Domenico Sabatini, Michele Banti
e suo figlio Elio.
La mia famiglia si mantenne a parte e di ciò possono
essere testimoni tutti coloro che fecero parte dell’ospedaletto.
La retta per i degenti non fu sempre uguale. Raggiunse
un massimo obbligatorio di L. 50 giornaliere per coloro
che potevano pagare. Dei non possedenti ne avemmo
diversi e questi furono mantenuti gratuitamente.
La vita dell’ospedaletto fu come risulta
dall’esposizione che segue.
Giannotti Gino di Augusto di Ponte a Cappiano; entrato
il 28 Luglio febbricitante affetto da endocardite
reumatica, uscito il 3 Agosto in condizioni leggermente
migliorate. Giornate di degenza N. 7, versate L. 200.
Battini Alba di Paolo di S. Croce sull’Arno; entrata il
29 Luglio febbricitante affetta da tonsillite
follicolare, uscita il 2 Agosto, guarita. Giornate di
degenza N. 5, volontariamente versate L. 1000.
Guidi Paolo fu Silvestro di S. Croce sull’Arno; entrato
il 28 Luglio. Ferita con ritenzione di scheggia alla
regione glutea sinistra; foro di entrata al di sotto del
margine superiore della cresta iliaca; ferita lacera
alla regione occipitale, ampia ferita alla spalla destra
interessante tutta la regione sopraspinosa. Fu estratta
la scheggia dalla regione perineale. Escì il 5 settembre
in buone condizioni. Giornate di degenza N. 40, versate:
il dì 8 agosto L. 500
il dì 20 agosto L. 500
il dì 1 settembre L. 500
il dì 5 settembre L. 500
______________
Totale L. 2.000
Quirici Teresa nata Battini di S. Croce sull’Arno;
entrata il 3 Agosto per aborto incompleto al 2°mese
compiuto di gravidanza, uscita il 9 Agosto in perfette
condizioni. Subì un raschiamento uterino. Giornate di
degenza N. 7, versate L. 500.
Mazzantini (illeggibile il nome e la paternità); entrata
il 10 Agosto per ferita infetta al piede destro con
linfangite alla gamba ed adenite inguinale Uscita il 16
Agosto guarita. Giornate di degenza N. 7, versate L.
250.
Bellagamba Gemma di S. Croce sull’Arno entrata il 6
Agosto in stato di. gravidanza a termine. Parto eutocico
di una infante femmina. Uscita madre e figlia in ottime
condizioni il 13 Agosto. Giornate di degenza N. 8,
versate L. 400.
Zucchelli Emma nata Bertini di Angiolo di Ponte a
Cappiano; entrata il 9 Agosto per ferita lacera da
scheggia di granata alla regione dorsale sulla
paravertebrale sinistra a livello della sesta, settima e
ottava vertebra dorsale. Uscita guarita il 19 Agosto.
Nulla versato perché durante la degenza ha rifornito di
latte l’ospedaletto.
Zucchi Giovanni di Fucecchio (detto Pisano); ferita alla
coscia destra dapallottola di fucile entrato il 10
Agosto. Uscito guarito il 22 Agosto. Giornate di degenza
n. 12, versate L. 250.
Sassetti Tullio di Giovanni di Ponte a Cappiano; ferite
alle regioni glutee di destra e di sinistra con
ritenzione di schegge, entrato il 1° Agosto, uscito
guarito il 1° settembre. Ebbe durante la degenza un
decorso di dissenteria. Giornate di degenza n. 59. Nulla
versato.
Signora di Livorno (illeggibile il nome e il cognome);
entrata il 15 Agosto febbricitante per piodermite
bollosa agli arti superiori e inferiori. Uscita in buone
condizioni il 20 di Agosto. Giornate di degenza N. 5.
Versate L. 100.
Meacci Angiolo del fu Antonio di Ponte a Cappiano;
entrato il 20 Agosto per ferita lacera da scheggia di
granata al margine esterno e al dorso del piede destro
alla regione metatarsale. Uscito guarito, il 4
settembre. Giornate di degenza N. 15. Nulla versato.
Giani Maria del fu Pietro di S. Croce sull’Arno; ferita
infetta al piede destro con linfangite alla gamba e
adenite inguinale. Edema infiammatorio a tutto il
ginocchio destro. Focolaio broncopolmonitico alla base
del polmone destro. Stato settico. Entrata il di l°
Agosto. Uscita il 20 agosto in buone condizioni.
Giornate di degenza N. 20, versate
il dì 20 agosto . . . L 700
il dì 4 settembre . L 250
___________
Totale L. 950
Bilanceri Nara di Giuseppe di Castelfranco di Sotto ;.
entrata il 31 Luglio per ferita da scheggia alla regione
sopraclavicolare destra, altre ferite al torace, alla
regione mammaria destra e alla regione dorsale, ferita
lacera al gomito. Deceduta il 13 Agosto per setticemia e
tetano. Giornate di degenza N 14, versate L. 420.
Banti Genny di Virgilio nei Fagni di Ponte a Cappiano;
entrata il 28 Agosto con febbre intermittente e
splenomegolia di natura da determinarsi. Fece iniezioni
endovenose di urotropina, e le fu somministrato del
chinino. Uscì completamente sfebbrata il 4 Settembre.
Giornate di degenza N. 7. Nulla versato perché la figlia
in qualità di crocerossina ed il fratello Michele
avevano fatto molto servizio all’ospedaletto.
Carli Marsia di Giovanni nei Caponi di S. Croce
sull’Arno entra in stato di gravidanza il 29 Agosto.
Esce il 4 Settembre. Giornate di degenza N. 7, versate
L. 200.
Gemignani Giuliana di Gino di S. Croce sull’Arno; entra
il 31 Luglio in stato di gravidanza a termine. Parto
eutocico avvenuto il 9 Agosto. Esce in buone condizioni
con la figlia il 26 Agosto. Giornate di degenza N. 26,
versate L. 1100.
Mazzanti Ottavia nei Mancini, nata a Staffoli; entrata
il 10 Agosto in stato di gravidanza a termine. Partorì
l’11 Agosto. Parto eutocico di feto maschio nato vivo ma
asfittico sofferente, deceduto dopo 15 ore dalla
nascita. Uscì il 17 Agosto in ottimo stato fisico.
Giornate di degenza N. 8, versate L. 400.
Carli Gino del fu Pietro di Ponte a Cappiano; entra il
13 Agosto per ferita da scheggia al piede destro con
foro di entrata alla regione dorsale fra l’alluce e il
secondo dito e foro di uscita alla regione plantare
metatarsale. Esce guarito il 26 Agosto. Giornate di
degenza N. 14, versate L. 570.
Matteoli Velia di Eraldo nata Caselli; entrata il 17
Agosto in stato di gravidanza a termine. Parto eutocico
avvenuto il 17 Agosto. Lacerazione perineale. Esce in
ottime condizioni col figlio il 26 Agosto. Giornate di
degenza N. 10, versate L. 500.
Campigli Antonio del fu Giovanni di Ponte a Cappiano
venuto via dall’ospedale di Fucecchio ed entrato da noi
il 26 Agosto. Uscito il 4 Settembre. Ferita da scheggia
alla regione frontale sopraorbitaria destra,
suppurazione all’ occhio destro. Esce il 4 Settembre,
migliorato. Giornate di degenza N. 10, versate L. 500.
Gufoni Gisberto di Foscolo di S. Croce sull’Arno;
entrato l’11 Agosto per ferita da scheggia di granata
all’emitorace destro con foro di entrata all’interno
dell’ascellare posteriore in corrispondenza della 3^, 4^
e 5^ costa. Ritenzione di scheggia. Enfisema
sottocutaneo dispnea, polso piccolo e frequente, stato
anemico. Fu tolta la scheggia al 4° spazio intercostale
di destra anteriormente. Trattamento dell’emitorace e
della pleurite reattiva. Esce guarito il 5 Settembre.
Giornate di degenza N. 28, versato:
il dì 26 agosto L. 500
il dì 28 agosto L. 500
il dì 5 settembre L. 250
_______
Totale L. 1.250
Galleni Serafina del fu Giovanni nei Checchi di Ponte a
Cappiano; entra il 27 Agosto per colica addominale da
colecistite. Esce il 4 Settembre guarita. Giornate di
degenza N. 9. Nulla versato perché la figlia Gorizia
prestava servizio in qualità di crocerossina.
Masetti - Fedi Carlo del fu Vincenzo di S. Croce
sull’Arno; entra il 15 Agosto per ferita da scheggia
alla regione sopraorbitale destra e ferita lacera al
polso destro dal lato mediale. Esce guarito il 3
Settembre. Giornate di degenza N. 20, versate:
il dì 26 Agosto L.300
il dì 3 Settembre L. 300
______
Totale L. 600
Le spese di mantenimento alla mensa furono a parte
perché con la moglie collaborò alla mensa mia.
Panichi Isola del fu Savino nata Campigli di Ponte a
Cappiano. Entrata il 9 Agosto per ferita molto ampia
lacera con asportazione della pelle, del sottocutaneo e
di masse muscolari alla coscia sinistra, fra il 3° medio
e il 3° superiore superficie anterolaterale. Esce quasi
guarita il 5 Settembre. Giornate di degenza N. 27.
versate:
il dì 26 Agosto L.1000
il dì 31 agosto L. 500
Totale L.1500
Restituite il dì 5 Settembre L. 150
_______
Totale pagato L. 1350
Pacini Aladino di Francesco di Ponte a Cappiano venuto
via dall’ospedale di Fucecchio ed entrato da noi il 26
Agosto. Ferita lacera da scheggia di granata al gomito
destro e all’emitorace destro sulla paravertebrale
sinistra a livello della 7^, 8^ e 9^ vertebra dorsale.
Esce quasi guarito il 4 Settembre. Giornate di degenza
N. 10, versate L. 500.
Pampaloni Maria nei Rovini di S. Croce sull’Arno; entra
il 27 Agosto per ferita lacera spappolamento dei tessuti
alla spalla destra ed asportazione della parte esterna
della clavicola; viene trasferita in discrete condizioni
il 6 Settembre all’ospedale di Fucecchio. Da Fucecchio
la ferita fu trasportata all’Istituto Ortopedico di
Firenze dal Prof. Palagi. Gode tuttora ottima salute ed
è guarita residuando una diminuzione leggera di
funzionalità dell’arto superiore destro. Giornate di
degenza N. 10, versate L. 500.
Cardini Adelina del fu Alessandro nei Tommi di Livorno;
entrata il 10 Agosto per ferita da scheggia alla regione
mediale del 3° medio dell’avambraccio destro. Esce
guarita il 6 Settembre. Giornate di degenza N. 27, nulla
versato.
Dani Lina di Antonio nei Vanni di S. Croce sull’Arno;
entra in stato di gravidanza a termine il 26 Agosto.
Parto eutocico il 28 Agosto. Esce con la figlia in
ottime condizioni il 4 settembre. Giornate di degenza N.10,
versate L. 500.
Brucini Giulia di Tito; entra il 15 Agosto per
glomerulonefrite. Esce il 28 Agosto migliorata. Giornate
di degenza N. 14. Nulla versato perché sorella della
Brucini sposata al Magnani che ospitava gratuitamente
tutto l’ospedaletto.
Bandini Giulio del fu Cesare; entra il 22 Agosto per
emartrosi al ginocchio destro. Esce il 25 Agosto dopo
fasciatura ed immobilizzazione della gamba. Giornate di
degenza N. 4. Nulla versato all’ospedaletto perché
facente parte della famiglia mia come padre della mia
donna di casa Cesarina.
Egli del resto fu molto generoso e regalò del vino, un
coniglio e un’anatra.
Manzi Settima del fu Benedetto nei Melani di Ponte a
Cappiano; entra il 31 Agosto per ferita da scheggia di
granata alla gamba destra terzo inferiore. Esce il 3
settembre in buone condizioni ma ancora da curare a.
casa. Giornate di degenza N. 4, versate
il dì 31 Agosto L.300
Restituite il dì 3 Settembre L.180
_____
Totale pagato L.120
Del Terra Chiarina del fu Ermindo nei Meacci di Ponte a
Cappiano entrata il 2 Settembre per ferita da scheggia
di mina alla regione dorsale uscita il 5 Settembre in
buone condizioni ancora da curarsj a casa. Giornate di
degenza N. 4.
Pagate L. 120
più per siero antitetanico ed altro L. 225
_____
Totale versato L. 345
Bonfiglioli Lina del fu Donato, vedova Monti di Ponte a
Cappiano; entrata il 2 Settembre per ferita da scheggia
di mina alla coscia destra. Uscita il 5 Settembre in
buone condizioni ancora da curarsi. a casa. Giornate di
degenza N. 4, nulla versato.
Come si vede il lavoro svolto all’ospedaletto civile da
campo di Ponte a Cappiano non fu grandioso per vastità
di lavoro. Non poteva essere altrimenti in così poco
tempo. Fu una cosina modesta, ma non facile, quando si
pensi che nacque dal nulla e a tutte le difficoltà del
momento. Ogni mattina avevamo da visitare e medicare una
discreta quantità di gente, che, non ricoverata al
nostro ospedaletto, ricorreva però a noi per tutte le
cure. Avemmo anche due malati di difterite che per
ragioni evidenti non potemmo ricoverare. Un bambino, che
non mi è stato possibile rintracciare, guarì
completamente.
Nell’altro caso, Bracci Deanna di Corrado di S. Croce
sull’Arno, ottenemmo la guarigione apparente; ma per la
insufficienza del siero la bambina morì a S. Croce
sull’Arno il dì 8 Settembre per miocardite difterica.
I feriti furono quasi tutti medicati giornalmente.
Qualcuno fu medicato anche due volte e anche tre volte
al giorno. Le nostre medicature erano quasi sempre di
impacchi caldo umidi. Facemmo molto uso di sulfamidici e
di pomata allo streptosil sui margini delle ferite. Ne
avemmo un risultato ottimo.
Del siero antitetanico ne somministrammo assai: tutto
quello che fu possibile trovare.
È da registrare un solo decesso: inevitabile.
Gli incassi furono i seguenti:
30 Luglio - somma raccolta. da Don Vago Attilio a “ Le
Cave del Masoni L. 4915
somma raccolta dalle crocerossine a Ponte a Cappiano L.
3384
fu Donnini Rodolfo L. 50
Monti Corrado L. 50
fu Papini Pietro L. 700
l Agosto - Giannotti Gino L. 200
Boschi Aladino L . 50
Meacci (nome illeggibile) L. 145
2 Agosto . Battini Alba L. 1000
3 Agosto Guidi Paolo L. 500
9 Agosto Quirici Teresa L. 500
13 Agosto Bellagamba Gemma L .400
15 Agosto Mazzantini (nome illeggibile) L 250
15 Agosto Mazzanti Ottavia L. 400
20 Agosto Guidi Paolo L .500
20 Agosto Giani Maria L. 700
20 Agosto Signora di Livorno (nome e cognome
illeggibili) L. 100
21 Agosto fu Zucchi Giovanni L. 250
26 Agosto Avv. A. Nistri L. 500
26 Agosto Avv. Torquato e sig.ra Maria Lami (seconda
offerta) L. 200
26 Agosto Giovanni Nistri L. 200
26 Agosto Silvia Farina L. 50
26 Agosto Fanciullacci Luigi L . 200
26 Agosto Buti Paganello L. 200
26 Agosto Piccini Durante L. 200
26 Agosto Meacci Gelindo L. 50
26 Agosto Campigli Antonio L. 500
26 Agosto NN L. 5
26 Agosto Gufoni Gisberto L. 500
26 Agosto Masetti-Fedi Carlo L. 300
26 Agosto Pacini Aladino L. 500
26 Agosto Gemignani Giuliana L. 1110
26 Agosto fu Carli Gino L. 570
26 Agosto Panichi Isola L. 1000
27 Agosto Pampaloni Maria nei Rovini L 500
28 Agosto Gufoni Gisberto L. 500
28 Agosto Dani Lina L. 500
29 Agosto Giannoni Dino - Meacci Giovanni - Fontana
Osvaldo
(seconda offerta) L. 1000
29 Agosto Dall’amministrazione della Fattoria di Poggio
Adorno L. 1000
29 Agosto Pescini Alberto L. 300
24 Battini Cesare (oltre 2 sacchi del valore di L. 200
ciasc.) L. 400
30 Agosto Carli Marzia L. 500
31 Agosto Matteoli Velia L. 500
31 Panichi Isola L. 500
1 Settembre Manzi Settima L. 300
1 Settembre Guidi Paolo L. 500
3 Settembre Masetti-Fedi Carlo L. 300
4 Settembre Giani Maria L. 250
5 Settembre Gufoni Gisberto L. 250
5 Settembre Guidi Paolo L. 500
6 Settembre Del Terra Chiarina nei Meacci L. 120
10 Settembre Per la fu Bilanceri Nara L. 420
Recupero medicinali L. 1627
_______
Totale incassi L. 29.996
Le spese furono
30 luglio acquisto pentole L. 200
30 luglio acquisto medicinali L. 1.150
30 luglio acquisto soda L. 45
30 luglio acquisto utensili per infermeria L . 362
30 luglio acquisto piatti e bicchieri L. 280
30 luglio acquisto carne L. 145
2 agosto acquisto carne L. 350
2 agosto acquisto sapone L. 200
3 agosto acquisto carne L. 160
4 agosto acquisto medicinali L. 1510
4 agosto acquisto carne L. 195
5 agosto acquisto carne L. 230
6 agosto acquisto carne L. 205
7 agosto acquisto carne e verdura L. 224
8 agosto acquisto vernice L. 30
9 agosto acquisto carne L. 150
11 agosto acquisto carne L. 140
12 agosto acquisto carne L. 160
12 agosto acquisto carburo L. 300
13 agosto acquisto carne e verdura L. 185
14 agosto acquisto sapone e soda L. 230
14 agosto acquisto candele e caffè L. 109
16 agosto acquisto carne L. 180
17 agosto acquisto medicinali L. 800
17 agosto acquisto carne L. 190
18 agosto acquisto carne e verdura L . 280
19 agosto acquisto medicinali L. 1400
19 agosto acquisto carne e sapone L. 330
19 agosto acquisti soda, chiodi e candele L. 200
20 agosto acquisto carne e verdura L. 465
22 agosto acquisto carne e verdura L. 220
23 agosto acquisto carne e verdura L. 120
23 agosto acquisto di medicinali L. 1230
24 agosto acquisto di carne L. 200
25 agosto acquisto di carne e verdura L. 300
26 agosto acquisto sapone L 400
26 agosto acquisto carne L. 280
26 agosto acquisto medicinali a Pescia L. 1.080
26 agosto acquisto vernici, carta e spago L. 149
27 agosto acquisto vino L. 375
27 agosto acquisto carne L. 220
27 agosto acquisto medicinali L. 620
28 agosto acquisto carne L. 190
29 agosto acquisto cotone da cucire e d altro L. 25
29 agosto acquisto di conigli L. 150
29 agosto acquisto di medicinali L. 176
30 agosto acquisto di 2 conigli e un pollo L. 290
31 agosto acquisto 5 conigli L. 300
31 agosto acquisto verdura L. 15
1 settembre acquisto medicinali L. 842
1 settembre acquisto latte L. 14
1 settembre acquisto di 2 conigli L. 150
1 settembre acquisto di 3 conigli L. 180
1 settembre restituite alla signora Carli Marzia L. 300
2 settembre acquisto conigli L. 195
3 settembre acquisto latte dei giorni 2 e 3 L. 160
3 settembre acquisto conigli L 195
3 settembre acqisto latte della settimana passata L. 23
3 settembre acquisto verdura L. 30
3 settembre restituite alla signora Manzi Settima L. 180
3 settembre acquisto latte L. 70
4 settembre acquisto conigli L. 220
4 settembre acquisto latte L. 80
5 settembre restituite alla signora Panichi Isola L. 150
5 settembre acquisto lisciva L. 10
5 settembre per saldo latte a Vangelo L. 23
5 settembre acquisto conigli L. 140
5 settembre pagate alla farmacia di S. Croce sull’Arno
per medicinali L. 2.000
Spese a parte
Per lavoro anticrollo ai feriti L. 300
Per aggiustatura della cucina economica di mia proprietà
L. 800
Per trasporto della cucina da Ponte e Cappiano a S.
Croce sull’Arno e viceversa L. 140
Dato per ricompensa a Sabatini Domenico e alla sua
moglie Vienna L. 800
Dato a Michele Banti per lui e suo figlio Elio e versate
alla sottosezione di Ponte a Cappiano C.L.N.I. L. 800
________________
TOTALE DELLE SPESE L. 24.647
Differenza fra gli incassi L. 29.996
Differenza fra le spese L. 24. 647
Versate alla sottosezione di Ponte a Cappiano
Comitato Liberazione Nazionale Italiano il dì 24 ottobre
1944 L. 5.349
Il mio racconto di guerra è finito.
Nel riportare i casi dei feriti da me curati non ho
minimamente inteso di rilevare la mia modesta e doverosa
pratica di medico.
Posso però affermare che le ferite da me trattate ebbero
tutte, eccettuato il caso di Bilanceri Nara, un ottimo
andamento. Sono persuaso che le ferite di guerra,
specialmente quelle da scheggia di granata, più si
medicano e più ne traggono giovamento. Tali ferite per
il grave trauma dei tessuti sono facilissime a
suppurare. Lasciata a sé, la infezione suppurativa si
propaga si approfondisce, intossica l’organismo, facendo
perdere quei poteri di difesa individuali tanto preziosi
in tutte le malattie. I nostri pazienti, anche perché ne
avemmo pochi, furono medicati giornalmente. E molto
bene, io credo, sarebbe stato se i medici di campagna e
dei piccoli paesi, invece di accentrare grandi masse di
feriti in ospedali, avessero fatto degli ospedaletti sul
tipo del mio fino al limite massimo delle loro
possibilità. Ritengo poi che molto utile sia stato il
nostro sistema di medicatura, che consisteva nella buona
igiene della ferita con la più accurata pulizia e nella
pomata sulfamidica sui margini delle ferite. Tale
pomata, oltre a combattere la infezione suppurativa,
accelera molto il processo di cicatrizzazione. che nelle
ferite lacere deve avvenire dai margini. Fino
dall’inizio delle mie richieste a chi acconsentì di
aiutarmi io dissi che avrei pubblicato una dettagliata
relazione sul nostro operato. La promessa doveva essere
mantenuta. La ho mantenuta volentieri anche per
rievocare un breve periodo di solidarietà umana,
sentimento questo che dovrebbe affratellare tutti gli
uomini nelle loro sventure. E’ strano che proprio oggi
questo spirito di solidarietà, che nasce dal dolore o
che almeno nel dolore si rafforza, manchi completamente
negli italiani nel momento della più grave sciagura
nazionale, che la storia ricordi. Probabilmente il
fenomeno è dovuto ad uno stato di cose che va al di là
del naturale.
Un uomo può rispondere ai suoi impulsi secondo le leggi
naturali, finché l’impulso è determinato da cause
normali, ma quando queste cause sono anormali, la
risposta all’impulso non può più essere naturale. Non
posso spiegare in altra maniera lo stato di cose
illogico irrazionale, al quale assistiamo dal giorno
della liberazione, con la completa scomparsa di ogni
sentimento di solidarietà e col trionfo di quello
istinto degli animali inferiori anarcoide rivolto al
proprio benessere a danno del benessere altrui, che poi
si risolve sempre in un grave danno collettivo e
individuale.
Guardando oggi l’Italia con occhi di medico, noi ci
troviamo dinanzi ad un quadro catastrofico, tragico a
prognosi però infausta relativamente.
Questa relatività di prognosi è tutta basata nella
efficacia della cura.
Un ammalato di difterite è nell’orlo della morte, ma il
siero antidifterico può decisamente- salvarlo.
Il fascismo è stato per l’Italia un vero elemento
distruttore di valori materiali e morali. Ma l’Italia,
anche se molto distrutta materialmente e moralmente,
anche nell’orlo della morte avrebbe il suo siero. La
gravità eccezionale del male sta nel fatto che il siero
il malato non lo vuole. Questo siero è di un solo tipo
ed è l’unico rimedio. Si chiama solidarietà umana, unica
generatrice di armonia e di forza. Tutto ciò che esiste,
dall’atomo all’infinito, risponde a questa legge
naturale: alla legge dell’armonia. Non vi può essere
vita senza armonia. Ma oggi disgraziatamente in Italia
tutto è disarmonico. Il popolo italiano lo possiamo
raffigurare ad una grande orchestra, ove ciascun
sonatore suona per conto suo e suona più forte che può
generando un caos disarmonico a danno collettivo e dei
propri organi. E’ strano, ma è cosi. L’impiegato e
l’operaio chiedono l’aumento dei salari; e si fanno
anche gli scioperi; il colono aumenta il prezzo dei suoi
generi ; il conciatore il prezzo del cuoio, e così via
in una corsa pazza, all’arrembaggio del proprio
benessere, che non si trova mai, perché più aumenta la
moneta circolante e più diminuisce la valuta e più
cresce la miseria.
Quanto meglio sarebbe, se invece di scioperare per
l’aumento dei salari, si mettessero al muro tutti coloro
che si ribellano al sentimento della solidarietà e
all’armonia della nazione.
Pure disarmonico e contrario al sentimento di
solidarietà è quel concetto di odio che oggi
fortunatamente si nota in pochi individui giustamente
accesi dalla passione, ma illogici nel fine.
Sarebbe tanto meglio esentarsene. Mussolini predicava :
odiare, odiare, odiare. Dunque il bene è amare, amare,
amare. Troppo giusto, troppo umano, troppo sociale è
punire i colpevoli, punire però i colpevoli veri si
chiamino essi maestà o altezze o eccellenze o gerarchi o
profittatori, non coloro che nel 1920 e 1921 erano ancor
giovani, non la gente di sentimenti onesti rea di
essersi lasciata tradire nella propria buona fede.
Il buon chirurgo dinanzi ad una gangrena interviene, ma
non interviene su l’edema infiammatorio perigangrenoso,
che deve essere trattato con impacchi balsamici e
rigeneratori. Se il chirurgo non facesse così, la
gangrena si estenderebbe sempre di più. La gangrena va
tolta.
Tutto il salvabile si deve salvare.
L’Italia oggi ha bisogno di non pochi interventi
chirurgici, ma ha pure bisogno non di odio, elemento
distruttivo, ma di molti impacchi educativi di nuova
vita di nuova morale.
Amore e fratellanza, armonia e solidarietà di uomini,
ecco il rimedio unico e sicuro della nostra povera
Italia.
Finito di stampare il 20 Settembre 1945 nella Tipografia
MARIO MENGOZZI - FUCECCHIO, Via Dante, 34
dottor Curtatone Doddoli
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