GUERRA del 1944    

 


LA  GUERRA  A  FUCECCHIO  NEL  1944
di Mario Catastini

 

INDICE
 

Diario di Otello Cioni - Le ultime tappe della mia odissea

 

………..
Il 15 maggio 1942, scaduti i due mesi di licenza di convalescenza, ritornai all’ospedale Militare di S. Gallo a Firenze. Questa volta venni riconosciuto idoneo a tutti i servizi militari e fui destinato al 22° Reggimento Fanteria a Pisa.
Da Pisa fui trasferito subito al distaccamento di Pontedera con i richiamati della classe 1901. Formavamo due compagnie. Esercitazioni e marce notturne erano il nostro pane quotidiano. Molte volte, nel cuore della notte, mentre dormivamo profondamente, i nostri ufficiali facevano squillare la tromba dell’adunata e in non più di un quarto d’ora dovevamo trovarci nel cortile equipaggiati come al fronte. e se uno ritardava non poteva godere della libera uscita per otto giorni consecutivi. dopo l’adunata ci aspettava una marcia di venti chilometri.
Io ero aggregato al reparto mitraglieri: chi portava le cassette delle munizioni sulle spalle; chi la mitraglia; a me venne assegnato il trasporto, a spalla, del treppiede, del peso di 32 chilogrammi. Su questo treppiede veniva innestata la mitragliatrice.
La zona prescelta per le nostre manovre notturne e diurne era quella di Montecchio, in collina, nei pressi del ponte di Pontedera. Non era agevole raggiungere la cima del colle con quel peso sulle spalle. Fatiche sovrumane ! Fatiche da legionari ! E dietro di noi c’erano i muli, senza nessun carico, affiancati ognuno dal militare responsabile ! Giunti in vetta alla collina, si piazzava l’arma come se fossimo nelle trincee.
Una mattina venni chiamato dal sergente maggiore del mio reparto che mi disse:
- Cioni, vai subito dal capitano che vuole parlarti.
- Cosa vorrà da me? – mi dissi.
Entrai nel suo ufficio. Salutai e mi misi sull’attenti.
Il capitano mi fissò negli occhi, abbozzò un mezzo sorriso e con tono solenne mi disse:
- Cioni, questi sono tuoi.
E mi porse i gradi di caporale e tre mostrine colorate di stoffa a testimonianza delle tre campagne balcaniche a cui avevo partecipato.
- Ma io, signor capitano..- e non riuscii a dire altro per l’emozione che mi attanagliava la gola.
L’ufficiale, che era in piedi, mi batté la mano sulla spalla e mi congedò.
Non ho mai capito come avessero saputo della mia partecipazione alle tre campagne balcaniche.
Ora che ero caporale, mi vennero aumentate la “deca” e le responsabilità. Fui subito incaricato di fare istruzione ad un reparto della classe 1901. Io mi sforzai di fare del mio meglio.
La mia situazione, però, era molto migliorata: non montavo più di guardia e dovevo fare solo il capoposto alla porta della caserma quando scattava il mio turno; fui infine esonerato dall’obbligo di trasportare a spalla il treppiede della mitragliatrice – e questo fu per me il regalo più bello.
D’agosto ebbi una licenza di quindici giorni. Quando rientrai a Pontedera venni di nuovo trasferito a Pisa e fui destinato non al mio reggimento di fanteria ma in una caserma di smistamento chiamata “La provvisoria”.
Indescrivibile il via vai quotidiano di soldati che venivano dirottati in tutte le parti d’Italia.
Insieme a me, in quella caserma, c’erano molti fucecchiesi. E fra questi l’indimenticabile Mario Guasqui. impiegato comunale e mio coinquilino: le nostre famiglie abitavano nel medesimo fabbricato posto proprio davanti alla SAFFA.
- O noi, Mario, dove saremo mandati? – gli chiedevo.
E lui di rimando:
- Speriamo bene.
I primi di settembre del 1942, subito dopo il rancio del mezzogiorno, un ufficiale fece suonare l’adunata. Noi tutti eravamo impazienti di sapere quello che doveva comunicarci. Ci disse:
- Mi occorrono un caporale e cinque soldati che dovranno sorvegliare i prigionieri greci di stanza a S. Romano .
Quando udii il nome S. Romano alzai subito la mano. e così fecero altri cinque militari. L’ufficiale proseguì:
- Andate subito a prepararvi. Partirete dalla stazione ferroviaria di Pisa alle ore sedici.
La mia contentezza era incontenibile: andavo a prestare servizio militare vicino a casa mia.
Andai subito in fureria a ritirare i documenti necessari e subito dopo, insieme ai miei cinque soldati, raggiunsi a piedi la stazione ferroviaria di Pisa.
Alle ore 17 scendemmo a S. Romano. Chiesi subito dove si trovava il campo dei prigionieri greci.
- In cima a quella salita c’è un convento di frati francescani. I prigionieri sono dentro al convento –mi rispose il signore a cui avevo rivolto la domanda.
Nel convento prestava servizio una compagnia addetta alla sorveglianza di quaranta prigionieri.
L’indomani presi servizio come capoposto e controllore delle sentinelle che circondavano il convento. Vi erano in servizio altri cinque caporali. Tutte le sere, nell’orario della libera uscita, andavo a casa utilizzando la mia bicicletta.
Agnesina, la moglie di Mario Guasqui, ogni sera mi confidava:
- Quanto sarebbe stato bello se anche il mio Mario avesse alzato la mano per venire a S. Romano!
La mia vita , ora, scorreva tranquilla nonostante le stellette. Ma una sera, all’appello delle ore 22, cinque prigionieri greci non risposero: erano evasi.
- Ma di dove saranno scappati – ci chiedevamo increduli.
Tutta la compagnia si mise in movimento per rintracciare gli evasi. Fuori pioveva e faceva molto freddo. Alla ricerca dei cinque fuggitivi prese parte anche il Maggiore della compagnia. Dopo alcune ore di ricerca rientrammo in convento tutti bagnati ed infreddoliti. La pioggia ed il freddo costrinsero i cinque fuggiaschi a farsi rintracciare. Avevano raggiunto Capanne. Si erano rifugiati per il riposo notturno sotto dei cespugli, ma non ce l’avevano fatta a resistere alla pioggia e al freddo invernale e i due capitani e i tre tenenti greci, in condizioni veramente pietose, furono ritrovati all’imbrunire del giorno successivo e riportati a S. Romano.
Sotto il pavimento del loro alloggio c’era la sagrestia della chiesa. I cinque erano riusciti a smuovere una ventina di mattonelle, si erano calati nella sagrestia e attraverso la chiesa si erano dileguati.
Noi non avevamo mai preso in considerazione l’ipotesi dell’evasione perché i nostri rapporti con i prigionieri greci, tutti ufficiali, erano molto cordiali, addirittura familiari. Avevano imparato a parlare la nostra lingua e questo aveva facilitato ulteriormente l’instaurarsi di rapporti di solidarietà. Noi, infatti, ci adoperavamo al massimo per soddisfare tutte le loro esigenze.
Tre volte alla settimana li accompagnavamo in lunghe passeggiate all’aperto. quando il tempo era buono raggiungevamo o Ponte a Egola, o Santa Croce o Capanne o Castelfranco. Disponevano di una loro cucina e indossavano abiti civili che venivano loro mandati, sotto forma di pacchi, dai loro famigliari. Ogni mattina facevano provvista di viveri nella dispensa della nostra compagnia.
L’inverno del 1942-1943, a parte il tentativo di evasione, trascorse per noi tutti tranquillamente,
All’inizio della primavera del 1943 il Maggiore fece radunare la compagnia nel chiostro del convento e chiese:
- Chi sa fare il calzolaio è pregato di presentarsi fra mezz’ora nel mio ufficio.
Incuriosito, tanto per rendermi meglio conto di che cosa si trattava, mi presentai al Maggiore e gli dissi:
- Io, signor Maggiore, nella vita civile facevo il calzolaio.
Lui, allora, mi propose:
- Andresti volentieri a lavorare nella fabbrica di calzature del signor Tinchi, giù sotto il Bosco? Riceverai una paga normale e qui sarai esonerato da qualsiasi servizio.
- Volentieri, signor Maggiore – risposi.
- Stasera ti presenterai nel calzaturificio e lì ti diranno cosa dovrai fare.
Raggiunsi la fabbrica e parlai con il direttore.
- Mi occorre un fresatore. Sai fresare ? – mi chiese.
- Sì, sì. So lavorare a qualsiasi macchina – gli riposi compiaciuto.
- Vieni domani mattina e facciamo una prova – propose il direttore.
La prova andò bene e venni assunto all’istante.
In quella fabbrica si facevano scarpe militari. Vi lavorava anche un fucecchiese esonerato dal servizio militare. certo Donati Umberto, detto Ranca.
A mezzogiorno salivo al convento di S. Romano per consumare il rancio che mi veniva regolarmente lasciato in cucina. Alle ore 14 rientravo in fabbrica, ma dovevo indossare abiti militari. Rimasi a lavorare in quella fabbrica per tre mesi.
Il 10 maggio gli alleati erano sbarcati in Sicilia.
Pochi giorni dopo io mi licenziai e preferii ritornare in mezzo alla mia compagnia a sorvegliare i prigionieri greci.
E giungemmo al fatidico 8 settembre 1943.
Quella mattina svolgevo il mio turno di capoposto. Dopo aver controllato le sentinelle, come prescritto dal regolamento, risalii su, piano piano, all’interno del recinto. Giunto all’altezza del cancello d’entrata, vidi tre soldati tedeschi, l’uno a fianco dell’altro, che col mitra puntato si dirigevano verso di me. Io mi fermai subito. Loro, con dei cenni, mi fecero capire di gettare a terra il moschetto. Non esitai un istante ad obbedire. nessuno si accorse di nulla perché in quell’istante, nel piazzale, non c’era nessun soldato: erano nelle loro camerette intenti a rassettarle. I tre, dopo che ebbi gettato a terra l’arma mi ingiunsero a cenni di rimanere in quel punto e di non spostarmi. Loro, invece, entrarono in convento. Dopo una diecina di minuti vidi i miei amici uscirne a mani alzate. Ci guardammo in faccia senza parlare. I tre tedeschi, per niente incolleriti, dopo averci disarmati ci indicarono con le mani di andar via. Noi, prendemmo- come si suol dire – la palla al balzo e ce ne andammo in tutta fretta. Nel convento rimasero soltanto i frati ed il Maggiore che per ultimo abbandonò la caserma.
Inutilmente ci aveva esortato di fronte ai tre miliziani tedeschi:
- Ragazzi, non andate via.. Insistiamo
Ma le sue raccomandazioni non furono ascoltate. Ognuno ritornò alla propria casa.
Il Maggiore si mise il capo fra le mani e pianse amaramente.
La sorte dei prigionieri fu, invece, molto più dolorosa. Furono prelevati da una ventina di tedeschi, caricati su dei camion e deportati forse in Germania. Soltanto un tenente greco riuscì a fuggire.
Lì al convento svolgeva il sevizio di sorveglianza anche un soldato di Santa Croce sull’Arno, certo Antonio Giannoni. Il tenente greco sfuggito alla cattura si era rifugiato a Castelfranco presso una famiglia. Benché il povero tenente se ne stesse sempre nascosto fra le pareti domestiche, metteva a repentaglio la vita della famiglia castelfranchese. Se i tedeschi lo avessero scoperto, quella famiglia poteva essere passata alle armi o deportata in un campo di concentramento in Germania. Quando il Giannoni ne venne a conoscenza andò a Castelfranco a trovarlo e lo portò a casa sua a Santa Croce.
Un giorno andai a trovare mia sorella che abitava a Santa Croce e incontrai il Giannoni. Antonio mi raccontò che teneva in casa il tenente greco. Io gli espressi la mia compiacenza e mi dichiarai disponibile a dargli una mano se ce ne fosse stato bisogno.
dopo una ventina di giorni me li vidi apparire a casa mia, in via Dante, a Fucecchio, il Giannoni e il tenente greco. Si era, ricordo nel gennaio del 1944. Io stavo lavorando al banchetto alle prese con le riparazioni delle calzature. Dopo i convenevoli di rito mi venne detto, a titolo di cortesia, se voleva rimanere per un po' di tempo in casa mia. Il tenente accettò subito. E così il Giannoni ritornò a Santa Croce e il greco rimase a casa mia. Questa ospitalità ad un prigioniero evaso costituiva per me e mia moglie una grave responsabilità visto che in via Dante transitavano continuamente truppe tedesche.
La mia attività di calzolaio era abbastanza remunerativa e di lavoro ne avevo così tanto che dovetti cercarmi un collaboratore. La mia scelta su Angiolino, il Panterotto, fratello della coinquilina Agnesina del Guasqui. Neppure il Panterotto si accorse mai della presenza del tenente greco. Il tenente se ne stava sempre disteso su di un letto in una stanzina. Io gli portavo da mangiare; lui, qualche volta, di notte, usciva a prendere un po' d’aria sul retro della casa.
Sono sicurissimo che nessuno, nel vicinato, si accorse della presenza del greco. Ma anche se lo avessero saputo, nessuno mi avrebbe fatto del male. Quando il greco sentiva il rombo dei motori degli aeroplani, lui sapeva riconoscerne la nazionalità. E come noi, passato il pericolo, si chiedeva:
- Ma quando venite a liberarci, cari alleati?
Il 14 febbraio 1944 nacque la mia seconda bambina. Nacque sotto i bombardamenti. Nacque nell’orrore dei lamenti, sotto quella crudele guerra la cui eco resterà per sempre impressa nel cuore di chi l’ha vissuta.
Un giorno il tenente greco capì che era giunto il momento di andarsene. Ci ringraziò cordialmente e ci chiese mille volte scusa.
La mattina dopo, molto presto, quando era ancora buio, due ragazze si presentarono a casa mia in bicicletta: una apparteneva alla famiglia castelfranchese che aveva ospitato il greco; l’altra era un’amica della castelfranchese. Avevano saputo dal Giannoni che il greco sarebbe partito ed esse volevano aiutarlo a superare senza pericoli i posti di blocco organizzati dai tedeschi lungo le arterie principali. A questo punto io regalai al greco la bicicletta che avevo utilizzato per andare a S. Romano a sorvegliarlo.
Le ragazze gli si misero davanti ed ogni volta che si avvicinavano ad un posto di blocco pedalavano spavaldamente facendo svolazzare la larga gonna e cantavano come due spensierate. I tedeschi dei posti di blocco attratti dai canti e dalle gonne svolazzanti non davano nessuna importanza al greco. Con questo stratagemma le due ragazze accompagnarono l’ex prigioniero fino a Prato. Al ritorno si fermarono di nuovo a casa mia in via Dante e mi raccontarono del loro lungo viaggio. Del greco non ho saputo più niente.
Alla fine di maggio decisi di ritornare a vivere a Stabbia in casa dei miei genitori. A Fucecchio, a causa dei bombardamenti che venivano effettuati quasi quotidianamente per l’abbattimento del ponte sull’Arno, la vita delle mie creature correva dei seri pericoli. Presi un carretto, ci caricai le cose più importanti e nell’ora del mezzogiorno lasciammo la nostra casa di via Dante. A quell’ora era molto difficile incontrare le soldataglie tedesche sempre in vena di malvagità. e con quelle due piccole figlie – la seconda aveva appena tre mesi e mezzo – ci mettemmo in cammino. Forte del sostegno morale di mia moglie riuscii a raggiungere Stabbia senza eccessivo affaticamento.
Una volta arrivati a Stabbia e trovata una decorosa sistemazione nella casa dei miei genitori, mi rimisi subito a lavorare al banchetto da calzolaio. Naturalmente dovetti rifare un altro viaggio a Fucecchio per recuperare arnesi e materiale per la riparazione delle scarpe.
A Giugno cominciarono i rastrellamenti organizzati in grande stile dai tedeschi. Per le strade si vedevano solo loro. La gente scappava per la campagna: aveva una paura matta dei tedeschi.
Ai primi di giugno un camion tedesco si fermò nella piazza del paese. Era carico di persone italiane rastrellate. Dal camion scesero quattro tedeschi con le armi in pugno. Urlavano fra loro, ma nessuno li capiva. Io li osservavo dalle fessure delle persiana e seguivo i loro movimenti. anche mio padre era lì in casa e non sapeva se doveva scappare oppure stare nascosto lì con noi. La mamma e mia moglie mi consigliarono di lasciare la casa.
- Vai via, Otello! Se entrano in casa, prendono te e tuo padre – mi pregavano. Ma non sapevo dove nascondermi. Uscii dal retro della casa che confinava con quella di un mio zio. Mi accorsi che lo sgabuzzino dove teneva polli e conigli era aperto. Io ci entrai i mi nascosi dietro un gabbione da conigli. Poco dopo vi entrò mio zio a “governare” gli animali, mi vide e senza mezzi termini mi ingiunse:
- Qui non ci devi stare. Vai per i campi come hanno fatto gli altri uomini.
- Ma i tedeschi sono qui nei paraggi. Non senti come urlano. Se esco di qua, mi vedono e mi catturano subito – obiettai.
- Vai, vai ! Son sicuro che non ti prederanno – ribatté lo zio.
A questo punto non ebbi altra scelta. Uscii dallo sgabuzzino, attraversai la rete di recinzione dell’orto e, raggiunsi il campo del Bardeschi e mi rifugiai dietro ad un pagliaio. Due soldati che mi avevano visto, mi raggiunsero. Uno di loro voleva colpirmi con il calcio del fucile, ma non lo fece. Mi presero allora a calci e spintoni e mi fecero raggiungere la strada dove c’era un loro camion. Mi ammannirono altre urla e spintoni e mi buttarono sopra il camion. Dentro c’era anche mio padre. Mi guardò. Com’era triste !
- Otello, dove ti hanno preso? – mi chiese.
- E tu, babbo, non sei riuscito a fuggire?
Come potrò mai dimenticare queste frasi? Chi potrà cancellare dalla memoria quei momenti di terrore?
Mia moglie e mia madre sapevano già anche di me e di mio padre che era stato catturato sotto i loro occhi in casa: perciò corsero subito verso il camion. Mia moglie aveva in braccio la bambina di quattro mesi. Piangevano disperatamente. Piangeva anche la mia creatura forse spaventata dalle grida e dalle facce dei tedeschi.
- Otello, babbo ! – gridavano
Ci porsero un pezzo di pane.
Il camion, subito dopo, partì: aveva già il suo carico di vite umane. Le mie due donne alzarono le mani – mani bagnate di lacrime – in segno di addio.
Nel camion c’era anche il genero di Amos Rugiati.
ci portarono a Fucecchio nei pressi della chiesa delle Vedute. Due soldati scesero e andarono forse in cerca di altri uomini da deportare. Noi rimanemmo nel camion. Alcuni di noi, fra cui io e mio padre, approfittando della disattenzione degli altri due militari preposto alla nostra sorveglianza scendemmo dal camion, entrammo in chiesa e ci nascondemmo. Io e mio padre ci nascondemmo dietro l’altare della Madonna; altri si nascosero nei confessionali. Per i tedeschi fu un gioco da bambini scoprirci e ricatturarci. Sotto la minaccia dei mitra puntati contro di noi fummo costretti e risalire sul famigerato camion. Vennero a farci compagnia due fucecchiesi catturati mentre erano ancora a letto.
Il camion ripartì in direzione della Ferruzza, imboccò la via di Padule, salì fino a Massarella e ridiscese poi verso la Torre. Il camion si aggirava in quelle straducole strette, sterrate, con tante curve e piene di buche. Non riuscivamo a veder anima viva. Le campagne ed i caseggiati sembravano deserti, abbandonati da tanto tempo. Noi su quel camion ci sentivamo soli ed avevamo il cuore pieno di tristezza e di paura.
Il Camion si portò allora a Ponte a Cappiano. Io e mio padre, accanto ai due soldati tedeschi di scorta, stavamo seduti all’entrata posteriore del camion. Mentre stavamo per lasciare Ponte a Cappiano, mio padre cominciò a lanciare degli urli di dolore.
- Cos’hai, babbo? – gli chiesi.
- Falli fermare! Non resisto più.
Capii a volo che il babbo , per svuotare la sua vescica, aveva bisogno di essere siringato. Lo vedevo soffrire spasmodicamente. Il sudore gli calava dalla fronte. I lamenti furono uditi e presi in considerazione dai due soldati di scorta che fecero fermare il camion. Lo fecero scendere. Anch’io cercai di scendere per assisterlo e cercai di fargli capire che era mio padre. Senza esitazione mi ributtarono dentro l’automezzo.
Il camion ripartì verso Fucecchio. Mio padre venne lasciato sul ciglio della fossa che costeggiava la strada in preda ai suoi forti dolori.
Poco dopo – lo seppi in seguito – passò un’automobile diretta a Fucecchio. Il conducente, appena vide mio padre agitatissimo per i dolori che lo facevano contorcere, si fermò, scese.
Quest’uomo provvidenziale era il medico dottor Curtatone Doddoli. Lo portò in ospedale, lo siringò, gli regalò dei farmaci e lo riaccompagnò a Stabbia.
Mentre scendevano le prime ombre della notte, il nostro camion giunse a Santa Croce. In prossimità dell’ingresso nel paese, il camion varcò un cancello, sul lato destro della strada e si fermò nel cortile di una villa che doveva appartenere a Quirino Vanni. Il fabbricato distava da noi di una trentina di metri. Ci fecero scendere dal camion e ci portarono dentro la villa, Eravamo in sedici
I tedeschi andavano e venivano in continuazione e parlavano tra di loro ignorandoci completamente. Uno dei nuovi tedeschi preposti alla nostra sorveglianza capiva molto bene l’italiano. Uno di noi si permise di domandargli:
- Dove andare noi?
- Domani, lavorare, lavorare – rispose seccamente.
- Potranno mandarci anche in Germania – insinuò qualcuno che poi precisò – Sappiamo che in ogni stazione centrale ci sono sempre uno o due treni pronti per trasferire i rastrellati in Germania.
Avevamo tutti una grande fame, ma di questo non ne parlavamo.
- O mio padre dove sarà a quest’ora? – mi domandavo.
Guardai il mio orologio da polso. Erano le ore 23. Fuori pioveva. Il militare tedesco che parlava discretamente l’italiano, ci disse:
- Giù, in fondo alle scale c’è il caffè. Voi andate e prendete.
Qualcuno approfittando di questa opportunità scappò. Infatti di sedici eravamo rimasti in undici. altri due di noi scesero giù a prendere il caffè, ma non tornarono.
Ormai era mezzanotte. Mi feci coraggio: presi un gavettino dei tedeschi che avevo lì a portata di mano e scesi le scale per prendere un po' di caffè. Per le scale non c’era nessuno.
-Otello- mi dissi – se vuoi fuggire, questo è il momento opportuno.
Mi affacciai al portone d’ingresso: non vidi anima viva. Pioveva ancora. Nel cortile c’erano solo delle macchine vuote. Però. provenienti dai piani alti della viva mi giungevano all’orecchio le voci dei tedeschi: quelle voci mi facevano tremare dalla paura.
Il timore di essere di nuovo catturato mi faceva recedere dal proposito della fuga. Poi . come se fossi spinto da una forza misteriosa, uscii dal portone, camminai rasente ai muri perimetrali della villa, feci una piccola corsa e mi ritrovai i campo di granturco. Mi buttai per terra e restai fermo per un paio di minuti. Avevo indosso una camicia sbracciata. La pioggia che continuava a cadere mi faceva intirizzire dal freddo. Ma non mi importava. Mi sentivo libero.
Mi alzai e ripresi a camminare, ma con quel buio non riuscivo a capire da quale parte fosse Santa Croce. Proseguii la mia marcia notturna in mezzo a quel campo di saggina. Fortunatamente mi imbattei in alcune persone, esse pure nascoste in quel campo di granturco. Capisco subito che sono dei santacrocesi.
- Ragazzi, voglio andare a Santa Croce. Da quale parte è? – gli chiedo.
- Ma sei matto? – mi rispondono – il paese è pieno di tedeschi.
Mi sento chiamare:
- Otello, stai qui con noi.
Lui mi aveva riconosciuto dalla voce. Mi avvicinai alla persona che mi aveva chiamato: era un amico col quale avevo fraternizzato quando, prima della guerra, avevo abitato per qualche tempo a Santa Croce.
- Rovini, sei tu?
- Sì, sono io.
- Senti - gli dico – voglio andare dalla mia sorella Vanda, in via delle Cento donne.
- Fossi in te, non ci andrei – ribatté.
- Senti, Rovini, voglio provare. Ciao.
Il Rovini mi indicò il percorso da seguire. Ripresa la mia marcia nei campi, raggiunsi la strada provinciale. Feci una breve corsa e mi trovai alle porte di Santa Croce. Non c’era un’anima vivente per le strade immerse nel buio pesto e martellate dalla pioggia. Da quattro anni l’illuminazione notturna dei paesi e delle città era stata abolita.
Non vidi nessun tedesco. Mi sentivo una persona smarrita alla ricerca della libertà. Camminavo in mezzo al paese rasentando le case. Lì, a cinquanta metri, doveva esserci la via delle Cento donne. Conoscevo quella zona come le stanze del mio appartamento.
- Il portone dove abita mia sorella dovrebbe essere questo – mi dissi mentalmente. Spinsi il battente. La porta era chiusa.
- Ed ora dove vado? – mi chiesi.
Mi accostai ad un’altra porta, la spinsi con delicatezza. Anche quella era chiusa.
Invocai le mie creature.
Proprio in quell’istante sentii risuonare sul lastrico del corso vicino lo scalpiccio di una pattuglia tedesca. Stetti immobile addossato alla porta chiusa. quando non sentii più il rumore dei loro passi, spinsi con la mano un’altra porta. Era chiusa anche quella; ma sentii una voce che mi sussurrò:
- Chi sei?
- Sono Otello, il Cioni – risposi ritrovando finalmente la serenità. Sapevo benissimo che in quella strada tutti mi conoscevano e mi volevano bene. Mi vengono ancora i brividi quando ripenso a quella notte.
Dopo qualche istante la porta si aprì.
- Vieni, Otello. Entra in casa – mi disse Gino Giannoni ,detto lo spazzino.
Ero tutto bagnato e tremavo dal freddo.
- Com’è, Otello, che ti trovi qui a quest’ora? – mi chiese Gino.
- O Gino, ti racconterò tutto per filo e per segno. O voi perché eravate ancora alzati? – chiesi.
- Aspettiamo che passi il solito apparecchio notturno.
Qualche volta, se vede qualche bagliore di luce, ci regala una sventagliata di mitragliatrice. Appena l’apparecchio è passato, ce ne andiamo a letto. Salii in cucina illuminata dalla foca luce di una candela. La moglie di Gino nel vedermi tutto inzuppato d’acqua esclamò:
-O Gino, ma l’hai visto com’è tutto bagnato il povero Otello !
Gino, senza perdere un attimo di tempo, le disse:
- Vai in camera e preparagli la biancheria asciutta. Tu, Otello, comincia a spogliarti.
La donna rientrò in cucina e disse che la biancheria era pronta. La candela accesa venne portata in camera e collocata sul cassettone. Venni accompagnato nella camera e vi fui lasciato solo perché si potessi asciugarmi comodamente e per indossare la biancheria pulita e asciutta che trovai distesa sul letto matrimoniale.
Gino e sua non ancora soddisfatti di tutto quanto avevano fatto per me vollero che io dormissi nel loro letto matrimoniale. Nonostante la comodità del letto, quella notte non potei dormire. Forse i tedeschi mi avrebbero ricercato. E questa prospettiva mi terrorizzava. Cercavo di immaginare la preoccupazione della mia famiglia che non sapeva dove fossi stato portato. E il babbo? sarà riuscito a farsi siringare? Sarà morto dal dolore?
Ai primi chiarori dell’alba mi alzai, chiamai Gino e gli dissi:
- Ora vado da mia sorella. Io non some ringraziare te e tua moglie. Non dimenticherò mai più quello che avete fatto per me.
- Senti, Otello – mi disse Gino – Prendi questo bastone e appena sei in strada fingi di zoppicare.
Uscii fuori con il bastone di Gino e mi comportai come un invalido claudicante. Entrai nel portone di mia sorella, salii una rampa di scalini e bussai alla porta del suo appartamento.
- Chi è ? – chiese mia sorella Vanda che avevo riconosciuto dalla voce.
- Sono tuo fratello. Aprimi.
- Entra, Otello.
Ci abbracciammo piangendo.
- Cos’è successo? Perché ti trovi qui a Santa Croce – mi chiese Vanda.
- I tedeschi hanno preso me e babbo, ieri, a Stabbia. Nostro padre lo hanno rilasciato perché si sentiva male. Ed io stanotte, poco dopo la mezzanotte, sono scappato dalla villa di Quirino Vanni dove mi tenevano prigioniero.
- Entra in casa Otello. Mio marito ed altri uomini sono sul tetto. Resta qualche giorno con noi, se non vuoi che i tedeschi di catturino di nuovo.
- Non voglio trattenermi a lungo. Desidero ritornare quanto prima a casa.
L’indomani mattina mi misi in cammino. Per un lungo tratto seguii l’argine sull’Arno senza incontrare tedeschi. Sulla provinciale che da Santa Croce porta a Fucecchio vedevo passare camion e motociclette tedeschi. Quella vista riaccendeva in me l’incubo di essere ripreso. Giunto a Fucecchio, mi inoltrai nei campi dove c’era la saggina che mi avrebbe coperto alla vista dei tedeschi. Finalmente giunsi in Padule. Qualche anziano contadino lavorava nei campi. Ci guardavamo, ma non ci scambiavamo neppure una parola. Proseguendo la mia marcia, giunsi all’altezza delle Botteghe. Ma proprio in quel punto incrocia una pattuglia tedesca formata da una diecina di soldati. Questi si fermano e guardano verso di me.
- Questa volta mi riprendono – pensai. Noncurante proseguii il mio cammino aiutandomi con il bastone di Gino, lo spazzino. Sudavo dalla paura. I soldati non mi fecero nessun cenno di fermarmi. Ripresero la loro strada e si allontanarono.
Mi parve un miracolo. Dopo appena altri centro metri scorsi in lontananza il campanile della chiesa di Stabbia. Quell’immagine mi fece sentire a casa.
Mi inoltrai per l’ultimo tratto del Padule. Raggiunsi il ponte di Cavallaia. Mi sentivo stanco ed affamato. Non vedevo l’ora di riabbracciare le mie bambine e tutti gli altri famigliari. Mezzogiorno era già passato. Un contadino anziano, intento a lavorare in un campo mi chiamò e mi chiese:
- O giovane, ce ne sono tedeschi in giro?
- Ne ho trovati una diecina vicino alla Botteghe, ma non mi hanno fatto niente. Io vengo da Santa Croce. Per la via provinciale c’è grande movimento di tedeschi. Le poche persone che ho incontrato avevano dipinti sulla faccia i segni della paura e della sofferenza; qualcuno, addirittura, piangeva.
L’anziano Ghiampini chinò la testa e riprese il suo lavoro. Anch’io proseguii il mio cammino verso Stabbia che ormai distava da me pochissime centinaia di metri. Nonostante la considerevole distanza udivo chiaramente i rumori dei camion e delle motociclette che percorrevano la via Pistoiese. Avvertivo dentro di me un profondo rancore contro la soldataglia tedesca che commetteva ogni genere di atrocità sulla inerme popolazione civile.
- Ma questi americani, quando arriveranno? Speriamo che facciano alla svelta – mi dicevo.
Intanto ero giunto in Ginepra, una borgata di case coloniche che fa parte di Stabbia. Attraversai allora il torrente Vincio completamente privo di acqua. Mi infilai in altri campi di saggina e finalmente riuscii a vedere la mia casa. saltai la rete del Bardeschi, rividi il pagliaio dove fui catturato e incontrai la Masa, moglie del Bardeschi.
- O come hai fatto, Otello, a scappare? – mi chiese.
Ansioso di rivedere i miei, non le risposi. Entrai in casa. Erano tutti a tavola. Avevano finito di mangiare in quel momento.
- Otello! Otello!- gridarono tutti pazzi dalla gioia. Mi abbracciarono, mi baciarono e poi piangemmo tutti a vita tagliata per la commozione.
Appena fu ritornata un po' di calma, mi rivolsi a mio padre e gli chiesi:
- Babbo, stai bene?
- Ora sto bene – mi rispose asciugandosi gli occhi.
La mia gioia era incontenibile. Finalmente potevo rivedere e riabbracciare le mie bambine. La più grande, mentre io mi accingevo ad abbracciarla, si ritirò fra le gonne di sua madre, come se si vergognasse di me. Era pienamente giustificabile. Quanto tempo avevo potuto dedicarle da quando era venuta al mondo? Quasi punto vuoi per il servizio militare in cui ero impegnato vuoi per la mia attività lavorativa che mi consentiva di mantenere la famiglia.
Naturalmente narrai loro in maniera dettagliatissime tutte le mie peripezie legate alla mia cattura da parte dei tedeschi e alla mia fuga.
Il babbo, invece, mi parlò a lungo dell’assistenza che gli aveva prestato il dottor Doddoli il giorno in cui venne scaricato dal camion tedesco e lasciato al margine della strada.
Dopo essermi rifocillato, mi portai alla finestra protetta dalla persiana per rendermi conto della situazione: il paese era deserto; anche il ponte di Masino. si vedevano solo circolare soldati tedeschi armati fino ai denti e qualche rarissima donna che andava a fare spesa nell’unica bottega, cioè la cooperativa. Vi si potevano acquistare , con l’uso di una tessera che ne razionava la quantità soltanto i fondamentali generi alimentari. C’erano fame e sgomento in tutti. Ognuno si arrangiava come meglio poteva
Ogni tanto venivamo scossi dal rumore delle raffiche di mitra. I tedeschi, per impaurirci, scaricavano in aria un paio di caricatori.
Io stavo sempre chiuso in casa. Avevo paura che da un momento all’altro ricatturassero me e il babbo. Dalla persiana spiavo i loro movimenti. Tenevano in pugno il mitra e sul fianco destro una pistola ballonzolante dietro i pantaloni corti. Parlavano fra loro ridendo continuamente; entravano con violenza nelle case e volevano da mangiare. La gente dava soltanto quello che aveva in casa; ma loro volevano soprattutto il vino. E se il vino non c’era, essi ordinavano:
- Andare a trovare!
- Non sappiamo dove andare a trovarlo - ribatte qualche malcapitato.
Di fronte a quell’ulteriore diniego, i tedeschi si inferocivano e diventavano iconoclasti.
Il giorno dopo il mio ritorno, cinque tedeschi volevano entrare in casa mia. La porta era chiusa. Allora cominciarono a colpirla col calcio dei loro fucili. Io andai a nascondermi nel sottoscala. Mia moglie andò ad aprire. I cinque entrarono in cucina. Uno chiese alla mia bimba:
- Dove essere tuo padre?
- Non lo so – rispose mia figlia.
- Ah, tu non sai!! Voi Italiani, tutti traditori. E noi fare kaput!
Mia moglie e mia madre tacquero. Mio padre rimase immobile sulla sedia con la faccia fra le braccia appoggiate sul piano del tavolo. ed io non potevo fare assolutamente niente in difesa della mia famiglia. Finalmente si decisero ad andarsene; ma prima di uscire buttarono a terra tutte le sedie e scossero il tavolo su cui mio padre aveva appoggiato le sue braccia.
Si era arrivati ormai alla fine di luglio. La temperatura era elevata e l’afa era davvero opprimente.
I tedeschi continuarono a saccheggiare le case, le stalle e i pollai dei contadini. Insaziabili, distruggevano tutto quello che non potevano spedire in Germania.
I “capocci” nel vedersi portar via il frutto di tante fatiche allibivano e piangevano.
Non soddisfatti, i militari cominciarono a dar fuoco ai campi di saggina e di granturco e a frugare addosso alle donne nella speranza di trovare denaro ed monili preziosi.
La nostra Via Crucis sembrava interminabile. ai primi di agosto venne fatto un altro rastrellamento di proporzioni mai viste. I tedeschi entrarono in tutte le case e portarono via tutti gli uomini che trovarono. Gli uomini catturati, un centinaio, vennero rinchiusi in un fabbricato a confine con la mia casetta. Era il capannone, posto al centro di un piazzale, dove si fabbricavano le scope; ne era proprietario mio cugino Alberto Cioni residente a Fucecchio. Io mi trovavo nascosto nella soffitta della mia casa. Da una fessura del finestrino riuscivo a vedere tutto quello che succedeva nel piazzale di mio cugino. Le persone catturate stavano nel piazzale, si spostavano e commentavano a voce alta quello che era loro successo. Mia madre uscì di casa, si portò al cancello che dava sulla strada provinciale. Gli si avvicinò uno di quei prigionieri e le disse:
- Regina, potresti darmi un vestito da donna? Mi voglio travestire per cercare di fuggire inosservato.
- Vado in casa e te lo porto subito, Tacchimini.
Questo Tacchimini era di Santa Croce. Lo avevamo conosciuto quando, prima della guerra, abitavamo a Santa Croce.
Mia madre, dopo pochi minuti gli consegnò un vestito da donna e per il Tacchimini non fu affatto difficile fuggire.
L’indomani mattina nel piazzale non c’era più nessuno. Forse li avevano portati a scavare delle piazzole o forse li avevano addirittura deportati in Germania.
La situazione si aggravava sempre più. La poca gente che fino ad allora era rimasta nelle proprie case preferì sfollare in Padule. Anche noi decidemmo di trasferirci in Padule fino all’arrivo degli americani. Eravamo in otto: io, mia moglie, le due figlie, i miei genitori, due mie sorelle ancora ragazzine: Lida e Caterina. In breve tempo raggiungemmo il canale, lo attraversammo e ci trovammo di colpo nel cuore del Padule. In prossimità del canale trovammo una capanna vuota, ma scoperchiata. Con l’aiuto dell’amico Laiatici rifacemmo il tetto di canneggiole. Accanto alla nostra c’era una lunga fila di capanne tutte occupate da sfollati. Davanti alla propria capanna ognuno aveva realizzato una specie di fornello a legna su cui veniva posata una pentola annerita dal fumo. In quella pentola potevamo cuocere soltanto patate , cavoli e anche fagioli. Non avevamo altro. Mio cugino Oreste Cioni, ex tenente dell’esercito e , all’epoca, commissario Prefettizio, si era assunto l’ingrato compito di distribuire a tutti gli sfollati dei Buoni per il prelievo autorizzato del grano presso i contadini della nostra zona.
Ce li consegnò personalmente anche a noi e ci mostrò, sul Buono, che dovevamo rivolgerci all’agricoltore Ambrogini. distante un chilometro dalla nostra capanna. Il grano che ci spettava era ancora sull’aia. doveva essere “battuto”. Io non potevo andarci a batterlo: rischiavo di essere catturato dai tedeschi sempre alla ricerca di braccia da lavoro e inspiegabilmente presenti dappertutto. Ci andarono le mie donne. Il grano che riportarono, però, doveva essere macinato: di mulini al lavoro, nel raggio di molti chilometri quadrati non ce n’era nemmeno uno. Dovemmo ricorrere, come tutti gli altri, al macinino da caffè. E a turno cominciammo a macinare. Era un’operazione poco redditizia. Infatti dal nostro piccolo macinino usciva pochissima farina e il che vi confezionavamo era nero come il carbone. Il pane ce lo cuoceva nel proprio forno, in località La Buca, la Mora di Borghino, il contadino che abitava appunto nel caseggiato colonico de La Buca.
Mentre macinavamo il grano per effettuare la seconda fornata fummo visitati da tre aerei americani che sorvolavano il Padule a bassa quota.. I tre cacciabombardieri, convinti di aver individuato un accampamento tedesco, scaricarono alcune sventagliate di mitraglia. Ci fu un fuggi fuggi generale. Andammo a buttarci nelle fosse o a riparaci sotto i ciglioni dei prati. Fortunatamente i tre aerei se ne andarono via quasi subito e le loro raffiche non ferirono nemmeno una persona. Ritornammo ai macinini.
quel giorno medesimo sapemmo che a Pieve a Nievole c’era un mulino in funzione. Il giorno dopo, di buon mattino, poco dopo le quattro, mia moglie, Irma di Pugnino e Tosca, la figlia di della Mora, caricarono alcuni sacchi di grano su di un carretto, e andarono al mulino di Pieve a Nievole.
A mezzogiorno non erano ancora rientrate. La mia bambina più piccola, di appena sei mesi, cominciò a piangere: voleva la mamma, voleva il latte materno. Inutilmente mia madre e le mie sorelle cercarono di distrarla. La bimba continuava a piangere. Alle quattro pomeridiane le donne non erano ancora rientrate dalla Pieve a Nievole. La bambina aveva cominciato a strillare. Voleva il latte della mamma. Lì vicino, nei pressi di Beppe del Faini, c’era una donna che allattavo il suo bambino. Mia madre prese la bambina e la portò dalla donna che allattava il suo bambino. La donna non si rifiutò di attaccare la nostra creatura alle sue mammelle. Mia figlia non ne volle assolutamente sapere e continuò a piangere.
Calò la notte. Il cielo si accese di stelle. Le donne non avevano fatto ancora ritorno. eravamo disperati.
Verso le ventitré riconobbi da lontano la voce di mia moglie che gridava:
- Otellooo, portami la bambina…
- Cosa vi è successo ?- le chiesi mentre allattava la bambina.
- Mentre stavamo per lasciare il mulino con il grano macinato, sono arrivati dei tedeschi e, con i fucili puntati, hanno costretto noi ed altre cinque donne a seguirli nel loro accampamento per sbucciare una tonnellata di patate. Io dicevo loro :”avere bambina piccina” e loro mi rispondevano: “Prima sbucciare patate e poi andare a casa”
Dopo quell’amara vicenda ritornammo a vivere la consueta vita di sfollati sotto la nostra capanna. Il caldo era soffocante. Le zanzare non ci davano un attimo di tregua. Non era facile adattarci a quel regime di esistenza.
Verso la metà di agosto si scatenò di notte un violento temporale.. vento ed acqua. Dentro la capanna ci pioveva come fuori. Fu un vero disastro per tutti gli sfollati delle capanne. E non potevamo accendere nemmeno una candela. Bagnati fradici dovemmo attendere le luci dell’alba. Anche la biancheria per il ricambio era tutta bagnata. Non ci restò che di attendere il sole per asciugarci alla meglio. A metà mattina venne a trovarci zia Marta che abitava in una borgata posta sotto la chiesa di Stabbia. Quando ci vide in quelle condizioni ci disse :
- Venite via subito di Padule! Vi porterò a casa mia. Almeno, lì, sarete al coperto.
Come potevamo rifiutare un simile invito! Radunammo tutte le nostre povere cose, le caricammo sul nostro carretto e la sera, vero le 17, ci trasferimmo alla Buca, nella casa della zia Marta.
La zia ci assegnò due stanze: una al piano terra e una camera al primo piano. Ci sembrava di esser rinati a nuova vita. Ma questo nostro ritrovato Paradiso durò ben poco.
Tre giorni dopo il nostro ricovero nella casa zia Marta, fecero irruzione in casa una diecina di soldati tedeschi.
- Noi stare qui! – dissero con tono perentorio.
- Sì, sì – rispose la zia tutta tremante.
Alcuni soldati salirono le scale e vollero fare una ricognizione dell’appartamento.
Zia Marta indicò loro una stanza dove avrebbero potuto sistemarsi.
- No,no. Poco. Troppo poco – controbatté il responsabile del gruppo- Noi volere due camere.
La zia dovette acconsentire a dar loro due camere. quella dove dormivamo noi e quella della zia. Eravamo in tutto dodici persone e dovemmo accontentarci di sistemarci alla meglio nelle due stanze del piano terra. La convivenza con i militari tedeschi non ci creò né difficoltà né paure. Ci chiedevano due sole cose:
- Portare acqua. Portare da mangiare.
Non avevamo nessuna riserva alimentare, ma preferivamo tirare la cinghia e dar loro il nostro cibo per evitare frizioni che potevano costarci care. A me non dissero mai niente e non mi gratificarono mai di nessuna minaccia. Forse, essendo prossima la scadenza del 23 agosto, avevano rimandato la mia esecuzione a quella data.
E infatti. quella mattina, di loro non ne rimase nemmeno uno in casa. Andarono tutti in Padule.
Erano circa le 6,30 del 23 agosto 1944. si udirono degli spari. In un primo tempo nessuno ci fece caso. Forse i tedeschi sparavano per intimorirci. Seguirono altri spari di mitragliatrici, poi più nulla. Ripresero ancora a sparare a singhiozzo. noi distavamo dai luoghi degli spari un mezzo chilometro in linea d’aria. Incerti su quanto stava accadendo tacevamo impauriti.
Verso le 8,30 passò una donna. Camminava a passo svelto, quasi di corsa, e urlava e piangeva agitando le braccia. appena fu vicina gridò:
- O Marta, ci ammazzano tutti. Che strage di cadaveri c’è in Padule!!
- Diteci, cos’è successo Natalina?- le domandammo.
- I tedeschi ammazzano tutti quelli che trovano in Padule; le donne, no. Verranno anche per le case.
Noi non sapevamo quale decisione prendere. rimanere in casa o andare in mezzo ai campi?
Passò un’altra donna, sulla quarantina. Era molto più disperata della prima.
- Hanno ammazzato il mio fratello- gridava e si strappava i capelli.
Che fare? Chiesi un carretto alla zia e con mia madre, mia moglie e mia zia andammo a recuperare le salme dei due uomini e le portammo in chiesa.
Verso le dieci passarono davanti alla casa di zia Marta due carretti pieni di cadaveri. Mi avvicinai per osservarli meglio. erano irriconoscibili. Le loro mogli piangevano dietro quei due carretti macchiati di sangue. Rivedo ancora nella mia memoria un bambino che reggeva la mano del padre morto che penzolava dal carretto. Chissà quante volete quella mano gelida aveva accarezzato il volto del bambino che muto e pietrificato dal dolore accompagnava il cadavere del babbo alla chiesa di Stabbia. Lì avrebbe trovato il parroco don Bellaveglia che per tutto ebbe parole di conforto e che a più riprese aveva cercato di fermare l’orribile strage. I nazisti, incolleriti da quella presenza sacerdotale, lo avevano selvaggiamente minacciato ed offeso.
A mezzogiorno le armi tacquero. Un portaordini, spedito sul luogo dell’eccidio dal Comando tedesco, aveva recapitato ai Comandi operativi l’ordine del cessate il fuoco. Nessuno ha mai narrato che quell’ordine venne spiccato dopo che mio cugino Oreste Cioni nella sua veste di Commissario Prefettizio aveva convinto il Comando Tedesco che le persone uccise non erano partigiani, ma dei poveri diavoli che si erano rifugiati in Padule per ragioni di sicurezza e che per tutti garantiva lui che li conosceva uno per uno.
Un’ora dopo la cessazione della sparatoria, impietosito da quanto avevo ascoltato e sollecitato anche dalla moglie e dalla madre , presi un carretto e, seguendo il viottolo del Turini mi diressi in Padule con il proposito di recuperare altri cadaveri. Appena passato il ponte che passa sopra il Vincio incontrai quattro tedeschi che rientravano alla base dopo aver effettuato il massacro. Facevano parte del gruppo che aveva preso alloggio nella casa di zia Marta. Li riconobbi benissimo. Camminavano piano piano, a testa bassa. Non mi guardarono, ma sono sicuro che mi avevano riconosciuto.
Ce n’erano ancora di cadaveri distesi per terra. come fu straziante quella visione! Accanto ad ognuno c’erano le madri e le mogli in preda alla disperazione. aspettavano i carri per portare le salme dei loro cari in chiesa. Mentre venivano caricati sul mio carretto alcune salme, seppi come era morto Luigi Cavallini, detto il Dani. il marito della prima donna che passò gridando e piangendo davanti alla casa di zia. Luigi venne messo in fila con altri cinque uomini per essere fucilato. Prima dell’esecuzione si staccò dai suoi compagni, si gettò in ginocchio ai piedi dei carnefici e gridò:
- Non ammazzatemi! Io sono dei vostri.
Con violenza inaudita fu rimesso in fila con gli altri. Una raffica di mitra li uccise tutti quanti.
Anche Poldo del Colombai, un contadino della località La Buca era stato messo in fila con altri per essere fucilato. Uno degli esecutori lo riconobbe. Un attimo prima della esecuzione il nazista disse ai suoi colleghi:
- Questo lo fucilo io.
Lo tirò fuori dalla fila con spintoni e urla e lo portò dietro un argine del prato.
- Tu buttati a terra – gli dice il tedesco – Io sparare in aria.
Il tedesco sparò verso l’alto una raffica di mitra per far credere che aveva ucciso Poldo. Poldo, invece, non era morto: si alzò e di corsa si eclissò nei campi.
Anche un ragazzo di sedici anni, di Castelfranco, Romano Soldaini, pastore del Padule si vide venire incontro due barbari. Romano si fermò. Non sapeva se doveva scappare oppure restare lì.
- Tu potere andare via – gli dissero i due nazisti – Devi passare argine e poi fuggire.
Il Soldaini salì l’argine di corsa. Aveva già raggiunto la cima dell’argine; ma mentre si accingeva a scendere nell’altro versante fu raggiunto da una raffica che lo uccise all’istante
Alle prime ombre della sera ritornai alla Buca. Anche i tedeschi ospitati nella casa della zia erano tutti quanti rientrati. Il 28 agosto il più giovane dei nostri ospiti tedeschi – aveva solo 19 anni- stava rientrando a casa della zia insieme ad un suo commilitone. Quando i due giunsero al “Ponte delle Gore”, alla curva che va al cimitero, furono avvistati da un aereo alleato. Il pilota scaricò su di loro una raffica di mitraglia. Il tedeschino morì sul colpo; l’altro rimase ferito. Il tedeschino venne sepolto nel nostro cimitero. Sul suo cumulo di terra venne infilata una croce di legno sulla quale venne collocato il suo elmetto. Su quella tomba non mancavano mai i fiori. Chi ce li metteva? non si è mai saputo. Tre anni dopo la sepoltura giunsero dalla Germania i suo genitori. La salma del tedeschino venne esumata e portata in Germania.
Con questo piccolo arcobaleno di pace disegnato dalla tomba del tedeschino si conclude l’ultima fase della mia odissea di guerra.


Otello Cioni

 

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