|
………..
Il 15 maggio 1942, scaduti i due mesi di licenza di
convalescenza, ritornai all’ospedale Militare di S.
Gallo a Firenze. Questa volta venni riconosciuto idoneo
a tutti i servizi militari e fui destinato al 22°
Reggimento Fanteria a Pisa.
Da Pisa fui trasferito subito al distaccamento di
Pontedera con i richiamati della classe 1901. Formavamo
due compagnie. Esercitazioni e marce notturne erano il
nostro pane quotidiano. Molte volte, nel cuore della
notte, mentre dormivamo profondamente, i nostri
ufficiali facevano squillare la tromba dell’adunata e in
non più di un quarto d’ora dovevamo trovarci nel cortile
equipaggiati come al fronte. e se uno ritardava non
poteva godere della libera uscita per otto giorni
consecutivi. dopo l’adunata ci aspettava una marcia di
venti chilometri.
Io ero aggregato al reparto mitraglieri: chi portava le
cassette delle munizioni sulle spalle; chi la mitraglia;
a me venne assegnato il trasporto, a spalla, del
treppiede, del peso di 32 chilogrammi. Su questo
treppiede veniva innestata la mitragliatrice.
La zona prescelta per le nostre manovre notturne e
diurne era quella di Montecchio, in collina, nei pressi
del ponte di Pontedera. Non era agevole raggiungere la
cima del colle con quel peso sulle spalle. Fatiche
sovrumane ! Fatiche da legionari ! E dietro di noi
c’erano i muli, senza nessun carico, affiancati ognuno
dal militare responsabile ! Giunti in vetta alla
collina, si piazzava l’arma come se fossimo nelle
trincee.
Una mattina venni chiamato dal sergente maggiore del mio
reparto che mi disse:
- Cioni, vai subito dal capitano che vuole parlarti.
- Cosa vorrà da me? – mi dissi.
Entrai nel suo ufficio. Salutai e mi misi sull’attenti.
Il capitano mi fissò negli occhi, abbozzò un mezzo
sorriso e con tono solenne mi disse:
- Cioni, questi sono tuoi.
E mi porse i gradi di caporale e tre mostrine colorate
di stoffa a testimonianza delle tre campagne balcaniche
a cui avevo partecipato.
- Ma io, signor capitano..- e non riuscii a dire altro
per l’emozione che mi attanagliava la gola.
L’ufficiale, che era in piedi, mi batté la mano sulla
spalla e mi congedò.
Non ho mai capito come avessero saputo della mia
partecipazione alle tre campagne balcaniche.
Ora che ero caporale, mi vennero aumentate la “deca” e
le responsabilità. Fui subito incaricato di fare
istruzione ad un reparto della classe 1901. Io mi
sforzai di fare del mio meglio.
La mia situazione, però, era molto migliorata: non
montavo più di guardia e dovevo fare solo il capoposto
alla porta della caserma quando scattava il mio turno;
fui infine esonerato dall’obbligo di trasportare a
spalla il treppiede della mitragliatrice – e questo fu
per me il regalo più bello.
D’agosto ebbi una licenza di quindici giorni. Quando
rientrai a Pontedera venni di nuovo trasferito a Pisa e
fui destinato non al mio reggimento di fanteria ma in
una caserma di smistamento chiamata “La provvisoria”.
Indescrivibile il via vai quotidiano di soldati che
venivano dirottati in tutte le parti d’Italia.
Insieme a me, in quella caserma, c’erano molti
fucecchiesi. E fra questi l’indimenticabile Mario
Guasqui. impiegato comunale e mio coinquilino: le nostre
famiglie abitavano nel medesimo fabbricato posto proprio
davanti alla SAFFA.
- O noi, Mario, dove saremo mandati? – gli chiedevo.
E lui di rimando:
- Speriamo bene.
I primi di settembre del 1942, subito dopo il rancio del
mezzogiorno, un ufficiale fece suonare l’adunata. Noi
tutti eravamo impazienti di sapere quello che doveva
comunicarci. Ci disse:
- Mi occorrono un caporale e cinque soldati che dovranno
sorvegliare i prigionieri greci di stanza a S. Romano .
Quando udii il nome S. Romano alzai subito la mano. e
così fecero altri cinque militari. L’ufficiale proseguì:
- Andate subito a prepararvi. Partirete dalla stazione
ferroviaria di Pisa alle ore sedici.
La mia contentezza era incontenibile: andavo a prestare
servizio militare vicino a casa mia.
Andai subito in fureria a ritirare i documenti necessari
e subito dopo, insieme ai miei cinque soldati, raggiunsi
a piedi la stazione ferroviaria di Pisa.
Alle ore 17 scendemmo a S. Romano. Chiesi subito dove si
trovava il campo dei prigionieri greci.
- In cima a quella salita c’è un convento di frati
francescani. I prigionieri sono dentro al convento –mi
rispose il signore a cui avevo rivolto la domanda.
Nel convento prestava servizio una compagnia addetta
alla sorveglianza di quaranta prigionieri.
L’indomani presi servizio come capoposto e controllore
delle sentinelle che circondavano il convento. Vi erano
in servizio altri cinque caporali. Tutte le sere,
nell’orario della libera uscita, andavo a casa
utilizzando la mia bicicletta.
Agnesina, la moglie di Mario Guasqui, ogni sera mi
confidava:
- Quanto sarebbe stato bello se anche il mio Mario
avesse alzato la mano per venire a S. Romano!
La mia vita , ora, scorreva tranquilla nonostante le
stellette. Ma una sera, all’appello delle ore 22, cinque
prigionieri greci non risposero: erano evasi.
- Ma di dove saranno scappati – ci chiedevamo increduli.
Tutta la compagnia si mise in movimento per rintracciare
gli evasi. Fuori pioveva e faceva molto freddo. Alla
ricerca dei cinque fuggitivi prese parte anche il
Maggiore della compagnia. Dopo alcune ore di ricerca
rientrammo in convento tutti bagnati ed infreddoliti. La
pioggia ed il freddo costrinsero i cinque fuggiaschi a
farsi rintracciare. Avevano raggiunto Capanne. Si erano
rifugiati per il riposo notturno sotto dei cespugli, ma
non ce l’avevano fatta a resistere alla pioggia e al
freddo invernale e i due capitani e i tre tenenti greci,
in condizioni veramente pietose, furono ritrovati
all’imbrunire del giorno successivo e riportati a S.
Romano.
Sotto il pavimento del loro alloggio c’era la sagrestia
della chiesa. I cinque erano riusciti a smuovere una
ventina di mattonelle, si erano calati nella sagrestia e
attraverso la chiesa si erano dileguati.
Noi non avevamo mai preso in considerazione l’ipotesi
dell’evasione perché i nostri rapporti con i prigionieri
greci, tutti ufficiali, erano molto cordiali,
addirittura familiari. Avevano imparato a parlare la
nostra lingua e questo aveva facilitato ulteriormente
l’instaurarsi di rapporti di solidarietà. Noi, infatti,
ci adoperavamo al massimo per soddisfare tutte le loro
esigenze.
Tre volte alla settimana li accompagnavamo in lunghe
passeggiate all’aperto. quando il tempo era buono
raggiungevamo o Ponte a Egola, o Santa Croce o Capanne o
Castelfranco. Disponevano di una loro cucina e
indossavano abiti civili che venivano loro mandati,
sotto forma di pacchi, dai loro famigliari. Ogni mattina
facevano provvista di viveri nella dispensa della nostra
compagnia.
L’inverno del 1942-1943, a parte il tentativo di
evasione, trascorse per noi tutti tranquillamente,
All’inizio della primavera del 1943 il Maggiore fece
radunare la compagnia nel chiostro del convento e
chiese:
- Chi sa fare il calzolaio è pregato di presentarsi fra
mezz’ora nel mio ufficio.
Incuriosito, tanto per rendermi meglio conto di che cosa
si trattava, mi presentai al Maggiore e gli dissi:
- Io, signor Maggiore, nella vita civile facevo il
calzolaio.
Lui, allora, mi propose:
- Andresti volentieri a lavorare nella fabbrica di
calzature del signor Tinchi, giù sotto il Bosco?
Riceverai una paga normale e qui sarai esonerato da
qualsiasi servizio.
- Volentieri, signor Maggiore – risposi.
- Stasera ti presenterai nel calzaturificio e lì ti
diranno cosa dovrai fare.
Raggiunsi la fabbrica e parlai con il direttore.
- Mi occorre un fresatore. Sai fresare ? – mi chiese.
- Sì, sì. So lavorare a qualsiasi macchina – gli riposi
compiaciuto.
- Vieni domani mattina e facciamo una prova – propose il
direttore.
La prova andò bene e venni assunto all’istante.
In quella fabbrica si facevano scarpe militari. Vi
lavorava anche un fucecchiese esonerato dal servizio
militare. certo Donati Umberto, detto Ranca.
A mezzogiorno salivo al convento di S. Romano per
consumare il rancio che mi veniva regolarmente lasciato
in cucina. Alle ore 14 rientravo in fabbrica, ma dovevo
indossare abiti militari. Rimasi a lavorare in quella
fabbrica per tre mesi.
Il 10 maggio gli alleati erano sbarcati in Sicilia.
Pochi giorni dopo io mi licenziai e preferii ritornare
in mezzo alla mia compagnia a sorvegliare i prigionieri
greci.
E giungemmo al fatidico 8 settembre 1943.
Quella mattina svolgevo il mio turno di capoposto. Dopo
aver controllato le sentinelle, come prescritto dal
regolamento, risalii su, piano piano, all’interno del
recinto. Giunto all’altezza del cancello d’entrata, vidi
tre soldati tedeschi, l’uno a fianco dell’altro, che col
mitra puntato si dirigevano verso di me. Io mi fermai
subito. Loro, con dei cenni, mi fecero capire di gettare
a terra il moschetto. Non esitai un istante ad obbedire.
nessuno si accorse di nulla perché in quell’istante, nel
piazzale, non c’era nessun soldato: erano nelle loro
camerette intenti a rassettarle. I tre, dopo che ebbi
gettato a terra l’arma mi ingiunsero a cenni di rimanere
in quel punto e di non spostarmi. Loro, invece,
entrarono in convento. Dopo una diecina di minuti vidi i
miei amici uscirne a mani alzate. Ci guardammo in faccia
senza parlare. I tre tedeschi, per niente incolleriti,
dopo averci disarmati ci indicarono con le mani di andar
via. Noi, prendemmo- come si suol dire – la palla al
balzo e ce ne andammo in tutta fretta. Nel convento
rimasero soltanto i frati ed il Maggiore che per ultimo
abbandonò la caserma.
Inutilmente ci aveva esortato di fronte ai tre miliziani
tedeschi:
- Ragazzi, non andate via.. Insistiamo
Ma le sue raccomandazioni non furono ascoltate. Ognuno
ritornò alla propria casa.
Il Maggiore si mise il capo fra le mani e pianse
amaramente.
La sorte dei prigionieri fu, invece, molto più dolorosa.
Furono prelevati da una ventina di tedeschi, caricati su
dei camion e deportati forse in Germania. Soltanto un
tenente greco riuscì a fuggire.
Lì al convento svolgeva il sevizio di sorveglianza anche
un soldato di Santa Croce sull’Arno, certo Antonio
Giannoni. Il tenente greco sfuggito alla cattura si era
rifugiato a Castelfranco presso una famiglia. Benché il
povero tenente se ne stesse sempre nascosto fra le
pareti domestiche, metteva a repentaglio la vita della
famiglia castelfranchese. Se i tedeschi lo avessero
scoperto, quella famiglia poteva essere passata alle
armi o deportata in un campo di concentramento in
Germania. Quando il Giannoni ne venne a conoscenza andò
a Castelfranco a trovarlo e lo portò a casa sua a Santa
Croce.
Un giorno andai a trovare mia sorella che abitava a
Santa Croce e incontrai il Giannoni. Antonio mi raccontò
che teneva in casa il tenente greco. Io gli espressi la
mia compiacenza e mi dichiarai disponibile a dargli una
mano se ce ne fosse stato bisogno.
dopo una ventina di giorni me li vidi apparire a casa
mia, in via Dante, a Fucecchio, il Giannoni e il tenente
greco. Si era, ricordo nel gennaio del 1944. Io stavo
lavorando al banchetto alle prese con le riparazioni
delle calzature. Dopo i convenevoli di rito mi venne
detto, a titolo di cortesia, se voleva rimanere per un
po' di tempo in casa mia. Il tenente accettò subito. E
così il Giannoni ritornò a Santa Croce e il greco rimase
a casa mia. Questa ospitalità ad un prigioniero evaso
costituiva per me e mia moglie una grave responsabilità
visto che in via Dante transitavano continuamente truppe
tedesche.
La mia attività di calzolaio era abbastanza remunerativa
e di lavoro ne avevo così tanto che dovetti cercarmi un
collaboratore. La mia scelta su Angiolino, il Panterotto,
fratello della coinquilina Agnesina del Guasqui. Neppure
il Panterotto si accorse mai della presenza del tenente
greco. Il tenente se ne stava sempre disteso su di un
letto in una stanzina. Io gli portavo da mangiare; lui,
qualche volta, di notte, usciva a prendere un po' d’aria
sul retro della casa.
Sono sicurissimo che nessuno, nel vicinato, si accorse
della presenza del greco. Ma anche se lo avessero
saputo, nessuno mi avrebbe fatto del male. Quando il
greco sentiva il rombo dei motori degli aeroplani, lui
sapeva riconoscerne la nazionalità. E come noi, passato
il pericolo, si chiedeva:
- Ma quando venite a liberarci, cari alleati?
Il 14 febbraio 1944 nacque la mia seconda bambina.
Nacque sotto i bombardamenti. Nacque nell’orrore dei
lamenti, sotto quella crudele guerra la cui eco resterà
per sempre impressa nel cuore di chi l’ha vissuta.
Un giorno il tenente greco capì che era giunto il
momento di andarsene. Ci ringraziò cordialmente e ci
chiese mille volte scusa.
La mattina dopo, molto presto, quando era ancora buio,
due ragazze si presentarono a casa mia in bicicletta:
una apparteneva alla famiglia castelfranchese che aveva
ospitato il greco; l’altra era un’amica della
castelfranchese. Avevano saputo dal Giannoni che il
greco sarebbe partito ed esse volevano aiutarlo a
superare senza pericoli i posti di blocco organizzati
dai tedeschi lungo le arterie principali. A questo punto
io regalai al greco la bicicletta che avevo utilizzato
per andare a S. Romano a sorvegliarlo.
Le ragazze gli si misero davanti ed ogni volta che si
avvicinavano ad un posto di blocco pedalavano
spavaldamente facendo svolazzare la larga gonna e
cantavano come due spensierate. I tedeschi dei posti di
blocco attratti dai canti e dalle gonne svolazzanti non
davano nessuna importanza al greco. Con questo
stratagemma le due ragazze accompagnarono l’ex
prigioniero fino a Prato. Al ritorno si fermarono di
nuovo a casa mia in via Dante e mi raccontarono del loro
lungo viaggio. Del greco non ho saputo più niente.
Alla fine di maggio decisi di ritornare a vivere a
Stabbia in casa dei miei genitori. A Fucecchio, a causa
dei bombardamenti che venivano effettuati quasi
quotidianamente per l’abbattimento del ponte sull’Arno,
la vita delle mie creature correva dei seri pericoli.
Presi un carretto, ci caricai le cose più importanti e
nell’ora del mezzogiorno lasciammo la nostra casa di via
Dante. A quell’ora era molto difficile incontrare le
soldataglie tedesche sempre in vena di malvagità. e con
quelle due piccole figlie – la seconda aveva appena tre
mesi e mezzo – ci mettemmo in cammino. Forte del
sostegno morale di mia moglie riuscii a raggiungere
Stabbia senza eccessivo affaticamento.
Una volta arrivati a Stabbia e trovata una decorosa
sistemazione nella casa dei miei genitori, mi rimisi
subito a lavorare al banchetto da calzolaio.
Naturalmente dovetti rifare un altro viaggio a Fucecchio
per recuperare arnesi e materiale per la riparazione
delle scarpe.
A Giugno cominciarono i rastrellamenti organizzati in
grande stile dai tedeschi. Per le strade si vedevano
solo loro. La gente scappava per la campagna: aveva una
paura matta dei tedeschi.
Ai primi di giugno un camion tedesco si fermò nella
piazza del paese. Era carico di persone italiane
rastrellate. Dal camion scesero quattro tedeschi con le
armi in pugno. Urlavano fra loro, ma nessuno li capiva.
Io li osservavo dalle fessure delle persiana e seguivo i
loro movimenti. anche mio padre era lì in casa e non
sapeva se doveva scappare oppure stare nascosto lì con
noi. La mamma e mia moglie mi consigliarono di lasciare
la casa.
- Vai via, Otello! Se entrano in casa, prendono te e tuo
padre – mi pregavano. Ma non sapevo dove nascondermi.
Uscii dal retro della casa che confinava con quella di
un mio zio. Mi accorsi che lo sgabuzzino dove teneva
polli e conigli era aperto. Io ci entrai i mi nascosi
dietro un gabbione da conigli. Poco dopo vi entrò mio
zio a “governare” gli animali, mi vide e senza mezzi
termini mi ingiunse:
- Qui non ci devi stare. Vai per i campi come hanno
fatto gli altri uomini.
- Ma i tedeschi sono qui nei paraggi. Non senti come
urlano. Se esco di qua, mi vedono e mi catturano subito
– obiettai.
- Vai, vai ! Son sicuro che non ti prederanno – ribatté
lo zio.
A questo punto non ebbi altra scelta. Uscii dallo
sgabuzzino, attraversai la rete di recinzione dell’orto
e, raggiunsi il campo del Bardeschi e mi rifugiai dietro
ad un pagliaio. Due soldati che mi avevano visto, mi
raggiunsero. Uno di loro voleva colpirmi con il calcio
del fucile, ma non lo fece. Mi presero allora a calci e
spintoni e mi fecero raggiungere la strada dove c’era un
loro camion. Mi ammannirono altre urla e spintoni e mi
buttarono sopra il camion. Dentro c’era anche mio padre.
Mi guardò. Com’era triste !
- Otello, dove ti hanno preso? – mi chiese.
- E tu, babbo, non sei riuscito a fuggire?
Come potrò mai dimenticare queste frasi? Chi potrà
cancellare dalla memoria quei momenti di terrore?
Mia moglie e mia madre sapevano già anche di me e di mio
padre che era stato catturato sotto i loro occhi in
casa: perciò corsero subito verso il camion. Mia moglie
aveva in braccio la bambina di quattro mesi. Piangevano
disperatamente. Piangeva anche la mia creatura forse
spaventata dalle grida e dalle facce dei tedeschi.
- Otello, babbo ! – gridavano
Ci porsero un pezzo di pane.
Il camion, subito dopo, partì: aveva già il suo carico
di vite umane. Le mie due donne alzarono le mani – mani
bagnate di lacrime – in segno di addio.
Nel camion c’era anche il genero di Amos Rugiati.
ci portarono a Fucecchio nei pressi della chiesa delle
Vedute. Due soldati scesero e andarono forse in cerca di
altri uomini da deportare. Noi rimanemmo nel camion.
Alcuni di noi, fra cui io e mio padre, approfittando
della disattenzione degli altri due militari preposto
alla nostra sorveglianza scendemmo dal camion, entrammo
in chiesa e ci nascondemmo. Io e mio padre ci
nascondemmo dietro l’altare della Madonna; altri si
nascosero nei confessionali. Per i tedeschi fu un gioco
da bambini scoprirci e ricatturarci. Sotto la minaccia
dei mitra puntati contro di noi fummo costretti e
risalire sul famigerato camion. Vennero a farci
compagnia due fucecchiesi catturati mentre erano ancora
a letto.
Il camion ripartì in direzione della Ferruzza, imboccò
la via di Padule, salì fino a Massarella e ridiscese poi
verso la Torre. Il camion si aggirava in quelle
straducole strette, sterrate, con tante curve e piene di
buche. Non riuscivamo a veder anima viva. Le campagne ed
i caseggiati sembravano deserti, abbandonati da tanto
tempo. Noi su quel camion ci sentivamo soli ed avevamo
il cuore pieno di tristezza e di paura.
Il Camion si portò allora a Ponte a Cappiano. Io e mio
padre, accanto ai due soldati tedeschi di scorta,
stavamo seduti all’entrata posteriore del camion. Mentre
stavamo per lasciare Ponte a Cappiano, mio padre
cominciò a lanciare degli urli di dolore.
- Cos’hai, babbo? – gli chiesi.
- Falli fermare! Non resisto più.
Capii a volo che il babbo , per svuotare la sua vescica,
aveva bisogno di essere siringato. Lo vedevo soffrire
spasmodicamente. Il sudore gli calava dalla fronte. I
lamenti furono uditi e presi in considerazione dai due
soldati di scorta che fecero fermare il camion. Lo
fecero scendere. Anch’io cercai di scendere per
assisterlo e cercai di fargli capire che era mio padre.
Senza esitazione mi ributtarono dentro l’automezzo.
Il camion ripartì verso Fucecchio. Mio padre venne
lasciato sul ciglio della fossa che costeggiava la
strada in preda ai suoi forti dolori.
Poco dopo – lo seppi in seguito – passò un’automobile
diretta a Fucecchio. Il conducente, appena vide mio
padre agitatissimo per i dolori che lo facevano
contorcere, si fermò, scese.
Quest’uomo provvidenziale era il medico dottor Curtatone
Doddoli. Lo portò in ospedale, lo siringò, gli regalò
dei farmaci e lo riaccompagnò a Stabbia.
Mentre scendevano le prime ombre della notte, il nostro
camion giunse a Santa Croce. In prossimità dell’ingresso
nel paese, il camion varcò un cancello, sul lato destro
della strada e si fermò nel cortile di una villa che
doveva appartenere a Quirino Vanni. Il fabbricato
distava da noi di una trentina di metri. Ci fecero
scendere dal camion e ci portarono dentro la villa,
Eravamo in sedici
I tedeschi andavano e venivano in continuazione e
parlavano tra di loro ignorandoci completamente. Uno dei
nuovi tedeschi preposti alla nostra sorveglianza capiva
molto bene l’italiano. Uno di noi si permise di
domandargli:
- Dove andare noi?
- Domani, lavorare, lavorare – rispose seccamente.
- Potranno mandarci anche in Germania – insinuò qualcuno
che poi precisò – Sappiamo che in ogni stazione centrale
ci sono sempre uno o due treni pronti per trasferire i
rastrellati in Germania.
Avevamo tutti una grande fame, ma di questo non ne
parlavamo.
- O mio padre dove sarà a quest’ora? – mi domandavo.
Guardai il mio orologio da polso. Erano le ore 23. Fuori
pioveva. Il militare tedesco che parlava discretamente
l’italiano, ci disse:
- Giù, in fondo alle scale c’è il caffè. Voi andate e
prendete.
Qualcuno approfittando di questa opportunità scappò.
Infatti di sedici eravamo rimasti in undici. altri due
di noi scesero giù a prendere il caffè, ma non
tornarono.
Ormai era mezzanotte. Mi feci coraggio: presi un
gavettino dei tedeschi che avevo lì a portata di mano e
scesi le scale per prendere un po' di caffè. Per le
scale non c’era nessuno.
-Otello- mi dissi – se vuoi fuggire, questo è il momento
opportuno.
Mi affacciai al portone d’ingresso: non vidi anima viva.
Pioveva ancora. Nel cortile c’erano solo delle macchine
vuote. Però. provenienti dai piani alti della viva mi
giungevano all’orecchio le voci dei tedeschi: quelle
voci mi facevano tremare dalla paura.
Il timore di essere di nuovo catturato mi faceva
recedere dal proposito della fuga. Poi . come se fossi
spinto da una forza misteriosa, uscii dal portone,
camminai rasente ai muri perimetrali della villa, feci
una piccola corsa e mi ritrovai i campo di granturco. Mi
buttai per terra e restai fermo per un paio di minuti.
Avevo indosso una camicia sbracciata. La pioggia che
continuava a cadere mi faceva intirizzire dal freddo. Ma
non mi importava. Mi sentivo libero.
Mi alzai e ripresi a camminare, ma con quel buio non
riuscivo a capire da quale parte fosse Santa Croce.
Proseguii la mia marcia notturna in mezzo a quel campo
di saggina. Fortunatamente mi imbattei in alcune
persone, esse pure nascoste in quel campo di granturco.
Capisco subito che sono dei santacrocesi.
- Ragazzi, voglio andare a Santa Croce. Da quale parte
è? – gli chiedo.
- Ma sei matto? – mi rispondono – il paese è pieno di
tedeschi.
Mi sento chiamare:
- Otello, stai qui con noi.
Lui mi aveva riconosciuto dalla voce. Mi avvicinai alla
persona che mi aveva chiamato: era un amico col quale
avevo fraternizzato quando, prima della guerra, avevo
abitato per qualche tempo a Santa Croce.
- Rovini, sei tu?
- Sì, sono io.
- Senti - gli dico – voglio andare dalla mia sorella
Vanda, in via delle Cento donne.
- Fossi in te, non ci andrei – ribatté.
- Senti, Rovini, voglio provare. Ciao.
Il Rovini mi indicò il percorso da seguire. Ripresa la
mia marcia nei campi, raggiunsi la strada provinciale.
Feci una breve corsa e mi trovai alle porte di Santa
Croce. Non c’era un’anima vivente per le strade immerse
nel buio pesto e martellate dalla pioggia. Da quattro
anni l’illuminazione notturna dei paesi e delle città
era stata abolita.
Non vidi nessun tedesco. Mi sentivo una persona smarrita
alla ricerca della libertà. Camminavo in mezzo al paese
rasentando le case. Lì, a cinquanta metri, doveva
esserci la via delle Cento donne. Conoscevo quella zona
come le stanze del mio appartamento.
- Il portone dove abita mia sorella dovrebbe essere
questo – mi dissi mentalmente. Spinsi il battente. La
porta era chiusa.
- Ed ora dove vado? – mi chiesi.
Mi accostai ad un’altra porta, la spinsi con
delicatezza. Anche quella era chiusa.
Invocai le mie creature.
Proprio in quell’istante sentii risuonare sul lastrico
del corso vicino lo scalpiccio di una pattuglia tedesca.
Stetti immobile addossato alla porta chiusa. quando non
sentii più il rumore dei loro passi, spinsi con la mano
un’altra porta. Era chiusa anche quella; ma sentii una
voce che mi sussurrò:
- Chi sei?
- Sono Otello, il Cioni – risposi ritrovando finalmente
la serenità. Sapevo benissimo che in quella strada tutti
mi conoscevano e mi volevano bene. Mi vengono ancora i
brividi quando ripenso a quella notte.
Dopo qualche istante la porta si aprì.
- Vieni, Otello. Entra in casa – mi disse Gino Giannoni
,detto lo spazzino.
Ero tutto bagnato e tremavo dal freddo.
- Com’è, Otello, che ti trovi qui a quest’ora? – mi
chiese Gino.
- O Gino, ti racconterò tutto per filo e per segno. O
voi perché eravate ancora alzati? – chiesi.
- Aspettiamo che passi il solito apparecchio notturno.
Qualche volta, se vede qualche bagliore di luce, ci
regala una sventagliata di mitragliatrice. Appena
l’apparecchio è passato, ce ne andiamo a letto. Salii in
cucina illuminata dalla foca luce di una candela. La
moglie di Gino nel vedermi tutto inzuppato d’acqua
esclamò:
-O Gino, ma l’hai visto com’è tutto bagnato il povero
Otello !
Gino, senza perdere un attimo di tempo, le disse:
- Vai in camera e preparagli la biancheria asciutta. Tu,
Otello, comincia a spogliarti.
La donna rientrò in cucina e disse che la biancheria era
pronta. La candela accesa venne portata in camera e
collocata sul cassettone. Venni accompagnato nella
camera e vi fui lasciato solo perché si potessi
asciugarmi comodamente e per indossare la biancheria
pulita e asciutta che trovai distesa sul letto
matrimoniale.
Gino e sua non ancora soddisfatti di tutto quanto
avevano fatto per me vollero che io dormissi nel loro
letto matrimoniale. Nonostante la comodità del letto,
quella notte non potei dormire. Forse i tedeschi mi
avrebbero ricercato. E questa prospettiva mi
terrorizzava. Cercavo di immaginare la preoccupazione
della mia famiglia che non sapeva dove fossi stato
portato. E il babbo? sarà riuscito a farsi siringare?
Sarà morto dal dolore?
Ai primi chiarori dell’alba mi alzai, chiamai Gino e gli
dissi:
- Ora vado da mia sorella. Io non some ringraziare te e
tua moglie. Non dimenticherò mai più quello che avete
fatto per me.
- Senti, Otello – mi disse Gino – Prendi questo bastone
e appena sei in strada fingi di zoppicare.
Uscii fuori con il bastone di Gino e mi comportai come
un invalido claudicante. Entrai nel portone di mia
sorella, salii una rampa di scalini e bussai alla porta
del suo appartamento.
- Chi è ? – chiese mia sorella Vanda che avevo
riconosciuto dalla voce.
- Sono tuo fratello. Aprimi.
- Entra, Otello.
Ci abbracciammo piangendo.
- Cos’è successo? Perché ti trovi qui a Santa Croce – mi
chiese Vanda.
- I tedeschi hanno preso me e babbo, ieri, a Stabbia.
Nostro padre lo hanno rilasciato perché si sentiva male.
Ed io stanotte, poco dopo la mezzanotte, sono scappato
dalla villa di Quirino Vanni dove mi tenevano
prigioniero.
- Entra in casa Otello. Mio marito ed altri uomini sono
sul tetto. Resta qualche giorno con noi, se non vuoi che
i tedeschi di catturino di nuovo.
- Non voglio trattenermi a lungo. Desidero ritornare
quanto prima a casa.
L’indomani mattina mi misi in cammino. Per un lungo
tratto seguii l’argine sull’Arno senza incontrare
tedeschi. Sulla provinciale che da Santa Croce porta a
Fucecchio vedevo passare camion e motociclette tedeschi.
Quella vista riaccendeva in me l’incubo di essere
ripreso. Giunto a Fucecchio, mi inoltrai nei campi dove
c’era la saggina che mi avrebbe coperto alla vista dei
tedeschi. Finalmente giunsi in Padule. Qualche anziano
contadino lavorava nei campi. Ci guardavamo, ma non ci
scambiavamo neppure una parola. Proseguendo la mia
marcia, giunsi all’altezza delle Botteghe. Ma proprio in
quel punto incrocia una pattuglia tedesca formata da una
diecina di soldati. Questi si fermano e guardano verso
di me.
- Questa volta mi riprendono – pensai. Noncurante
proseguii il mio cammino aiutandomi con il bastone di
Gino, lo spazzino. Sudavo dalla paura. I soldati non mi
fecero nessun cenno di fermarmi. Ripresero la loro
strada e si allontanarono.
Mi parve un miracolo. Dopo appena altri centro metri
scorsi in lontananza il campanile della chiesa di
Stabbia. Quell’immagine mi fece sentire a casa.
Mi inoltrai per l’ultimo tratto del Padule. Raggiunsi il
ponte di Cavallaia. Mi sentivo stanco ed affamato. Non
vedevo l’ora di riabbracciare le mie bambine e tutti gli
altri famigliari. Mezzogiorno era già passato. Un
contadino anziano, intento a lavorare in un campo mi
chiamò e mi chiese:
- O giovane, ce ne sono tedeschi in giro?
- Ne ho trovati una diecina vicino alla Botteghe, ma non
mi hanno fatto niente. Io vengo da Santa Croce. Per la
via provinciale c’è grande movimento di tedeschi. Le
poche persone che ho incontrato avevano dipinti sulla
faccia i segni della paura e della sofferenza; qualcuno,
addirittura, piangeva.
L’anziano Ghiampini chinò la testa e riprese il suo
lavoro. Anch’io proseguii il mio cammino verso Stabbia
che ormai distava da me pochissime centinaia di metri.
Nonostante la considerevole distanza udivo chiaramente i
rumori dei camion e delle motociclette che percorrevano
la via Pistoiese. Avvertivo dentro di me un profondo
rancore contro la soldataglia tedesca che commetteva
ogni genere di atrocità sulla inerme popolazione civile.
- Ma questi americani, quando arriveranno? Speriamo che
facciano alla svelta – mi dicevo.
Intanto ero giunto in Ginepra, una borgata di case
coloniche che fa parte di Stabbia. Attraversai allora il
torrente Vincio completamente privo di acqua. Mi infilai
in altri campi di saggina e finalmente riuscii a vedere
la mia casa. saltai la rete del Bardeschi, rividi il
pagliaio dove fui catturato e incontrai la Masa, moglie
del Bardeschi.
- O come hai fatto, Otello, a scappare? – mi chiese.
Ansioso di rivedere i miei, non le risposi. Entrai in
casa. Erano tutti a tavola. Avevano finito di mangiare
in quel momento.
- Otello! Otello!- gridarono tutti pazzi dalla gioia. Mi
abbracciarono, mi baciarono e poi piangemmo tutti a vita
tagliata per la commozione.
Appena fu ritornata un po' di calma, mi rivolsi a mio
padre e gli chiesi:
- Babbo, stai bene?
- Ora sto bene – mi rispose asciugandosi gli occhi.
La mia gioia era incontenibile. Finalmente potevo
rivedere e riabbracciare le mie bambine. La più grande,
mentre io mi accingevo ad abbracciarla, si ritirò fra le
gonne di sua madre, come se si vergognasse di me. Era
pienamente giustificabile. Quanto tempo avevo potuto
dedicarle da quando era venuta al mondo? Quasi punto
vuoi per il servizio militare in cui ero impegnato vuoi
per la mia attività lavorativa che mi consentiva di
mantenere la famiglia.
Naturalmente narrai loro in maniera dettagliatissime
tutte le mie peripezie legate alla mia cattura da parte
dei tedeschi e alla mia fuga.
Il babbo, invece, mi parlò a lungo dell’assistenza che
gli aveva prestato il dottor Doddoli il giorno in cui
venne scaricato dal camion tedesco e lasciato al margine
della strada.
Dopo essermi rifocillato, mi portai alla finestra
protetta dalla persiana per rendermi conto della
situazione: il paese era deserto; anche il ponte di
Masino. si vedevano solo circolare soldati tedeschi
armati fino ai denti e qualche rarissima donna che
andava a fare spesa nell’unica bottega, cioè la
cooperativa. Vi si potevano acquistare , con l’uso di
una tessera che ne razionava la quantità soltanto i
fondamentali generi alimentari. C’erano fame e sgomento
in tutti. Ognuno si arrangiava come meglio poteva
Ogni tanto venivamo scossi dal rumore delle raffiche di
mitra. I tedeschi, per impaurirci, scaricavano in aria
un paio di caricatori.
Io stavo sempre chiuso in casa. Avevo paura che da un
momento all’altro ricatturassero me e il babbo. Dalla
persiana spiavo i loro movimenti. Tenevano in pugno il
mitra e sul fianco destro una pistola ballonzolante
dietro i pantaloni corti. Parlavano fra loro ridendo
continuamente; entravano con violenza nelle case e
volevano da mangiare. La gente dava soltanto quello che
aveva in casa; ma loro volevano soprattutto il vino. E
se il vino non c’era, essi ordinavano:
- Andare a trovare!
- Non sappiamo dove andare a trovarlo - ribatte qualche
malcapitato.
Di fronte a quell’ulteriore diniego, i tedeschi si
inferocivano e diventavano iconoclasti.
Il giorno dopo il mio ritorno, cinque tedeschi volevano
entrare in casa mia. La porta era chiusa. Allora
cominciarono a colpirla col calcio dei loro fucili. Io
andai a nascondermi nel sottoscala. Mia moglie andò ad
aprire. I cinque entrarono in cucina. Uno chiese alla
mia bimba:
- Dove essere tuo padre?
- Non lo so – rispose mia figlia.
- Ah, tu non sai!! Voi Italiani, tutti traditori. E noi
fare kaput!
Mia moglie e mia madre tacquero. Mio padre rimase
immobile sulla sedia con la faccia fra le braccia
appoggiate sul piano del tavolo. ed io non potevo fare
assolutamente niente in difesa della mia famiglia.
Finalmente si decisero ad andarsene; ma prima di uscire
buttarono a terra tutte le sedie e scossero il tavolo su
cui mio padre aveva appoggiato le sue braccia.
Si era arrivati ormai alla fine di luglio. La
temperatura era elevata e l’afa era davvero opprimente.
I tedeschi continuarono a saccheggiare le case, le
stalle e i pollai dei contadini. Insaziabili,
distruggevano tutto quello che non potevano spedire in
Germania.
I “capocci” nel vedersi portar via il frutto di tante
fatiche allibivano e piangevano.
Non soddisfatti, i militari cominciarono a dar fuoco ai
campi di saggina e di granturco e a frugare addosso alle
donne nella speranza di trovare denaro ed monili
preziosi.
La nostra Via Crucis sembrava interminabile. ai primi di
agosto venne fatto un altro rastrellamento di
proporzioni mai viste. I tedeschi entrarono in tutte le
case e portarono via tutti gli uomini che trovarono. Gli
uomini catturati, un centinaio, vennero rinchiusi in un
fabbricato a confine con la mia casetta. Era il
capannone, posto al centro di un piazzale, dove si
fabbricavano le scope; ne era proprietario mio cugino
Alberto Cioni residente a Fucecchio. Io mi trovavo
nascosto nella soffitta della mia casa. Da una fessura
del finestrino riuscivo a vedere tutto quello che
succedeva nel piazzale di mio cugino. Le persone
catturate stavano nel piazzale, si spostavano e
commentavano a voce alta quello che era loro successo.
Mia madre uscì di casa, si portò al cancello che dava
sulla strada provinciale. Gli si avvicinò uno di quei
prigionieri e le disse:
- Regina, potresti darmi un vestito da donna? Mi voglio
travestire per cercare di fuggire inosservato.
- Vado in casa e te lo porto subito, Tacchimini.
Questo Tacchimini era di Santa Croce. Lo avevamo
conosciuto quando, prima della guerra, abitavamo a Santa
Croce.
Mia madre, dopo pochi minuti gli consegnò un vestito da
donna e per il Tacchimini non fu affatto difficile
fuggire.
L’indomani mattina nel piazzale non c’era più nessuno.
Forse li avevano portati a scavare delle piazzole o
forse li avevano addirittura deportati in Germania.
La situazione si aggravava sempre più. La poca gente che
fino ad allora era rimasta nelle proprie case preferì
sfollare in Padule. Anche noi decidemmo di trasferirci
in Padule fino all’arrivo degli americani. Eravamo in
otto: io, mia moglie, le due figlie, i miei genitori,
due mie sorelle ancora ragazzine: Lida e Caterina. In
breve tempo raggiungemmo il canale, lo attraversammo e
ci trovammo di colpo nel cuore del Padule. In prossimità
del canale trovammo una capanna vuota, ma scoperchiata.
Con l’aiuto dell’amico Laiatici rifacemmo il tetto di
canneggiole. Accanto alla nostra c’era una lunga fila di
capanne tutte occupate da sfollati. Davanti alla propria
capanna ognuno aveva realizzato una specie di fornello a
legna su cui veniva posata una pentola annerita dal
fumo. In quella pentola potevamo cuocere soltanto patate
, cavoli e anche fagioli. Non avevamo altro. Mio cugino
Oreste Cioni, ex tenente dell’esercito e , all’epoca,
commissario Prefettizio, si era assunto l’ingrato
compito di distribuire a tutti gli sfollati dei Buoni
per il prelievo autorizzato del grano presso i contadini
della nostra zona.
Ce li consegnò personalmente anche a noi e ci mostrò,
sul Buono, che dovevamo rivolgerci all’agricoltore
Ambrogini. distante un chilometro dalla nostra capanna.
Il grano che ci spettava era ancora sull’aia. doveva
essere “battuto”. Io non potevo andarci a batterlo:
rischiavo di essere catturato dai tedeschi sempre alla
ricerca di braccia da lavoro e inspiegabilmente presenti
dappertutto. Ci andarono le mie donne. Il grano che
riportarono, però, doveva essere macinato: di mulini al
lavoro, nel raggio di molti chilometri quadrati non ce
n’era nemmeno uno. Dovemmo ricorrere, come tutti gli
altri, al macinino da caffè. E a turno cominciammo a
macinare. Era un’operazione poco redditizia. Infatti dal
nostro piccolo macinino usciva pochissima farina e il
che vi confezionavamo era nero come il carbone. Il pane
ce lo cuoceva nel proprio forno, in località La Buca, la
Mora di Borghino, il contadino che abitava appunto nel
caseggiato colonico de La Buca.
Mentre macinavamo il grano per effettuare la seconda
fornata fummo visitati da tre aerei americani che
sorvolavano il Padule a bassa quota.. I tre
cacciabombardieri, convinti di aver individuato un
accampamento tedesco, scaricarono alcune sventagliate di
mitraglia. Ci fu un fuggi fuggi generale. Andammo a
buttarci nelle fosse o a riparaci sotto i ciglioni dei
prati. Fortunatamente i tre aerei se ne andarono via
quasi subito e le loro raffiche non ferirono nemmeno una
persona. Ritornammo ai macinini.
quel giorno medesimo sapemmo che a Pieve a Nievole c’era
un mulino in funzione. Il giorno dopo, di buon mattino,
poco dopo le quattro, mia moglie, Irma di Pugnino e
Tosca, la figlia di della Mora, caricarono alcuni sacchi
di grano su di un carretto, e andarono al mulino di
Pieve a Nievole.
A mezzogiorno non erano ancora rientrate. La mia bambina
più piccola, di appena sei mesi, cominciò a piangere:
voleva la mamma, voleva il latte materno. Inutilmente
mia madre e le mie sorelle cercarono di distrarla. La
bimba continuava a piangere. Alle quattro pomeridiane le
donne non erano ancora rientrate dalla Pieve a Nievole.
La bambina aveva cominciato a strillare. Voleva il latte
della mamma. Lì vicino, nei pressi di Beppe del Faini,
c’era una donna che allattavo il suo bambino. Mia madre
prese la bambina e la portò dalla donna che allattava il
suo bambino. La donna non si rifiutò di attaccare la
nostra creatura alle sue mammelle. Mia figlia non ne
volle assolutamente sapere e continuò a piangere.
Calò la notte. Il cielo si accese di stelle. Le donne
non avevano fatto ancora ritorno. eravamo disperati.
Verso le ventitré riconobbi da lontano la voce di mia
moglie che gridava:
- Otellooo, portami la bambina…
- Cosa vi è successo ?- le chiesi mentre allattava la
bambina.
- Mentre stavamo per lasciare il mulino con il grano
macinato, sono arrivati dei tedeschi e, con i fucili
puntati, hanno costretto noi ed altre cinque donne a
seguirli nel loro accampamento per sbucciare una
tonnellata di patate. Io dicevo loro :”avere bambina
piccina” e loro mi rispondevano: “Prima sbucciare patate
e poi andare a casa”
Dopo quell’amara vicenda ritornammo a vivere la consueta
vita di sfollati sotto la nostra capanna. Il caldo era
soffocante. Le zanzare non ci davano un attimo di
tregua. Non era facile adattarci a quel regime di
esistenza.
Verso la metà di agosto si scatenò di notte un violento
temporale.. vento ed acqua. Dentro la capanna ci pioveva
come fuori. Fu un vero disastro per tutti gli sfollati
delle capanne. E non potevamo accendere nemmeno una
candela. Bagnati fradici dovemmo attendere le luci
dell’alba. Anche la biancheria per il ricambio era tutta
bagnata. Non ci restò che di attendere il sole per
asciugarci alla meglio. A metà mattina venne a trovarci
zia Marta che abitava in una borgata posta sotto la
chiesa di Stabbia. Quando ci vide in quelle condizioni
ci disse :
- Venite via subito di Padule! Vi porterò a casa mia.
Almeno, lì, sarete al coperto.
Come potevamo rifiutare un simile invito! Radunammo
tutte le nostre povere cose, le caricammo sul nostro
carretto e la sera, vero le 17, ci trasferimmo alla
Buca, nella casa della zia Marta.
La zia ci assegnò due stanze: una al piano terra e una
camera al primo piano. Ci sembrava di esser rinati a
nuova vita. Ma questo nostro ritrovato Paradiso durò ben
poco.
Tre giorni dopo il nostro ricovero nella casa zia Marta,
fecero irruzione in casa una diecina di soldati
tedeschi.
- Noi stare qui! – dissero con tono perentorio.
- Sì, sì – rispose la zia tutta tremante.
Alcuni soldati salirono le scale e vollero fare una
ricognizione dell’appartamento.
Zia Marta indicò loro una stanza dove avrebbero potuto
sistemarsi.
- No,no. Poco. Troppo poco – controbatté il responsabile
del gruppo- Noi volere due camere.
La zia dovette acconsentire a dar loro due camere.
quella dove dormivamo noi e quella della zia. Eravamo in
tutto dodici persone e dovemmo accontentarci di
sistemarci alla meglio nelle due stanze del piano terra.
La convivenza con i militari tedeschi non ci creò né
difficoltà né paure. Ci chiedevano due sole cose:
- Portare acqua. Portare da mangiare.
Non avevamo nessuna riserva alimentare, ma preferivamo
tirare la cinghia e dar loro il nostro cibo per evitare
frizioni che potevano costarci care. A me non dissero
mai niente e non mi gratificarono mai di nessuna
minaccia. Forse, essendo prossima la scadenza del 23
agosto, avevano rimandato la mia esecuzione a quella
data.
E infatti. quella mattina, di loro non ne rimase nemmeno
uno in casa. Andarono tutti in Padule.
Erano circa le 6,30 del 23 agosto 1944. si udirono degli
spari. In un primo tempo nessuno ci fece caso. Forse i
tedeschi sparavano per intimorirci. Seguirono altri
spari di mitragliatrici, poi più nulla. Ripresero ancora
a sparare a singhiozzo. noi distavamo dai luoghi degli
spari un mezzo chilometro in linea d’aria. Incerti su
quanto stava accadendo tacevamo impauriti.
Verso le 8,30 passò una donna. Camminava a passo svelto,
quasi di corsa, e urlava e piangeva agitando le braccia.
appena fu vicina gridò:
- O Marta, ci ammazzano tutti. Che strage di cadaveri
c’è in Padule!!
- Diteci, cos’è successo Natalina?- le domandammo.
- I tedeschi ammazzano tutti quelli che trovano in
Padule; le donne, no. Verranno anche per le case.
Noi non sapevamo quale decisione prendere. rimanere in
casa o andare in mezzo ai campi?
Passò un’altra donna, sulla quarantina. Era molto più
disperata della prima.
- Hanno ammazzato il mio fratello- gridava e si
strappava i capelli.
Che fare? Chiesi un carretto alla zia e con mia madre,
mia moglie e mia zia andammo a recuperare le salme dei
due uomini e le portammo in chiesa.
Verso le dieci passarono davanti alla casa di zia Marta
due carretti pieni di cadaveri. Mi avvicinai per
osservarli meglio. erano irriconoscibili. Le loro mogli
piangevano dietro quei due carretti macchiati di sangue.
Rivedo ancora nella mia memoria un bambino che reggeva
la mano del padre morto che penzolava dal carretto.
Chissà quante volete quella mano gelida aveva
accarezzato il volto del bambino che muto e pietrificato
dal dolore accompagnava il cadavere del babbo alla
chiesa di Stabbia. Lì avrebbe trovato il parroco don
Bellaveglia che per tutto ebbe parole di conforto e che
a più riprese aveva cercato di fermare l’orribile
strage. I nazisti, incolleriti da quella presenza
sacerdotale, lo avevano selvaggiamente minacciato ed
offeso.
A mezzogiorno le armi tacquero. Un portaordini, spedito
sul luogo dell’eccidio dal Comando tedesco, aveva
recapitato ai Comandi operativi l’ordine del cessate il
fuoco. Nessuno ha mai narrato che quell’ordine venne
spiccato dopo che mio cugino Oreste Cioni nella sua
veste di Commissario Prefettizio aveva convinto il
Comando Tedesco che le persone uccise non erano
partigiani, ma dei poveri diavoli che si erano rifugiati
in Padule per ragioni di sicurezza e che per tutti
garantiva lui che li conosceva uno per uno.
Un’ora dopo la cessazione della sparatoria, impietosito
da quanto avevo ascoltato e sollecitato anche dalla
moglie e dalla madre , presi un carretto e, seguendo il
viottolo del Turini mi diressi in Padule con il
proposito di recuperare altri cadaveri. Appena passato
il ponte che passa sopra il Vincio incontrai quattro
tedeschi che rientravano alla base dopo aver effettuato
il massacro. Facevano parte del gruppo che aveva preso
alloggio nella casa di zia Marta. Li riconobbi
benissimo. Camminavano piano piano, a testa bassa. Non
mi guardarono, ma sono sicuro che mi avevano
riconosciuto.
Ce n’erano ancora di cadaveri distesi per terra. come fu
straziante quella visione! Accanto ad ognuno c’erano le
madri e le mogli in preda alla disperazione. aspettavano
i carri per portare le salme dei loro cari in chiesa.
Mentre venivano caricati sul mio carretto alcune salme,
seppi come era morto Luigi Cavallini, detto il Dani. il
marito della prima donna che passò gridando e piangendo
davanti alla casa di zia. Luigi venne messo in fila con
altri cinque uomini per essere fucilato. Prima
dell’esecuzione si staccò dai suoi compagni, si gettò in
ginocchio ai piedi dei carnefici e gridò:
- Non ammazzatemi! Io sono dei vostri.
Con violenza inaudita fu rimesso in fila con gli altri.
Una raffica di mitra li uccise tutti quanti.
Anche Poldo del Colombai, un contadino della località La
Buca era stato messo in fila con altri per essere
fucilato. Uno degli esecutori lo riconobbe. Un attimo
prima della esecuzione il nazista disse ai suoi
colleghi:
- Questo lo fucilo io.
Lo tirò fuori dalla fila con spintoni e urla e lo portò
dietro un argine del prato.
- Tu buttati a terra – gli dice il tedesco – Io sparare
in aria.
Il tedesco sparò verso l’alto una raffica di mitra per
far credere che aveva ucciso Poldo. Poldo, invece, non
era morto: si alzò e di corsa si eclissò nei campi.
Anche un ragazzo di sedici anni, di Castelfranco, Romano
Soldaini, pastore del Padule si vide venire incontro due
barbari. Romano si fermò. Non sapeva se doveva scappare
oppure restare lì.
- Tu potere andare via – gli dissero i due nazisti –
Devi passare argine e poi fuggire.
Il Soldaini salì l’argine di corsa. Aveva già raggiunto
la cima dell’argine; ma mentre si accingeva a scendere
nell’altro versante fu raggiunto da una raffica che lo
uccise all’istante
Alle prime ombre della sera ritornai alla Buca. Anche i
tedeschi ospitati nella casa della zia erano tutti
quanti rientrati. Il 28 agosto il più giovane dei nostri
ospiti tedeschi – aveva solo 19 anni- stava rientrando a
casa della zia insieme ad un suo commilitone. Quando i
due giunsero al “Ponte delle Gore”, alla curva che va al
cimitero, furono avvistati da un aereo alleato. Il
pilota scaricò su di loro una raffica di mitraglia. Il
tedeschino morì sul colpo; l’altro rimase ferito. Il
tedeschino venne sepolto nel nostro cimitero. Sul suo
cumulo di terra venne infilata una croce di legno sulla
quale venne collocato il suo elmetto. Su quella tomba
non mancavano mai i fiori. Chi ce li metteva? non si è
mai saputo. Tre anni dopo la sepoltura giunsero dalla
Germania i suo genitori. La salma del tedeschino venne
esumata e portata in Germania.
Con questo piccolo arcobaleno di pace disegnato dalla
tomba del tedeschino si conclude l’ultima fase della mia
odissea di guerra.
Otello Cioni
|